Nel pomeriggio di oggi arriverò a Rimini per il convegno della Fondazione Fellini.
* Domenica sera non sarò presente alla presentazione del libro Il lavoro appeso a un filo, pubblicato dall’Arci di Padova (circolo Carichi Sospesi, via Vendramini 16, zona di piazza Mazzini, Padova, 049 850071, l’incontro sarà, credo, alle 21).
* Martedì 2 novembre, alle 21, sarò a Modena, su invito di Jonathan Sisco, presso lo Juta Shop - Degustazioni sonore food cafè, per una presentazione del libro di Dario Voltolini e mio Sotto i cieli d’Italia (via Taglio 91, 0529 219 449).
* Giovedì 4 novembre sarò a Milano in casa editrice; e non sarò invece ad Aosta, dove l’incontro è stato annullato.
* Venerdì 5 novembre alle 20.45 sarò a Casier (Tv), presso la biblioteca comunale (via Roma 2, 0422 381 504) per l’ultimo incontro del ciclo La casa sull’albero. Un’ascuola di lettura, intitolato Scrivere per leggere.
Ecco, già riparto. Tra un po’ salgo a Belluno (prima passo a salutare un amico) per un laboratorio nel quale adopererò come “materiale suggestivo” i Miracoli di Val Morel di Buzzati (potete vederne qualcuno qui). Poi dai monti cadorini scenderò al mare di Rimini per il convegno, organizzato dalla Fondazione Fellini, intitolato Giulietta 50 anni dopo “La strada”. Se qualcuno fosse interessato, ho messo qui il programma (è un pdf da 150 K). Ovviamente non posso che raccomandare lo spettacolo del sabato sera: il monologo Giulietta, adattamento da Fellini di Vitaliano Trevisan, recitato da Michela Cescon, regia di Valter Malosti (ore 21, Teatro degli Atti).
Senti, amore: ci sarà un gran freddo
l’ultimo dell’anno e molta neve fuori
e buio nella notte;
ma l’ultimo dell’anno, amore mio,
avemo molto caldo nella stanza chiusa,
avremo molto sonno per andare a letto,
ci riposeremo di quest’anno
nel quale abbiamo avuti tanti giorni, e così svelti:
poi l’amore del mattino sarà tenero
e buono come i riccioli di lana
e sarà fatto a lungo
e sarà dolce come un vino della sera
che fa girare un po’ la testa e fa sognare e noi faremo i sogni
ma davvero.
4.11.93/31.10.95
[Il punto è questo: non sarò mai capace di essere di nuovo la persona che sono stato. Se mi guardo alle spalle, vedo uno sconosciuto. E’ lì, lo vedo, lo tocco, ho tutte le sue tracce, ma è e resta uno sconosciuto. Lo sconosciuto è capace di scrivere: riccioli di lana, e io oggi non ne sarei capace. Lo sconosciuto era capace di commuoversi con le parole: freddo, neve, sonno, mattino; io oggi non ne sono capace. Lo sconosciuto è, in parte, qualcuno che io oggi non vorrei essere; ed è, in parte, qualcuno che io oggi vorrei essere. Non rimpiango, perché non ricordo: lo sconosciuto non mi è diventato estraneo, è sempre stato estraneo: mi parlano di lui le cose, le carte, i file archiviati. Mi parla come parlano i morti degli altri, lo sconosciuto: per mezzo delle cose, delle carte, dei file archiviati. I vecchi amici che non vedi da tanto tempo, quelli che erano amici dello sconosciuto, e per la strada ti fermano all’improvviso dicendo: “Ti ricordi? Com’è che non ti ricordi?”, sono dei revenant spaventosi. Quando si accorgono che non sono colui che conoscono, si allontanano rapidamente, voltandosi a guardarmi ogni tanto, come se temessero l’inseguimento.]
Ieri una persona alla quale voglio bene è morta. Ero a casa, era metà mattina, stavo mangiando del pane, stavo per uscire e andare a prendere il treno, e una comune amica mi ha telefonato. Ho finito di mangiare il mio pane, sono uscito, sono andato a prendere il treno. La malattia, ho pensato in treno, c’era da tempo. C’erano stati altri ricoveri in ospedale, altri giorni nei quali sembrava che la partita fosse chiusa. Perché una partita è, ho pensato alla stazione di Mestre, mentre aspettavo l’altro treno. E’ una partita, una gara, un gioco di rimpiattino, un giocare a prendersi. La malattia si toglie, si espianta, si mette al tappeto, e pare che non ci sia più: poi, di nuovo, come un Ercolino Semprinpiedi, è lì. Siamo noi, ho pensato sedendomi tra una signora grassa e un africano elegante con la barba grigia nel regionale di seconda classe diretto a Pordenone, siamo noi che non siamo degli Ercolini Semprinpiedi; e fortuna, ho pensato ancora, che lei l’ha sempre saputo. Non è così facile saperlo, ho continuato a pensare guardando fuori dal finestrino e senza leggere il libro che avevo aperto davanti, io per esempio non so se lo so. Io sono un Ercolino Semprinpiedi? No, non lo sono, lo so. Alla persona che ieri è morta voglio bene a causa della sua felicità, a causa della sua gentilezza e dei suoi modi semplici; a causa di un po’ di pane e formaggio che mi ha offerto una volta, di due notti dormite sul divano del suo salotto, delle parole scambiate nei nostri incontri. Non ci conoscevamo tanto, ho pensato mentre il cielo, fuori dal finestrino, diventava da sereno annuvolato, e da annuvolato di nuovo sereno, eppure a questa persona io voglio bene, e non ho voglia di dimenticarlo. Treviso e Conegliano sono alle nostre spalle, ora stiamo partendo da Sacile, tutto va alle nostre spalle senza rimedio, tra poco arriverò a Pordenone e farò a Pordenone ciò che devo fare, poi tornerò a Padova e Pordenone sarà senza rimedio, irrimediabilmente, alle mie spalle: eppure questa persona io non voglio che vada alle mie spalle, io le voglio bene, tutto ciò che ho di lei, ricordi, un appunto, un libro donato, è qui e non va alle spalle, resta eternamente presente. Non ho pensato più nulla, poi, per circa tre ore, a Pordenone, mentre facevo quello che dovevo fare, che dovevo necessariamente farlo, poi quando ho ripreso il treno ho pensato che tutto questo vagare è inconsistente, che tutto questo lasciarsi alle spalle è illusorio e futile, che nulla va alle spalle. Così ho dormito profondamente, sul treno da Pordenone a Mestre, a Mestre mi sono svegliato per puro caso, mi sono precipitato giù dal treno, sono corso a prendere il treno per Padova, il treno per Padova era pienissimo, mi sono trovato in piedi vicino al gabinetto, con la puzza, schiacciato da studenti impiegati operai africani, con gli occhi sbarrati e con la testa ancora ronzante di sonno, ci stanno deportando tutti, ho pensato, tutta la vita è una deportazione nel tempo, tutti veniamo condotti fino a un orlo e poi si casca giù, e dopo l’orlo tutta la vita è questo continuo cadere, questo cadere che non incontra una fine o un fondo, è un cadere a braccia aperte, senza sensazione di peso, senza percezione dell’attrazione, è un cadere lentamente girando, ho pensato mentre il treno correva sferragliando, qual con un vago errore, ho pensato, girando parea dir: qui regna Amore. Mi hanno spintonato giù dal treno, a Padova, dove ormai c’era buio, e sono corso all’altro appuntamento. Niente alle spalle, è tutto presente, presente.
Ho pubblicato or ora in Nazione Indiana “Con tutto il corpo” e “Scene di caccia”, due episodi di un pometto inedito di Laura Pugno, hacker/aidoru:
con tutto il corpo
quello che è visibile
desideri:
invisibile aidoru-ai
o solo visibile ora
che esisti,
In riva al mare: bunker.
In città.
Fuori città.
Foglie.
Luce artificiale.
Mulino. Tutte le fotografie scattate in Amsterdam e dintorni, 18-20.10.04
“Nun me va”, dice il tipo.
Il tipo è un tipo sui trent’anni, trentacinque, alto, grasso, i capelli ricci, la barba lunga, le braghe di una tuta da ginnastica rosse, una maglietta di cotone bianca che lascia una bella fetta di pancia fuori, un gilè da pescatore verde smeraldo.
Siamo sulla metropolitana di Roma. Sono le cinque del pomeriggio, lo sciopero generale dei trasporti urbani è appena finito. Io sono salito sul primo treno che è passato per la stazione di San Paolo, dove la metropolitana corre sopraelevata, e ho trovato a bordo questo tipo qui, che parla ad alta voce nel telefono portatile.
“Nun me va, Robbe’”, dice il tipo. “Io so’ ritardato mentale, so’ andicappato, dice che gli andicappati e i ritardati mentali se devono reinseri’ nella società, ma a me nun me va, Robbe’, io so’ ritardato mentale, io nun me voijo reinseri’, io voijo sta’ a casa a guarda’ la televisione, Robbe’, io so’ ritardato mentale, io nun me voijo reinseri’, so’ andicappato, c’è ca’ che ce sputo sopra, Robbe’, c’è ca’ che ce sputo sopra, io voijo sta’ ‘n pace, io so’ ritardato mentale, so’ andicappato, mi’ moije cià un cancro vaginale, Robbe’, cià un tumore alla vagina, io so’ ritardato mentale, Robbe’, siamo la coppia più bella del mondo, dice che i ritardati mentali se devono reinseri’ nella società, che se devono reinseri’, ma a me nun me va, Robbe’, mi moije cià un cancro vaginale, un tumore vaginale, un cancro alla vagina, Robbe’, c’è ca’ che ce sputo sopra, io nun me voijo reinseri’, Robbe’, io so’ ritardato mentale…”.
Il treno si immerge sottoterra.
“Robbe’, Robbee’?, io nun te sento più, Robbe’, io nun me voijo reinseri’, capito?”.
Scendo alla stazione Cavour.
Sono tornato da Amsterdam, riparto per Roma. E’ andato tutto bene, grazie, anzi benissimo, con molto sole e molte chiacchiere; unico incidente, due camicie e tre magliette dimenticate in un cassetto a casa di Marina Warners (ma Dario Voltolini, che si è fermato un giorno in più, provvederà al rimpatrio: grazie). Elena C mi ha portato all’Orto botanico. Marino Magliani ci ha portati invece a vedere il mare:
Molto bello, il mare.
Questo articolo di Marco Lodoli pubblicato in Repubblica ha fatto parecchio discutere (c’è anche un forum). A me sembra un articolo molto onesto. Lo riporto.
Insegnare a scuola mette in contatto con le verità del giorno: è come raccogliere uova appena fatte, ancora calde, magari con il guscio un po’ sporco. Gli storici interrogano i secoli, ma in una classe di una qualsiasi periferia italiana si ascolta il battere dei secondi. Ebbene, oggi una ragazza di quindici anni, un’allieva che non aveva mai rivelato una particolare brillantezza, ha fatto una riflessione che mi ha lasciato a bocca aperta.
Eravamo negli ultimi dieci minuti di lezione, quelli che spesso si spendono in chiacchiere con gli alunni. La ragazza raccontava di volersi comprare un paio di mutande di Dolce e Gabbana, con quei nomi stampati sull’elastico che deve occhieggiare bene in vista fuori dai pantaloni a vita bassa. Io le obiettavo che lungo la Tuscolana, alle sei di pomeriggio, passeggiano decine e decine di ragazze vestite così.
Non è un po’ triste ripetere le scelte di tutti, rinunciare ad avere una personalità, arrendersi a una moda pensata da altri? E da bravo professore un po’ pedante le citavo una frase di Jung: “Una vita che non si individua è una vita sprecata”. Insomma, facevo la mia solita parte di insegnante che depreca la cultura di massa e invita ogni studente a cercare la propria strada, perché tutti abbiamo una strada da compiere.
A questo punto lei mi ha esposto il suo ragionamento, chiaro e scioccante: “Professore, ma non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in televisione, loro esistono veramente e fanno quello che vogliono, ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l’ho capito fin da quando ero piccola così. La nostra sarà una vita inutile. Mi fanno ridere le mie amiche che discutono se nella loro comitiva è meglio quel ragazzo moro o quell’altro biondo. Non cambia niente, sono due nullità identiche. Noi possiamo solo comprarci delle mutande uguali a quelle di tutti gli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci. Noi siamo la massa informe”.
Tanta disperata lucidità mi ha messo i brividi addosso. Ho protestato, ho ribattuto che non è assolutamente così, che ogni persona, anche se non diventa famosa, può realizzarsi, fare bene il suo lavoro e ottenere soddisfazioni, amare, avere figli, migliorare il mondo in cui vive. Ho protestato, mettendo in gioco tutta la mia vivacità dialettica, le parole più convincenti, gli esempi più calzanti, ma capivo che non riuscivo a convincerla. Peggio: capivo che non riuscivo a convincere nemmeno me stesso. Capivo che quella ragazzina aveva espresso un pensiero brutale, orrendo, insopportabile, ma che fotografava in pieno ciò che sta accadendo nella mente dei giovani, nel nostro mondo.
A quindici anni ci si può già sentire falliti, parte di un continente sommerso che mai vedrà la luce, puri consumatori di merci perché non c’è alcuna possibilità di essere protagonisti almeno della propria vita. Un tempo l’ammirazione per le persone famose, per chi era stato capace di esprimere - nella musica o nella letteratura, nello sport o nella politica - un valore più alto, più generale, spingeva i giovani all’emulazione, li invitava a uscire dall’inerzia e dalla prudenza mediocre dei padri. Grazie ai grandi si cercava di essere meno piccoli. Oggi domina un’altra logica: chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori per sempre. Chi fortunatamente ce l’ha fatta avrà una vita vera, tutti gli altri sono condannati a essere spettatori e a razzolare nel nulla.
Si invidiano i vip solo perché si sono sollevati dal fango, poco importa quello che hanno realizzato, le opere che lasceranno. In periferia ho conosciuto ragazzi che tenevano nel portafoglio la pagina del giornale con le foto di alcuni loro amici, responsabili di una rapina a mano armata a una banca. Quei tipi comunque erano diventati celebri, e magari la televisione li avrebbe pure intervistati in carcere, un giorno.
Questa è la sottocultura che è stata diffusa nelle infinite zone depresse del nostro paese, un crimine contro l’umanità più debole ideato e attuato negli ultimi vent’anni. Pochi individui hanno una storia, un destino, un volto, e sono gli ospiti televisivi: tutti gli altri già a quindici anni avranno solo mutande firmate da mostrare su e giù per la Tuscolana e un cuore pieno di desolazione e di impotenza.
É scaricabile in www.medicine-show.net il numero di ottobre di Medicine Show. Articoli di Leonardo Colombati, Seia Montanelli, Niccoló Borella, Davide L. Malesi, Arnaldo Trivellini, giulio mozzi.
L’ospitalitá di Marina Warners é meravigliosa. (Scusate gli accenti olandesi). Ieri sera, all’istituto italiano di cultura, tutto bene. La cena thailandese di mezzanotte, piú che digeribile. Il letto, caldo e comodo. Tra poco conosceró una persona.
Potevano svegliarsi prima: Luzi era istituzionalmente venerabile anche vent’anni fa, settantenne. Nominare uno senatore a vita quando ha novant’anni è un’operazione di crudele ironia, scrive in Miserabili Giuseppe Genna. Sono d’accordo. Sono d’accordo anche quando scrive: Considero Mario Luzi un poeta minore del Novecento. Non sono d’accordo su svariate altre cose, ma su queste due sì.
Quando sua moglie morì, Ismael aveva cinquantatre anni, nessun dente in bocca, ed era già un vecchio. I pescatori invecchiano presto e Ismael non era invecchiato più in fretta nè più lentamente degli altri uomini. Suo figlio, che aveva una casa e una moglie a Puerto Aysen, due giorni di viaggio più a sud, venne al funerale e gli disse: “Non puoi stare da solo, vieni a stare con noi”. Ismael vendette la casa e fece il viaggio. Il figlio e la nuora lo accolsero sorridendo. Ismael si sedette sullo scalino della porta, difronte al mare, e pensò: “Morirò qui, tra non molto; sono un uomo inutile”. Ma dio, volendo dimostrare la sua infinita pazienza, lo fece vivere ancora per settantatre anni, più di quanto duri la vita di un uomo. Le donne e gli uomini di Puerto Aysen pensavano: “Dev’essere un santo, se dio gli consente di vivere così a lungo”. Per questo lo rispettavano. Quando Ismael scendeva sulla riva, a metà pomeriggio, per passeggiare un poco, le persone lo salutavano come si saluta un benefattore; gli auguravano salute, e lunga vita ancora. Ismael finiva la passeggiatina entrando in chiesa; lì si inginocchiava e diceva a dio, in silenzio: “Qual è il mio peccato, perché non me ne posso andare? Ho amato una donna; ho generato un figlio e lo ho educato; lo ho visto sposato a una donna buona, felice; signore, io vorrei morire”. Ma dio non voleva ancora prenderlo. Mentre guardava il mare, seduto sullo scalino della porta, Ismael si interrogava. In ogni giorno della sua vita trascorsa trovava piccole mancanze, errori, cedimenti alla naturale cattiveria degli uomini. Di tutto il male compiuto chiedeva perdono a dio, e il suo pentimento era sincero. La sua vita era stata come la vita di chiunque, ma con uno sforzo Ismael accettava che dio la considerasse una vita speciale, consegnabile alla morte solo dopo una purificazione completa. Tuttavia, avrebbe desiderato finire. Ogni tanto, inginocchiato nella chiesetta fresca dopo la passeggiatina pomeridiana, diceva a dio: “Signore, perché io?”. Altri giorni invece, quando sentiva più pesante la fatica di vivere, diceva: “Signore, non sono stato già punito abbastanza?”. Ma dio non rispondeva, e Ismael diceva: “Tu sei il Signore, chi sono io per chiederti le tue ragioni?”.
Il figlio di Ismael morì; morì la nuora. Ismael conservava il vigore che gli bastava per badare a sé stesso. Poteva farsi da mangiare, lavare i suoi pochi vestiti, tenere pulite le tre stanze della casa. Non aveva denaro, ma le famiglie di Puerto Aysen si davano il turno per portargli cibo, vino, vestiti smessi, le piccole cose di cui aveva bisogno. Ogni tanto qualcuno saliva a chiedergli di partecipare a un matrimonio o a un battesimo. La sua presenza era considerata di buon augurio. Ismael non rifiutò mai, anche se durante i festeggiamenti gli succedeva di mangiare un po’ troppo e di bere un po’ troppo, e di tornare a casa con la testa pesante. A volte gli chiedevano di alzarsi in piedi e di dire qualche parola. Ismael diceva sempre la stessa cosa; diceva: “La nostra vita non è nelle nostre mani; chiediamo a dio di darci la vita che ci spetta, quella che sappiamo affrontare”. Non c’era nessuno, a Puerto Aysen, che Ismael non avesse visto nascere.
Un giorno salì da Ismael una bambina. Aveva un vestito nero, una sciarpa azzurra. Sedette accanto a lui sullo scalino. Restò in silenzio tutta la mattina. Ismael e la bambina guardavano il mare. Ismael pensava: il mare è sempre uguale, non ho mai visto lo stesso mare. La bambina disse, sottovoce: “Si è rovesciata la barca, mio papà è morto”. Ismael disse: “La vita che abbiamo ci è stata solo prestata, ci può essere tolta in qualunque momento”. Si appoggiò con la spalla allo stipite e non si mosse più.
[Questa favoletta è basata su un fatto di cronaca avvenuto nel 1992].
[La prima parte di questa favoletta si è persa nei meandri dell’Olidata con il quale lavoravo nel 1996; e non sono riuscito a ricostruirla].
[…]
Un altro allievo disse: «Dobbiamo mangiare la verità?».
Il maestro, furioso, si alzò in piedi e gridò: «Ti farò mangiare tutte le tue parole! Non ho mai avuto allievi così stupidi». Non parlò più nessuno fino alla campana del pranzo. Gli allievi si sentivano imbarazzati. Il maestro invece sembrava tutto contento, sorrideva e strizzava gli occhi.
Il giorno dopo il maestro non andò alla scuola. Gli allievi lo cercarono a casa. Sulla porta c’era un biglietto: «Dietro la casa c’è il vostro nuovo maestro». Dietro la casa c’era solo una gabbia con una gallina dentro. Gli allievi portarono a scuola la gallina, le tirarono il collo e la cucinarono. Ognuno ne mangiò un pezzetto.
Il giorno dopo il maestro cercò di entrare nella scuola, ma gli allievi glielo impedirono. «Va’ via», gli dissero, «noi abbiamo già trovata la verità: l’abbiamo mangiata ieri». Allora il maestro disse: «Bravi. Non vedevate l’ora di possedere la verità per trasformarla in escrementi». Gli allievi, confusi, lasciarono entrare il maestro; si sedettero in circolo e il maestro sedette dentro il circolo. Dopo un po’ di silenzio, durante il quale gli allievi avevano tutti tenuto gli occhi bassi aspettandosi altri rimproveri, il maestro si alzò in piedi, poi si piegò sulle ginocchia, appoggiò le mani sulle anche, cominciò a muovere la testa a scatti, ad agitare i gomiti, e a fare con la bocca: «Co-co-co… co-co-co…». Tutti gli allievi risero. Poi fecero una colletta per ricomprare la gallina al maestro.
Di questa storia, che si racconta ancora nelle scuole di innocenza, si dice che non insegni niente. D’altra parte, si può forse insegnare l’innocenza?
Le dieci di sera. Esco di casa. Telefono: “Dove siete?”. “Stiamo andando in Prato della Valle”. “A tra poco”, dico.
M’incammino verso Prato della Valle. Percorro di buon passo via D’Acquapendente.
Mentre passo davanti alla caserma della celere, una voce nota dice:
“Mozzi, lei è in trappola”.
“No”, rispondo. “Ci sto andando”.
“Con quei capelli lì?”, dice la voce nota.
“Sarebbe a dire?”, dico, voltandomi verso Giusè.
“Niente”, dice Giusè. “E’ che io ci penserei due volte”.
[Non preoccupatevi se non capite niente. Questo, una volta tanto, è un post per pochi amici].
Portate pazienza, io su queste cose arrivo sempre tardi. Me l’ero persa. Il ministro Mirko Tremaglia dichiara ufficialmente, su carta intestata del suo ministero: “Povera Europa, i culattoni sono in maggioranza”. Lasciamo perdere la forma (si sa, non tutti sanno perdere), andiamo al sodo. Che la minoranza si faccia da parte, suvvia. Hop!
Il primo giorno di scuola il maestro di innocenza sedette per terra dentro il cerchio degli allievi. Domandò: «Chi è il vostro maestro?». Gli allievi si guardarono tra loro stupiti. Non lo avevano forse davanti agli occhi, il maestro? Uno si fece coraggio e disse: «Sei tu il maestro». Il maestro si alzò in piedi e lo colpì con uno schiaffo.
Il secondo giorno il maestro domandò di nuovo: «Chi è il vostro maestro?». L’allievo che il primo giorno era stato colpito si alzò in piedi ben deciso e colpì il maestro con uno schiaffo.
Il terzo giorno il maestro non parlò. Dopo un poco, uno degli allievi domandò timidamente: «Perché ci chiedi sempre chi è il nostro maestro?» Il maestro scoppiò a ridere, un po’ alla volta tutti gli allievi cominciarono a ridere, anche quello che aveva fatto la domanda, un po’ imbarazzato. Si sentivano allegri.
Anche il quarto giorno il maestro non parlò. Dopo un poco, uno degli allievi disse, con incertezza: «Forse io sono il mio maestro. Forse ognuno è il maestro di sé stesso». Il maestro non fece niente, sembrava quasi che non avesse sentito. Ma dopo un poco disse: «Noi siamo qui per interrogare, non siamo qui per interrogarci. Cerchiamo la verità perché non abbiamo la verità. Nessuno di noi ha la verità. La verità non è dentro di noi, quindi è fuori di noi».
Un allievo allora disse: «Se io guardo la casa, la casa entra nei miei occhi. Se guardo la donna, la donna entra nel mio cuore. Se ascolto attentamente l’insegnamento del maestro, l’insegnamento entra nel mio cervello. Se io potessi vedere la verità, la verità entrerebbe dentro di me?».
Il maestro disse: «Chi ti credi di essere, perché la verità entri e abiti dentro di te? Sei forse una reggia, o un tempio?».
Il quinto giorno il maestro si presentò agli allievi con una corona di carta dorata in testa e un mestolo nella mano destra come scettro. Gli allievi pensarono che fosse diventato matto. Il maestro disse: «Perché rimanete seduti? Guardatemi, io sono una reggia». Alcuni allievi si alzarono, intimoriti. Altri restarono seduti, ma dubbiosi.
L’allievo che era stato zittito il giorno prima non si alzò e disse: «Devi alzarti tu, maestro. Guardami, io sono una reggia. Guarda le mie mani e il mio viso, guarda la mia carne. Io sono stato creato da un dio e chi, al di sotto di dio stesso, è più grande di una creatura di dio?».
Il maestro lo guardò e disse: «Alzati, servo». L’allievo si alzò in piedi e disse: «Sì, maestro, io sono un servo. È così grande la realtà di dio che chiunque al di sotto di lui è carne di servo, è come polvere. Mi alzo in piedi difronte a te, ma non per te: mi alzo in piedi difronte a una creatura di dio, l’opera delle mani più grandi che possano esistere».
Il maestro buttò via la corona e il mestolo, si alzò in piedi e disse: «Questo allievo non ha bisogno di nessun maestro». L’allievo si inginocchiò ai suoi piedi e disse: «Maestro, non mi abbandonare». Il maestro lo fece alzare e lo abbracciò.
Il sesto giorno il maestro e i suoi allievi fecero una gita sulla riva del lago. Nuotarono, giocarono a spruzzarsi l’acqua addosso, pranzarono con panini dolci e frutta. Alla sera accesero un fuoco sulla riva e attorno al fuoco il maestro raccontò storie della sua giovinezza.
Di questa storia, che si racconta ancora nelle scuole di innocenza, si dice che insegni due cose: che i maestri sono indispensabili, e che non servono a nulla. Però è bello vivere avendone uno vicino.
Il maestro di innocenza andava in bicicletta dalla sua piccola casa alla scuola, quando un moscerino gli entrò nell’occhio destro. Si fermò alla fontana e si spruzzò delicatamente, per non far male al moscerino, ma il moscerino non venne via. Il maestro andò a scuola e si sedette per terra dentro il cerchio degli allievi. Rimasero in silenzio. Un allievo disse: «Maestro, hai qualcosa nell’occhio. Permetti che te lo tolga», e già arrotolava l’angolo del fazzoletto. «È un moscerino», disse il maestro, «potresti ucciderlo. Non mi fa male. Speriamo che si liberi». Non parlarono più fino alla campana del pranzo.
Il moscerino non si liberò dall’occhio. Il maestro dormì con gli occhi aperti per non schiacciare il moscerino con la palpebra. Il giorno dopo l’occhio gli faceva un po’ male. Tre giorni dopo l’occhio si arrossò e cominciò a lacrimare. Il dottore disse: «Bisogna che ti tolga questo moscerino», e cominciò a passare l’ago sopra la fiamma. «Sei sicuro di non fargli male?», disse il maestro. «Per toglierlo lo devo infilzare», disse il dottore. «Allora no», disse il maestro.
Qualche giorno dopo il dottore disse all’allievo anziano: «Convincételo a togliersi quel moscerino dall’occhio. Non vorrei che si infettasse e che perdesse l’occhio. A volte basta niente».
Quel pomeriggio l’allievo anziano andò a trovare il maestro. Si sedettero per terra uno difronte all’altro. L’occhio sembrava essersi ingrossato e sporgere un po’. L’allievo disse: «Il dottore dice che se non ti lasci togliere il moscerino l’occhio si infetterà e potresti perderlo». Il maestro disse: «Un mio solo occhio vale più di un moscerino intero?». L’allievo disse: «Il dottore dice che se non ti curi l’infezione può propagarsi dall’occhio al cervello. Tu potresti morire». Il maestro disse: «È una vita contro una vita. Mi sembra uno scambio giusto».
Allora l’allievo disse: «Come si può paragonare la tua vita alla vita di un moscerino? Il tuo corpo è grande e composto da migliaia di parti; lui è un granello di polvere volante». Il maestro si alzò, andò in un’altra stanza, prese una lente d’ingrandimento e la mise nelle mani dell’allievo.
Allora l’allievo disse: «Come si può paragonare la tua vita alla vita di un moscerino? Hai fecondato di felicità le nostre vite, non vorresti fecondare altre vite ancora?». Il maestro disse: «Quanti fiori ha fecondato il moscerino?».
Allora l’allievo disse: «Come si può paragonare la tua vita alla vita di un moscerino? Tu conosci gli dèi e li onori sull’altare del tempio e sull’altare della tua anima. Il moscerino non sa nemmeno di esistere». Il maestro disse: «Hai parlato con il moscerino?».
Allora l’allievo si buttò in ginocchio e disse, piangendo: «Maestro, noi ti amiamo. Non per il bisogno che noi abbiamo di te, ma per il nostro amore almeno, sàlvati». Il maestro disse: «Vedo che non sono stato un buon maestro».
Poi il maestro di innocenza si stropicciò l’occhio con la mano e il moscerino venne via, sbriciolato. Allora il maestro disse: «Questa è la lezione. Non perché la mia vita conti di più della vita del moscerino; non perché voi avete più bisogno di me che del moscerino; non perché gli dèi tengano di più a un uomo che a un moscerino: ma perché io voglio vivere, per questo uccido il moscerino».
Questa storia, che si racconta agli allievi di innocenza il primo giorno del primo anno di scuola, si chiama: la lezione della responsabilità. Il suo significato è che il desiderio di vivere non ha nessuna giustificazione, esattamente come il desiderio di uccidere.
Odio gli eurostar, scrive Brèkane. E continua: Da firenze a milano non esistono intercity che arrivino a un’ora decente. Davanti a me una ragazza, carina, vestita di nero, capelli raccolti in una treccia. Accanto a lei, a destra e a sinistra - circondata - due fantini. Due fantini con tanto di frustini e sella. Il séguito e l’antefatto sono qui.
Gianluca Neri sostiene che ormai è di moda pubblicare in rete la prima pagina del proprio romanzo in corso d’opera. Quindi lo fa anche lui.
Attuali tendenze della narrativa italiana (viste dal buco della serratura) è il titolo di un pezzo che ho appena pubblicato in Nazione indiana.
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Padova, 01.10.04
In questi giorni sono un po’ impedito da un’infreddatura pesante. Se mi faccio vedere poco, è per questo.
I meccanismi per la formazione della Commissione europea mi sono piuttosto oscuri. Tuttavia c’è qualcosa che mi sfugge. Il signor Rocco Buttiglione, le cui opinioni non sono mai state un mistero per nessuno, è stato bocciato a causa di tali opinioni? Oppure è stato bocciato perché giudicato incapace di (o non intenzionato a) separare le proprie opinioni dal ruolo di “ministro” europeo?
Un altro frammento dall’abbozzo intitolato Introduzione ai comportamenti vili. Proviene da un capitolo in forma di lettera.
Caro Mario, scrive Santiago, non ho voglia di perdere tempo. Le tue bugie sono trasparenti. Non ho nessuna intenzione di mollarti. Quello che io ti do, non te lo può dare nessuno. Tu non sei libero. Io sono libero di prenderti o lasciarti, di tenerti o di mandarti via; tu non sei libero. Questo è il nostro patto, e non venirmi a dire che queste condizioni non sono mai state pattuite. Non venirmi a dire che improvvisamente provi piacere a fare quello che vuoi. Io sono qui per dirti quello che devi fare e per dirti che qualunque cosa tu faccia, io la so. Io conosco il tuo piacere molto meglio di quanto tu stesso lo conosca. Tu sei quello che sei perché io l’ho voluto, e il tuo piacere sta nel fatto che io voglio. Non sono venuto né a pregarti né a ricattarti, ma semplicemente a dirti che cosa io voglio che tu faccia. Non ho nessuna paura che tu mi abbandoni perché so che tu non sei capace di volermi abbandonare. Non sono venuto fino qui per paura di perderti, ma perché non ho voglia di perdere tempo. Non ho neanche voglia di minacciarti. Non ho voglia di dirti: guarda che ti mollo; perché m’importa così poco di te, che non ho neanche voglia di sprecare energia per minacciarti. Se fosse per me, ti avrei lasciato perdere cento volte. È che io so (e tu non lo sai) che io sono l’unica chance che tu hai per avere un briciolo di felicità in questa vita di merda, un briciolo di umanità nel tuo corpo di merda. Sono venuto a prenderti e portarti via, Mario, perché voglio per te qualcosa di meglio di ciò che tu sei in grado di procurarti da solo. Tu lo sai che io non sono né buono né cattivo. Non faccio questo per cattiveria e nemmeno per bontà. […] Lo faccio soltanto perché mi piaci, Mario, nel senso che […]
Emanuele Tonon mi costringe (si legga ciò che ha scritto nei commenti a Inizio di romanzo, 2) a confessare che Introduzione ai comportamenti vili è l’unico romanzo che io abbia tentato di scrivere. Da un dattiloscritto di circa 170 pagine estraggo un frammento, l’inizio del capitolo 4.
La terza vita segreta di Mario (tutte e tre le vite di Mario sono segrete, ma la terza è la più segreta di tutte perché conosce le altre due) è quella nella quale il dominatore di Mario è Santiago. Oggi Santiago ha diciannove anni compiuti. Santiago e Mario si sono conosciuti cinque anni fa, e da subito Santiago è stato il dominatore di Mario. Le passioni di Santiago sono la dominazione su Mario e l’uccisione dei cani. Santiago non prova nessun odio nei confronti dei cani: tuttavia la sua grande passione (una delle due) è ucciderli. Ogni settimana (con rare eccezioni) Santiago uccide un cane; qualche settimana ne uccide due. I cani che piacciono a Santiago sono piccoli e a pelo corto, quelli che gli piacciono di più in assoluto sono quei cagnolini color caffelatte chiaro che vengono chiamati bastardini, quelli che non sopporta proprio sono i cani con il pelo lungo come i cocker. Dei cani grandi Santiago ha paura perché teme che non riuscirebbe a ucciderli, ma a Mario ha sempre detto (mentendo) che non gli piacciono, che preferisce uccidere i bastardini perché i bastardini gli piacciono di più. In verità Santiago vorrebbe uccidere cani molto grandi, ad esempio degli schnauzer, ma uccidere cani molto grandi non è uno scherzo, le masse di pelo e pelle e carne da attraversare con il coltello sono molto spesse; inoltre i cani molto grandi sono difficili da immobilizzare e, se si rivoltano, sono capaci di farti del male. Santiago desidera uccidere i cani, ma non desidera lottare con i cani; quello che gli piace è l’uccisione, non la lotta.
Presentai il troncone di romanzo in Mondadori. La persona allora a capo della narrativa mi disse: “No, non potrei mai pubblicare questo. Non potrei mai sopportarlo”. Immagino che in Mondadori nessuno si aspetti che io ripeschi questo troncone di romanzo. Da me si aspettano (anche perché io ho fatto loro intendere che potrei produrlo) qualcosa di piuttosto tranquillo.
Fatto sta che Introduzione ai comportamenti vili (così come il racconto “Super nivem”, contenuto in Il male naturale, Mondadori) è un testo a metà strada tra una narrazione responsabile e una pura trascrizione di patologia: con qualche sbandamento, devo dirlo, verso la trascrizione di patologia. (Che poi la patologia sia reale, è un altra faccenda).
E io, non so se ho voglia di tornare lì, di tornare nel luogo dove ho scritto “Super nivem” e altri testi. Dubito di averne la forza.
Questo invece è un possibile inizio per il romanzo intitolato: Quattro bassotti per una Thailandese (nella versione “porno nemmeno tanto di classe” suggerita da Tess nei commenti alla paginetta Romanzo):
“Con il cane no”, disse Joan.
“Vedrai che ti piacerà”, disse John.
Controllò che i lacci fossero bene stretti. Andò fuori e tornò trattenendo il cane a stento. Lo bloccò legando la corda a una zampa dell’armadio. Joan intanto, la faccia affondata nel cuoio lucido della poltrona, singhiozzava.
John aprì il cassetto della credenza. Ne estrasse una museruola e quattro strisce di panno. Applicò la museruola al cane, poi gli avvolse le strisce di panno attorno alle zampe.
“Vedrai”, disse a Joan, “sarai contenta, dopo”.
Joan non rispose. Singhiozzava flebilmente.
John toccò il cane sotto, per prepararlo. Le zampe fasciate, raspando sulla moquette bisunta, facevano un rumore strano.
Lo slegò. Non ci fu bisogno di spingerlo verso Joan.
Joan disse: “Oh”.
Fu tutto molto rapido. Poi John tolse i paramenti al cane e lo cacciò fuori. Andò in bagno e ne tornò con un catino d’acqua calda e una spugna.
“Vuoi anche della crema?”, disse a Joan posando il catino.
Nei commenti alla paginetta Romanzo, tre persone (Roberto Tossani, Mario Bianco e Marco Merlin) hanno accennato agli eventuali cambiamenti di titolo imposti dagli editori.
Il mio secondo libro s’intitolava in origine: Tutto perfettamente vita , che è un verso d’una poesia di Stefano Dal Bianco (La bella mano, Crocetti). Quando si arrivò al dunque Paolo Repetti mi telefonò e mi disse: “Secondo me, non funziona”. “Perché?”, domandai. Allora Paolo cominciò tutto un suo ragionamento, al quale io risposi con tutto un mio ragionamento; e di questo e di quello non ricordo assolutamente nulla, e probabilmente ho fatto bene a dimenticare. E’ difficile, credo impossibile, razionalizzare il giudizio su un titolo (così come su un motto pubblicitario ecc.): le chiacchiere che ci facciamo intorno possono girare attorno alla faccenda, delimitarla un po’, ammucchiare un tot. di evocazioni e impressioni, e così via; ma non si arriva quasi mai, credo, a una risoluzione.
Io volevo mettere nel titolo un verso di Stefano (il titolo del primo libro, Questo è il giardino, è un mezzo verso di Claudio Damiani; e non c’entra niente con il successivo film dallo stesso titolo). A parte questa, non avevo altre ragioni per difendere fino in fondo la mia scelta.
Dopo la chiacchierata con Paolo, meditai per qualche giorno. Poi gli telefonai: “Il titolo è La felicità terrena”, gli dissi. “Perfetto”, disse lui.
Era chiaro, era indubbio, naturalmente, che se io avessi confermato Tutto perfettamente vita, Tutto perfettamente vita sarebbe stato il titolo.
Per un altro libro ci fu una lunga discussione, sempre con Paolo Repetti. Il libro, nella fase di progetto, s’intitolava: A piedi. Quando spedii il lavoro finito, s’intitolava: Il giovane scrittore ambulante. Paolo mi telefonò e mi disse: “A piedi è un titolo troppo debole, e Il giovane scrittore ambulante è patetico”. Ne convenni.
Mi ricordo: Paolo mi aveva chiamato sul telefono mobile; io ero a Padova, in via san Francesco, e stavo andando a comperarmi un paio di scarpe da ginnastica. Camminando, cominciai a snocciolargli tutta una lista di possibili titoli. Tra questi c’era anche Fantasmi e fughe, che Paolo liquidò dicendo: “No, sembra un titolo saggistico, di saggi alla Mario Praz”.
Ci lasciammo dicendoci: “Ci pensiamo”. Una settimana dopo gli riproposi Fantasmi e fughe, che Paolo accettò senza colpo ferire.
Di due libri recenti (faccio delle indiscrezioni; vabbè; ma non faccio mica male a nessuno) so che l’autore ha cambiato, dopo lungo confronto con l’editore, il titolo. Dico: “l’autore ha cambiato”, e non “l’editore ha cambiato”, perché non credo che, in Italia, un editore serio si permetta di forzare così tanto. In entrambi i casi, ho la sensazione che il titolo con cui il libro è effettivamente uscito sia inferiore a quello precedentemente trovato dall’autore.
- Certi bambini di Diego De Silva, Einaudi, s’intitolava Le istruzioni di Rosario (Rosario è il nome del bambino protagonista).
- Questione di razza di Guido Barbujani, Mondadori, s’intitolava Razza Padana Orientale (io, fossi stato nei panni dell’editore, gli avrei proposto addirittura l’acronimo: R. P. O.).
Sui libri usciti per Sironi, spesso abbiamo discussi i titoli. Ad esempio a me non piaceva (e continua a non piacermi) L’elenco telefonico di Atlantide di Tullio Avoledo. Titolo che tutti trovano bellissimo. Io avevo proposto: La banca egizia.
Il diritto di non rispondere di Marco Bellotto si chiamava, fino a cinque minuti prima della fine, Amore e giustizia. A me non dispiaceva, ad alcuni sembrava orripilante. Il cambiamento comunque l’ha deciso Marco per conto suo.
Una timida santità di Alberto Garlini s’intitolava semplicemente Tina (il nome della protagonista). Io lo sentivo come un titolo insufficiente. Quando chiesi ad Alberto di buttar giù qualche riga per il risvolto di copertina (è un procedimento che usiamo normalmente: chiediamo all’autore di far da sé - cosa che l’autore fa in genere con estremo imbarazzo -, poi lavoriamo sul suo testo o gliene proponiamo uno completamente diverso), Alberto scrisse queste parole: “una timida santità”, e io dissi: “Ma questo è il titolo!”.
Il suicidio di Angela B. di Umberto Casadei doveva intitolarsi, nelle intenzioni di Umberto, Dezanni. Dezanni è il cognome del ragazzo che è autore (fittizio, eh!) del libro “incluso” nel Suicidio; e che s’intitola appunto Il suicidio di Angela B., di Gianni Dezanni. Io mi misi una mano sul cuore e dissi (eravamo in una birreria, all’ex Wag per chi se lo ricorda) a Umberto: “Senti, io non so come potrei fare a vendere un libro che s’intitola Dezanni”. Alla fine Umberto accettò l’idea. Però, è vero, ho forzato.
Per Pausa caffè di Giorgio Falco avevo proposto questo titolo (da stampare su due righe, la seconda in carattere un po’ più piccolo): La distruzione dell’umanità / per mezzo del lavoro interinale). Giorgio fu molto gentile con me, ma altri in redazione mi mandarono a cagare senza pensarci due volte.
E tante perplessità abbiamo avute per L’inglesina in soffitta di Luca Masali, per Fùtbol bailado di Alberto Garlini (che deve ancora uscire), eccetera.
Anche qui, si cerca di non fare errori. Ma resta il principio, che a decidere è l’autore.
Se non ho sbagliato a contare, sono 39 gli anagrammi (in versi) di “Silvio Berlusconi”, realizzati dai Giovani Tromboni:
Colse su novi libri
verbi lisi con l’uso.
Ecc.
Care voi, cari voi, grazie per i consigli. Adesso andiamo avanti con la faccenda. Specifico (perché nei commenti alla paginetta precedente qualcuno chiedeva chiarimenti) che questi “titoli” sono “titoli possibili per romanzi”, e non, per così dire, “titoli di idee per romanzi”. Il primo titolo, Manuale per diventare un mostro, prevede anche un inizio, che è questo:
Ciao.
Vuoi diventare un mostro?
Tu dici di no.
Io dico di sì.
Ti fidi?
Non ti fidi.
Mi guardi con un certo timore?
Sì.
Ti stai annoiando?
Un poco.
Bene.
Sei già sulla buona strada, ragazzo.
Fin qui sono arrivato, e mi pare un buon inizio. Adesso ho il problema di continuare.
Bene, mi sono impegnato a scrivere non un romanzo, ma addirittura due. L’editore è il monopolista tendenziale. Ho una data di consegna per il primo romanzo: 30 giugno 2005. Naturalmente non ho ancora scritta una sola riga. Dispongo però di varie idee, ciascuna sintetizzabile in un titolo. Ecco i titoli:
- Manuale pratico per diventare un mostro,
- Introduzione ai comportamenti vili,
- Un affare della Madonna,
- Interrogazione parlamentare su un caso di presunta pedofilia,
- Quattro bassotti per una Thailandese,
- Come le mosche (titolo per la traduzione inglese: Round around the shit),
- Confessioni di un vedovo celibe,
- E’ facile morire (al giorno d’oggi),
- La mala spara, l’editoria ha le mani legate.
Poi c’è la proposta di trrùn:
- L’Italia dei Giusè.
Quale idea/titolo vi attira di più?
E, en passant, qualcuno di voi ha idea di come si faccia a scrivere un romanzo?
E’ l’una di notte. Torno a casa. Apro il cancelletto. Percorro il vialetto. Arrivo alla porta a vetri. Infilo la chiave nella serratura della porta a vetri. Giro la chiave. La chiave gira a vuoto. Riprovo. Ancora a vuoto. Giro in senso inverso. Sempre a vuoto. Tiro la porta verso di me. Giro. A vuoto. Spingo la porta. Giro. A vuoto. Sollevo la porta. Giro. A vuoto.
Accendo una sigaretta.
Guardo la chiave. Sì, è la chiave giusta.
Riprovo. Ripeto la scena.
Mi siedo sul muretto. E’ l’una di notte passata da cinque minuti. Non fa freddo. E’ umido. Potrei dormire in garage. Non è particolarmente comodo dormire in garage. Non è particolarmente scomodo dormire in garage. Nel mio garage non ci sono automobili: ci sono scaffali, libri, robe varie, e un tavolo.
Però mi dà sui nervi.
Riprovo. Ripeto la scena.
Accendo un’altra sigaretta. Mi viene in mente che forse non tutti i condòmini sono già a letto. In fondo è solo l’una e dieci.
Faccio il giro del condominio. Dal basso non si vede bene. Torno al cancelletto. C’è una finestra con la saracinesca abbassata, ma un po’ di luce che filtra. Dev’essere la finestra della cucina dei S*.
Apro il cancelletto. Esco. Suono delicatamente il campanello dei S*. Non so se abbiano un driiin o un plinplonn. Aspetto qualche minuto. Suono di nuovo, un po’ meno delicatamente. A volte mi succede, di suonare i campanelli troppo delicatamente.
Vedo filtrare la luce da un’altra saracinesca abbassata. Bene, qualcuno nell’appartamento dei S* si sta muovendo. Ho addirittura l’impressione che una delle due saracinesche sia stata alzata un pochettino: quel tanto che basta per allargare le fessure, e sbirciare fuori.
Uno che ti suona a casa all’una e venti di notte, in effetti. Meglio darci un’occhiata. Io peraltro sono proprio sotto quel fanal, visibilissimo.
Passano altri minuti.
Tutte le luci si spengono.
Suono di nuovo, due tre volte di fila.
Lo stridore di una frenata alle mie spalle, un aprirsi veloce di sportelli d’auto.
“Problemi?”, dice una voce nota.
“Buonasera, agente Tonino”, dico. “Non riesco ad aprire la porta di casa”.
“Documenti”, dice Giusè.
“Persa la chiave?”, dice Tonino.
“No”, spiego. “Dev’essersi rotta la serratura. La chiave gira a vuoto. Ho visto un po’ di luce dai S*, che stanno al piano di sopra, e ho provato a suonare il campanello”.
“Tonino, non farti intortare”, dice Giusè. Mi guarda: “Documenti”, ripete.
Tiro fuori la carta d’identità.
“Tonino, va’ a controllare la serratura”, dice Giusè.
Porgo la busta delle chiavi a Tonino. “La porta che non si apre è la porta a vetri. La chiave è la seconda da sinistra”.
“Grazie”, dice Tonino strizzandomi l’occhio.
“Tonino”, dice Giusè, “basta confidenze”.
“Ma lei ce l’ha con me?”, dico a Giusè.
“E’ lei che ce l’ha con noi”, dice Giusè mentre si rintana nell’abitacolo a controllare il documento.
“Che cosa vuol dire?”, dico.
“Ci sono quelli che combinano guai”, dice Giusè. “E quelli che li attirano. Lei è della seconda specie”.
Mi accendo una terza sigaretta. Sento l’agente Tonino armeggiare con la porta. Tira, spinge. E’ l’una e mezza, ormai.
“In somma”, dico, “lei ce l’ha con me perché sono jellato”.
“Ma si figuri”, dice Giusè da dentro l’abitacolo. “Come direbbe il mio collega, jellato è una parola grossa”. Esce, mi porge la carta d’identità. “Noi abbiamo delle procedure”, continua. “E queste vanno rispettate”.
Rimetto la carta d’identità nel portafoglio.
Torna Tonino.
“Positivo”, annuncia, restituendomi la busta delle chiavi. “Il testimone non ha mentito. La porta effettivamente non si apre. E lei sicuramente sarà colui che dichiara di essere”.
“Così è”, conferma Giusè.
“Bene”, dice gongolante Tonino. “Il nostro lavoro è finito”. Risale in automobile. Giusè fa per seguirlo.
“Aspettate!”, dico.
“Che c’è”, dice Giusè.
“Io sono sempre chiuso fuori di casa”, dico.
“Non siamo stati chiamati per questo”, dice Giusè, un piede già dentro l’automobile.
“Siete stati chiamati?”, dico. “Dal mio condòmino?”.
“Queste sono informazioni riservate”, dice Giusè.
“Come, riservate”, sbotto.
“Dobbiamo prevenire le vendette trasversali”, dice solenne Tonino da dentro l’automobile.
“In somma”, dico, “mi lasciate qui”.
“Vuole venire in questura?”, dice Giusè.
“Vabbè, vabbè”, dico. “Ho capita l’antifona”.
“Buonanotte”, dice educatamente Tonino.
“Buon lavoro”, dico meno ironicamente che posso.
I due se ne vanno, sgommando come al solito. Io torno dentro. Mi avvicino di nuovo alla porta a vetri. Riprovo ad aprirla. Non è cambiato niente.
E’ l’una e tre quarti.
Ormai mi sono rassegnato a dormire in garage.
In quel momento vedo accendersi la luce delle scale.
Un minuto dopo il condòmino S* compare al di là della porta a vetri. E’ in pigiama.
Mi guarda attraverso i vetri. Ha l’aria di essersi appena svegliato.
“Mi può aprire?”, grido.
Il condòmino S* ci mette un momento a capire. Non sembra ancora sveglio del tutto. Mi apre la porta con l’interruttore elettrico.
La porta si apre.
Entro.
“Grazie”, dico al condòmino S*. “Dev’essersi rotta la serratura. La chiave gira a vuoto”.
Il condòmino S* si stropiccia gli occhi. “E’ successo altre volte”, dice.
“Potremmo cambiare la serratura”, dico. “Magari anche solo il blocchetto”.
“Ma, ci pensiamo domani”, dice saggiamente il condòmino S*. Si avvia su per le scale.
“Mi spiace di averla svegliata”, dico seguendolo.
“Si figuri”, dice il condòmino S*. “Stavo andando in bagno, ho sentito un baccano qui sotto, una sgommata…”.
“Ma allora lei non ha sentito il campanello!”, dico.
“Quale campanello?”, dice il condòmino S*.
“Ho suonato il campanello tre o quattro volte”, dico.
“Ma”, dice il condòmino S*, “io ho il sonno duro”.
“Quindi non ha chiamato lei la polizia”, dico.
“La polizia?”, dice il condòmino S*, voltandosi a guardarmi. “Perché la polizia?”.
“No, niente”, dico. “Mentre ero lì fuori che cercavo di combinare una soluzione, si è fermata un’auto della polizia”.
“Curioso”, dice il condòmino S*.
“Neanche tanto”, dico. “Lì per lì ho pensato che qualcuno, vedendomi andare avanti e indietro nel cortile, si fosse immaginato chissà che”.
“Bah”, dice il condòmino S*.
Siamo sul pianerottolo.
Il condòmino S* apre la porta del suo appartamento, poi si volta verso di me e dice: “Be’, in fondo è bello, no? Non si sente rassicurato? E’ un buon segno che il territorio è sotto controllo. Niente può sfuggire alle forze dell’ordine”.
“Buona notte”, gli dico. “E grazie ancora”.
Entro in casa mia. Mi chiudo la porta alle spalle. Sono le due.
Ho fatto un po’ di movimento nella colonna dei rimandi. Non ho aggiunto niente, mi sembra, tranne il rimando (mi sono stupito che mancasse) al trappolone alcolico dei blogger padani. Il ricordo di Enzo Baldoni è ora affidato a Zonker. Per Avoledo e per me ho messe delle foto più somiglianti. E ho aggiunti i link diretti all’edizione in pdf del settimanale di letteratura Stilos, al quale ho l’onore di collaborare.
Mi ha scritto ieri Leonardo Colombati:
Giulio, ti ricordi di quel dialogo tra me e te, sul tuo blog, dopo l’attentato di Madrid? Disquisivamo sul significato della parola “democrazia”.
C’è, oggi, uno spunto in più su cui riflettere.
Su Time Magazine del 27 settembre, c’è un’intervista a Zapatero. Dice, tra le altre cose, il premier spagnolo: “Ecco il mio socialismo ciudadano: riconosco che quando una forte maggioranza di cittadini dice qualcosa, quel qualcosa è giusto”. Su questa affermazione, mi dicono, oggi Ferrara ha scritto un fondo sul Foglio. Non ho comprato il giornale e non l’ho letto.
Ti ho segnalato questa cosa perchè so come, nel tuo blog, tu ti interessi della “semantica” della politica. Magari ti viene in mente di scriverci qualcosa su.
Evidentemente, il criterio della maggioranza non sembra essere un buon criterio di verità. Zapatero ha detto: “giusto”, non ha detto: “vero”. Per questo ragionamento considero che “giusto” e “vero” siano sinonimi. Tutto quello che qui dico è semplicistico.
Una verità scientifica viene stabilita con il criterio della maggioranza? Viene da dire: “No”. Invece la risposta è: “Sì”. Una verità scientifica diventa tale quando viene accettata dalla comunità scientifica. Una verità scientifica non accettata dalla comunità scientifica in un primo tempo, e successivamente accettata (es.: la terra gira attorno al sole, e non viceversa) è una verità che ha lottato per diventare tale. Ma non ha lottato con il ragionamento: le prove sufficienti erano già tutte lì, quando l’ipotesi fu formulata. Ha lottato politicamente, questa verità, per diventare tale.
Zapatero dice: “Quando una forte maggioranza di cittadini dice qualcosa, quel qualcosa è giusto”.
A prima vista la cosa sembra perfettamente ragionevole: “Questa è la democrazia, baby”, sembrerebbe di poter dire. Maggioranza vince.
Invece non è così.
1. In una democrazia diretta, maggioranza vince. Ma la democrazia non è solo quel sistema di autogoverno delle comunità nel quale si vota e tutti gli appartenenti alla comunità hanno uguale diritto e accesso al voto. La democrazia è (secondo me, è prima di tutto) quel sistema di autogoverno delle comunità nel quale si discute, e tutti hanno uguale diritto e accesso alla “presa di parola”. Zapatero parla come se lui stesso non avesse diritto a prendere parola. Come se lui stesso fosse neutrale. Come se lui stesso fosse irresponsabile: responsabile sarà casomai, questo è sottinteso, “una forte maggioranza di cittadini”. Ma si potrebbe osservare che Zapatero, in quanto capo del governo, ha non solo il diritto di prendere la parola, ma ne ha anche il dovere; e che pochi come lui, nella sua comunità di riferimento, hanno effettivo accesso alla presa di parola. E questa osservazione mi pare convincente.
2. In una democrazia rappresentativa, i rappresentanti non sono “vincolati” agli elettori. Non sono cioè tenuti a rappresentare pedissequamente le opinioni gli interessi i desideri degli elettori. Non sono tenuti a mantenere le promesse elettorali. La cosa può sembrare strana a prima vista. Tuttavia: per vincolare gli eletti agli elettori, bisognerebbe che fossero noti i nomi degli elettori; cosa che non è normalmente prevista nelle democrazie rappresentative, e sarebbe anzi considerata assurda. Inoltre, su tutto ciò che non fosse stato contrattato tra eleggendo ed elettori durante la campagna elettorale, su qualsiasi questione nuova o imprevista, gli eletti vincolati sarebbero costretti o a fare di testa propria o a convocare assemblee di elettori o referendum. Che degli eletti siano in parte vincolati e in parte affidati alla loro propria testa, mi pare bizzarro. Che si convochino assemblee popolari e referendum a ogni piè sospinto, mi sembra contronatura in una democrazia rappresentativa. Nelle elezioni democratiche, in sostanza, si decide al massimo chi deve governare; non si decide che cosa dovranno materialmente fare i governanti.
3. Questi sono i ragionamenti teorici. Poi ci sono quelli pratici. Come fa “una forte maggioranza” a “dire qualcosa”? I mezzi sono tanti: manifestazioni, interventi dei e nei mezzi di comunicazione, sondaggi, e chi più ne ha più ne metta. Il problema è che questi mezzi per “dire qualcosa” sono tutti informali. Si può avere la sensazione, si può avere il convincimento che “una forte maggioranza” effettivamente “dica qualcosa”, e che dica precisamente una certa cosa; ma è assai arduo pretendere di saperlo con certezza. Quanti sono i partecipanti a una manifestazione? I partecipanti a una manifestazione valgono solo per sé stessi o anche come rappresentanti (non eletti, petraltro) anche di altri? I mezzi di comunicazione di massa rappresentano l’opinione pubblica, o non piuttosto la forgiano? Come dev’essere fatto un campione perché il sondaggio praticato su di esso possa essere considerato legalmente rappresentativo? E come dev’essere fatto un sondaggio? Non voglio negar valore alle manifestazioni, ai mezzi di comunicazione di massa o ai sondaggi: nego che una manifestazione, una campagna di stampa o un sondaggio possano essere considerati alla stregua di una votazione a maggioranza.
4. Il voto in Spagna dopo gli attentati di Madrid fu immediatamente (e, credo di poter dire, da tutti) interpretato come un “qualcosa” detto da “una forte maggioranza”, e questo qualcosa era: “Leviamo i nostri soldati dall’Iraq”. Levare i soldati spagnoli dall’Iraq era senz’altro nel programma elettorale di Zapatero. Ora: il “qualcosa” detto da quella “forte maggioranza” è stato ricavato tramite una interpretazione: non è quindi un messaggio indiscutibile. Inoltre Zapatero non era tenuto (vedi al n: 2) al rispetto delle promesse elettorali. Ritirando i soldati spagnoli dall’Iraq Zapatero ha agito liberamente, e quindi sotto la sua responsabilità politica; e qualunque tentativo di gettare su altri, ad esempio su “una forte maggioranza”, tale responsabilità politica, è un tentativo di pararsi il culo. Cioè, non esattamente un gesto da grande statista.
5. Il “socialismo ciudadiano” di Zapatero mi sembra quindi qualcosa di abbastanza diverso dalla democrazia rappresentativa. Nella democrazia rappresentativa i cittadini si scelgono dei governanti, non degli esecutori. Nella democrazia rappresentativa i governanti sono politicamente responsabili. Nella democrazia rappresentativa si accetta come un dato di fatto che l’accesso al diritto di prendere la parola è disuguale. Eccetera.
6. Queste considerazioni non hanno niente che fare con la questione: “Se Zapatero abbia fatto bene o abbia fatto male a ritirare i soldati spagnoli dall’Iraq”. Questa decisione (sua, checché lui stesso ne dica) dovrà lottare politicamente per diventare “giusta” o “vera”.
7. Queste considerazioni hanno parecchio che fare con la questione: “Se la democrazia rappresentativa, così come formata nelle costituzioni occidentali, esista ancora di fatto; e se non sia il caso di domandarsi quale altra forma di democrazia, o addirittura altra forma di governo delle comunità, dovremmo inventarci”.
Questo è l’inchino finale dei dieci blogger, gentilmente offerto dalle Improvvide Massaie Veronesi. E adesso basta.
Tiziano Scarpa ha pubblicato in Nazione indiana una “cosa” che s’intitola: Istruzioni per la creazione di ordigni esplosivi. La “cosa” è in tre puntate: prima, seconda, terza. Dico “cosa”, e pure tra virgolette, anziché dire saggio, meditazione, articolo, pezzo, eccetera, peché la “cosa” che ha scritta Tiziano è felicemente estranea a queste categorie di genere.
Consiglio la lettura soprattutto alle amiche e agli amici blogger.
Chi volesse, può leggere questa “cosa” anche nel libro nel quale è stata pubblicata in carta: L’almanacco 2003. Il romanzo dell’io, a cura di Giorgio Cerruti e Gabriella Bosco, Portofranco, Torino 2004.
Io_che_racconto_di_me_e_massimo_e_passeggio
_nella_nostra_casa
o_in_bicicletta_sotto_un_raggio_di_sole_o_distesi_a
_fare_l’amore
o_un_mare_di_notte_ma_a_chi_lo_racconto_a_cosa_serve.
Per_un_momento_ho_pensato_che_raccontere_della
_quotidianità_dei_gesti
era_parlare_di_esperienze_assolute_comprensibili_a
_tutti_e_per_questo_(pretendevo)_universali.
Ma_come_faccio_solo_a_pensarlo_se_comprendo_conosco
_vedo_una_stretta_fascia_di_pagina_per_il_resto_assolutamente_bianca?
Sono_dei_giochi_quelli_tra_di_noi?
Quelli_sentiti_a_Pordenonelegge?
Leggerci_è_aprirci_al_mondo_o_è_continuare_a_chiuderci_nel_nostro_pensando_che
_poiché_siamo_80.000_o_più_allora_siamo_tutti?
Qusto è un dono di Nadia, Soloinlinea.
Le altre cronache del pomeriggio a Pordenonelegge sono trovabili a partire da qui.
Questo raccontino intitolato Che cos’è l’Ospedale è stato pubblicato nel quotidiano Il giornale di ieri.
Care voi, cari voi, tra un po’ parto per Bergamo. Domani alle dieci e mezza del mattino, nell’Aula 1 dell’Università di Bergamo (piazzale sant’Agostino 2), parteciperò a una conversazione sul tema: “E’ possibile un dialogo tra narrazione e teologia?”. Gli altri dialoganti saranno Eraldo Affinati, Rosa Matteucci, Laura Bosio. Quando mi telefonarono tre o quattro mesi fa il titolo della conversazione era abbastanza diverso (“Parola sacra e parola profana”). L’incontro fa parte delle manifestazioni per il ventennale del Premio Bergamo. Proseguirò poi verso Roma, dove litigherò un po’ con Leonardo Colombati.
Non mi piace quello che sto per scrivere e non ho voglia di scriverlo. Ieri il quotidiano Il foglio scriveva:
Prima di ripartire per l’Iraq, Simona Pari e Simona Torretta facciano una colletta tra i valorosi pacifisti italiani e restituiscano l’importo del riscatto.
Il ministro degli Esteri Frattini ha dichiarato il 29 settembre (Ansa):
Assolutamente nessun riscatto.
Quando furono liberati Salvatore Stefio, Maurizio Agliata e Umberto Cupertino, si parlò di un riscatto di nove milioni di dollari.
Il presidente del Consiglio dei ministri Berlusconi dichiarò:
La liberazione degli ostaggi è avvenuta grazie ad una operazione militare delle Forze Speciali della coalizione in collegamento con l’Intelligence italiana e d’intesa con il Governo, senza pagamento di riscatto. […] Il resto è fantasia o sono falsità.
Ora, riscatto a parte, sarà costato qualcosa il lavoro diplomatico svolto nelle ultime settimane. Come sarà costata qualcosa l’operazione militare del giugno scorso.
Mi pare che nessuno abbia chiesti indietro i soldi a Stefio, Agliata e Copertino, benché loro tre e il povero Quattrocchi fossero in Iraq come lavoratori privati, cioè a loro rischio e pericolo: così come in Iraq a loro rischio e pericolo erano Simona Pari e Simona Torretta. L’unica differenza è che sulla legalità della presenza in Iraq dei quattro esperti di sicurezza è stato avanzato qualche dubbio (ma non ho idea di come stia procedendo la magistratura).
Nella prima pagina del Gazzettino, quotidiano delle Tre Venezie, Massimo Fini scrive oggi:
Sia Simona Pari che Simona Torretta […] hanno dichiarato di voler ritornare in Iraq per riprendere l’azione di volontarie umanitarie. Il governo deve impedirglielo d’autorità, ritirando i loro passaporti. Non solo perché, se fossero nuovamente sequestrate, il nostro Paese non sarebbe in grado di reggere altre settimane di angoscia, di ricatti e di riscatti in cui ha dovuto impiegare tutte le proprie risorse diplomatiche, investigative, militari e spendere il proprio prestigio internazionale presso vari Paesi, ma per ragioni più generali.
Tutta la vicenda di Simona Pari e Simona Torretta è frutto di un equivoco: l’aver mascherato la guerra all’Iraq, che dura ormai da più di un anno e mezzo, sotto le forme ipocrite, e false, della “missione umanitaria”, dell‘“operazione di peace keeping”, dell‘“aiuto alla ricostruzione del Paese”. Si tratta invece di una guerra […].
Il lettore del Gazzettino conosce, credo, la mia totale avversità all’operazione angloamericana e italiana in Iraq, ma una guerra, se la si fa e finché la si fa, deve essere condotta con la serietà che merita. È da quando la situazione sul campo si è rivelata, con tutta evidenza, una realtà di guerra che il governo italiano avrebbe dovuto richiamare in patria tutti i connazionali che non siano sotto il controllo diretto dei nostri comandi militari cui devono rispondere anche i giornalisti accreditati, sottoposti a censura com’è sempre stato in tempo di guerra, per non mettere a rischio le nostre truppe. E coloro che fossero rimasti in Iraq, ad onta degli ordini del governo, avrebbero dovuto essere considerati dei collaborazionisti, e come tali trattati, come pure è sempre stato in guerra.
L’equivoco dell‘“operazione di peace keeping” ha invece consentito che operassero in Iraq Ong, volontari, reporter improvvisati che oltre ad essere un pericolo per se stessi lo sono anche per il nostro Paese perché, bersagli comodi e non protetti e non controllabili, possono essere facilmente usati contro di noi, come s’è visto. […] Il vero e unico modo per aiutare l’Iraq non è di lasciare in quel Paese ambigui o patetici volontari umanitari, ma di ritirare le truppe responsabili di un’occupazione che fin dall’inizio non aveva giustificazione nè legittimità alcuna e oggi ne ha ancor meno.
(inizio dell’articolo - proseguimento dell’articolo)
Il ragionamento di Massimo Fini, già di per sé paradossale, si può leggere anche a rovescio. La presenza in Iraq di persone come Simona Torretta e Simona Pari, nonché delle organizzazioni nelle quali persone come loro lavorano, è politicamente utile al Governo in quanto costituisce una foglia di fico e gli permette, in un modo o nell’altro, e nonostante la posizione piuttosto antigovernativa di parecchie organizzazioni non governative, di sciorinare tutta la retorica della “missione di pace in armi”. Una retorica della quale il Governo italiano, oggi come oggi, ritiene di avere bisogno per mantenere il consenso interno.
Ma allora, mi domando, perché proprio i giornali più vicini al Governo insultano le due donne, le chiamano “vispe terese” e “vittime dei pacifisti”, le deridono, vogliono far loro pagare il conto a tutti i costi? Non dovrebbero strumentalizzarle, al contrario, in favore della retorica della “missione di pace”? Certo: Pari e Torretta fanno dichiarazioni contro il governo. Ma anche i colleghi di Quattrocchi, per dire, erano andati giù pesanti:
[Il] nostro amico e collega Fabrizio [è stato] costretto a morire in uno Stato straniero per avere quella gratificazione economica che la nostra Costituzione dovrebbe garantire (Repubblica).
E la famiglia:
La sensazione è che il Governo abbia voluto dimostrare la sua forza giocando con la pelle di chi si trova in Iraq (Il resto del Carlino).
Non ho conclusioni da trarre.
Il copywriter di fiducia mi ha segnalato ieri (ma ieri ero in giro, non ho visto) una lettera di Sandro Baldoni, fratello di Enzo Baldoni, pubblicata in Repubblica:
Caro direttore,
felici questi giorni anche per noi Baldoni, contenti di rivedere le facce belle, pulite e sorridenti di Simona Pari e Simona Torretta, e di stringerci idealmente in un abbraccio ai loro familiari.
Ma permetteteci, da cittadini qualsiasi di questo stato, di farci e fare pacatamente qualche domanda molto diretta.
Perché nel caso di Enzo il governo italiano ha sonnecchiato così a lungo e si è dimostrato così freddamente distaccato da una tragedia che anche in quel caso non aveva coinvolto solo una persona, ma un’intera nazione?
Perché le opposizioni non sono riuscite ad andare oltre la polemica
spicciola, invece di sollecitare l’immediata azione di tutte le altre forze politiche per una soluzione rapida del sequestro?
Perché i servizi segreti hanno perso giorni preziosi minimizzando subito la questione della sparizione di Enzo, addirittura dando notizie infondate su una sua presunta irresponsabile uscita dal convoglio della Croce Rossa, quando lui era stato evidentemente catturato mentre era di ritorno a Bagdad assieme ai medici e agli infermieri con cui era andato a curare un gruppo di feriti iracheni?
Perché dopo tutto questo tempo non si riesce ad avere il benché minimo
indizio su che fine abbia fatto il corpo di un occidentale clamorosamente rapito e ucciso nella non immensa periferia di Bagdad?
Insomma, abbiamo due governi, uno efficientissimo e uno completamente
inaffidabile, così come abbiamo due opposizioni e due servizi segreti?
Pensiamo siano cose che molti altri italiani si chiedono, confusi anche da questa improvvisa e un po’ sguaiata gara della nostra classe politica ad attribuirsi meriti e medaglie, mentre un mese fa era tutto un correre a nascondersi nei coni d’ombra disegnati dalle poltrone.
Qualcuno può rispondere? Grazie.
Sandro Baldoni