Milano. Sto aspettando l’autobus. Si avvicina un ragazzo nero. Non sembra africano, piuttosto caraibico. Magrolino, treccine. Borsetta piccola, intreccciata; non il solito borsone di plastica.
“Amico!”, grida ancora da non tanto vicino. “Sai l’ora?”.
Un approccio originale, penso.
“Le nove e trentacinque”, dico.
Il ragazzo mi tende la mano.
“Oggi sono contento”, dice.
Gli stringo la mano.
“Tuo nome?”, dice.
“giulio”, dico.
“Io Ibrahim”, dice.
Quindi, penso, non sarà caraibico.
“Sono contento perché mia moglie ieri ha fatto un bambino”, continua Ibrahim. “Tieni”.
Mi mette in mano un elefantino. Piuttosto grosso. PIù o meno come un uovo.
“Tieni”, ripete. “Regalo”.
“Grazie”, dico.
“Mia moglie ieri ha fatto un bambino”, ripete. “Tuo nome?”.
“giulio”, dico.
“Io Ibrahim”, dice. “Quanti in famiglia?”.
“In sei”, dico.
Perché ho detto in sei, penso. Be’, siamo pur sempre in sei.
“Tieni”, dice Ibrahim.
Mi mette in mano (ma come fa a tirarli fuori così svelto?) sei portachiavi con sei piccoli Budda.
“Ma stai esagerando!”, dico.
“Ma no, ma no!”, dice Ibrahim.
Poi si fa serio.
“Tu non vendere, eh! Questi costa cencinquanta euro e io regalo. Perché mia moglie ieri ha fatto un bambino”.
“Ho capito”, dico.
“Tuo nome?”, dice.
“giulio”, dico.
“Io Ibrahim”, dice. “Tu non vendere, eh? Questi costa centinquanta euro e io regalo. Metti via”.
“Sì, metto via”, dico.
“No”, dice Ibrahim, “metti via subito”.
Si chima - c’è il mio zainetto per terra - apre una delle lampo, fa scivolare dentro l’elefantino e i sei piccoli Budda.
“Porta a famiglia”, dice.
“Sì, certo”, dico.
“Adesso”, dice Ibrahim, facendosi quasi circospetto, “mi dai qualcosa per aiuto per mangiare?”.
“Ma sì, certo”, dico.
Nel portafoglio ho venticinque euro, più le monetine che non faranno un euro intero (ci ho guardato prima).
Gli dò dieci euro.
Vedo che sbalordisce.
Mi tende la mano.
“Grazie!”, dice. “Tuo nome?”.
“giulio”, dico.
“Ibrahim”, dice.
“Bravo!”, dice. “Tu non vendere, eh?”.
“No”, assicuro, “non vendo. Li porto alla famiglia”.
“Bravo!”, dice Ibrahim. “Mi dai altri cinque euro?”.
“No”, dico.
“Va bene”, dice. “Sono contento”.
“Perché tua moglie ieri ha fatto un bambino”, dico.
Ha un attimo di esitazione. Ma si sblocca subito. “Ciao amico”, dice.
Mi tende la mano.
Ci stringiamo la mano.
“Tuo nome?”, dice.
“giulio”, dico.
“Ibrahim”, dice. “Ciao”.
Se ne va. Passo veloce, elastico.
Quanta energia ci vuole, penso.
Arriva l’autobus. E’ pienissimo. Nell’autobus un tizio tenta di borseggiarmi. Sento la mano nella tasca. Metto la mano sulla sua mano. Mi volto. Il tipo - capelli neri, naso affilato - si tira indietro. Il tipo si dimena tra la gente, dà gomitate, va verso la porta. “Ehi!”, grido. La gente intorno impreca. L’autobus si ferma, apre le porte. Il tipo salta giù, corre via. Le porte si chiudono. L’autobus riparte.
Che bel dialogo, Giulio. Ricordo una simile conversazione a Torino con un marocchino nel lontano 1993! Saluti dalla Germania, Mario
Posted by: Mario Burg at 24.09.04 10:54Sì ma, alla fine, l'elefantino, i piccoli buddha, nello zaino te li ha messi davvero? E il borseggiatore? Se li è presi lui o non ha fatto in tempo?
Buona giornata!
io direi che questa è una appendice al racconto sul ragno.
mia personalissima ipotesi.
ciao
d.
Una delle cose che mi era piaciuta di piu' del nuovo romanzo di eggers, quello del viaggio, e' quando lui, in una delle tante introduzioni, ha scritto che sorride quando vede una mamma nera con dei bambini. Anche io, anche io! Ci si apre il cuore per delle cose strane.
Posted by: federico at 24.09.04 13:20Una vita fa. Sono a Sanremo con (ex) moglie e figlia. Arriva il venditore di rose. Indiano, forse. Mi porge il fiore, sorridendo: ma non biascica una parola di italiano. Gli rispondo che non mi va di andare in giro con un fiore. Capisce un cacchio, lui, oppure fa finta di non capire, penso io, perché insiste, impalato di fronte a me col sorriso ebete e col fiore in mano. Allora tiro fuori mille lire e lo saluto, ma senza prendere il fiore. Faccio qualche metro e qualcuno mi batte sulla spalla, piano. Mi giro, è ancora lui. Non sorride però, anzi è serio: mi porge le 1000 lire e mi dice "dignità". Allora gli dico dàmmi il fiore, e lui me lo porge, sì, ma senza quel suo sorriso ebete, di prima. Che ebete non era, ecco
Posted by: remo b. at 24.09.04 13:39grandissimo. sali sull'autobus e cambia scenografia, cambia tutto, sembra di entrare in una nuova stanza dove tutto è diverso, ed è un'altra vita e a ibrham quasi non ci si pensa più.
Posted by: Azzurrità at 24.09.04 14:06IL BORSEGGIATORE (fuggendo):
"Oggi buddha davvero male".
Sipario
Mi piace Ibrahim, mi piace l'autobus che parte e diparte.
Mi piace il ritmo, la mano sulla mano del borseggiatore e quella tesa in uno slancio.
Giulio, col tuo blog ci vizi.
Mi piace l'aria che tira, da humour inglese... come si chiama l'autore di "Tre uomini in barca"?
Ma poi oltre all'aria che tira, il racconto fila via come una vespa accidiosa. Oggi ho trovato in una libreria dell'usato "Il culto dei morti nell'Italia contemporanea", tr poco me lo sbocconcello!
Molto gustoso.
Che Budda ti illumini e continui a proteggerti contro i borseggiatori di ogni tipo e natura.
[per lou: Tre uomini in barca (per non parlar del cane) è di Jerome K Jerome]
Posted by: aitan at 24.09.04 23:57Caro Demetrio, credo che tu abbia ragione. L'ho pensato anch'io - in ritardo, naturalmente, mentre stavo già correndo dietro a un treno.
Posted by: giuliomozzi at 25.09.04 23:52Bello. Alla fine del pezzo ho pensato subito: "Che centra la scena dell'autobus?".
Io credo che tu sia passato volutamente da una situazione di profonda umanità ad una con molti collegamenti a quelle che sono le schifezze che propone la società ( il ladro, la gente che si lamenta, nessuno che dice niente, l'autista che chiude le porte e riparte ecc...).
Ora giuliomozzi ti chiedo: sono solo delle mie pippe mentali?
La frase che mi piace di più è stata "Quanta energia ci vuole". E' bella per contesto e profondità. Proprio bravo. Domani sarò a Pordenone, quindi a domani! Saluti a tutti
Io la "leggo così". G.M. fa della beneficienza all'arabo ( o al negro), poi sale su un autobus e un non identificato extracomunitario gli frega il portafoglio. Tutto qui. Cose che succedono.
I migliori borseggiatori pare siano sudamericani. Ottimi anche noi italiani.
Dov'è la profondità, nel racconto?
Markelo: "negro"?
Posted by: Raspberry at 26.09.04 01:47Caro Markelo, dimmi dove è scritto, nella mia paginetta, che l'aspirante borseggiatore (il portafoglio è ancora qui, con me) è un "extracomunitario".
Posted by: giuliomozzi at 26.09.04 07:00Ho scritto "negro" perchè così è corretto. Scrivere "nero" è una cazzata politically correct. Come dire "operatore ecologico" invece di spazzino. Quello che conta è sentire e ritenere il negro uguale a te. Ma nemmeno superiore, come fanno alcuni. Essere umano uguale a te. Fottersene, una volta per tutte, del colore della pelle e della cultura. Fottersene proprio.
Per rispondere a Giulio: tu non l' hai scritto, è vero: però io l'ho immaginato così, extracomunitario. Perchè la maggior parte dei borseggiatori, qui a MI sono sudamericani. Ho immaginato un rude ed esperto pickpocket del Sudamerica. Ho immaginato male? E comunque, che differenza fa? Che sia peruviano o nato e cresciuto a Milano o a Treviso o a Canicattì che diavolo di differenza fa?
Penso che sia difficile che un italiano sia stato chiamato Ibrahim e parli un italiano privo di articoli e con i verbi all'infinito. Se non mi sbaglio Ibrahim è un nome arabo. Però anche Cassius Clay, anche Cat Stevens...Potrebbe essere il figlio di italiani convertiti all'islamismo. Lui no, non è abbastanza intelligente per convertirsi ad alcunché, visto che non è capace di parlare la sua lingua in modo socialmente accettabile. Potrebbe anche essere di altra nazionalità europea, convertito in proprio all'islamismo, però vendendo i Budda ci confonde. Giulio, se lo sai, di che nazionalità è, illuminaci.
Posted by: Pamela Canali at 26.09.04 14:34Capelli neri e naso affilato non lo identificano come colored (negro ha una accezzione offensiva), ma tutto mi ci fa pensare, altrimenti che senso avrebbe raccontarlo. Comunque non riesco a capire l'intento, perché accostare i due fatti? Moralismo? Ci sono buoni e cattivi di ogni nazionalità? E se il borseggiatore non è colored, allora cosa vuoi dire: che i cattivi siamo noi, loro sono solo ottimi piazzisti?
boh! forse sono solo un po' stordito dal fumo della pipa.
diego
Posted by: diego at 26.09.04 22:51Sì, il buon Giulio Mozzi "doveva" 10 euro a un extracomunitario, dopo il racconto del ragno. Glieli doveva proprio. Adesso è tutto a posto. Possiamo continuare a leggerlo.
Posted by: Giovanni Monasteri at 27.09.04 01:26E se fosse che, semplicemente, prima mi è successo questo, poi mi è successo quest'altro?
Posted by: giuliomozzi at 27.09.04 07:22ma sei tu che hai scelto di raccontarli insieme, o mi sbaglio? è la giustapposizione dei due fatti, anche se reali, che restituisce senso.
diego
Posted by: diego at 27.09.04 11:47Mozzi, la toppa è peggio del buco
Posted by: pippo at 27.09.04 12:07Colored? Ma siamo in Italia o nell'Oklahoma?... Negro non è una parolaccia. Per me è una parolaccia, ipocrita e anche un po'grottesca, "nero", guarda un po'. Questione di sfumature, di nuances.
Giulio Mozzi forse ha dato un avvio di risposta.
Prima ha dato dei soldi a Ibrahim, e poi qualcuno (dal naso affilato e dai capelli scuri; potrebbe essere un cileno, un indiano, io, -no, io no, ho i capelli grigi-, un bavarese, uno di Cassano Magnago) cerca di rubargli il portafoglio. Un bell'uno-due. Un racconto realistico. Crudele, in qualche modo.
Scusa Giovanni, perchè gli "doveva" i 10 euro? G.M. ha sganciato i 10 euro per beneficenza. Poteva dire il solito "no" stiracchiato e salire sull'autobus magari prima (e senza rischiare di essere borseggiato...) e invece si è attardato con Ibrahim. Se non si fosse attardato con Ibrahim magari non ci sarebbe stato il tentativo di rapina. Che sia questa la chiave di tutto?
Posted by: Markelo Uffenwanken GmbH&CoKG at 27.09.04 12:16Prova a chiamare "negro" un africano e vediamo come risponde.
diego
Posted by: diego at 27.09.04 12:21"Negro" è una parola sfortunata.
In inglese è EVIDENTEMENTE offensiva. Viene da Nigger, Niger, terun, african, qualcosa così. Ma da noi, ha origini antiche, dal latino... "le negre chiome, gli occhi negri", abbiamo una tradizione poetica che ce lo ricorda. Poi ci siamo "americanizzati", abbiamo sovrapposto alla nostra tradizione quella loro, abbiamo dimenticato che la nostra etimologia era completamente un'altra (in spagnolo, se non sbaglio, nero si dice proprio negro. Da buona lingua neolatina. Ora loro come faranno?).
Sta di fatto che, ci piaccia o no, la parola è sfigatella. Anche se non voglio ormai la significazione americanizzante ha vinto.
Peccato.
Gianni ha dato una spiegazione corretta e opportuna. Scusate se torno sull'argomento. Non è per far polemica a tutti i costi. Diego, è chiaro che se io do del "negro" a un negro lui s'incazza. Perchè esiste la parola "nero". Abbiamo fabbricato due parole: all'originale negro (che non è la traduzione del "nigger" americano, come ha spiegato Gianni) abbiamo affiancato il "nero" buono per tutte le stagioni. Ok, in Inglese si dice black. O colored. In inglese, però. Anche nei bagni dei locali pubblici in USA c'era scritto da una parte White e dall'altra Colored. Una specie di simbolo della segregazione razziale. Solo che siamo colored anche noi: siamo "colored" di bianco.
Comunque i racconti di Mozzi spingono alla riflessione su cose importanti, questo bisogna dirlo.
Saluti a tutti.