Questo è, o dovrebbe essere, un racconto per bambini. Elisabetta Canevarolo aveva inventata la storia, e me la raccontò. Io l’ho scritta. Il tutto risale al 1993. Per il resto, in questi giorni sono in Pordenonelegge.
Carillon, clown
Alessandra ha nove anni. Ha i capelli neri lucenti, lunghi, legati a coda con un elastico o con un fiocchetto. Ha gli occhi neri neri, così grandi che a chi la guarda sembrano grandi come tutto il viso. Abita in una casa con un piccolo giardino, e durante l’estate sta per quasi tutto il tempo nel giardino a giocare. Nel giardino Alessandra gioca con la palla e con la corda, ammira la luce del sole che attraversa gli alberi facendo brillare i bordi delle foglie, spia il lavoro del ragno crociato che fa la tela, osserva immobile la lucertola immobile sopra il sasso in battuta di sole, che muove soltanto la testa, appena appena, a piccoli scatti, come per sorvegliare la zona, in cerca di una preda o per timore di un pericolo. Alessandra si dimentica di respirare, sbatte gli occhi per la luce, la lucertola non c’è più. Quando è stanca corre nella sua stanza, si butta sopra il letto a riposare. Il letto è così alto che per salirci sopra deve fare un salto.
Dentro la stanza Alessandra ha un grande armadio, e dentro l’armadio ha due segreti. Il primo segreto è un carillon, una scatolina rosa sopra la quale sta una piccola ballerina vestita di velo bianco, in equilibrio sulla punta di un piede, l’altra gambetta protesa all’indietro, il braccio sinistro in alto, il braccio destro davanti al petto. Il carillon ha una chiave dorata per la carica; Alessandra la porta sempre al collo, legata a un nastro verde. Alessandra tutte le notti fa un sogno: il carillon, chiuso dentro l’armadio, ascolta i sogni e li ricorda. Quando vuole far rivivere un sogno, Alessandra carica il carillon. Le campanelle sono magiche, ipnotiche, e Alessandra seduta sopra il letto, il carillon appoggiato difronte a sé, ascolta la melodia semplice con gli occhi aperti ma senza guardare niente, come non esistessero la stanza, il letto grande, l’armadio con l’anta rimasta aperta e l’interno buio, la finestra con la tenda color panna. Il carillon conserva tutti i sogni belli e Alessandra è sicura che non le farà mai male. Alessandra mentre corre, mentre gioca, mentre va a scuola, mentre mangia, perfino mentre dorme, quasi senza accorgersene ogni qualche minuto si tocca il petto per sentire, sotto i vestiti, il piccolo freddo della chiave segreta.
Il sogno più strano che fa Alessandra è il sogno della mano. La mano del sogno non ha nessun corpo attaccato dietro, sembra nascere dal bianco delle lenzuola o dal nero della stanza buia. La mano viene da non si sa dove e accarezza Alessandra: può essere enorme, e stringendo le dita la abbraccia tutta; può essere piccolissima e allora le fa una carezza leggera. La mano scivola sulla schiena di Alessandra, gioca con i capelli sciolti, fa il solletico sulla nuca o negli incavi delle ginocchia. Il sogno della mano può essere buono o cattivo, Alessandra non sa capire la differenza quando il sogno viene. A volte le sembra di essere coccolata amorevolmente; a volte invece il contatto della mano le sembra una cosa schifosa, le sembra che dove la mano la tocca rimanga un segno, una bava come quella delle lumache, un odore cattivo.
Il secondo segreto di Alessandra è il suo clown. Il clown è appeso a un trapezio e il trapezio è appeso all’asta nell’ armadio, tra le grucce dei vestiti. A volte Alessandra spalanca le due ante dell’armadio, si accoccola sul ripiano sopra i cassetti, spinge i vestiti tutti da una parte e comincia a dare la spinta al clown, che gira e gira attorno all’asta del trapezio senza stancarsi mai. Alessandra vorrebbe sapere se il clown sa girare sul trapezio anche da solo, senza spinta, ma pensa che forse lo possa fare soltanto quando quando l’armadio è chiuso e nessuno lo può vedere.
Un giorno d’estate Alessandra, sdraiata a pancia in giù sopra il letto, carica il carillon. Lo scampanellio del carillon si mescola con lo stridore delle cicale fuori della finestra aperta. Quando sente che il letto ha una scossa leggera e poi ondeggia lentamente, Alessandra capisce che è cominciato il sogno. Dalla finestra non entra più la solita luce gialla e calda: c’è una luce azzurra e verde, mobile, che disegna segni strani, serpeggianti, come onde, sul soffitto della stanza. Alessandra riconosce l’odore del mare, ma mescolato a un odore come quello delle pietre scaldate dal sole, un odore polveroso; e mescolato a questi due c’è come un odore di frutta e verdura, fresco e piacevole. Alessandra capisce: è il sogno di Venezia.
Alessandra non è mai stata a Venezia, ma le ha raccontato tutto suo cugino, che c’è stato in gita con la scuola: le case in mezzo all’acqua, i ponti, la frutta in vendita sulle barche ormeggiate alle case, le strade e i cortili lastricati. Alessandra sente che tutta la casa ondeggia come una barca; corre alla finestra, fuori vede le altre case galleggiare, appoggiate sopra grandi barche o zattere, con ponticelli flessibili di corde e assi gettati da una finestra all’altra. Le case sono dipinte di colori vivi: giallo, rosso, arancione, verde pieno, azzurro. La chiesa è bellissima, con la luce riflessa dall’acqua che si riflette ancora nelle vetrate colorate, e poi ritorna all’acqua colorandola, con gli scalini davanti alla porta grande centrale che si immergono nell’acqua e sembrano continuare, diventati improvvisamente ripidi ripidi, come se si potesse, scendendoli, arrivare fino in fondo al mare.
Da dentro l’armadio la voce del clown dice: “Vuoi vedere la Venezia vera?”.
Alessandra chiede: “Perché, Venezia non è così, come io la vedo adesso?”.
Il clown: “E’ così se ti accontenti. Ti ricordi che questo è un sogno?”.
Alessandra: “Sì, ma è così bello!”.
“Se la pensi così”, dice il clown dopo averci pensato un poco, “tienti pure il tuo sogno. Vuol dire che ci andrò da solo.”
Alessandra corre via dalla finestra, squadra il clown che sta appeso tranquillo dondolandosi appena, gli dice: “Perché, tu ci sapresti andare veramente?”.
“Eh sì”, dice il clown con una voce indifferente, “io non parlavo mica tanto per dire. Io sono un clown serio, io”.
“Scusami”, dice Alessandra, che ha l’impressione di stare un pochino antipatica al clown; e anche il clown sta un pochino antipatico a lei. “E, dimmi, come faresti a andare?”.
“Oh, è facile, per quello. Basta una giravolta, adesso ti faccio vedere, ciao. Hop! Hop!”.
“No, no, aspetta!” chiama Alessandra, agitatissima, prendendo per i piedi il clown che aveva già cominciato a bilanciarsi, preparandosi alla giravolta. “Aspetta. Come faccio a venire anch’io?”.
“Ah, ma allora le interessa, alla signorina, il viaggettino a Venezia”, dice il clown con una faccia un po’ da prendere in giro. “Bene, hai cercato di acchiapparmi per i piedi? Tienti stretta.”
Alessandra si attacca con tutta la forza che ha alle caviglie del clown. Cominciano a dondolare. Alessandra pensa: andremo a sbattere contro l’armadio. E invece no. Ad ogni dondolio le sembra di diventare più leggera e di fare meno fatica a tenersi appesa. Il clown è molto energico, concentratissimo. Quando il dondolio è diventato così ampio che ad Alessandra sembra quasi di volare, il clown grida: “Adesso!”, e dà uno strattone forte con le braccia. Alessandra ha paura di non riuscire a tenersi aggrappata, invece ci riesce, tutti e due si precipitano al di là dell’asta del trapezio. Il trapezio sembra diventato un buco buio; cadono dentro il buco buio e Alessandra sente un rumore come di carta che si lacera, sente sulla pelle come se la strofinassero con una tela ruvida. Alessandra ha paura, spalanca la bocca per gridare e nel respiro sente un’aria densa, calda, che sa di pietra scaldata dal sole, di frutta e di verdura, di sale e di pesce e di mare. Alessandra vede luce, chiude gli occhi.
Fa molto caldo. Il clown e Alessandra sono seduti su una panchina in campo santa Margherita, all’ombra. Il clown tira fuori di tasca una specie di pipa sottile e cerca di accenderla, ma c’è un po’ di vento e gli si spengono i fiammiferi. Alessandra si è sciacquata il viso alla fontanella, per rinfrescarsi e per levarsi la paura. E’ affannata ancora. Il campo è lastricato, ci crescono in mezzo tre o quattro alberi, attorno ci sono le case, nessuna acqua. E’ Venezia quella? Ma l’odore del mare c’è.
“Clown, è Venezia questa?”
“E’ Venezia. E c’è troppo vento.”
“Clown, anche questo è un sogno, vero?”.
“Se questo fosse un sogno, sognerei che c’è meno vento e poi mi accenderi la pipa.”
“Clown, io ho paura.”
“Io no. E siccome sono io il più vecchio, io comando: non aver paura.”
“Clown, sei antipatico.”
Stanno zitti un po’.
“Clown, voglio andare via.”
“No, perché sei appena arrivata. Non sarebbe gentile. Invece andremo a spasso.”
“No!”
“Va bene, vado a spasso da solo. Ciao.”
“Aspettami, clown, aspettami!”
“Uffa, cambi sempre idea. Ma lo sai che cosa vuoi?”
“Voglio stare con te.”
Il clown fa uno sbuffo di fumo, la pipa gli si è accesa finalmente. “Naturale. Tutti vogliono stare con qualcuno.”
Basta fare due passi, da campo santa Margherita si passa in un campo più piccolo e si vede subito l’acqua: un canale, un ponticello che lo scavalca. Nel canale, ormeggiati alla riva di là, due barconi di frutta. Alessandra, corre in cima al ponticello, guarda giù. L’acqua è verde, lenta, opaca. Il sole fa diventare abbaglianti il làstrico dei campi e l’intonaco delle case. La frutta ammucchiata nei barconi sta in parte nell’ombra del ponticello e delle case, in parte brilla al sole. C’è una pila di angurie, mezze verdi nell’ombra e mezze quasi bianche nella luce. Le melanzane hanno riflessi viola e blu, sembrano granati per una collana gigantesca. La città che sembrava così leggera nel sogno, ondeggiante, è pesante e dura. L’acqua non è uno specchio che riflette la luce, è un liquido denso che se la mangia. Dopo il ponte, un altro campo. Una calle, un altro ponte. Ancora quell’acqua densa. Sui balconi delle case ci sono fiori. Sui muri delle case ci sono manifesti, alcuni mezzi scollati e strappati. Il clown cammina lentamente, non parla, Alessandra guarda tutto. In certe calli strette c’è fresco. I campi abbaglianti vanno attraversati con gli occhi socchiusi.
“Signore, signorina!”
Il gondoliere è un uomo grasso, con la camicia bianca fuori dei pantaloni neri.
“Signore, vuole offrire un giro in gondola alla signorina? Un bel giro di mezz’ora, costa poco. Faccio un prezzo d’occasione. Solo cinquantamila lire. Non si può venire a Venezia senza salire in gondola. E poi con questo caldo, sopra l’acqua si può stare più freschi. Un giro di mezz’ora, poi se volete andare da qualche parte vi ci porto io, senza supplemento.”
Alessandra e il clown si sono fermati nell’ultima ombra di una casa, il gondoliere sta loro difronte, al sole. Mentre dice la sua cantilena fa dei gesti con la mano destra per invitarli, mostra la sua gondola nera lucida. Alessandra e il clown lo ascoltano senza dire niente, non hanno soldi ma non hanno voglia di dirgli: non abbiamo soldi. Il gondoliere si asciuga il sudore con un fazzolettone bianco. Arrivato in fondo al suo discorsetto lo ricomincia da capo, gesticola. Il sudore gli inzuppa la camicia. Alessandra si chiede come fa a resistere. Le sembra che le gambe del gondoliere si pieghino, come diventate molli. Il gondoliere si sta sciogliendo lentamente, anche la voce si impasta e diventa come un mugolio, poi un sibilo. Il gondoliere è una macchia che si allarga sul làstrico, il bianco della camicia si mescola al nero dei pantaloni, sembra un gelato caduto. Alessandra guarda affascinata, ha un po’ paura.
“Vieni”, le dice il clown, e la fa salire sulla gondola. La slega e la fa andare, da esperto. Alessandra guarda la macchia che si sta asciugando sulla riva che si allontana. “Non si sarà fatto male?”, chiede al clown.
“Figùrati, lo conosco da una vita. E’ il suo numero preferito, quello, per fare colpo. Appena arriva una coppietta, hop!, sarà ancora là.”
“Ma la gondola è sua.”
“Gliela restituiremo. Chiudi gli occhi, voglio farti vedere una cosa.”
“Che cosa?”
“Non te lo dico. Voglio che tu la veda all’improvviso.”
“E’ una cosa che fa paura?”
“Macché, fifona. E’ una cosa bella. Non ti fidi?”
“Mi fido”, dice Alessandra, e chiude gli occhi. Per sicurezza se li copre con le mani.
“Ecco, puoi guardare.”
Alessandra apre gli occhi, si guarda intorno. Sono in un canale stretto. Un muro rovinato da una parte, una riva deserta dall’altra.
“Che cos’è che devo guardare?”
“Né di qua né di là. Devi guardare in alto.”
Tutto il muro della casa è ricoperto di girandole di legno colorato. Il clown accosta, Alessandra salta sulla riva per vedere meglio. Anche il clown sale a terra, dà una spinta alla gondola.
“Cosa fai?”
“Tranquilla, sa la strada a memoria.”
Alessandra non pensa più alla gondola, guarda la casa delle girandole. Dal primo piano in su la casa quasi non si vede, si vedono solo i colori in movimento delle girandole. Ci sono il sole e la luna: il sole è grande e rosso e giallo e gira lentamente, la luna è candida e gira più velocemente. Ci sono quattro girasoli, delle specie di gigli bianchi. C’è un’elica che girando, per mezzo di un meccanismo, fa arrampicare lentamente un trenino su per una salita: il trenino arrivato in cima torna giù precipitosamente, e ricomincia. C’è una maschera che a ogni filo di vento si capovolge ed è la faccia di un vecchio buono con la barba bianca o la faccia di una strega cattiva con i capelli ispidi. C’è un ramo d’albero che dondola, e sopra il ramo due uccelletti si inchinano uno verso l’altro, come se si corteggiassero.
“Ti piace?”, chiede il clown. “E’ un amico mio, quello che sta dentro la casa.”
“E’ bellissimo. Come gli è venuto in mente di farlo?”
“Faceva dei sogni, evidentemente. Un giorno avrà deciso di farli diventare veri.”
“Ma perché le girandole?”
“Le girandole sono come orologi: girando segnano il tempo. Però gli orologi vanno sempre alla stessa velocità, invece le girandole segnano il tempo com’è: a volte rapido, a volte lento, a volte immobile.”
“Abitavi qui, una volta?”
“Sì. Mi piaceva lasciarmi dondolare dal vento. Io non dovevo fare nessuna fatica. C’erano dei giorni che non si faceva nulla, dei giorni che a forza di girare mi scottavano le mani. Poi…”
“Poi?”
“Mi ero innamorato di una margherita. Aveva dei campanellini, nascosti sotto i petali, e così girando canterellava sempre. Io ero timido, invece di dirle paroline dolci le facevo le boccacce, e lei rideva. Delle risatine di campanellini, mi facevano venire i brividi.”
“E poi?”
“Poi niente, lei diceva che non era serio mettersi con un clown. Non le sembrava un mestiere sicuro, capisci. Poi c’era un cavalluccio volante che le sembrava più carino. Ormai vedermela davanti sempre era un tormento. Così sono venuto via.”
“E la margherita?”
“Chi lo sa.”
“Mi dispiace.”
“Non deve dispiacerti. Io ho sempre fatto quello che ho voluto. Se ho avuto del male, me lo sono cercato.”
Dal ponte dell’Accademia, Alessandra e il clown guardano il Canal Grande. E’ quasi sera. Sotto il ponte, i battelli passano quasi vuoti. I bancarellari mettono la merce negli scatoloni, smontano i tavoli, portano via tutto con dei carrettini. “Sono stanca”, dice Alessandra. E’ un po’ che il clown non parla, la porta in giro senza dire niente. Alessandra appoggia il petto alla spalletta del ponte. Sente sotto il vestito la chiave del carillon che le preme la pelle. Il clown fuma la sua pipa. “Vuoi che andiamo?”, dice all’improvviso.
“Sì”, dice Alessandra. “Come si fa?”
“E’ facile, basta buttarsi giù dal ponte.”
“Ho paura, non lo faccio.”
“Non ti fidi?”
“Sì, mi fido. Però mi prendi per mano.”
Si arrampicano sopra la spalletta. La gente che passa non se ne accorge o non si interessa. Si prendono per mano, il clown dice: “Uno, due, tre, hop!”, e fanno il salto in giù. Il salto sembra non finire mai, Alessandra guarda in alto e vede lontano il ponte, guarda in basso e al di là dell’acqua diventata trasparente e verde, quasi azzurra, Alessandra vede il suo paese con la scuola, la chiesa, i giardinetti, la sua casa, che si stanno avvicinando. Il clown con la mano sinistra afferra il nastro verde attorno al collo di Alessandra e lo strappa via. Alessandra apre gli occhi, le sembra come quando nel sonno le sembra di cadere, e invece non è vero. Sotto di lei c’è il letto morbido. La stanza è quasi buia. Il carillon, all’altro capo del letto, è fermo. Alessandra si tasta il petto, non ha più la chiave. Salta dal letto, guarda dentro l’armadio: c’è il clown di pezza, immobile, con la sua solita faccia di pezza. Alessandra si butta sul letto e piange. Mentre piange si addormenta. Viene il sogno della mano. La mano è molto buona, tocca leggermente Alessandra sulle palpebre chiuse e sulle labbra. Ad Alessandra sembra che la mano respiri, sente il respiro di una persona buona accanto a lei. Alessandra si sveglia e non c’è nessuno. Ora è proprio buio. Alessandra capisce: il respiro era il suo, la mano era la sua. Alessandra piange ancora un poco, ma di contentezza. Non ha più bisogno dei sogni. Corre in giardino, vuole vedere se ci sono le lucciole.
8.7 Per il resto, in questi giorni sono in Pordenonelegge.
7.7 1) Per il resto, questa settimana, sempre in Pordenonelegge]
7.7 2 per il resto, questa settimana, sempre in Pordenonelegge
5.7 Da oggi, per una settimana, credo che mi leggerete più in Pordenonelegge che qui. In compagnia di Silvio Bernelli.
Annnngoooraaaaa!
Tanto su Pordenone-legge-scrive-fatuttolui nun ce veniiimooo!!!
marco herpes
Posted by: marco at 08.07.04 10:53Grande Marco Herpes!!!
Posted by: caterina at 08.07.04 13:05Sono tornata al lavoro. Mi sento stanca e triste. In questo periodo i miei problemi mi sovrastano, mi sfiniscono. Ho fatto un pensiero: andrei in capo al mondo pur di non essere qui in questo momento... pur di non affrontare questo periodo.
Poi leggo il racconto e la stanchezza la sento meno, la tristezza anche. La fantasia e il sogno cos'altro sono se non una compensazione ai momenti difficili? Dov'è il mio clown?
Il tuo clown, dov'è?!
Ehm... Forse su pordenonelegge-scrive-fatutto lui?!?!
:-)
caro giulio, io vorrei esaudire il tuo desiderio di essere trovato ... ma è difficilissimo!
se ti mando una mail o provo a telefonarti, dici che riusciamo a comunicare? c'erano un paio di cose lasciate in sospeso che volevo chiederti.
grazie e un bacio
Mi ripeto. Lo so questo non è un forum. Ma un ragionamento un pochino più profondo, una discussione o una lettura sul senso della vita, sull'esistenza...Certo chiederlo sembra perfino stupido. Ma si sa, si spera che prima o poi Mozzi si accorga di esistere e non solamente di essere. Ad maiora.
Posted by: Gabriele at 09.07.04 13:55E poi le storie con i clowns i carillons e s varie hanno rotto. Stephen King ci ha fatto i miliardi scrivendone. Adesso basta. Per piacere.
Posted by: Gabriele at 09.07.04 13:57Dico: mica ce lo ordina il dottore di leggere il blog di Giulio!
Perchè, invece di star qui a lamentarvi, non spendete il vostro prezioso tempo altrove?
Io mi rifugio in queste letture di tanto in tanto. Quando trovo qualcosa di bello, qualcosa che colpisce il mio immaginario - forse per un mio particolare stato d'animo - allora e solo allora ho voglia di esprimere quello che sento.
Coraggio, c'è il bel tempo, il sole, il mare, l'aria calda... tutte cose da godere in silenzio, senza parlare, senza comunicare. Godetevi queste.
A Elisabe', mado' che retorica di bassa lega! Ma va a...!
Posted by: titus at 09.07.04 22:15ok, d'accordo elisabetta... tu inizia pure, abbi il coraggio di cui noi saremmo machevoli: esci, godi di aria, sole e mare... E noi godremo del tuo silenzio, "di tanto in tanto"!
Un pò per uno.
Nel tuo prezioso intervento hai dimenticato il termine "quant'altro", indispensabile in ogni trousse e necessarie del perfetto apprendista qualunquista.
marco herpes.
Posted by: marco at 10.07.04 02:43
Aggiornamento:
10/7
[E, naturalmente, c’è qualcosa in Pordenonelegge.]
Posted by: giuliva at 10.07.04 02:47Grandi!!!! Fantastici!!! Insostituibili!!!!
Posted by: elisabetta at 12.07.04 09:26hmm...:?
Posted by: watch me at 01.09.05 01:33really? is that it? :)
Posted by: nu to the net at 03.09.05 10:33