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20.09.04

Parola chiave: ostaggio (di Rocco Ronchi)

Leggo solo oggi l’invio dell’11 settembre scorso della newsletter LiberoPensiero, scritta da Rocco Ronchi. Trovo che, come al solito, Ronchi dica cose che forse possono essere utili. Ogni invio della newsletter ha una “parola chiave”; in questo caso la parola chiave è: “ostaggio”. Riporto qui sotto il testo completo. Per saperne qualcosa di più su LiberoPensiero e su Rocco Ronchi, si può leggere qui.

Dopo tre giorni l’ospite puzza

La parola latina “hospes” (ospite) è una parola strana. Significa ospite ma è imparentata con “hostis” che significa nemico. La stessa sacralità dell’ospite ha a che fare, secondo gli antropologi della religione, con quella parte del sacro più oscura che concerne la presenza nella comunità di un elemento estraneo al tempo stesso affascinante e tremendo. Tale incrocio problematico non si deve a cause diverse, ma alla stessa causa. L’ospite appartiene infatti, per definizione, ad un “fuori” rispetto al quale il “dentro” è venuto, faticosamente, a costituirsi. E’ naturale che di questo “fuori” ci sia paura, curiosità e nostalgia. Esso rappresenta infatti il pericolo ma anche l’eco di una provenienza, se non addirittura la prefigurazione di una condizione che ci riguarderà. Il “fuori” infatti precede il “dentro”, nella misura in cui questo per istituirsi ha dovuto circoscriversi. Bisogna in qualche modo averlo frequentato p er potere poi rinculare su se stessi e costruire la propria tana armata. Ma il “fuori” che minaccia anche affascina. L’uomo di mezz’età, la cui vita scorre come su binari d’acciaio, che altro vagheggia, nei suoi momenti di stanchezza, se non tutto quanto poteva essere e invece non è stato? Cosa sogna se non quanto è rimasto “fuori” dalla sua ordinata esistenza? Al fuori, poi tutto, deve inflessibilmente ritornare, nella misura in cui le mura costruite con tanta cura intorno alla nostra esistenza individuale e associata dovranno inevitabilmente crollare. Di questa duplicità è traccia l’ospite. Il fatto che, secondo il detto popolare, questi, dopo un certo tempo, puzzi, soprattutto quando ostenta un’eccessiva familiarità con le nostre cose, allude all’olezzo dei cadaveri. Il fuori da cui proviene e al quale deve il suo esotico charme è nell’immediato sentire popolare anche il fuori assoluto della morte al quale l’ospite in qualche modo a ppartiene e al quale deve ritornare.

Questa casa è un albergo!

Nel pittore francese Jean Fautrier (1898-1964) l’occupazione nazista della Francia lasciò una traccia indelebile. All’indomani della guerra, dipinse una serie di strane macchie granulose, al limite della pura astrazione, e le battezzò “ostaggi”. Sono forme embrionali e grumose, dai tratti indecifrabili, che Malraux definiva “geroglifici del dolore”. Nessuna immagine poteva dirsi più adeguata allo spirito tragico del tempo. L’ostaggio, insomma, come figura dell’assolutamente contemporaneo. Un ostaggio è letteralmente un nemico-ospite. E’ tenuto nella casa come un ospite, contro la sua volontà, e, se non saranno accolte le richieste dei suoi rapitori, su di esso si eserciterà a suo tempo la ritorsione. Con la sua serie sugli ostaggi, Fautrier non sapeva di dare figura ad un antichissimo mito gnostico (I sec. d.C.), secondo il quale l’uomo, conformemente al detto paolino, è “nel” mondo ma non è “del” mondo. Nel mondo esso è letteralmente “gettato” e vi vive come un ostaggio in balia delle potenze demoniache che reggono questo cosmo decaduto e malvagio. La sua vera patria è però un altrove assoluto. A differenza delle mamme apprensive, la gnosi antica pensava proprio che questa casa nella quale viviamo fosse solo un albergo, ma un albergo stregato dal quale, come in Shining di Stanley Kubrik, non è dato all’albergato di uscire.

Le ragioni di Baldoni

Negli stessi anni in cui Fautrier dipingeva i suoi ostaggi un altro francese, il filosofo Emmanuel Lévinas, scampato all’orrore nazista, provava a dare a questo sentimento un altro significato. C’è, secondo lui, un buon modo di essere ostaggi. E’ quando ci sentiamo chiamati ad una responsabilità che non possiamo declinare, quando il volto dell’Altro – del povero, dell’infermo, del perseguitato – ci convoca prima di ogni nostra decisione ad un’azione di soccorso alla quale non possiamo sottrarci. A differenza di quanto credeva la gnosi, qui è il bene, e non il male, a prenderci in ostaggio. La nostra cattiva coscienza è la ritorsione che, in quanto ostaggi, subiamo quando, nella situazione concreta, manchiamo questo appuntamento con la possibilità del bene. Da quanto si è potuto leggere in merito alle ragioni che portano alcuni coraggiosi nelle zone più devastate dal pianeta a rischiare e, purtroppo, anche a morire, c’è da ritenere che a muoverli non sia una scelta ponderata, ma proprio questo sentimento dell’inevitabile. Agli ostaggi non è data la scelta. Essi “devono”, costretti da una necessità invincibile. Ciò che allora rende una volontà “buona” è forse questa sua resa anticipata ad un bene che, come un disumano rapitore, non accetta di trattare.

Rocco Ronchi

Posted by giuliomozzi at 20.09.04 10:23 | TrackBack
Comments

Ecco, non mi capita spesso.
Però non mi viene da dire niente, dopo che l'ho letto.
Solo che mi ha fatto venire in mente una serie notevole di rimandi ad altre idee.
Credo vada proprio bene così.

Posted by: Roberto Tossani at 20.09.04 13:59

molto interessante e ricco di contenuti. grazie per l'indicazione.arcobaleno1

Posted by: arcobaleno1 at 20.09.04 14:48
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