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27.07.04

Uomini in fuga

Questa è una recensione che scrissi nel 1999, in occasione della ripubblicazione del libro Uomini in fuga di Carlo Coccioli (di lui ho scritto ieri), per il settimanale Avvenimenti.

Nella mia personale lista di libri che vorrei vedere ristampati (ogni «lettore forte» ne ha una), quelli di Carlo Coccioli stanno ai primi posti. Perciò sono felicissimo che l’editore Guerini & Associati abbia deciso di ristampare Uomini in fuga. La grande avventura degli Alcolisti Anonimi (pp. 293, L. 26.000). Innanzitutto perché è un libro molto bello e avvincente. Poi perché è un libro che parla di cose alle quali non ci fa piacere pensare. Infine perché per scrivere Uomini in fuga Coccioli si è inventato una forma strana, metà racconto e metà inchiesta, metà confessione e metà esortazione, che mi pare non abbia uguali (in tempi moderni).
Un po’ di cronistoria. Coccioli è nato a Livorno, abita dal 1953 in Messico ed è scrittore trilingue (all’italiano e allo spagnolo aggiunge il francese). Uomini in fuga esce in Messico e in Francia nel 1972, in Italia nel 1973 (da Rizzoli). In Messico, dal ‘72 a oggi [1999], tredici ristampe. In Francia il libro è ancora in commercio. In Italia, esaurita l’edizione Rizzoli, una ristampa del 1989 (Jaca Book) sembra essere finita quasi tutta nelle librerie a metà prezzo. Benedetta questa riedizione.
Uomini in fuga è importante perché racconta minuziosamente il mondo degli Alcolisti Anonimi. Gli Alcolisti Anonimi sono gruppi di alcolisti che si incontrano periodicamente (una volta la settimana, due, tre… secondo le possibilità) per impegnarsi reciprocamente a non bere fino al successivo incontro. Un alcolista anonimo non si impegna a «non bere mai più»: non si assume impegni che non è in grado di assumere. E questa è una delle due chiavi del successo di A. A.
In Italia gli Alcolisti Anonimi sono nati a Roma e a Firenze. A Roma, da un gruppo di alcolisti anonimi legato alla comunità americana; a Firenze, da un appello lanciato proprio da Coccioli. Coccioli non è, e non è mai stato, alcolista: la persona da lui amata è stata preda dell’alcol per diciassette anni. Uomini in fuga è un intreccio vorticoso di storie spesso al limite dell’umano; è il resoconto della disperazione di chi ama una persona buona e innocente che a volte, di colpo, si trasforma in una furia; è un libro di sfrontata propaganda a una spiritualità elementare che, prodigiosamente, funziona.
Già: perché la seconda chiave del successo di A. A. è proprio la spiritualità. E Coccioli, scrittore impudico da far paura, la racconta, la espone, la amplifica, la echeggia… Non ho mai incrociato in vita mia, né in carne e ossa né nella pagina scritta, una persona che parli di dio, o dell’essere superiore, così come ne parla Coccioli. E la spiritualità degli A. A. sembra fatta apposta per essere assunta e ribadita da lui. «Noi abbiamo ammesso la nostra impotenza di fronte all’alcol e che le nostre vite erano divenute incontrollabili. Noi siamo giunti a credere che una Potenza più grande di noi poteva riportarci alla ragione. Noi abbiamo deciso di sottomettere la nostra volontà e di affidare le nostre vite alla cura di Dio, quale noi potemmo concepirLo». Così suonano, nella traduzione di Coccioli (dall’originale americano) i primi tre dei «Dodici Passi» degli A. A. Un miracolo di umiltà.
Uomini in fuga è un libro che ci costringe a chiederci che cosa pensiamo di dio, come lo concepiamo e come concepiamo la nostra relazione con lui. E lo fa partendo, in maniera del tutto non occidentale, da un fatto elementare: c’è gente che decidendo di affidarsi a dio si è salvata (oggettivamente) la pelle, e ha migliorata la propria anima. Di fronte a questo, non si può non prendere posizione (io, che con l’alcol ho avuto e ho i miei problemi, non ho ancora osato).

Su Carlo Coccioli:
Biografia sommaria, bibliografia.
Altra biografia sommaria con bibliografia (e foto).
“Itinerari tra fede e identità”, di Andrea Maranini (rivista Babilonia).
Carlo Coccioli su Piervittorio Tondelli (nel sito tondelliano di Antonio Spadaro).
“C. C.: un forastero en Kaliyuga”, di José Luis Ontiveros.
Carta del cielo e posizione planetaria di C. C..
“La rechute”, da Hommes en fuite di C. C. (dal sito degli Alcolisti Anonimi francesi).
“Rapato a zero”, trascritto da Giorgio Vasta in Nazione indiana.

I libri di Carlo Coccioli che possiedo (e che sono disposto a prestare). Qui ne trovate l’elenco; eventualmente scrivetemi.

Posted by giuliomozzi at 27.07.04 14:48 | TrackBack
Comments

se dio non esiste e se non esiste nemmeno l'anima ci sono persone che si sono salvate la pelle affidandosi al nulla. ci sono casi in cui il nulla è migliore della sostanza. il concetto del tutto pieno e del tutto vuoto possono coincidere. dio e nulla possono coincidere. se il risultato di un'azione è buono allora quell'azione è un bene. nessuna specie di amore è migliore delle altre (tanto per citare). io non so su cosa si fondi l'amore. se si fondi sul tutto pieno o sul tutto vuoto. mi sono abituato a credere in ciò che funziona. fosse anche nulla.

Posted by: francesco at 27.07.04 17:47

Si scrive Kali Yuga oppure Kaliyuga (trattasi di refuso ma tengo a precisarlo anche perché è il titolo della prossima cosa che scriverò). baci.

Posted by: francesco at 27.07.04 18:16

Grazie Francesco, ho corretto il refuso.
Quanto al resto: e se dio esiste?

Posted by: giuliomozzi at 27.07.04 18:29

se dio esiste uguale… tranne per il fatto che allora una sostanza è migliore di altre, ma, nella sostanza, fregandosene cioè della dicotomia tutto/nulla, direi che valgono le stesse parole

Posted by: francesco at 27.07.04 18:38

Ma se un ragionamento rimane uguale pur cambiando la premessa iniziale, non si può magari ipotizzare che il ragionamento sia indipendente dalla premessa? (O addirittura: che la premessa sia messa lì, pre-, per far finta che vi sia un ragionamento, quando invece vi è qualcos'altro?).

Posted by: giuliomozzi at 27.07.04 19:26

temevo l'analisi logica, ma temo che dio non si risolva con la logica, tantomeno con l'analisi… si tratta di percepire o meno la sua esistenza, e, in questa percezione diretta e assolutamente personale può stare la salvezza… altro non so, credo che tu abbia capito, ma che ti piaccia parlarne

Posted by: francesco at 27.07.04 19:35

non sto facendo finta e mi piacerebbe sapere cosa intendi esattamente o vagamente per "vi è qualcos'altro". giusto per capire meglio la tua analisi indipendentemente da dio

Posted by: francesco at 27.07.04 19:48

francesco, mi piace quel che s'e' fin qui detto: propensione agnostica?
Dio, c'e' o non c'e'? io credo che se ci si pensa senza, la solitudine, intesa come punto da cui iniziare a chiedersi davvero il senso dell'esistere, modifichi il suo peso specfico.
che il dubbio sia con te.
io lo porto sempre in zaino

Posted by: cristiano prakash at 28.07.04 17:44

Caro Francesco, non credo si tratti di logica, ma solo di usare la ragione.
Se tutte le mattine trovi un mazzolino di violette sulla tua scrivania, e tu non le hai messe, bè..., è ragionevole pensare che ce le ha messe qualcuno. Tutto dipende dal volere (o non volere) conoscere la verità.
Pensaci Giacomino........

Tdu

Posted by: Tania at 28.07.04 23:50

Caro Francesco, non ho espressa nessuna opinione su dio, ho espressa un'opinione su ciò che hai scritto. Provo a riformulare:
- se un testo è costruito *come se* da x derivasse y,
- e se sostituendo x con contrario-di-x ne deriva sempre y,
- mi permetto di sospettare che in realtà non vi sia alcuna relazione tra x (e contrario-di-x) e y,
- e che quel testo sia costruito *come se* ci fosse una relazione tra x (e contrario-di-x) e y.
A questo punto mi domando: perché l'autore del testo lo ha composto in maniera che esso *sembrasse* evidenziare una relazione tra x (e contrario-di-x) e y?
Tutto qui. Nessuna pretesa di "risolvere il problema dio" (come scriveva il famoso Bernazza) con la logica. Mi sembra invece che sia legittimo, con la logica, tentare di capire che cosa un testo dice.
Ovviamente, come diceva Renzo, "posso aver fallato".

Posted by: giuliomozzi at 29.07.04 00:34

Caro Giulio, lo so che non hai espresso nessuna opinione su dio. Vedo anche che insisti con l'analisi del testo. Tanto per citare è come se io avessi indicato la luna e tu continuassi a guardare il dito chiedendomi spiegazioni su quello. Io rinuncio a spiegare di più. Il dito non mi interessa. Vedo che a te interessa e quindi non credo che sostanzialmente ci interessi parlare della stessa cosa. Tanto per insistere nel non-sense di dio trascrivo qui di seguito una frase dal Sutra del Diamante:"Subhuti, il Tathagata afferma che queste particelle di polvere non sono particelle di polvere. Proprio per questo sono davvero particelle di polvere." Può essere intesa come una frase idiota o come una frase che fa riflettere. A me fa riflettere. Se guardi dalle parti di cui parlo magari vedi qualcosa, magari no, probabilmente non ti interessa, probabilmente ritieni che io sostanzialmente non abbia detto nulla poiché sostengo che x è uguale a y… l'idea del tutto vuoto che coincide col tutto pieno non è una mia idea, nemmeno quella del tutto che coincide col nulla è una mia idea, posso solo consigliare a te e a chi ne abbia voglia la lettura de "Il diamante che recide l'illusione" di Thich Nhat Hanh Ubaldini editore Roma. Se Tania e Cristiano hanno scritto quello che hanno scritto significa che nemmeno a loro il mio discorso è chiaro. Questo dimostra che molto probabilmente non mi sono spiegato abbastanza bene. Per spiegarmi meglio sarei costretto a parafrasare un sacco di cose che ho letto in un sacco di libri che parlano di zen o di buddhismo. Preferisco non farlo. Forse avrei fatto meglio a non inviare nessun commento. Pensavo di avere scritto molto chiaramente una cosa facile da capire. Nulla di agnostico e niente mazzolini di violette. Ora. Ho indicato un libro interessante. Altro non so…

Posted by: francesco at 29.07.04 09:27

Ho appena trovato un commento di Cristiano nel mio blog. Credo che lui abbia capito quello che volevo dire e la cosa mi fa felice (quando proprio nessuno capisce quello che dico mi vengono un sacco di dubbi).

Posted by: francesco at 29.07.04 10:22
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