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26.12.04

Come un uomo

Blog senza qualità, spostando il dibattito in corso (sulla legge 40, o legge sulla procreazione assistita) dal piano filosofico a quello poetico, ha risolto il busillis. L'embrione non è come un uomo perché non apre un blog.

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25.12.04

Tre bei cieli di Paolo Paoli

Uno, due, e tre.

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Il cielo sopra il Natale

cielo_natale_piccola.JPG

Posted by giuliomozzi at 09:52 | Comments (1) | TrackBack

24.12.04

Ah, dimenticavo...

Ho aggiunti alcuni rimandi nella colonna dei rimandi. A Disturbo post traumatico dell'amarezza (ma ci troverete dentro qualcosa di assao meno terrificante di ciò che vi immaginate), a Loredana Lipperini (ma forse l'avevo già segnalato qualche giorno fa), al Diario privato di un'anti bridget jones di provincia (alias Pornosnob: ma non fatevi fuorviare, e troverete una scrittura di qualità eccellente).
In Perceber ho pubblicato, perché ve li studiate durante le vacanze, l'Introduzione e lo Schema generale del romanzo Perceber.
In vibrisse ho pubblicato un intervento di Mauro Daltin sulla contraddizione tra fare cultura e vivere di finanziamenti (non è questo il suo titolo; questo è il mio riassunto); nonché una bella intervista di Brigidina Gentile ad Angeles Mastretta.
Ho aggiunte un paio di puntate al corso di scrittura a puntate (quello che pubblico ogni settimana in Stilos).
Per il resto, la moglie di Babbo Natale ha scritto alle Massaie Improvvide Veronesi. Mah.

Posted by giuliomozzi at 15:40 | Comments (1) | TrackBack

Ci vediamo

Care voi, cari voi. Vi auguro un Natale tranquillo e lieto, e un inizio d'anno favorevole. Credo che fino al 4 gennaio 2005 non scriverò in questo diario. Sono a lavorare in Piemonte.

Posted by giuliomozzi at 09:27 | Comments (16) | TrackBack

23.12.04

Vibrisse e Perceber

In Perceber ho pubblicato, prelevandola dal suo blog, una nota di Azione Parallela.
In vibrisse ho pubblicata una recensione di Vanna Corvese all'ultimo libro di Mario Luzi, un bel saggio di Davide Vanotti su Antonio Delfini (con ghiotti e divertentissimi scritti rari), un pezzo di Tullio Avoledo sulla cartografia dei mondi immaginari.

Posted by giuliomozzi at 11:28 | Comments (2) | TrackBack

R

Sono sottoterra, nel piano interrato del Megastore Ricordi-Feltrinelli in Galleria a Milano. Nello zaino ho sei dattiloscritti, una bottiglia d'acqua da mezzo litro, una bottiglia di collutorio, mezzo pacco di biscotti McVities, due regali di Natale ricevuti in giornata, il libro che non ho letto stamattina in treno (ho dormito).
C'è calca. Raggiungo a fatica l'ingresso della libreria.
Mi serve un libro di Lalla Romano. Mi aggiro tra la gente, di sala in sala, cerco di capire dov'è che, in questa libreria, tengono i libri.
Finalmente mi appare la parola: Letteratura.
Seguo la A, la B, la C, raggiungo la M, mi disoriento, riacchiappo la sequenza lungo un'altra parete, N, O, aggiro un carrello da supermercato pieno di libri da rimettere negli scaffali (suppongo), Q.
C'è una parete insormontabile: tre pile di tre scatoloni, in cima ai quali sono appoggiati: una stampante a getto d'inchiostro, due faldoni, tre lattine di Coca-cola. Le tre pile bloccano il passaggio tra la parete e un tavolo delle Informazioni. Al tavolo delle Informazioni c'è ressa.
La R, è lì dietro.
Tra cappotto e zaino, sono un po' impacciato. E pure accaldato. Mi metto in coda dietro la ressa.
Quand'è il mio turno dico al ragazzo: "Mi serve un libro di Lalla Romano, Le lune di Hvar. Dev'essere lì dietro", e indico la parete alle sue spalle dove, effettivamente, nel momento in cui ci guardo, vedo il libro, "ma non ci arrivo".
"Come, non ci arriva?", dice il ragazzo.
"Non ci arrivo", dico. "Il libro è lì. Guardi", e indico. "Me lo può prendere?".
"Come s'intitola il libro?", dice il ragazzo.
"Le lune di Hvar", dico, cercando di far sentire bene la 'H' e facendo una 'r' roulée, alla francese (è l'unico modo in cui riesco a fare una specie di 'r').
"Di Rabàl, ha detto?", dice il ragazzo.
"No", dico. "E' un libro di Lalla Romano. E' lì, su quello scaffale lì", e torno a indicare. "Si intitola Le lune di Hvar", stessa performance vocale. "Lo vede? Me lo può prendere, che io non ci arrivo?".
"Vediamo se è disponibile", dice il ragazzo voltandosi verso il pc.
"E' disponibile", insisto. "E' lì. Lo vedo. Lo vede anche lei, se ci guarda".
Il ragazzo ha un'esitazione.
Devo cogliere l'attimo, mi dico.
"Guardi lì. Guardi", continuo. "Lo vede? E' uno di quei cinque-sei libri Einaudi rilegati, bianchi, col titolo in nero... C'è scritto Le lune di Hvar, vede? Lì, dove sono i libri di Lalla Romano, Lalla Ro, ma, no, vede?".
Il ragazzo guarda il mio dito. Segue la direzione indicata. Si gira, alza il braccio destro, punta lo sguardo verso lo scaffale, si avvicina alla mèta, dà ancora un'occhiata rapida al mio dito, allunga il braccio destro.
Contatto!
Tira giù il libro.
"E' questo?", dice.
"Sì, è questo, grazie", dico.
"E' sicuro?", dice.
"Certo", dico. "Volevo proprio questo".
"Ah", dice il ragazzo, illuminandosi. "Ma allora lei lo conosceva già".

Posted by giuliomozzi at 10:58 | Comments (16) | TrackBack

21.12.04

Murphy

Nel sito di Davide L. Malesi trovate alcune applicazioni della Legge di Murphy alla bibliofilia.
Ho dato il mio contributo:

11) Se cercate un libro in due volumi, quando finalmente lo scoverete nell'angolo più buio dell'ultima libreria esistente al mondo, troverete due copie del secondo volume.

Posted by giuliomozzi at 12:44 | Comments (5) | TrackBack

Perceber

In Perceber ho pubblicata la seconda parte del saggio di Leonardo Colombati: Il silenzio, il bianco, lo zero.

Posted by giuliomozzi at 10:01 | Comments (0) | TrackBack

Poeti

Sono le otto e mezza. Io sto davanti all'ingresso del teatro della parrocchia di San Carlo, dove alle nove abbiamo la lettura di racconti e poesie di Natale.
C'è un bel freddo.
Non c'è nessuno.
Si avvicina, camminando cautamente, una signora sulla settantina. Ha una pelliccetta, un berretto di pelo, guanti di lana, borsa enorme, sciarpa bianca attorno al collo.
"Fa freddo, eh?", dice la signora.
"Eh sì", dico.
Le conversazioni sul caldo e sul freddo non sono il mio forte.
"Proprio un bel freddo", dice la signora.
"Eh sì", dico. "Spero che si sbrighino ad aprire".
La signora si guarda intorno.
"Ma non c'è nessuno!", dice.
"Signora", dico, "la lettura è alle nove. Sono le otto e mezza. C'è tempo".
La signora mi guarda.
"Sì", dice. "Ma non c'è nessuno. Con questo freddo, non verrà nessuno".
Si sfila uno dei due guanti. Comincia a frugare nella borsa.
"Ma no", dico. "Basta avere un po' di pazienza".
La signora estrae un pacchetto di sigarette. Quelle sigarette sottili sottili.
"Con questo freddo", ripete, "non verrà nessuno".
Torna a frugare nella borsa.
"Vuole da accendere?", dico.
"Grazie", dice la signora.
Estrae una sigaretta sottile sottile dal pacchetto. Fa sparire il pacchetto dalla borsa. Mette la sigaretta in bocca. Torna a infilare il guanto di lana. Estraggo l'accendino. Le accendo la sigaretta.
Già che ci sono, me ne accendo una anch'io.
Meditiamo, silenziosi, sulle prime tirate.
Dove sono i miei soci? Avranno capito dov'è il posto? Non si saranno persi nella nebbia? Non saranno finiti fuori strada per il ghiaccio? Non si saranno dimenticati? Non saranno imbucati in qualche bar caldo caldo a bere spritz e a discutere col primo malcapitato dei massimi sistemi? Non avranno avuto un imprevisto?
Dovevano essere qui venti minuti fa.
"Eh", dice la signora, "fa proprio freddo. Non verrà nessuno. Per dei poeti, poi".
"Quali poeti?", dico.
"I poeti", dice la signora. "Questa sera ci sono i poeti che dicono le poesie di Natale".
"No", dico. "Ci sono degli scrittori che leggono dei racconti di Natale".
La signora fa un gesto con la mano che tiene la sigaretta. Come dire: poeti, scrittori, tutti della stessa risma; non sottilizziamo.
"Vedrà", dice. "Con questo freddo, per dei poeti, non viene mica nessuno. Io sono venuta solo perché mi ha portato mio cognato".

Posted by giuliomozzi at 09:59 | Comments (8) | TrackBack

20.12.04

Regali per i nipotini

Ai due bimbi (bimbo e bimba) di mia sorella (che fanno tredici anni in due) regalerò una scatola di cartone contenente:
- due album da disegno a fogli bianchi,
- due album da disegno a fogli colorati, diversi tra loro,
- una busta di elastici,
- un pacchetto di buste da lettera,
- cinque fogli A4 di carta dorata,
- quattro fogli A4 di carta argentata,
- una matita rossa e blu,
- un blocco di post-it rosa a forma di cuore,
- un blocco di post-it arancioni a forma di stella,
- una penna di Titti rosa sormontata da un cuoricino,
- una penna di Titti azzurra sormontata da un cuoricino,
- una penna che scrive in quattro colori,
- un rotolo di nastro adesivo giallo,
- un rotolo di nastro adesivo rosso,
- un righello da quindici centimetri con api, farfalle e coccinelle,
- una forbice che taglia ondulato, scheggiato e a dente di sega,
- tre curvilinea,
- due rotoli di nastro adesivo trasparente,
- due gomme da cancellare bianche,
- una matitona fluorescente verde,
- una matitona fluorescente rosa,
- un barattolo di Coccoina,
- un temperamatite a mappamondo,
- un rotolo di nastro adesivo verde largo quattro centimetri,
- una penna che scrive in color oro,
- un pennarello grosso che scrive in color argento,
- una confezione di pastelli,
- un tubetto di tempera dorata,
- un tubetto di tempera argentata,
- quattro fogli di carta da pacchi marrone,
- quattro fogli di carta da pacchi bianca,
- quattro fogli di carta velina: gialla, azzurra, rossa, rosa.
Ogni oggetto sarà impacchettato in carta di giornale, in modo che l'apertura di tutta la roba richieda un certo tempo.
Ai miei due nipotini piace molto disegnare, ritagliare, incollare.
Impacchetterò tutto in un grande foglio di carta da pacchi, e ci scriverò sopra: Scatola delle meraviglie.

Posted by giuliomozzi at 18:04 | Comments (22) | TrackBack

Racconti di Natale

Questa sera, a Padova, alle 21, al teatro San Carlo (in via Agostini, all'Arcella; accanto alla chiesa di San Carlo), ci sarà una serata di racconti e poesie di Natale. Condurrà Marco Bellotto, leggeranno (oltre a lui) Marco Franzoso, Massimiliano Nuzzolo, Umberto Casadei, Romolo Bugaro, giulio mozzi. Il maestro Omar Francescato suonerà la fisarmonica.
Quanto a me, temo che leggerò la mia solita poesia di Natale.

Posted by giuliomozzi at 10:14 | Comments (3) | TrackBack

Vibrisse

In vibrisse, oggi, un bell'articolo di Gino Tasca (che ben conoscono i visitatori di questo diario) sulla Lettera di Lord Chandos di Hugo von Hofmannstahl; una recensione di Giuseppe Traina a L'alfabeto degli amici di Nico Naldini; un articolo di Carlo Toniato su politica, bellezza e territorio.

Posted by giuliomozzi at 09:59 | Comments (2) | TrackBack

19.12.04

Sono stato invitato

Buonasera a tutti,
sono stato invitato a questo convegno insieme a uno scrittore di narrativa, uno scrittore di racconti brevi, un poeta, un giornalista. Mi trovo qui in veste di blogger e tutti quanti siamo coordinati da uno psichiatra. Lo ringrazio ancora per avermi invitato. Mi è stato detto di avere quindici minuti a disposizione allora non perdo altro tempo. Del resto ho poche cose da dire.
Credo che le critiche rivolte ai blogger siano rese infondate dalla forma blog...

marco_candida.JPG

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Posted by giuliomozzi at 21:24 | Comments (29) | TrackBack

18.12.04

Ulss 18, pronto soccorso

prontosoccorso_ro_vecchio_2.JPGNelle settimane scorse ho fatto un curioso lavoro. L'azienda sanitaria di Rovigo, l'Ulss 18, ha recentissimamente inaugurata una nuova sede del pronto soccorso (qui accanto avete una foto del vecchio pronto soccorso). L'apertura del nuovo servizio è stata notificata alla popolazione e, per così dire, "celebrata", con tutta una serie di iniziative, alcune delle quali a carattere schiettamente pedagogico: quando andare al pronto soccorso, quando non andarci, come comportarsi, e così via.
Tra le varie iniziative c'è stata la pubblicazione di una rivista: un numero unico (che forse avrà séguito, forse no: non ho capito bene), contenente un servizio fotografico di Enrico Bossan e un misto di articoli di servizio e di articoli di firma.
Mi è stato chiesto di scrivere per questa rivista (che viene distribuita gratuitamente in qualche migliaio di copie: attraverso le farmacie, credo, gli ambulatori medici ecc.) un "testo descrittivo del pronto soccorso". Del vecchio o del nuovo, a scelta. Alla fin fine, dopo quattro visite (due al vecchio e due al nuovo) e dopo diverse incertezze ho finito con lo scrivere un testo descrittivo, se così si può chiamarlo, del nuovo pronto soccorso. Il testo s'intitola:

Guardate la televisione

Linea rossa.
Segui la linea rossa.
Corridoi.
Scale: su.
Porte aperte, porte vietate.
Scale: giù.
Corridoi, vetrocemento, finestre.
Porte, ancora.
Improvviso: azzurro, luce.
Sedili d'acciaio.
Corpi.
Televisione.
Aperto spazio, tutto nuovo.
Casacche verdi, camici bianchi.
Corpi, seduti, indecisi: vestiti casuali, male.
Imperfezione.
Perfezione del bianco, del verde, dell'azzurro.
Triage.
Guardate la televisione.
6 verde.
Porta finestra: erba.
Luce dall'alto, dall'alto.
Luce invernale di metà mattina, limpida, ventosa.
Porte blu, stipiti gialli.
Tutto netto, preciso.
Televisione muta.
Azzurro, pavimento azzurro.
Linoleum.
Eden.
Rai Uno.
Bella ragazza mora: parla, dentro la televisione, muta.
È lei che ha male?
Signora occhialuta bionda: ascolta, dentro la televisione.
Si metta qui.
Lei è l'accompagnatore.
Si metta qui.
Guardate la televisione.
Qual è il suo numero?
13 bianco.
Si metta qui.
No, non qui: qui.
Questo è il nostro lavoro.
Estintore.
Luce d'emergenza.
Orologio.
Led rossi: rossi.
Guardate la televisione.
Corpi danneggiati: rotti; pazienti.
Un corpo africano.
Due corpi cinesi.
Tre corpi musulmani.
Quattro corpi slavi.
Cinque corpi dei nostri.
Giubbe, cappotti.
Guardate la televisione.
Capelli: africani.
Lei è un familiare?
Una distanza di cortesia permette la riservatezza.
Cos'è?
L'occhio le fa anche male, oppure solo trema?
7 verde.
Si metta qui.
Guardi la televisione.
Quando nella televisione compare 15 verde, lei vada all'ambulatorio dove è scritto 15 verde.
Crocefisso.
Ha capito?
8 verde, ambulatorio 3.
Guardate la televisione.
Giornalista in televisione.
Come rovinarsi chiedendo 200 milioni in prestito.
8 verde, ambulatorio 3.
Elezioni in Ucraina, il paese è spaccato in due.
Le tasse.
Dovete guardare la televisione, non posso chiamarvi io.
Servono 9 miliardi.
Colonne azzurre.
Reception blu e vetro.
La luce invade, sana.
Ragazza magra, casacca verde, maglione blu.
Pavimento azzurro: si può stare.
Pavimento giallo: non si può stare.
Sedili di metallo, tutto lucido.
Guardate la televisione.
Grosso piede ingessato, ciabatta.
Neon.
Aspiratori.
Controsoffitto.
Lino Patruno.
Testa rotta, fasciata.
Guardate la televisione.
Il mio mondo.
Nanni Svampa in bianco e nero.
Corpo vecchio, cappotto, cappello, su sedia a rotelle.
L'infinita memoria della televisione.
I Gufi.
La signora Pellegrini, per piacere: la signora Pellegrini.
È tutto nuovo.
Tennisti.
Martine Bellè.
Corpo di donna con le tette grandi.
9 verde.
Corpo di ragazzo magro.
Corpo di uomo: parla.
Dovete guardare la televisione.
È tutto nuovo.
Azzurro.
Luce dall'alto, dall'alto.
Portafinestra: erba.
Echi.
Corridoio.

Posted by giuliomozzi at 09:52 | Comments (14) | TrackBack

17.12.04

Dalle altre parti

In Perceber è pubblicata la prima parte di un saggio di Leonardo Colombati intitolato: Il silenzio, il bianco, lo zero.

In vibrisse c'è:
- una lettura di Grazia Deledda e Maria Giacobbe scritta da Giovanna Zoboli,
- una lettura di La notte della cometa di Sebastiano Vassalli fatta da Paola Borgonovo,
- una segnalazione di Da Rimbaud a Rimbaud fatta da Azzurra D'Agostino,
- e per finire una divertente satira sui corsi di scrittura scritta da Giuseppe Braga. Più vari annunci e informazioni.

[Portate pazienza: ma anch'io, come la madre dei Gracchi, devo accudire i miei gioielli].

Posted by giuliomozzi at 17:44 | Comments (3) | TrackBack

Visioni binarie è un libro

visioni_binarie.JPGAvevo segnalato, qualche tempo fa, il blog Visioni binarie. Oggi ricevo da Alice Avallone la notizia che Visioni binarie è diventato un libro (che si può pure acquistare, qui). Bene: sono contento. Temo che per i regali di Natale sia un po' tardi: ma ci sono sempre le calze della Befana (grande viaggiatrice anche lei, ça va sans dire).

Posted by giuliomozzi at 17:25 | Comments (0) | TrackBack

La gente che conta ce l'ha fatta

Care voi, cari voi: la gente che conta ce l'ha fatta. The Blog Counter ha superato quota diecimila. Sono lieto di aver dato un piccolo contributo alla cosa.

Posted by giuliomozzi at 16:40 | Comments (1) | TrackBack

Fahr-mc-ia-h

Entro in farmacia. Ho nella tasca del cappotto un flacone vuoto di liquido per il risciacquo igienizzante della bocca. In bocca, conficcato tra la guancia sinistra e la gengiva, ho un tampone di una materia giallastra e molle, a metà strada tra il cotone emostatico e la spugnetta, che rilascia lentamente una sostanza benefica.
Almeno spero, che sia benefica.
Ho in tasca il flacone vuoto del liquido per il risciacquo igienizzante perché è vero che il peggio è passato, ma - quanto a parlare, per il momento non se ne parla neanche.
C'è parecchia gente. Il quartiere dove abito ora non è certo fuori, ma non è neppure più propriamente in centro. La farmacia è grande, ci sono due dottori di mezza età molto seri e belli di una bellezza seria, due dottoresse di più giovane età molto cordiali e decisamente carine, un giovanotto sorridente che va e viene dal magazzino.
Buona gente, per quello che ci ho avuto che fare finora. Come più o meno tutti, qui in quartiere.
"Buongiorno", mi dice una voce alle spalle. Mi volto. E' Tonino.
"Mm-hnn-o", dico.
"Buongiorno", ripete Tonino.
"Hh-tmp-nh bchh", dico.
"Eh", dice Tonino, "è la stagione".
"Hà", dico.
"Anch'io sono qui per comperare le pastiglie per Giusè", dice Tonino.
"Shh-t mm-l-le?", dico.
"Ma sa", dice Tonino, "questi giovanotti, sempre andare in giro col finestrino aperto, col giubbotto aperto, fare gli sportivi, poi finisce che si prendono il mal di gola".
"Eh hì", dico.
"Anche lei dovrebbe stare più attento", dice Tonino, agitando il dito indice destro in un gesto da maestrina.
"N, n, i h m-l dn-ti", dico.
"Ma perché si trascura", dice Tonino.
"N, n", dico. "I-hf-z-nh".
"E poi va in giro con questi cappottini leggeri, leggeri...", dice Tonino palpandomi una manica. "Guardi me, vede che mi proteggo bene".
In effetti il giubbotto dell'agente Tonino è, come si leggerebbe in un rapporto di polizia, stranamente rigonfio. Devono esserci, lì sotto, almeno quattro strati di maglie di lana. Con la sciarpa (di lana multicolore, sicuramente fuori ordinanza) ci si potrebbe fare un'amaca.
Cerco di cambiare discorso.
"M G-hs-è, c-thà?", dico.
"Ma niente, niente", dice Tonino, "è questi ragazzi, cosa vuole, appena si sentono qualcosa qui o qui, non è più come una volta, vogliono subito stare a letto e le medicine, le pilloline, gli sciroppi, gli impacchetti...".
Faccio la cosa più simile a un sorriso che riesco a fare.
"Leh p-p-pr n mah-mmh p G-hs-è!", dico.
Tonino all'improvviso si rabbuia.
"Giovanotto", dice severo, "niente scherzi. L'uomo, uomo è. La nostra è un'amicizia virile".
"Schhh-sh", dico, imbarazzato.
"Non si preoccupi", dice Tonino. "Non è un mistero per nessuno che l'omoerotismo, spesso inconsapevole, è diffusissimo tra i corpi armati. Ma non è il nostro caso".
"Nn- vl-lv dhr qust!", dico, cercando di avere un tono determinato.
"Lo so che non voleva", dice Tonino. "Voi civili non potete capire. Giusè è come un figlio per me. Ma il mio affetto per lui è paterno, non materno. Capisce?".
"C-p-schh, c-p-schh", dico.
"E non c'è niente di...", Tonino cerca la parola, "niente di socratico in questo, capisce?".
"C-p-schh", dico, facendo tre volte segno di sì con la testa.
"Bene", dice Tonino sorridendo. "Adesso vada, che è il suo turno. E mi raccomando. Non si trascuri. E si tiri ben su il colletto, quando esce".

Posted by giuliomozzi at 15:12 | Comments (4) | TrackBack

Medicine Show di dicembre

medicineshow_smallest.jpegÈ online il numero di dicembre di Medicine Show, rivista ciarlatanesca di musica e dintorni, con articoli di Leonardo Colombati, Mario Desiati, Francesco Gallo, Davide L. Malesi, Seia Montanelli, giulio mozzi, Armando Trivellini, Zuck.

Posted by giuliomozzi at 14:48 | Comments (0) | TrackBack

16.12.04

Sulla misteriosa Perceber, & confidenze

No, non ho intenzione di mollare questo diario. Solo che in questi giorni dovevo far partire queste altre due cose, vibrisse e Perceber, e in più ho delle scadenze pesanti, e in più sto decisamente poco bene, e in più sono stanchissimo, e la febbre aumenta il senso di stanchezza, e così via.
Ma non fàtevi scappare, vi prego, l'occasione di cominciare finalmente a leggere qualcosa Sulla misteriosa Perceber.
Un grazie a chi ha linkato sulla fiducia il neonato sito-work-in-progress: tra questi ho individuato Giuseppe Genna (naturalmente), Kimota, il buon gattostanco, Estinzione e (tra l'altro, non so se avete notato, ma da qualche giorno è linkata qui in parte, nella rubrica "Patrie lettere") la cara Loredana Lipperini.
No, non ho intenzione di mollare questo diario. Sentivo la mancanza di vibrisse, e (come si è visto) ne sentivano la mancanza anche altri. Poi in questo diario ero sempre incerto. Un diario è un diario, ad esempio non mi piaceva l'idea di metterci recensioni (cose come questa su Vertigini o quest'altra su Martin Bauman non sono certo recensioni). In somma, mi pare che aprendo più pubblicazioni ci possa essere, per me, più chiarezza.
Avrei potuto, senz'altro, parlare di Perceber in questo diario. Ma mi sembra più chiaro parlarne in un luogo apposito. Un po' perché il sito-work-in-progress di Perceber vuol essere sì una cosa divertente e interessante, ma è anche un'iniziativa promozionale. E, in somma, non mi piaceva mescolare il diavolo e l'acqua santa (Perceber è l'acqua santa, sia chiaro).
Bene, vedo che oggi riesco a spiegarmi assai confusamente. Allora mi preparo, metto le scarpe, mi giro la sciarpa attorno al ganascino rigonfio, e vado dal medico.

Posted by giuliomozzi at 09:05 | Comments (13) | TrackBack

15.12.04

Svelato il mistero del Capolavoro Misterioso

Care voi, cari voi. Vi ricordate il capolavoro misterioso del quale tanto si parlò prima in Miserabili e poi in questo diario?
Bene. Da oggi si comincia a svelare il mistero (che è un mistero di Pulcinella, ma vabbè). Qui:

Perceber

Naturalmente un po' alla volta, mica tutto all'improvviso. Siamo degli streapteasisti (striptisìsti?) consumati.

Posted by giuliomozzi at 10:26 | Comments (11) | TrackBack

Difficili

Giorni non gravi, questi, ma difficili. Mal di testa, sonno cattivo, mal di gola, mal di pancia, strani gonfiori in faccia. Giovedì vado a farmi dare un'occhiata dal medico.
Mah.

Posted by giuliomozzi at 00:52 | Comments (16) | TrackBack

14.12.04

C'è un nuovo

C'è un nuovo inquilino nel web.

Posted by giuliomozzi at 00:00 | Comments (4) | TrackBack

13.12.04

Un libro che non ho pubblicato

L'invasione degli ultracorpi a Cinisello Balsamo.

Telefona l'amico.
"Scusa se ti faccio le pulci", dice, "ma questo non avresti dovuto metterlo nell'altro blog?".
Gli sbatto giù il telefono.

Posted by giuliomozzi at 19:44 | Comments (3) | TrackBack

E adesso, pover'uomo?

"E adesso", mi dice l'amico al telefono, "come farai?".
"Come farò a fare cosa?", dico cascando dalle nuvole.
"Dico", dice l'amico, "come farai con due blog".
"Ah, quelli", dico. "Quelli non è un problema".
"Be'", dice l'amico, "ti andrà via un sacco di tempo".
"Non è detto", dico.
"Beato te", dice l'amico, "che puoi fare quel caz*zo che ti pare".
"Ma no!", dico. "E' che ci ho il fisico bestiale".
Non è poi così vero, veramente. Oggi mi sono svegliato alle cinque con un mal di testa da urlo e la guancia sinistra tutta ingrossata. Mi sento molto scassato.
"E poi", continua l'amico, "non è che ti confondi?".
"No", dico prendendo il tono di chi si mette a spiegare. "E' che ho bisogno di due luoghi diversi per fare cose diverse. Vorrei che il mio diario fosse un diario, e che un po' di altre cose finissero invece in vibrisse. Tutto qui. E' una questione di ordine".
"Ah", dice l'amico.
"E poi", continuo, "ci sono gli altri due".
"Come gli altri due?", dice l'amico.
"Sì", dico, "gli altri due blog".
"Ma stai scherzando?", dice l'amico.
"No", dico. "Sono serissimo".
"E che blog sarebbero?", dice l'amico.
"Be'", dico, "uno è il blog dei realvisceralisti...".
"Dei che cosa?", quasi grida l'amico.
"Dei realvisceralisti", insisto. "Un movimento poetico d'avanguardia di fine anni Sessanta primi anni Settanta, messicano, inventato da Roberto Bolano...".
"Inventato?", dice l'amico.
"Sì", dico. "Inventato".
"Cioè", dice l'amico scandendo le parole, "tu ti sei messo a fare il blog di un movimento poetico d'avanguardia, messicano, di trent'anni fa, e pure inventato?".
"Sì", dico. "Ma non è mica una cosa che faccio da solo".
"Ah, ecco, mi pareva", dice l'amico. "I matti vanno sempre in compagnia".
"In somma", dico quasi offeso, "prima di criticare aspetta almeno che questa cosa parta".
"Ah, sì, per carità", dice l'amico. "Non ho niente da ridire. Ma avevi detto altri due, vero?".
"Sì", dico, "perché poi c'è anche il blog del capolavoro misterioso".
"Fantastico", dice l'amico. "Ne sentivo proprio la mancanza".
"Si tratta di un work in progress", continuo senza badargli, "praticamente di un blog che accompagnerà gli ultimi mesi di vita da inedito di un libro che pubblicheremo in primavera...".
"Come il Blèr Uic' Prògec?", dice l'amico.
"Ma no!", lo blocco subito, "sarà un semplice diario di lavoro di scrittura, di lavoro editoriale, di lavoro di riscrittura...".
"A-ha", dice l'amico. "Una cosa facile".
"Una cosa infrequente", puntualizzo. "Che potrebbe essere divertente".
"Ma tu", torna alla carica l'amico, "lo fai per fare promozione del libro".
"Ma", ammetto, "vagamente anche un po', sì. Ma non è l'essenziale. Non è la cosa importante. E' che mi piace l'idea che chi poi leggerà - se vorrà - questo libro che abbiamo soprannominato il capolavoro misterioso, possa avere un'idea di quanto lavoro c'è dietro, di quanta strada deve fare un libro, anche un libro fortunato come questo - è fortunato: viene pubblicato - prima di giungere alla pubblicazione".
"Mah", dice l'amico.
"Ho capito", dico. "Non te ne importa niente".
"Ma no, ma no!", dice l'amico. "Anzi, anzi", continua, simulando interesse, dammi subito gli indirizzi".
"Gli url?", domando.
"Gli indirizzi, gli url, chiamali come ti ca*zzo ti pare", dice l'amico.
"Ma non c'è ancora niente in quei blog", dico, "solo qualche post di prova".
"Non importa", dice l'amico, "dammi gli indirizzi adesso, che me li noto, se no non te li chiedo più. Dammi un attimo".
Mi rassegno.
Sento, dall'altra parte del (filo? etere?), un gran rumore di scrivania rimestata.
"Ecco", dice l'amico, "ho la penna, dimmi".
"Allora", comincio. Il sito dei realvisceralisti è acca tì tì pì, due punti, slash slash...".
In quel momento cade la linea.

Posted by giuliomozzi at 18:54 | Comments (0) | TrackBack

Vibrisse è tornato

Finalmente. Ed è qui.

[Qui si legge che cos'è vibrisse, e come si fa a collaborare].

Posted by giuliomozzi at 12:44 | Comments (19) | TrackBack

Nudo

Bene. Visto che la faccenda della mia nudità sembra destare tante e tali elucubrazioni, non posso che fornirvi l'originale. Osservate e contemplate.

Posted by giuliomozzi at 12:41 | Comments (5) | TrackBack

Vertigini

Sto leggendo Vertigini, libro assai bello scritto da W. G. Sebald. A pagina 86 si parla di due persone che sono convinto di aver conosciute (ho fatto anche il conto degli anni, e torna). A pagina 104 Sebald prende una camera a Milano in un albergo di via Ludovico Settala che io conosco bene (anche se, dal tempo di cui racconta Sebald, e nel quale io già frequentavo il posto, la gestione è cambiata). A pagina 120 Sebald introduce uno dei personaggi del romanzo che finalmente ho cominciato a scrivere. A pagina 187 ho sottolineata questa frase: "Dentro di me, con il tempo, molte questioni si erano appianate, anche se con ciò non si erano fatte più chiare, ma più misteriose ancora". Ma la cosa più impressionante è che mentre, sul treno del ritorno a casa, leggevo l'ultima riga di pagina 141, nel momento stesso in cui leggevo la parola: "solidarietà", in essa riga contenuta, la mia vicina di posto, persona piuttosto esuberante, che inutilmente aveva tentato di attaccare bottone con me, e successivamente era riuscita ad attaccarlo al vicino difronte, pronunciava con voce squillante la parola: "solidarietà".

Posted by giuliomozzi at 09:20 | Comments (7) | TrackBack

10.12.04

Passaparola

"Roberto Tossani ti ha sognato nudo", mi dice oggi (a Verona, alle 18 circa) la Massaia di Avesa.
Be', pare che sia vero.
Mah.
Confesso che sapere da una donna che un uomo mi ha sognato nudo, mi ha messo un po' in imbarazzo (mi avrebbe imbarazzato di più il contrario, peraltro).

Posted by giuliomozzi at 23:40 | Comments (18) | TrackBack

Cavo

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Eurostar Padova-Milano, 06.11.04, ore 07.35 circa.

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08.12.04

Ho mangiato il salamino...

...e me ne vanto. Salamino in olio tartufato. Buonissimo (forse più l'odore che il sapore). Mangiato con pane ferrarese. Strepitosa mostarda di fichi e cannella (comperata a Roma agosto scorso), mangiata con un avanzo di pecorino di fossa (comperato a Montefortino, Ap, sempre agosto scorso). Il vino, comperato gennaio scorso a Selva di Val Gardena, era ormai passato: quasi liquoroso. Pazienza. L'importante è che svolga la sua funzione digestiva.
I prossimi giorni salterò di treno in treno, di appuntamento in appuntamento. Mi aspettano pacchi di biscotti, bottiglie d'acqua comperate in stazione, crackers della riserva strategica viaggiante. Il prossimo pasto degno di questo nome (cioè: con cibo che sembra proprio esser cibo; mangiando seduto; conversando con persone amiche) è previsto per sabato sera.

Posted by giuliomozzi at 23:36 | Comments (22) | TrackBack

Slalom

Sono al pub bavarese gestito dai cinesi. Sto leggendo Plotino (terza enneade, quarto trattato). Sul mio tavolo c'è una Slalom.
Poca gente.
Un uomo basso, pelato, quasi senza collo, con addosso un cappotto grigio, entra correndo nel pub.
"Viva la Tèlecom!", grida arrestandosi di colpo, alzando le braccia. "Viva la Tèlecom!".
Abbassa le baccia, si guarda intorno soddisfatto (guarda me, la coppietta pressoché sedicenne che si sbaciucchia in un angolo, la coppia trentenne con lei in gonna corta a pieghe e maglia di rete e lui con la mano sotto la gonna di lei, la coppia venticinquenne con lui no global e lei zingarella, la cameriera cinese grassottella, il titolare cinese aitante).
"E' bella, la Tèlecom", conclude.
Si volta, fa per uscire, inciampa nei suoi stessi piedi, crolla a terra.

Posted by giuliomozzi at 01:54 | Comments (14) | TrackBack

07.12.04

Testone

Oggi (per parlare solo di oggi) per tre volte sono stato accusato di prendermi sul serio.
"Dovresti essere più ironico", mi ha detto uno.
"Anzi, autoironico", mi ha detto un altro (che era lì presente insieme al primo).
"Tu manchi di ironia", mi ha detto un terzo (più tardi, in altro contesto).
Ecco.
Al secondo dei tre ho detto: "Ma dici che mi prendo troppo sul serio?".
"No", ha detto lui. "Ti prendi sul serio".
Questo.
No, ho pensato, non sono disponibile. L'ironia è una forma del disprezzo, ho pensato.
Vedi ad esempio il dizionario online di Tullio De Mauro, alla voce ironia:

- particolare modo di esprimersi che conferisce alle parole un significato opposto o diverso da quello letterale, lasciando però intravedere la realtà, che si usa per criticare, deridere, rimproverare e sim.;
- figura retorica che consiste nell’usare parole di significato contrario a quello che si pensa;
- estens., scherno, derisione;
- atteggiamento che consente di affrontare la vita in modo critico e con distacco; atteggiamento di distacco di un artista dalla materia che tratta;
- filos., atteggiamento di svalutazione eccessiva di se stessi, della propria condizione o situazione.

Perché dovrei conferire alle parole un significato opposto o diverso da quello letterale? Perché dovrei usare le parole in un significato contrario a quello che possiedono? Perché dovrei schernire e deridere? Perché dovrei affrontare la vita, nella quale sono immerso, con distacco? Perché dovrei (in quanto artista) distaccarmi dalla materia che tratto? Perché dovrei svalutare eccessivamente me stesso?
Mi pare chiaro che io sono un povero diavolo. I limiti della mia intelligenza, poiché sono un uomo esibito, sono noti a tutti. Ma di quello che ho, che riesco a fare, sono fiero. Non ho voglia di disprezzare me stesso. In generale, non ho voglia di disprezzare.
Preferisco essere un testone pedante che un illusionista. Mi pare un illusionista colui che usa l'ironia. Preferisco essere un testone pedante che uno scaricabarile. Mi pare uno scaricabarile colui che usa l'ironia.
"Io credo che...".
"Ma va là! Ma ci credi! Ma ci credi veramente? Oggi come oggi, tu credi non dico a questa cosa, ma a qualcosa? Ma chi ti credi di essere?".
Per questo dico, così spesso, "io". Perché dire "io" (diversamente da quel che pensava la mia maestra della prima elementare, la signora Angelina Raule, della quale non so nemmeno se sia ancora al mondo) significa segnare i limiti di ciò che sto per dire.
Ho un orrore specifico per l'ironia elevata a criterio di pensiero, per la leggerezza come scelta di vita.
Questo è il sentimento di oggi.
Per piacere: qualcuno mi spieghi, se ne è capace, perché mai l'ironia sarebbe meglio - non dico della serietà, che mi pare un obiettivo inattingibile, ma almeno della pedanteria.
Oppure sono io che sono tutto fuori squadra?

Posted by giuliomozzi at 18:59 | Comments (29) | TrackBack

Un viaggio breve

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Mattino padovano,

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pomeriggio veronese,

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sera milanese: 02.12.04.

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06.12.04

Figli sani e perfetti

Lo so, ci sono cose più importanti al mondo. Molto più importanti. Ma oggi, leggendo la "pagina dei morti" del Gazzettino di ieri, mi ha colpito questo necrologio:

Da piccolo ti conoscevo abbastanza, eri molto timido e rispettoso non facevi mai i capricci.
Da adolescente, la tua timidezza è diventata più forte, non mi dava la possibilità di conoscerti più a fondo.
Da grande ti ho conosciuto bene!
Ti ho conosciuto quando ti sei ammalato.
Hai affrontato le tue malattie con grande dignità e coraggio, non ti sei mai lagnato di niente. Tu eri ammalato, e chiedevi agli altri come stavano. Confortavi noi dicendo che tu eri forte e avresti superato tutto.
Il male ti ha colpito alle spalle da traditore, e tu non hai potuto fare niente.
Seppure la tua è stata una breve vita hai insegnato a noi come si vive da uomini, da grandi uomini, come sei stato tu.
Grazie di averti avuto.
MAMMA, PAPA' e SARA, che straziati dal dolore annunciano la tua dipartita da questo mondo, ma non dal nostro, perché tu sarai sempre con noi in ogni momento della nostra vita.

Il giorno 4 dicembre 2004 alle ore 6.30 ci ha salutato, e ci attende nell'altra vita,
Stefano Tenderini, di anni 28.

Lo salutano la MAMMA, il PAPA', la sorella SARA, la NONNA, gli zii, i cugini, gli amici e tutti i parenti.
I funerali saranno celebrati mercoledì 8 corr. alle ore 10.30 nella Chiesa Parrocchiale di San Martino di Castello.

Un ringraziamento particolare all'U.O. di Neurologia dell'Ospedale Civile di Venezia, per la professionalità, l'umanità e la disponibilità dimostrate, in questo momento particolare della nostra vita, a noi e a nostro figlio.

Un doveroso ringraziamento particolare volevo farlo io come padre, allo STATO ITALIANO ed in particolar modo al MINISTERO DELLA DIFESA, perché dopo 8 anni che mio figlio ebbe un incidente durante il SERVIZIO MILITARE e gli fu riconosciuta la causa di servizio, deve ancora percepire un soldo di pensione.
LA PATRIA VUOLE I SUOI FIGLI SANI E PERFETTI, POI QUANDO SI ROMPONO LI METTONO DA PARTE.
Chissà fra quanti anni si ricorderanno di loro.

Venezia, 5 XII 2004

Posted by giuliomozzi at 15:42 | Comments (23) | TrackBack

Libri entrati in questa casa da lunedì 29 novembre a sabato 4 dicembre 2004

- The best of McSweeney's, vol. I, a c. di Dave Eggers, Minimum fax, pp. 337. Omaggio editoriale. Ringrazio Marco Cassini.
- Stanislaw Lem, Memorie di un viaggiatore spaziale, Marcos y Marcos, pp. 500. Omaggio editoriale. Ringrazio Marco Zapparoli.
- Stephen Vizinczey, I dieci comandamenti di uno scrittore, Marsilio, pp. 317. Omaggio editoriale. Credo di dover ringraziare Marsilioblack.
- Giovanna Giordano, Il mistero di Lithian, Marsilio, pp. 245, con una postfazione di Fernanda Pivano. Omaggio editoriale con dedica autografa. Ringrazio Giovanna Giordano, i cui due libri precedenti mi sono piaciuti parecchio.
- David Leavitt, Martin Bauman (questo lo sapete già).
- Richard H. Popkin, La storia dello scetticismo. Da Erasmo a Spinoza, Anabasi 1995, pp. 360. Comperato per 6 euro al Libraccio di Milano.
- Vincenzo Errante, La lirica di Hoelderlin, Sansoni 1943; vol. I, Saggio biografico critico. Riduzione in versi italiani, pp. 326; vol. II, Commento, pp. 260. Comperato per 20 euro al Libraccio di Milano.
- Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante, Sansoni 1942, pp. 508 (edizione numerata in 500 esemplari; esemplare n. 148). Comperato per 24 euro al Libraccio di Milano. Ringrazio il Libraccio per lo sconto complessivo, su tutto l'acquisto, di 11 euro.
- Maria Grazia Calandrone, La scimmia randagia, Crocetti 2003, pp. 158. Omaggio dell'autrice, che ringrazio.
In tutto, 3.460 pagine.

Posted by giuliomozzi at 14:08 | Comments (9) | TrackBack

7%

Ieri. Sei di sera. Aspetto il bus per il centro. Piove. Sto sotto il terrazzino della scuola di musica, davanti alla vetrina dell'istituto di estetica. Un furgone parcheggiato dove non dovrebbe m'impedisce di vedere se il bus arriva. Ogni tanto tiro gli occhi.
Il bus arriva all'improvviso sbucando da dietro il furgone. Si ferma con un gran fragore di freni, tergicristalli e campanelli.
Scende una signora piccolissima con il fazzoletto in testa. Salgo. E' quasi vuoto. Mi siedo.
Due fermate dopo sale a bordo un gruppo di sei signori sulla settantina. Sono tutti corpulenti, hanno tutti i capelli bianchi, indossano tutti un cappotto blu e un cappello.
I signori in blu parlano ad alta voce: si capisce che stanno andando a una cena, che stanno pregustando i bigoli in salsa e il baccalà [1].
Secondo me hanno già bevuto un paio di aperitivi, perché li vedo piuttosto incerti sulle gambe. Si aggrappano ai sostegni con due mani, parlano a voce troppo alta. Stanno tutti ammucchiati davanti alla porta d'uscita, continuano a calcolare quante fermate mancano. "Zé quea dopo de quea dea Feltrinèli", dice uno. "Ma no", dice un altro, "smontémo a Pòrta Altinàte". In realtà intendono la stessa fermata.
Passano quattro fermate. Io devo scendere.
"Scusi", dico al signore in blu che sta aggrappato al sostegno accanto a me.
Il signore in blu non reagisce.
"Per piacere", dico a voce più alta, "devo scendere".
"Smontémo ànca niàltri, dèsso", dice il signore in blu.
"Io scendo alla fermata prima", dico. "Mi fa passare?".
Il signore in blu comincia ad allontanare il corpo dal palo al quale sta aggrappato. Continua però a reggersi saldamente con due mani. Si apre uno spiraglio largo circa una spanna.
"Senta", dico, "o mi fa passare o non mi fa passare".
Il signore in blu cerca con gli occhi un altro appiglio. Sento che il suo respiro si fa pesante.
Il bus si ferma a un semaforo.
A bus fermo, il signore in blu si arrischia ad abbandonare il sostegno, per agganciarsi a un altro mezzo metro più in là.
Sguscio dal mio sedile. Mi avventuro nel corridoio.
"Scusi", dico. "Prego", dico.
"Devo scendere adesso alla prossima", dico a voce alta.
Non mi bada nessuno.
Il bus riparte. Ho circa dieci secondi per superare la barriera.
Mi scoccio. Mi faccio largo a forza.
I signori in blu imprecano.
Il bus si ferma. La porta per l'uscita si spalanca. I signori in blu, come un sol signore in blu, si precipitano davanti alla porta.
E lì restano, perché la loro fermata è la prossima.
"Fatemi scendere!", grido.
"Se el gà da smontàre, el smonta!", mi dice il signore in blu che ho proprio davanti.
"Che cosa faccio", dico, "le passo attraverso?".
"Ménego, càvete!", dice un altro signore in blu (che, evidentemente, ha avuto un insight).
Il signore in blu detto Ménego [2] effettua una rotazione sul suo asse. Intravedo uno spiraglio tra la sua pancia e la porta a soffietto. Invoco mentalmente Klaus Dibiasi, e mi butto.
La porta a soffietto si chiude quando il 93% del mio corpo è ormai oltre la mèta. Il 7% del mio corpo, ovvero il mio piede sinistro, rimane bloccato dalla porta a soffietto.
Be': i marciapiedi sono duri.
E per fortuna che il bus non è ripartito subito.

[1] Stoccafisso. In Veneto si chiama baccalà ciò che in quasi tutto il resto d'Italia si chiama stoccafisso.
[2] Domenico.

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05.12.04

Raccontare i luoghi: Rassegna stampa

foto_di_guido_guidi.JPGPubblico ora alcuni articoli usciti nei quotidiani veneti nei giorni del convegno Raccontare i luoghi. Potete scaricarli qui in formato Word o leggerli nel seguito di questo post. Ne sono autori Nicolò Menniti-Ippolito (Il mattino di Padova, La nuova Venezia, La Tribuna di Treviso), Chiara Pavan (Il gazzettino), Fiorella Girardo (Corriere del Veneto, supplemento del Corriere della sera).

Raccontare i luoghi per dare nuova vita a realtà complesse
di Niccolò Menniti-Ippolito

(25 novembre 2004, Il mattino di Padova, La nuova Venezia, La Tribuna di Treviso)

Ha scritto David Lowentahl, uno dei maggiori studiosi del paesaggio, che «è necessario il tempo per creare i luoghi». Cosa significa? Significa che non esistono luoghi senza storia, senza leggende, senza passato, senza cultura. Tanto è vero che qualche anno fa un antropologo come Marc Augé ha imposto un termine come nonluogo per definire quei posti, totalmente privi di identità, che caratterizzano la postmodernità. In altri termini un luogo è qualcosa che vive del proprio passato, degli uomini che lo hanno abitato, delle vicende che vi si sono svolte, delle case che vi sono state via via costruite, e si potrebbe andare avanti. Il problema è allora capire i luoghi, per poterci vivere bene dentro, per continuare a modificarli, per preservarli. Solo che capire è diventato sempre più difficile, perché la catena generazionale si è disintegrata, perché la memoria vacilla, perché la produzione simbolica si è drasticamente interrotta. In un suo bel libro, Il paese ritrovato, Paolo Barbaro racconta, per esempio, il suo enorme disagio nel tornare al paese di nascita e trovare la chiesa girata, con un altro orientamento, ed interpreta questo segno come quello di una decadenza irrimediabile, perché il tradimento di un luogo è il tradimento delle persone che vi sono vissute, che vi sono morte. Barbaro prova a rimediare raccontando i luoghi (nel suo caso «come erano») ed è un compito che sempre più gli scrittori sembrano darsi, trasformandolo qualche volta addirittura in lavoro. Per questo un convegno come Raccontare i luoghi, che si terrà a Padova sabato prossimo in Sala Rossini, è di particolare attualità. A parlarne saranno scrittori come Dario Voltolini, Roberto Ferrucci, Giulio Mozzi, Franco Arminio, urbanisti come Stefano Munarin e Chiara Tosi, architetti come Claudio Aldegheri e Franco Biscossa, fotografi come Guido Guidi e Gualtiero Bertoldi.
«Un luogo è un luogo», dice Giulio Mozzi, «quando esiste nella nostra mente. Un luogo è un luogo quando ha una storia che lo racconta, un progetto che lo costruisce, un'immagine che lo ritaglia, una musica che lo ricorda, un film che lo celebra». E questo sembrano aver capito, ultimamente, enti pubblici e privati che hanno chiesto e chiedono a scrittori e fotografi di raccontare i luoghi per aiutare gli architetti e gli urbanisti a capire come trasformarli, come riempierli. Il senso lo spiegano bene due architetti come Claudio Aldegheri e Franco Biscossa: «Per capire un luogo bisogna avere sensibilità e strumenti per decodificare. per noi è interessante proporre un tema, e lasciare ad altri: pittori, scultori, scrittori, poeti, fotografi, terreni di lavoro dove esprimersi nel loro linguaggio, con la propria intelligenza». Dopodiché all'architetto o all'urbanista tocca intervenire: «I nostri progetti», dicono i due, «partono anche da lì: dalla leggerezza di un lavoro creativo e interpretativo comune». L'idea è innovativa e la base culturale è solida. Negli ultimi anni i geografi si sono preoccupati di definire la differenza tra territorio e paesaggio, che spesso sono usati come sinonimi. Non lo sono, però, perché il territorio è il contenitore, il paesaggio è il contenuto ed è dunque una realtà profondamente umana, culturale, storica, che i dati tecnici non possono cogliere. Anche per la geografia, insomma, un paesaggio è fatto dai monti, dai fiumi, ma anche dalle case e dagli uomini che le hanno abitate e dalle storie che vi hanno vissuto, insomma da una realtà complessa, reale e simbolica, che è necessario conoscere a fondo. Una volta a svolgere questa funzione erano gli anziani, i cantastorie, i narratori popolari; oggi sempre più sono gli scrittori e i fotografi, che provano ad assumerne ruolo e vocazione.
Con che risultato è ancora presto per dire, ma per Giulio Mozzi questo è soprattutto un dovere: «Non solo a chi si occupa professionalmente del territorio, cioè agli urbanisti e agli architetti, ma anche ai narratori, ai fotografi, ai musicisti e ai cinematografari spetta il compito civile di generare i luoghi, di inventarne e reinventarne l'immaginazione ancora prima che di, fisicamente, inventarli o trasformarli».

***

La città oggi, groviglio di strade senza confini
di Chiara Pavan

(27 novembre 2004, Il Gazzettino)

Nella "metropoli diffusa" non c'è più spazio per quello che Andrea Zanzotto chiamava «paesaggire». Tra i detriti del mondo contadino si alternano i trionfi acrilici del paesaggio industriale: centri commerciali e villette a schiera si sfidano guardinghi condividendo bretelle di tangenziali, palazzoni squadrati svettano verso il cielo spezzando la monotonia dell'insediamento urbano, distese di campi coltivati si inchinano davanti alla sfilata di concessionarie d'auto. La "vita" sembra aver perso il proprio territorio, il paesaggio è stato consumato, nascosto, stratificato. La "metropoli diffusa" pullula ormai di nuovi segni che sembrano comporre una traccia di identità. In fondo, «nessun paesaggio è davvero incomprensibile - precisa lo scrittore padovano Giulio Mozzi - se ci sono storie che lo raccontano».Ed è per questo che Mozzi , con l'associazione The Andromeda Society, ha pensato di invitare sabato pomeriggio, al Caffè Pedrocchi di Padova (alle 15.30), un gruppo di osservatori speciali, pronti a "raccontare i luoghi" dal proprio punto di vista. E non ci sarà spazio soltanto per i narratori - come Franco Arminio, Roberto Ferrucci e Dario Voltolini - ma anche per gli architetti Claudio Aldegheri e Franco Biscossa, per gli urbanisti Stefano Munarin e Maria Chiara Tosi, per fotografo Guido Guidi e per "fotoblogger" Gualtiero "Kimota" Bertoldi. Perché un luogo, avverte Mozzi , è luogo quando esiste nella nostra mente. È luogo quando c'è una storia che lo racconta, un progetto che lo costituisce (o lo ri-costituisce), un'immagine che lo fissa nel tempo, una musica che lo ricorda, un film che lo celebra.«Potremmo dire, esagerando: il territorio dell'Italia in realtà non esiste - aggiunge - esistono le narrazioni che lo raccontano, le fotografie che lo ritagliano, le mappe, le musiche e i film. Quindi non solo a chi si occupa professionalmente del territorio, cioè agli urbanisti e agli architetti, ma anche ai narratori, ai fotografi, ai musicisti e agli artisti in generale spetta il compito civile di generare i luoghi, di inventarne e reinventarle l'immaginazione, ancora prima che di, fisicamente, inventarli e/o trasformarli».
Il convegno, così diventa un momento di scambio e di confronto per addentrarsi nel paesaggio, per cercare di restituire un "immaginario" di questo territorio che si sta modificando giorno dopo giorno. Un microcosmo che sta plasmando nuove forme di città trasformandole in concentrazioni territoriali che superano non solo l'antica città cui la storia ci ha abituato, ma anche la stessa recentissima area metropolitana. Città un tempo distanti si sono avvicinate slabbrando i propri confini amministrativi, il risultato è un agglomerato edilizio di strade che si mangia ettari di suolo, che erode porzioni irriproducibili di paesaggio. Una "marmellata" edilizia spalmata lungo i corridoi stradali - lo sentenziavano gli urbanisti, poche settimane fa, riuniti a Venezia per la terza edizione di "Mobility Venice" - che rende sempre più indigeribile il termine stesso di "città": sembra una nebulosa, ma è sempre oggetto visibile, concreto, governato da non si capisce chi.«Una devastazione - osserva Mozzi - che sembra nascere anche da uno sfrenato "padroncinismo": l'uomo di adesso, soprattutto in questo "produttivo" nordest, vuole essere signore e padrone in casa propria. Un sovrano che però è totalmente slegato dalla società che lo circonda. Questo sentirsi estraneo alla società organica produce disastri, e favorisce soltanto la logica del profitto immediato». Perché ciò che si perde subito è proprio la «consapevolezza dei luoghi».
Luoghi che allora devono essere raccontati. E quando si racconta un territorio, è inevitabile segnare sempre di più l'identità di chi lo abita. In questa nebulosa "nordest" confluiscono autori come Meneghello, Rigoni Stern, Zanzotto e Camon, si interrogano artisti come Marco Paolini e Carlo Mazzacurati, ne parlano Vitaliano Trevisan, Tiziano Scarpa, Romolo Bugaro, senza scordare i friulani Mauro Covacich e Gian Mario Villalta. Ma ci sono anche i "poeti della A 27" Igor De Marchi, Sebastiano Gatto e Giovanni Turra, che nella sigla dell'autostrada sembrano aver racchiuso senso e identità di un mondo in continua trasformazione. "A27", in fondo, richiama una realtà quotidiana e condivisa, ma soprattutto, come osserva Villalta che segue da vicino questi trentenni in "transito" lungo le direttrici imposte dalla "produzione", «A 27 è definizione lapidaria: dice che questa è la realtà, il poeta la riconosce - e vuole riconoscersi - attraverso l'esperienza del vivere».Se raccontare un luogo, allora, significa farlo «esistere», c'è da domandarsi se sia ancora possibile «paesaggire» e realmente capire questi agglomerati urbani abbarbicati intorno a strade, autostrade, tangenziali, caselli autostradali e ferrovie. E dato che per avere «un buon rapporto col contesto bisogna saper leggere» il territorio - dicono gli architetti Aldegheri e Biscossa - è necessario dotarsi di «sensibilità e strumenti per decodificare». Dopo tutto, gli architetti sono coloro che devono abbracciare più competenze, fa eco Mozzi , «e in un'epoca che cerca disperatamente la specializzazione, mi auguro si possa diventare meno specialisti e più... rinascimentali. Durante il Rinascimento gli architetti poetavano, i letterati scrivevano trattati di architettura, gli scrittori componevano musica. Non voglio dire che si deve rubare il mestiere dell'altro, mi auguro solo che attraverso lo scambio si possa davvero comprendere maggiormente ciò che ci sta attorno». Per continuare a «paesaggire» lungo altre strade.

***

«Il compito degli artisti? Spiegare il territorio che cambia»
di Fiorella Girardo

(27 novembre 2004, Corriere del Veneto, supplemento del Corriere della sera)

«La cosa più grande che è avvenuta in Italia negli ultimi 50 anni è la trasformazione del suo territorio. In Veneto, poi, è cambiato tutto: la vocazione turistica dei luoghi di mare e della città storiche ha modificato il paesaggio, per non parlare dell'industrializzazione della campagna. Ecco, ci sono materiali che ci danno conoscenza del territorio dove abitiamo e secondo me vale la pena prendere questa parte della letteratura, isolarla e metterla in vista». Lo spiega così, lo scrittore Giulio Mozzi, il convegno che si terrà oggi a Padova nella sala Rossini del Caffè Pedrocchi, dedicato al «Raccontare i luoghi». Un incontro che mette fianco a fianco le esperienze di narratori, fotografi, architetti e urbanisti. «Si dice spesso che gli autori italiani non fanno quello che devono fare, in realtà lo compiono raccontando incessantemente il territorio», continua Mozzi. «Il modo in cui Vitaliano Trevisan ha descritto in Quindicimila passi come un bosco di Vicenza è diventato zona industriale e residenziale è superbo».
Non è la prima volta che lo scrittore padovano affronta questi temi, della primavera scorsa è il libro scritto con Dario Voltolini Sotto i cieli d'Italia (Sironi Editore) dove raccontava strade, capannoni, case, pali della luce, lungo le strade tra Veneto e Friuli. Territori e situazioni apparentemente senza interesse, che poco hanno da dire al passante distratto. «Ma i segni che sono nei luoghi non sono solo quelli impressi fisicamente perché a volte sono le storie a creare luoghi. Basti pensare alla finta casa di Giulietta a Verona, un simbolo forte mai esistito e generato da una storia. Io sono convinto che la produzione di immaginario legato ai luoghi trasforma quegli immensi non-luoghi che a volte sono le nostre città».
Se da una parte, quindi, c'è il compito di rielaborare il paesaggio usando l'inventiva, dall'altra il territorio risponde a logiche molto pragmatiche che dipendono da piani regolatori ed esigenze economiche. A questo punto il legame tra l'elaborazione artistica e il risvolto sociale sembra spezzarsi. «Ma nel momento in cui queste immaginazioni vengono accolte anche da chi ha la responsabilità di lavorare sul territorio», sostiene ancora Giulio Mozzi, «allora diventano produttive di decisioni politiche. Il piano regolatore è un'immaginazione, di conseguenza la produzione di immaginario usabile dalla politica è utile per tutti».
Si potrebbe discutere a lungo sulla quantità di immaginario contenuto nei Prg che tiranneggiano le nostre città, ma il convegno di domani pone l'accento proprio sull'utilizzo del lavoro degli artisti per conoscere e interrogarsi sulle varie anime che abitano un territorio. E tra le varie arti la fotografia sembra essere quella più immediata - e forse più ovvia - nella descrizione del paesaggio, quel dettaglio che accompagna la scrittura o il progetto nel modo più fedele.
A parlarne è stato invitato un grande fotografo italiano che da anni, ormai, utilizza l'occhio della camera per cogliere frammenti di territorio, Guido Guidi. «Fin dal suo nascere la fotografia è stato uno strumento per uscire da questa specie di trappola dell'io che descrive», afferma. «Ovviamente non è possibile farlo, però, rispetto ad altri sistemi, non sono io che descrivo il mondo, ma è il mondo che lascia una traccia di sé sulla pellicola».
Eppure succede che uno scatto metta in luce particolari altrimenti insignificanti che sarebbero caduti nell'oblio se non fossero stati fermati nell'immagine, se non fossero stati racchiusi in uno scatto. Questo è possibile secondo Guidi perché «la macchina fotografica è maleducata e questa maleducazione interna allo strumento ci permette di vedere quello che non abbiamo ancora visto. Più della penna e del pennello permette di vedere cose nuove».
Luoghi concreti e già visti assumono allora un altro aspetto, rivelano sembianze impreviste e soprattutto parlano di una vita che li ha attraversati nel tempo, raccontando moltissimo degli uomini che vi hanno transitato. Molto spesso Guidi ha catturato con la macchina fotografica immagini di luoghi desolati e abbandonati, luoghi che non hanno più vita apparente ma che nascondono storie. «Fotografo questi posti malandati non perché malandati, ma perché sono la testimonianza di una cultura del fare. Così Porto Marghera, la strada Romea, la periferia urbana o le cave sul Grappa sono luoghi poco frequentati dai fotografi. A me interessa la vita che ci è passata attraverso, il carico di segni e di esperienze ch esi porta addosso. Per me Marghera è interessante perché non è più un modello, è un luogo abbandonato».
Allora cambia la gerarchia che normalmente domina l'importanza di un territorio che diventa tanto più significativo quanto più sede di storie vere o immaginarie. Quindi accando ai «tecnici» che per mestiere si occupano di elaborare lo spazio, si pongono i narratori, i fotografi, i cineasti che hanno il compito di identificare, raccontare e reinventare i luoghi del vivere quotidiano. Nel tentativo di capire il mondo che ci circonda.

Posted by giuliomozzi at 22:13 | Comments (3) | TrackBack

Link, e una misteriosa promessa

Qualche movimento nei link qui a destra. Tra le Buone compagnie ho aggiunte Pulsatilla e Donna Laura. Ciò che scrive Pulsatilla non è esattamente il mio genere (è esattamente il contrario del mio genere), ma dopo una pagina come questa non potevo farne a meno. Ciò che scrive Donna Laura è, invece, esattamente il mio genere; e inoltre ho qualche ragione di sospettare che lei abiti, ora, da poco, più o meno lì dove io ho trascorsa la mia infanzia. Tutti i miei auguri.
Nelle Patrie lettere ho aggiunto Ellittico. Di nuovo: non solo non è il mio genere, ma è tendenzialmente l'esatto contrario del mio genere. Se volete capire al volo di che genere sono, gli ellittici, leggete per prima cosa il loro manifesto.
A questo punto mi viene da domandarmi se saprei dire, io, che cosa è e che cosa non è il mio genere. Non saprei dire. M'importa che sia chiaro questo: nella colonna dei link non penso di indicare "quel che c'è di meglio nella rete". I criteri sono proprio quelli scritti nei titoli delle rubriche: amicizia, simpatia, compagnia (e a volte, come nel caso di Ellittico, una leggera e costante antipatia finisce - e non chiedetemi come succeda - per trasformarsi in leggera e costante simpatia).
Fin qui le aggiunte. Ora le sottrazioni.
Ho cancellato, con poco piacere, il link al Marzi-blog. Da qualche mese nell'ultimo post campeggia la parola: Fine.
Ho cancellato anche alcuni link dalla rubrica Amici narratori. Non perché si sia interrotta l'amicizia, ma perché ho deciso di tenere in questa rubrica solo link a siti più o meno regolarmente arricchiti di contenuti. Via quindi i link ai siti-promozione di Marco Franzoso e Romolo Bugaro (in quest'ultimo, nella pagina "Cosa ne pensi" campeggia da un anno la seguente scritta: "A breve in questo spazio un forum dove scrivere, commentare, dialogare e dire quello che pensi"). Resta il link a Ruins di Vitaliano Trevisan ed Enrico Mitrovich: ma il caso è diverso, Ruins non è una pubblicazione ma una specie di opera d'arte.
Per Romolo, per Marco e per altri, peraltro, a breve ci sarà uno spazio dove scrivere, commentare dialogare eccetera. Lasciàtemi fare un po' il misterioso; ma non ci manca tanto. Nel frattempo, ricordàtevi di leggere I detective selvaggi di Roberto Bolano.

Posted by giuliomozzi at 10:40 | Comments (26) | TrackBack

Regali di Natale

Se gli Avanzi di galera non vi intrigano, potete sempre ricorrere ai consigli per gli acquisti (di Natale) di Sonetti. Che stavolta riesce, strepitosamente, a far rimare mouse con Santa Claus (guidogozzano che farà, nella tomba: si rivolterà?; sghignazzerà tutto contento?; penserà ai fatti suoi?).

Posted by giuliomozzi at 09:38 | Comments (4) | TrackBack

04.12.04

Problemi col browser

Accidenti! Proprio oggi che avevo voglia di andarmi a vedere un po' di siti porno!

Posted by giuliomozzi at 00:07 | Comments (17) | TrackBack

03.12.04

100

Sto leggendo il romanzo Martin Bauman di David Leavitt (Mondadori 2002, pp. 449, prezzo originario 17,60 euro, comperato oggi al Libraccio di Milano [via Corsico] per circa 6 euro). Mi sembra un bel romanzo. Sono a pagina 228. Ho letto: in treno tra Milano e Verona; in un bar di Verona aspettando l'ora dell'appuntamento che avevo alla Fnac; in treno da Verona a Padova.

L'ultima parola di pagina 100 è: "cento".

Posted by giuliomozzi at 22:54 | Comments (22) | TrackBack

Raccontare i luoghi: Venezia-Bruxelles

aeroporto_di_venezia.JPGContinuo a pubblicare i materiali relativi al convegno Raccontare i luoghi. Roberto Ferrucci ha letto il testo che potete scaricare qui in Word o leggere qui di séguito.


Venezia-Bruxelles, 18 ottobre 2004 [*]
di Roberto Ferrucci

L'aereo sono riuscito a fotografarlo, anche se non si potrebbe. Ho tenuto il telefonino come se lo stessi spegnendo o digitando un sms e ho fatto clic. Nella foto si vede la scaletta, un pezzo di muso e la gente che sale (una con un giubbotto color ghiaccio, gli altri tutti in scuro, la scritta Ryanair che si riconosce, blu, oltre le loro teste). Volevo mandare quell'immagine - l'immagine della mia partenza per Bruxelles - a un'amica. Un mms che è partito dalla tasca dei miei jeans mentre salivo, cercavo un posto e lo trovavo vicino all'ala sinistra. Il metal detector stavolta, poco fa, non ha suonato. Temevo addirittura i bottoni dei jeans, la montatura degli occhiali. Certo non è stato piacevole, poco dopo, doversi togliere la cintura e reinfilarla ai pantaloni davanti alla poliziotta addetta al monitor ha gli occhi sulla radiografia del mio zaino.

Finestrino, dunque. Una fortuna in questi voli della Ryanair, dove non esiste prenotazione. Devi fare come in gita scolastica. Buttare lo zainetto e occuparlo (l'ho visto prima io!), il posto che vorresti. Mica l'ho fatto, però. Finestrino sì, allora, ma sopra l'ala. E l'ala, vederla vibrare, in volo, ti suggerisce che nello scontro con l'aria, lei, l'ala, una sua fragilità potenziale la possiede tutta. Con quelle leggere vibrazioni ti sussurra che lei sta lì grazie a innumerevoli combinazioni in equilibrio tra loro.
Poi, quando tutti sono a posto, inizia la liturgia mimica delle hostess, che nessuno guarda mai. Nessuno sta ad ascoltarla, Inga, al microfono, nascosta chissà dove, laggiù in fondo, che dà le istruzioni. Intenti, tutti, a distrarsi il più possibile dal decollo di questo Boeing 737-800 della Ryan-Air, 95 euro andata e ritorno per e da Charleroi.
Decolliamo, e in pochi minuti, su in alto, mentre l'aereo vola sopra le nuvole, tutti dormono. Io non ci riesco mai. Né in aereo, né in treno, forse perché non mi va di perdere nemmeno un momento del viaggio. Dello spostamento. Voglio viverlo tutto, io, il percorso. Qualunque percorso. Soprattutto quando è inedito, nuovo, come questo verso Bruxelles.
Io non dormo. Guardo le nuvole. E le nuvole, guardate dall'alto e a seconda dell'incidenza del sole, sembrano di volta in volta ghiaccio, gelato fior di latte, zucchero a velo, batuffoli di cotone, zucchero filato, nebbia, nuvole. E allora sono ghiaccio quando guardi quelle più lontane e meno accennate, meno bombate. Sono gelato fior di latte quelle non così lontane dall'aereo e dalle curvature dense e irregolari. Sembrano zucchero filato quando le vedi dritte, sotto l'aereo, venir su come a ciuffi, più sfilacciate delle altre. Sono batuffoli di cotone quelle più arrotondate, raggomitolate, quasi, qua, sotto l'aereo e per vederle bene dovresti sporgerti dal finestrino, fosse possibile. Diventano invece zucchero a velo se, in lontananza, si rigonfiano verso l'alto e assumono forma di dolci. Un pandoro. Una torta della nonna. Sono finalmente soltanto nuvole, invece, quasi alla fine, quando l’aereo sta per entrarci dentro e un attimo dopo, attraversandole, ti sembreranno essere nebbia.
Il Boeing tocca terra puntuale, alle 9.55, all'aeroporto di Charleroi. Qualcuno applaude. Inga, nascosta chissà dove, laggiù in fondo, dal microfono saluta tutti e dà appuntamento al prossimo volo.
Tocco terra, io, sotto a un cielo grigio, e il primo passo è per una donna nata qui a Charleroi, vissuta a Firenze, conosciuta a Venezia e...
Fuori, temevo di smarrirmi e invece seguo le informazioni che a bordo la voce di Inga aveva scandito in francese e fiammingo - a sinistra, appena usciti, avanti centro metri - e il pullman è lì, bianco e una enorme scritta che si ripete su tutti i lati Brussels South, direzione stazione di Bruxelles Midi. Dieci euro e in quaranta minuti sei arrivato.
Ultimamente mi diverto a cercare qualcuno (cosa? chi?) attraverso il bluetooth, quel sistema che mette in connessione i nostri aggeggi tecnologici. So che esiste una comunità in rete che teorizza la comunicazione anonima a distanza di pochi metri. Si possono cioè mandare messaggi via bluetooth da un telefonino a un altro che sia in un raggio di qualche decina di metri. Non sai chi sia. Del resto, il termine tecnico è accoppiamento. I due telefonini devono prima riconoscersi e poi accoppiarsi. Come fanno le coppie, nella vita. Il telefono che mi appare ora sul display è un Nokia 6310i. Quelli della comunità consigliano infatti di dare al proprio telefonino un nick che ne caratterizzi il proprietario. Alla stazione di Pescara, giorni fa, mi è apparso sul display, mentre cercavo, Mahatma. Era di un ragazzo che studiava su una panchina, in attesa del treno. Era l’unico là intorno. Mi sono mentalmente congratulato con lui per la scelta, e per ciò che quella scelta porta con sé. Chiamare il proprio telefonino con il nome di colui che vorresti essere. Identificarti con qualcuno o un pensiero, un ideale. Ché oggi ideale, in Italia, è parola da non dire, pena il ridicolo. Per questo allora avrei voluto mettere El Che o Subcomandante, come nick al mio Sony Ericsson Z1010 che ho invece chiamato Sony Ericsson Z1010 e basta. Anonimo come il Nokia 6310i che deve appartenere alla ragazza seduta un paio di posti davanti a me. Gliel'ho visto usare, poco fa. Sta leggendo un libro in fiammingo, del titolo si vedono solo due parole: HET RECHT.
Le prime immagini belghe, mentre il pullman ha messo in moto, sono soltanto italiane. Cartelloni pubblicitari: il circo Buglione (e l'assonanza con Buttiglione, accidenti, mi ammanta per qualche secondo di una profonda vergogna triste) il cartellone dell'acqua San Pellegrino, quello di un altro circo, il Roncalli. Come se fossi ancora in Italia, insomma, addirittura con l'insegna di un club juventino, appena entriamo a Bruxelles e un altro manifesto che annuncia un concerto di Lucio Dalla, di un bel po' di tempo fa, credo, tanto è sbiadito. Per sentirmi in Belgio mi concentro allora sull'HET RECHT della ragazza. Soltanto al terzo manifesto del circo che incrociamo, mi accorgo che Buglione è in realtà Bouglione, alla francese.
Fotografo qualunque cosa col telefonino. Foto che verranno sfuocate, offuscate, mosse attraverso il vetro del pullman. Sono come preso da un raptus quasi "giapponese". Di uno che ha appena messo piede in un posto dove avrebbe dovuto venire da sempre. Ero piccolino, infatti, attratto dall'Anderlecht, dal suo portiere Trappeniers, dallo Standard Liegi, dove a parare c'era invece Christian Piot, da Jacky Ickx e da Eddy Merckx, ovviamente. Da Roger De Vlaeminck e da Patrick Sercu, che una volta vidi venire a prendere il giornale all'edicola sotto casa mia, in vacanza, a Jesolo. Scesero dalle loro preziose biciclette vestiti con la maglia stelleestrisce della Brooklin (la gomma del ponte), le appoggiarono agli espositori girevoli delle riviste straniere, comprarono uno L'Équipe, l'altro Le Soir, non ricordo chi L'Équipe e chi Le Soir e se ne andarono subito, ripiegando i giornali nelle grandi tasche posteriori delle maglie, quelle che in gara servono per metterci i panini e io mi avvicinai, ancora basito dalla visione, all'edicolante che mi disse che sì, venivano lì tutte le mattine, finito l’allenamento, che erano in vacanza pure loro e poi mi chiese perché non gli avevo chiesto l'autografo, e io, che mi sentivo male all'idea di domandare qualcosa a quei due mostri (qualcuno si ricorda come i due vincevano le volate?), replicai implorando di chiederglielo lui, per me, il giorno dopo. Nessuno di noi due sapeva che quello era il loro ultimo giorno di vacanza. Qualche anno dopo ci fu una donna. Sempre a Jesolo. Una ragazzina, avevamo sedici anni. Si chiamava Krisia, di Kruibeke, vicino ad Anversa, il nome con quella meravigliosa K, la stessa del suo paese, e il cognome con qualche vocale doppia, ovviamente. Suo padre tifava per il Beveren e io per qualche mese, a Venezia, ho comprato tutti i lunedì Het laaste nieuws, il giornale che lui leggeva, per vedere cosa aveva fatto il Beveren. La sera prima del suo ritorno in Belgio mi lanciò dalla finestra della sua camera una foto formato tessera. Il suo sorriso è stato la mia Gioconda per ameno un paio di diari scolastici negli anni successivi. E c'è stato anche Ivo Van Damme, poi. I capelli lunghi, la barba. Sembrava più un cantante rock che un mezzofondista, e che mezzofondista: medaglia d'oro alle Olimpiadi. Divenne per me un mito a causa di Krisia, certo. Ma sarebbe comunque stato uno di quegli atleti capaci di attrarmi comunque. Quei tipi un po' incongrui rispetto al proprio sport, come il tennista Björn Borg, il mio eroe assoluto. Piansi quando morì in quell'incidente stradale. Giocavo a Subbuteo in quegli anni. Krisia, che intanto non avevo più sentito né ovviamente rivisto (mi scrisse soltanto una volta, per dirmi che lì, nella sua piccola e per me affascinante Kruibeke, lei aveva un fidanzato), era stata nominata a sua insaputa presidente della mia squadra, il Bevereke, colori sociali gialloblu, i preferiti dalla presidentessa (non Krisia, no, Ira Fürstenberg, l'attrice, presidentessa dell'unica squadra di calcio - vera, reale - nella quale ho giocato a tredici anni, la Strobl Mestre. Una volta entrò nello spogliatoio...), e Ivo Van Damme era il centravanti della nostra squadra di plastica. Capitano con la fascia nerogiallorossa, i colori dellla bandiera belga che dipinsi io attorno al braccio sinistro, con uno stuzzicadenti.
Il Belgio è stato dunque per me soprattutto una questione di suoni, quelle K e quelle X e quelle vocali doppie, che dal mio alfabeto erano - e sono - escluse. E poi l'amicizia, quasi ventennale, ormai, con Madeleine e Jean-Philippe Toussaint. Mi hanno invitato un'infinità di volte. E io non so se sia stato per pigrizia, per mancanza di soldi, o per chissà che cosa. Perciò, il mio arrivo a Bruxelles ha qualcosa di solenne dentro di me. Il pullman accosta alla Gare Midi, saluto il conducente, tocco terra e "sono a Bruxelles", dico fra me e me. Neanche fosse la luna.

[*] Questo è l’inizio di un piccolo libro, che sarà stampato contemporaneamente in tre edizioni (italiano, francese, neerlandese). Un taccuino di viaggio composto anche da foto e disegni, dei miei diciotto giorni a Bruxelles, perché oltre al raptus della fotografia, in quei giorni, a causa della richiesta di un articolo per il quotidiano De Standaard, sono stato colpito anche da quello della scrittura…

Posted by giuliomozzi at 22:52 | Comments (1) | TrackBack

02.12.04

Eco

Sono sull'eurostar delle 06.54 da Padova per Milano. Carrozza 12 (in coda), posto 57.
Non c'è nessuno.
Tiro fuori dallo zaino il libro da leggere. E' il quarto volume dell'Enciclopedia della musica pubblicata da Einaudi, dedicato alla storia della musica europea fino a tutto l'Ottocento (al Novecento era dedicato l'intero primo volume).
Leggo un articolo su musica e retorica.
Tiro fuori la bottiglietta d'acqua. Bevo. Nei giorni scorsi ho avuta una piccola colica, per qualche giorno è bene che beva abbondantemente.
A Vicenza non sale nessuno.
Nello zaino ho anche i biscotti, ma non ho voglia di mangiarli. A casa non ho preso neanche il caffè - la sveglia era alle cinque e mezza, ma poi sono rimasto a letto cinque minuti di troppo. O prendere il caffè o perdere l'autobus, questa era la scelta. Ho preso l'autobus.
Potrei andare al bar nella carrozza 6. Non ho voglia di andarci.
L'articolo è bello, mi appassiona.
Bevo.
A Verona rimaniamo cinque minuti fuori dalla stazione. Il treno va un po' avanti, un po' indietro. Non si capisce bene. Poi via, si entra nella stazione di Porta Nuova.
Non sale nessuno.
Una carrozza di eurostar da Padova a Milano completamente vuota, non l'avevo vista mai. Questi treni del mattino, poi, sono quelli che portano più gente.
Saranno andati tutti a Bologna al Motor Show, penso. Poi penso che la gente che va a Milano di mattina presto non è la stessa gente che va al Motor Show di Bologna.
Mi alzo in piedi.
Cammino nel corridoio.
Dove sono i miei giovanotti in completo grigio nuovo di zecca e con le guance graffiate dalla rasatura fatta troppo in fretta? Dove sono le giovanotte in tailleur panna e capelli a caschetto che sfogliano fascicoli di tabelle? Dove sono i compter portatili? Dove sono i cinquantenni in completo grigio stazzonato con il Sole / 24 ore tra le mani e la cartella di pelle sottilissima? Dove sono le coppie di pakistani col bambino piccolissimo addormentato in braccio? Dove sono i giovanotti in maglione a righe o a losanghe con l'aria da ingegnere? Dove sono le coppie giapponesi con lei addormentata e lui che guarda sempre fisso davanti a sé? Dove sono i gruppi di studenti di architettura (schema: uno ha la coda di cavallo, uno è troppo grasso, uno è biondo con i capelli curatissimi, la ragazza invece ha occhi molto grandi, occhiali buffi e capelli a treccioline)? Dove sono i signori con la giacca sopra al maglione e il cappello in testa, che si vede che non prendono un treno da quarant'anni?
Dove sono i controllori?
Dove sono gli addetti alle pulizie con la divisa bianca e lo zainetto dei prodotti?
Dove sono io? Sono veramente qui?
Mi addormento.
Quando mi sveglio abbiamo già passata Brescia, e la carrozza è tutta piena di signori e signore di mezz'età che leggono l'Eco di Bergamo.

Posted by giuliomozzi at 13:45 | Comments (17) | TrackBack

01.12.04

Raccontare i luoghi: Cabaret dell'ipocondria

italia_in_miniatura_26.JPGAl convegno Raccontare i luoghi, Franco Arminio (narratore, poeta e giornalista, autore di Viaggio nel cratere), ha letti alcuni estratti da un libro in corso d'opera che dovrebbe chiamarsi - dovrebbe, ha detto Arminio - Cabaret dell'ipocondria. Ed è (non solo, ma anche) la descrizione di un ritretto territorio (un paese) attraverso la "schedatura" (non so se questa parola piacerebbe ad Arminio) di persone, eventi, detti, fatterelli, vite ecc., appartenenti al territorio stesso. Ogni volta che si va a capo comincia una storia nuova.
(Un libro forse simile a questo che Arminio va costruendo, è il celebre e utilissimo Repertorio dei pazzi della città di Palermo, di Roberto Alajmo, Garzanti 1998, recentemente uscito in edizione aumentata presso Mondadori, col titolo di Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo).
Ma intanto leggiamo Arminio (anche in Word).


Da Cabaret dell'ipocondria
di Franco Arminio.

[farminio@libero.it]

La carriera esemplare di Saverio Pandiscia: segretario del circolo nuovo sud, cassiere della polisportiva, membro del direttivo della sezione, presidente del comitato per la festa patronale, etilista.

Passeggiavano senza un sorriso. Lei era la Spagna. Lui al suo fianco pareva il Portogallo. Passeggiavano ora da una parte ora dall’altra della piazza a seconda del vento. Trascorrevano molte ore senza parlarsi, ma si sopportavano volentieri. Un giorno in cui sulla loro passeggiata era giunta poco a poco l’oscurità decisero di sposarsi.

Al colmo dell’eccitazione si denudavano ma ognuno a casa propria.

Il geometra Di Leo deve ringraziare ogni giorno suo nonno Micheluccio che molto si adoperò per fargli prendere il diploma in una scuola privata. Ormai sono vent’anni che lavora giorno e notte. Dopo il grande sisma ha progettato più di mille case, tutte orrende, compresa la sua, per la quale si è rivolto a un famoso architetto di Firenze.

Ieri in piazza uno ha preso a calci un cane, poi ha sputato per terra, poi si è messo le mani sui coglioni.

Ha novantadue anni. Quando parla con qualcuno è sempre un po’ commosso.

Alberto Pasquariello è nato nel 1942. Lavora come assistente del notaio e in passato ha fatto anche l’assistente di un dentista. Tutte le domeniche pomeriggio gli viene una vaga idea di suicidarsi, ma poi gli passa quando fanno novantesimo minuto alla televisione.

Una damigiana di valium, mezzo quintale di aspirina: ho tirato avanti così negli ultimi vent’anni.

Dopo la morte della moglie è divenuto astemio. Ha messo la foto della moglie nel bicchiere.

Mancino in tutto, anche negli occhi. Quando va a un funerale e vuole farsi uscire qualche lacrima è sempre il sinistro ad accontentarlo.

Michele Racioppi sostiene che Gesù nel periodo che andava a donne era un uomo tranquillo. Poi gli venne una grave nevrosi e tutto il resto che sappiamo.

“Parlare serve solo ad alimentare gli equivoci. Una volta si parlava per inseguire le farfalle e magari s’indugiava a contare gli anelli di un tronco spezzato. Adesso, prima o poi, tirano fuori il nero serpente nascosto tra le labbra e si mettono a mordere le parole degli altri, le rendono poltiglia informe, inservibile”.

Le puttane con lui si riposavano.

L’idea di morire non la disturba più di tanto. Quello che la tormenta è il dubbio se il figlio che sta in Francia verrà al funerale.

Gino Cafazzo parla sempre con Leonardo Zito perché è tornato da Bologna con la Mercedes trecento.

Oggi i morti del cimitero erano tutti al loro posto. Solo il custode non stava al suo posto. Prendeva il sole nella sua macchina.

Vito Strazzella è nato nel 1955 ed è morto nel 1987. Tutti i suoi scritti erano raccolti in un piccolo quaderno nero. La madre fece stampare un libretto a sue spese e siccome era direttrice dell’ufficio postale ogni tanto regalava una copia a qualche anziano che andava a prendere la pensione.

Lucia Ambrosecchia ebbe un’agonia ciarliera.

Da come chiude la portiera della sua Fiesta targata Pisa si capisce che ha litigato con la moglie. Dopo questi litigi la cosa che gli piace di più è pronunciare il nome del suo cane.

Sono più di trent’anni che quelle mollette stanno ferme sul balcone di Mariolina Cianci.

Il fruttivendolo in pensione, un muratore in pensione, un idraulico convalescente, un operaio della forestale, un giovane che ha il fratello geometra, un uomo che è stato in Svizzera. Erano vicini al bar e parlavano tra di loro.

Le vecchie al paese nuovo camminano leggermente più erette. Le strade sono più larghe e per andare da un posto all’altro si possono scegliere molte strade. Al paese vecchio non era così. Il vicolo era a ciottoli e in mezzo c’era la lista di pietre lisce. Insomma già era indicata la traiettoria migliore, come accade in certe gare sportive.

Il poeta voleva sapere se era un genio e lo chiedeva a Ninetta Forgione.

Michelina ha sessantacinque anni. Vive da sola in una casa di quarantacinque metri su tre piani, ma usa solo il garage, lì ha messo il letto il tavolo e il televisore.

Dalla Panda rossa targata PZ è uscito un uomo tristissimo. Sul vetro ai due lati dell’assicurazione c’erano san Gerardo e la Madonna del Carmine.

Gabriele Del Sordo è convinto che la materia grigia dei suoi compagni di partito al massimo può servire al maniscalco per ungere gli zoccoli dei cavalli, ma non glielo ha mai detto.

Quando va a pisciare gli dà fastidio la leggerezza del suo cazzo, è come tenere tra le mani una foglia.

Quando vengono ad agosto i nipoti parlano francese. Le nuore non parlano.

Si vede in giro solo quando incolla i manifesti dei morti.

Il falegname che chiude la bottega ogni quarto d’ora.

Il segretario comunale è scemo, me lo ha detto il sindaco.

Il negoziante di elettrodomestici che per trovare un fono deve spostare due lavatrici e tre televisori.

Tra i molti regali che le ha fatto il marito, ne usa solo due, l’Audi 4 e il telefonino.

La maestra Masucci che dormiva con una rosa di plastica tra le lenzuola.

Salvatore Garofano non buttava mai niente. Quando si tagliava le unghie le faceva cadere nella ciotola per i cani.

A Michele Mucci gli piaceva correggere più che aiutare.

Vende mobili e mozzarelle.

La moglie del professore di matematica quando va a comprare il pesce fa sempre uno starnuto per farsi notare.

Il maestro Siconolfi è pedofilo, ma solo con le ragazze di nove anni.

Il commerciante di grano ha un palazzo a Milano, me lo ha detto lui stesso.

In genere cominciano a dire che si stanno facendo degli accertamenti. Poi si comincia dire che hanno una brutta malattia. Poi non si sa più niente fino al giorno del funerale.

Prima soffrivano perché non facevano figli. Poi soffrirono perché lei si ammalò. Adesso lui è solo e ha sessantadue anni.

Lui fa il dentista, lei l’avvocato. Sono gli unici in paese a farsi portare la pizza in casa.

Ha la moglie a Cerignola e i figli a Roma. Lui assiste la madre e la nonna e tutti quelli che hanno qualche pensione.

Si sente male quando si masturba e quando pensa che non si è sposata.

Il preside dice che Craxi era un toro della politica e che adesso abbiamo anime smunte, non dice proprio così ma questo è il senso. Il preside parla e si arrabbia. Ognuno mette una mezza frase, le voci si sovrappongono. L'unico fatto positivo di queste tribune politiche serali è che avvengono passeggiando. Si fa movimento, si prende aria. Bisogna solo stare attenti a non arrabbiarsi troppo, ma la gente esce proprio per arrabbiarsi e fare arrabbiare gli altri.

Dopo tanti anni di attesa Nicola finalmente trovò un lavoro. Doveva fare il casellante. Gli amici erano invidiosi e lo diventarono ancora di più quando Nicola fu trasferito in un casello vicino casa, il meno trafficato d’Italia.

“Non sono mai riuscito a dimenticare che già qualche mese prima della fine mi chiedeva di prendere un fiammifero e darle fuoco sulla schiena”.

Gli mancavano tre denti. Se ne fece mettere cinque.

Da ragazzo faceva le seghe ai compagni di scuola. Cinquanta lire per quelli che ancora non avevano i peli. Cento lire per gli altri.

Quando vide Lucio Dalla gli venne voglia di prenderlo a schiaffi.

Anna Salzarulo uscì una sola volta con un uomo, un dottore che veniva da Milano.

Assisteva al taglio dei capelli sempre ad occhi chiusi.

Vito Marzullo sta bene solo con gente molto più anziana di lui.

In un anno ha speso tremila lire nel bar dove cui va tutte le sere.

C’erano molti uccelli neri intorno alla torre del castello, c’erano tremila muli, c’erano lucciole, c’erano pipistrelli, c’erano grossi mosconi intorno alla merda.

Fui bocciato in terza media. I quadri uscirono il tredici giugno, il giorno di Sant’Antonio. L’orchestra suonava per le strade del paese. Mia nonna si alzò dal letto e si affacciò alla finestra. I miei genitori non volevano uscire. Mia madre stirava nervosamente. Mio padre preparava lo zaino per andare in campagna.

Eleonora non guardava mai in faccia il marito. La sera, nel letto, si metteva direttamente alla pecorina.
La moglie si esaurì dopo pochi anni di matrimonio. Prendeva le pastiglie per mangiare e per dormire. Il marito cercava sempre qualche amico per andare a cena fuori. Giocava a carte, faceva politica, andava perfino al cinema pur di non stare in casa.

Dopo vent’anni di attesa sta per essere eletto segretario della sezione. Ha un programma chiaro: scrivere un volantino ogni domenica mattina e distribuirlo casa per casa. Il segretario precedente pure scriveva un volantino ogni domenica, ma lo distribuiva solo ai passeggiatori della piazza.

Uno disse: Lippi è uno stronzo. Un altro disse: pure Capello è uno stronzo. Stavano davanti a un marocchino che cercava di mettere la roba nel borsone perché stava arrivando il temporale. I due entrarono nel bar e nominarono ancora tanti stronzi.

Un tipo difficile da classificare: bracciale a catena piatta, telefonino, scarpe Tods, occhiali dei marocchini, maglieria di Barletta, la rivista Focus sotto il braccio.

Vito Vesce vuole fare il ludotecario.

Vito Cozzo ha fatto un corso di formazione professionale che lo ha qualificato addetto a rifugi e canili.

Lucia Scianguetta voleva fare la cantante. Adesso fa l’assistente in uno studio notarile.

Il filosofo altruista: “Non c’è Dio e non ci sei tu. C’è un altro, da qualche parte, e siete in tre”.

Franchino Vella è disoccupato da sempre. Da qualche mese ha preso la qualifica di esperto della sicurezza sul lavoro.

Vito Magnotta è nato a Macedonia (Av) il 24 marzo 1943. Subito dopo aver fatto la scuola elementare fu chiamato a lavorare nel settore cerealicolo. Assunto nel 1974 da una fabbrichetta vicino ad Avellino vi è rimasto fino a quando non è stato trasferito, nel 1996, nelle liste di mobilità e successivamente in un progetto di lavoro socialmente utile presso la II Circoscrizione del Comune di Avellino. Margotta nel tempo libero smonta vecchi televisori.

"Sono vedovo. Ho due figli maschi e una femmina. Dieci anni fa sono tornato dalla Svizzera. Oggi compio sessant’anni e non lo sa nessuno".

Posted by giuliomozzi at 22:46 | Comments (4) | TrackBack

Lavoro extra

pinocchio2Leggo in Le Scienze on line una notizia che mi riguarda. Secondo uno studio presentato al convegno annuale della Radiological Society of North America, "quando una persona dice una bugia, utilizza parti del cervello diverse da quando dice la verità, e questi cambiamenti cerebrali possono essere misurati con la tecnica della risonanza magnetica funzionale". Se volete i dettagli, li trovate qui. Un articoletto di Dica 33 (che peraltro riporta una diversa descrizione dell'esperimento capitale) racconta un po' di più: "Le immagini prodotte dalla risonanza", dice l'articoletto "hanno mostrato un'intensificazione dell'attività cerebrale, nel momento in cui il soggetto inizia a mentire, ma solo in zone ben localizzate del cervello: il giro del cingolo e il giro frontale. Il primo coinvolto nell'inibizione della risposta e nel monitoraggio degli errori, il secondo ha un ruolo critico nell'attenzione".
(Faccio una pausa. Vado a prendere l'atlante anatomico. Guardo dove sono il giro del cingolo e il giro frontale. Non che mi servisse a molto, sapere dove sono. Ma tant'è).
Allora: i ricercatori in questione, nonché i redattori di Le Scienze e di Dica 33, sembrano soprattutto interessati alla possibilità di usare la risonanza magnetica funzionale (non chiedetemi cos'è e come funziona; ma presumo che loro lo sappiano) come "macchina della verità".
(Se volete imparare cose interessanti sulla "macchina della verità", il caro e vecchio "poligrafo", consiglio la lettura di un bel libro: Trattato della menzogna e dell'inganno, di Luisella De Cataldo Neuburger e Guglielmo Gulotta, Giuffré 1996).
Ma la cosa che mi ha fatto pensare è una considerazione di Simona Zazzetta, la redattrice di Dica 33:
"Ciò indica una realtà ben chiara: il nostro cervello è sempre pronto per dire la verità, mentre per mentire deve organizzarsi, attivarsi ed agire, una sorta di lavoro extra non previsto".
Ah.
Vabbè, la frase ha un contenuto implicito: se "il nostro cevello è sempre pronto per dire la verità", mentre il mentire richiede "una sorta di lavoro extra non previsto", il contenuto implicito è, mi pare, che dire la verità è "naturale", mentire è "non naturale" (Rousseau sarebbe forse d'accordo); e poiché è difficile (non impossibile, e neanche del tutto sbagliato: ma difficile sì) sostenere che "dire la verità" non sia un "bene" e che "mentire" non sia un "male", se ne potrebbe dedurre (non correttamente: ma la frase è suggestiva) che la "naturalezza" è "bene", mentre il "lavoro extra", ossia la "innaturalezza" è "male".
In somma, a me pare che la redattrice volesse fare intendere questo. Cosa non difficile, in un momento storico nel quale l'affermazione: "Non si preoccupi, è tutta roba naturale!" viene pronunciata innumerevoli volte al giorno.
Ma neanche questo è il punto ("E allora perché ci giri intorno?", dice l'amico. "Per fare un post un po' lungo", rispondo, "visto che son tre giorni che non scrivo praticamente niente"). Il punto è: ma l'invenzione, la produzione di finzione, sono attività per le quali il nostro cervello è "sempre pronto", oppure richiedono "una sorta di lavoro extra"? E se c'è del "lavoro extra", esso viene svolto nel giro del cingolo e nel giro frontale, ossia negli stessi reparti del cervello (a me piace immaginare il cervello come un'officina, piuttosto che come una macchina o un elaboratore), oppure in altri reparti? La risonanza magnetica funzionale, che cosa dice in proposito?

Posted by giuliomozzi at 21:24 | Comments (23) | TrackBack

Alcuni punti dell'immagine si possono leggere

lalla.jpeg- figura di un interno - emerge plastica e luminosa dall'ombra che occupa la metà dello spazio - alcuni punti dell'immagine si possono leggere come segni di un carattere, forse di un destino: gli occhi, le mani, una ciocca dei capelli - gli occhi sono attirati da qualcosa di misterioso, indefinito e lontano - è uno sguardo interiore - l'arco delle sopracciglia esprime stupore - lo sguardo è consapevole di ciò che sarà, o forse già è, perduto ... - ma nelle pieghe ampie e ferme del vestito si posa una luce rassicurante - l'intreccio delle mani dice raccoglimento, fiducia - e la virgola dei capelli a lato del viso? sprezzatura, libertà -

Nel bel sito Fotologie, curato da Luigi Tiriticco, si può leggere da oggi un saggio-racconto di Morena Tartari dedicato ai due libri "per immagini" di Lalla Romano: l'uno (dal quale è tratto il testo qui sopra) costruito a ridosso delle fotografie scattate nei primi anni del Novecento dal padre, fotografo dilettante (Lettura di un'immagine, poi in una edizione aumentata intitolato Romanzo di figure), l'altro attorno a una sequenza fotografica di Antonio Ria (La treccia di Tatiana). Il titolo del saggio-racconto di Morena Tartari è: Le cose, le immagini, il testo. Racconto autobiografico attorno allo scrivere di Lalla Romano.

[L'immagine che illustra questo post viene da qui].

Posted by giuliomozzi at 10:19 | Comments (3)