...ottomilasettecentoquarantadue, ottomilasettecentoquarantatré, ottomilasettecentoquarantaquattro, ottomilasettecentoquarantacinque, ottomilasettecentoquarantasei, ottomilasettecentoquarantasette, ottomilasettecentoquarantaotto, ottomilasettecentoquarantanove, ottomilasettecentocinquanta, ottomilasettecentocinquantuno, ottomilasettecentocinquantadue, ottomilasettecentocinquantatré, ottomilasettecentocinquantaquattro, ottomilasettecentocinquantacinque, ottomilasettecentocinquantasei, ottomilasettecentocinquantasette, ottomilasettecentocinquantotto, ottomilasettecentocinquantanove, ottomilasettecentosessanta, ottomilasettecentosessantuno, ottomilasettecentosessantadue, ottomilasettecentosessantatré, ottomilasettecentosessantaquattro, ottomilasettecentosessantacinque, ottomilasettecentosessantasei, ottomilasettecentosessantasette, ottomilasettecentosessantaotto, ottomilasettecentosessantanove, ottomilasettecentosettanta, ottomilasettecentosettantuno ottomilasettecentosettantadue...
Ebbene, quello che sembrava impossibile potesse succedere, è successo. Quelli di The Blog Counter, il blog della gente che conta, hanno sbagliati i conti. Erano arrivati a ottomilasettecentosettantadue, e sono stati costretti a ripartire da quattromilacinquecentosessantotto.
Ragazzi, vogliamo dar loro una mano?
Comincio la pubblicazione dei materiali relativi al convegno Raccontare i luoghi. L'intervento degli architetti Claudio Aldegheri e Franco Biscossa potete scaricarlo qui in formato Word (sono due paginette), oppure leggerlo qui di séguito. Consiglio in ogni caso di dare anche un'occhiata al loro sito: www.xquadra.it.
A Claudio e Franco avevo chiesto di proporre un intervento che rispondesse a questa domanda: "Perché mai, nel vostro lavoro, chiedete spesso - anzi, sistematicamente - la partecipazione di fotografi, artisti d'ogni risma, narratori, e così via? Di ciò che essi fanno, che uso ne fate? A che cosa vi serve? In che modo i materiali così prodotti entrano nel vostro lavoro?". Ecco la loro risposta.
«Perché coinvolgere pittori, scultori,scrittori, poeti, letterati, fotografi, artisti d’ogni risma?»
di Claudio Aldegheri e Franco Biscossa.
Se siamo cittadini del mondo, ci sentiamo tali a partire dalla consape-volezza di avere una precisa identità culturale. Abbiamo una storia. Nel bene e nel male nostra. Una storia personale che si intreccia con una storia collettiva. Pensiamo, viviamo, interpretiamo la realtà che ci circonda a partire dalle nostre identità.
Quando lavoriamo lo facciamo interrogandoci sull’identità dei luoghi.
Sentiamo l’Europa, oggi, come complessità positiva, come uno straordinario tentativo di comporre pluralità e identità.
Il tentativo di fondare un insieme comune a partire dall’idea che la pluralità culturale sia valore e ricchezza (un po’ come lo è la biodiversità in natura).
Sentiamo l’Italia, ancor più forse, come luogo della stratificazione delle complessità.
Paesaggio, spazio urbano, architettura, scultura, pittura e arti decorative, poesia, letteratura, teatro, musica e quant’altro producono nel loro intreccio, nel loro insieme, nel loro sovrapporsi ed interagire una densità affascinante.
Bisogna leggere e saper leggere questa densità.
È una ricchezza di cui ci rendiamo ancor più conto quando per qualche motivo ci allontaniamo.
I nostri progetti partono dal contesto. I nostri pensieri si legano ai luoghi.
Capire un contesto richiede disponibilità, ma anche la capacità di interpretare codici che non sempre sono di chiara decifrazione.
Chi si pone il tema della comunicazione presta grandissima attenzione al valore dei codici. Tra emittente e destinatario c’è, in mezzo, un codice comune.
Leggere un contesto, un territorio, un luogo, un frammento, vuol dire avere sensibilità e strumenti per decodificare.
È solo un primo passo, ma è già un passo importante.
Non esiste una storia oggettiva. E nemmeno una lettura oggettiva.
Esistono letture sapienti.
È affascinante proporre un tema, offrire un contesto e lasciare ad altri - «pittori, scultori, scrittori, poeti, letterati, fotografi, artisti d’ogni risma» - il compito di leggerlo nel proprio linguaggio, con la propria sapienza.
Tutto ciò svela alcune parti della complessità.
Parti che messe sul tavolo diventano tessere di un mosaico o fili di una rete tesa nello spazio e nel tempo.
Questa rete contiene ragioni e suggestioni.
I nostri progetti partono da lì.
Leggero e pesante, veloce e lento.
Il nostro lavoro è in parte leggero e in parte pesante.
Leggero, è il lavoro creativo e interpretativo, pesante è il lavoro esecutivo.
Dicendo ciò non parliamo di stati d’animo, parliamo della cosa in sé; delle modalità e delle implicazioni di ogni singolo atto.
Il lavoro creativo (fatto di ragionamenti ed emozioni che diventeran-no segno, colore, materia, forma, luce) consiste nel mettere insieme, collegare, creare complessità per poi tornare alla sintesi, è una cosa che si fa normalmente e sta nella dimensione della leggerezza.
Il pensiero creativo ha perciò percorsi propri; sintetici e analogici; deve avere un terreno diverso, separato.
Nel lavoro esecutivo (fatto di progetto e di cantiere) le idee (le eidos che si sono raggrumate con la leggerezza dei sogni) diventano morfè; e poi disegni sempre più precisi, che scendono di scala. I problemi o le intuizioni diventano risposte esecutive: soldi, conti che devono tornare, responsabilità civili e penali.
Il lavoro esecutivo ha proprie regole: chiudere contratti in modo consapevole e vantaggioso; portare alla fine il cantiere; comporre interessi naturalmente contrapposti; ottenere risultati concreti.
Il lavoro esecutivo è una palestra formidabile. Chiarisce le idee. Insegna. Ma nello stesso tempo utilizza principi di riduzione del problema: infatti se l’esecuzione non è sostenuta da un pensiero creativo forte e ben espresso, l’azione di cantiere impone altre scelte e la semplificazione diventa prassi.
Nella costruzione del progetto finiamo sempre per mettere in atto un processo lento, fatto di verifiche attente e continue.
Prima c’è un pensiero legato alle ragioni, poi questa articolazione che è quasi solo logica diventa anche articolazione formale.
È in questo passaggio che l’articolazione logica subisce gli arricchi-menti e i contributi del pensiero creativo, altro e parallelo.
Poi, lentamente, con il lavoro esecutivo, l’articolazione logica e formale subisce gli arricchimenti e i contributi del pensiero tecnico e di cantiere.
Una cosa che non parte da assunzioni a priori, è quella del linguaggio. Non abbiamo propriamente "padri". Siamo sempre molto convinti dell’impianto e delle scelte strategiche, che dovrà avere il progetto, ma siamo sempre sperimentali.
Impariamo dagli altri, continuiamo a guardare cosa hanno fatto, ma ciò che ci interessa non è mai il codice, la cifra stilistica (che conside-riamo una scorciatoia); ci interessano le ragioni che hanno prodotto quella forma.
Il dato estetico è la cosa ultima. Prima di tutto c’è un pensiero.
Il repertorio linguistico per noi è un repertorio di risposte a problemi che mettiamo via classificandolo e che tiriamo fuori la volta successiva, per fare meglio.
Non escludiamo che la somma delle risposte possa anche alimentare un apparato riconoscibile. Anzi, può essere una cosa che ha senso, anche dal punto di vista economico. Ma per ora non abbiamo in proposito una risposta univoca.
Noi pensiamo all’architettura come ad una cosa che si produce si usa e si consuma lentamente e leggermente; che si fa a partire dalla ricchezza del contesto; con cui mettersi in relazione in modi anche vari, sofisticati e sorprendenti; sempre stabilendo col fare un rapporto di connessione culturale. Le cose non riescono sempre come si vorrebbe ne sempre come si è pensato al primo momento. Si trasformano, subiscono la contaminazione del pensiero di altri e delle ragioni che nel tempo si rendono sempre più evidenti.
Ma ci sembra che quello che da forza, sia il metodo: facendo a volte anche dei passi indietro, per trovare alla fine il valore del lavoro di squadra.
Padova, 26/11/2004
Oggi alle 11.00, pioggia e scioperi e coliche permettendo, il sottoscritto e questa qui sono su Radio Blu, in diretta. Si trasmette da Mestre, su tutto il territorio nazionale (Radio Blu è il network delle radio cattoliche). Le frequenze variano da zona a zona.
Alla fine avevo deciso che qui, io, non avrei più scritto, sarei scomparso nel nulla, silenzioso, senza dire niente...
E invece è tornato, il Brèkane: è tornato vincitor.
Corpo non è un libro di descrizione delle parti del corpo, ma un libro di trasformazione delle parti del corpo, un libro di sdoppiamento, di moltiplicazione della vista: è vedere altri oggetti nelle parti del corpo ma, anche, è vedere le parti del corpo in altri oggetti.
Nel blog di Marco Candida (Vivere nel Giusto, inseguire il Bene: questo è il suo nuovo motto) potete leggere una bella recensione al libro Corpo di Tiziano Scarpa.
Son nelle rene mie, dunque, formati
i duri sassi a la mia vita infesti,
che fansi ognor più gravi e più molesti,
ch'han de' miei giorni i termini segnati?
S'altri con bianche pietre i dì beati
nota, io noto con esse i dì funesti;
servono i sassi a fabricar, ma questi
per distrugger la fabrica son nati.
Ah, ben posso chiamar mia sorte dura,
s'ella è di pietra! Ha preso a lapidarmi
dalla parte di dentro la natura.
So che su queste pietre arruota l'armi
la morte, e che a formar la sepoltura
nelle viscere mie nascono i marmi.
Il sonetto è di Ciro di Pers (Castello di Pers, Udine 1599 - San Daniele del Friuli 1663). Da: Lirici marinisti, a cura di Benedetto Croce, Laterza 1910, p. 371. Non ho mai deciso se con questo sonetto Ciro ironizzasse e minimizzasse, oppure drammatizzasse. Comunque le coliche, davvero, non le auguro a nessuno.
Gianluca Neri, che gentilmente ospita questo diario in BlogNation, ha dedicata la domenica (fino alle sette del mattino del lunedì, a giudicare da quando mi ha spedita l'email con le nuove password) a fare un po' di lavori sul server. Ora questo diario è installato su una versione più "fresca" di Movable Type e su un nuovo database.
Per questa ragione nelle ultime ventiquattr'ore l'accesso ai commenti era impossibile o saltuario.
Alcune persone mi hanno scritto segnalandomi il problema, alcune manifestando un po' di preoccupazione. Grazie per la solidarietà, ma non c'era nulla di cui preoccuparsi.
Sono le tre e cinque. Sto giù, fuori della porta del Caffè Pedrocchi. Il convegno comincia tra venticinque minuti. Fumo una sigaretta. In sala ci sono già due o tre persone. Sono un po’ agitato, com’è normale: abbiamo organizzata ‘sta cosa; ci abbiamo spesi dentro parecchio tempo e qualche soldo; nell’ultima settimana c’era un incidente al giorno (la sala cambiata, il proiettore d’immagini che non c’è…); adesso siamo sull’orlo, e la domanda è: interesserà a qualcuno, andrà tutto bene, tra qualche ora saremo contenti?
Mi si avvicina una signora piccolissima con un cappotto nocciola e un’enorme borsa da spesa, vuota, appesa alla spalla destra.
“E’ qui che fanno la cosa dei formaggi?”, dice la signora piccolissima.
Ho un attimo di smarrimento.
“Dei for-mag-gi?”, chiedo cautamente.
“Sì”, dice la signora piccolissima. “La cosa dei formaggi”.
Sono stato sciocco a non capire. A cinquanta metri dal Pedrocchi, in Piazza Cavour, c’è effettivamente una cosa di formaggi e salumi. Un lungo banco a L con alimenti vari, possibilità di assaggio, esposizione di vecchi attrezzi agricoli, e sonorizzazione delirante con suoni di bosco, campi e stalla. Cinguettii e muggiti.
“E’ lì”, dico alla signora piccolissima, indicando.
“Grazie”, dice la signora piccolissima.
Si avvia.
Io continuo a fumare la sigaretta. C’è gente che arriva, imbocca la porta, sale. Persone che non conosco, persone che conosco. Saluti. Strette di mano. “Andate, andate su. Prendete posto”.
Finisco la sigaretta. Faccio due passi, la butto. Mi volto per entrare.
“Senta, senta”, dice una voce alle mie spalle.
Mi volto. E’ la signora piccolissima.
“Non è mica gran che”, mi dice.
“Che cosa?”, dico.
“La cosa lì, dei formaggi”, dice la signora piccolissima.
“Eh, pazienza”, dico.
“Tutta roba che si trova anche al supermercato”, dice la signora piccolissima.
Io non so che cosa dire.
“E qui che cosa fate?”, dice la signora piccolissima.
“Un convegno”, dico. “Sul paesaggio. Sulla descrizione del paesaggio. Con fotografi, scrittori, architetti”.
“Ah”, dice la signora piccolissima. Mi guarda come se dovessi aggiungere altro.
Io comincio ad avere freddo, sono uscito in giacchetta.
“Mah”, dice la signora piccolissima. “Il paesaggio, il paesaggio… Con questo freddo… Fate bene a stare al chiuso”. Agita una mano. “Buon pomeriggio”, dice.
“Buon pomeriggio”, dico io.
La signora piccolissima si volta, si avvia.
Ho ricevuta, indirizzata presso la casa editrice per la quale lavoro, la seguente lettera anonima:
Egregio Mozzi,
le scrivo per esprimerle alcune mie considerazioni attorno alla sua persona, magari potrebbero tornarle utili per il futuro.
Qualche giorno fa mi è rivenuto sotto gli occhi il suo nome e mi sono detto che era necessario che qualcuno le esprimesse la sua opinione senza remore e ipocrisie.
Ho letto qualcosa scritta da lei e ho avuto come la sensazione che abbia molto poco da dire. Pubblica infatti la maggior parte dei suoi scritti con un editore per esordienti proprio perché oltre a non essere mai decollato come scrittore, effettivamente la sua prosa e la sua narrazione è da esordiente, ma di un esordiente che non maturerà mai, vista la sua età e la sua esperienza presunta.
Poi si è inventato di fare il “professore” in una materia che dovrebbe vederla per anni e anni come discente, la scrittura creativa. E anche se per mangiare tutto è lecito, meglio avrebbe potutto esprimersi, credo, in un lavoro manuale, come ad es. il panettiere, o il calzolaio. Ma la grande aspirazione, lontana da qualunque presa di coscienza, è propria del mediocre che tutto fa pur di affermarsi. E lei, scrittore scadente e “professore” improbabile, ha tentato la carta dell’editore, vuoi vedere che… E invece anche in questo campo ha mostrato tutti i suoi insuperabili limiti. Ha avviato una Casa editrice che dopo pochi mesi è già defunta, sparita com’è da ogni pagina di recensioni, nonostante la grande accoglienza riservatale inizialmente.
A questo punto chiunque si sarebbe preso un attimo di riflessione, lei invece continua per la sua strada: sono certamente gli altri a non capirla. Il genio incompreso procede senza macchia. Ma la vuole smettere? La smetta di dare il suo indirizzo di casa a tutti, il suo cellulare, i tempi delle sue vacanze e la località delle stesse, o il programma della sua settimana in giro per l’Italia. Ma chi vorrebbe che la cercasse? Quel talento straordinario che lei non è e che mai ha scoperto (neppure ordinario)? O forse aspira a interessare a qualche bella ragazza? Farebbe prima a cercarsela direttamente, mi creda.
Lo so che queste parole serviranno a molto poco, ma non si sa mai…
Le auguro di sparire dalla scenetta della narrativa italiana e di ritirarsi a vita privata, che il suo nome sia felicità per pochi intimi e assoluta indifferenza per tutti gli altri: non c’è bisogno della sua estrema intelligenza, si rassegni.
Si tratta di una lettera privata. Per pubblicare una lettera privata occorre, di norma, il consenso dell’autore o autrice. Poiché l’autore o autrice non si firma e non lascia indirizzo, non posso chiedergli il consenso alla pubblicazione. Presumo che l’anonimato si possa intendere, tra l’altro, come implicita autorizzazione alla pubblicazione (in quanto è una rinuncia a godere dei diritti propri dell’autore).
Oggi, a Padova, alle 15.30 presso la Sala Rossini del Caffè Pedrocchi, c’è il convegno Raccontare i luoghi. Con i narratori Franco Arminio e Roberto Ferrucci, il fotografo Guido Guidi, il fotoblogger Kimota [1], gli urbanisti Sefano Munarin e Maria Chiara Tosi, gli architetti Claudio Aldegheri e Franco Biscossa (XQuadra). Il narratore Dario Voltolini, già annunciato, non potrà esserci.
Il convegno è organizzato dall’associazione culturale The Andromeda Society, il cui presidente Fabio Fracas introdurrà i lavori. Io starò al tavolo a dare la parola a questo e a quello.
[1] Che ieri pomeriggio si è brillantemente laureato.
Care voi, cari voi, tra un po’ parto per Macerata. Alle 21.15 sarò alla Biblioteca Comunale. La faccenda è organizzata da Reinhard Sauer, che insegna presso l’Università di Macerata. Contenuto dell’incontro: una conversazione intorno a due libri miei, Fiction e Sotto i cieli d’Italia. Domattina rientro a Padova, dove mi aspettano le ultime cose da fare per il convegno di sabato 27: Raccontare i luoghi.
(La cosa divertente è che la Biblioteca comunale di Macerata si chiama: “Biblioteca Mozzi-Borgetti”. Sono proprio curioso di conoscerlo, questo Borgetti).
Ho sentito un rumore di porte e finestre, come per un colpo di vento. Qualche secondo dopo, la sedia mi si è mossa sotto. Appena appena.
Come state?
Leggo nel manifesto di oggi il seguente articolo (pagina 8):
Israele / Morto affogato il gen. Eitan
L’ex generale ed ex ministro Raful Eitan è morto ieri affogato nel Mediterraneo. Per lui i palestinesi erano “scarafaggi”.
Fine dell’articolo.
Questo cos’è: giornalismo?
La vigilia di Natale è tra un mese esatto. Non fatevi trovare impreparati. Cominciate subito a pensare ai regali. Io per esempio vi consiglio questo: Avanzi di galera. Le ricette dei poco di buono. Un magnifico repertorio di ricette per delinquenti, criminali, e potenziali tali (ma potenzialmente, si sa, siamo tutti delinquenti e criminali). Prodotto da ildue, laboratorio multimediale nel carcere di Opera. Potete acquistarlo ordinandolo via email, oppure rifornirvi direttamente presso il Kriminalbar (alias bar tabaccheria Acquaviva) in Piazzale Filangieri a Milano. Costa solo dieci euro. Tredici se ve lo fate spedire a casa. Ai vostri amici e ai vostri parenti potrete dire: “Tieni, non si sa mai. Un giorno potrebbe servirti”. (Per la stessa ragione, tenétene una copia anche per voi).
Bum!
Ci voltiamo tutti.
Siamo a bordo dell’eurostar delle 6.54 da Padova per Milano. Ci siamo appena mossi dalla stazione di Verona. C’è un ritardo di circa dieci minuti.
Bum!
Avanza nel corridoio una signora sui quaranta con indosso un piumino nero. Ha un cappello rosso a forma di pentolino e una grande borsa floscia appesa alla spalla, pure rossa.
Bum!
La signora ha una valigia grossissima, di quelle rigide, color verde mela.
Bum!
La signora spinge la valigia davanti a sé, nel corridoio, prendendola a calci. Oppure sollevandola di qualche centimetro e lanciandola qualche centimetro più in là.
Bum!
La signora si dimena, sbuffa, impreca contro la valigia.
Bum!
Le va il cappello di traverso.
Bum!
La signora avanza nel corridoio, mentre tutti tacciono.
Bum!
La signora si avvicina, è accanto a me. Io sono seduto dalla parte del corridoio.
Bum!
Mi restringo nel mio sedile.
Bum!
La valigia piomba sul pavimento del corridoio a un millimetro dal mio piede destro.
Bum!
La signora mi passa in fianco. Il suo respiro è affannoso.
Bum!
La signora si china per sollevare la borsa. La solleva. La lancia. Si raddrizza. Mi sbatte in faccia la borsa floscia rossa.
Bum!
La signora sui sessanta che è seduta difronte a me mi guarda terrorizzata.
Bum!
Chinandosi per sollevare la valigia, la signora col piumino sbatte la borsa floscia rossa in faccia alla signora sui sessanta.
Bum!
La signora è andata, prosegue.
Bum!
La signora sui sessanta mi guarda.
Bum!
“Ce l’abbiamo fatta”, dice la signora sui sessanta. “Siamo sopravvissuti”.
Bum!
Avendo deciso di fare un libro di storie sui rifiuti, a questo libro dovremo pur dare un titolo. Nei tre giorni perugini abbiamo dedicata mezz’ora al tototitoli. Li ricopio qui uno dopo l’altro: compresi quelli detti solo per ridere, quelli detti vergognandosi di dirli, quelli copiati, quelli indiscutibilmente brutti, e così via.
La consolazione del riciclaggio.
Io ti rifiuto.
Materia seconda. [1]
Metamorfosi del rifiuto.
La monnezza è cultura. [2]
Racconti della discarica.
Racconti dalla discarica.
Memorie dalla discarica.
Carta dei diritti del rifiuto.
Andando a rovistare nei rifiuti.
Il ritorno dei morti viventi.
Quel che là si perde.[3]
Quel che qua si perde.
Altro di noi.
Dal tal quale al quasi come.
Il gesto del rifiuto.
I rifiuti sono maschili.
Mascolinità del rifiuto.
Rifiuti con le palle.
Gettiamo meno, gettiamo meglio.
Comp/ostaggio. [4]
L’immondo dietro il sacchetto.
L’immondo nel sacchetto.
L’immondo in una stanza.
Rifiutamare.
Rifiuttamare.
Amarcompost.
Indicativo fetente.
Rifiuto è bello.
L’ombra dell’uso.
Se rottamo mio marito di quarant’anni, me ne danno due da venti?
Fiutati e rifiutati.
Compost sui.
Compost suite.
Compost beach.
Racconti senza valore.
Racconti multiuso.
Racconti a perdere.
Usa e getta.
Usa e passa.
Servimi!
Lo diceva la Gioconda, la discarica è feconda.
Discarica Paradiso.
Scrivere la spazzatura.
Writin’ monnezza.
Scrittori ecologici.
Scrittori riciclati.
Spazzatura creativa.
Nati due volte.
Spazzaparola.
Quel che rimane.
Quel che rimane siamo noi.
Racconti tal quali.
Racconti organici umidi.
R. O. U. / Racconti organici umidi.
Il sogno nel cassonetto.
Dove andrai?
A volte ritornano.
Fermentazione.
Fermentazioni.
Non togliermi tutto.
Ma io sono solo un tecnico.
A volte i rifiuti salvano la vita.
Cara, vado a fare un giro nei cassonetti.
Parola seconda.
Diciotto racconti gabbiani. [5]
Jonathan della discarica.
Carcasse di risonanza.
L’angelo dell’immondo.
Immondo.
[Im]Mondo.
Racconti immondi.
Ti racconto l’immondo.
Non disperdere queste pagine nell’ambiente.
Storie di ordinaria monnezza.
Immondi immaginari.
Questi e altri immondi.
Enzimi.
Primavera a Pietramelina. [6]
Racconti rifiutati.
Cronache della fermentazione.
Cronache dalla fermentazione.
Io, rifiuto.
Pensieri di scarto.
Racconti di scarto.
[1] Come ci ha spiegato la responsabile della comunicazione per l’azienda Ge.Se.N.U. (Gestione dei Servizi di Nettezza Urbana), materia seconda è un eufemismo politically correct che dovrebbe sostituire nei discorsi ufficiali le varie parole che usualmente indicano i rifiuti.
[2] Slogan fornitoci dalla predetta responsabile della comunicazione di Ge.Se.N.U.
[3] Quasi una citazione ariostesca: “Ciò che si perde qui, là si raguna” (canto XXXIV, ottava LXXIII; episodio di Astolfo sulla Luna).
[4] Il compost è uno dei prodotti del riciclaggio; il principale prodotto del riciclaggio del rifiuto biologico (vedi ad esempio qui).
[5] Il riferimento, forse non del tutto chiaro, è a Il gabbiano Jonathan Livingstone, romanzo di Richard Bach. I gabbiani, grandi mangiatori di rifiuti, in molte discariche fanno ormai molta concorrenza ai topi.
[6] Sede di una discarica presso Perugia.
Per ragioni troppo complicate da spiegare qui, il convegno Raccontare i luoghi non avrà luogo alla Sala degli Anziani di Palazzo Moroni, bensì nella Sala Rossini del Caffè Pedrocchi. Che è lì accanto.
Il numero di novembre del Medicine Show - la rivista musicale più ciarlatanesca del mondo - è da oggi liberamente scaricabile, nell’elegante formato Pdf* o nel più leggero formato Word.
In questo numero trovate articoli di Leonardo Colombati, Mario Desiati, Davide L. Malesi, Seia Montanelli, Alessandro Piperno, Alberto Ragni, Armando Trivellini, & Zuck (oltre che del sottoscritto).
Vi chiedo un piacere. Se avete difficoltà a scaricare la rivista, avvisate scrivendo alla redazione.
[*] Se volete salvare sul vostro pc la versione in Pdf, non dovete eseguire la sequenza “File”, “Salva con nome”; ma cliccare semplicemente sull’icona “Salva” (il floppy disk). Non so perché è così, ma è così.
Cammino nel corridoio dell’albergo.
Il sensore fa: tic. La luce si accende. Io cammino nella luce.
Svolto a destra. Un altro sensore fa: tic. La luce si accende. Cammino.
Mi volto. Giusto in quel momento, la luce alle mie spalle si spegne.
Cammino: altri due passi.
Faccio un pensiero. Mi fermo.
Sto più fermo che posso.
Dopo qualche secondo, tutto si spegne.
Io sono, immobile, nel buio.
C’è luce dalle finestre, ma a quest’ora: poca.
Quale sarà, mi domando, il movimento minimo perché la luce si accenda?
Quali saranno, mi domando, i movimenti che potrò fare senza far accendere la luce?
Alzo un braccio. Tic. Luce.
Abbasso il braccio.
Aspetto venti secondi. Fine della luce.
Faccio un passo, piccolissimo, in avanti: mezzo piede.
Non succede niente.
Faccio un altro passo piccolissimo. Tic. Luce.
Aspetto venti secondi. Fine della luce.
Penso intensamente. Cerco di progettare un movimento.
Mi avvicino al muro. Tic. Luce. Mi appoggio, spalle al muro.
Aspetto venti secondi. Fine della luce.
Comincio a muovermi, le spalle la schiena il culo aderenti al muro.
Cammino come un granchio, di lato.
Non succede niente.
Il corridoio è buio, nessun sensore sembra accorgersi di me.
Mi accorgo che sto sudando. Il corridoio è molto caldo, io ho ancora addosso il cappotto.
Se mi togliessi il cappotto, il sensore si accorgerebbe di me.
Non mi tolgo il cappotto.
Striscio contro il muro.
Mi fermo.
Tutti i miei muscoli sono tesi. I muscoli delle gambe mi fanno male. Avrò percorso, così, lungo il muro, all’oscuro dei sensori, non più di quattro metri.
Che cosa sto facendo?, mi domando.
In quel momento comincio a sentire un rumore di passi concitati, un po’ confusi.
Dopo qualche istante c’è un bambino davanti a me. E’ arrivato fin qui correndo. C’è pur sempre la luce, non molta, che entra dalle finestre. Il bambino ha corso, rumoroso, e i sensori non l’hanno visto. Evidentemente i sensori non si accorgono: (a) di quelli che strisciano contro il muro, (b) dei bambini, o almeno di coloro che stono più bassi di un tot.
Il bambino mi guarda.
Io sto appiccicato al muro.
Il bambino avrà quattro anni. Abbastanza per farsi delle domande, non abbastanza per avere inibizioni al fare domande. E’ biondo, è infagottato in una giacca a vento verdolina che lo protegge fino al ginocchio.
Il bambino mi dice: “Che cosa stai facendo?”.
Perugia, Impianto di smaltimento dei rifiuti, 19.11.04.
Perugia, Impianto di smaltimento dei rifiuti, 19.11.04.
Perugia, Impianto di smaltimento dei rifiuti, 19.11.04.
Perugia, Impianto di smaltimento dei rifiuti, 19.11.04.
Perugia, Impianto di compostaggio, 19.11.04.
Perugia, Impianto di compostaggio, 19.11.04.
Perugia, Impianto di compostaggio, 19.11.04.
Perugia, Impianto di compostaggio, 19.11.04.
Bene, sono arrivato a Perugia, sano e salvo, fresco come una rosa dopo nove ore di viaggio (nel dettaglio: cinque ore in cuccetta, un’ora e mezza di tempi morti tra una stazione e l’altra, due ore e mezza in interregionali).
Sento già un bell’odorino di spazzatura.
Tra un po’ prendo il treno e salgo a Belluno. Stanotte viaggio da Belluno a Perugia. Il laboratorio a Belluno finisce alle 21. Una persona gentile mi porta fino a Ponte nelle Alpi. Lì, alle 21.53, prendo un treno per Mestre. Arrivo a Mestre alle 23.12. Alle 0.17 prendo il treno per Terontola. Ho la cuccetta. Arrivo a Terontola alle 5.15. Alle 5.45 prendo il treno per Perugia. Alle 6.39 arrivo a Perugia. Vado in albergo, faccio una doccia, prendo un caffè doppio, e vado a far lezione. Torno a casa domenica notte.
Settimana prossima sarò tutto preso dalla preparazione del convegno Raccontare i luoghi. Su un argomento assai vicino segnalo un incontro che si svolge a Mestre domani, sabato 19 novembre: Andare a vedere. Inchiesta, reportage, resoconto. Sono previsti al mattino interventi di Goffredo Fofi (“L’inchiesta come genere letterario. Esempi e storie italiane”), Luca Pes (“L’inchiesta urbana”), Vittorio Rieser (“L’inchiesta operaia”), Matteo Melchiorre [1] (“Camminare”). Nel pomeriggio si parlerà di “Esempi e modelli”, con relazioni su alcuni classici dell’inchiesta: dalle Promenades dans Londres di Flora Tristan, del 1839 a La condizione della classe operaia in Inghilterra di Friedrich Engels del 1845, fino alle “controinchieste” sulla condizione carceraria in Italia degli anni Ottanta. Il programma completo, in un pdf da 149 K, è scaricabile qui.
[1] Matteo Melchiorre è l’autore del bellissimo libro L’alberon (ed. Spartaco), del quale parlo ampiamente nella puntata numero 65 del corso di scrittura a puntate pubblicato in Stilos.
Ieri pomeriggio, alle tre circa, mentre io me ne stavo in un’aula dell’Università a parlare di virgolette “inglesi”, virgolette «caporali», virgolette ‘semplici’, - trattini - e (parentesi), un mio amico si è ammazzato.
Che si sarebbe ammazzato non appena la malattia, così diceva, fosse diventata più forte di lui, l’aveva sempre detto. Aveva sempre celato agli amici, per quanto possibile, lo stato reale della malattia. Non voglio diventare una mente lucida che abita in un corpo incontrollabile, diceva. Non voglio diventare un’anima risplendente di luce che abita in un corpo-sacco-bucato. Non voglio cacarmi addosso, non voglio pisciarmi addosso, non voglio la lingua pendente fuori dalla bocca, non voglio essere nutrito con le cannucce, non voglio guardare l’altra persona con lo sguardo implorante.
Non è dignitoso, diceva. Non voglio vivere degradato e fatiscente. Prima che succeda, mi ammazzo.
L’ultima volta che l’ho visto, qualche giorno fa, non mi sembrava sul limite del degrado. Abbiamo camminato, abbiamo preso un caffè in un bel bar, abbiamo commentato prima un fatto di cronaca e poi le vicende sentimentali di un amico comune. Abbiamo parlato seriamente, e abbiamo anche riso. Lui mi ha domandato: “Come stai?”, e io gli ho detto, come sempre: “Bene, credo. Stanco, come al solito. E tu?”, e lui ha risposto: “Stabile. L’umore è buono”. L’umore, a passare insieme quel paio d’ore, sembrava in effetti buono.
“Il dolore non è una prova”, aveva detto una volta. “Il male non è una prova. Il male ti viene addosso, e basta. Non c’è nessun onore a resistergli. Se nasci idiota, sei un idiota: potrai diventare, al massimo, la scimmia di un non idiota. Se ti ammali a morte, sei un ammalato a morte: potrai diventare al massimo un cadavere ambulante. Le scimmie dei non idioti e i cadaveri ambulanti non mi fanno neanche pena. Mi fanno schifo. Al creatore, se c’è, non imputo nulla; né gli sono grato di nulla”.
Molte cose mi piacevano di lui; e altre non mi piacevano. La nostra amicizia non era fondata sul piacere. La nostra amicizia non è mai stata forte, è stata però ininterrotta per trent’anni. Non è diventata più forte con la malattia, e non è diventata più debole con la malattia. Eravamo amici di conversazione; conversavamo a lungo; io spesso pensavo: “Ecco, di questo dovrei parlare con lui”; e lui talvolta diceva: “Ecco, aspettavo di vederti per parlare di questo”. Non abbiamo mai fatto nulla insieme, se non conversare. Da ragazzi, per ore e ore, in piazza, seduti sugli scalini della chiesa, tornando a casa a notte fonda o di prima mattina; da adulti, ora, civilmente seduti al tavolino di un bar del centro, di solito nel tardo pomeriggio.
Anche dell’ammazzarsi, avevamo parlato. Ne avevamo parlato per quasi un mese, incontrandoci o telefonandoci tutti i giorni: per ore e ore. Cinque anni fa. Poi lui ha detto: “Basta”, e io ho detto: “Hai ragione, basta”. Non ne abbiamo parlato più. Abbiamo perfino evitati con cura gli accenni, le allusioni involontarie. Ogni volta che ho alzato il telefono per chiamarlo, in questi cinque anni, ho avuto il pensiero: “Sarà vivo?”. Invece gli ho sempre detto: “Come va?”, e lui aveva trovato questo modo di rispondere: “Stabile”.
Mi mancherai, amico mio. Mi sei sempre stato misterioso. Spero di esserti stato utile: tu dicevi che ti ero utile. Che la persona divina ti accolga.
Se i miei treni non vi bastano, potete andare a visitare quelli descritti (con foto vere e storie inventate) da Alice Avallone in Visioni binarie. Secondo me sono piuttosto belli.
Bondeno, stazione di Bondeno. Siamo in quattro gatti che aspettiamo il treno da Suzzara per Ferrara: un ragazzo africano nero, due ragazzi nordafricani, una signora con i capelli bianchi e dei cavoli dentro una borsa di plastica del Bennet, una coppia di innamoratini che se ne sta appartata e abbracciata, due ragazzini sui tredici anni (uno con i capelli lunghi, l’altro con i capelli corti corti).
Il treno delle 19.28 è in ritardo. Non si può sapere di quanto: la strazione è impresidiata (credo che si dica così). Sappiamo tutti che è in ritardo perché sono ormai le 19.25, e la campanella non ha ancora cominciato a suonare. La campanella comincia a suonare dieci minuti prima che il treno arrivi, e suona per dieci minuti.
I due ragazzini sui tredici anni vanno avanti e indietro. Tutti gli altri se ne stanno ben fermi, impacchettati nei cappotti e nelle giubbe.
Non è che faccia poi così freddo, ma tira un vento fastidioso.
C’è odore da neve.
Uno dei due ragazzini sui tredici anni, quello con i capelli lunghi, mi si avvicina.
“Scusi”, dice.
Io sto leggendo A che punto è il giudizio universale, di Alessandro Carrera, edizioni MobyDick. Sono a pagina 49, dove uno dei personaggi dice: “Vorrei che al centro di questo dedalo ci fosse un minotauro”, e l’altro personaggio risponde: “Però buono”.
“Dimmi”, dico.
“Avrebbe un biglietto da vendermi?”, dice il ragazzino. “Io sono venuto qui, credevo che il bar fosse aperto…”.
In effetti la stazione è impresidiata, però c’è un bar dove vendono i biglietti. La domenica pomeriggio il bar è chiuso.
“Non mi pare”, dico. “Controllo”.
Tiro fuori il portafoglio, ci guardo bene. Di solito ho sempre una scorta di biglietti (Ferrovie dello Stato, trasporti pubblici di Padova Milano e Roma, Ferrovie Regionali Emiliane - sono questi, che ora servirebbero), ma oggi mi pare di avere timbrato l’ultimo.
“No”, dico al ragazzino. “Non ce l’ho. Mi spiace”.
“Grazie”, dice il ragazzino.
Si volta, torna dal suo amico. Gli fa segno di seguirlo. Spariscono dietro l’angolo della stazione, alla mia destra.
Io ricomincio a leggere. Un paio di minuti dopo, mentre sto leggendo una frase a pagina 51 (“Grazie, pezzo di carta, sei stato buono con me”), sento i due ragazzini che parlottano dietro l’angolo.
“Secondo me nel bagno non ci guarda”, dice uno.
“Sì, ma quando saliamo ci contano. Guardano fuori e ci contano, e poi ci cercano”, dice l’altro.
“Io vado in bagno, poi esco e te lo dò”.
“Sì, e io che cosa gli dico? Gli dò da vedere un biglietto già bucato?”.
“Gli dici che te l’aveva già controllato prima”.
“E se prima non aveva fatto il giro?”.
“Lo fa a tutte le stazioni”.
“Non è vero”.
“E’ che non hai il coraggio”.
Silenzio.
“Ci chiudiamo tutti e due nel bagno”.
“E poi?”.
“E poi quando bussa al bagno, esco io e gli faccio vedere il biglietto”.
“E io?”.
“Tu stai dentro. Esci dopo”.
“Ma mi vede!”.
“Stai dietro la porta, scemo”.
“Non lo so. Secondo me ci vede”.
“Ma va là, fifone”.
La campanella comincia a suonare. I ragazzini sbucano da dietro l’angolo. Ci sono ancora dieci minuti di tempo, ma tutti si raddrizzano, si avvicinano al binario. La coppietta smette di sbaciucchiarsi. Io piego l’angolo della pagina e metto il libro nello zaino.
Aspettiamo.
Il trenino arriva. E’ fatto di una sola carrozza.
Saliamo.
Tengo d’occhio i due ragazzini. Aspettano di restare da soli nel disbrigo (nella piattaforma, credo che si dica in lingua ferroviaria) e poi si chiudono nel bagno.
Mi siedo in modo da tenere sotto controllo il bagno.
Il controllore fa il giro. Non si cura del bagno. Torna in cabina a chiacchierare con il conducente.
La porta del bagno resta ben chiusa.
Da Bondeno a Ferrara ci sono dieci minuti di viaggio.
Quando ormai stiamo entrando nella stazione di Ferrara mi alzo, vado al bagno, busso.
“Un momento!”, dice una voce da dentro.
La porta si apre quasi subito. Appare il ragazzino con i capelli corti corti.
Dico: “Biglietto, prego”.
Il ragazzino con i capelli lunghi, da dietro la porta, fa un sacco di boccacce. Lo vedo nello specchio sopra il lavandino.
Ho appena pubblicato in Nazione Indiana un pezzo pieno di spropositi, a cominciare dallo spropositato titolo: L’inconscio è reazionari o (e la narrazione pure) (titolo che, ovviamente, serve solo da specchietto per le allodole). Se dopo aver letto qualcuno volesse commentare, può farlo qui.
“Ah, Ehiii… Ma è un libro sui bloggers?”.
“Eh? Checc’è?!?”.
“Senti?… È un libro sui bloggers. Quello che hai preso al super è un libro sui…”.
“Eccomi! Non urlare!… Sì, sai te l’avevo detto che era uscita questa raccolta di racconti di blogger”.
“E sono racconti normali?”.
Pare che gli iscritti al laboratorio di scrittura Tra i rifiuti e le immondizie (che si terrà a Perugia, nell’ambito di Umbrialibri, dal 19 al 21 novembre) siano ancora pochini. Mi domando dove stia il problema. Forse i rifiuti e le immondizie sono considerati soggetti troppo poco letterario? Forse i laboratori di scrittura hanno fatto il loro tempo? Forse io come conduttore di laboratori di scrittura ho fatto il mio tempo?
O forse (questo è il vero sospetto, tremendo sospetto), vedendo il mio nome associato alle parole “rifiuti” e “immondizie”, più di qualcuno ha pensato improvvisamente che si stesse dicendo più verità di quanto si sospettasse? [*]
[*] Sulla sintassi di quest’ultimo periodo, ci ho più di qualche dubbio. Ma non sono riuscito a farlo meglio. (Si accettano suggerimenti).
[Il 7 maggio del 2002 partecipai, a Roma, a un convegno - ma la parola “convegno” è esagerata: eravamo in una stanza, alla Casa delle letterature - intitolato: Parlare della verità. Una questione accuratamente rimossa nella letteratura novecentesca. Questi sono gli appunti, piuttosto brancolanti, che avevo preparati per l’occasione].
Confesso che non so bene da che parte cominciare. Il titolo ufficiale di questo intervento è: Parlare della verità. Una questione accuratamente rimossa nella letteratura novecentesca. In realtà io non ho nessuna voglia di mettermi a raccontarvi del come, quando e perché la questione del “parlare della verità” sia stata, se effettivamente è stata, rimossa nella letteratura novecentesca. Così in generale, per di più, non ho molta voglia di parlare della letteratura novecentesca. Il Novecento, grazie al cielo, è finito; a me piace pensare che sia morto e sepolto; che buona parte di ciò che così amabilmente lo caratterizzava – il primato della nevrosi, lo scetticismo universale, l’eterno ritorno dell’arte per l’arte, e così via – sia, ora, nel 2002, definitivamente finito. Così come si dice di un uomo, che «è finito».
Il fatto è, tra l’altro, che io non sono un letterato; nel senso, che non mi intendo di letteratura. La letteratura non è il mio oggetto di studio. Non sono particolarmente competente in letteratura. Se dovessi veramente parlare della letteratura novecentesca, potrei essere in serie difficoltà. Certo: non sono un selvaggio, e non voglio fare qui la figura del selvaggio; nemmeno, per così dire, per figura. È che da un bel po’ di tempo mi gira per la testa questo pensiero: che ciò che noi oggi, così, generalmente parlando, chiamiamo «letteratura», è solo una porzione di ciò che chiamiamo «letteratura» quando parliamo del tempo passato. Il Principe di Machiavelli è letteratura? Senz’altro, sì. Lo si studia a scuola nel programma di letteratura (oltre che in quello di filosofia, e comunque più in quello di letteratura). Ma oggi come oggi difficilmente accetteremmo l’idea che i libri, che so, di Giovanni Sartori o Rusconi o di Pasquino o di Galli della Loggia siano «letteratura». Non è una questione di qualità. È una questione, mi pare, proprio di natura.
Bene. Questo che cosa c’entra con il tema della giornata? C’entra. Perché a me questa identificazione – ormai s’è capito – della letteratura con la narrativa d’invenzione, è una cosa che non mi finisce. Non mi ci so rassegnare. Mi sembra un impoverimento della nostra idea di letteratura. E mi domando che cosa ci sia sotto questo impoverimento.
Mi domando quale eredità ci abbia lasciata in Novecento. Dirò di peggio: mi domando quale eredità mi abbia lasciata il Novecento. Che cosa è rimasto, del ribollire di idee della e sulla letteratura che c’è stato durante tutto quel secolo, che cosa è rimasto che io possa ancora usare, adoperare, fare mio, piegare ai miei scopi. E più me lo domando, più mi rispondo: assai poco. E perché? Perché, durante tutto il Novecento, l’idea che la letteratura potesse servire a uno scopo è stata espulsa. O, se è stata ammessa, è stata ammessa per gli scopi privati, privatissimi: per cui si ammette, che so, che il tale scrittore possa avere adoperata la scrittura, consapevolmente o no, per risolvere o sublimare il proprio conflitto col padre. Bene. Questo non è certo uno scopo che io, da lettore, possa condividere. Se l’illustre Tizio aveva il problema di risolvere o sublimare il suo conflitto col padre, quello era un problema suo. Se scrivere libri meravigliosi gli è servito anche a quello, ben venga; e sono lieto; complimenti vivissimi. Ma a me, che cosa me ne viene?
Allora credo che la felice condizione in cui ci troviamo, noi che abbiamo più o meno quarant’anni, che abbiamo acquisito “diritto di parola”, che facciamo libri e altre cose, la nostra felice condizione è quella di poterci liberare dall’idea che la letteratura non abbia altri scopi che quelli strettamente letterari. In realtà non è che si respiri tanto quest’aria, oggi come oggi. Quando mi trovo con i miei cosiddetti “colleghi”, cioè con altri scrittori quarantenni, vedo che si finisce quasi sempre, irresistibilmente, col parlare di letteratura. E se non è di letteratura che si parla, si parlerà comunque cose che contornano la letteratura: i libri, i soldi che vanno e vengono per i e dai libri, le librerie, gli editori, gli editor, gli uffici stampa, e tutte quelle menate lì. E c’è sempre quello che a un certo punto si alza a dire, tutto infervorato, che sì, vabbè, il mondo ci è ostile: ma noi comunque affermiamo il valore della letteratura. E io penso, inevitabilmente: che noia!
Mi accorgo che sto girando attorno al tema. A questo punto, dovrei dire quali mai potrebbero essere, questi scopi non strettamente letterari che la letteratura avrebbe. E dovrei dirlo in maniera tale da connettere il riconoscimento – soggettivo – di questi scopi con i temi della presente specifica giornata di studio e riflessione. Così mi tocca dire, banalmente e brutalmente: sospetto, signori miei, che la letteratura serva a parlare della verità. Precisazioni immediate: a. non serve a “dire la verità”, che tutt’altra faccenda; b. non serve a “comunicare la verità”; eccetera eccetera. Serve a parlare della verità, più o meno come, ieri, in treno, viaggiando da Padova verso Roma, con i miei compagni di viaggio ho parlato di questo e di quello.
Mi sono accorto da tempo che la parola «verità» genera scandalo. Quando si sospetta che uno pensi di sapere la verità, subito lo si aggredisce. Alla chiesa cattolica, ad esempio, alla quale come tutti sanno io appartengo, nessuno rimprovera di avere certe opinioni sul mondo così com’è e come dovrebbe essere; le si contesta, semmai, il diritto di pensare che tali opinioni siano vere. Ma semplicemente il fatto di pensare che una verità, da qualche parte, ci sia: già questo insospettisce. Non è mica semplice, parlare della verità.
Quando dico: «Credo che una verità ci sia; e dubito assai che riuscirò a conoscerla», generalmente non riesco a farmi capire. Mi si dice: ma come, se pensi che ci sia una verità, come fai a pensare di non poterla conoscere? Non è forse lo stesso che pensare che una verità non ci sia? Evidentemente, per me, non è lo stesso; ma vedo che la cosa generalmente risulta incomprensibile. Oppure mi si dice: ecco, vuoi imporre la tua verità. Ma come potrei, pensate, imporre una verità che non conosco? Come posso imporre qualcosa che non so cos’è?
Penso che la letteratura serva a parlare della verità, cioè di qualcosa che interessa tutti. Della verità, ovviamente, non si occupa la sola letteratura: anche la filosofia, la teologia, l’economia, il marketing, la scienza delle costruzioni, la fisica tecnica, eccetera eccetera; tutti si occupano della verità. Tutte le discipline sono alla ricerca di una verità. Ma la letteratura – sorpresa! – dispone di una differenza. Banalmente: per la letteratura, non è indispensabile trovare, acquisire e comunicare la verità. La letteratura, ad esempio, si accontenta a volte di produrre «verità fittizie»; vere e proprie «finte verità», che per chi adopera la letteratura vanno benissimo.
La letteratura è in grado di parlare di una verità che non possiede; è in grado di parlare della verità pur liberandosi dalla preoccupazione di possederla. Per un immunologo, ad esempio, è difficile agire in assenza di verità; una qualche verità – provvisoria, parziale, tutta da controllare ecc. – un immunologo deve avercela; altrimenti, non è in grado di agire; oppure agisce a tentoni, e non si sente soddisfatto di sé. Per la letteratura la questione si pone in tutt’altro modo; pensiamo, ad esempio, che durante tutto il Novecento sono abbondati i libri che proprio tematizzavano la difficoltà, l’indicibilità della verità. Il guaio è stato, casomai, che questi libri, o meglio i loro autori, anziché ritrovarsi tutti contenti della libertà di parlare della verità pur senza possederla, si sono fatti prendere dall’angoscia. Hanno tentato di conquistare la verità e possederla, ad esempio, per quantità: non sarà un caso se tanti libri fondamentali del Novecento sono così grossi (la Recherche, l’Uomo senza qualità, l’Ulisse ecc.); e non sarà un caso se questi libri tendono a essere, o se non lo sono a presentarsi, come libri incompiuti. La Recherche è incompiuta, l’Uomo senza qualità è incompiuto… anche l’Ulisse è, tutto sommato, un libro che è stato finito solo perché c’erano delle scadenze editoriali, degli impegni presi, e degli amici che insistevano. Sennò, James Joyce sarebbe ancora lì…
Vi sto proponendo dei volgari paradossi? Io non credo. Non mi sarei presentato qui, se pensassi di avere da proporvi solo dei paradossi. Ma poiché sono un narratore, per mia fortuna, e non un letterato, non mi sento tenuto a venir qui a dirvi la verità – non quella assoluta, eh! Ma quella di uno studioso ecc. – , ma sono venuto qui a parlarvi della verità, e dei miei rapporti con lei.
***
Nel corso del Novecento sono stati esplorati instancabilmente i limiti della nostra possibilità di “dire la verità”. E, tutto sommato, semplificando al massimo – spero che mi perdonerete per questo – credo si possa dire che alla fin fine il Novecento ha distrutta pressoché ogni possibilità di “dire la verità”. Oggi come oggi, se uno pretende di “dire la verità”, passa più o meno per matto (o per un aspirante dittatore). A fronte di questo, bisogna dire che ogni disciplina si è costruita dei suoi criteri di verità: abbiamo a disposizione verità locali, contingenti, occasionali, “di situazione”; così c’è la verità dei tribunali, ad esempio, che è o sembra di essere o pretende di essere qualitativamente diversa dalla verità della chimica industriale; c’è una verità della fisica e una verità della fisica delle particelle; e benché si stia molto lavorando alle cosiddette “teorie del tutto”, appare ormai chiaro che non se ne viene fuori. Se avremo una “teoria del tutto”, avremo al massimo una teoria unificata della fisica..
A questo punto, quali sono le chances della letteratura? Nel Novecento la letteratura ha compiuti grandi tentativi di dire la verità. I più imponenti sono – inutile ricordarli – i grandi romanzi dei primi anni trenta: dalla Recherche all’Uomo senza qualità, dall’Ulisse alle Storie di Giuseppe. Sono tentativi che cercano di risolvere il problema, per così dire, dal punto di vista della quantità: offrono una visione del mondo, uno strumento ideologico (uso la parola “ideologico” nel suo senso proprio), e cercano di costruire un intero mondo.
Eco: ogni romanzo implica una cosmologia. Questa è una cosa che ogni narratore sa.
Ora: il narratore realistico ha il mondo davanti a sé; ha degli strumenti per conoscerlo, che sono strumenti che gli vengono dalle altre discipline. Émile Zola – che, tra parentesi, io ammiro sconfinatamene – si è trasformato di volta in volta in un economista, in un operatore di borsa, in un sociologo, in un esperto di marketing ecc. ecc., per scrivere i suoi vari romanzi. Ha scritto vari romanzi assai belli (Nana, L’Assommoir, Germinal, Le ventre de Paris, Le “Bonheur des Dames” ecc.); ma se volessimo dire che cosa rende grandi i suoi romanzi, diremmo forse che è la loro attendibilità scientifica? Il loro essere quasi o quasi come dei saggi di economia, finanza, sociologia, marketing ecc.? No, diremmo che quei libri sono belli – scusate l’elementarità della parola “belli” – casomai per il loro contenuto di immaginazione… non perché riproducono un mondo / il mondo, ma perché immaginano un mondo…
Il narratore fantastico s’inventa un mondo alla settimana. Il narratore realistico è vincolato al mondo che c’è. È così? Siamo sicuri che è così? Su che cosa lavora il narratore fantastico? Non lavora forse sulla percezione che abbiamo del mondo?
Il narratore realistico sta al mondo che c’è. Ma vista la varietà di epistemologie – parziali, occasionali, “di situazione” ecc. – delle quali oggi disponiamo, il narratore realistico (cioè provvisto, portatore di un’istanza realistica) sembra poter anche lui moltiplicare “gli sguardi” (così si dice oggi) sulla realtà. Questo è, mi si dice, il postmoderno. Per cui tutte le immaginazioni che facciamo sul mondo, un’immaginazione (per così dire) per ciascuna epistemologia disponibile, alla fin fine non sono altro che “maschere del nulla”. Il mondo resta inconoscibile, e stop.
Ma se provassimo a essere meno autoritari… se provassimo a pensare che tutte queste diverse epistemologie (e ogni altra epistemologia immaginabile) ci forniscono delle immaginazioni, e che queste immaginazioni sono tutte delle diverse approssimazioni alla verità…
Probabilmente c’è una distanza non maggiore d’un capello tra il narratore postmoderno che produce “maschere del nulla”, e il narratore ugualmente postmoderno che produce “approssimazioni alla verità”. Il discrimine, credo, può essere questo: chi produce maschere sente, per così dire, la nostalgia d’una conoscenza totalitaria, esaustiva, “vera”; non ce l’ha; e ne sente la mancanza. Il narratore approssimante – che in questo senso è pienamente fuori dal Novecento – non ha questa nostalgia. Ha fiducia nelle sue immaginazioni. Naturalmente non pensa di poter “dire la verità”; pensa, al massimo, di poter “parlare della verità”, così come, se mi potete passare il paragone, i trovatori provenzali fiduciosamente parlavano di dame che conoscevano appena, che avevano contemplate solo di lontano, o delle quali avevano soltanto sentito parlare. O che magari, per dire tutto, si erano inventati di sana pianta.
L’importante è questo: rinunciare a “possedere” la verità. Non si “possiede” la verità. Forse si può esserne posseduti; ma di questo non si può parlare umanamente.
Anche il povero Dante Alighieri, che comunque era il più bravo di tutti, a un certo punto si arrende: racconta, descrive, riporta, spiega, usa tutte le parole che ci sono, se ne inventa di nuove apposta, eccetera eccetera, e poi a un certo punto dice: qui mi fermo, arrivo all’indicibile. E naturalmente, l’unica cosa di cui valga veramente la pena di parlare, è quella che rimane indicibile, imparlabile. Le possiamo girare attorno, possiamo approssimarla, fare dei tentativi…
Tecnica. La tecnica va da sé. Semplifico, semplifico, lo so. Mi domando se nell’ambito della letteratura sia ancora possibile un uso strumentale della tecnica. Se la letteratura possa essere adoperata come una tecnica. Se io possa fare un uso strumentale della letteratura… Che, per orecchie d’oggidì, è un’oscenità…
Milano centrale, ore 13.34. Scendiamo tutti dall’eurostar. Ci incolonniamo sul marciapiede. Un ragazzone con la coda di cavallo incespica. Fa altri due passi. Incespica. Smadonna. Ha una scarpa slacciata, camminando stretto nella corrente continua a pestarsi i lacci. Si inginocchia per sistemarsi.
Una signora con i capelli bianchi e un giubbotto prugna, dietro di lui, gli va a sbattere addosso. La signora traina due trolley, uno per mano.
“Scusi!”, grida la signora.
Il ragazzone, che ha dovuto mettere una mano in terra per non cadere, smadonna.
“Scusi!”, grida di nuovo la signora.
Dà un calcio al ragazzone.
“Scusi!”, grida ancora.
Gli dà un altro calcio.
Ieri sera, in poco più di dieci minuti, ho comperati questi libri: F. H. Taylor, Artisti, principi e mercanti, Saggi Einaudi 1954; Vittorio Bodini (a c. di), I poeti surrealisti spagnoli, Supercoralli Einaudi 1963; G. A. Borgese, I vivi e i morti, Mondadori 1923; Matteo Bandello, Novelle, Bmm Mondadori 1950; Anatole France, Taide, Bmm Mondadori 1950; Samuel Beckett, Teatro, Supercoralli Einaudi 1968 (quarta ed. aumentata). Spesa: 65 euro.
Biblioteca di Casier, Dosson di Casier (Tv), 05.11.04.
[caro fratello dongello ti manda
questa foto il nostro ricordo della
Tersa clase vorei sperare caro
fratello questo anno di pasare in
quarta con l’aiuto delle suore
e noi celametiamo tutta per
pasare ciao buon capodano
tua sorellina Maria Rita
apena saro promosa ti faro
sapere altro che sono poco
subidiente e adeso sono brava
e la mia mamma si siede
e me gli facio i lavori]
Salgo sull’eurostar delle 16.55 da Padova per Milano. Ho il posto 36 nella carrozza 9. Il posto, lato finestrino, è occupato da una signora sui sessanta con una giacca scamosciata e la borsetta sulle ginocchia. Il posto al suo fianco, lato corridoio, è occupato da un signore in completo grigio che ha l’aria di essere il marito della signora. I due posti difronte sono occupati da una coppia di giapponesi in jeans, maglietta e chiodo.
“Mi scusi”, dico alla signora, “quello che lei occupa è il mio posto”.
“No”, dice la signora.
Il marito mi guarda.
“Invece sì”, dico, “quello è il posto che ho prenotato. Ora, se vuole…”.
“No”, dice la signora, “io devo occupare questo posto”.
Il marito mi fa una faccia del tipo: è così evidente che non si può neanche spiegare.
“Signora”, ricomincio, “se vuole stare lì, a me va benissimo”.
“Spero bene”, dice la signora.
Decido di ignorarla.
“Però”, proseguo, “siccome il posto che lei occupa è il mio…”.
“No”, dice la signora. “E’ il mio. Ci sono seduta”.
Il marito mi sorride.
“Siccome il posto che lei occupa è il mio”, insisto, “cioè il posto 36 della carrozza 9 che ho prenotato”, e le metto sotto il naso il mio biglietto, “la prego”, alzo una mano per zittirla, “la prego di dirmi qual è il posto che lei ha prenotato, così che io possa occupare quello. E’ chiaro?”.
a signora non si degna di guardare il mio biglietto. “Io devo stare qui”, dice, “perché devo stare nel senso di marcia del treno”.
Il marito annuisce.
“Signora”, dico, “lei ha prenotato un posto?”.
“No”, dice la signora.
“No”, dice il marito, premurosamente intervenendo.
“Sui treni eurostar la prenotazione è obbligatoria”, dico.
“Noi non abbiamo prenotato”, dice la signora.
“Eh no”, conferma il marito.
“Quando avete fatto il biglietto”, dico, “se avete un biglietto per questo treno, vi hanno fatta anche la prenotazione”. La signora sta per parlare, alzo un po’ la voce. “Se non avete la prenotazione, allora non avete un biglietto per questo treno e il controllore vi farà pagare venticinque euro di multa”. Concludo, guardando il marito: “A testa”.
“Ma lei è un controllore, scusi?”, dice la signora.
“Dammi i biglietti”, dice il marito.
“Ma guarda che questo qui vuole i soldi”, dice la signora.
“Dammi i biglietti, per piacere”, dice il marito.
“Ma cosa lo stai a sentire”, dice la signora, “questo qui sta cercando di fregarci i soldi”.
“Dammi i biglietti!”, quasi grida il marito.
“Va bene, va bene”, dice la signora. Fruga nella borsetta, tira fuori due biglietti. Il marito glieli toglie di mano.
“C’è scritta qui la prenotazione?”, mi dice.
“Sì”, dico, “guardi qui”.
Mostro col dito dove deve guardare.
“Siamo nella carrozza 8”, dice il marito, “posti 21 e 22”.
“Allora abbiamo il posto prenotato”, dice la signora. Mi fa un sorriso cordiale. “Vede che è tutto a posto, no?”.
Sabato 27 novembre, dalle 15.30 alle 19 circa, a Padova presso la Sala Rossini del Caffè Pedrocchi (e non presso la Sala degli Anziani di Palazzo Moroni, come precedentemente annunciato), si svolgerà il convegno Raccontare i luoghi, organizzato dall’associazione The Andromeda Society, alla quale mi onoro di appartenere e per la quale seguo, appunto, il settore letteratura.
Il convegno è il primo di un ciclo di tre che, complessivamente, s’intitolano: ALL / Abitare la letteratura. Questo primo convegno, Raccontare i luoghi, avrà come relatori:
- gli architetti Claudio Aldegheri e Franco Biscossa, dello studio Xquadra;
- gli urbanisti Stefano Munarin e Chiara Tosi, autori del volume Tracce di città (Franco Angeli);
- il fotografo Guido Guidi;
- il fotoblogger Gualtiero Bertoldi;
- gli scrittori Franco Arminio, Roberto Ferrucci e Dario Voltolini.
Domanda: perché fare un convegno sul “raccontare i luoghi”? Risposta: perché nei luoghi ci abitiamo, perché i luoghi stanno diventando sempre più invisibili, perché un luogo senza una storia non è nemmeno un luogo (non è neanche un nonluogo), perché agli scrittori si chiede sempre di raccontare l’Italia e l’Italia è per l’appunto un luogo (composto di luoghi a loro volta composti di altri luoghi…), perché mi pare che ultimamente architetti e urbanisti e narrratori e poeti e musicisti eccetera abbiano ricominciato pian piano a parlarsi, e così via. Anche perché, lo ammetto, la faccenda m’interessa, m’interessa molto, e avevo voglia di avere un bel momento per sentire che cosa ne pensano una decina di persone delle quali ho molta stima.
Salgo sull’eurostar delle 18.55 da Milano per Padova. Ho il posto 38 nella carrozza 10. Il posto difronte è occupato da un ragazzo enorme che legge un giornale scandalistico. Sta seduto come si starebbe su una sdraio, tiene le gambe distese fino sotto al mio sedile.
“Scusi”, gli dico.
Il ragazzo enorme alza gli occhi dal giornale scandalistico.
“Questo difronte al suo”, dico, “è il mio posto”.
Il ragazzo enorme non accenna a muoversi. “Si sieda”, dice.
“Potrei appollaiarmi sulle sue caviglie”, dico indicando le sue caviglie.
“Ah, scusi”, dice il ragazzo enorme. Posa il giornale scandalistico sul tavolino e comincia affannosamente a raddrizzarsi.
Dopo un minuto circa riesco ad occupare il posto.
A fianco del ragazzo enorme c’è un uomo sui cinquantacinque, con i baffi, che sta telefonando a tutti i Carli che conosce. A tutti dice: “Ciao, auguri”. E dopo un secondo, dice: “Oggi è san Carlo, no? Sto telefonando a tutti i Carli che conosco”.
Al mio fianco c’è una ragazza con i capelli molto neri che guarda il suo telefonino. Non ci gioca, non ci telefona: lo tiene in mano e lo guarda.
Tiro fuori il mio libro-intervista a Gyorgy Ligeti, butto lo zaino dietro il sedile, e comincio a leggere.
Ogni tanto il ragazzo enorme allunga le gambe e mi tocca un piede o una caviglia. Ogni volta mi dice: “Scusi”, e si ritira.
Distraendomi un momento dalla lettura di Ligeti penso che si potrebbe scrivere un libro intitolato qualcosa come La marcatura del territorio nelle carrozze dei treni. Un saggio di antropologia interurbana (nel senso che i treni vanno, in genere, da una zona urbana, magari piccola, a un’altra).
L’uomo con i baffi ha finiti i Carli e si sta dedicando al Giornale di Brescia.
La ragazza con i capelli molto neri continua a guardarsi il telefonino.
Il ragazzo enorme rantola.
Alzo gli occhi e mi accorgo che il ragazzo enorme si è addormentato: la testa buttata indietro, il giornale scandalistico ancora stretto in mano.
Penso che dovrei studiare di più i giornali scandalistici. Non li so distinguere l’uno dall’altro. Questo ragazzo qui non tiene il giornale spiegato, ma gira una pagina dietro l’altra, così che non vedo la copertina e non so che giornale è.
Per un momento la cosa mi sembra fondamentale. Il momento passa e torno a leggere Ligeti.
Sento una suola premere con discrezione contro la mia caviglia sinistra.
Guardo il ragazzo enorme: dorme. Ha l’aria di quello che non sarà svegliato neanche dalle cannonate. Tiene la bocca aperta, un po’ respira profondo e un po’ rantola.
Sento una suola premere con discrezione contro la mia caviglia destra.
Il ragazzo enorme sta scivolando lentamente. Se nessuno interviene, entro qualche minuto finirà disteso sul pavimento, incastrato fino al bacino sotto il mio sedile.
Provo a resistere alla pressione. Dopo un minuto mi rendo conto che non ce la farò mai.
In quel momento il treno rallenta. Il signore con i baffi piega il Giornale di Brescia, si alza in piedi, osserva il ragazzo enorme.
Il signore con i baffi tocca il ragazzo enorme, delicatamente, sulla spalla sinistra. Il ragazzo enorme ha un sobbalzo, drizza il busto di colpo, sbatte con le ginocchia sotto il tavolino, allarga le braccia mollando il giornaletto scandalistico, caccia un urletto, poi ricade sul sedile come stremato.
Lentamente il ragazzo enorme si disincastra, si rizza in piedi, esce nel corridoio. Il signore con i baffi dice: “Mi scusi”, e: “Grazie” un paio di volte.
Il ragazzo enorme ricupera il giornaletto scandalistico, torna a sedersi. Dopo cinque minuti sta già rantolando, con gli occhi chiusi e la bocca spalancata, il giornaletto scandalistico appoggiato sulla pancia.
La ragazza con i capelli molto neri mi sussurra: “Guardi, c’è qualche posto libero. Ci conviene andarcene, prima che succeda il peggio”.
Il mio appunto Quantità, bambino sul tappeto, che parla di fotografie, è stato commentato da Sonetti con un sonetto. Ma (guarda caso) giusto tre giorni prima Sonetti aveva fatto un sonetto sulle fotografie.
Questa mattina, sull’eurostar delle 6.54 da Padova a Milano, ha viaggiato accanto a me il professor Francesco Sabatini, presidente dell’Accademia della Crusca.
Io, per tutto il tempo, ho letto due albi a fumetti: Julia e Legs.
Ho deciso che non leggerò più Legs. E anche quest’ultima storia di Julia ( Indagine da camera) mi è sembrata bruttina.
Per consolarmi ho cominciato a leggere Lei sogna a colori?, un libro-intervista al compositore Ceco Gyorgy Ligeti che mi sembra bellissimo (pubblicato da Alet). Potrei parlarne nel prossimo Medicine Show.
Intanto, stasera mi porto a casa uno zaino pieno di dattiloscritti.
A Perugia, tra venerdì 19 e domenica 20 novembre, nell’ambito della manifestazione Umbrialibri, condurrò un laboratorio di scrittura dedicato ai rifiuti. Chi non volesse crederci, può leggere qui il programma.
Quando guardano le mie foto, i miei amici più miti dicono: “Ah, sì, vabbè”. Che cosa dicano quelli che non sono miti, ve lo lascio immaginare. Anche nei “commenti” a varie pagine di questo diario, c’è ogni tanto chi più o meno veementemente protesta.
Voglio togliere di mezzo una questione. C’è chi mi dice più o meno: senti, tu sei uno scrittore, no?; e allora, poffarbacco!, fa’ lo scrittore; non pretendere di fare il fotografo.
Dichiaro ufficialmente: non voglio “fare il fotografo”. (Non ho neanche mai voluto “fare lo scrittore”, peraltro).
Non penso che le mie foto siano belle. Sono immagini fotografiche digitali, e in quanto tali appartengono a quella cosa che si chiama fotografia; così come ogni cosa scritta appartiene a quella cosa che si chiama letteratura. C’è poi buona o cattiva letteratura, così come c’è buona e cattiva fotografia.
Un amico mi ha ricordata poco fa una frase che ho scritta qualche anno fa in un’intervista (era un’intervista, ma fatta per posta elettronica): “Ciò che è scritto con l’intenzione di produrre un testo organizzato – quindi praticamente tutto ciò che è scritto –, è letteratura. Così come qualunque produzione organizzata di suoni è musica”.
Qualche giorno fa ho discusso al telefono un racconto che un amico mi ha mandato. A un certo punto ho detto più o meno: vedi, questo racconto che mi hai fatto leggere è solo un racconto; la cosa che ci fai dentro, non so bene se si giustifica o no; ma se invece di un racconto di dieci pagine ne avessi letto uno di quaranta, o un’intera raccolta; forse la cosa che fai si giustificherebbe.
Qualche anno fa un altro amico mi disse: “Qualunque fotografia, se stampata abbastanza grande, diventa bellissima”.
Ora, ripeto, io non credo che le mie fotografie siano belle. Ammetto che non ho idee chiarissime sulla fotografia. Sul piano tecnico sono ignorantissimo. Adopero una macchinetta fotografica vinta grazie a un concorso. Non so nemmeno come si regola la luminosità: ma a dire il vero, non mi interessa imparare come si regola la luminosità. Ho voglia di adoperare questa macchinetta, per così dire, come mamma l’ha fatta.
Immagino dunque che le mie fotografie diventeranno fotografia quando sarà possibile, guardandole, percepirle come “una produzione organizzata”. Questo non basterà a farle essere belle, ovviamente. Ma quantomeno ne giustificherà l’esistenza.
(A parte il fatto che non c’è nessun bisogno di giustificarne l’esistenza, e neanche nessun bisogno di giustificarne la pubblicazione in questo diario. Non mi preoccupa il fatto che i visitatori di questo diario debbano sorbirsi delle fotografie non belle. Non credo di avere meno diritti di chiunque: e poiché chiunque può pubblicare nella rete più o meno tutto ciò che gli pare, non vedo perché non potrei farlo io. Credo chi visita regolarmente questo diario, possa tranquilamente evitare di guardare le immagini, se gli danno fastidio, e concentrarsi sui testi, se gli danno meno fastidio o addirittura gli piacciono).
La domanda che mi faccio è quindi: ma c’è un progetto, in tutto questo fotografare?
Mi rispondo: mah. C’è qualcosa, ma non so se quel qualcosa è un progetto. Non ho nessuna idea, per dire, di un certo tipo di immagine che vorrei produrre. Non ho nessuna idea di bellezza fotografica. C’è soltanto l’abitudine presa un po’ di tempo fa, di fare fotografie guardando in alto. Credo che, oggi, quello che mi interessa, è proprio la ripetizione del gesto di guardare in alto.
Guardare in alto mi piace. Il cielo, tra l’altro, nelle fotografie digitali, viene sempre benissimo (il che non basta, ripeto, a farne delle fotografie necessariamente belle). Da qualche anno leggo molti libri di architettura e di urbanistica. Mi fa molta impressione l’abbondanza, in questi libri, della cartografia. Piante di case, di quartieri, di complessi, di città. Carte geografiche selettive, che esibiscono ora questo ora quello tra i tratti distintivi di un territorio.
Credo che alzare gli occhi e guardare in alto, sia un gesto non privo di senso.
Certo, non è l’unico gesto che faccio. Un altro gesto, è quello di fotografare la televisione (ma le fotografie che ne vengono fuori, buon per voi, tendo a pubblicarle raramente). Non pretendo che questi testi siano innovativi, significativi, artistici, o che so io.
So, elementarmente, che guardare il cielo mi piace. So che l’immaginazione di una pianta della mia città che metta in scena il cielo visto dal basso, anziché la terra vista dall’alto, mi visita frequentissimamente.
Ora, c’è poco da fare: ho bisogno di tante foto. Non ha senso fare una foto, farne due. Io ne faccio centinaia. E non ha senso (oggi, 2 novembre 2004) fare fotografie digitali e tenersele. Così come non ha senso, per l’amico che mi ha mandato un racconto, scriverlo e tenerselo.
Io non ho un progetto. Ho qualcosa (il gesto, il piacere) che potrebbe entrare in un progetto. Uso questo qualcosa, ci traffico, ci cincischio, nella speranza di intravedere prima o poi un progetto. Sono (è un esempio che faccio sempre nei miei corsi, quando parlo dell’invenzione) come un bambino piccolo sul tappeto, tutto circondato dai mattoncini del suo Lego. Il bambino piccolo non è capace di pensare: “Ora farò un carretto trainato da un grande uccello”; non lavora su un progetto; mette insieme i vari pezzi di Lego per semplice contiguità, perché si incastrano bene, perché sono compatibili. Un giorno gli succede, al bambino piccolo, che alcuni pezzi attaccati insieme per ragioni di contiguità gli sembrano accennare una forma: e da allora, aggiungerà altri pezzi tentando di realizzare quella forma. Avrà un progetto, in somma.
Non è detto che il progetto arrivi.
Ecco, era questo che volevo dire, all’incirca. Ho bisogno di una certa quantità di roba, di mattoncini di Lego, di immagini. Senza questa quantità minima (che non so quanto sia) non posso agire.
Ma, ripeto, non è detto che il progetto arrivi.
Troviamo un posto da sederci nel sesto caffè dove entriamo. Occupiamo il tavolino, mettiamo giù ombrelli, borse, giacche.
Vado al bagno.
C’è un antibagno piccolissimo con un lavandino. Ci sono due porte con su scritto: Donne, Uomini. La porta con scritto Uomini è socchiusa. Busso per sicurezza. Silenzio. Entro.
Faccio quello che devo fare. Ci metto pochissimo.
Quando esco, c’è una signora nell’antibagno. Avrà sessant’anni, i capelli bianchi un po’ scompigliati e appiccicati dalla pioggia, un soprabito sul braccio.
Mi giro per lavarmi le mani nel lavandino.
“E’ occupato?”, dice la signora.
“Io ho finito”, dico.
Guardo per terra. Ci sono due pedali. Ne premo uno. Esce un’acqua bollente.
“No, dico”, dice la signora, “è occupato il bagno delle donne?”.
“Signora”, dico, “io sono appena uscito di lì”, e indico il bagno degli uomini.
Provo l’altro pedale. L’acqua è altrettanto bollente.
“Ma quanti saranno lì dentro?”, dice la signora.
“Eh?”, dico.
Mi rassegno. Scotto le mani, tiro giù una goccia di sapone, comincio a insaponarmi.
“Saranno uno o due lì dentro?”, dice la signora.
Faccio un calcolo a mente. La signora sta aspettando sicuramente da meno di un minuto.
“Che cosa intende dire, signora?”, dico.
Premo uno dei due pedali a caso, metto le mani sotto l’acqua bollente.
“Eh, lì dentro”, dice la signora, “che cosa staranno facendo da un’ora”.
Tiro via le mani dall’acqua, comincio ad agitarle in aria per raffreddarle.
“Ma signora”, dico, “lei sta spettando da un minuto. Forse un minuto e mezzo”.
“Quando c’è bisogno”, dice la signora, “c’è sempre chi se ne approfitta”.
Afferro il lembo di carta asciugante, nel tentativo di srotolarne quanto me ne basta senza strappare. Mi viene in mente il pensiero che mi viene sempre in mente: la carta asciugante si strappa se la tiri con le mani bagnate, ma solo se hai le mani bagnate hai bisogno di tirare la carta asciugante.
Poi penso: adesso dirà qualcosa sui giovani d’oggi.
“Eh, voi giovani”, dice la signora, “siete sempre pronti a giustificare tutto”.
Le mie mani sono asciutte in misura accettabile. Mi volto verso la signora per dirle qualcosa di definitivo. In quel momento la porta del bagno delle donne si apre e ne esce, camminando con un certo impaccio, una signora piuttosto anziana, con un vestito nero a pallini azzurri e i capelli bianchi raccolti in una crocchia sopra la testa.