Sette e mezza di pomeriggio. Sono a Padova, in Riviera Tito Livio. Prendo l’autobus per tornare a casa. A bordo ci sono quattro signore sui sessanta, una signora giovane in jeans e maglietta, due ragazze con l’ombelico per fuori, un ragazzo vestito tutto di nero, due signori in completo blu (uno con la barba, uno calvo), un signore anziano.
L’autobus fa cento metri e si ferma, accodandosi ad altri tre autobus.
Dopo qualche minuto l’autista spegne il motore, scende, va a informarsi. Torna dicendo: “C’è una manifestazione, bisogna aspettare un po’”.
Resta a terra, si accende una sigaretta.
Tiro fuori dallo zaino l’ultimo numero di Atelier, Trimestrale di poesia critica letteratura. Leggo a pagina 17: “Si ammette che ci siano poeti minori; sarebbe ora di ammettere che esistono anche critici minori”.
La signora giovane, che è seduta proprio alle mie spalle, chiama qualcuno al telefono. “Scolta”, dice, “varda che rivarò pì tardi… No, son qua su l’autobus, ma el zé fèrmo… E gò da rivàre fin in Prà dàa Vàe par tore a màchina… No sò, qua, ghe zé na manifestassion pacifìsta, i gò visti anca prima in via Manìn… I zé quàtro gàti… Ma parcòssa gàli da fare a manifestassion ae sète de sèra, che a zente gà da ndare casa… No i podéva farla domàn che zé festa?… Mi no capìsso, varda, zé parché no i gà gnénte da fàre… Ma sì, a zé na manifestassion pa a pàcie, saère mi… Ghe zé i vìgili, no, par queo, i zé tuti tranquìi… I gà e bandière arcoballeno… Sì, vàrda… Pò te ciàmo, sì, cuando che rivo àa màchina…”.
Continuo a leggere in Atelier: “Sarebbe bene che certi critici scrivessero consapevoli di questo fatto. Invece tutti pontificano come se fossero loro stessi il top, il non plus ultra in materia di critica”.
“E pò i se ciàma comunìsti”, dice a voce alta il signore anziano, che è alle mie spalle in fondo all’autobus. “Ma ndè laoràre, ndè!”, quasi grida, come se avesse i manifestanti di fronte a sé. “A inparare un mestière”, continua, “invesse de zogàre!”.
Scendo dall’autobus. Mi accendo una sigaretta. La manifestazione non si vede. Probabilmente, penso, sono davanti alla questura. Non si vede e non si sente nessuno. Saranno quattro gatti davvero.
Mi si avvicina una signora africana, sui quaranta, minuta (a occhio: somala)vestita africana, molto bella. Ha l’aria stupita. “Peché non va l’ato-bì?”, mi domanda.
“C’è una manifestazione”, dico.
Non capisco se mi capisce. Continua ad avere la faccia stupita.
“L’ato-bì no va? Più?”, dice la signora.
“Sì, sì”, dico. “L’autobus va. Basta aspettare”.
“Gratie”, dice la signora.
Sale sull’autobus.
L’autista ha finita la sua sigaretta. La butta per terra. Mi guarda. “Putàna misèria”, dice rivolto a me, “vàrda cossa ca ne toca spetàre, par sti quatro màrsi sbueài”.
Saranno passati non più di sei minuti da quando ci siamo fermati.
“Non mi sembra così grave”, dico all’autista. “Perderemo dieci minuti in tutto, vedrà”.
“A mi gò da tornàre casa”, dice l’autista, scaldandosi. “Zé siè ore che so in giro, a sarìa anca stràco, e pò gò anca da menàre a curièra in deposito. No i podarìa mìa farse i cassi sui? Ca i se fassa a manifestassion casa lori, no in mezo àa strada, ca ni-àltri laorémo tuto il dì, e quando ca gavémo finio se fazémo i cassi nostri, no stòrie”.
Le due ragazze con l’ombelico per fuori si affacciano sulla porta dell’autobus.
“Quand’è che partiamo?”, dicono in coro all’autista.
“Quando ca ghe pàre a lori”, dice l’autista.
In quel momento si sente tutto un gran fischiare di fischietti. I vigili corrono di qua e di là. Il primo autobus della fila accende il motore. Il nostro autista sale a bordo. Accende il motore. Parte il primo autobus, il secondo, il terzo, il nostro.
Alle venti e dodici, con dieci minuti di ritardo sull’orario previsto, scendo alla fermata vicino casa.
Di gente come quella che parla nel tuo breve resoconto ne vedo tutti i giorni, cambia un po' il dialetto, ma i concetti espressi sono sempre gli stessi. La stessa maniera di scandalizzarsi, lo stesso modo di stizzirsi, lo stesso sfogo acido. Quando mi capita, mi sento rodere dentro. Io magari non manifesto, ma mi piace che gli altri abbiano il diritto di farlo. Ma soprattutto, mi sento rodere dentro perché non so che dire quando sento quegli attacchi. Vabbé, la smetto e vado a dormire che è meglio.
Ben tornato.
Macché a dormire, zucconcello di un Grado Zero. Corri a Roma. C'è da accogliere Bush:-/
Posted by: Lucio Angelini at 02.06.04 09:20Era ora, Giulio! Così va meglio...
Sì, di gente così ce n'è tanta, e ultimamente anche di più, prodotta com'è dai tg nazionali che da un po' di tempo in qua attuano una vera e propria demonizzazione degli scioperi e delle manifestazioni: passano solo le interviste alla gente che manifesta i disagi, le critiche, a volte omettono anche di spiegare, come nel caso dello sciopero degli autotrasporatori di qualche tempo fa, i motivi dello sciopero, per cui uno pensa che questi la mattina si siano svegliati e così, senza motivo apparente, si siano messi a manifestare.
Mah, sinceramente un po' di distinguo ci vorrebbe. Così come "si ammette che ci siano poeti minori; sarebbe ora di ammettere che esistono anche critici minori" e anche scioperanti minori. Una cosa è il diritto sacrosanto allo sciopero una cosa è quello che è un abuso a fini strumentali dello sciopero. Quello che credo è che adesso molto spesso gli scioperi siano fatti da scioperanti minori che però non accettano il fatto di esserlo. La manifestazione di ieri a Padova non la conosco visto che abito a Torino ma se è passata in 10 minuti di sicuro non era maggiore. Esiste poi un concetto di rispetto. Ho fatto fatica a capire il veneto usato da Giulio ma penso che i concetti mi siano chiari. Chi parla in quella maniera mostra una mancanza di rispetto netta nei confronti degli altri. Chi sciopera in quella maniera mostra una mancanza netta nei confronti degli altri. Chi va a manifestare contro Bush a Roma credendo di poter dimenticare 60 anni di storia e quello che la storia stessa ha prodotto, nel bene e nel male, mostra una mancanza di rispetto nei confronti dell'uomo libero che adesso crede di essere. "La libertà non deriva dalla mancanza di limiti, ma dalla loro accettazione." Non mi ricordo chi l'ha detto ma lo condivido.
Posted by: Antonio at 02.06.04 11:00Antonio, quali sarebbero i 60 anni di storia di cui, chi manifesta contro Bush, si dimentica colpevolmente?
E mi spieghi anche qual'è la differenza tra sciperanti minori e maggiori? La quantità? O la validità della causa per cui si sciopera o manifesta?
è l'eterna storia italica, garantisti per noi, giustizialisti per gli altri.
Il dialetto l'ho trovato comprensibilissimo, i cassi -con la s- diventano più dolci,( dalle mie parti sono sempre cazzi amari), cassi suoi e cassi nostri da morire dal ridere.
Alla fine, il tutto è costato solo 10 minuti di ritardo.
Lucio, al massimo mi metto a lavorare sulla tesi come qualcuno mi ha consigliato :-)
Posted by: Grado Zero at 02.06.04 12:37Dimenticare sessantanni di storia?
Mia nonna ha festeggiato la settimana scorsa sessantatre anni di matrimonio. Si sposarono con mio nonno in divisa di sottoufficiale del Savoia Cavalleria, prima della Grande e Triste Russia. Poi a piedi mio nonno è tornato, passando per il campo contumaciale di Udine (dove erano rinchiusi anche Rigoni Stern, Revelli e altri nostri scrittori), mentre in giro il Regime faceva sfilare le retroguardie e i feriti lievi già rimpatriati, per mostrare l'onore dell'Armir e zittire coloro che potevano raccontare quella disgrazia. Nel 1943 i miei nonni erano a Roma Città Aperta: c'erano i figli e alla Patria mio nonno aveva già dato abbastanza per accettare il richiamo all'armi di Salò. Si nascosero e vennero al nord per costruire la loro di storia.
Mia nonna ricorda gli americani: ci hanno liberati. Senza di loro non avrebbe avuto spazio il lavoro sotterraneo di ricostruzione della società civile del Comitato di liberazione nazionale. E poi aggiunge: ma questi non sono quegli americani.
Se i miei nonni non avessero cuori di cristallo sarebbero in piazza, lo so.
Facciamoli i distinguo. E cerchiamola, la storia, anche se fa male.
Saluti. Elzeard
Leggo sul Corriere della Sera che in vista della parata del 2 giugno a Roma i No global hanno definito la seguente strategia: mimetizzarsi "tra la folla, tra le fidanzate dei soldati, tra i nonni e i turisti". "Certi sono andati a tagliarsi capelli e barba. Altri - raccontano - sono entrati in un grande magazzino, per acquistare camicie normali, scarpe normali". L'estensore dell'articolo conclude: "Dicono di avere un mucchio di idee pazzesche", ma non fornisce ulteriori dettagli. Ora, io, per un irrefrenabile istinto investigativo, mi sono infiltrato in una riunione strategica dei disobbedienti. Cose davvero pazzesche, Giulio: sorseggeranno Coca-Cola, sotto braccio terranno Il Tempo, fischietteranno qualche motivetto tra i più reazionari del catalogo di Claudio Baglioni (qualcuno vorrebbe spingersi fino ad intonare "Piazza del Popolo"), fumeranno Philip Morris, indosseranno Lacoste, si sposteranno con gli scooteroni e canteranno l'Inno di Mameli. Incertezza sugli occhiali da sole: in molti avevano suggerito i Ray-Ban, ma qualcuno ha obiettato che Diliberto se ne sarebbe risentito. Visto che, così camuffati, non riuscirebbero a riconoscersi fra di loro, i ragazzi hanno avuto un'idea geniale: stamattina, alle 9:30, si sono ritrovati tutti in via Labicana, all'angolo con via dei Normanni, davanti al portone dell'esattoria comunale. Il Corriere riporta il commento di un funzionario di polizia: "Hanno deciso di pagare le tasse?".
Posted by: leonardo at 02.06.04 12:52Critici minori = passeggeri/cittadini qualunquisti, che sparano nel mucchio, che non vogliono o non sono in grado di andare più in là dei “cassi” loro…
Beh, da pensarci su.
Effettivamente alla rassegna stampa di Radiotré la scorsa settimana c'era Mughini: ogni giorno ripeteva che lui paga troppe tasse, che una parte vuole evaderle, che chi evade fa bene perché sono balzelli intollerabili. Poi diceva che lui era fiero di essere italiano. E diceva anche, a proposito del presidente USA in visita da Berlusconi il 4 giugno, che la storia di una nazione bisogna accettarla tutta, che gli americani ci hanno liberati, che noi dobbiamo gratitudine all'America, anche quella attuale, che non vale dimostrare contro Bush, il pacchetto America va preso in blocco.
Ma se uno deve accettare tutta la storia di una nazione, non ne deve accettare tutte le leggi? specialmente se è orgoglioso di questa nazione che sarebbe l'Italia. E allora perché Giampiero Mughini invita a evadere le tasse da Radiotré?
Caro Antonio, commenti quello che ho scritto come se io avessi parlato di uno sciopero. Ma io non ho parlato di uno sciopero. Non c'è stato nessuno sciopero.
Posted by: giuliomozzi at 02.06.04 14:13Qualche anno fa. Capolinea Primaporta. Roma
L'autobus è vuoto, mi siedo stile gita, in fondo per fare più casino e aspetto.
Il conducente è già tutto sudato, con "tuttosport" appoggiato al volante legge e sbuffa. Pare che totti... Il procuratore di di Batistuta... Quattro 13, in prov. di roma ecc...
Entra dentro uno molto incazzato che fa "quando parte sto cesso?!"
E il conducente senza alzare lo sguardo dal suo articolo e senza dare peso alla cosa "quando se riempe dè-mmerda"
Silenzio... Sublime.
Ho deciso di restare nella metropoli, in quel preciso momento.
A voi!
Marco -non candida- ehmm... faccio Herpes?!
Massì
Marco Herpes
Posted by: marco at 02.06.04 16:54Ho visto che il mio intervento ha sollevato delle domande. Spero di dare delle risposte considerando comunque che si tratta solo del mio punto di vista. A Graziano: a esempio il piano Marshall o gli interventi economici del '72. A Elzeard: sono del '36, esistono anche gli "anziani" che usano il computer, e nel 43 avevo 7 anni. Non mi ricordo molto ma la guerra si. La mia famiglia ha patito sia prima che dopo del 43 e cosa che può stupire, anche dopo del 45 fino a quasi tutto il 48. E non c'era più il regime eppure c'era un altro regime. Ci stiamo dimenticando tante di quelle cose che mi chiedo a volte se quando sarò morto e tutti quelli della mia generazione se ne saranno andati chi parlerà di noi come ci descriverà. La storia insegna che non esiste una "vera" storia esiste sempre la storia dei più forti anche quando si mascherano da deboli. Per Giulio: scusa, mi sembrava di aver capito che si trattasse di uno sciopero.
Posted by: Antonio at 02.06.04 18:48Grazie per la citazione di Atelier. Me ne accorgo solo adesso, per caso.
Posted by: Marco Merlin at 02.06.04 22:49Caro Antonio
temo di non capire il tuo secondo intervento.
Il mio era un tentativo di comunicare che gli americani di allora non sono gli americani di adesso, che gli italiani di allora non sono quelli di adesso.
Forse non esistono "americani" e "italiani", come categorie assolute, né allora, né adesso. Come venirne fuori? Personalmente seguendo il percorso di mia nonna, che non è ancora rimbecillita e che ha studiato e insegnato storia tutta una vita: allora ci liberarono, adesso questo governo americano non rappresenta la stessa cosa.
"60 anni di storia" da dimenticare o da ricordare? "60 anni di storia" è solo un nome, una categoria che non esiste. Hai sofferto? Hai gioito? Hai ricostruito? Racconta la tua di storia, quella si che esiste.
Con stima, El_
io ero a quella manifestazione minore. Tutti a dire: "kei vaga lavorare", perchè, secondo loro, noi pacifisti non lavoriamo? Lavoriamo e poi invece di andare a casa davanti alla TV, facciamo le piccole manifestazione.
Posted by: roberta at 03.06.04 13:58hmm...:?
Posted by: watch me at 01.09.05 02:33