[Dalla mailing list SudCreativo. Messaggio di Franco Arminio.]
oggi il tg 1 nei titoli non dà la notizia della morte di mario luzi e non gli dedica neppure un servizio filmato, il tutto si riduce a una ventina di secondi. poco più tardi due minuti di servizio filmato sulla morte di un giornalista rai che nessuno conosceva (il loro criterio della visibilità in questo caso non conta).
a me luzi non piaceva, in fondo non era un sovversivo e non lo hanno omaggiato solo perché aveva parlato male di berlusconi.
signori, il fascismo, che è sempre stato tra noi, adesso domina la scena.
si tratta di un fascismo debole, ma solo perché tale è l'epoca.
quanto a luzi non c'è da protestare, piuttosto mi sento di invitare gli scrittori italiani che in morte potrebbero essere notiziati dalla tv a mandare una lettera in cui si dispensa questa televisione a occuparsi in alcun modo di letteratura.
non bisogna contestare la televisione, bisogna solo rinunciare a queste elemosine catodiche.
p.s.
dimenticavo di dire che la "morte" di luzi è stata preceduta dalla notizia che a torino sono caduti 10 centimetri di neve.
Ed è finito anche il famigerato corso/non-corso di scrittura e narrazione ospitato da Stilos, il supplemento letterario del quotidiano La Sicilia (esce il martedì) diretto da Gianni Bonina. Eravamo d'accordo che alla puntata numero 100 mi sarei fermato. Trovate tutte le puntate, dalla prima all'ultima, raccolte in file da venti puntate ciascuno, qui a destra nella colonna dei link, piuttosto verso il basso, sotto la rubrica "Materiali sullo scrivere".
Leggo nel quotidiano Il Gazzettino di ieri questa notizia:
Uno psicologo sotto processo accusato di avere abusato della figlioletta di dieci anni. Difeso dagli avvocati Gianni Morrone e Orietta Baldovin, compare questa mattina dinanzi al tribunale collegiale. L'ex moglie, anche lei psicologa, si è costituita parte civile con l'avvocato Michele Godina. Una prima volta la bambina era stata sentita durante l'inchiesta il 6 marzo 2002 dal giudice delle indagini preliminari Nicoletta De Nardus. Era stata interrogata nel corso dell'incidente probatorio, chiesto dal procuratore aggiunto Dario Curtarello. Ovviamente, con tutte le precauzioni e l'assistenza previste nei casi di testimonianza dei minori su fatti di natura sessuale. La ragazzina neanche si era resa conto di essere in un'udienza con il giudice, il pubblico ministero e gli avvocati delle parti che la interrogavano. Era assistita da una psicologa, munita di auricolare, alla quale venivano poste le domande. In sostanza, la ragazzina aveva parlato degli incontri con il padre. Tutto era nato da una denuncia che il professionista aveva presentato nei confronti della moglie separata, la quale non gli faceva più vedere la figlia nei giorni stabiliti dal giudice con la separazione. Chiamata a difendersi la signora aveva raccontato gli episodi che formano oggetto di imputazione. I fatti sarebbero accaduti tra il 1999 e il 28 maggio 2001, l'ultimo giorno che lo psicologo aveva trascorso assieme alla figlia.
Quindi: chiamata a testimoniare in un procedimento penale nato da uno scambio di denunce tra il padre e la madre, e dall'esito del quale dipende la sua vita futura, la bambina non ha avuto nemmeno il diritto di sapere che cosa stava facendo.
...che abbiano tanta grinta e tanto amore per le sfide.
[D. Ma perché tutti questi post, all'improvviso, uno in fila all'altro? R. Perché ormai qui si riesce a pubblicare un giorno sì e tre no; e allora quando posso mi approfitto.]
Poi ci sono quelli che pur di contare qualcosa, da un momento all'altro si mettono a fare i versi.
Con tutta la mia stima.
Quasi dispiace, se qualcuno entra in punta di piedi, voltarsi all'improvviso e dire: "Ehi! Ehi! Guarda chi c'è! Guarda chi si vede!". Quasi dispiace, però...
Benvenuta nel club, cocca.
Il film Primo amore è uscito in dvd (nel fotogramma catturato: quello pelato è Vitaliano Trevisan, quello con i capelli alla Pupo sono io).
Lavoro un'oretta attaccato alla rete. Mi sconnetto. Immediatamente il telefono squilla. Rispondo.
"Buongiorno sono Cristina della Tèlecom. Parlo con il signor Mozzi?", dice Cristina.
"Sì", dico.
"Il signor Giulio Mozzi?", precisa Cristina.
"Sì", dico, "ma con le minuscole".
"Non ho capito", dice Cristina.
"Non importa", dico. "Comunque sono io, giulio mozzi".
"Bene", dice Cristina, "ultimamente molti utenti nella sua zona si sono lamentati per i costi delle connessioni a numeri a pagamento".
"Ah", dico.
"Così Tèlecom Italia", dice Cristina, "ha predisposto un servizio che con soli 154 euro..."
"Scusi", dico.
"Prego?", dice Cristina.
"Di quali numeri a pagamento si tratta?", dico.
"Ha presente di quali numeri sto parlando?", dice Cristina.
"Le ho appunto appena domandato di quali numeri sta parlando", dico.
"Lei naviga in internet?", dice Cristina.
"Questa è una domanda sulla mia vita privata", dico.
"Intendo dire", dice Cristina, "se lei è la persona che in casa utilizza internet".
"E io le dico", dico, "che questa è una domanda sulla mia vita privata".
"Qualcun altro in casa oltre a lei", insiste Cristina, "utilizza internet?".
"Cristina, senta", dico. "Lei mi telefona e mi parla di numeri telefonici a pagamento. Io le domando di quali numeri si tratta e lei comincia a farmi domande sulla mia vita privata".
"Lei ha controllato la bolletta?", dice Cristina.
"Può rispondere alla mia domanda?", dico.
"Ha notato importi irregolari in bolletta?", dice Cristina.
"Di quali numeri telefonici a pagamento sta parlando?", insisto.
"Lei ha fatto le disattivazioni?", dice Cristina.
"Senta", dico, "mi vuole spiegare di che cosa sta parlando?".
"Posso parlare con la persona che in casa utilizza l'internet?", dice Cristina.
"Lei ha chiesto di giulio mozzi", dico. "E con giulio mozzi sta parlando".
Cristina sta zitta qualche secondo.
"Si tratta di numeri telefonici internet", dice finalmente. "Sono numeri che portano a connessioni a pagamento, delle quali magari non ci si accorge nemmeno...".
"Ho capito", dico. "So di che cosa si tratta. Non ho problemi".
"Però siccome c'è sempre il pericolo", continua Cristina, "le stavo dicendo che Tèlecom Italia ha messo a punto un'offerta...".
"No", dico. "Il mio operatore telefonico non è Tèlecom Italia".
"Qual è il suo operatore telefonico?", dice Cristina.
"Questa è la mia vita privata", dico.
"Insomma", esclama Cristina, "se lei non mi dà nessuna informazione io non la posso aiutare!".
"Aiutare a far che?", dico. "Io non le ho chiesto nessun aiuto".
"Lei vuole difendersi da queste connessioni a pagamento?", dice Cristina.
"Sì", dico. "E mi difendo".
"Come, si difende", dice Cristina.
"Ci si difende in tanti modi", dico. "Ad esempio non frequentando siti porno, non scaricando dialer, mantenendo sempre in forma antivirus e antispy...".
"Ma c'è sempre il pericolo", dice Cristina.
"Certo", dico. "C'è sempre il pericolo. Anche comperando quello che lei sta cercando di vendermi per 154 euro, c'è sempre il pericolo".
"Non è vero!", dice Cristina. "In questo modo lei si garantisce una totale sicurezza...".
"No", dico. "Vede, se lei cercasse di vendermi un prodotto che mi garantisce una discreta sicurezza, o addirittura un'eccellente sicurezza, probabilmente sarei interessato. Ma se lei cerca di vendermi un prodotto che offre una totale sicurezza, non sono interessato".
"Non la capisco", dice Cristina.
"Non c'è bisogno che lei mi capisca", dico. "C'è già chi pensa a questo. Voglio solo dire che vendere totale sicurezza in rete, oggi come oggi, è ridicolo".
"E' il mio lavoro", dice Cristina.
"Lo so", dico. "Ciò non toglie che sia un lavoro ridicolo".
"Lei mi sta insultando", dice Cristina.
"No", dico. "E se sembra che lo stia facendo, mi scuso. Sto insultando l'azienda che la paga due soldi per vendere un prodotto probabilmente assai buono in un modo ridicolo".
"Un prodotto assai buono, ha detto?", dice Cristina.
"Sì", dico. "Ho detto: un prodotto assai buono".
"E allora", dice Cristina, "perché non me lo compra?".
Allora: un delatore si premura di informarmi che "c'è un tale lupi che parla male di te sul suo blog". E va bene, andiamo a vedere. Il "tale lupi" è Gordiano Lupi, il blog è questo qui, e prende il nome dal libro Quasi quasi faccio anch'io un corso di scrittura che lo stesso Lupi ha pubblicato circa un anno fa per Stampa Alternativa.
Bene. Leggo. Ci penso su e decido di scrivere due righe qui, perché il post in questione contiene alcune inesattezze che mi riguardano.
Il post è in realtà una recensione assai polemica di Best Off: il meglio delle riviste letterarie italiane, edizione 2005, curato da Antonio Pascale e pubblicato da Minimum Fax (questa "edizione 2005", ovviamente, antologizza testi pubblicati nel 2004).
Scrive Lupi: "Antonio Pascale si prende cura di segnalare pure Vibrisse e io mi domando quale interesse letterario può avere per un lettore il bollettino aggiornato di tutte le scuole di scrittura italiane". Io ho letto Best Off e non ho trovato vibrisse citato da nessuna parte (o mi sbaglio?). Peraltro nel corso del 2004 (l'anno preso in considerazione da Best Off) vibrisse praticamente non è esistito: dopo l'interruzione dell'edizione via email, avvenuta nel settembre 2003, l'edizione nel web è partita il 13 dicembre 2004. Vibrisse infine non è, come si può notare consultandolo, un "bollettino aggiornato di tutte le scuole di scrittura italiane".
Scrive ancora Lupi (nei commenti allo stesso post): "Una volta Giulio Mozzi mi disse che io facevo spamming, che ero un tipo originale che bazzicava la rete e altre cose così. La differenza tra me e Giulio Mozzi è che lui è un tipo originale che pubblica per Einaudi e inventa fenomeni letterari stile Tullio Avoledo (lo avete letto? mamma santa...), io invece sono un tipo originale che pubblica per editori sfigati e inventa fenomeni letterari come Alessia Martini che pubblica un libro sui manga che ha venduto 2.000 copie. Mi sa che ha venduto più lei del primo libro di racconti di Giulio Mozzi". [1] Confermo: in un periodo in cui Gordiano Lupi mi spediva email un giorno sì e uno sì per pubblicizzare le attività sue e del Foglio Letterario, gli scrissi dicendogli più o meno: guarda che facendo così ottieni l'effetto contrario a quello che desideri (Lupi non scriveva infatti solo a me: spediva queste email, mi disse, a tutti gli indirizzi che aveva in rubrica); e gli consigliai di concentrare gli annunci in una email periodica, settimanale o quindicinale (gli feci l'esempio di Fernandel, che fa un'email mensile). La cosa è raccontata anche qui, nei commenti. [2] Preciso: il mio primo libro di racconti ha venduto circa 1.200 copie nel primo anno di distribuzione, e circa 4.500 copie in totale (in quasi dodici anni).
Questa sera alle 21, a Padova al cinema Excelsior, quinto e ultimo appuntamento della serie di serate realvisceraliste Riti di passaggio (se volete sapere come sono andate le precedenti, leggete qui). Il tema è: Viaggio senza ritorno. E in verità speriamo che la neve, caduta copiosa anche da queste parti, non impedisca a Mauro Covacich, che dovrebbe essere l'ospite speciale di stasera, di fare almeno un viaggio di andata.
Questa sera, in ogni caso, saranno sul palco Romolo Bugaro, Marco Bellotto e Marco Franzoso; e leggeranno testi da Dickens, Fitzgerald, Sűskind, Bowles, Brodkey, Bugaro, Zolla, e altri.
Ormai non so più come fare. Questo diario mi risulta accessibile solo di tanto in tanto, a sorpresa.
Vabbè. Intanto vi segnalo che in vibrisse si parla dello scrittore italoargentino Antonio Dal Masetto (con una recensione e un'intervista, a cura di Alessio Brandolini), nonché di Aldo Busi e di Alessandro Piperno; che la bacheca è stata aggiornata; e che nell'Arte di leggere ci sono varie cose interessanti, tra cui un breve saggio su come diventare criceti (di Agota Kristof e Ivano Bariani), una lettera aperta di Roberto Tossani a Tullio Avoledo, e una divagazione di Mauro Mirci sul leggere in viaggio.
di Giuliana Sgrena
Dalla fine di gennaio ero qui per testimoniare la situazione di questo popolo che muore ogni giorno. Migliaia di persone sono in prigione, bambini, vecchi, le donne sono violentate e la gente muore ovunque per strada. Non ha più niente da mangiare, non ha più elettricità, non ha acqua. Vi prego, mettete fine all'occupazione. Lo chiedo al popolo italiano perché faccia pressione sul governo. Pier, ti prego aiutami, per piacere fai mettere le foto dei bambini colpiti dalle cluster bomb. Chiedo alla mia famiglia di aiutarmi, e a tutti voi che avete lottato con me contro la guerra, contro l'occupazione. Vi prego, aiutatemi. Questo popolo non deve più soffrire così. Ritirate le truppe dall'Iraq. Nessuno deve più venire in Iraq, perché tutti gli stranieri, tutti gli italiani sono considerati nemici. Per favore fate qualcosa per me. Pier, aiutami tu. Sei sempre stato con me in tutte le mie battaglie, ti prego aiutami. Fai vedere tutte le foto che ho fatto sugli iracheni, sui bambini colpiti dalle cluster bomb, sulle donne. Ti prego aiutami, aiutami a chiedere il ritiro delle truppe, aiutami. Lo chiedo a mio marito, lo chiedo a Pier. aiutami, aiutami tu, tu solo mi puoi aiutare fino in fondo a chiedere il ritiro delle truppe. Io conto su di te, la mia speranza è solo in te, tu devi aiutarmi a chiedere il ritiro delle truppe, tutto il popolo italiano deve aiutarmi, tutti quelli che sono stati con me in queste lotte mi devono aiutare. La mia vita dipende da voi. Fate pressione sul governo, aiutatemi: questo popolo non vuole occupazione, non vuole le truppe, non vuole stranieri. Aiutatemi, ho sempre lottato con voi.
Le foto di Giuliana Sgrena, pubblicate nell'edizione in rete del quotidiano il manifesto
Nazione indiana organizza a Milano, per sabato 19 febbraio (mattino 9.30, pomeriggio 15), il convegno Giornalismo e verità. Il programma è qui. Tra gli altri interverranno Roberto Saviano, Francesco Vignarca, Peter Gomez, Riccardo Orioles.
E finalmente il numero di febbraio 2005 di Medicine Show, la rivista musicale più ciarlatanesca del mondo, è disponibile. Dentro ci sono articoli di Niccolò Borella, Leonardo Colombati, Davide L. Malesi, Seia Montanelli, Armando Trivellini, Matteo Capobianco, Francesco Gallo, Mauro Pianesi, Federico Platania; e un’intervista a Wu Ming 1.
Ora, dì, che ti succede?
Niente. E' che non sono felice.
Oibò. E da che dipende, questa tua infelicità?
Non sono infelice.
Va bene. Sei a metà strada.
Sono neutro.
Ci siamo. Allora, da che dipende, questa tua neutralità?
Da nulla che sia fuori di me.
Sicuro? Non è che è successo qualcosa, qualcosa che magari non hai voglia di raccontare...
Di cose ne sono successe. Di belle, di brutte. Ma non c'entra.
E allora?
Allora niente. Mi sento spento. Non ho voglia di nulla. Agisco automaticamente. Non so che cosa fare. Mando avanti i lavori senza alcun costrutto. Cancello quello che scrivo.
Suvvia, sarai un po' esaurito.
Trovato il nome, passato il male: vero?
Ma no, ma no. E' che voglio dire, con la vita che fai...
Che vita faccio?
Corri di qua, corri di là, badi a tante cose...
Ci bado male.
Be', insomma, questo lo sai tu.
Lo so.
E allora bàdaci bene.
Eh, sì, certo.
Non è questa la risposta che volevi.
Non volevo nessuna risposta. La prima domanda l'hai fatta tu.
E tu mi rispondi in questo modo.
Come vuoi che ti risponda?
Ma non so, dimmi che ti succede.
L'ho detto.
Sei neutro.
Neutro. Spento. Fermo. Demotivato. Senza speranza. Depresso.
Parole grosse.
Parole che si usano comunemente: e nessuna dice quel che c'è da dire.
E che c'è da dire?
Che non sono felice.
E non dipende dalle circostanze.
Non dipende.
Dipende solo da te.
Sì.
E allora solo tu puoi darti una mossa.
Sì.
[Pausa.]
E' così importante, per te, essere felice?
No.
Sei mai stato veramente felice?
Sì.
E che cosa ti ricordi, della felicità?
Be', era bella.
Sì, ma che tipo di sentimento era?
Era... Era che facevo le cose.
Quali cose?
Tutte. Tutte quelle che dovevo fare.
Questa tu la chiami felicità?
Sì.
Fare il tuo dovere?
Sì.
E che cosa devi fare?
Tante cose.
Quali cose?
Ma... Tante cose che mi sono impegnato a fare.
Hai dei contratti?
No, non è questione di contratti. Non parlo di cose che ci si impegna a fare con un contratto.
E che cose sono, allora?
[Pausa.]
Sono cose... cose umane.
Cose umane?
Sì. Cose che riguardano me e altre persone.
Se volevi essere criptico, ci sei riuscito.
Vero?
Vuoi dire che non vuoi mettermi a parte di queste cose.
Voglio dire che non sono sicuro che queste cose esistano.
Andiamo bene.
No, non andiamo bene per niente. Vedi: tu hai delle responsabilità, vero?
Sì, come tutti.
Sono responsabilità verso persone, cose, aziende, collettività...
Sì, responsabilità d'ogni genere.
Bene. Tu sai che ci sono responsabilità indefinibili.
Ad esempio?
Un amico ti cerca, ti dice che non è felice. Tu gli dici qualcosa. In questo modo si crea una responsabilità.
Che è il nostro caso, vuoi dire.
Sì. Che la prima domanda sia stata tua, è irrilevante.
Ho quindi una responsabilità verso di te.
Sì.
Ma sei stato tu a cercarmi, a indurmi a farti quella domanda.
Sì.
Mi hai preso in trappola, insomma.
Sì. Ti ho voluto prendere in trappola.
Stronzo.
Grazie. Ora sto molto meglio.
[Pausa.]
Ma non avevi detto che non è importante, per te, essere felice?
L'ho detto.
E' vero?
L'ho sempre creduto.
Quindi non è vero.
E' vero.
Insomma, spiégati.
Non ho mai lavorato per la mia felicità.
Ti sei sempre dato la zappa sui piedi?
No. Non mi sono mai dato, consapevolmente, la felcità come obiettivo.
E inconsapevolmente?
Che ne so?
Mi stai dicendo che non sai perché fai le cose che fai.
Sì.
Però le fai.
Sì. Certi periodi bene, certi periodi male.
Questo è un periodo male.
Sì.
E non sei felice.
Sì.
E vorresti essere felice.
Vorrei fare le cose bene.
Ma della tua felicità, ti importa?
No, ti ho detto.
Di che cosa ti importa, allora?
Di un'altra cosa.
Quale cosa?
[Pausa.]
Del tempo, ad esempio.
Del tempo?
Vorrei che il mio tempo fosse pieno.
In che senso, pieno?
Sempre pieno. Sempre con cose dentro.
Quali cose?
Ancora! Cose, cose. Mi basta che sia pieno.
Mi sembra che stai delirando.
Può darsi.
Comunque non puoi continuare a condurre un'esistenza della quale non vedi il senso, che non hai voglia di condurre e sulla quale non hai speranze.
Dici?
Eh, mi pare evidente.
Per te lo è.
Neghi l'evidenza.
Ci sono molte evidenze.
[Pausa.]
Non andiamo da nessuna parte.
Vero.
Forse è meglio che smettiamo.
Sono d'accordo.
Allora ci sentiamo.
Ci sentiamo, sì.
Ciao, eh!
Ciao.
Ciao.
Senti...
Sì.
Non dare troppo peso a questa cosa.
No, per carità.
E' solo un momento.
La vita è fatta di momenti.
E' un momento che passa.
Va bene.
Non t'inquietare.
Non m'inquieto.
Allora ciao.
Ciao.
Ciao.
Questo diario funziona a singhiozzo. Quasi sempre, quando apro la pagina dalla quale publico, trovo tutte le funzioni disattivate. Tranne una: quella per cancellare tutto (Delete Weblog). Che non ho alcuna intenzione, almeno per ora, di adoperare.
Quindi approfitto dell'improvvisa (e provvisoria, se tutto va come nei giorni scorsi) riattivazione delle funzioni per segnalare che nel frattempo, non potendomi sfogare qui, mi sono sfogato altrove. Ho pubblicato in vibrisse un lungo post dettato solo dall'interesse personale; nell'Arte di leggere un post meno lungo sull'enciclopedia Conoscere; e, nella bacheca di vibrisse, varie notiziole: di cui una di particolare interesse per i miei concittadini.
Mi auguro che la lunga lotta di Gianluca Neri contro l'invasione dei trackback giganti giunga presto al termine. E che, naturalmente, vinca il migliore.
[Nereo Rocco, mitico allenatore del Milan (ma anche della squadra della mia città), a chi prima del fischio d'inizio gli augurava: "Vinca il migliore", rispondeva automaticamente: "Sperémo de no". Ovviamente non è questo il nostro caso.]
Biscotti della fortuna:
- Sei una persona realistica e gli altri possono fare affidamento su di te.
- La tua personalità si nutre con l'attrattiva che provi per quanto ti circonda.
- Questa stagione si concluderà con tua piena soddisfazione.
- Una prospettiva entusiasmante apparirà sulla tua strada.
Pianeta della fortuna:
- Sulla vostra vita brilla una splendida stella che ogni giorno si fa più luminosa perché segna il prossimo avvicinarsi della vostra fortuna. Vi circonda la stima ed avete per l'avvenire, onori, viaggi e trionfi in amore, ma c'è su di voi una grande minaccia, che è data dalla vostra prodigalità. Voi gettate con troppa facilità il frutto del vostro guadagno, e questo vi danneggerà sempre più portando la sua goccia amara in ogni cosa. Imparate a tenere più stretti i cordoni della vostra borsa e non spendete dieci quando basterebbe cinque! L'economia è la chiave della ricchezza e se voi la praticherete, vi farà più belle le vittorie, anche nel campo dell'amore perché potrete coprire di doni l'oggetto del vostro amore. Seguendo quanto vi dico farete cadere il solo ostacolo che si trova tra voi e la vostra bella fortuna, che aiuterete ad arrivare se alla ruota di Roma giocate: 13, 4, 27, e al totocalcio 2 1 X 1 X 1 1 2 1 X 1 X 1.
Quarta serata realvisceralista, oggi, per il ciclo Riti di passaggio al cinema Excelsior di Padova. Il tema è: Povertà. Leggeranno Marco Franzoso e Umberto Casadei; Roberto Ferrucci è in forse (influenza). L'ospite d'onore sarà Vitaliano Trevisan.
Adesso si riesce a scrivere. Bene. Non so a che punto sia la battaglia condotta da Gianluca Neri. Ho l'impressione che il combattimento abbia sorti alterne.
Comunque, nel frattempo in vibrisse sono uscite varie cose (a parte le solite segnalazioni di incontri, corsi e convegni nella bacheca). La seconda puntata e mezza (è così: la seconda puntata e mezza; non so che farci) del corso su Giochi di ruolo e letteratura curato da Fabio Fracas; gli auguri di compleanno al Mestiere di scrivere con la segnalazione di un ottimo quaderno dedicato alla scrittura delle email; un racconto assai divertente di Giuseppe Braga, che pare si stia dedicando alla fenomenologia dello scrittore esordiente; una recensione di Alessio Brandolini a Memoria delle mie puttane tristi di Gabriel García Márquez; un saggio di Bartolomeo di Monaco su L'età breve di Corrado Alvaro. Infine, udite udite, l'annuncio del nuovo concorso di vibrisse: nel quale si può vincere addirittura un asciugacapelli.
E scusate se è poco.
[Calcoli è un racconto che ho iniziato nel 2000 e non sono mai riuscito a finire. Questo è tutto ciò che ho scritto.]
La mia storia può essere raccontata con una sola frase. Sono stato tradito da mia moglie e dal mio migliore amico. L’ordine delle parole è importante: sono stato tradito prima da mia moglie e poi dal mio migliore amico. Nei confronti di mia moglie l’unico sentimento che sono in grado di provare, oggi come oggi, è l’odio. Nei confronti del mio migliore amico invece provo un sentimento misto di meraviglia e repulsione.
Chiamo «mia moglie» quella che agli effetti legali oggi è la mia ex moglie. Il mio migliore amico invece resta ancora oggi il mio migliore amico. Viene a trovarmi quasi tutte le mattine, verso le sette, di nascosto dalla mia ex moglie con la quale divide, ormai da tre anni, la casa e il letto.
Io invece, da tre anni, abito nel retrobottega del negozio.
Ho ricavato un piccolo spazio per un letto pieghevole e per uno di quegli armadi in tela cerata con lo scheletro di tubo metallico. Ho scoperto che si può vivere abbastanza bene in uno spazio ridottissimo. D’altra parte non devo fare altro che dormirci, in questo spazio. Solo d’estate diventa veramente scomodo, perché non ci sono finestre e i frigoriferi scaldano. D’inverno, se fa freddo basta aggiungere una coperta. Il bagno è un metro e mezzo per un metro e mezzo, ma per fortuna c’è lo scarico in mezzo al pavimento. Per avere una specie di doccia basta attaccare un tubo di gomma al rubinetto. L’acqua calda c’è sempre stata.
Io sono sempre stato un commerciante onesto. Quando fai il commerciante di quartiere, sei onesto per forza. Da quando ci sono i centri commerciali, poi. Fare concorrenza sui prezzi è impossibile. Anche i miei clienti più fedeli, certi prodotti non li comperano più da me. Da me prendono ancora i formaggi e gli affettati, perché si fidano della mia scelta. Anche per i vini si fidano: perché gli domando che cosa mangeranno, e li consiglio. Loro non lo sanno, ma io sono astemio. Poi vanno bene certe cose veloci, quelle che nessuno terrebbe mai in casa per scorta: come le minestre già fatte o un po’ di scatolame. Sono cose che vendi tra mezzogiorno e mezzo e l’una, o tra le sette e le otto di sera. Ti arrivano lì, non hanno tempo di preparare niente a casa, e prendono una busta di risotto e una scatola di fagioli.
Da quando abito nel retrobottega tengo il negozio aperto tutto il giorno, tutti i giorni della settimana. Non ho nessun altro posto dove andare, quindi sto lì. Anche andare in vacanza, non se ne parla. Il lavoro comunque è diminuito e quello che ho mi basta appena. La spesa più grossa è quella della lavanderia. Nel retrobottega non c’è spazio per una lavatrice e un’asse da stiro, e comunque non ne ho voglia. Ci sono dei mesi che tra una cosa e l’altra vado giusto in pareggio. Delle volte, quando arrivano le bollette, è un bel problema. Ci sono dei clienti che da sempre mi pagano a fine settimana, o ogni quindici giorni, o addirittura a fine mese. Sono tutti seri, pagano sempre. Però succede che ci siano cose da pagare, e niente soldi. I rappresentanti non ci sentono, vogliono i soldi subito. Nel momento più difficile ho ritardato dei pagamenti, e adesso c’è chi vuole essere pagato, in contanti, al momento della consegna o perfino dell’ordinazione. Ci sono delle cose delle quali non posso restare senza, come i formaggi e gli affettati, e delle altre che se magari mancano per qualche giorno non è un dramma. Per fortuna, tra i commercianti della piazza, c’è qualcuno che quando serve mi presta per qualche giorno le trecento o cinquecento mila. Così si tira avanti.
In piazza siamo una quindicina di commercianti: la pizzeria, il bar, la profumeria, il barbiere, la cartolaia, la parrucchiera, l’elettrauto, l’elettricista, l’edicola, la minuteria metallica, l’intimo, la merceria, il meccanico da biciclette, il fioraio, gli animali. Gli ultimi arrivati sono l’Internet Point e il Golden Sun, dove fanno le lampade, ma con loro non ci troviamo tanto. Si capisce già dai nomi in inglese. Si sono divisi lo spazio, due anni fa, del materiali plastici. Sono entrati anche loro nell’associazione, sono bravi ragazzi giovani, ma sono di un’altra specie. L’Internet Point ad esempio sta aperto fino alle quattro di mattina, e ci gira della gente che a noi non piace tantissimo. Stanno lì, vanno dentro e fuori perché fumano, riempiono il marciapiede di motorini. La maggior parte sono sedicenni che vanno lì per i videogiochi o per la roba pornografica. C’è chi dice che ci sia anche della droga che gira, ma io non credo.
Il mio migliore amico è il meccanico da biciclette e si chiama Antenore. Siamo dello stesso paese e ci siamo conosciuti alle scuole elementari. Abbiamo fatto le medie insieme, poi lui ha fatto un professionale. Io ho cominciato a lavorare qui in negozio, sotto mio padre. A scuola lui era bravissimo in matematica e non capiva niente di tutto il resto. Io ero così-così, ho anche ripetuto l’ultimo anno. Le ripetizioni di matematica, prima di rifare l’esame, me le diede lui. Poi ci siamo persi, e un giorno – quando avevamo diciott’anni, più o meno – mi viene a trovare in negozio e mi dice che cerca un lavoro e se lo presento lì in piazza. Lo prese l’elettricista – il padre dell’attuale – e poi passò sotto il meccanico di biciclette, il vecchio Furio. Quando Furio non ci vide più, la bottega la prese su lui. In cinque o sei anni era sua, e il vecchio Furio morì proprio il giorno che gli pagò l’ultima rata. La moglie è ancora viva, i muri sono suoi. Adesso sta in ospizio, e Antenore – prima di trasferirsi a casa della mia ex moglie – ha abitato nell’appartamento dove prima lei stava con Furio, proprio sopra il mio negozio.
Io sono venuto ad abitare qui quando mi sono sposato. La mia moglie di allora, la mia attuale ex moglie, si chiama Doralice e ha sempre fatto l’infermiera a domicilio. Ci siamo conosciuti perché l’ospedale è proprio qui dietro la piazza, e quando andava a fare assistenze in corsia veniva spesso a comperarsi la bottiglia d’acqua e il panino. Quando mio padre si ammalò per l’assistenza presi lei. Eravamo soli, io e mio padre, e non potevo lasciare il negozio tutto il giorno in mano a Duilio, il nostro dipendente, che era bravo ma non poteva certo fare le ordinazioni e decidere a chi fare credito o no. Noi abitavamo ancora in paese. Mio padre era in ospedale, Doralice passava alle otto a prendersi l’acqua e il panino, io andavo a casa a dormire, alle sei salivo in ospedale per vedere com’era andata la notte e per dare la colazione a mio padre, mentre lei andava a dormire. Aprivo il negozio alle otto, tornavo in ospedale tra l’una e le tre. Ogni tanto a metà mattina lasciavo tutto in mano a Duilio e correvo in ospedale per parlare con i medici. Nel tardo pomeriggio faceva un salto da lui Antenore, che ha sempre chiuso presto. Di lunedì andava da lui Gianni, il barbiere, e parlavano del campionato. Mio padre morì in due mesi e dopo altri due mesi io e Doralice diventammo amanti. Quando misero in vendita l’appartamento sopra la profumeria lo comperammo, anche vendendo la casa dove avevo abitato con mio padre, e ci sposammo.
Non ho quasi nessun ricordo di mia madre. Mi ricordo questo grande letto dove lei giaceva, le zie che mi dicevano di starle vicino, di parlarle, e di prepararmi a essere forte. Mio padre non dormiva più con lei, si adattava sul divano in salotto. Poi mi ricordo il funerale. Ero in terza elementare. Mio padre mi tenne via da scuola per qualche settimana, mi portava in negozio e mi faceva stare lì. Mi sedevo su una latta di sgombro e leggevo i giornalini, oppure parlavo con le signore che venivano a comperare.
Il mio matrimonio non fu esattamente un matrimonio d’amore romantico. Doralice era in cerca di un uomo da sposare, per uscire di casa e sistemarsi. Io volevo qualcuno che si prendesse un po’ cura di me. Doralice non era bella ma guardabile, sapeva fare il suo mestiere, sapeva prendere decisioni, non considerava il sesso una sofferenza. Io sono un tipo qualunque, il mio mestiere lo conosco, so fare i conti, e quanto al sesso non sono uno di quelli che pretendono chissà che. Il negozio si capiva che avrebbe avuto qualche problema, perché già stavano cominciando a impiantare i centri commerciali nelle periferie, ma confidavamo che un minimo di sicurezza ci sarebbe rimasto. Quanto ai malati da assistere, quelli non sarebbero mancati mai.
Con l’associazione dei commercianti della piazza – l’Associazione Bixio, perché la piazza si chiama così – è qualche anno che ci diamo da fare. Non sappiamo inventarci grandi cose, ma ce ne sono certe che funzionano sempre. Piazza Bixio è giusto sull’orlo tra il centro e la periferia: è una piazza che funziona un po’ come una piazza di paese, e un po’ come luogo di passaggio per chi va o viene dal centro. Siamo riusciti a convincere il comune a farci un parcheggio da una cinquantina di posti, metà liberi e metà col parcometro, e a metterci una fermata del minibus navetta che parte dal parcheggio scambiatore est, passa per l’ospedale e poi va in centro. Poi abbiamo cominciato a mettere le luminarie per Natale e a regalare la calza ai bambini per la Befana, a fare la lotteria di Carnevale, e così via. Sulle iniziative del comune siamo sempre presenti: ad esempio quella dei suonatori di strada, o i mercatini delle pulci la prima domenica del mese. In somma, abbiamo fatto quello che potevamo. Piazza Bixio non è più una piazza qualunque. Non sapremmo dire se tutto questo serve e in che misura, fatto sta che in altre zone della città simili alla nostra – piazza Napoli, ad esempio, o il quartiere San Giuseppe – ci sono i negozi che chiudono a ripetizione, invece noi teniamo duro. Hanno chiuso solo quelli delle materie plastiche – mastelli, spazzole da cesso, cestini da biancheria, piatti e bicchieri e così via – ma solo perché al Brico veramente non si può fare concorrenza.
Col tempo, la maggior parte del lavoro Doralice lo trovava al negozio. Passava la gente da me, e mi diceva: «Può dire alla Doralice se mi telefona». D’altra parte sulla cassa ho sempre tenuto bene in evidenza il cartellino con scritto: «Assistenza in ospedale o a domicilio, telefonare», così a volte anche la gente di passaggio, che veniva a prendersi qualcosa perché aveva qualcuno in ospedale, prendeva nota. Appena vedevo che prendevano nota gli dicevo che l’infermiera era mia moglie e mi sembrava, chissà perché, che così si fidassero di più.
Devo confessare che ho un difetto. Mi è sempre piaciuto giocare a carte. Anche dopo sposato, mia moglie tante notti era fuori. Al bar da Nino ci trovavamo a volte in tre quattro, a volte anche in sette otto. Lui tirava giù la clair alle otto e cominciava a pulire, noi arrivavamo un poco dopo. Giocavamo anche a soldi, ma poco. I più fedeli erano Gianni, il barbiere, Marita la profumiera, Marta la cartolaia con suo marito (che faceva l’organista e l’insegnante di piano), e Berto dell’edicola. Giocavamo anche fino a tardi, fino all’una o alle due, e alla fine uno poteva avere vinto o perso cinquantamila lire. Che poi vinci oggi, perdi domani, eravamo sempre lì. Era più che altro per non giocare per niente. Se Doralice era a casa, invece, stavo a casa e guardavamo la televisione.
Una volta che diluviava ho accompagnato a casa la Marita, che abita quasi dall’altra parte della città, e poi sono salito a casa sua. Ma è stato una volta sola, e poi siamo andati avanti come sempre. Probabilmente è stato perché non le sono piaciuto tanto, ma allora pensai che era stata una fortuna. Una notte che a giocare non c’era nessuna donna, e noi uomini c’eravamo tutti, a un certo punto ci fu una serie di battute di Gervasio, il dipendente di Sergio l’elettricista, e così capimmo che c’eravamo stati tutti, qualcuno per una volta e qualcuno per due o tre, ma mai niente di più. Da quando abito nel retrobottega è venuta qualche volta a trovarmi alla chiusura, e si capiva che cosa voleva, ma io ho lasciato stare.
Quanto al gioco, la verità è che io vincevo abbastanza spesso perché non bevo, invece ad esempio Berto abbastanza presto cominciava a confondersi. Anche l’edicola, tolte le ore del mattino presto quando c’era più lavoro, spesso la lasciava alla moglie e si rifugiava da Nino. Così che quando la moglie andava a casa a metà pomeriggio, a preparare da cena, Berto stava lì a non trovare i giornali e a imbrogliarsi sui resti. Di sicuro qualcuno se ne approfittava.
Antenore non veniva quasi mai la sera da Nino, e se veniva non giocava. Viveva da solo e passava le serate a studiare la matematica. Non aveva nemmeno la televisione. Un giorno fecero in città le selezioni provinciali per le Olimpiadi della matematica, e lui vinse. Erano di domenica mattina, nella sala grande delle Casematte, e andammo tutti a vederlo. La sua specialità era il calcolo a mente, senza carta né penna. Era una gara durissima perché erano tutti turni a eliminazione diretta, uno contro uno. Cinquanta domande, due punti se rispondevi giusto per primo, un punto se rispondevi giusto dopo che l’altro aveva sbagliato, zero punti se non rispondevi, meno un punto se rispondevi sbagliato. I concorrenti erano una dozzina e le domande erano una cosa pazzesca. Antenore passò il primo turno, passò il secondo, poi erano rimasti in tre e così fecero un girone all’italiana. Uno dei tre era un professore dell’università, uno che, si diceva, aveva migliorato le teorie di Einstein. Antenore lo batté di un punto solo, invece l’altro lo stracciò. Vinse una targa, un buono acquisto per l’Upim da un milione, e l’ammissione alle regionali. Vinse anche lì, due mesi dopo, e andò a Roma. Lo accompagnò solo Gianni, perché poteva star chiuso il lunedì. Arrivò terzo, e a buttarlo fuori dalla semifinale fu proprio il professore universitario, che si era presentato anche in un’altra regione. Antenore fece ricorso, ma gli diedero torto. Lui decise che era tutta una truffa, e che non avrebbe partecipato mai più. Intanto vinceva premi su premi con i concorsi delle riviste di matematica, e questo gli bastava. Ogni tanto vinceva soldi, ma per lo più vinceva completi da sub, enciclopedie della matematica e dell’enigmistica, biografie di grandi matematici, tessere Viacard, abbonamenti a riviste internazionali, buoni d’acquisto, completi di biancheria da casa, e così via.
Una volta vinse una vacanza a Lisbona per due persone, e la regalò a me e a Doralice. La mattina dovevamo assistere alle olimpiadi matematiche portoghesi, ma il pomeriggio e la sera potevamo stare con gli altri o andare per conto nostro. Tutte le sere Doralice telefonava in Italia per dirgli quanto ci divertivamo e quant’era stato generoso con noi. Io invece telefonavo a Duilio, lui mi diceva com’era andata e io gli dicevo come doveva fare. Ci divertimmo molto, anche se era pieno inverno e faceva un bel freddo. Tornammo contenti.
Io non sapevo che allora Antenore e Doralice andavano già d’accordo. Non sapevo che certe sere Doralice usciva per andare in ospedale o a casa di qualcuno, io andavo da Nino, e invece Doralice finiva nel letto di Antenore. Non sapevo che certe volte avevano fatto le loro cose nel mio letto. Non sapevo che Doralice lavorava meno di quello che pensavo e che compensava con i soldi che Antenore faceva con i concorsi o rivendendo i premi dei concorsi.
Spam dappertutto, ragazzi. A centinaia nei commenti, ora anche nei trackback. Gianluca Neri, ossia il padrone di casa, si è messo subito all'opera. Per un paio di giorni l'accesso a questo diario mi è stato impossibile: c'erano lavori in corso. Grazie mille a Gianluca.
E tra un'oretta, tutti al cinema Excelsior. Terza serata realvisceralista sui Riti di passaggio. Tema: esibizioni. Leggerò io, leggerà Marco Bellotto, leggerà Romolo Bugaro, farà l'ospite d'onore Tiziano Scarpa.
Io, naturalmente, visto il tema, leggerò sant'Agostino, Jan-Jacques Rousseau, Montaigne, Gattostanco, Pornosnob, Brèkane, e altri illustri.
In Perceber si può leggere Chi è il tricheco?, episodio estratto dal terzo capitolo del romanzo. E si possono vedere alcune fotografie: la casa in cui abita Giovanni Migliore (uno dei tre personaggi principali del romanzo), nonché la via prospicente: via Caetani.
[Ieri avevo scritto via Fani, per errore.]
Una commemorazione del Maurizio Costanzo Show. Uno spottone per lo sconosciutissimo romanzo Lob Vinci and the Spankers di Roberto Biasizzo. Un confronto tra il mito di Orfeo come raccontato da Cesare Pavese e come raccontato (sulla falsariga di Pavese) da Alessandro Baricco. Questo e altro nel nuovo blog multiautore di Pordenonelegge.it/2005/ (home page ancora provvisoria): L'arte di leggere.
[Con la partecipazione, tra gli altri, di Parole di Sicilia, Kimota, Marco Candida, Roberto Tossani, Inchiostrando, Palomar, Luna di Giorno, Blog senza qualità, Louie, Papino, Graziella del Merdaday: per ora.]
E con un pezzo di Tullio Avoledo s'inaugura anche L'arte di scrivere.
Ho sistemato un po' vibrisse. Per le ragioni che spiego qui, ho creato uno spazio apposito per gli annunci di incontri, conferenze, convegni, reading, corsi e laboratori di scrittura, concorsi, eccetera: la bacheca di vibrisse.
Giuliana Sgrena, inviata in Iraq del quotidiano italiano il manifesto, è stata rapita un paio d'ore fa a Baghdad. Questo il suo ultimo articolo, pubblicato nel manifesto del 2 febbraio:
Dopo il voto, le grandi manovre. In attesa dei risultati delle elezioni, già cominciano le trattative tra i vari gruppi politici che rappresentano l'Iraq. Con un obiettivo: evitare l'emarginazione dei sunniti, che hanno boicottato le urne, e arginare al Zarqawi
Lo spoglio dei voti di domenica procede lentamente, tranne che nella privilegiata «zona verde» da dove emergono le prime indicazioni: testa a testa tra la lista del premier Iyad Allawi e quella guidata da al Hakim e sponsorizzata dall'ayatollah al Sistani, che invece farebbe la parte del leone nella città santa di Najaf. Test, quello della «zona verde», sicuramente poco significativo rispetto agli 8 milioni di votanti iracheni. Anche la percentuale dei partecipanti è ancora provvisoria. Una provvisorietà che denuncia il clima in cui si è svolta questa consultazione. Che tuttavia ha espresso la grande volontà di partecipazione e di riscossa del popolo sciita, i cui rappresentanti usciranno vincitori dalle urne. Una vittoria che rischia di essere di Pirro se, paradossalmente, non verrà legittimata dai sunniti che questo voto hanno boicottato in massa, non solo per paura ma soprattutto per scelta. E proprio per le condizioni in cui si è svolto: sotto occupazione militare. Non sono ancora noti i risultati, ci vorrà una settimana per quelli definitivi, che già i vari leader ritenuti favoriti stanno affrontando il problema principale che si pone loro: quello del recupero della minoranza sunnita, visto che a farlo non basteranno gli appelli al dialogo lanciati dal premier ad interim Iyad Allawi. «E' tempo che gli iracheni si uniscano. ... I terroristi sono stati sconfitti» ha detto Allawi, rivolto alla minoranza sunnita. «Non ci sono né vincitori né vinti», gli ha fatto eco il presidente uscente Ghazi al Yawar, che si candida alla sua successione, uno dei pochi leader sunniti, insieme al liberale Adnan Pachachi, ad aver partecipato alle elezioni. Yawar propone una collaborazione tra tutti i partiti politici - con l'eccezione di quelli macchiati di sangue. Ma se una riconciliazione vera tra gli iracheni passa attraverso l'allontanamento delle truppe straniere, un primo passo potrebbe essere la richiesta di ritiro in tempi brevi. Passo che al Yawar non ha voluto fare: l'ipotesi di un ritiro immediato è assolutamente prematura, ma si può prevedere una diminuzione delle truppe straniere presenti nel paese entro la fine dell'anno. I politici iracheni legano questa ipotesi di ritiro alla formazione di un esercito forte. Obiettivo su cui sta puntando Allawi, anche attraverso il recupero degli ex ufficiali baathisti, compresi quelli coinvolti nella resistenza. Sarebbe in corso una trattativa tra americani e ex militari di Saddam per un loro reinserimento in cambio dell'eliminazione di Zarqawi, o dei gruppi terroristici ritenuti legati a al Qaeda. I terroristi stanno inquinando l'immagine della resistenza e non servono a combattere l'occupazione, quindi la loro eliminazione potrebbe diventare terreno d'accordo. Anche se difficile da realizzare. Al recupero degli ex baathisti nell'esercito e nell'amministrazione punta anche il ministro delle finanze Abdel Mahdi, dell'Alleanza irachena unita, purché «il vecchio regime non si rigeneri».
La vittoria elettorale sciita rappresenta una carta molto importante per Tehran, non solo perché l'ispiratore Ali al Sistani è un iraniano, ma perché l'Iraq potrebbe seguire il modello iraniano. Anche se potrebbe persino succedere il contrario: il «quietismo» di Sistani sembra fare sempre più adepti in Iran in alternativa al velayat-e faqih (il potere dei mullah), la teoria di Khomeini ora difesa da Khamenei. L'altra faccia della medaglia è l'isolamento dei sunniti, che allarma i paesi vicini appartenenti alla stessa confessione. E gli sciiti che aspirano al potere a Baghdad non possono permettersi di inimicarsi Siria e Giordania. Soprattutto i leader sciiti e kurdi non possono permettersi di escludere dall'Assemblea costituente la minoranza sunnita. Perché l'assemblea dovrà elaborare la carta costituzionale che costituirà le fondamenta del nuovo Iraq. Non solo questa ricomposizione è necessaria per la stabilizzazione del paese ma anche per permettere l'approvazione della costituzione. La minoranza sunnita, se esclusa, potrebbe utilizzare una clausola della legge transitoria che permette a una maggioranza di due terzi raggiunta in tre province di respingere la costituzione nel referendum che dovrà tenersi entro il 15 ottobre. Sono molti i motivi per cui i sunniti non possono essere emarginati, compreso quello che un isolamento potrebbe portare a una radicalizzazione delle posizioni, anche quelle della resistenza e a uno scivolamento verso il terrorismo. Un problema nel «recupero» della minoranza sunnita è costituito dal fatto che questa comunità non ha un leader riconosciuto. Per ora un ruolo influente sui sunniti, anche per il boicottaggio del voto, è stato giocato dal Consiglio degli ulema. Ma una rappresentanza esclusivamente religiosa sia in campo sunnita che sciita porterebbe inevitabilemente verso uno stato islamico, fortemente sponsorizzato da Sistani, ma temuta da altri. Sono questi temi che hanno già visto scendere in campo i probabili candidati alla carica di primo ministro, oltre al vicepresidente Ibrahim Jafaari e il ministro delle finanze Abdel Mahdi, anche lo scienziato nucleare molto vicino all'ayatollah al Sistani, Hussein al Shahrastani, tutti candidati dell'Alleanza irachena unita.
Grazie a Gattostanco, che a sua volta ha trovata la notizia in Come si fa un blog di Sergio Maistrello, ho scoperto che nella Civiltà cattolica, è uscito un interessante articolo su "Il fenomeno blog". Lo firma Antonio Spadaro, che nella rivista culturale dei gesuiti segue, da parecchio tempo e con molta attenzione, quanto di nuovo avviene nella scrittura italiana.
Scrittura, dico. Il supporto non è decisivo.
Ho finalmente finito di leggere Fiona, il romanzo nuovo di Mauro Covacich. Non ne farò una recensione (anche perché nelle recensioni a caldo do sempre il peggio di me). Vorrei solo aggiungere due cose alla lussuosa recensione che ne ha fatto Tiziano Scarpa (e vedi la risposta di Mauro).
1) Il senso politico di Fiona è: "E' tutta colpa dei comunisti". La squadra che lavora alla produzione di Habitat, trasparente trasposizione di Grande Fratello, è composta tutta di comunisti e anarcosindacalisti. I segni sono evidenti: l'abbigliamento, le bevande, i dreadlocks, le scarpe, eccetera. Le educatrici dell'asilo frequentato dalla bambina Fiona sono comuniste: e anche qui i segni sono nell'abbigliamento, in un certo linguaggio stile Reggio Children, e così via. I libri dai quali il protagonista attinge frasi e concetti per giustificare le scelte della produzione di Habitat (e che Mauro indica in una nota finale) sono, almeno in parte, libri scritti da probabili comunisti (non so se Paolo Taggi è comunista, ad esempio, ma vari suoi libri sono pubblicati da Editori Riuniti; il filosofo sloveno Slavoj Zizek citato da un altro personaggio è sicuramente comunista).
2) Il protagonista, Sandro detto Top Banana, confessa continuamente di essere Minemaker, trasparente trasposizione di Unabomber. Mauro ci ha la fissa di Unabomber: ha anche pubblicato nel 1999 un libro (ora introvabile) per le edizioni Theoria, intitolato La poetica dell'Unabomber. Consideriamo la sua dichiarazione: "Credo di essere l'Unabomber di Pordenone". Nel romanzo Minemaker dichiara di essere Minemaker, e nessuno gli crede (nessuno lo prende sul serio); nella realtà Mauro Covacich dichiara di essere Unabomber, e nessuno gli crede (nessuno lo prende sul serio: altrimenti l'avrebbero già arrestato). Il libro di Mauro è uscito il 19 gennaio 2005. Unabomber è tornato a colpire il 26 gennaio 2005 (ma l'ovetto esplosivo poteva essere stato deposto qualche giorno prima). Unabomber, dice un profilo compilato dagli esperti" (gli esperti non mancano mai) "agisce quando sente di più la distanza tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere". Nella risposta a Tiziano, Mauro scrive: "La tv ha plasmato la percezione che noi abbiamo di noi stessi, ma non solo quando concorriamo al Grande Fratello o facciamo una comparsata televisiva, no: soprattutto quando usciamo di casa e saliamo in motorino. Se ogni attimo della mia giornata può passare su uno schermo, ancora di più io mi figurerò la mia vita come una fiction (ancora di più, perché già prima quando pensavo di essere me stesso, non ero altro che una rappresentazione consapevole di me stesso), ancora di più ora, quando salirò in motorino, mi penserò o rischierò di pensarmi come quello che recita la parte di salire in motorino". Non solo la distanza tra ciò che si è e ciò che si vuole essere è incolmabile; non è nemmeno possibile voler essere altro da ciò che si è; probabilmente non è nemmeno possibile volere: perché il "qualcuno" che presumeva di volere, di essere, eccetera, è completamente fabbricato dagli autori del programma. Mauro è Unabomber.
La notizia buona è che qualche settimana fa ho spediti due libri di Carlo Coccioli (Fabrizio Lupo e Davide) a una persona che me li aveva chiesti in prestito dopo aver letti questo e quest'altro mio pezzo; e ieri i due libri sono tornati a casa, in un bel pacchetto, accompagnati da altri due libri non in prestito, ma addirittura in dono: La lezione dei maestri di George Steiner (Garzanti) e Diotima e la suonatrice di flauto di Ida Travi (La Tartaruga). La Lezione dei maestri è un libro che già possiedo (ma non ho ancora letto); la copia ricevuta in dono è quindi destinata a essere donata nuovamente.
La notizia cattiva la tengo per me: perché sono amareggiato e confuso; e perché forse quello che ha sbagliato sono io.
Qualche giorno fa Tiziano Scarpa ha lungamente recensito in Nazione indiana il romanzo di Mauro Covacich Fiona, testé pubblicato. Successivamente Mauro Covacich, sempre in Nazione indiana, ha risposto alla recensione di Tiziano Scarpa.
Un paio di frasi di Covacich mi hanno fatto sobbalzare:
Tutti noi che facciamo letteratura seria vogliamo scrivere un libro scandaloso, nel senso non frivolo ma profondo, etimologico di questo termine. Scandaloso come la sofferenza del Cristo, scandaloso come l’uomo con la faccia coperta di bargigli nella piazza di Lisbona, preso a bandiera da Moresco nel suo contributo al libro collettivo Patrie impure. Scandaloso nel senso di bello, bellissimo.
E’ possibile scrivere un libro così scandalosamente bello da scandalizzare il sistema al punto da impedirgli di sussumerlo all’interno?
Non avevo mai pensato che la "sofferenza del Cristo" potesse essere considerata "bella, bellissima", "scandalosamente bella". Non avevo mai pensato, in somma, che potesse essere considerata uno spettacolo.
Ricevo da Demetrio una lettera a proposito della lettera di Giuseppe Genna e dei miei inizi di risposta (uno e due). Ringrazio Demetrio per avermi dato il permesso di pubblicarla; su sua richiesta maschero il nome della sua interlocutrice.
Caro giulio, anche io ti scrivo una lettera senza obbligo di risposta, ma te la scrivo in privato che è meglio.
Oggi parlavo del mio racconto apparso su sacripante! (a proposito lo segnali? non il mio racconto, ma sacripante!... poi se il mio acconto ti piace è pure meglio..) ne parlavo con p***.
Lei criticava il mio, per lei, incredibile ricorso a tematiche religiose.
Lei mi diceva ma cosa ci trovi di attraente, cose ci trovi di "dicibile", di "narrabile" in queste realtà, che sono così più alte di noi, così altre da noi che ti faranno prima o poi impazzire.
Lei, p***, la buttava poi sui sensi di colpa, che divoravano la mia
esistenza, di cui sembrano pieni i mei racconti.
A me è venuta in mente come unica obiezione al suo discorso la parola
redenzione.
Questo sentimento è così forte, che non quasi non riesco a spiegarlo. Voglio dire, non è la redenzione da catechismo, non è la rendezione da due soldi, che certe volte i preti ci raccontano. Solo domenica c'era quel passo di San Paolo bellissimo "dio ha scelto i deboli... dio ha scelto i poveri... dio ha scelto gli stolti... dio ha scelto ciò che è nulla per rendere nulla tutte le cose davanti a lui", e il mio parroco ha fatto una predica che era orribile. Niente di questo messaggio arrivava alla gente, niente gliene importava alla gente di quelle parole di paolo e del fatto che il prete le lasciava cadare come lettera morta.
La mia redenzione è qualcosa che ha a che fare con la possibilità di dare carne e corpo, di ridare carne e corpo: è come se scrivendo di questi personaggi (mio nonno - lo sai mio nonno sta morendo, e io volevo ricordarlo con il racconto, volevo ricordarlo ora che è in vita, perché so che quando morirà sarà tutto tremendamente più terrificante, più sconcertante e forse non avrò tutte queste parole, tutte queste frasi da far girare su di lui - i miei amici, la mia fidanzata), la scrittura, che sia la mia è un puro caso, li redimesse dal male che hanno, dal male che compiono e dal male che subiscono.
C'è questa spinta nel mio scrivere, c'è questo orizzonte, che credo in questo momento sia il solo che posso percorrere. Il solo anzi che mi senta di percorrere; sai alcuni mi hanno chiesto perché stia scrivendo questi racconti (fondazione, l'intruso, la minima quantità, incinto di una chiesa - li trovi tutti sul blog) che sono lontani dal solito, dal mio solito.
Io penso che abbia molto a che spartire con questo sentimento di apocalissi, di rivelazione e redenzione. A questa possibilità, più o meno oscura, di riuscire a dire una parola su questo mistero: capisco anche la fatica delle persone nel seguirmi, ma penso, per quanto mi riguarda, umanamente parlando, che siano questi racconti necessari.
Ne parlo con te, perché sento per certi versi una affinità di scrittura: soprattutto per quanto riguarda la seconda parte della tua lettera a Genna; il tuo essere preoccupato, al più, dell'etica che dell'essere.
Credo che in questo senso l'atteggiamento sia il medesimo.
C'è, credo, un fondamentale legame, tra redenzione e relazione: e credo che questo legame stia nello scandalo. Proprio.
Quello che scriviamo, quando parliamo di qualcuno che conosciamo, produce in questo "qualcuno" una reazione che è quasi sempre di scandalo.
Una sorta di: io non sono così come tu mi scrivi, io non sono questa persona che tu hai fatta parlare qui, io non sono, io non sono...
Lo scandalo è che la redenzione deve passare per la relazione con le altre persone, e questo significa mostarle per quello che sono. E le persone sono essenzialmente male.
Non c'è redenzione che non passi per il male, ci deve essere il male, qualsiasi tipo di male, in qualsiasi ordine e grado, perché segua una redenzione. Non può che essere così. La riflessione di Leopardi "Tutto è male" è la più incredibile sconcertante scoperta: se tutto è male, tutto è possibile redenzione.
E questa rendezione deve passare assolutamente per la relazione tangibile e totale con il male, con il male altrui, che diventa nostro, solo in questo modo, diventa possibile lo scandalo e quello che ne consegue.
P*** alla fine di tutto questo sproloquio, mi ha chiesto se redenzione significa "salvezza".
Io gli ho detto che no, che non è dato a me sapere questo: redenzione significa che ci si salva dal male, che questo basti per salvarsi, beh, questo non lo so.
Una risposta, se riuscirò a scriverne una, arriverà nei prossimi giorni. Intanto devo finir di rispondere a Giuseppe...
Comete precipitano in piena campagna. Oggetti misteriosi appaiono. Diamanti grandi come noccioli di pesca passano di mano in mano. Donne scoprono i Talking Heads a una settimana dal matrimonio. Catwoman si aggira per Roma.
Che mondo!
Chi cazzo sono, che cosa voglio. Caro Giuseppe, all'inizio volevo risponderti così: voglio trovare delle persone con le quali si possa conversare piacevolmente; perché solo nella conversazione io sono.
La verità è che io non voglio niente. Non ho desideri. Non ho uno scopo. Non ho obiettivi. Questa "operazione di costruzione di uno spazio comunitario che realizzi l'esperienza letteraria", come l'hai chiamata tu, se io l'ho fatta, bene: non l'ho fatta apposta.
C'è una cosa che so fin dal principio: la letteratura è un fatto relazionale. Non si tratta di fare delle opere che stiano lì. Questo essere un fatto relazionale non c'entra niente con tutti i discorsi dei semiologi. Provo a dire: la letteratura è uno dei modi di relazione. Qui c'è sempre il dubbio se usare la parola "letteratura" o la parola "scrittura". Io me la cavo di solito dicendo che la letteratura è "qualcosa di scritto" (uso molte definizioni di letteratura, come vedi: respingo solo quelle che contengono un elemento qualitativo). Qualunque cosa scritta è letteratura, dico: poi può essere buona o cattiva letteratura, e questo è un altro discorso. In questo modo dire "scrittura" o dire "letteratura", è quasi lo stesso. Allora ogni azione letteraria è un tentativo di istituire, o di far vivere, una relazione. E quindi, vabbè, c'entra con la "costruzione di uno spazio comunitario", se lo "spazio comunitario" è uno spazio nel quale le relazioni possono esistere, sono favorite e benvolute, vengono protette.
Allora, se è di questo che stiamo parlando, della letteratura come avvenimento di relazione, di azioni letterarie come azioni che tentano di far avvenire relazioni e di produrre un luogo dove le relazioni possano stare bene, allora mi domando: ma questa, è una poetica?
E mi rispondo: no.
Questa non è né una definizione della letteratura in termini semiologici né una dichiarazione di poetica.
Il terreno, per me, è al massimo quello dell'etica. Per te, Giuseppe, è quello dell'essere: tu confidi nella produzione di realtà per mezzo della letteratura. Il terreno, per me, è solitamente quello della psicologia e occasionalmente, al massimo, quello dell'etica: più in là non vado.
(Sono andato più in là. In altri anni. Gli anni sono passati).
Oggi mi fermo qui.