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02.11.04

Quantità, bambino sul tappeto (un appunto)

Quando guardano le mie foto, i miei amici più miti dicono: “Ah, sì, vabbè”. Che cosa dicano quelli che non sono miti, ve lo lascio immaginare. Anche nei “commenti” a varie pagine di questo diario, c’è ogni tanto chi più o meno veementemente protesta.
Voglio togliere di mezzo una questione. C’è chi mi dice più o meno: senti, tu sei uno scrittore, no?; e allora, poffarbacco!, fa’ lo scrittore; non pretendere di fare il fotografo.
Dichiaro ufficialmente: non voglio “fare il fotografo”. (Non ho neanche mai voluto “fare lo scrittore”, peraltro).
Non penso che le mie foto siano belle. Sono immagini fotografiche digitali, e in quanto tali appartengono a quella cosa che si chiama fotografia; così come ogni cosa scritta appartiene a quella cosa che si chiama letteratura. C’è poi buona o cattiva letteratura, così come c’è buona e cattiva fotografia.
Un amico mi ha ricordata poco fa una frase che ho scritta qualche anno fa in un’intervista (era un’intervista, ma fatta per posta elettronica): “Ciò che è scritto con l’intenzione di produrre un testo organizzato – quindi praticamente tutto ciò che è scritto –, è letteratura. Così come qualunque produzione organizzata di suoni è musica”.
Qualche giorno fa ho discusso al telefono un racconto che un amico mi ha mandato. A un certo punto ho detto più o meno: vedi, questo racconto che mi hai fatto leggere è solo un racconto; la cosa che ci fai dentro, non so bene se si giustifica o no; ma se invece di un racconto di dieci pagine ne avessi letto uno di quaranta, o un’intera raccolta; forse la cosa che fai si giustificherebbe.
Qualche anno fa un altro amico mi disse: “Qualunque fotografia, se stampata abbastanza grande, diventa bellissima”.
Ora, ripeto, io non credo che le mie fotografie siano belle. Ammetto che non ho idee chiarissime sulla fotografia. Sul piano tecnico sono ignorantissimo. Adopero una macchinetta fotografica vinta grazie a un concorso. Non so nemmeno come si regola la luminosità: ma a dire il vero, non mi interessa imparare come si regola la luminosità. Ho voglia di adoperare questa macchinetta, per così dire, come mamma l’ha fatta.
Immagino dunque che le mie fotografie diventeranno fotografia quando sarà possibile, guardandole, percepirle come “una produzione organizzata”. Questo non basterà a farle essere belle, ovviamente. Ma quantomeno ne giustificherà l’esistenza.
(A parte il fatto che non c’è nessun bisogno di giustificarne l’esistenza, e neanche nessun bisogno di giustificarne la pubblicazione in questo diario. Non mi preoccupa il fatto che i visitatori di questo diario debbano sorbirsi delle fotografie non belle. Non credo di avere meno diritti di chiunque: e poiché chiunque può pubblicare nella rete più o meno tutto ciò che gli pare, non vedo perché non potrei farlo io. Credo chi visita regolarmente questo diario, possa tranquilamente evitare di guardare le immagini, se gli danno fastidio, e concentrarsi sui testi, se gli danno meno fastidio o addirittura gli piacciono).
La domanda che mi faccio è quindi: ma c’è un progetto, in tutto questo fotografare?
Mi rispondo: mah. C’è qualcosa, ma non so se quel qualcosa è un progetto. Non ho nessuna idea, per dire, di un certo tipo di immagine che vorrei produrre. Non ho nessuna idea di bellezza fotografica. C’è soltanto l’abitudine presa un po’ di tempo fa, di fare fotografie guardando in alto. Credo che, oggi, quello che mi interessa, è proprio la ripetizione del gesto di guardare in alto.
Guardare in alto mi piace. Il cielo, tra l’altro, nelle fotografie digitali, viene sempre benissimo (il che non basta, ripeto, a farne delle fotografie necessariamente belle). Da qualche anno leggo molti libri di architettura e di urbanistica. Mi fa molta impressione l’abbondanza, in questi libri, della cartografia. Piante di case, di quartieri, di complessi, di città. Carte geografiche selettive, che esibiscono ora questo ora quello tra i tratti distintivi di un territorio.
Credo che alzare gli occhi e guardare in alto, sia un gesto non privo di senso.
Certo, non è l’unico gesto che faccio. Un altro gesto, è quello di fotografare la televisione (ma le fotografie che ne vengono fuori, buon per voi, tendo a pubblicarle raramente). Non pretendo che questi testi siano innovativi, significativi, artistici, o che so io.
So, elementarmente, che guardare il cielo mi piace. So che l’immaginazione di una pianta della mia città che metta in scena il cielo visto dal basso, anziché la terra vista dall’alto, mi visita frequentissimamente.
Ora, c’è poco da fare: ho bisogno di tante foto. Non ha senso fare una foto, farne due. Io ne faccio centinaia. E non ha senso (oggi, 2 novembre 2004) fare fotografie digitali e tenersele. Così come non ha senso, per l’amico che mi ha mandato un racconto, scriverlo e tenerselo.
Io non ho un progetto. Ho qualcosa (il gesto, il piacere) che potrebbe entrare in un progetto. Uso questo qualcosa, ci traffico, ci cincischio, nella speranza di intravedere prima o poi un progetto. Sono (è un esempio che faccio sempre nei miei corsi, quando parlo dell’invenzione) come un bambino piccolo sul tappeto, tutto circondato dai mattoncini del suo Lego. Il bambino piccolo non è capace di pensare: “Ora farò un carretto trainato da un grande uccello”; non lavora su un progetto; mette insieme i vari pezzi di Lego per semplice contiguità, perché si incastrano bene, perché sono compatibili. Un giorno gli succede, al bambino piccolo, che alcuni pezzi attaccati insieme per ragioni di contiguità gli sembrano accennare una forma: e da allora, aggiungerà altri pezzi tentando di realizzare quella forma. Avrà un progetto, in somma.
Non è detto che il progetto arrivi.
Ecco, era questo che volevo dire, all’incirca. Ho bisogno di una certa quantità di roba, di mattoncini di Lego, di immagini. Senza questa quantità minima (che non so quanto sia) non posso agire.
Ma, ripeto, non è detto che il progetto arrivi.

Posted by giuliomozzi at 02.11.04 15:16 | TrackBack
Comments

Non è detto, infatti.

Posted by: massimo at 02.11.04 15:58

Potresti mettere in mostra una lunga serie di fotografie del cielo, magari fatte con una polaroid ;-)

Posted by: Vincenzo at 02.11.04 16:24

son d'accordo in tutto, qualunque cosa ciò possa voler dire.

Posted by: dario at 02.11.04 17:22

trovo che la fotografia ha un linguaggio molto complesso e quindi ridurla a pochi aggettivi di comodo (bella, brutta...) significa a mio avviso non fare nessuno sforzo per cercare di conoscerla (vedi robert adams "la bellezza in fotografia", ed. bollati boringhieri). concludo con una frase che susan sontag ha riportato nel suo saggio "sulla fotografia": "conoscere una cosa come bella significa necessariamente conoscerla in maniera sbagliata" (nietzsche). e io mi trovo d'accordo. ciao.

Posted by: geketto at 02.11.04 20:48

mi hai fatto venire in mente un frammento del film "la grande guerra" quando i due soldati, Gasman e Sordi, distesi guardano il cielo e uno dei due scopre in una nuvola una donna con un gran paio di tette.

Posted by: melangolo at 02.11.04 21:27

a nessun urbanista potevano venire in mente le villette invisibili ed edifici incongrui. i luoghi migliori dopo calvino.

Posted by: sara at 03.11.04 00:47

una volta, quando ero molto giovane, le macchine digitali non esistevano, c'erano quelle in bianco e nero, quelle a colori erano roba da ricchi, chè per sviluppare le foto ci voleva un patrimonio, noi eravamo in quattro figli, il resto va da sè. Allora io volevo imparare a disegnare e a dipingere, per via delle nuvole, le nuvole cambiano di continuo, e anche se sono così belle finisce che te le sordi, questa cosa di dimenticare le nuvole mi feriva come una perdita insopportabile, ora piò sembrare molto stupido, detto oggi, ma comunque allora ero una bambina, magari anche una fanciulla, e desideravo struggentemente (si dice struggentemente?) imparare a dipingere per riuscire a non dimenticare le nuvole, intese come la singola nuvola, compatta e immanente o sfilacciata, bianca, nera o dorata, lievemente arancio. Non ho mai imparato a dipingere. Sono goffa, maldestra, senza speranza. Ed ho vissuto tanti anni ed in tutti questi ho visto migliaia di nuvole che m'hanno spezzato il cuore e nessuna d'esse riesco a ricordare come singola vierge, vivace e brillant, ma la massa d'esse, immagini e vapore, viste da terra e viste dal cielo, ah l'incanto di vederle dal cielo, d'entrarci, alla guida d'un piccolo aereo, sfrecciando nel loro corpo di vapore, di saperle fredde, gelide, dirompenti, animate d'impetuosi venti, sfuggenti.
Ho una macchina digitale. E fotografo, talora, il cielo e le creature d'acqua che l'animano. Sullo schermo a cristalli liquidi ritrovo la parvenza della luce di cui son pervase, m'incanto, le guardo, ma non troppo a lungo: ho iparato ad apprezzare quelle che non si lascian fermare.

Posted by: cecilia at 03.11.04 00:52

La prima (e unica) macchina fotografica che ho posseduto mi è stata regalata in occasione della gita scolastica di I liceo, a Firenze. Prima di partire per la Toscana, decisi di provarla. Uscii per le stradicciuole di campagna del mio paese e la prima foto che scattai fu al cielo, visto attraverso i rami di un acacia.
Oggi, dopo quasi dieci anni, mi ritrovo spesso a fotografare il cielo: è uno dei miei soggetti preferiti. Forse perché non mi stanco mai di osservarlo.

Posted by: glykas at 03.11.04 09:14

giulio,
le tue foto mi fanno tornare alle mente un libro che ho letto tanti anni fa , di cui al momento non ricordo nè il titolo , nè l'autore (mannaggia la vecchiaia..)che parla di un tizio che gira il mondo e spedisce a sè stesso le cartoline per poi farne un puzzle..un libro bellissimo. E poi è un pò come guardare il mondo con gli occhi di qualcun'altro che guarda e fotografa cose e dettagli che io magari nemmeno vedo e a volte questa cosa è divertente ...continua così anche noi viaggiamo un pò con te (anche se la qualità delle foto a volte non è proprio il massimo !)

Posted by: tess at 03.11.04 11:22

Georges Perec, "La vita, istruzioni per l'uso", Rizzoli (Bur). Non erano cartoline ma acquarelli di vedute del mare. Il pittore aveva a casa un segretario che riceveva gli acquarelli, ne faceva dei puzzle, e poi li metteva via in barattoli. Il pittore passò l'ultima parte della sua vita a ricomporre le marina...

Posted by: giuliomozzi at 03.11.04 11:27

Caro Massimo "geketto" Sordi, non mi pare di aver ridotto il discorso sulla fotografia a "pochi aggettivi di comodo (bella, brutta...)". Ho messo invece da parte il discorso sul bello e sul brutto, e ho scritto che sto lavorando per trovare un "progetto" (e non è detto che riesca a trovarlo).
Il libro di R. Adams che citi, lo definirò con un aggettivo di comodo: è molto bello. Quando lo lessi, una decina di anni fa, cambiò il mio modo di guardare le fotografie.

Posted by: giuliomozzi at 03.11.04 11:37

grazie !
I miei ricordi erano un pò confusi, mi succede spesso, ma mi rimangono impresse le sensazioni che i libri mi danno , per fortuna almeno quello !

Posted by: tess at 03.11.04 11:39

Non fare il modesto, Giulio. Le tue foto sono belle.

Posted by: Markelo Uffenwanken GmbH&CoKG at 03.11.04 12:03
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