Caro Giuseppe, non ho voglia di rispondere alla tua lettera senza obbligo di risposta. Naturalmente mi domando perché non ne ho voglia. Mi viene in mente che non ne ho voglia a causa dell'asimmetria: tu mi scrivi pubblicamente in Miserabili, invitandomi a rispondere (se ne ho voglia) privatamente (via email). La mia eventuale risposta, a dire il vero, secondo quanto mi dici, sarà poi pubblicata in Miserabili: il che la farà ridiventare una cosa pubblica. Tuttavia la faccenda mi imbarazza. Mi imbarazza questo passare dalla comunicazione in pubblico a quella in privato, e poi di nuovo a quella in pubblico. Mi rendo anche conto che questo imbarazzo è una sciocchezza. Il che non gli ha impedito di impedirmi, almeno finora, di rispondere.
Questo testo che sto scrivendo ora non è una lettera (via email) a te. E' un testo che, appena avrò finito di scriverlo, pubblicherò nel mio diario. E' quindi un testo che sta in pubblico fin dal suo principio, così come era la tua lettera; e questo, forse, mi aiuterà.
A un certo punto mi scrivi:
Io mi ricordo, in tempi lontani, la rivista poetica e letteraria Scarto Minimo, una delle più notevoli realtà della fine degli Ottanta in Italia, a cui lavoravi insieme a Mario Benedetti, Stefano Dal Bianco e Fernando Marchiori. Già allora faticavi. Non eri nessuno, per utilizzare quest'assurda categoria esistenziale che enuncia l'editoria. Non avevi pubblicato niente, lavoravi come commesso, chi cazzo eri e cosa volevi?
Sono trascorsi molti anni e io vengo proprio a chiederti: chi sei e che cazzo vuoi?
Perché spendi tutto questo tempo a scrivere, a fare, a parlare?
Perché ti inventi costantemente un personaggio di schermo che si chiama giulio mozzi?
Perché, d'altronde, sei giulio mozzi?
Cosa speri?
Cosa agisci, se per caso non speri niente?
Cosa stai facendo?
La letteratura per te cos'è?
Prima devo dire (e scusa la pedanteria) che ai tempi di Scarto minimo io non facevo niente. Firmavo la rivista come direttore responsabile perché tra gli amici di Stefano, Mario e Fernando ero l'unico che fosse iscritto all'Ordine dei giornalisti (non lo sono più, da anni). Ho assistito a qualche riunione di redazione. Stavo lì, e ascoltavo. Mi sentivo, ti confesso, molto rozzo. Ma stando lì, e ascoltando, ho imparato, o almeno così mi sembra, una o due cose che hanno contribuito, qualche anno più tardi, a salvarmi la vita.
Capisci: Stefano Mario e Fernando facevano la rivista, io non facevo niente. Ero il requisito formale perché la rivista potesse essere stampata e chiamarsi: "rivista". Tuttavia, stando lì e sentendoli parlare, mi sono salvato la vita.
Non so "chi cazzo ero e che cosa volevo". Non lo so neanche adesso, Giuseppe. Non chiedermi che cosa voglio. Io non voglio mai niente. Sono un uomo senza desideri. Pressoché tutto ciò che ho fatto, nella mia vita, nel bene e nel male, l'ho fatto perché è capitato. Perché c'è stata un'occasione, e io l'ho presa. Perché qualcuno mi ha tirato dentro, e io mi sono dato da fare. Perché c'era uno spazio, e io ci sono caduto dentro.
Spendo tutto questo tempo a scrivere, a fare, a parlare, perché mi è possibile farlo. Se non mi fosse possibile, non lo farei. Quando lavoravo come fattorino alla Libreria Cortina di Padova ero molto felice. Avevo avuta quell'occasione di lavoro, e ne ero felice. Andavo a lavorare tutti i giorni, tranne la domenica. Facevo le mie otto-nove ore. Avevo le mie cose da fare. Tutte le mattine prendevo su l'ApeCar e andavo a fare le consegne, a fare le spedizioni in posta, a prendere i libri ordinati presso i grossisti. Tutti pomeriggi battevo a macchina le bolle d'accompagnamento delle rese, sistemavo il magazzino, preparavo i pacchi per le spedizioni del giorno dopo, spazzavo e pulivo in terra. Vivevo in un mondo ordinato. Stavo benissimo, te l'assicuro. Non avevo nessun desiderio se non di ciò che avevo: ogni giorno un tempo per lavorare, un tempo per dormire, un tempo per andare a spasso; ogni giorno le mie cose da fare, i soldi bastanti a campare, nessun terrore.
Non so bene perché mi invento, e mantengo costantemente, "un personaggio di schermo che si chiama giulio mozzi", o addirittura, aggiungo, giuliomozzi. Non lo so. Mi viene in mente il "coso con due gambe / detto guidogozzano". Mi viene in mente in Totò Merùmeni, questo "punitore di sé stesso" nel quale, a diciott'anni, mi sono allegramente riconosciuto.
Giuseppe, io non sono una persona. Lo so, detto così è una cosa da scemi. Ma dire di sé non è mica semplice. Io non sono una persona. Io sono una funzione. Non credere che stia credendo a quello che dico: sto facendo dei tentativi. La cosa che mi riesce meglio è: essere servizievole. Io sono utile. Sono uno Jakob von Gunten. Sono una Reverenda Madre: esisto solo per servire.
Queste cose ho anche provato a dirle, una volta, in una poesia bruttissima ma, mi sembra, molto chiara (e molto gozzaniana, per l'appunto). Il mio stato d'animo non è sempre quello, naturalmente (io sono uno che, non essendo una persona, è quello che è il suo stato d'animo), ma quello stato d'animo si presenta con una certa frequenza ed è, negli ultimi anni, nonostante tutto, il mio stato d'animo dominante.
Non voglio niente, credo, caro Giuseppe se non questo: non essere lasciato solo. I miei libri servivano a questo. La newsletter vibrisse, oggi trasformata in blog, non serve che a questo. Il diario nel quale questo testo sarà pubblicato subito dopo essere stato scritto, non serve che a questo.
Nel 1989, Giuseppe, io sono quasi morto. Non ti racconto che cosa è veramente successo. Di solito dico: "Sono stato male", e così dico una pietosa bugia: perché in verità nessuno è stato male, non essendoci nessuno. Io non c'ero. O forse stavano male le cose, il mio letto e il mio tavolo, forse stavano male le persone attorno a me (delle quali non dico il nome), forse stava male il mondo intero. Io non lo so: non lo so, perché non ero. Ciò che accadeva, lo percepivo come un accadere di male a me. Non riuscivo a percepire che io non fossi. Forse accadeva che il mio non essere facesse male alle cose, al letto e al tavolo, alle persone vicine a me. Non dovrei dire: "Sono stato male", ma: "Non sono stato". Se dico: "Sono stato male", nessuno mi fa più domande: e questo è bene.
Non voglio che questo si ripeta. So che è sciocco non volere che questo si ripeta: perché non si ripete, ma continua.
Naturalmente io ho vissuto tutto questo come un male morale. E credo di poter dire: se non sono morto nella carne, è perché a un certo punto tutto questo è diventato un male morale, e come male morale sono riuscito ad affrontarlo.
Noi due, Giuseppe, tu e io, ci siamo incontrati alla fine del 1997. Il mio libro del 1998 si chiamava: Il male naturale. Di quel libro non so più che cosa pensare. Non so che cosa ne pensi tu. Avevo, credo, una sola immaginazione: che il male non è morale, ma naturale. Non so che senso abbia questa immaginazione.
Che cos'è per me la letteratura? Non è altro che questo, credo: una lunga serie di tentativi di immaginare il mondo vero, ossia l'altro mondo, per mezzo di ciò di cui disponiamo: questo mondo.
Se io sto male, una cura mi soccorre. C'è sempre un senso di irrealtà, nello star male, vero? Il male non è reale, stando alle conversazioni che sento al bar, in treno, nei corridoi. Il male è un elemento d'irrealtà che si intrufola in noi diventando: influenza, disgrazia, morte dei cari, violenza, esplosione, tutte quelle cose lì. Il male appartiene a un altro mondo, quando compare in questo mondo non c'è altro da fare che scacciarlo. Io ho scacciato da me tutto il male che c'era in me, e non è rimasto niente.
Poi ho brancolato. Ho fatto dei libri per i quali sono stato, da te, aspramente rimproverato. Felice rimprovero, perché da lì nacque una conversazione scritta (della quale, confesso, non capii nulla), e lì, forse, almeno un poco, ti ho incontrato. Ho cominciato a sentirti.
Questo c'entra poco con le tue interrogazioni, temo. Oppure è tutto qui. Molto semplice.
Perché lo fai? Perché altri l'hanno fatto a me. E' una risposta pavloviana. Ho ricevuto dei doni, li restituisco, li faccio circolare. Non sono capace di tenermi niente.
Per adesso questo. Non so se continuo, ma per adesso: questo.
E' tutto strapieno di cose che mi fanno tanto meditare, "questo". Io spero che "questo" sia il dialogo che si cerca, che si sbaglia, che si annoda, su se stesso e perciò sugli altri.
Posted by: giuseppe genna at 31.01.05 16:31ho sbagliato porta
Posted by: andrea at 31.01.05 17:28un pallone gonfiato
Posted by: boris battaglia at 31.01.05 21:17Sì, boris: di etere aristotelico e bruniano, come si addice a chi sta tra l'essere e il non essere.
Posted by: giuseppe genna at 31.01.05 21:34"Sono un uomo senza desideri".
Epperò, una versione zen di giuliomozzi mi mancava. Ho passato la giornata di natale, sbracato sul divano divorando "ognuno e' perfetto" di raffaele morelli. Pur nell'abbrutimento della situazione, mi sono arrivate, come perle, queste sue parole: "senza desideri, non soffro perche' non ho nulla in cui sperare!", "infertizzare" la mente e poi soffrire se non si avvererà. Una grande lezione di stile.
Ciò detto, e facendo perno sul tuo "L'apprendista" [racconto de Questo è il giardino, ndr], ho avuta la conferma che solo tu potevi aver descritto cosi bene il personaggio ! Per forza, eri tu ! Grazie Giulio Mozzi (si, tutto staccato !!!)
Ora. io se il giuliomozzi esiste oppure no, non lo so nè mi importa di saperlo. Il fatto è che lì, dove dici tu, ci stiamo tutti. c'è poi chi spaccia la propria catarsi(quella sì aristotelica) per rassegnazione. libero. ma ipocrita.
Posted by: boris battaglia at 31.01.05 21:45La cosa che mi riesce meglio è: essere servizievole. Io sono utile. Sono uno Jakob von Gunten. Sono una Reverenda Madre: esisto solo per servire.
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Lo dico: a me giuliomozzi a volte fa paura.
Posted by: darkripper at 31.01.05 22:09Seguo Genna su i Miserabili da non molto tempo. Non condivido tutto ciò che scrive, ma ammiro la brillantezza della sua scrittura. Mozzi lo conosco da più tempo. Alcune sue storie sono straordinarie ed io lo considero uno dei migliori autori italiani di racconti, insieme con il mio concittadino Vincenzo Pardini. Leggo da questo intervento che la sua vita non è stata facile e c'è in lui ancora vivo e avvertito un profondo dolore. Ha attorno a sé purtroppo persone che indulgono a inasprire i ricordi e le ferite. Quando l'eccellente Miserabile scrisse la sua lettera a Mozzi, rimasi stupefatto del perché uno scrittore così attento avesse deciso di entrare a piedi uniti e in scivolata dentro l'anima di un'altra persona. Glielo avrei domandato se fosse stato possibile su i Miserabili. Ora, la risposta così sofferta di Mozzi dovrebbe farci riflettere.
Posted by: Bartolomeo Di Monaco at 31.01.05 22:49Bartolomeo, non intendeva essere affatto un'entrata a piedi uniti. Desideravo soltanto parlare del mio dolore, mi serviva chi lo facesse, pensavo e sentivo che uno dei pochissimi a poterlo fare era Giulio Mozzi. E anche della gioia, e dell'indifferenza, e della transustanzazione. Di quest'ultima cosa, Giulio Mozzi non è uno dei pochissimi capace di parlare: è l'unico in Italia.
Posted by: giuseppe genna at 31.01.05 23:20Ma guarda te. Qualche minuto prima di leggere questa frase: "Sono un uomo senza desideri." stavo leggendo una poesia di Auden (la prima di "Horae Canonicae"). L'ultima strofa inizia così: "I draw breath: that is of course to wish" ("Respiro: questo naturalmente è desiderare") e la traduttrice annota: "Il peccato nasce con il desiderio, ma il desiderio è, secondo Auden, connaturale all'uomo"
Incroci.
Sentire Giulio che parla del male naturale mi fa venire, al solito, l'angoscia. L'aveva scritto anche Scarpa a suo tempo. Non c'è alcuno, fra gli scrittori dell'ultima generazione, il quale sia capace di prendere il proprio cuore e darlo in pasto al lettore così come fa Mozzi. Il quale scriva sul diario pubblico: "Che sia un povero diavolo: è sotto gli occhi di tutti". Poi Genna può o meno rendere onore a questa grandezza. Può o meno dichiarare solidarietà nel dolore. Aggiunge benzina al fuoco. Un altro sofferente. Come se fossimo già pochi. Cazzo, ma c'è qualcuno nel porcomondo che Sta Bene Davvero? E' così diffuso questo male cosmogonico che si impossessa delle nostre identità e non ci fa essere più (cfr: pezzo sull'oblio in quello che secondo me è il più bel libro di Giulio: Fantasmi e fughe)? E dire che leggendo il poema Il culto dei morti nell'Italia contemporanea m'era parso di sentire come una felicità nel passo. Come scarpe che pesano, alla fine, sulla dannata terra, che gravano, consistono liddove noi allora trentenni arrancavamo ancora goffi. E dire che avevo io stesso esultato quando avevo letto che, nel mezzo della nebbia veneziana, ovvero avanzando in lancia verso la discussione di una tesi: lui s'era "sentito" molto felice. Vederlo suonare queste note che ha suonato oggi, mi è quasi intollerabile, non so. Lui poi, ok, può dire che la generosità è l'unico modo che sa di stare al mondo. Può dire che non sa tenersi niente, che deve dare, che non vuol restare solo. Ma, lasciate che lo dica un Vero Altruista Del Cazzo: non è affatto facile, diavolo. Sapeste quanta fatica costa avere gli altri a cuore e sapeste quanto sarebbe stato più facile che qualcuno ci avesse insegnato a fottercene, a consistere di piume e di parole: avremmo smesso di dolerci.
Posted by: l. at 01.02.05 00:23è un testo bello ed importante, un'analisi personale e critica più possibile vicina alla verità o alla sincerità. giuliomozzi non si "tiene niente",dà e dà, è vero, e per quanto sia sconvolgente basta leggerlo o parlarci per intuirlo. genna è fastidioso: ha individuato nomi rivoluzionari :)
Posted by: sara at 01.02.05 05:13parlarGli scusate
Posted by: sara at 01.02.05 05:25giuseppe genna affama una visione distorta di se.
Posted by: andrea at 01.02.05 07:04caro muozzolo, siamo soli e i libbri non sono la vita ma aiutano, quando fanno compagnia. cià.
Posted by: trrùn at 01.02.05 14:33Leggendo questi carteggi mi è venuto in mente un racconto, purtroppo misconosciuto, di Jack London: si intitola ACCENDERE UN FUOCO.
ACCENDERE UN FUOCO, per me, non è soltanto una splendida metafora di quella che chiamiamo vita, ma la metafora ancor più "illuminante" di cosa sia scrivere.
In "Accendere un fuoco" London parla di un uomo che si perde tra le nevi del Klundike.
Il suo obiettivo è quello di accendere un fuoco. E deve accenderlo per due ragioni:se fosse solo per tenersi caldo l'uomo scoprirebbe che questo calore lo porterebbe alla morte perchè 5 minuti dopo averlo acceso, dato che è stanchissimo, si addormenterebbe e morirebbe congelato.
La seconda ragione è che cerca di accendere un fuoco per far luce, perchè sia un segnale, perchè magari qualcuno dei suoi compagni apparentemente così lontani lo veda e magari...lo raggiunga.
E insieme, magari raccontandosi delle storie, possano passare la "notte" che è lunga e faticosa.
beh, è imbarazzante intromettersi tra questi due. lo è per molte ragioni, non ultima quella che, checché ne dicano loro, loro "sono qualcuno", e io no. vuoi perchè la rappresentazione del dolore e dell'intimo, scritti così, fan temere di non riuscire a spiegarsi. tuttavia, non mi so trattenere da presenziare attivamente con un passaggio. naturalmente non dirò nulla; quasi tutto è già stato detto, da loro.
concordo sulla versione zen di cui diceva cletus; e però, l'assenza del desiderio, se non ho capito male, presuppone una sorta di trasformazione, o ascesi, o come diavolo si vuol dire. e invece in giulio, qualche volta, sento trasudare un dolore cristiano d'altri tempi. e lo sento, quando c'è, in maniera assoluta, generosa, talmente reale da rendere la letteratura, quel qualsiasi cosa di scritto, sangue e carne.
per genna il discorso è diverso, e qui siamo all'ostello giuliomozzi; tutti ospiti ben accolti, anche se non portano che se stessi.
che è poi relazionare, stare con, comprendere, ecc.
cristiano prakash
Posted by: cristiano prakash at 02.02.05 08:04Giulio, Giulio…Vediamo se così ti accontento”.
“Diciamo che Giulio, in Italia, è per me il più prossimo alla quintessenza”.
“Una grande lezione di stile. (…)ho avuta la conferma che solo tu potevi aver descritto cosi bene il personaggio ! Per forza, eri tu ! Grazie Giulio Mozzi”.
“Alcune sue storie sono straordinarie ed io lo considero uno dei migliori autori italiani di racconti”.
“mi serviva chi lo facesse, pensavo e sentivo che uno dei pochissimi a poterlo fare era Giulio Mozzi.
“Non c'è alcuno, fra gli scrittori dell'ultima generazione, il quale sia capace di prendere il proprio cuore e darlo in pasto al lettore così come fa Mozzi. (…)Poi Genna può o meno rendere onore a questa grandezza”
“Lui poi, ok, può dire che la generosità è l'unico modo che sa di stare al mondo. Può dire che non sa tenersi niente, che deve dare, che non vuol restare solo.”
“giuliomozzi non si "tiene niente",dà e dà, è vero, e per quanto sia sconvolgente basta leggerlo o parlarci per intuirlo.”
“e invece in giulio, qualche volta, sento trasudare un dolore cristiano d'altri tempi. e lo sento, quando c'è, in maniera assoluta, generosa, talmente reale da rendere la letteratura, quel qualsiasi cosa di scritto, sangue e carne”.
Ciò che ha scritto Marco Candida, invece, mi è piaciuto molto. Quello, per me, è un amico, tienitelo caro.
Buon inizio settimana.
Ma pensa un po'.. certe volte davvero ci sono quelle cose che ti fanno proprio sentire a casa.. e tu pensi: sono tra amici. E la mia morosa non mi parla da 48 ore e tra poco ci sposiamo. E arriva anche un bambino. E io non so nemmeno se lo vedrò mai, se saremo ancora insieme e anche io avrò la possibilità di dire: "sono stato male". Però c'è stato un momento qualche anno fa, in cui ho smesso di scrivere. Mi sfuggiva la vita: mi sfuggiva il suo perchè e mi sfuggivano anche l'odore ed il sapore. Non è stato così difficile, smettere di scrivere. Non mi sento nemmeno più molto colpevole. Forse questo basta: aver scritto. Ed essersi sopravvissuti.
Posted by: d at 08.02.05 00:12