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31.01.05

Vibrisse

In vibrisse, la seconda parte del saggio-racconto di Giovanna Zoboli sull'editoria per l'infanzia intitolato La vera storia dei Topipittori; la rubrica quindicinale Dopo Carosello, curata da Mauro Mongarli, oggi dedicata a "domande e risposte" nella pubblicità; e la segnalazione di un paio di laboratori dedicati ai giochi di ruolo e alla sceneggiatura.

Posted by giuliomozzi at 19:08 | Comments (1) | TrackBack

Una risposta (non obbligata) a Giuseppe Genna [1]

Caro Giuseppe, non ho voglia di rispondere alla tua lettera senza obbligo di risposta. Naturalmente mi domando perché non ne ho voglia. Mi viene in mente che non ne ho voglia a causa dell'asimmetria: tu mi scrivi pubblicamente in Miserabili, invitandomi a rispondere (se ne ho voglia) privatamente (via email). La mia eventuale risposta, a dire il vero, secondo quanto mi dici, sarà poi pubblicata in Miserabili: il che la farà ridiventare una cosa pubblica. Tuttavia la faccenda mi imbarazza. Mi imbarazza questo passare dalla comunicazione in pubblico a quella in privato, e poi di nuovo a quella in pubblico. Mi rendo anche conto che questo imbarazzo è una sciocchezza. Il che non gli ha impedito di impedirmi, almeno finora, di rispondere.
Questo testo che sto scrivendo ora non è una lettera (via email) a te. E' un testo che, appena avrò finito di scriverlo, pubblicherò nel mio diario. E' quindi un testo che sta in pubblico fin dal suo principio, così come era la tua lettera; e questo, forse, mi aiuterà.
A un certo punto mi scrivi:

Io mi ricordo, in tempi lontani, la rivista poetica e letteraria Scarto Minimo, una delle più notevoli realtà della fine degli Ottanta in Italia, a cui lavoravi insieme a Mario Benedetti, Stefano Dal Bianco e Fernando Marchiori. Già allora faticavi. Non eri nessuno, per utilizzare quest'assurda categoria esistenziale che enuncia l'editoria. Non avevi pubblicato niente, lavoravi come commesso, chi cazzo eri e cosa volevi?
Sono trascorsi molti anni e io vengo proprio a chiederti: chi sei e che cazzo vuoi?
Perché spendi tutto questo tempo a scrivere, a fare, a parlare?
Perché ti inventi costantemente un personaggio di schermo che si chiama giulio mozzi?
Perché, d'altronde, sei giulio mozzi?
Cosa speri?
Cosa agisci, se per caso non speri niente?
Cosa stai facendo?
La letteratura per te cos'è?

Prima devo dire (e scusa la pedanteria) che ai tempi di Scarto minimo io non facevo niente. Firmavo la rivista come direttore responsabile perché tra gli amici di Stefano, Mario e Fernando ero l'unico che fosse iscritto all'Ordine dei giornalisti (non lo sono più, da anni). Ho assistito a qualche riunione di redazione. Stavo lì, e ascoltavo. Mi sentivo, ti confesso, molto rozzo. Ma stando lì, e ascoltando, ho imparato, o almeno così mi sembra, una o due cose che hanno contribuito, qualche anno più tardi, a salvarmi la vita.
Capisci: Stefano Mario e Fernando facevano la rivista, io non facevo niente. Ero il requisito formale perché la rivista potesse essere stampata e chiamarsi: "rivista". Tuttavia, stando lì e sentendoli parlare, mi sono salvato la vita.
Non so "chi cazzo ero e che cosa volevo". Non lo so neanche adesso, Giuseppe. Non chiedermi che cosa voglio. Io non voglio mai niente. Sono un uomo senza desideri. Pressoché tutto ciò che ho fatto, nella mia vita, nel bene e nel male, l'ho fatto perché è capitato. Perché c'è stata un'occasione, e io l'ho presa. Perché qualcuno mi ha tirato dentro, e io mi sono dato da fare. Perché c'era uno spazio, e io ci sono caduto dentro.
Spendo tutto questo tempo a scrivere, a fare, a parlare, perché mi è possibile farlo. Se non mi fosse possibile, non lo farei. Quando lavoravo come fattorino alla Libreria Cortina di Padova ero molto felice. Avevo avuta quell'occasione di lavoro, e ne ero felice. Andavo a lavorare tutti i giorni, tranne la domenica. Facevo le mie otto-nove ore. Avevo le mie cose da fare. Tutte le mattine prendevo su l'ApeCar e andavo a fare le consegne, a fare le spedizioni in posta, a prendere i libri ordinati presso i grossisti. Tutti pomeriggi battevo a macchina le bolle d'accompagnamento delle rese, sistemavo il magazzino, preparavo i pacchi per le spedizioni del giorno dopo, spazzavo e pulivo in terra. Vivevo in un mondo ordinato. Stavo benissimo, te l'assicuro. Non avevo nessun desiderio se non di ciò che avevo: ogni giorno un tempo per lavorare, un tempo per dormire, un tempo per andare a spasso; ogni giorno le mie cose da fare, i soldi bastanti a campare, nessun terrore.
Non so bene perché mi invento, e mantengo costantemente, "un personaggio di schermo che si chiama giulio mozzi", o addirittura, aggiungo, giuliomozzi. Non lo so. Mi viene in mente il "coso con due gambe / detto guidogozzano". Mi viene in mente in Totò Merùmeni, questo "punitore di sé stesso" nel quale, a diciott'anni, mi sono allegramente riconosciuto.
Giuseppe, io non sono una persona. Lo so, detto così è una cosa da scemi. Ma dire di sé non è mica semplice. Io non sono una persona. Io sono una funzione. Non credere che stia credendo a quello che dico: sto facendo dei tentativi. La cosa che mi riesce meglio è: essere servizievole. Io sono utile. Sono uno Jakob von Gunten. Sono una Reverenda Madre: esisto solo per servire.
Queste cose ho anche provato a dirle, una volta, in una poesia bruttissima ma, mi sembra, molto chiara (e molto gozzaniana, per l'appunto). Il mio stato d'animo non è sempre quello, naturalmente (io sono uno che, non essendo una persona, è quello che è il suo stato d'animo), ma quello stato d'animo si presenta con una certa frequenza ed è, negli ultimi anni, nonostante tutto, il mio stato d'animo dominante.
Non voglio niente, credo, caro Giuseppe se non questo: non essere lasciato solo. I miei libri servivano a questo. La newsletter vibrisse, oggi trasformata in blog, non serve che a questo. Il diario nel quale questo testo sarà pubblicato subito dopo essere stato scritto, non serve che a questo.
Nel 1989, Giuseppe, io sono quasi morto. Non ti racconto che cosa è veramente successo. Di solito dico: "Sono stato male", e così dico una pietosa bugia: perché in verità nessuno è stato male, non essendoci nessuno. Io non c'ero. O forse stavano male le cose, il mio letto e il mio tavolo, forse stavano male le persone attorno a me (delle quali non dico il nome), forse stava male il mondo intero. Io non lo so: non lo so, perché non ero. Ciò che accadeva, lo percepivo come un accadere di male a me. Non riuscivo a percepire che io non fossi. Forse accadeva che il mio non essere facesse male alle cose, al letto e al tavolo, alle persone vicine a me. Non dovrei dire: "Sono stato male", ma: "Non sono stato". Se dico: "Sono stato male", nessuno mi fa più domande: e questo è bene.
Non voglio che questo si ripeta. So che è sciocco non volere che questo si ripeta: perché non si ripete, ma continua.
Naturalmente io ho vissuto tutto questo come un male morale. E credo di poter dire: se non sono morto nella carne, è perché a un certo punto tutto questo è diventato un male morale, e come male morale sono riuscito ad affrontarlo.
Noi due, Giuseppe, tu e io, ci siamo incontrati alla fine del 1997. Il mio libro del 1998 si chiamava: Il male naturale. Di quel libro non so più che cosa pensare. Non so che cosa ne pensi tu. Avevo, credo, una sola immaginazione: che il male non è morale, ma naturale. Non so che senso abbia questa immaginazione.
Che cos'è per me la letteratura? Non è altro che questo, credo: una lunga serie di tentativi di immaginare il mondo vero, ossia l'altro mondo, per mezzo di ciò di cui disponiamo: questo mondo.
Se io sto male, una cura mi soccorre. C'è sempre un senso di irrealtà, nello star male, vero? Il male non è reale, stando alle conversazioni che sento al bar, in treno, nei corridoi. Il male è un elemento d'irrealtà che si intrufola in noi diventando: influenza, disgrazia, morte dei cari, violenza, esplosione, tutte quelle cose lì. Il male appartiene a un altro mondo, quando compare in questo mondo non c'è altro da fare che scacciarlo. Io ho scacciato da me tutto il male che c'era in me, e non è rimasto niente.
Poi ho brancolato. Ho fatto dei libri per i quali sono stato, da te, aspramente rimproverato. Felice rimprovero, perché da lì nacque una conversazione scritta (della quale, confesso, non capii nulla), e lì, forse, almeno un poco, ti ho incontrato. Ho cominciato a sentirti.
Questo c'entra poco con le tue interrogazioni, temo. Oppure è tutto qui. Molto semplice.
Perché lo fai? Perché altri l'hanno fatto a me. E' una risposta pavloviana. Ho ricevuto dei doni, li restituisco, li faccio circolare. Non sono capace di tenermi niente.
Per adesso questo. Non so se continuo, ma per adesso: questo.

Posted by giuliomozzi at 14:41 | Comments (19) | TrackBack

L'arte di dar da mangiare

Tiriamo a sorte: tocca a me fare la coda alla cassa, mentre L. e T. si aggirano per la sala in cerca di un tavolo che si liberi.
La coda non è molto lunga. Mangiare alle fiere è sempre un'attività pericolosa. Ma noi siamo stati bravi, e all'una meno cinque eravamo già in cerca del bar.
(Ricerca non facile, peraltro. Vorrei sapere chi ha inventata la segnaletica interna dell'Artefiera di Bologna).
Arriva il mio turno. Dico alla cassiera: "Due panini numero otto, una piadina numero quattro, una macedonia, mezza minerale".
La cassiera mi dà tre scontrini. Uno per i due panini e la piadina, uno per la macedonia, uno per la mezza minerale.
Mi volto verso il banco. Lo osservo.
Mi rendo conto che le bevande vengono dispensate all'estremità sud. Al centro danno via i panini, le insalate e le macedonie. All'estremità nord ci sono le pizze. Le piadine non si capisce bene: stanno al confine tra centro e nord.
Mi guardo intorno. L. e T. si sono impossessati di un tavolino verticale (cioè un tavolino dove si sta in piedi). Mi fanno ciao con la manina, da lontano.
Bene. Vado al banco centrale. Mi servono subito. Chiedo: "Due panini otto e una piadina quattro". "Con cosa i panini?", dice la ragazza, "che con i numeri non mi capisco". "Bresaola e rucola", dico. La ragazza mette a scaldare i panini. "Poi?", domanda. "Poi una piadina quattro. Con prosciutto crudo". La ragazza si volta verso una collega. "Maria", dice, "chi le dà, le piadine?". "Quelli delle pizze", dice la collega. "Ecco", dice la ragazza rivolta a me, "la piadina la prende al banco delle pizze".
Al banco nord, quello delle pizze, ci sono almeno venti persone in coda. Vado al banco sud, prendo l'acqua, porto l'acqua a B. e T., torno al banco centrale, ritiro i panini scaldati, li porto a B. e T., vado a fare la coda al banco nord.
La coda è immobile.
Le ragazze del banco nord gridano alla cassiera: "Solo margherite, adesso! Solo margherite!". Mi rendo conto che non stanno servendo nessuno. "Per le pizze dovete aspettare!", gridano le ragazze alle persone in coda.
Mi lancio. "Io ho una piadina", dico.
"Deve aspettare lo stesso", dice la ragazza.
"Perché?", dico. "Le pizze mancano, ma le piadine ci sono".
"Non posso servirla prima dei signori", dice la ragazza, accennando alle persone davanti a me.
"Ma non porto mica via il posto a nessuno", dico. "Tanto, se loro aspettano le pizze, le pizze non ci sono. Se lei mi scalda una piadina, che problema c'è?".
"Abbiamo disposizioni", dice la ragazza. "Dobbiamo servirvi in ordine".
"Allora fate due code", suggerisco. "Una per chi vuole la pizza e una per chi vuole la piadina".
La ragazza mi guarda. Si volta. Confabula con l'altra ragazza del banco nord. Si mettono d'accordo.
"Signori!", gridano. "Per piacere, fate due code! Una coda per le pizze e una coda per le piadine. Per le pizze qui! Per le piadine qui!".
La coda si agita. Si scopre che ci sono ormai trenta persone che aspettano un trancio di pizza, mentre per le piadine siamo solo in due: io, e una tipa altissima tutta vestita di nero, davanti a me.
"Che piadine volete?", dice la ragazza.
"Quattro", dice la tipa altissima.
"Anch'io", dico.
La ragazza prende su due piadine quattro, le mette sulla piastra.
"Non è giusto, però", dice un signore con il foulard rosso e la giacca viola.
"E' vero, non è giusto", rincara un signore in doppiopetto blu e berretto di lana peruviana.
"Visto?", dice la ragazza del banco. "Abbiamo fatto come voleva lei, e adesso i signori protestano".
"Ma scusate", dico, "le pizze si fanno nel forno, le piadine si scaldano sulla piastra. Sono due distinte linee di produzione. Chiedendo le piadine, non rubiamo mica tempo alla produzione delle vostre pizze".
"E' una questione di principio", dice un giovanotto con una giacca rosa pelosissima e gli occhiali da nerd. "Se bisogna aspettare", continua alzando la voce, "aspettiamo tutti".
"Ha ragione!", grida dal fondo della coda un signore basso e pelato tutto uguale a Fanfani. "Ha ragione!", grida dal centro coda una signora con una giacca di velluto nero sopra un pareo bordò con ricamati elefanti in oro. "Ha ragione!", tuonano in coro quattro galleristi in completo grigio e cravatte fantasia. "Ha ragione!", gridano ormai tutti in coro.
"Visto?", dice la ragazza del banco. "L'avevo detto io".
"Non l'aveva detto", dico.
La ragaza mi ignora, va alla piastra, prende le due piadine, le rimette tra le altre nel banco, guarda me e la tipa altissima, e dice: "Riprendete i vostri posti in coda".
Vado al banco centrale, deserto, prendo un panino con la mortadella (stesso prezzo della piadina) e raggiungo L. e T.

Posted by giuliomozzi at 12:13 | Comments (9) | TrackBack

30.01.05

Ne ho viste già di stanze

Sempre a proposito di camere d'albergo:

le camere d'albergo son perfette:
io ne conosco tante, tutte uguali;
a lavorar per multinazionali
ormai ne ho viste sette volte sette...

[continua a leggere in Sonetti.]

Posted by giuliomozzi at 00:06 | Comments (2) | TrackBack

29.01.05

Gioventù chimica

Lunedì 31 gennaio alle 21, a Padova presso il cinema Excelsior (vicolo Santa Margherita, laterale di via San Francesco), secondo appuntamento del ciclo realvisceralista Riti di passaggio. Il tema della serata è: Gioventù chimica. Leggeranno Marco Mancassola, Roberto Ferrucci e Massimiliano Nuzzolo.

«C'è una letteratura per quando ti annoi. Fin troppa. C'è una letteratura per quando sei calmo. Questa è la letteratura migliore, io credo. C'è anche una letteratura per quando sei triste. E c'è una letteratura per quando sei allegro. C'è una letteratura per quando sei avido di conoscenze. E c'è una letteratura per quando sei disperato. Quest'ultima è quella che volevano fare Ulises Lima e Belano».

[Dichiarazione resa da Joaquìn Font, ospite della Clinica di salute mentale El reposo, nel gennaio 1977. Ulises Lima e Roberto Belano sono considerati da alcuni i fondatori del movimento realvisceralista. Altri li considerano semplici millantatori, se non addirittura usurpatori. Roberto Bolano, I detective selvaggi, Sellerio, p. 273]

Posted by giuliomozzi at 21:35 | Comments (0) | TrackBack

28.01.05

Telefono

Sono in studio. Suona il telefono. Rispondo.
"Ciao, sono Manuela", dice Manuela.
"Ciao Manuela", dico.
"Senti, non ce la faccio più con Roberto", dice Manuela.
"Cos'è successo?", dico.
"Roberto ti ha raccontato?", dice Manuela.
Conto fino a tre.
"Mi ha detto che, dopo quello che era successo, voleva lasciarti", dico.
"E ti ha raccontato che cosa è successo?", dice Manuela.
Ovviamente, penso, questi due non si parlano più.
"Be'", dico. "Sì. Me l'ha raccontato. Dal suo punto di vista".
"Bene, senti", dice Manuela. "Io la sera prima ero andata al ristorante cinese. Hai presente quello in ghetto?".
"Quello che dal Duomo si prende per il cinema, e poi si va a destra e poi a sinistra, sotto i portici?", dico.
"No", dice Manuela, "quello non c'è più. Intendo quello che da via Roma, venendo dal centro, è la prima o la seconda a destra, subito dopo l'edicola".
"Ah", dico, "ho capito".
"Bene", dice Manuela. "Insomma, io la sera prima ero andata in questo ristorante cinese, da sola, con un inizio di depressione, anzi una depressione già abbastanza pronunciata, Roberto era via per lavoro come al solito, e mi sono mangiata ravioli di carne al vapore, riso al curry, misto di verdure e manzo con la cipolla, con mezzo litro di bianco".
"Complimenti", dico.
"Poi ho chiesto il biscottino della fortuna", dice Manuela.
Oh no, penso.
"E nel bigliettino c'era scritto: Smetti di cercare la felicità. E' davanti a te", dice Manuela.
Mi viene un pensiero osceno.
"Allora sono andata a casa", continua Manuela, "Roberto non era ancora arrivato, ho dormito come un sasso, mi sono svegliata, Roberto era già andato via, mi ero presa la mattina libera dall'ufficio perché doveva venire l'idraulico, e quando l'idraulico è arrivato gli ho fatto vedere le tette".
"Così, subito?", dico, un po' stolidamente.
"Sì", dice Manuela. "E lui mi ha fatto vedere l'attrezzatura".
C'è una pausa.
"E allora?", dico.
"Be'", dice Manuela, "un'attrezzatura coi fiocchi".
Ma questi qui, penso, che film guardano?
"Però non ti aspettavi che Roberto rientrasse", dico.
"Sì", dice Manuela, "ma questo non ha importanza".
"Ah", dico.
"Il fatto è che poi Roberto ha passato tutta la giornata a gridare, a dire che non mi voleva più, che dovevo andare via di casa, tutte cose così".
"Be'", dico, "Mi sembra una reazione emotiva comprensibile".
"E allora io la sera mi sono preparata da dormire sul divano", continua Manuela, "e infatti lui non ha detto niente, si è chiuso in camera e stop".
Dovrei dire qualcosa?, penso.
"Solo che poi", continua Manuela, "quando già dormivo, sento che qualcuno mi maneggia, mi si struscia addosso".
Oh no, penso di nuovo.
"Allora apro glio occhi", continua Manuela, "mi giro, e c'è Roberto tutto nudo, con la faccia stravolta e un'erezione pazzesca".
Non devo dire niente, penso.
Invece dico: "E tu che cosa hai fatto?".
"Cosa volevi che facessi?", dice Manuela. "L'ho lasciato fare".
"Ah", dico.
"Guarda", dice Manuela, "è stata una cosa strepitosa".
"H", dico.
"Ti dico solo che sono venuta sei volte", dice Manuela.
"E lui?", domando.
"Quattro volte", dice Manuela.
"Però", dico.
"Be', sai", dice Manuela, Roberto si è sempre mantenuto bene, alimentazione regolata, palestra due volte la settimana, gite in montagna, medicina solo omeopatica...".
"Certo", dico.
"Ecco", dice Manuela.
Questo è il momento chiave, penso.
"E allora?", dico.
"Allora, ero tutta contenta", dice Manuela. "La felicità era davvero davanti a me, pensavo. Bastava lanciare un'esca, una provocazione".
"Bene", dico.
"Bene un corno", dice Manuela. "Adesso ho Roberto che non mi molla più".
"Come sarebbe?", dico.
"L'altra sera si è addormentato sopra di me sul divano", dice Manuela, "e quando ci siamo svegliati ha voluto rifarlo tre volte".
"M", dico.
"E poi io sono andata in ufficio", continua Manuela, "e alla pausa pranzo me lo vedo capitare".
"G", dico.
"Io volevo andare almeno nei bagni", continua Manuela, "ma lui ha voluto farlo sotto la scrivania, perché diceva che era più eccitante".
"P", dico.
"Poi questo pomeriggio alle cinque sono tornata a casa", continua Manuela, "e lui era già lì, con il Kamasutra in mano".
"Kamasutra è un eufemismo?", domando.
"No", dice Manuela, "era proprio il Kamasutra. Era lì che guardava le figure, che provava le posizioni da solo".
"Q", dico.
"Allora dopo che l'abbiamo fatto due volte sul tappeto mi sono rifugiata in bagno", dice Manuela, "e lì mi sono rivestita, ho preso la rincorsa, e sono scappata di casa".
"Lui ti ha inseguita?", dico.
"Non oltre il pianerottolo", dice Manuela. "Tieni conto che era nudo".
"E che cosa pensi di fare?", dico.
"Non lo so", dice Manuela. "Ti telefonavo per chiederti un parere".
"Secondo me gli passerà", dico.
"Ah sì", dice Manuela. "Gli passerà. Ma vorrei essere ancora viva quando gli sarà passato".
"Non hai torto", dico.
"Senti", dice Manuela, "ti va se ci vediamo?".
"Va bene", dico. "Tra un paio di giorni, però, che sono in giro".
"Sì, sì", dice Manuela, "non preoccuparti. Tanto io qui mi sono sistemata".
Ho l'impressione che mi esploda la testa.
"Scusa, Manuela", dico, "dove ti sei sistemata?".
"Io?", dice Manuela. "Ah: qui, dall'idraulico".

Posted by giuliomozzi at 11:28 | Comments (27) | TrackBack

Bz, Co, Bo

Questo pomeriggio sono a Bolzano per la presentazione al pubblico d'un libretto di racconti usciti da un laboratorio di scrittura. Tema: il supermercato. Sabato sono a Conegliano per un altro laboratorio. E domenica di nuovo a Bologna all'Artefiera.

Posted by giuliomozzi at 11:22 | Comments (7) | TrackBack

Il diverso esilio, 2

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Flash Art Show. Hotel Sofitel, Bologna, 27-30 gennaio 2005.

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Sesto piano, stanza 620. Il diverso esilio. Opere di Boris Ruencic (Belgrado) e Giovanna Melliconi (Vignola, Mo). A cura di Bruno Lorini e giulio mozzi. Ne parlavo l'altro ieri.

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Di Boris Ruencic. Leggi la dichiarazione Il diverso esilio di Boris Ruencic.

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Di Giovanna Melliconi.

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Di Boris Ruencic.

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Bruno Lorini.

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Folla al vernissage.

Posted by giuliomozzi at 09:22 | Comments (1) | TrackBack

26.01.05

Vibrisse

In vibrisse, una divertente recensione di Roberta Scotto Galletta a Una cosa divertente che non farò mai più di D. F. Wallace; e la prima parte di uno splendido pezzo di Giovanna Zoboli: che ha fondata una casa editrice di libri illustrati per bambini (i Topipittori) e qui ci racconta di formazione al lavoro editoriale, di passione per la scrittura e l'illustrazione, delle nevrosi specifiche degli illustratori, della difficoltà dello scrivere per bambini senza ridicolmente bambineggiare...

Posted by giuliomozzi at 17:19 | Comments (1) | TrackBack

Il diverso esilio

flashart1mini.JPGIn concomitanza con Artefiera 2005, la rivista Flash Art organizza a Bologna presso l'hotel Sofitel, dal 27 al 30 gennaio, il Flash Art Show.
L'evento (si dice così, vero? questo è un evento, no?) coinvolge, come hanno dichiarato gli organizzatori, "gallerie italiane e straniere molto conosciute o appena nate, artisti famosi o emergenti, curatori alle prime armi e curatori già esperti per un incontro con l'arte più nuova, dissacrante, divertente". La cosa funziona così: ogni stanza dell'hotel è affidata a un artista, o a una galleria, o a un curatore. Che ci mette dentro quello che gli pare.
Lì all'hotel Sofitel, al sesto piano, stanza 620, proprio davanti all'ascensore, ci sarò anch'io. Nelle vesti di curatore, con Bruno Lorini (che in realtà è magna pars nella faccenda), di una esposizione di due giovani artisti: Giovanna Melliconi (di Vignola) e Boris Ruencic (di Belgrado).
Il nome dell'esposizione è: Il diverso esilio.

Giovanna Melliconi è una casalinga. Si dice: «Una donna come tante». Una vita ordinaria: lavorare, tenere la casa in ordine, pensare al mutuo. Non ha ancora trent’anni, ma sa già che cosa è, e che cosa sarà, la sua vita. Boris Ruencic è un uomo che vive di espedienti. La sua patria è semplicemente sparita dall’anagrafe. Abita in Italia da molto tempo, ama l’Italia, nelle parole dei poeti italiani ha letto l’amore verso la patria. Il suo futuro è un mistero. Giovanna Melliconi è sicura del suo futuro: il suo futuro è un’eterna ripetizione del presente. Ha un solo modo di cambiarlo: andarsene, abbandonare le cose, farla finita. Boris Ruencic ha sete di futuro. Coloro che se ne vanno dalla vita finita nella speranza di una vita infinita, gli sembrano meravigliosi. È un diverso esilio, quello di Giovanna e quello di Boris. Non vogliono stare qui. Appare ai loro occhi il sogno di un’altra vita, di un’altra patria. Il sogno è affascinante, è spaventoso. Boris e Giovanna fanno questo: contemplano.

Chi fosse interessato, l'inaugurazione sarà giovedì 27 gennaio 2005 dalle ore 18.30 alle ore 22. L'apertura, nei giorni successivi fino a domenica 30 gennaio, è dalle 16 alle 22. Se non ho capito male, è pure gratis.

Posted by giuliomozzi at 15:30 | Comments (2) | TrackBack

Antologia del blog italiano

logobardablo.JPGTramite costei e costui ho scoperto che questo qui ha fatta questa cosa.

Posted by giuliomozzi at 09:29 | Comments (5) | TrackBack

Telefono

Suona il telefono. Guardo il numero. E' un vecchio amico.
Rispondo.
"Manuela ha un altro!", grida l'amico nel telefono.
"Un altro cosa?", domando.
"Un altro come me!", dice l'amico.
Non è, in effetti, la risposta che mi aspettavo.
"Manuela ha un tuo sosia?", domando.
"No!", grida l'amico.
"Che cos'ha Manuela?", dico, con tono partecipe.
"Manuela ha un altro uomo!", grida l'amico.
Bene, ha sputato il rospo.
"Sei sicuro?", dico.
"Sicuro?", grida l'amico.
"Dico", dico, "ne sei sicuro?".
"Sicuro?", grida l'amico.
"In somma", dico, "sei sicuro o no, che Manuela ha un altro uomo?".
"Li ho trovati...", dice l'amico, con voce che si smorza.
"Dimmi", dico.
"Li ho trovati...", dice l'amico.
"Dimmi", dico.
"Li ho trovati che...", dice l'amico.
"Dimmi", dico.
"...che...", dice l'amico.
"Dimmi", dico.
"Io tornavo a casa...", dice l'amico.
Non è possibile, penso.
"Non dovevo tornare a casa...", dice l'amico.
Eh sì, penso.
"Avevo dimenticato il telefonino...", dice l'amico.
Ecco, penso. Le tecnodipendenze.
"Così non le ho telefonato che tornavo...", dice l'amico.
Ti sei intrappolato da te, penso.
"E quando sono entrato in casa...", dice l'amico.
Forza, penso.
"Li ho trovati che...", dice l'amico.
"Dimmi", dico.
"...che...", dice l'amico.
"Che scopavano sul vostro letto?", domando.
"No", dice l'amico. "Sul tavolo di cucina".
"Come nei film", dico.
"Sì", dice l'amico. "Esattamente".
"E lui come la prendeva?", domando. "Da davanti o da dietro?".
"Da dietro, è ovvio", dice l'amico.
"Lei era tutta sporca di panna montata, o di farina, o di marmellata?", domando.
"Di marmellata", dice l'amico.
"Bene", dico. "La faccenda mi pare chiara".
"Eh sì", dice l'amico. "Purtroppo sì".
"Il telefonino l'hai ricuperato?", domando.
"Sì, sì", dice l'amico.
"E hai deciso cosa fare?", dico.
"Be', la lascio", dice l'amico.
"Mi sembra ragionevole", dico.
"Fin troppo", dice l'amico.
C'è una pausa. Non sappiamo più bene che cosa dirci.
"Ma ne avete parlato?", domando.
"Sì", dice l'amico.
"Lì sul momento?", domando.
"No, no", dice l'amico. "Più tardi".
"Lui chi è?", domando.
"Un buzzurro", dice l'amico.
"Dài, non puoi essere equanime", dico.
"E' vero", dice l'amico. "Ma è un buzzurro".
"Dotato?", domando.
"Dotatissimo", dice l'amico.
"Pensi che sia lì il problema?", domando.
"In che senso?", dice l'amico.
"Pensi che per Manuela tu facessi troppo poco?", dico.
"Troppo poco in che senso?", dice l'amico.
"In somma", dico, "i vostri rapporti erano soddisfacenti?".
"Per me sì", dice l'amico.
"Questa è una risposta cauta", dico.
"No", dice l'amico. "Io posso rispondere per me. Per me erano soddisfacenti. Per lei, posso dire che lo sembravano. Non mi ha mai detto che non lo fossero".
"Non esplicitamente", dico, "ma magari...".
"Guarda", dice l'amico. "La verità è che non ci capisco più niente. Prendo le cose per quello che sono, non mi faccio domande. Capirò un'altra volta, se proprio è necessario capire".
"Hai ragione", dico.
C'è un'altra pausa.
"La cosa buffa...", dice l'amico.
"Dimmi", dico.
"Be'", dice l'amico, "io quella scena me la sono rivista davanti agli occhi un sacco di volte".
"Immagino", dico.
"E ti confesso...", dice l'amico.
"Dimmi", dico.
"...che ogni volta che l'immagine mi riappare davanti...", dice l'amico.
"Dimmi", dico.
"Non so se dirtelo", dice l'amico.
"Dillo", dico. "Tanto ho già capito".
"Eh già", dice l'amico. "E' incredibile. Ogni volta mi viene duro".

Posted by giuliomozzi at 08:54 | Comments (12) | TrackBack

25.01.05

Magari mi sbaglio io

Magari mi sbaglio io, ma in somma; l'ho guardato e riguardato, sfogliato e risfogliato; e mi pare che sia così. Il blog di Paolo Crepet contiene centinaia di commenti: e nessun post. O sono io che non capisco niente?

[Parole con cui Paolo Crepet presenta il suddetto blog:

[...] Io sono sempre stato circondato da una realtà poco virtuale e adesso mi confronto con un viaggio nuovo, tra sconosciuti nello sconosciuto mondo della rete. Sono sempre stato curioso e quando mi è stata prospettata questa opportunità mi sono sentito orgoglioso di poter rappresentare per qualcuno, magari solo per pochi, un pretesto, un'occasione, una possibilità di uscire da un anonimato, da una piccola autarchia. Siamo avvolti da un fragoroso silenzio e la tecnologia può infrangere questa regola finale, può aiutarci a dire che siamo vivi e anche incazzati, che abbiamo qualcosa da dire e da raccontare e ancora voglia di ascoltare, che le nostre città non ci hanno sopraffatto e le frustrazioni spremuto, che non hanno vinto i potenti ma, alla fine, sopravvivono solo i creativi.
Non so come andrà a finire questo blog, vorrei che fosse un'esperienza felice e divertente, una sorta d'appuntamento, come un aperitivo in un bel bar con una serie infinita di proposte stuzzicanti. Mi piacerebbe che questo blog sapesse di anticonformismo non di maniera né di moda, ma di necessità. E spero che si possa creare, con pazienza e coraggio, una piccola biblioteca delle sorprese da cui ognuno possa attingere sorridendo un pezzo d'esperienza da moltiplicare con la propria.
Vorrei che questo blog potesse nascere come un diario segreto tra noi, una piccola consorteria d'inquieti.]

Posted by giuliomozzi at 22:28 | Comments (8) | TrackBack

Vibrisse

In vibrisse, un saggio di Bartolomeo di Monaco su Una lunga pazzia di Antonio Barolini (un autore di cui non sapevo nulla, un libro che, letto per l'occasione, mi è sembrato assai bello) e l'articolo L'opera è aperta? di Laura Pugno: una riflessione su scrittura, Internet, e la loro produzione collettiva.

Posted by giuliomozzi at 17:28 | Comments (0) | TrackBack

Giornalismo e verità

Nazione indiana organizza a Milano, il 19 febbraio 2005, un incontro intitolato: Giornalismo e verità.
Parleranno voci libere e tenaci del giornalismo d’inchiesta: giovani e vecchi, il cronista veterano assieme al giovane che ha appena cominciato e che ha solo la forza della propria libertà e della propria tenacia, attivi in un tipo di giornalismo che oggi trova sempre meno spazio nei giornali, e ancor meno in televisione, direttori di riviste che fanno un lavoro anomalo e controcorrente, direttori di collane editoriali impegnate su questo terreno. Ci saranno racconti, discussioni e proposte, anche per rompere l’isolamento di chi non si arrende alla situazione di violenta chiusura degli spazi e di addomesticamento dell’informazione...

Leggi il séguito in Nazione indiana.

Posted by giuliomozzi at 15:26 | Comments (5) | TrackBack

Senza titolo

Lo_stato_dell_unione.JPG

[grazie a Diego e a costui]

Posted by giuliomozzi at 15:04 | Comments (4) | TrackBack

24.01.05

Sesso

Prima serata realvisceralista, oggi, a Padova, al Cinema Excelsior (vicolo Santa Margherita, laterale di via San Francesco). Tocca a me, a Massimiliano Nuzzolo e a Marco Mancassola. Il tema è: Sesso. Io leggerò da La televisione di Jean-Philippe Toussaint (Einaudi), da La donna di carta di Francoise Rey (Es), da Camere separate di Pier Vittorio Tondelli (Bompiani) e - se farò a tempo - dal Cantico dei cantici. Massimiliano leggerà testi di Ballard, di D. F. Wallace (Brevi interviste a uomini schifosi) e da Bukowski. Marco leggerà da Bambino bruciato di Stig Dagerman, da Il castello di Franz Kafka, e da Glamorama di B. E. Ellis.

Posted by giuliomozzi at 19:21 | Comments (7) | TrackBack

Non ha il diritto

Questo è un post oscurantista.
Ho letto nella Repubblica di ieri, trovata in albergo, un fondo di Eugenio Scalfari. Scalfari commentava la presa di posizione della Conferenza episcopale italiana (presa di posizione espressa approvando la prolusione del segretario generale all'assemblea della Cei svoltasi nei giorni scorsi a Bari) sulla questione della legge sulla fecondazione assistita e dei referendum proposti, e recentemente accettati, per modificarla.
L'argomento di Eugenio Scalfari era questo (ripeto: sto andando a memoria; spero di non sbagliarmi a riferire): sottoscrivendo un patto con lo Stato italiano (Lateranensi e revisioni successive) la Chiesa cattolica si è impegnata a non interferire nella vita dello Stato italiano. Prendendo posizione sulla questione di questa legge e dei referendum proposti per modificarla dello Stato italiano, la Chiesa cattolica interferisce nella vita dello Stato italiano. Quindi la Chiesa ha fatto qualcosa che non ha il diritto di fare, in quanto si è impegnata a non farla.
Ripetutamente Eugenio Scalfari dichiara di non voler entrare nel merito della posizione assunta dalla Cei; e sostiene di voler discutere soltanto il diritto della Cei a prendere posizione su una questione di questo genere.
Nell'articolo Eugenio Scalfari cita i primi articoli del patto stipulato tra la Chiesa e lo Stato italiano (cita sicuramente il secondo, se non ricordo male anche il primo). Riporto qui i primi quattro:

1. La Repubblica italiana e la Santa Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti ed alla reciproca collaborazione per la promozione dell'uomo e il bene del Paese.
2. La Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione. In particolare é assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica.
3. È ugualmente assicurata la reciproca libertà di comunicazione e di corrispondenza fra la Santa Sede, la Conferenza Episcopale Italiana, le conferenze Episcopali regionali, i Vescovi, il clero e i fedeli, così come la libertà di pubblicazione e diffusione degli atti e documenti relativi alla missione della Chiesa.
4. È garantita ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Ora, la mia domanda è: questi quattro articoli dicono o non dicono che la Chiesa cattolica si impegna a non prendere posizione in un caso come quello della legge sulla fecondazione assistita e dei referendum proposti per modificarla?
Secondo me, non lo dicono.
Inoltre: lo Stato italiano è una democrazia, mi pare; e mi pare che uno dei fondamenti della democrazia sia la libertà di opinione: libertà di avere opinioni e di manifestarle. Ovviamente in democrazia non c'è la libertà di imporre ad altri la propria opinione (si possono imporre, per mezzo delle leggi, i comportamenti); e in democrazia non c'è la libertà di impedire a un altro la manifestazione delle sue opinioni. (Queste libertà hanno dei limiti pratici come: la sicurezza nazionale ecc.).
La Chiesa è censurabile nel momento in cui tenta di imporre ad altri la propria opinione o in cui tenta di impedire a un altro la manifestazione delle sue opinioni.
Un'altra domanda (che ha senso solo se la risposta alla domanda precedente è: "No") è: Eugenio Scalfari ha tentato, dichiarando illecita la cosa, di impedire alla Chiesa cattolica la manifestazione delle sue opinioni?
Secondo me, ha tentato (solo simbolicamente, poiché non ha i mezzi per attuare l'impedimento, e perché le opinioni in questione sono ormai ampiamente manifestate).

Se qualcuno fosse interessato al merito della questione (che a me, qui e ora, non interessa), cioè a ciò che ha detto il segretario della Cei nella sua prolusione, ecco (visto che il link soprariportato è un po' scomodo) il paragrafo:

6. Pochi giorni fa la Corte Costituzionale si è pronunciata sui referendum abrogativi della legge sulla procreazione medicalmente assistita, respingendo il quesito che aveva di mira l’abrogazione dell’intera legge e ammettendo invece gli altri quattro che ne domandavano l’abrogazione parziale.
Prendiamo atto di queste decisioni della Corte, al di là dei non pochi interrogativi e perplessità che esse possono legittimamente suscitare. Non cambiano però, e non possono cambiare, la valutazione e la posizione che abbiamo ripetutamente espresso riguardo a questa legge, che sotto diversi e importanti profili non corrisponde all’insegnamento etico della Chiesa, ma ha comunque il merito di salvaguardare alcuni principi e criteri essenziali, in una materia in cui sono in gioco la dignità specifica e alcuni fondamentali diritti e interessi della persona umana.
Pertanto, mentre non abbiamo cercato e non cerchiamo alcuna contrapposizione, non possiamo per parte nostra essere favorevoli a ipotesi di modifiche della legge fatte con l’intento di evitare i referendum: esse non sarebbero infatti in alcun modo “migliorative”, ma al contrario dovrebbero forzatamente abdicare proprio a quei principi e criteri essenziali.
Daremo invece il nostro contributo affinché la campagna referendaria si svolga in forme serene e rispettose, e al contempo attente all’obiettiva gravità dei problemi. A tal fine auspichiamo e chiediamo che le diverse posizioni abbiano ciascuna spazio adeguato sui mezzi di comunicazione, specialmente su quelli di maggiore diffusione.
Il confronto referendario, sebbene da noi certamente non desiderato, può contenere infatti un’opportunità per rendere il popolo italiano più consapevole dei reali problemi e valori in gioco riguardo a quella che il Santo Padre, nel discorso già ricordato al Corpo Diplomatico, ha indicato come la prima delle “grandi sfide dell’umanità di oggi”, cioè “la sfida della vita”. Siamo lieti che in questo confronto i cattolici non siano soli ma si trovino a concordare con molte persone anche non credenti – tra cui uomini di scienza, di cultura, delle comunicazioni sociali – ugualmente preoccupate del nostro comune futuro. Quanto alle modalità attraverso le quali esprimere più efficacemente il rifiuto del peggioramento della legge, sembra giusto avvalersi di tutte le possibilità previste in questo ambito dal legislatore.
Siamo consapevoli delle difficoltà che ci attendono e delle critiche a cui potremo essere sottoposti. È però doveroso per noi esprimerci con sincerità e chiarezza, anche in questa materia, e siamo interiormente sostenuti dalla coscienza di adempiere alla nostra missione e di operare per il bene concreto delle persone, delle famiglie e del corpo sociale.

Posted by giuliomozzi at 09:50 | Comments (24) | TrackBack

21.01.05

Medicine Show

medicineshow_smallest.jpegE' on line il numero di gennaio 2005 di Medicine Show, la rivista musicale più ciarlatanesca d'Italia. Scaricabile in formato Word o Pdf (a scelta). Articoli di Leonardo Colombati, giulio mozzi, Davide L. Malesi, Seia Montanelli, Armando Trivellini, Mario Desiati, Salvatore Di Taranto, Marco Candida. (E, abbonandosi alla newsletter, si può avere il supplemento dedicato a Bob Dylan: Lungo le torri di guardia). Tutto gratis, naturalmente.

Posted by giuliomozzi at 22:46 | Comments (12) | TrackBack

Autobus

Salgo sull'autobus.
Sono le sette e tre quarti, tutti tornano a casa dal centro. L'autobus è pienissimo. Io sto in punta di piedi, sono attaccato con due dita della mano sinistra a una maniglia.
Si sente un suono come di sirena di vaporetto.
Accanto a me una ragazza bionda piccolina, minuta, con un cappottino nero tutto strizzato addosso e una faccenda complicata di stecche e fiocchi per tenere legata la crocchia dei capelli, tira fuori di tasca il telefono.
Ecco, penso.
"Eh?", dice la ragazza, a voce altissima, nel telefono.
Siamo così schiacciati, dentro l'autobus, che il suo telefono è forse più vicino al mio orecchio che al suo. E altre quattro o cinque orecchie sono a meno di due spanne.
Sento un brusio di voce. Voce maschile.
Che età ha la ragazza? La guardo di sguincio. Un'età qualsiasi, penso, compresa tra i sedici e i venticinque anni.
"Eh?", ripete la ragazza, sempre a voce altissima.
La voce maschile si alza di tono. Non distinguo le parole. Sembra la voce di un maschio un po' alterato.
"Eh?", dice ancora la ragazza.
Mi domando se veramente non capisca quello che la voce maschile le dice, o se si tratti di una strategia. Prima di rispondere, ha guardato quale numero la chiamava? Sapeva già con chi avrebbe parlato? O sto assistendo a un dialogo standard?
La voce maschile sta energicamente tendando di farsi intendere. Noto che pronuncia le parole staccate, e che il volume è più alto.
Mi accorgo che quattro o cinque persone - quattro o cinque almeno - stanno orecchiando.
"Eh?", dice ancora la ragazza, senza sognarsi di abbassare il tono di voce.
Ora la voce maschile dice solo due parole. Distinte. Le sentiamo tutti - noi, questa comunità di ascoltatori.
"Dove - sei?", dice la voce maschile.
La ragazza rimane in silenzio.
"Dove - sei?", ripete la voce maschile.
La ragazza respira a fondo, fa una pausa preparatoria di un secondo o due, poi dice:
"Cazzo, papà, dài!".
Tutti tratteniamo il fiato. Il brusio della voce maschile riprende.
"Ma non dire cazzate, dài", dice ancora la ragazza.
Qualcosa sta per accadere, pensiamo tutti. Lo penso io, ma mi sembra che i pensieri dentro le teste delle altre persone facciano addirittura rumore.
"Ma non è vero un cazzo, papà, dài!", dice la ragazza.
L'autobus si ferma. La porta centrale si apre. Sei o sette persone si affannano disordinatamente verso la porta.
"No, guarda, papà, non è proprio il momento per queste cazzate", dice la ragazza.
L'autobus riparte, un po' alleggerito.
"Insomma no, papà, come cazzo te lo devo dire? Mi sta sul cazzo che mi tiri fuori queste cazzate", dice la ragazza.
La voce maschile, la sentiamo tutti, addirittura urla.
"Senti, papà", dice la ragazza, "sono sull'autobus, ci stanno sentendo tutti, guarda che fai una figura del cazzo a tirare fuori queste cazzate adesso".
Io faccio l'indiano. Tutti fanno gli indiani.
"Insomma, papà", dice la ragazza, "sono solo quattrocento euro, cazzo, non sparare cazzate, non me ne frega un cazzo".
Il mio telefono vibra. Lo tiro fuori. Un numero di Parma. E' lavoro. A quest'ora? Di venerdì?
Decido di rispondere, con l'intenzione di dire: "Ti richiamo tra un momento".
"Non me ne frega un cazzo, capito?", strilla la ragazza. "Non me ne frega un cazzo, cazzo, cazzo!", urla, alzando sempre di più la voce, addirittura inarcandosi per urlare più forte.
"Eccomi", dico nel mio telefono.
"Cazzo! Cazzo!", strèpita la ragazza.
"Figa!", dice il mio interlocutore. "Cosa cazzo succede?".

Posted by giuliomozzi at 22:03 | Comments (14) | TrackBack

Si può fare di più

Il cartoncino d'invito per i lunedì realvisceralisti riporta tutte le informazioni, tranne l'ora degli appuntamenti. Lo dico anche qui, a scanso di guai: gli appuntamenti del ciclo d'incontri Riti di passaggio sono alle 21.
Sullo stesso cartoncino c'è scritto: Cinque incontri con sette scrittori. Peccato che gli scrittori siano otto. Le possibilità sono: uccidere uno degli scrittori; convincere uno degli scrittori a suicidarsi; ristampare il cartoncino (ma costa, e poi ne abbiamo già spediti a centinaia); smentire tutto con un comunicato stampa all'Osservatore romano; espellere dal gruppo uno degli scrittori (il più basso, ad esempio).
Oppure fare finta di niente. Che sarà quello che faremo, credo.
Naturalmente la colpa non è del grafico. L'abbiamo guardata tutti, la bozza del cartoncino. L'ho guardata anch'io: prima e più a lungo di chiunque altro.
Ma, sarà l'età.

Posted by giuliomozzi at 17:27 | Comments (3) | TrackBack

Le più alte cariche dello stato

Mi sveglio senza una ragione precisa, ma con la sensazione precisa che non sia l'ora giusta per svegliarsi. Accendo la luce. Sono le tre (del mattino, o di notte: come preferite). Ieri ero andato a letto molto presto: stanchissimo.
Non mi succede quasi mai di svegliarmi di notte: dormo come un sasso, di solito. E quando mi sveglio sono completamente sveglio, pronto all'opera. Come ora.
Allora prendo il libro che tentavo di leggere ieri in treno (tentavo, perché la stanchezza mi impediva ogni concentrazione): La cultura architettonica in Italia tra le due guerre, di Cesare De Seta, Laterza 1972 (ma la mia edizione è quella dell'Universale, del 1978). Lo apro a pagina 251 del secondo volume, dove c'è una bellissima caricatura di Antonio Gramsci. Mi concentro per riprendere il filo del discorso. Si stava parlando, se ben ricordo, della stazione ferroviaria di Firenze, del dibattito che suscitò nei primi anni Trenta.
Comincio a leggere. Infatti. Dopo qualche riga, leggo: "Fu la prima volta che in Italia un concorso per un'opera di architettura divenne un problema di interesse nazionale di cui doverono personalmente interessarsi ed in cui dovettero intervenire le più alte cariche dello stato".
Mi riaddormento di colpo. Mi sveglio alle otto del mattino, con la luce accesa e la faccia schiacciata sul libro. Ancora in pigiama e ciabatte mi precipito in studio. Apro il Dizionario dello stile corretto di Aldo Gabrielli (Edizioni Scolastiche Mondadori 1956; ma io ho l'edizione strenna del 1960) alla voce dovere, ma non trovo nulla. Mi attacco alla rete, chiedo all'Accademia della Crusca. Vanno bene entrambi, accidenti. E lo dice anche il coniugatore elettronico di verbi irregolari italiani dell'Università di Toronto.
Sarò capace di pensare ad altro, oggi?

Posted by giuliomozzi at 09:10 | Comments (14) | TrackBack

20.01.05

Devo correre

"Avoledo, Villalta, Covacich, Garlini: Pordenone è una mafia!". (Letto in Miserabili).

Posso confermare.
(Scusate, devo correre, alle 08.15 ci ho il treno per Pordenone).

Posted by giuliomozzi at 07:30 | Comments (12) | TrackBack

19.01.05

Quanta magrezza c'è a Milano

...ho potuto osservare quanta magrezza c’è a Milano. Le sei ragazze al tavolo accanto al nostro facevano tutte insieme sì e no cinquanta chili, tavolo compreso. E, cosa ancora più inquietante, erano nude. Ma come fanno a difendersi dal freddo se non hanno un lipide addosso?, dice Pulsatilla.

Posted by giuliomozzi at 18:05 | Comments (7) | TrackBack

Hijo

Dieci di mattina. Entro in pasticceria. C'è un po' di gente. Chiedo un caffè macchiato.
Attendo.
La banconiera fa i due cappuccini per le due giovani donne con l'aria da segretarie di studio legale; il caffè d'orzo per la signora con l'aria da pensionata giovane; il caffè ristretto per il signore sui cinquanta con grembiule blu; il cappuccino bollente chiarissimo per la giovane donna altissima in stivali, calze a fasce colorate, minigonna a pieghe e giubbino strettissimo.
Arriva il mio macchiato.
Prendo il piattino e mi allontano di due passi dal banco. Nel frattempo entrano un ragazzone con una giacca a vento bigia enorme e un signore basso in completo grigio e berrettino da baseball rosso.
Mescolo il caffè.
Il signore basso ordina un vassoio di frittelle. Le due giovani donne con l'aria da segretarie di studio legale chiacchierano di vacanze. Il signore con il grembiule parla con la pensionata giovane di una libreria da risistemare.
Il ragazzone con la giacca a vento bigia si precipita al banco. Ci si appoggia con tutti e due i gomiti. "Una coca e un tramezzino con la bresaola", dice.
Il caffè della pasticceria è sempre caldissimo. Continuo a mescolarlo. Mi scotto facilmente.
Il ragazzone muove i piedi. Poi li muove di nuovo. Alza la testa. Appoggia quasi la testa sul banco. Si gira a metà, tenendo il gomito destro sul banco. Guarda in alto. Guarda fuori della porta a vetri.
Comincio a bere il caffè.
Il ragazzone si muove fulmineo. Fa due passi verso la porta a vetri. Muove il braccio sinistro in quello che è, forse, un inizio di saluto. Incontra il mio gomito destro sollevato. La tazzina vola. La faccia mi si riempie di caffè. La tazzina cade a terra.
"Giorgio!", grida il ragazzone senza aprire la porta a vetri, agitando le braccia. "Giorgio!".
La tazzina, a terra, è fracassata.
"Giovanotto", dice la banconiera. "Guardi cosa ha fatto".
Il ragazzone si gira. Tutti lo guardano. Lui guarda tutti, uno alla volta. "Cosa c'è?", dice.
La banconiera mi porge una salvietta di carta. Mi pulisco alla meglio.
"Niente", dico rivolto al ragazzone. "Mi ha solo buttato in faccia il caffè".
"Io non ho preso caffè", dice il ragazzone. "Ho chiesto una coca e un tramezzino".
"Fa niente", dice la banconiera, uscendo da dietro il banco con la scopa e la paletta.
Raccoglie i cocci.
"Vuole passare un momento al bagno?", mi dice.
"Non serve, grazie", dico. "Abito qui".
"Però le faccio un altro caffè", dice la banconiera.
"Grazie", dico.
"E la mia coca?", dice il ragazzone, riavvicinandosi al banco.
Ho l'impressione che in quel momento tutti, me compreso, si rendano conto che nessun Giorgio si è palesato.
"Un momento", dice la banconiera.
Il ragazzone va a guardare le paste.
"Ecco", dice a mezza voce la banconiera. "Sta là, che non fai danni".
"Non è mica niente", dico.
"Non è modo", dice la pensionata giovane.
"Vabbè", dico.
Il mio caffè è pronto. Comincio a mescolarlo.
La banconiera prende una bottiglietta di cocacola. La stappa. Versa la cocacola in un bicchiere. Taglia una fettina di limone. Posa il bicchiere sul banco, a circa una spanna dalla mia tazzina. Incrociamo gli sguardi. Riprende il bicchiere, lo tiene sollevato in aria.
"Giovanotto", dice, "la coca".
Il ragazzone smette di guardare le paste, si precipita verso il bicchiere. Le giovani donne con l'aria da segretarie di studio legale si scansano. Tutti fanno un passo indietro.
Il ragazzone protende il braccio destro, afferra il bicchiere, fa mezzo giro su sé stesso, volta improvvisamente la testa per guardare fuori, grida: "Giorgio!", compie un passo verso la porta a vetri, alza il braccio sinistro.
Durante tutti questi movimenti il bicchiere è rimasto sempre nello stesso punto dello spazio. Il ragazzone sembra appeso al bicchiere. Attorno a lui si fa il vuoto.
Un ragazzo con i capelli biondissimi spinge, da fuori, la porta a vetri. "Giorgio!", grida il ragazzone. Si avvicina infinitesimamente alla porta a vetri che si sta aprendo.
Il bicchiere, restando fisso nello stesso punto, ha un sussulto. La massa liquida della cocacola prende il volo. Tutti i presenti cambiano posizione. La massa liquida della cocacola colpisce in faccia la giovane donna altissima con le calze a fasce colorate.
"Giorgio!", grida il ragazzone. Fa un passo e va a sbattere contro la porta a vetri che il ragazzo con i capelli biondissimi sta ancora aprendo.
"Hijo de puta", sibila la giovane donna altissima.

Posted by giuliomozzi at 17:23 | Comments (13) | TrackBack

Zimbabwe

Stefano Cenerini è un medico bolognese che dal 1997 anni esercita la professione in Zimbabwe, dove vive con la famiglia. Alcuni suoi amici (tra cui il mio amico Franco Foschi: medico anche lui, e con una grande passione per la letteratura) ha fondata un anno fa In missione con noi, una piccola onlus che ha lo scopo di "coordinare la raccolta e l’invio di materiali medico–sanitari e di offerte in denaro" a Cenerini, nonché di "promuovere la figura del medico missionario attraverso iniziative culturali e di informazione". (L'iniziativa - lo preciso perché la parola missionario potrebbe essere malintesa - è del tutto laica).
Mi scrive oggi Franco Foschi: "Cari amici, vi mando la pubblicità per la prossima iniziativa che ho in corso per la mia piccola onlus. Fatecela tutta per partecipare, ho davvero bisogno di soldi da mandare giù nello Zimbabwe! Dobbiamo comprare materiali sanitari e igienici che spediremo presto con un container. Vi ringrazio molto, e fatemi pubblicità!".
L'iniziativa è una commedia, Festa di matrimonio, che andrà in scena il 3 marzo a Bologna, al Cinema Teatro Orione.
Qui scaricate il volantino che spiega l'iniziativa.
Qui Franco Foschi vi dà maggiori informazioni sull'attività di Stefano Cenerini in Zimbabwe.
E cliccando qui potete scrivere a Franco Foschi e prenotare un biglietto per lo spettacolo.

Posted by giuliomozzi at 12:40 | Comments (2) | TrackBack

Wow!

Anche l'Ansa si è occupata di vibrisse.

Posted by giuliomozzi at 11:03 | Comments (1) | TrackBack

E' molto diverso, dice Gattostanco

Scriveva qualche giorno fa Louie: Ho appena finito la prima Short story del 2005. Nel 2005 voglio farmi meno paranoie sulla scrittura, quindi ho deciso di fare leggere le mie cose a più persone possibili. Perché dai semi che semino possono sbocciare fiori magnifici. Se qualcuno vuole leggere la prima short del 2005, basta che mi mandi un messaggio su Gianluigichiocciolinagmail.com e per chiocciolina intendo @. Forse è presunzione, forse solo una richiesta d'aiuto. Chissà.

Ha commentato Gattostanco: A prima vista potrebbe sembrare una condotta un po’ strana per un blogger. Ma in realtà è molto diverso lo spedire a qualcuno dal pubblicare per chiunque. Anche leggere una storia, un racconto, è diverso dal leggere un post. A suo modo, forse, è un atto di tecnoclastia da salvaguardare.

Bene. Io ho scritto a Louie.

Posted by giuliomozzi at 10:41 | Comments (4) | TrackBack

Non sto scrivendo

Gli amici vedono che in questi giorni ci sono poco, da queste parti; e mi scrivono: "Ah, finalmente! Ti sei messo a scrivere il tuo romanzo, vero?".
No, ragazzi, mi spiace. E' che martedì della settimana scorsa sono stato a Milano, mercoledì a Genova, giovedì a Belluno, venerdì a Riva del Garda (Tn), sabato a Conegliano (Tv), eccetera. Ero a Milano ancora ieri, domani sono a Pordenone...
E poi, devo (cioè: voglio) scrivere la risposta alla lettera di Giuseppe Genna.

Posted by giuliomozzi at 10:25 | Comments (1) | TrackBack

Il cielo sopra Riva del Garda

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Riva del Garda (Tn), il cortile interno della Rocca, 14.01.05.

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Riva del Garda (Tn), la torre della Rocca, 14.01.05

Posted by giuliomozzi at 10:15 | Comments (0) | TrackBack

17.01.05

Mentre trotto

Un'altra volta mi sveglio in una stanza che non è la mia. Alzo la cornetta del telefono, la riabbasso subito. Ho chiesto di essere svegliato a quest'ora. Accendo la luce: l'interruttore è lì, giusto dove deve essere. Mi siedo sul letto. Mi drizzo in piedi. Vado in bagno. Mi siedo sulla tazza.
Il bagno è luminosissimo, tutto piastrellato di bianco.
Le camere d'albergo sono perfette. Tutte le cose sono al loro posto. Non c'è niente di superfluo. C'è tutto quello che serve. Nelle camere d'albergo si vive una vita di perfetta funzionalità.
Mi alzo dalla tazza. Entro nella doccia. La saponetta è costituita dell'esatta quantità di sapone della quale ho bisogno per lavarmi. La bustina contiene l'esatta quantità di shampoo della quale i miei capelli hanno bisogno. L'acqua è calda, fredda, tiepida: secondo i miei desideri.
Mi lavo.
L'asciugamano per il corpo è enorme e tiepido.
Dieci minuti dopo sono in strada, sto trottando verso la stazione. C'è nebbia, non si vede quasi niente. Il freddo punge.
Non ne posso più, penso, non ne posso più: della perfezione degli alberghi.

Posted by giuliomozzi at 11:37 | Comments (28) | TrackBack

14.01.05

Rimpatriata

sofia_m.JPGSe ricevete un'email che contiene questa foto di una bambina, e il cui testo dice più o meno: "LA BIMBA SI TROVA NELL'OSPEDALE DI PHUKET, HA PERSO I GENITORI, E NON RICORDA NIENTE NEANCHE LA NAZIONALITA' E PROBABILMENTE NON PARLA PER LO SHOCK FATE GIRARE LA MAIL FORSE QUALCUNO LA RICONOSCE!!!!!!", sappiate che la bambina è stata riconosciuta ed è già stata rimpatriata (in Germania) da quindici giorni. I suoi genitori sono stati dichiarati dispersi. Se volete saperne di più, consultate il "servizio antibufala" di Paolo Attivissimo.
In generale, quando ricevete appelli di questo tipo, la cosa più semplice è fare un veloce controllo mettendo in un motore di ricerca un frammento del testo dell'appello. Se qualche sito specializzato (ce ne sono molti) nella verifica della veridicità delle "catene di sant'Antonio" ha preso in esame l'appello che avete ricevuto, potrete farvi un'idea (il servizio di Paolo Attivissimo, al di là del suo nome giocoso, è uno dei più seri).
Se scoprite che l'appello è falso (è così il più delle volte, putroppo) o che è "scaduto" (come in questo caso), potete scrivere a chi ve l'ha mandato avvisandolo della cosa.

Posted by giuliomozzi at 21:44 | Comments (12) | TrackBack

In punta

Ponte nelle Alpi. Salgo sul treno delle 21.50 per Mestre (Ve). A Mestre prenderò poi il treno delle 23.48 per Padova.
Appena il treno si avvia mi rendo conto che non ho timbrato il biglietto.
Comincio a percorrere il treno a caccia di un controllore.
Arrivo fino in coda.
Tutte le carrozze sono vuote.
Riparto verso la testa.
Tutte le carrozze sono vuote.
Nella carrozza di testa c'è una sola persona. E' il controllore. Raggomitolato su due sedili, dorme. Russa leggermente.
Per terra, le scarpe. Sul sedile accanto, il cappello.
Noto che il controllore porta i calzini bianchi.
Torno in punta di piedi al mio posto.
(Alla stazione di Conegliano, a scanso di guai, mi butto giù dal treno. Prima macchinetta: lucina rossa, guasta. Seconda macchinetta: lucina rossa, guasta. Terza macchinetta: lucina rossa, guasta. Il semaforo diventa verde. Quarta macchinetta: funziona. Timbro, salto sul treno mentre la porta si chiude).

Posted by giuliomozzi at 01:28 | Comments (18) | TrackBack

13.01.05

Uahuauehuuuuu!

Sono sull'eurostar delle 08.55 da Milano a Padova. Mi siedo accanto a due ragazzi in abbigliamento no global. Braghe larghe, maglie sovrapposte, berretti e sciarpe peruviane, piercing al naso (sia lui sia lei), tatuaggi (lui). Lei fa la Settimana enigmistica, lui legge un mensile di motori. Lui tira fuori un lettore di cd, ci mette dentro un cd degli Iron Maiden, si mette gli auricolari, offre a lei un'altra coppia di auricolari. Lei fa segno di no. Partono gli Iron Maiden.
Io leggo Iperione di Hoelderlin.
A un certo punto lui armeggia nelle sue molte tasche, tira fuori un telefono rosa, si toglie gli auricolari, cerca un numero nella rubrica, porta il telefono all'orecchio.
"Uahuauehuuuuu!", grida.
"Ma cosa fai?", dice lei, ridendo.
"Ohoo! Ueheuu! Au, au!", grida lui.
"Ma dài", dice lei, smettendo di ridere.
"Auhaueoohihiahoooooooo!", grida lui.
"Ma insomma, piàntala", dice lei, scocciata.
Lui si toglie il telefono dall'orecchio, chiude la comunicazione, lo posa sul tavolino.
"Parlavo con Luca", spiega.

Posted by giuliomozzi at 12:19 | Comments (26) | TrackBack

12.01.05

Serate realvisceraliste

Dal 24 gennaio, a Padova, iniziano le serate realvisceraliste. Il tema è: Riti di passaggio.

www.realvisceralisti.net

Posted by giuliomozzi at 00:27 | Comments (9) | TrackBack

10.01.05

Vibrisse

Novità in vibrisse. Ho pubblicato un saggio di Demetrio Paolin dedicato ai numerosi romanzi, usciti negli ultimi anni, che affrontano il tema del terrorismo italiano; una riflessione di Cristina Ferrara sulla scrittura; un bel ricordo di Franco Fortini scritto da Roberto Bugliani. E poi: la prima puntata del saggio sulla scrittura per giochi di ruolo, di Fabio Fracas; una recensione di Giovanni Choukhadarian a Il dovere degli impianti e della guerra di Antonio Riccardi; e due immagini dal bellissimo libro di Jean-Philippe Toussaint Mes bureaux. Luoghi dove scrivo.
Infine, tutto il solito mucchio di notizie e notiziole.

Posted by giuliomozzi at 18:06 | Comments (6) | TrackBack

Laura Pugno nel Web

Mancava solo lei. Adesso anche Laura Pugno - la mia perfetta amica - ha un sito personale: www.laurapugno.it. Non è un sito dinamico: pazienza, ma almeno rende conto di un lavoro di scrittura (in poesia, in prosa, nelle traduzioni) che dura quasi da vent'anni, che ha avuti riconoscimenti a destra e a manca, ma che soffre ancora - come spesso succede - di dispersione.

Posted by giuliomozzi at 10:04 | Comments (19) | TrackBack

Somigliava incredibilmente

Domenica sera. Sono sull'interregionale delle 18.52 da Bologna a Padova. E' semivuoto. Butto sulla reticella il giaccone. Appoggio sui sedili intorno a me lo zaino, la borsa del pc e il sacchetto dei formaggi. Tiro fuori dallo zaino il libro: Raccontare delitti. Il ruolo della narrativa nella formazione del pensiero criminologico, a cura di Francia, Verde e Birkhoff, Franco Angeli. Ricomincio a leggere da pagina 93, dove avevo il segno: "Nel delirio possiamo individuare una sorta di progressione, una màrche all'interno della gratificazione del desiderio; questa si manifesta nel procedere dalla modificazione del mondo interno, attraverso lo screzio nel contatto con la realtà, fino alla manipolazione della realtà stessa".
Mi addormento di colpo. Mentre dormo ho dei piccoli risvegli improvvisi, di solito nelle stazioni. Mi sveglio e mi riaddormento. Il tempo di capire, sia pure in sogno, che non è quella la mia stazione. Il sonno del viaggiatore è fatto così.
Ho la sensazione, nel sonno, di un movimento accanto a me. Apro gli occhi. Vedo, di schiena, un giovanotto che si allontana. Mi guardo intorno. Guardo le mie cose.
Il mio sacchetto dei formaggi.
Mi alzo, mentre il giovanotto è già in fondo al corridoio e sta passando nell'altra carrozza. "Ehi!", grido. "Il mio formaggio!".
Comincio a inseguire il giovanotto.
Corricchio nel corridoio, ogni tanto mi inciampo in qualche borsa messa di traverso, ogni tanto mi sbilancio perché il treno (più del solito, mi sembra) sbanda e traballa.
Passo nell'altra carrozza. Vedo la porta, là in fondo, chiudersi.
Corro.
Stiamo correndo verso la testa del treno. Io mi sono seduto in coda. Abbiamo almeno sei carrozze davanti.
Mentre corro, penso: Ma perché corro? Se uno, potendo scegliere tra un pc e un sacchetto di formaggi, decide di prendersi il sacchetto di formaggi, è forse giusto che io gli corra dietro?
Non so, penso. Forse gli corro dietro solo per una faccenda di modi. Perché si è preso la mia roba mentre dormivo. Rubare a uno che dorme è troppo facile.
Passo da una carrozza all'altra.
Gli sono più vicino, ma non di tanto.
Il treno frena all'improvviso. Frena, ma frena di brutto. Mi aggrappo a un sedile per non rotolare in terra. Sento gente che grida. Tutti pensiamo la stessa cosa.
Non succede niente. Il treno si ferma, nel buio e nella nebbia. Sento, nella carrozza successiva, il rumore di una porta che si apre. Accorro. Apro la prima porta che raggiungo. Vedo il mio giovanotto, là, che corre.
Siamo in una stazione. Stanghella.
Mi arriva alle spalle il controllore.
"Fermo!", dice. "Non dovete scendere!".
"Lo so", dico girando la testa. "Ma quello lì", e indico il mio giovanotto che ormai è un'ombra dentro l'ombra, un'impressione nella nebbia, "quello lì che è sceso, ha rubato il mio formaggio".
Il controllore, da dietro di me, si alza sulle punte dei piedi, aguzza gli occhi, porta la mano sopra gli occhi come per difendersi dalla luce dei lampioni, scruta l'oscurità nebbiosa.
"In effetti", commenta, "somigliava incredibilmente a Topo Gigio".

Posted by giuliomozzi at 09:30 | Comments (12) | TrackBack

08.01.05

Niente vi sarà risparmiato (di Rocco Ronchi)

[Sono abbonato da parecchio tempo a Libero Pensiero. Le parole della filosofia per leggere l'attualità, una lettera settimanale scritta da Rocco Ronchi e diffusa da Buongiorno.it. Come ho fatto altre volte, vi propongo la sua lettera di questa settimana. Il fatto di cui si parla è lo Tsunami. La parola chiave è: Bene. Se vi interessa abbonarvi a questa lettera settimanale, andate qui].

Le conseguenze dell’amore
"O infelici mortali! O terra degna di pietà! / O cumulo spaventoso di tutti i flagelli! / Successione eterna di inutili dolori! / Filosofi illusi, che gridate Tutto è bene, / accorrete, contemplate queste orrende rovine, / queste macerie, questi detriti, queste ceneri miserande, / queste donne, questi bambini ammucchiati l’uno sull’altro, / queste membra disperse sotto i marmi infranti: / centomila sventurati divorati dalla terra, / che terminano i loro giorni miserevoli sanguinanti, straziati e ancora palpitanti, / sepolti sotto le loro case, senza soccorso, fra orribili tormenti!". Con questi versi – versi forse non belli, ma palpitanti – si apriva il poema del libero pensatore Voltaire sul terremoto che aveva sconvolto Lisbona il giorno di Ognissanti del 1755. L’obiettivo polemico era tutto filosofico. Nel mirino del polemista d’eccezione era la teodicea leibniziana, ultimo esempio, a suo parere, di quel millenario tentativo di coprire le magagne di Dio con l’esibizione di fallaci armonie naturali. Ma si resta alla superficie della questione se si pensa che la querelle riguardi disincantati pessimisti (Voltaire) e ottusi ottimisti al servizio del clero e dell’ideologia "buonista" (Leibniz). Il "tutto è bene" attribuito a Leibniz esprimeva infatti quel "principio di pienezza", che, muovendo dalla premessa della perfezione infinita del Principio Primo creatore di tutte le cose, sanciva "la necessità e dignità di tutti i concepibili generi di esseri finiti, temporali, imperfetti e corporei" (Arthur O. Lovejoy). Su questo principio avevano giurato concordi filosofi "ideologicamente" assai eterogenei tra loro: non solo l’iper-razionalista Leibniz, ma anche l’eretico Giordano Bruno, l’ebreo Spinoza, il cardinale cattolico Cusano, il mistico in odore di ateismo Eckhart e innumerevoli altri, il primo dei quali era senz’altro il pagano Platone, il quale avendo escluso dalla bontà divina ogni invidia e ogni gelosia doveva trarre da questa premessa la terribile ma necessaria conclusione: niente di ciò che può essere può restare escluso dall’attualità.

Niente vi sarà risparmiato
A leggerlo attentamente, il "Tutto è bene" di questi sommi filosofi diceva insomma qualcosa di opposto a quello che, anche grazie ai versi di Voltaire, crediamo di intendervi. Non è il "tutto è bene" del prete ipocrita odiato da François Arouet (il vero nome di Voltaire), il prete che cerca di consolare la vittima dell’ingiustificata violenza subita rammentandole la provvidenza divina e immaginarie colpe da espiare in questa vita (la lettura che del terremoto portoghese aveva fatto allora il clero è la stessa che una parte retriva del mondo religioso fa oggi per l’Aids). No. "Tutto è bene" significa piuttosto, per questi filosofi, "niente vi sarà risparmiato". Tutto ciò che può essere necessariamente sarà e siccome, come ricorda Dostoevskij, tra ciò che può essere ci sono tanto bambini seviziati quanto solidarietà e fratellanza universale, entrambe queste cose non ci possono non essere. E infatti ci sono, infallibilmente. Basta leggere le cronache del dopo cataclisma dove orrore e distruzione, generosità e carità si rincorrono senza posa. Perché se la peggiore delle due mancasse, allora, commenta con spietata logica "parmenidea" Giovanni Scoto Eriugena, "si potrebbe pensare che Dio non è il creatore di tutte le nature senza eccezione, di tutte le nature cioè di cui la ragione ci mostra che possono essere create". E siccome "possono" essere create "devono" esserlo. Questa è, secondo i filosofi, l’onnipotenza divina. Questo, secondo il "principio di pienezza", è il contenuto tragico di quell’espressione, "Tutto è bene", eletta da Voltaire a simbolo dell’ottimismo idiota. Basta infatti capovolgerla quella frase per ritrovarne il vero agghiacciante significato: "Il bene è il tutto", il bene coincide con ciò che è, qualunque cosa esso sia. Proprio come affermerà un filosofo che si reputava, a torto, un ammiratore di Voltaire, Friedrich Nietzsche.

Il tempio indiano
Allora, nella querelle Voltaire-Leibniz, chi è il pessimista e chi è l’ottimista? Chi ha il diritto di fregiarsi del titolo di realista e chi, invece, coltiva illusioni metafisiche e speranze buoniste? A chi la palma del disincanto? Nel suo saggio sull’architettura del tempio indù, Titus Burckhardt spiega la complementarità di quelle facciate straripanti di forme ora mostruose ora incantevoli con la stanza centrale del tempio, asciutta e vuota. Quel tempio, nella sua forma, ricorda al devoto la verità ultima enunciata da ogni filosofia e respinta dal "moderno" Voltaire: tutto è bene, il bene è il tutto, niente vi sarà risparmiato.

Posted by giuliomozzi at 08:30 | Comments (15) | TrackBack

07.01.05

Non sono morto

Messaggio sul telefono portatile: "Tutto bene?".
Rispondo: "Ma sì!".
"Ero in pensiero per il treno".
"Quale treno?".
"Guarda il televideo".
Non guardo il televideo: sono qui che cerco di far funzionare la posta (ma non funziona), e allora leggo su Repubblica. E capisco.
No, oggi non sono morto.
(E non ringrazio il dio per questo; sennò i tredici poveretti che ci sono rimasti, avrebbero buone ragioni per maledirlo).
(Nei giorni scorsi, mentre girellavo per il Piemonte, nel quadernetto avevo provato a scrivere una cosa da pubblicare qui intitolata: Tutti i morti sono innocenti. Ho sentito dire da parecchie persone che parlavano del maremoto in Asia: "E' stato un castigo di dio". Da parte di qualcuno, forse, anche con una sorta di letizia: il castigo è capitato a qualcun altro, stavolta. L'idea che il dio ammazzi per castigo mi sembra, confesso, piuttosto bizzarra. Mi sembra più sensata l'idea che il dio ammazzi a caso, o per crudeltà, o addirittura per scommessa. La più sensata di tutte mi sembra l'idea che il dio non sprechi il suo tempo per ammazzare questa o quella persona o popolazione che non gli va a genio. Un bel po' dell'antico testamento è contro di me, ma non so che farci. Forse il dio una volta ammazzava chi non gli andava a genio e riempiva di beni chi gli andava a genio; ma poi, come dire?, anche il dio è maturato, è cresciuto, si è fatto più adulto e posato, più padre e meno padrone, più misericordioso e meno vendicativo; non per nulla è stato stipulato un nuovo testamento, un nuovo patto. Nel quale sta scritto che la ricompensa e la punizione non avranno luogo qui, su questa terra, in questa vita. Tutti i morti sono quindi innocenti: nel senso che non hanno colpa della loro propria morte.)

Posted by giuliomozzi at 23:15 | Comments (24) | TrackBack

06.43

Sono le 06.43. Sono nel mio studio. Suona il telefono. Suona il telefono fisso, a quest'ora.
Rispondo.
"Il dottor mozzi?", dice una voce femminile.
"Se cerca giulio mozzi, sono io", dico. "Se cerca qualche altro mozzi che non sono io, magari la posso aiutare".
"Cerco il dottor mozzi", dice la voce.
"Io sono giulio mozzi", dico. "E' me che cerca?".
"Lei è il dottor mozzi?", dice la voce.
"No", dico. "Non sono dottore. Però mi chiamo mozzi: giulio mozzi. E' me che cerca?".
"Ma chi è lei, scusi?", dice la voce.
"giulio mozzi", dico.
"E il dottor mozzi c'è?", dice la voce.
"Ce ne sono quarantadue, che io sappia, in Italia", dico.
"Come, quarantadue", dice la voce.
"Ci sono quarantadue dottor mozzi", dico. "E in più ci sono parecchi altri mozzi che non sono dottori. Il problema è capire quale mozzi lei sta cercando".
"Lei mi fa confusione", dice la voce.
"Proviamo in un altro modo", dico. "Lei conosce il dottor mozzi?".
"No", dice la voce.
"E di che cosa deve parlare con il dottor mozzi?", dico.
"E' una cosa riservata", dice la voce.
"Il dottor mozzi con il quale lei deve parlare", dico, "di nome si chiama giulio?".
"Non so", dice la voce.
"Di professione fa l'ingegnere?", dico.
"No", dice la voce.
"Il medico?", dico.
"No, no", dice la voce.
"Allora, che lavoro fa?", dico.
"Non lo so", dice la voce.
"E' uno scrittore?", dico.
"No", dice la voce.
"Ha un commercio di tessuti?", dico.
"No", dice la voce.
"E' un geologo?", dico.
"No, no", dice la voce. "Ma che domande mi fa?".
"Mi scusi", dico, "sto solo cercando di capire quale mozzi lei sta cercando".
"Ma lei chi è, scusi?", dice la voce.
"Sono giulio mozzi", dico.
"E il dottor mozzi non c'è?", dice la voce.
"Sì, c'è", dico. "Vuole che glielo passi?".
"Grazie", dice la voce.
Copro il microfono con la mano. Faccio passare qualche secondo. Mi schiarisco la voce. Tiro fuori il fazzoletto di tasca (lo fanno nei film). Copro il microfono col fazzoletto. Cerco di fare un tono di voce diverso da quello mio solito un po' catacombale: un tono deciso, assertivo. Da commercialista, o da avvocato.
"Pronto!", dico squillante.
"Ciao, amore!", dice la voce.

Posted by giuliomozzi at 08:56 | Comments (19) | TrackBack

06.01.05

Giornata

Bene. Sono venuto a capo di un paio di lavoretti che ormai avevano un'urgenza estrema. Ho risolto il problema di una macchia sul giaccone. Ho ricuperati dal garage i libri che servono a mia sorella. Mi sono domandato per l'ennesima volta quando mi deciderò a sistemare il garage. Ho scritta una lettera difficile e non l'ho spedita (la lascio lì un paio di giorni, poi la riguardo). Mi sono preparato per una riunione che avverrà domani pomeriggio e che, se tutto va bene, mi cambierà la vita. Ho sistemato un po' perceber (dove ho pubblicato un saggio di Leonardo Colombati su Thomas Pynchon). Ho masticata la bistecca a lungo, prima di mandarla giù (niente più carne al supermercato: deciso). Ho spiato il gatto del vicino, che per tre ore ha miagolato come se lo sgozzassero. Ho parlato al telefono con un amico che non sentivo da mesi. Ho scoperto perché non mi funzionava il fax, e l'ho riparato. Ho lette trenta pagine di un libro sull'Html. Ho scritte tre pagine del mio cosiddetto romanzo. Mi sono interrogato sulla voce pagamento gas del mio estratto conto. Ho comperato da InternetBookShop due libri sull'architetto Alberto Sartoris. Ho dimenticato qualcosa?

Posted by giuliomozzi at 18:22 | Comments (20) | TrackBack

Il tuo gusto ignobile

"...Vedi?".
"Vedi, cosa?".
"Alla fine hai ceduto".
"Alludi a questo blog che mi sono deciso a mettere in opera?".
"Sì, certo... Sei così dannatamente manierato quando fai finta di non capire... E, già che ci siamo, perché usi questo modo di dire?".
"Quale, scusa?".
"Perché dici mettere in opera".
"Perché? Come dovrei dire?".
"Detesto quando fai lo schizzinoso... Come dicono gli altri? Gli altri dicono di aprire un blog, ricordi?".
"Non è male neanche quel modo dire lì, lo ammetto. Se non fosse poi che il loro aprire risulta essere il miglior modo per chiudere tutte le porte".
"Va bene, questa te la concedo. Ma spero che terrai a bada, fin che resterò qui a parlarti, il tuo gusto ignobile per il gioco di parole".

Gino Tasca, persona tra le più stimabili, maestro di umiltà e di franchezza, ha messo in opera Lord Chandos.

Posted by giuliomozzi at 12:26 | Comments (6) | TrackBack

05.01.05

Arcoiris.tv

Bene, adesso ho sperimentata anche la televisione via internet. Se ci avete, come me, il modem a manovella, non provàteci neanche. Ma già con l'adsl dà le sue soddisfazioni. (E poi ci sono anche, tanto per stare in famiglia, Grazia Verasani e Cosimo Argentina).

Posted by giuliomozzi at 09:00 | Comments (7) | TrackBack

04.01.05

Vibrisse

Varie novità in vibrisse. Un'intervista di Gaja Cenciarelli a Carlo D'Amicis, una recensione di Livio Romano a L'ultima caccia di Federico Re di Antonio Errico, una divagazione di Giovanni Choukhadarian su libri e prefazioni, una puntata di Dopo Carosello (la rubrica di Mauro Mongarli) intitolata Verdone e altri colori. Nonché segnalazioni di incontri pubblici e laboratori di scrittura.

Posted by giuliomozzi at 22:14 | Comments (0) | TrackBack

Una settimana in Piemonte

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Torino, sotto la Mole. 27.12.04.

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Carignano (To), Museo presso l'ex Lanificio Bona. Il sismografo. 28.12.04.

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Carignano (To), Ex Lanificio Bona. Secondo piano. 28.12.04.

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Poirino (To), televisione locale. 29.12.04.

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Carmagnola (To), gli annunci dei morti. 30.12.04.

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Demonte (Cn), chiesa di San Donato, affresco narrante la battaglia di Lepanto. 01.01.05.

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Vigevano (Mi), Castello sforzesco. 02.01.05.

Eco e Narciso 2003. Cultura materiale / Arte.

Eco e Narciso 2004. Cultura materiale / Fotografia.

Eco e Narciso 2005. Cultura materiale / Narrazioni. (In queste settimane una ventina di narratori si stanno aggirando per la provincia di Torino. I materiali scritti risultanti dalle loro esplorazioni saranno pubblicati nella primavera del 2005).

Posted by giuliomozzi at 21:32 | Comments (4) | TrackBack

Soldi

800 298 000 è - lo sapevate già, ma fa lo stesso - il numero verde per mezzo del quale, se disponete di una carta di credito, potete dare soldi all'agenzia dell'Onu per i rifugiati (Unhcr), che, leggo nel sito, "ha messo a disposizione tutte le proprie forze per fornire immediata assistenza alle centinaia di migliaia di vittime del devastante maremoto" del 26 dicembre scorso.
Se diffidate dell'Unhcr, potete affidare i vostri soldi alla Croce rossa italiana, al Cesvi, alla Caritas, a Emergency, a Save the Children, o all'Unicef. Ci sono anche raccolte di soldi organizzate dai mass media, ad esempio da Repubblica. Se pensate di cavarvela con un euro, mandate un messaggio senza testo dal telefono portatile al numero 48580. Se vi interessano le polemiche sulla gestione dei soldi, ecco la prima.

Posted by giuliomozzi at 11:04 | Comments (4) | TrackBack

Li aspettavo per mettere in ordine

Qualche giorno fa. Sono a Carmagnola, al Caffè Centro. Sono le cinque del pomeriggio. Sto prendendo un caffè, seduto a un tavolino. Dietro di me, due signore di una certa età sono sedute a un altro tavolino. Sento odore di cioccolata.
"Così", dice una delle due, "capisci, se ne sono andati di colpo, senza neanche avvisare. Io me ne stavo lì, a Santo Stefano, con la casa tutta sottosopra, che a Natale ci avevo avuti i miei tre figlioli con tutti i nipotini, e naturalmente li aspettavo per mettere in ordine. Li aspetto, e non li vedo arrivare. Allora telefono, e non mi risponde nessuno. Sono rimasta lì, che non sapevo cosa fare, alla fine ho dovuto fare tutto da sola. Poi ho chiamato ancora, almeno dieci volte solo quel giorno, poi il giorno dopo, e sempre niente. E poi, sai che cosa è successo?".
"Che cosa?", dice l'altra signora.
"Che mi chiamano il ventotto", dice la prima signora, "da Roma, dall'ambasciata dello Sri Lanka, dicono loro, dicendomi di mandargli lì, con una raccomandata, in contanti, l'ultimo stipendio e la liquidazione".
"E tu glieli hai mandati?", dice l'altra signora.
"Ma figùrati!", dice la prima signora. "Che se li vengano a prendere, gli ho detto. Che vengano qui. Che li voglio vedere. Che sarà successo quello che è successo, non dico mica niente, ma tagliare la corda all'improvviso, così, io dico, non è mica modo".

Posted by giuliomozzi at 10:36 | Comments (29) | TrackBack