“No”, ho detto.
Lei stava a una distanza innaturale. Aggrappata alla ringhiera del sottopasso di Riviera Ponti Romani, non sembrava che ci si stesse appoggiando, ma che la ringhiera la trattenesse. Era lì, si appoggiava alla ringhiera per avere un’evidenza: sto qui, come dicesse, perché mi appoggio alla ringhiera.
La distanza era troppo lunga e troppo corta. Più lunga di quella che lei avrebbe voluta, se la ringhiera la avesse lasciata andare. Troppo corta per me, che non avevo niente a cui legarmi: semaforo, fioriera, siepe, tutto era troppo distante o troppo vicino o troppo sbagliato.
La distanza era innaturale, come imbarazzante - nonostante la prevedibilità, nonostante l’ordinarietà - era la situazione.
“No”, ho detto, immaginando quanto dolore procuravo, e decidendo all’istante che non è, proprio non è, almeno questa volta, un dolore del quale sono responsabile.
Mi aveva telefonato alle dieci di sera, a casa. “Sono qui di passaggio”, aveva detto al telefono, “mi farebbe piacere conoscerti. No, non ci siamo mai visti, io ti ho visto qualche volta, a delle conferenze: a Bologna, a Milano… Ho letti i tuoi libri, leggo sempre il tuo diario”. “Dove sei”, avevo detto io, “Davanti alla libreria Feltrinelli”, “E ti fermi quanto”, “Vado via domattina, presto, ho fatto qui uno stage di due giorni”, ride, “non sono mica venuta qui apposta per te, che cosa ti metti in testa?”, “Non mi metto in testa niente”, e dovevo decidere se, appena rientrato, avevo voglia di riuscire.
“Un caffè domattina, non si può?”, ho detto, “Domattina parto alle sei e cinquantaquattro, hai presente?”, “L’eurostar per Milano”, dico, “quello che prendo io”, “Ma vai domani a Milano?”, “No, non domani”, “Insomma, io ti offro un gelato - con ‘sto freddo -, un caffè, una grappa, quello che ti pare, ma tu ci hai voglia di venir fuori da lì dove sei?”, “E’ casa mia”, dico, ci penso un momento, vabbè, lavoro ce n’è sempre, niente d’urgente, “Va bene”, dico, “tu dove sei?”, “Sto in centro, nella piazza in fianco del palazzo grande, quella con la fontana”, “In piazza delle Erbe”, “Sì, ecco, in piazza delle Erbe”, “Va bene, non ti muovere, dammi dieci minuti”.
Così, un’oretta di chiacchiere, una persona brillante, l’accento napoletano e quello bergamasco mescolati insieme, quell’aria di intimità precoce, io-so-tutto-di-te-ma-non-so-se-è-vero, l’allegria. Un’oretta passata insieme, un’oretta e mezza, quattro passi per il centro, “Questo si chiama Palazzo della Ragione detto anche Salone ed è una macchina astrologica, questo è l’orologio di Giovanni Dondi che come l’ebbe finito fu ciecato perché non ne facesse altri, questo è il battistero che dentro c’è il Giusto de’ Menabuoi, questa è la facoltà di lettere di Gio Ponti”.
“Bon. Si è fatto tardi. E tu parti presto”.
“Senti”.
No, non voglio sentire.
“Senti, io”.
La distanza, voglio una distanza.
“La verità è che sono venuta apposta”.
“Dunque mi hai mentito”.
“Ho preso un giorno di ferie, oggi sono stata a girare per la città come una scema, non osavo chiamarti, ho trovato il coraggio alle dieci di sera”.
Io non ho niente, non ho niente da dire. C’è una donna che davanti a me quasi si accartoccia, si appoggia alla ringhiera del sottopasso e si piega, nello stomaco ha il bruciore, nello stomaco ha il vuoto, nello stomaco ha male.
“Dove stai”.
“E?”.
“Dove stai, in quale albergo stai, ti ci accompagno”.
“Ascolta”.
“Ti ci accompagno. Dove stai”.
“All’Igea”.
“Ti ci accompagno”.
“No, ascolta”.
“Non ho niente da dirti che possa farti stare meglio, tu non hai niente da dire che possa cambiare la situazione”.
Slego la bicicletta, faccio come per avviarmi, “Su”, dico.
La sto chiamando come si chiama un cane, penso.
Andiamo. Camminiamo zitti. Il ronzio della bicicletta portata a mano ci aiuta un po’. Sono dieci minuti.
Sulla porta dell’Igea mi butta le braccia al collo, come previsto (è la prevedibilità, la tristezza di tutto questo), e si sfoga a piangere. Io lascio che mi abbracci, lascio che pianga, lascio che mi stringa la testa, lascio che mi baci le guance. Si stringe a me, la sento contro di me sussultare nel pianto.
Così qualche minuto. Poi la allontano. Prendo la bicicletta, vado.
Non basta dire di no. Bisogna fare di no.
Flannery O'Connor.
Taniadu
In quanto Lettore posso permettermi di fare classifiche. Di dare giudizi senza motivarli. In quanto Lettore.
Posso pure permettermi di stracciare un racconto e farlo a pezzettini per buttarlo in un cestino della Stazione Termini, come ho fatto ieri, senza rimorso. Perché sono il Lettore, il vostro tiranno.
Bene. Questo pe dire che "No" è un bellissimo racconto. Bellissimo e basta, non in quanto qualcosa (in quanto tipico-dialoghetto-di-giuliomozzi-sul-suo-blog). Per me il migliore dei suoi.
Ezio
Brividi.
Posted by: Roberto Tossani at 28.09.04 09:56sull'autobiografia di robbie williams è raccontato un episodio simile.
Posted by: fabio viola at 28.09.04 10:24Se è finzione non è un buon racconto, perché è un racconto in gabbia: può vivere solo nelle pagine di questo blog in quanto può essere compreso solo da chi frequenta questo diario. Se invece è vita... beh, è vita. Forse non avresti dovuto scriverne. Chiaramente ogni mia affermazione è opinabile.
Posted by: mauro at 28.09.04 10:25MA SEI UN MOSTROOOOOOOO!!!!!
:)
cheers.
Lu
Penso che tu abbia scritta la verità. Ovvero quello che racconti, ti è letteralmente successo.
e allora mi chiedo perché scriverlo? perché renderlo pubblico?
è un periodo che mi chiedo se esistano delle cose nefande (non-dicibili) in un blog. Se esista un limite del nostro dire.
Non so perché, ma credo che questo sia una sorta di post limite. Di qua la vita reale, di là quella scritta.
ciao
d.
Già, la prevedibilità rovina sempre tutto.
Posted by: Raspberry at 28.09.04 11:13è crudele
la ragazza della ringhiera legge il tuo diario
se quello che racconti è vero, allora sei crudele
qual'è il limite, dove fermarsi nel raccontare il vero, il verosimile almeno. non è certo come rapire e decapitare, ma fa male comunque, e tu ne hai responsabilità
No, Mauro e Demetrio, non sono d'accordo (con Mauro neppure sul merito: l'ho detto, per me è un bellissimo racconto in sé - e se mi è venuto di commentarlo subito - io che commento raramente - è perché mi ha emozionato).
Io non conosco qual è, se c'è, il confine fra il vero e il non-vero in questo racconto. Né in tutti gli altri. E non posso, né voglio, sindacarlo.
Mi posso solo fidare del Testo.
Io non mi pongo mai, nei confronti dei dialoghi di Giulio, il problema della verità. Che viene chiaramente prima del testo.
Il fatto che il mezzo attraverso il quale noi leggiamo giuliomozzi sia il PC, e in particolare il blog, non è neutro. Ha una sua valenza anche estetica. Ha a che vedere con la fruizione del testo. Ha un peso specifico fra le condizioni esterne al testo (il cosiddetto peritesto), che concorrono a modellare il giudizio. Ma non sul campo della verità (o della morale). Cioè: il fatto che sia pubblicato in un diario in pubblico non certifica sul suo essere vero più di quanto non lo possa fare se il racconto fosse stato fruito attraverso la tradizionale carta.
Ci saremmo posti il problema del confine, in quel caso? Cosa fa la differenza? La distanza dall'evento al racconto? La verità decantata nel limbo del tempo perde autorevolezza e diventa verosimiglianza?
Il blog è l'instant-book delle emozioni quotidiane. Con tutte le cautele e i rischi di un trapezista.
Ezio
Secondo me, se esistesse davvero la ragazza, credo che in cuor suo si sentirebbe lusingata di essere stata "raccontata". Da un certo punto di vista il suo sforzo di ESISTERE per mister Giulio Mozzi non sarebbe risultato vano.
Una domanda per l'Autore : non ti infastidiscono i commenti che leggi?
Voglio dire : sempre le stesse considerazioni : sarà storia vera o meno?
Oppure : grande Giulio, questo è il tuo migliore. O : a quando il prossimo libro?
Sarò più esplicito. Ti auguri che un tuo lettore partorisca questo genere di considerazioni per adularti?
Sono domande retoriche, per me, ovviamente. Non mi nascondo.
Federico
Posted by: Federico at 28.09.04 11:43No, il mezzo cambia la valenza del testo: il blog è dichiaratamente un "diario". Certo, l'autore può fingere che sia vero, ma la mia reazione (vera) da lettore di un testo finto che prendo per vero è quella che ho avuto. Questo blog, poi, è ancora differente: mozzi gioca sul tema della finzione e i suoi lettori lo sanno. Il dubbio rimane e questo lo rende accativante. mozzi è reality fiction, alla faccia del grande fratello. Voglio essere chiaro per Federico, non sto adulando mozzi, non mi piace leggere i suoi libri, ma mi incuriosisce lui come persona.
Posted by: diego at 28.09.04 12:03Io sono d'accordo con Ezio. Non importa la verità, e poi come si fa a credere ancora che sia possibile stabilire una verità? Conta quello che ho letto, e quello che ho letto è bellissimo.
Posted by: Bandini at 28.09.04 12:36anche aldo busi aveva scritto un racconto molto simile su "sentire le donne": l' ammiratrice che incontra il suo scrittore preferito ma lui non può accontentarla per svariati motivi.bel racconto.
Posted by: catalinradio.splinder.com at 28.09.04 12:50Caro Federico, l'adulazione mi dà fastidio. La complicità mi diverte. La pacca sulla spalla mi fa piacere. La bacchettata al momento giusto mi fa bene. L'insulto mi fa schifo. L'allusione mi innervosisce. Tutto qui, più o meno.
Posted by: giuliomozzi at 28.09.04 12:56giulio: e il sarcasmo? e l'ironia?
Posted by: fabio viola at 28.09.04 13:05Chissenefrega se è successo o no. Mi è piaciuto. Perfido. Mi ha ricordato, Thomas Bernhard, quando in una sua intervista, racconta che alla sua casa di Ohlsdorf, spesso, capitavano delle persone, lettori, che volevano suicidarsi insieme a lui. E lui le scacciava, dicendo No.
Saluti
Andrea
interpreto, almeno ci provo. la ragazza non esiste ma potrebbe esistere o forse è esistita: magari è due persone in una. oppure è un pericolo. io ti chiedo un incontro, voglio avvicinarmi a te, ma non solo a te anche a ciò che rappresenti.
e poi: certo, la bontà del racconto non può prescindere dal soggetto io narrante. l'avessi scritto io non sarebbe la stessa cosa. in questo diario mi pare con collocato. anche chiaro.
ma dopo aver scritto ho la sensazione di scrivere cose già dette, pensate da altri, prima, qui.
secondo me è un corollario del sondaggio "più legge più è se*xy".
Potrebbe essere anche un exemplum, un avvertimento agli altri o un memorandum per se stesso.
Comunque è brutto sentirsi dire di no.
A me è piaciuto, ma non tantissimo. Poco importa.
Posted by: Gabriele at 28.09.04 14:01Caro Fabio Viola: si può con ironia manifestare complicità, dare pacche sulle spalle, bacchettare al momento giusto. Il sarcasmo mi pare prossimo all'insulto (il www.demauroparavia.it lo definisce così: "ironia amara e pungente rivolta contro qcn., dettata da animosità e insoddisfazione e tesa a ferire l’oggetto di tale sdegno").
Posted by: giuliomozzi at 28.09.04 14:12io non volevo dire che se il racconto è di fantasia allora è bellissimo, mentre se narra un fatto realmente accaduto è brutto.
mi sembra che giulio ponesse un'altra questione ovvero se in uno strumento narrativo come un blog ci possa stare tutto, tutto ciò che può essere scritto. Senza distinzioni o mediazioni.
(insomma, la ragazza in questione può anche sentirsi onorata dell'essere diventata il personaggio di "No", ma forse potrebbe anche sentirsi ferita, defraudata di un suo ricordo, che voleva tenere come intimo e personale, che non voleva condividere con altri. Chiarisco ancora, io non credo che giulio abbia fatto male a scrivere questo racconto, che tra l'altro mi piace molto, ma credo che questo racconto ci debba spingere a riflettere su ciò che i nostri blog stanno diventando. Su quale tipo di scrittura, quale tipo di temi, quali grammatiche e sintassi adoperano; e per fare questo, per venire a capo di questo, è necessario porre dei confini.)
Posted by: demetrio at 28.09.04 14:32la mia definizione di sarcasmo era meno vittimistica, ma evidentemente sbagliavo, limitandomi a: "ironia amara e pungente".
Posted by: fabio viola at 28.09.04 14:32Caro Diego: "diario" è un genere letterario.
Posted by: giuliomozzi at 28.09.04 15:11Ragionando : questa tipa vuole incontrare Giulio Mozzi e non immagina che lui possa parlarne poi nel suo blog?
Altro discorso sarebbe se lei avesse specificamente chiesto di non essere "raccontata". Ma non ci sarebbe nulla di male comunque. Tutto quello che viene scritto in una certa forma è reale e fantastico, allo stesso tempo.
Federico
Posted by: Federico at 28.09.04 15:25Quello che scrive Giulio ha sempre l'effetto di suscitare curiosità sulla "realtà" di quanto viene raccontato.
Chi frequenta il blog prende inevitabilmente a cuore le sorti della ragazza di questo testo, degli agenti della polstrada che popolano alcune delle notti narrate, degli strani viaggiatori su rotaia che accompagnano altre descrizioni.
Un poco, questo effetto è divertente.
Un poco mi spiace, però, che questa eterna discussione non consenta di dialogare sulla riuscita della scrittura, ovvero se essa funzioni o meno.
Se il diario è un genere letterario (e lo è), è su questo che dovrebbe vertere lo scambio di opinioni. Non sulla sincerità (realtà) della scrittura, ma sul suo realismo.
Altrimenti sembra di commentare novella 2000, e non credo sia questo l'effetto propriamente voluto da Giulio. O no?
gm
P.S. Questo pezzo, per me, funziona benissimo.
Posted by: giuseppe mauro at 28.09.04 15:48Allora: un racconto è un racconto, e per il fatto stesso di avere la forma di racconto, è già una "finzionalizzazione (orpo!) dell'esperienza". Non fa differenza che io racconti qualcosa che "letteralmente mi è successo" (l'espressione è di Demetrio), o qualcosa di completamente inventato o qualcosa che in parte attinge all'esperienza di vita e in parte è inventato. (Di tutto ciò che invento, peraltro, si può ben sostenere che lo tiro fuori in un modo o nell'altro dall'esperienza di vita). Se la domanda quindi è: "Questa narrazione, narra cose vere?", la risposta non può che essere: "Se è una narrazione, non narra cose vere".
Posted by: giuliomozzi at 28.09.04 15:51L' "effetto propriamente voluto da me", caro Giuseppe Mauro (ma è anche una risposta alle domande di Federico, mi pare), è questo: se io racconto una storia, che altri ne raccontino un'altra.
Posted by: giuliomozzi at 28.09.04 15:56Sì, esatto. D'accordo. Credo (wow! credo in qualcosa!) che volessi andare a parare proprio lì. :)
Posted by: Federico at 28.09.04 16:04E che adesso tutti si cimentino nell'impresa di scrivere il seguito del racconto!
:-)
gm
Posted by: giuseppe mauro at 28.09.04 16:14Arrivo in camera e mi butto sul letto.
Continuo a piangere.
Mi sento così stupida.
E lui?
Lui alla fine è uno stronzo?
Dio com'era distante, anche quando l'ho abbracciato.
Non c'era, se n'era già andato con la sua bicicletta del cazzo, era già via ancora prima di accompagnarmi qui.
Ma sono io stupida: stupida come sempre.
Che costruisco tutto un mondo e poi lo racconta sempre qualcun altro, senza che io ci sia mai dentro.
Che mi aspetto un mondo come l'ho costruito io e mi ritrovo da qualche altra parte, e so che è il mondo sbagliato, e so che l'ho sbagliato io.
Mi tiro su dal letto, vado in bagno.
Mi guardo allo specchio.
Mi vedo dentro al suo no.
Mi ci potessi perdere, alla fine, dentro al suo no: come se alla fine di questa notte io non esistessi più in nessun mondo.
Non dovessi prendere un treno verso Milano.
Non dovessi continuare a vivere.
Fossi solo il personaggio di un racconto che finisce qui.
Mi è piaciuto molto (bellissima l’immagine della ringhiera). Però alla fine mi è rimasto un senso di inappagamento, indotto dal fatto che l’autore/personaggio non ha giustificato, né alla donna (e questo mi interessa poco) né al lettore (e questo mi interessa di più) le ragioni di quel “no”. Certo, la mancata motivazione del diniego muove ciascun lettore a formulare le sue ipotesi: forse l’autore mirava proprio a questo. O forse non lo desiderava affatto, non ci ha proprio pensato, e la motivazione del “no” è stata omessa semplicemente perché ritenuta irrilevante ai fini narrativi. O forse ancora quel “no” una giustificazione non l’aveva proprio, oppure era talmente labile o scontata o inspiegabile da non meritare o richiedere di essere sondata. A me, per come è maturato nei pensieri del personaggio/autore, è sembrato un “no” di coscienza, una specie di vorrei ma non posso, un rifiuto “virtuoso” insomma. Ma sarà davvero così?
Posted by: ivan at 28.09.04 17:19Quando ho letto il commento di Lu ho pensato per un attimo che ce l’avesse con me. “In effetti”, ho pensato, “mi sembrava logico che mi chiami mostro, se ho pubblicamente giudicato non buono un racconto che, palesemente mi ha turbato”. Perché, allora, dire che forse Mozzi non avrebbe dovuto scriverne? Mi rendo conto che Ezio giudica bene questo testo per gli stessi motivi per il quali io non lo apprezzo. Scrive Ezio. “Il fatto che il mezzo attraverso il quale noi leggiamo giuliomozzi sia il PC, e in particolare il blog, non è neutro. Ha una sua valenza anche estetica. Ha a che vedere con la fruizione del testo. Ha un peso specifico fra le condizioni esterne al testo (il cosiddetto peritesto), che concorrono a modellare il giudizio.” A mio giudizio il racconto è coinvolgente, realistico (incredibilmente, tanto da lasciar supporre che corrisponda a un fatto realmente accaduto). In una parola: bello. Prende allo stomaco, provoca reazioni istintive. Piacere, immedesimazione, rabbia, indignazione, tutta la gamma di sensazioni che questo racconto provoca o potenzialmente può provocare, non potrebbero mai venir fuori se non ci fosse una giusta causa efficace, che nella fattispecie credo possa essere identificata con l’impareggiabile abilità evocativa di Mozzi (non è adulazione, lo penso veramente). Per questo ho trovato possibile – anche giusto - che Lu potesse definirmi un mostro, anche se ritengo molto più probabile – almeno lo spero - si riferisse all’abilità dell’autore. Allora perché “non buono”? Perché è mia personalissima opinione che manchi della forza per vivere fuori dal blog. Avrebbe senso, chessò, su una rivista, se non fosse prima preceduto da una premessa esplicativa dei fatti al contorno, del perché lui ispiri deferenza, ammirazione, amore? E che senso avrebbe, fuori da un blog, dire “leggo il tuo diario”? Tutti, su questo blog, discutiamo e leggiamo basandoci su un metalinguaggio comune che non è solo quello dei blog, ma di questo blog. Possiamo permetterci – e nemmeno sempre - di esprimerci a mezze parole per il semplice fatto che c’è buona probabilità di comprenderci ugualmente. Ma se si adotta la stessa logica di comunicazione in un racconto lo si condanna a vivere qui, solo in un blog, nella migliore delle ipotesi nel mondo dei blog, senza possibilità di venirne mai fuori. Ingabbiato, come ho già scritto. Bello ed efficace, a patto di conoscerne le logiche e i contesti.
Ora, so bene che la diffusibilità e la comprensibilità di ogni testo è limitata nel tempo e nello spazio. Il testo universale, buono per ogni latitudine e cultura, non esiste. Nemmeno i grandi testi sacri riescono in ciò. Ma vi aspirano. Mozzi non produce testi sacri; immagino non ne abbia velleità e nemmeno aspirazione. Ma credo non aspiri nemmeno ad produrre testi destinati a vivere in cattività.
C’è poi il caso che si tratti della descrizione di un fatto reale. Ho provato una sorta di vergogna nel leggere, mi sono sentito imbarazzato. E’ comprensibile, credo. Non condivido chi scrive che la protagonista si sente probabilmente lusingata nel ritrovarsi nel post del suo “idolo” (con abbondanti virgolette). Penso che se esiste, se è reale, potrebbe essere distrutta e annullata dal fatto di essere ridotta a mero materiale narrativo. La scrittura deve avere dei limiti. La parola scritta deve tendere al trascendente, all’infinito, all’eterno, alla redenzione, all’ultraumano, all’ultrapsichico, a tutto ciò cui ognuno ritiene debba tendere, ma non deve rischiare di essere inumana. Ecco, almeno io la penso così.
P.S. (alla lettera, perché ho scritto queste righe off line e riletto gli altri commenti prima di inserirle) – In merito all’affermazione "Se è una narrazione, non narra cose vere”, per quello che può valere, non concordo. Se è una narrazione, narra qualcosa. Che sia vero o falso è tutta un’altra cosa e in ogni caso la discriminante non sta nella definizione di narrazione (mi viene in mente la narrazione della tragedia del Vajont di Paolini. Chiamarla narrazione rende l'evento non accaduto?)
giulio, ma allora anche il blog (o il web) è un genere letterario, nonostante la sua capacità di essere fuori dagli schemi editoriali?
Posted by: diego at 28.09.04 19:14guagliuni belli, nunvelanno spiegato a casa vostra di farv i fatt vuostr senza sindacà ognne 'pparol? s muozz ha scritt quill, quill c'amma tné, e che me n'import a mé s è suciss veramente? e che ve n'importa a vuje? boh. cià cià giulio, sempre grande sei!
Posted by: trrùn at 28.09.04 20:14Caro Diego: no, il blog è un supporto dotato di certe caratteristiche. Dire: "blog" è come dire libro; come ci sono diverse specie di libri, ci sono diverse specie di blog. Il blog è un supporto particolarmente adatto a supportare il genere letterario "diario pubblico" (e non solo questo genere letterario, naturalmente).
Caro Mauro: una narrazione narra "qualcosa", d'accordo. Ma una narrazione può essere "vera" (nel senso di: "adeguata alla cosa") o "sbagliata" (nel senso di: "involontariamente inadeguata alla cosa") o "menzognera" (nel senso di: "volontariamente inadeguata alla cosa) o "inventata-verosimile" (nel senso di: "adeguata a una cosa che non esiste, ma potrebbe esistere"), o "inventata-inverosimile" (nel senso di: "adeguata a una cosa che non esiste e non può esistere"), o "inventata-convenzionale" (nel senso di: "adeguata a una cosa che non esiste e non può esistere, ma della quale esistono già altre narrazioni, rispetto alle quali la narrazione è adeguata"), eccetera. Ciò che fa essere narrazione una narrazione, non è certo l'esistenza della "cosa".
Patetico (e non ho detto "patetica"). E ingiusto.
Posted by: FF at 28.09.04 23:09Caro Giulio, siccome è tardi, vorrei leggere due pagine prima di addormentarmi, e lo schermo mi attira sempre meno, stampo la tua risposta, e anche quello a cui fa riferimento. Sarò anche stanco, però - mi pare - non stiamo camminando su strade parallele? Dire "Ciò che fa essere narrazione una narrazione, non è certo l'esistenza della "cosa"" non è logicamente corrispondente a "Se è una narrazione, narra qualcosa. Che sia vero o falso è tutta un’altra cosa e in ogni caso la discriminante non sta nella definizione di narrazione"? O no? Comunque rileggerò. A domani.
Posted by: mauro at 29.09.04 00:05Secondo me se la signorina somigliava, chessò, a Nicole Kidman, il pezzo si sarebbe intitolato "Sì!"
Posted by: Raspberry at 29.09.04 01:58Esatto! :)
Era il concetto che volevo esprimere io, ma non osavo. Il "no", spacciato per virtuoso, aveva forse ragioni molto più contingenti e prosaiche.
"C’è una donna che davanti a me quasi si accartoccia, si appoggia alla ringhiera del sottopasso e si piega, nello stomaco ha il bruciore, nello stomaco ha il vuoto, nello stomaco ha male." questa frase aveva bisogno di finire con "si piega". tu non potevi vedere dentro di lei. il suo stomaco. tu sei fuori, irrimediabilmente fuori. se tu avessi potuto pensare davvero al suo stomaco bruciante, al suo male le avresti detto sì. credo sia l'unica cosa "sbagliata" di questo pezzo. ciao
Posted by: paola at 29.09.04 12:21Mi chiedo come sarebbe finita la storia se LEI fosse stata Natasha Stefanenko, o Afef...:))
Posted by: Romick at 29.09.04 15:02Ringrazio Raspberry e Romick per la fiducia accordatami.
Posted by: giuliomozzi at 30.09.04 06:23Ne avevo sentito parlare di questa vicenda e allora sono venuta a scrufolare.
Per me é andata così: Giulio Mozzi una sera si trovò a telefonare e..etc. etc. etc.... e saltò al collo della fanciulla che si divincolò dignitosamente allontanandosi con un sorriso... Its possibol ?
Mi spiace, Giovanna, ma non è andata così.
Posted by: giuliomozzi at 04.10.04 20:51Uffff.. peccato.
Ciao Giulio, mi piaci lo stesso.
Guarda che sono diventata quasi una tua affezionata "blogg(h)ista" (con qualche cucatina a Francesca Mazzucato che ho scoperto a Pn).
Asta la vista.
ciao giulio
il blog non è un supporto, semmai il web è un supporto, l'insieme del sitema computer+rete internet che ti permette di accedere a spazi virtuali gestiti da un sistema: è un po' più complesso di "libro", ma la funzione è la stessa: permettere l'accesso a contenuti. Il blog, contrazione di web log, è una tipologia di sito internet con le caratteristiche del diario: il diario di bordo (per rimanere nella metafora marinara). Naturalmente esistono molte tipologie di sito, quante ne potrebbe concepire la fantasia umana.
La mia domanda era diversa: secondo te può il blog, inteso come diario privato ipertestuale, aperto a commenti pubblici, dinamico e multimediale, essere considerato un genere letterario?
diego
Posted by: diego at 06.10.04 20:35Caro Diego, scusa se perdo un po' di tempo ancora sulle parole.
(1)Direi che potremmo far corrispondere "il web, l'insieme del sitema computer+rete internet che ti permette di accedere a spazi virtuali gestiti da un sistema" all'industria editoriale; la singola pubblicazione nel web al singolo libro; la specifica tecnologia impiegata nella pubblicazione nel web (ad esempio, il blog) alle specifiche caratteristiche fisiche del libro (carta, colori, legatura, illustrazioni ecc.).
Quindi dico: sicuramente il "diario privato ipertestuale, aperto a commenti pubblici, dinamico e multimediale" è un genere letterario (addirittura divisibile in sottogeneri). Questo tipo di diario ha trovato nella tecnologia blog il suo supporto ideale. Naturalmente il blog, inteso come "supporto", può "supportare" tante altre cose: riviste letterarie, arene politiche, serie di fotografie eccetera.
In conclusione: benché sia stata la disponibilità della tecnologia blog a consentire la nascita di tutte queste migliaia di diari pubblici/privati, tale tecnologia rimane (mi pare) un'altra cosa rispetto alle produzioni (e ai vari generi letterari) che può "supportare".
(2) Mi piacerebbe andare a caccia anche dei microgeneri letterari: i generi letterari del post. Ad esempio nel mio diario io uno non più di una dozzina, credo, di diversi microgeneri. Molti diari, più semplici, ne usano in tutto due o tre (vedi quelli dei ragazzini). Nei blog collettivi ovviamente ogni autore cerca di distinguersi dagli altri anche adottando generi letterari di post diversi, eccetera.
Bisognerebbe trovare un dottorando con la passione dei blog; e che sia anche un po' filologo.