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10.02.05

Calcoli

[Calcoli è un racconto che ho iniziato nel 2000 e non sono mai riuscito a finire. Questo è tutto ciò che ho scritto.]

La mia storia può essere raccontata con una sola frase. Sono stato tradito da mia moglie e dal mio migliore amico. L’ordine delle parole è importante: sono stato tradito prima da mia moglie e poi dal mio migliore amico. Nei confronti di mia moglie l’unico sentimento che sono in grado di provare, oggi come oggi, è l’odio. Nei confronti del mio migliore amico invece provo un sentimento misto di meraviglia e repulsione.
Chiamo «mia moglie» quella che agli effetti legali oggi è la mia ex moglie. Il mio migliore amico invece resta ancora oggi il mio migliore amico. Viene a trovarmi quasi tutte le mattine, verso le sette, di nascosto dalla mia ex moglie con la quale divide, ormai da tre anni, la casa e il letto.
Io invece, da tre anni, abito nel retrobottega del negozio.

Ho ricavato un piccolo spazio per un letto pieghevole e per uno di quegli armadi in tela cerata con lo scheletro di tubo metallico. Ho scoperto che si può vivere abbastanza bene in uno spazio ridottissimo. D’altra parte non devo fare altro che dormirci, in questo spazio. Solo d’estate diventa veramente scomodo, perché non ci sono finestre e i frigoriferi scaldano. D’inverno, se fa freddo basta aggiungere una coperta. Il bagno è un metro e mezzo per un metro e mezzo, ma per fortuna c’è lo scarico in mezzo al pavimento. Per avere una specie di doccia basta attaccare un tubo di gomma al rubinetto. L’acqua calda c’è sempre stata.
Io sono sempre stato un commerciante onesto. Quando fai il commerciante di quartiere, sei onesto per forza. Da quando ci sono i centri commerciali, poi. Fare concorrenza sui prezzi è impossibile. Anche i miei clienti più fedeli, certi prodotti non li comperano più da me. Da me prendono ancora i formaggi e gli affettati, perché si fidano della mia scelta. Anche per i vini si fidano: perché gli domando che cosa mangeranno, e li consiglio. Loro non lo sanno, ma io sono astemio. Poi vanno bene certe cose veloci, quelle che nessuno terrebbe mai in casa per scorta: come le minestre già fatte o un po’ di scatolame. Sono cose che vendi tra mezzogiorno e mezzo e l’una, o tra le sette e le otto di sera. Ti arrivano lì, non hanno tempo di preparare niente a casa, e prendono una busta di risotto e una scatola di fagioli.
Da quando abito nel retrobottega tengo il negozio aperto tutto il giorno, tutti i giorni della settimana. Non ho nessun altro posto dove andare, quindi sto lì. Anche andare in vacanza, non se ne parla. Il lavoro comunque è diminuito e quello che ho mi basta appena. La spesa più grossa è quella della lavanderia. Nel retrobottega non c’è spazio per una lavatrice e un’asse da stiro, e comunque non ne ho voglia. Ci sono dei mesi che tra una cosa e l’altra vado giusto in pareggio. Delle volte, quando arrivano le bollette, è un bel problema. Ci sono dei clienti che da sempre mi pagano a fine settimana, o ogni quindici giorni, o addirittura a fine mese. Sono tutti seri, pagano sempre. Però succede che ci siano cose da pagare, e niente soldi. I rappresentanti non ci sentono, vogliono i soldi subito. Nel momento più difficile ho ritardato dei pagamenti, e adesso c’è chi vuole essere pagato, in contanti, al momento della consegna o perfino dell’ordinazione. Ci sono delle cose delle quali non posso restare senza, come i formaggi e gli affettati, e delle altre che se magari mancano per qualche giorno non è un dramma. Per fortuna, tra i commercianti della piazza, c’è qualcuno che quando serve mi presta per qualche giorno le trecento o cinquecento mila. Così si tira avanti.
In piazza siamo una quindicina di commercianti: la pizzeria, il bar, la profumeria, il barbiere, la cartolaia, la parrucchiera, l’elettrauto, l’elettricista, l’edicola, la minuteria metallica, l’intimo, la merceria, il meccanico da biciclette, il fioraio, gli animali. Gli ultimi arrivati sono l’Internet Point e il Golden Sun, dove fanno le lampade, ma con loro non ci troviamo tanto. Si capisce già dai nomi in inglese. Si sono divisi lo spazio, due anni fa, del materiali plastici. Sono entrati anche loro nell’associazione, sono bravi ragazzi giovani, ma sono di un’altra specie. L’Internet Point ad esempio sta aperto fino alle quattro di mattina, e ci gira della gente che a noi non piace tantissimo. Stanno lì, vanno dentro e fuori perché fumano, riempiono il marciapiede di motorini. La maggior parte sono sedicenni che vanno lì per i videogiochi o per la roba pornografica. C’è chi dice che ci sia anche della droga che gira, ma io non credo.
Il mio migliore amico è il meccanico da biciclette e si chiama Antenore. Siamo dello stesso paese e ci siamo conosciuti alle scuole elementari. Abbiamo fatto le medie insieme, poi lui ha fatto un professionale. Io ho cominciato a lavorare qui in negozio, sotto mio padre. A scuola lui era bravissimo in matematica e non capiva niente di tutto il resto. Io ero così-così, ho anche ripetuto l’ultimo anno. Le ripetizioni di matematica, prima di rifare l’esame, me le diede lui. Poi ci siamo persi, e un giorno – quando avevamo diciott’anni, più o meno – mi viene a trovare in negozio e mi dice che cerca un lavoro e se lo presento lì in piazza. Lo prese l’elettricista – il padre dell’attuale – e poi passò sotto il meccanico di biciclette, il vecchio Furio. Quando Furio non ci vide più, la bottega la prese su lui. In cinque o sei anni era sua, e il vecchio Furio morì proprio il giorno che gli pagò l’ultima rata. La moglie è ancora viva, i muri sono suoi. Adesso sta in ospizio, e Antenore – prima di trasferirsi a casa della mia ex moglie – ha abitato nell’appartamento dove prima lei stava con Furio, proprio sopra il mio negozio.
Io sono venuto ad abitare qui quando mi sono sposato. La mia moglie di allora, la mia attuale ex moglie, si chiama Doralice e ha sempre fatto l’infermiera a domicilio. Ci siamo conosciuti perché l’ospedale è proprio qui dietro la piazza, e quando andava a fare assistenze in corsia veniva spesso a comperarsi la bottiglia d’acqua e il panino. Quando mio padre si ammalò per l’assistenza presi lei. Eravamo soli, io e mio padre, e non potevo lasciare il negozio tutto il giorno in mano a Duilio, il nostro dipendente, che era bravo ma non poteva certo fare le ordinazioni e decidere a chi fare credito o no. Noi abitavamo ancora in paese. Mio padre era in ospedale, Doralice passava alle otto a prendersi l’acqua e il panino, io andavo a casa a dormire, alle sei salivo in ospedale per vedere com’era andata la notte e per dare la colazione a mio padre, mentre lei andava a dormire. Aprivo il negozio alle otto, tornavo in ospedale tra l’una e le tre. Ogni tanto a metà mattina lasciavo tutto in mano a Duilio e correvo in ospedale per parlare con i medici. Nel tardo pomeriggio faceva un salto da lui Antenore, che ha sempre chiuso presto. Di lunedì andava da lui Gianni, il barbiere, e parlavano del campionato. Mio padre morì in due mesi e dopo altri due mesi io e Doralice diventammo amanti. Quando misero in vendita l’appartamento sopra la profumeria lo comperammo, anche vendendo la casa dove avevo abitato con mio padre, e ci sposammo.
Non ho quasi nessun ricordo di mia madre. Mi ricordo questo grande letto dove lei giaceva, le zie che mi dicevano di starle vicino, di parlarle, e di prepararmi a essere forte. Mio padre non dormiva più con lei, si adattava sul divano in salotto. Poi mi ricordo il funerale. Ero in terza elementare. Mio padre mi tenne via da scuola per qualche settimana, mi portava in negozio e mi faceva stare lì. Mi sedevo su una latta di sgombro e leggevo i giornalini, oppure parlavo con le signore che venivano a comperare.
Il mio matrimonio non fu esattamente un matrimonio d’amore romantico. Doralice era in cerca di un uomo da sposare, per uscire di casa e sistemarsi. Io volevo qualcuno che si prendesse un po’ cura di me. Doralice non era bella ma guardabile, sapeva fare il suo mestiere, sapeva prendere decisioni, non considerava il sesso una sofferenza. Io sono un tipo qualunque, il mio mestiere lo conosco, so fare i conti, e quanto al sesso non sono uno di quelli che pretendono chissà che. Il negozio si capiva che avrebbe avuto qualche problema, perché già stavano cominciando a impiantare i centri commerciali nelle periferie, ma confidavamo che un minimo di sicurezza ci sarebbe rimasto. Quanto ai malati da assistere, quelli non sarebbero mancati mai.
Con l’associazione dei commercianti della piazza – l’Associazione Bixio, perché la piazza si chiama così – è qualche anno che ci diamo da fare. Non sappiamo inventarci grandi cose, ma ce ne sono certe che funzionano sempre. Piazza Bixio è giusto sull’orlo tra il centro e la periferia: è una piazza che funziona un po’ come una piazza di paese, e un po’ come luogo di passaggio per chi va o viene dal centro. Siamo riusciti a convincere il comune a farci un parcheggio da una cinquantina di posti, metà liberi e metà col parcometro, e a metterci una fermata del minibus navetta che parte dal parcheggio scambiatore est, passa per l’ospedale e poi va in centro. Poi abbiamo cominciato a mettere le luminarie per Natale e a regalare la calza ai bambini per la Befana, a fare la lotteria di Carnevale, e così via. Sulle iniziative del comune siamo sempre presenti: ad esempio quella dei suonatori di strada, o i mercatini delle pulci la prima domenica del mese. In somma, abbiamo fatto quello che potevamo. Piazza Bixio non è più una piazza qualunque. Non sapremmo dire se tutto questo serve e in che misura, fatto sta che in altre zone della città simili alla nostra – piazza Napoli, ad esempio, o il quartiere San Giuseppe – ci sono i negozi che chiudono a ripetizione, invece noi teniamo duro. Hanno chiuso solo quelli delle materie plastiche – mastelli, spazzole da cesso, cestini da biancheria, piatti e bicchieri e così via – ma solo perché al Brico veramente non si può fare concorrenza.
Col tempo, la maggior parte del lavoro Doralice lo trovava al negozio. Passava la gente da me, e mi diceva: «Può dire alla Doralice se mi telefona». D’altra parte sulla cassa ho sempre tenuto bene in evidenza il cartellino con scritto: «Assistenza in ospedale o a domicilio, telefonare», così a volte anche la gente di passaggio, che veniva a prendersi qualcosa perché aveva qualcuno in ospedale, prendeva nota. Appena vedevo che prendevano nota gli dicevo che l’infermiera era mia moglie e mi sembrava, chissà perché, che così si fidassero di più.
Devo confessare che ho un difetto. Mi è sempre piaciuto giocare a carte. Anche dopo sposato, mia moglie tante notti era fuori. Al bar da Nino ci trovavamo a volte in tre quattro, a volte anche in sette otto. Lui tirava giù la clair alle otto e cominciava a pulire, noi arrivavamo un poco dopo. Giocavamo anche a soldi, ma poco. I più fedeli erano Gianni, il barbiere, Marita la profumiera, Marta la cartolaia con suo marito (che faceva l’organista e l’insegnante di piano), e Berto dell’edicola. Giocavamo anche fino a tardi, fino all’una o alle due, e alla fine uno poteva avere vinto o perso cinquantamila lire. Che poi vinci oggi, perdi domani, eravamo sempre lì. Era più che altro per non giocare per niente. Se Doralice era a casa, invece, stavo a casa e guardavamo la televisione.
Una volta che diluviava ho accompagnato a casa la Marita, che abita quasi dall’altra parte della città, e poi sono salito a casa sua. Ma è stato una volta sola, e poi siamo andati avanti come sempre. Probabilmente è stato perché non le sono piaciuto tanto, ma allora pensai che era stata una fortuna. Una notte che a giocare non c’era nessuna donna, e noi uomini c’eravamo tutti, a un certo punto ci fu una serie di battute di Gervasio, il dipendente di Sergio l’elettricista, e così capimmo che c’eravamo stati tutti, qualcuno per una volta e qualcuno per due o tre, ma mai niente di più. Da quando abito nel retrobottega è venuta qualche volta a trovarmi alla chiusura, e si capiva che cosa voleva, ma io ho lasciato stare.
Quanto al gioco, la verità è che io vincevo abbastanza spesso perché non bevo, invece ad esempio Berto abbastanza presto cominciava a confondersi. Anche l’edicola, tolte le ore del mattino presto quando c’era più lavoro, spesso la lasciava alla moglie e si rifugiava da Nino. Così che quando la moglie andava a casa a metà pomeriggio, a preparare da cena, Berto stava lì a non trovare i giornali e a imbrogliarsi sui resti. Di sicuro qualcuno se ne approfittava.
Antenore non veniva quasi mai la sera da Nino, e se veniva non giocava. Viveva da solo e passava le serate a studiare la matematica. Non aveva nemmeno la televisione. Un giorno fecero in città le selezioni provinciali per le Olimpiadi della matematica, e lui vinse. Erano di domenica mattina, nella sala grande delle Casematte, e andammo tutti a vederlo. La sua specialità era il calcolo a mente, senza carta né penna. Era una gara durissima perché erano tutti turni a eliminazione diretta, uno contro uno. Cinquanta domande, due punti se rispondevi giusto per primo, un punto se rispondevi giusto dopo che l’altro aveva sbagliato, zero punti se non rispondevi, meno un punto se rispondevi sbagliato. I concorrenti erano una dozzina e le domande erano una cosa pazzesca. Antenore passò il primo turno, passò il secondo, poi erano rimasti in tre e così fecero un girone all’italiana. Uno dei tre era un professore dell’università, uno che, si diceva, aveva migliorato le teorie di Einstein. Antenore lo batté di un punto solo, invece l’altro lo stracciò. Vinse una targa, un buono acquisto per l’Upim da un milione, e l’ammissione alle regionali. Vinse anche lì, due mesi dopo, e andò a Roma. Lo accompagnò solo Gianni, perché poteva star chiuso il lunedì. Arrivò terzo, e a buttarlo fuori dalla semifinale fu proprio il professore universitario, che si era presentato anche in un’altra regione. Antenore fece ricorso, ma gli diedero torto. Lui decise che era tutta una truffa, e che non avrebbe partecipato mai più. Intanto vinceva premi su premi con i concorsi delle riviste di matematica, e questo gli bastava. Ogni tanto vinceva soldi, ma per lo più vinceva completi da sub, enciclopedie della matematica e dell’enigmistica, biografie di grandi matematici, tessere Viacard, abbonamenti a riviste internazionali, buoni d’acquisto, completi di biancheria da casa, e così via.
Una volta vinse una vacanza a Lisbona per due persone, e la regalò a me e a Doralice. La mattina dovevamo assistere alle olimpiadi matematiche portoghesi, ma il pomeriggio e la sera potevamo stare con gli altri o andare per conto nostro. Tutte le sere Doralice telefonava in Italia per dirgli quanto ci divertivamo e quant’era stato generoso con noi. Io invece telefonavo a Duilio, lui mi diceva com’era andata e io gli dicevo come doveva fare. Ci divertimmo molto, anche se era pieno inverno e faceva un bel freddo. Tornammo contenti.
Io non sapevo che allora Antenore e Doralice andavano già d’accordo. Non sapevo che certe sere Doralice usciva per andare in ospedale o a casa di qualcuno, io andavo da Nino, e invece Doralice finiva nel letto di Antenore. Non sapevo che certe volte avevano fatto le loro cose nel mio letto. Non sapevo che Doralice lavorava meno di quello che pensavo e che compensava con i soldi che Antenore faceva con i concorsi o rivendendo i premi dei concorsi.

Posted by giuliomozzi at 10.02.05 12:05
Comments

l'ho letto tutto
mi è piaciuto molto
ma questa era solo la premessa

Posted by: Mister No at 10.02.05 12:20

mi ha colpito il nome del migliore amico. Adesso non voglio fare quello che tira fuori la "interpretatio nominis" o "in nomine", ma se non sono fuso (cosa possibile), Antenore era un traditore, almeno così tramandano i classici, credo i latini; tanto che se non ricordo male l'Antenora è una delle zone più fonde della Commedia di Dante; dove sono dannati - a vario titolo - i traditori.
Era quindi nel suo destino tradire l'amico. O no?

d.

ps.
sarebbe bello se spiegassi perché questo racconto non ha continuato. ecco. questa è una cosa curiosa

Posted by: demetrio at 10.02.05 12:23

Antenore è il mitico fondatore di Padova, mia città.

Posted by: giuliomozzi at 10.02.05 12:53

l'ho letto solo fino a metà perché c'era qualcosa che mi deconcentrava. poi ho capito: la voce delle prime frasi "La mia storia può essere raccontata con una sola frase. Sono stato tradito da mia moglie e dal mio migliore amico. L’ordine delle parole è importante: sono stato tradito prima da mia moglie e poi dal mio migliore amico. Nei confronti di mia moglie l’unico sentimento che sono in grado di provare, oggi come oggi, è l’odio. Nei confronti del mio migliore amico invece provo un sentimento misto di meraviglia e repulsione" non è quella che mi aspetterei dall'uomo che parla dopo, o meglio l'uomo che parla dopo non è quello che mi aspetterei lette le prime frasi. però adesso finisco di leggere.

Posted by: monica at 10.02.05 12:55

E xchè non lo finisci?

Posted by: DonnieDarko at 10.02.05 13:28

Bhe, è bello. Ritrai bene i personaggi e le loro storie che raccontano anche la città. Quadra e fila. Perchè non lo finisci?

Posted by: Jojoy at 10.02.05 16:03

Non lo finisco perché non ci riesco. Tutto qui.

Posted by: giuliomozzi at 10.02.05 17:17

Scusate l'OT.
Qualcuno sa che fine ha fatto il forum di Maltese?
Grazie

Posted by: nicola at 10.02.05 19:52

Il forum del Maltese è stato chiuso. Si scatenavano delle risse bellissime che però non piacevano a Aloia, Gatti e Drago. E' un vero peccato non leggere più le genialate di Matisse.

Posted by: van gogh at 10.02.05 22:49

Magritte, non Matisse. Grave errore.

Posted by: van gogh at 10.02.05 22:52

...Non sapevo che Doralice lavorava meno di quello che pensavo e che compensava con i soldi che Antenore faceva con i concorsi o rivendendo i premi dei concorsi.
Ma ho anche pensato che se Antenore era così bravo a risolvere problemi, forse poteva anche suggerire a Doralice quali fossero le notti giuste per non farsi beccare. Sì, perchè Antenore era il mio migliore amico, e credo che mai avrebbe voluto farmi soffrire; mi immagino che lui abbia cercato di nascondere la realtà dei fatti, che abbia tenuto a freno le iniziative di Doralice. Dopo che abbiamo ricominciato a frequentarci me l'ha pure detto, un giorno. Io penso che a Doralice piacesse Antenore già da un pezzo; era l'unica persona del quartiere che avesse una dote naturale, questo me lo disse lei durante la vacanza a Lisbona, e poi non so. Non so come sia nato il primo incontro - ci ho pensato molte notti nel mio retrobottega - e il primo bacio, e tutto il resto.
Comunque non ha molta importanza, ormai.
Una sera ero da Nino, e Marita, mentre giocavamo, mi chiese dove fosse Doralice. Le risposi che era andata in casa di una signora anziana, la madre di Giuseppe, il rappresentante di minuterie metalliche, che quando si ferma in piazza viene da me a mangiare un panino con affettati anche se abita vicino. Marita quella sera era arrivata un'ora dopo di noi perchè era passata a trovarla sua cognata, e venendo da Nino aveva alzato gli occhi verso casa nostra - per lei è di strada - ; mi disse con un tono strano di voce che ci eravamo dimenticati la luce accesa in camera, che "può succedere", disse. Pensai anch'io che poteva essere successo, e continuammo a giocare per un bel po' di tempo, ma il tono di voce di Marita mi restò in testa.
Quando tornai a casa la luce era spenta. Doralice stava dormendo ed io mi sentii più tranquillo. Due giorni dopo passò Giuseppe, e gli chiesi di sua mamma; mi disse che stava bene, per come può star bene una vecchia, ma insomma niente più crisi d'asma da un bel pezzo a questa parte, e lui aveva chiesto alla ditta di non dargli più trasferte - solo la città e provincia - per poter dormire a casa, si sentiva più tranquillo, e forse anche sua madre. Non ebbi il coraggio di andare oltre nel discorso.
Durante il pranzo chiesi a Doralice come stava l'Assunta, come l'aveva trovata; lei stette un po' in silenzio, poi smise di mangiare e mi disse di Antenore.
Io me ne tornai al lavoro, non sapevo cosa fare, e la sera trovai la serratura cambiata. So che sarei potuto andare dai carabinieri - mi avrebbero fatto aprire la porta - ma non volevo creare scandali tra le persone del quartiere - sono i miei clienti, in fondo - e me ne tornai a dormire in negozio. Non avevo ancora la branda nel retrobottega, mi sistemai per terra sopra alcuni cartoni, con la giacca sopra. Non faceva tanto freddo, era il tredici aprile di tre anni fa.
Il giorno dopo andai dall'avvocato Dal Zotto, che conosceva bene mio padre, avevano fatto le elementari insieme. Mi confermò che se ci fossimo separati la casa sarebbe rimasta a lei; era in testa a lei per il fatto che ho un'attività e che in questo modo più del negozio non mi avrebbero potuto togliere, se avessi avuto problemi economici. E dopo qualche giorno mi arrivò una lettera di un avvocato del centro, lo studio Cavasin: mi diceva che Doralice aveva intenzione di separarsi. Non me lo aspettavo; credevo che avrebbe fatto come la Marita, che, insomma, le cose si sarebbe riaggiustate dopo quel colpo di testa.
E per non spendere troppo in avvocati mi misi d'accordo per la consensuale. Però la casa era in testa a lei, avevamo scelto la separazione dei beni e non ci fu niente da fare; diceva l'avvocato che se fossi andato a fondo, avrei rischiato di doverle passare gli alimenti perchè lei guadagnava quasi tutto a nero.
Mi sentii tradito, più che altro, da quello: di avermi rubato la casa. Insomma, era un bel quartierino di tre camere, cucina, sala e due bagni. Roba da quattrocento milioni, anche se è accatastata a meno, ma quello era per le tasse. Non ho più parlato con Doralice, mi è rimasto l'odio e nient'altro nei suoi confronti.
Quello che a volte non mi spiego tanto bene è che con Antenore non ce l'ho fatta. Mi ha tradito anche lui, questo è certo, e per un po' non gli ho rivolto parola, poi non ce l'ho più fatta. Dopo una riunione dell'associazione lui è mi è venuto vicino, mi ha mormorato qualche parola di scusa, e siamo andati a bere un bicchiere da Nino. E così ora tutte le mattine viene a trovarmi, di nascosto dalla mia ex moglie. Non parliamo mai di Doralice, però; lui arriva sempre alle sette - io a quell'ora ho già la serranda alzata per i fornitori - mi bussa, lo faccio passare e facciamo due chiacchiere. Le solite cose: l'attività in crisi - neanche lui se la passa tanto bene -, i problemi dell'associazione, il traffico, il casino dell'Internet Point, e qualche volta mi racconta delle sue gare. I suoi calcoli e problemi, come abbia fatto a risolverli, i suoi concorrenti. Ci andrei volentieri a vederlo qualche volta, ma Doralice è sempre presente, così lui non mi può invitare; io penso che sarebbe più contento che ci fossi io ad assistere piuttosto che lei. Certo, qualche volta mi viene da arrabbiarmi anche con lui: soprattutto d'estate, quando dormo nel retrobottega e penso che Antenore se ne sta sdraiato nel mio letto. Allora stringo i pugni, e penso di odiare anche lui, ma quando lo vedo la mattina seguente è tutto passato.
E non me lo spiego tanto bene.


Posted by: Toni at 11.02.05 13:16

...E' da un incompiuto come questo che è nato l'elogio dell'indugio?

Posted by: Barbara at 11.02.05 14:12

Le pagliuzze nell'occhio dell'altro:

"un'asse da stiro"
"ci gira della gente ... della droga che gira"
"un matrimonio d'amore romantico (?)"
"e poi va in centro. Poi abbiamo cominciato"
"che veniva a prendersi qualcosa perché aveva qualcuno in ospedale, prendeva nota"
"io vincevo abbastanza spesso perché non bevo, invece ad esempio Berto abbastanza presto cominciava a confondersi"

Posted by: Robeh? at 12.02.05 18:34

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Posted by: online gambling at 14.08.05 11:54
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