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19.04.04

Politica: un pezzo di un pezzo

In questi giorni sto partecipando a una discussione, per una rivista, sullo “stato del romanzo italiano”. Pubblico qui un pezzo del mio pezzo (che è ancora in elaborazione).

Quanto allo “stato del romanzo italiano”, ho ben poco da dire. Vedo molti, davvero molti buoni romanzi, discreti romanzi. Vedo assai pochi romanzi davvero impressionanti – ma questo mi sembra normale. Se ogni mille romanzi discreti ce n’è uno di veramente impressionante, credo che ci sia da essere contenti.
Ho l’impressione che sia più inguaiato il “discorso sul romanzo”, che non il romanzo. Tu sai, io ho sempre la tendenza a ridurre tutto a questioni di discorsi: quindi prendi quello che dico con le dovute pinze.
Il discorso sul romanzo, in Italia, mi sembra che sia soprattutto un discorso di confronto con il romanzo anglosassone; statunitense, in particolare. In un paio di recenti polemiche [una originata da un pezzo di Mauro Covacich sull’Espresso (qui si ricupera un buon pezzo della discussione), un’altra innescata da un pezzo di Romano Luperini sull’Unità (qui un pezzo della discussione)] la faccenda tendeva a ridursi a questo.
E allora, adesso provo a dire uno sproposito.
Il popolo statunitense è il popolo eletto. È l’Israele dei nostri tempi. Non mi interessa se questo è vero o no; non m’interessa nemmeno se gli statunitensi stessi ci credono o no. Dico che i discorsi che si fanno contengono sempre questa implicazione: gli statunitensi sono il popolo eletto. Questo è il mito. Gli statunitensi, da bravo popolo eletto, hanno il loro dio; e non si fanno scrupoli a nominarlo, ad invocarlo, a farsi aiutare da lui. Hanno anche un messia: e la cosa geniale, è che si tratta di un messia eletto, quindi sostituibile, rinnovabile, quindi davvero immortale.
Ora: che cosa fa un popolo eletto? Fa quello che deve fare: ad esempio, in nome del suo dio cerca di far fuori gli altri dèi (e i relativi popoli). Ad esempio, si propone continuamente a tutti – a tutti coloro che non hanno il bene di appartenere al popolo eletto – come l’irraggiungibile modello e, contemporaneamente, come il più terribile nemico. Si propone, in sostanza, più o meno come lo stesso dio si propone al popolo eletto stesso: un irraggiungibile modello («Noi dobbiamo agire come vuole il dio») e il più terribile nemico («Niente è peggio che perdere la fiducia del dio»).
Che narrazioni produce, un popolo eletto in pieno fervore messianico? Produce narrazioni potentissime, ovviamente. Produce narrazioni bibliche.
Non mi dispiacerebbe, un giorno o l’altro, provare a mettere insieme la Bibbia statunitense. Cioè una raccolta di libri narrativi, poetici, sapienziali, profetici, scritti e pubblicati negli Stati uniti d’America, ciascuno dei quali corrisponda miticamente a un libro della Bibbia ebraico-cristiana. Credo che non sarebbe difficile farlo: tanto più che, è il mio sospetto, la Bibbia statunitense è probabilmente già stata tutta scritta. Ci sono romanzi statunitensi contemporanei che hanno tutta l’aria di essere delle Apocalissi, delle rivelazioni finali.
Ora: questo è ciò che manca a noi, italiani. Non mi interessano le ragioni storiche: non sto facendo un compendio di letteratura comparata, sto costruendo un’immaginazione. Io sono nato nel 1960. È da quando sono nato che vedo girare l’imperativo categorico della smitizzazione. Tutto va smitizzato, smascherato, privato del suo preteso contenuto di verità. La cosa giusta è: non credere a niente. La parola «verità» è bandita dal vocabolario. Se uno dice: «Sai, ho pensata questa cosa, e, sai, ci ho pensato su bene, credo proprio che sia vera», la risposta è di solito: una risata in faccia, lo sbeffeggiamento – oppure l’accusa di autoritarismo, fondamentalismo, paranoia.
Bene. Io so che credere fermamente a una cosa della quale non si può né provare la verità né provare la falsità (ad esempio: credere che esista il dio e che abbia creato il mondo) è paranoico. Però mi pare che anche non credere a nulla sia altrettanto, e ugualmente, e simmetricamente, paranoico.
La differenza è che una di queste due paranoie è mitopoietica (produce miti, ragioni per vivere); l’altra è mitoclastica (distrugge miti, ragioni per vivere).
Un popolo immerso in una paranoia mitoclastica non può che produrre narrazioni mitoclastiche. Può andare in estasi difronte alle narrazioni mitopoietiche prodotte dal popolo eletto (il suo irraggiungibile modello, il suo più terribile nemico), ma non sa riconoscere come «cosa buona» le rare, rarissime narrazioni mitopoietiche che nascono nel suo seno.
Ecco. Questo, secondo me, è lo “stato del romanzo in Italia”.

Posted by giuliomozzi at 19.04.04 12:52 | TrackBack
Comments

Bello, interessante... ci penserò... direi che "è vero".

Posted by: ex18enne at 19.04.04 13:06

E prendere in esame l'ipotesi che la funzione mitopoietica sia passata - stabilmente e, forse, irrevocabilmente - alla televisione?

Posted by: gino tasca at 19.04.04 13:16

E in televisione vediamo (...) programmi il cui format proviene tendenzialmente dalla terra promessa.

Posted by: Vincenzo Della Mea at 19.04.04 13:20

Ma le TV "dell'est" non fanno lo stesso con la nostra cultura? Troppo potere alla televisione: è solo uno specchio... deformante, certo, ma uno specchio. C'è qualcosa dietro di molto più complicato, secondo me.

Posted by: ex18enne at 19.04.04 13:23

Alzo il dito. "Scusami Giulio, ma non trovi che splendidi esempi di cultura mitoclastica siano i romanzi della beat generation? E non trovi che molto mitopoietici sia, invece, molta letteratura e cinema neorealisti del dopoguerra nostrano? E poi non trovi che in un'opera letteraria mito e negazione del medesimo spesso si bilancino? Non tutto è negazione e non tutto e affermazione: chissà perché, mi tornano in mente I promessi sposi e Pinocchio. Non è che dipende solo dalla chiave di lettura?" Abbasso il dito.

Posted by: mauro at 19.04.04 13:47

È che si vorrebbero dei nomi: a quali narrazioni mitopoietiche italiane contemporane fa riferimento, Mozzi? Sarebbe utile saperlo, per intendersi.

Posted by: Una at 19.04.04 14:06

"Io so che credere fermamente a una cosa della quale non si può né provare la verità né provare la falsità (ad esempio: credere che esista il dio e che abbia creato il mondo) è paranoico." Perché sarebbe paranoia? Sono andato pure a rileggermi sul Devoto Oli la definizione esatta di paranoia…

Posted by: francesco at 19.04.04 14:34

Mi spiace contraddirti. "Dora Squarcialenzuola", che scrissi sotto il militare, era un libro assolutamente ***impressionante*** (soprattutto per quei tempi), ma nessun editore osò pubblicarlo. La stronzissima Laura Lepri, che allora operava in Marsilio, lo respinse come anti-femminista, accusa assolutamente infondata. Il problema vero dello stato del romanzo in Italia, voglio dire, è che pur essendoci centinaia di editori e varie dozzine di lettori, nessuno di essi è sufficientemente IMPRESSIONANTE:-)

In Icl, rispondendo a Grado Zero, ho scritto: «Ascolta, piccolino: quella della scrittura è una specie di "scimmia", di
maledizione dalla quale conviene liberarsi fin da subito. Angustiarsi la vita con la narcisistica pretesa di "essere letti" non ha più alcun senso: a nessuno frega più un cazzo di nessuno, salvo rarissime eccezioni. Lo stesso giuliomozzi, con tutto quel che si sbatte, è fermo là alle cinquemila copie (tua coraggiosissima ammissione, per la quale ti ammiro dal profondo». Eccetera.

Posted by: Lucio Angelini at 19.04.04 14:45

Caro Francesco: qual è la definizione che dà il Devoto-Oli? Il De Mauro in rete (http://www.demauroparavia.it) dice: "Quadro di psicopatia evolutiva caratterizzato da delirio cronico costruito con logica consequenzialità a partire da dati falsi o erroneamente interpretati, che non compromette tuttavia le facoltà razionali e non induce necessariamente a forme abnormi di comportamento". Che mi pare vada benissimo. Certo: se tu sei credente non credi che io, che sono credente, sia paranoico: credi che io ragioni a partire da dati veri e giustamente interpretati. Il mio stile argomentativo è questo: poiché intendo sostenere che i negatori della verità (non della *mia* verità, ma della accessibilità di una qualsiasi verità) sono paranoici, mi paro il culo definendo me stesso, notoriamente credente, paranoico. Sperando di voltare la discussione in modo tale che non si tratti di scegliere tra paranoia e non paranoia, bensì tra due diverse paranoie. E' un po' come quando (è già successo in questo diario) mi metto a sostenere che il relativismo è una forma di fondamentalismo (infatti il relativista non accetteramai di relativizzare la sua posizione, ossia di ammettere che possa esistere almeno un fondamentalismo *vero*).

Posted by: giuliomozzi at 19.04.04 14:46

Caro Lucio: cinquemila quando va bene.

Posted by: giuliomozzi at 19.04.04 14:48

Cara Una: preferisco resistere, per il momento, alla tentazione di fare una lista di nomi e di titoli. Non si tratta, secondo me, di dire: "Ecco quali sono i romanzi mitopoietici"; ma, per il momento, di capire se questo modo di (s)ragionare che ho qui esibito sta in piedi o no. Comunque, hai tutte le ragioni per esigere una lista.

Posted by: giuliomozzi at 19.04.04 14:51

Caro Giulio, ecco appunto "delirio cronico" è lì che non mi torna il discorso. L'esperienza di Dio non mi pare in alcun modo patologica. Forse però la paranoia può indurre ad una esperienza di Dio patologica e quindi accompagnata da "crisi" di vario tipo. Insomma il termine paranoia non mi convince ancora, ma, ora, ho capito che fondamentalmente volevi pararti il culo. Sono invece perfettamente d'accordo sul fatto che il relativismo sia un fondamentalismo. C'è qualcuno in grado di dimostrare il contrario? Ciao!

Posted by: francesco at 19.04.04 15:07

Caro Francesco, ma io ritengo per davvero, in tutta serietà, che il modello della paranoia vada benissimo per descrivere la fede in dio. Scusa, eh: ma il martire che viene bruciacchiato sulla graticola e nel contempo *è felice* perché sta per andare in paradiso, lui che cosa è, in termini umani, se non un paranoico? E il teologo che sulla base di un libro antichissimo le cui affermazioni fondamentali non sono né verificabili né falsificabili tira su tutta una costruzione filosofica di qualche migliaio di pagine (tipo "Summa Theologica"), lui che cosa è, in termini umani, se non un paranoico? L'espressione "delirio cronico" non implica necessariamente l'insorgenza di "crisi". Tutt'altro.

Posted by: giuliomozzi at 19.04.04 15:21

È vero, il delirio cronico non implica necessariamente l'insorgenza di crisi. Ma, nemmeno il martire o S.Agostino sono necessariamente implicati con la fede in dio.

Posted by: francesco at 19.04.04 15:37

Giulio, scusami… forse dovevo scrivere che la fede in dio non implica necessariamente il martirio o la scrittura della Summa Theoligica.

Posted by: francesco at 19.04.04 15:40

Io adoro questa definizione di paranoico, che insegnavano all'università ai tempi di mio padre.
Un ingegnere passa vent'anni della sua vita a progettare una strada sugli alberi per risolvere il problema del traffico.
Sottopone la proposta alla commissione e loro, ridendo, gli dicono che non ha calcolato l'impatto dei venti.
L'ingegnere riprende il suo progetto e passa altri vent'anni a rifarlo calcolando l'impatto dei venti, quindi lo ripresenta in commissione.
Ovverossia: concetto "reale" (strada) sviluppato in modo "irreale" (sugli alberi) a cui viene contrapposto un dato "reale" (i venti) e risolto in modo "reale" (calcolo dei venti) sulla base di un progetto sempre "irreale".
Non esiste crisi, né delirio, ma anzi una tranquilla, serena, impegnata vita normale basata sull'insieme inestricabile di cosiddetto reale e cosiddetto irreale: il paranoico perfetto.
Cioè un "creatore".
Oppure chi crede nella "creazione".

Posted by: Roberto Tossani at 19.04.04 15:43

Mi piace quello che ha scritto Tossani perché non ci ho capito un tubo

Posted by: francesco at 19.04.04 15:51

Ciao Giulio. Ma: i) è così irragiungibile il modello americano, per noi che siamo così tanto americanizzati? A me pare fatto apposto per essere raggiunto; in Amercia i sogni si realizzano. ii) Io sono Sly Stallone e ho fatto Rocky, Rambo e Sorvegliato Speciale. Io sono un mito: ma produco verità? E' così giusto collegare la parola verità alla parola mito? Mah, pensiamoci. iii) E se per produrre narrazioni mitiche ci volessero narratori mitici? Ci sono in Italia narratori mitici? Tu, a me, sembri abbastanza un mito.

Posted by: Sylvester Stallone at 19.04.04 16:01

Volevo dire, Francesco, che per me il paranoico perfetto è colui che si impegna a risolvere un problema reale (il traffico in questo caso) con una soluzione che è un insieme inestricabile di cosiddetto reale e cosiddetto irreale (conducendo una vita normalissima).
Chi "crea" fa appunto questo (gli altri sono "realizzatori", non "creatori").
E anche chi crede in ciò che qualcuno/qualcosa ha creato (i lettori? chi ha fede?) abbinano reale ed irreale per avere una risposta ad un problema reale (la morte?).

Posted by: Roberto Tossani at 19.04.04 16:22

Grazie Roberto! Bellissimo! Che era bellissimo l'avevo solo intuito, ora l'ho capito. Anche se non sono d'accordo (ma questo non conta proprio nulla).

Posted by: francesco at 19.04.04 16:31

non sono un gran lettore di narrativa italiana contemporanea ma, per quel poco che mi è capitato di leggere, mi sento di condividere la critica mossa nel post.
per questo vorrei chiedervi: non è possibile che dietro tutta questa "voglia" di smitizzare si nasconda in realtà una necessità? - il bisogno di coprire una certa paura di fondo di partecipare senza riserve a ciò che si scrive, di viverlo (e scriverlo) intesamente?
La sensazione più frequente che ho avuto leggendo l'attuale narrativa italiana è quella di un autore che tiene a mantere una certa distanza tra sè e il testo - che non coinvolge perché non è coinvolto da quello che scrive.
un saluto
a.c.

Posted by: a.c. at 19.04.04 17:03

quando un dialogo si interrompe si interrompe perché non c'è possibilità di comunicazione, per stanchezza o perché si aveva altro da fare? quanto un cliente non ti manda il materiale per finire un sito vuol dire che non gli interessa più costruire un sito? cosa vuol dire quando non si riceve risposta? ha a che fare con l'esistenza? se si strappa il velo di maya non si è più schiavi dello spazio-tempo? cosa fanno stasera in tv?

Posted by: francesco at 19.04.04 17:29

Francesco, alle domande che ti poni non ho risposte certe, a ti posso aiutare coi programmi perché ho comprato TV Sorrisi e Canzoni.

Posted by: mauro at 19.04.04 19:21

Mauro, mi hai fatto ridere ;-)

Posted by: francesco at 19.04.04 19:46

La letteratura. Cosa è? Dovrebbe, a mio parere, rappresentare il proprio momento storico e renderlo universale.
Il romanzo? Il romanzo è fiction fino ad un certo punto. Non si può raccontare ciò che non si conosce. Ho letto splendidi romanzi negli ultimi tempi, ma mi astengo da fare nomi o elenchi. E la Mazzantini, tra questi, non entra: è una architetta della parola, della scrittura, come Baricco. Ma questa è una posizione soggettiva.
Condivido con il Mozzi su una cosa: il vuoto nel quale navighiamo.
stefania

Posted by: stefania at 19.04.04 21:17

il mito è narrazione che fonda ab origine, il logos è parola ragionevole (non riduttivamente razionale) che interpreta in re. la mitopoiesi mentre costruisce e/o identifica le fondamenta dell'agire in una narrazione, pretende di disegnare un orizzonte stabile e condiviso entro cui (NON verso cui) si colloca l'azione della comunità. se non riesce a questo è un falso mito. ma, il mito è tale solo e soltanto perché si sottrae al tempo. un mito non evolve e non è mai concluso. è in eterno ma immutabile svolgimento, solo in quanto è sempre nel suo farsi è fondativo. perciò - secondo me - proprio perché l'immaginario americano è lineare, finalistico e messianico - salvifico - non è mitopoietico. forse...

Posted by: paola at 20.04.04 10:14

Paola Donelli ma sei tu la vera erede di Maria Corti...!

Posted by: Marco at 20.04.04 10:53

A Paola. Mi viene in mente che "mito" ha la sua radice in comune con "azione". (Muz/Az). Si potrebbe tradurre "mito" così: accozzaglia di azioni disordinate. Il mito del tempo non ha bisogno, né ha bisogno di regole. La domanda è: lo stesso si può dire per la "verità"? La "verità" non ha bisogno di regole? Si può davvero parlare della "verità" attraverso il mito? (Vedi Ricouer). Mi viene in mente che il mito assomiglia più a una pubblicità che ha una. Ed è evidente che questo trittico di post di Giulio contenga una qualche allusione a qualcosa che va oltre i temi che tratta. Dico solo che, da quel che ho capito, il mito delle regole fa a meno. Pensa a quando si dice:"Quello lì è un mito! Per lui le regole è come se non ci fossero! Se ne frega proprio". Ecco, è un po' così. Mi vengono in mente i miti classici. Non so: Zeus che si accoppia con tutto quello che gli capita a tiro. O Antigone. Il mito, della morale comune, delle regole fa a meno per perseguire un valore più alto, che proprio quelle regole gli impediscono di perseguire. Ora, io non so bene di cosa parli Giulio - anche se, accidenti, se ne parla bene! Ma "mito" e "verità" non è detto si possano collegare. Se appunto per "verità" si intende una verità secondo regole "razionali", una verità secondo logos, allora il "mito" non è la via. Non capisco perché Giulio parla della verità e del mito, no davvero. Mi ci strippo, non ci dormo la notte. Penso a espressioni come:"Ma mi stai raccontando la verità o è solo una favola?". E' come se Giulio dicesse: "Signori, signore, adesso vi dico la verità: vi racconto una favola". E' un controsenso piuttosto imbarazzante, no? Come si fa a raccontare la verità attraverso le favole, attraverso i miti? Boh? ...Certe volte mi sento Roberto Tossani.

Posted by: Marco at 20.04.04 11:55

No, Marco, non farlo.
Un Candida-Tossani può portare a una didimoclastia perenne, non certo a una didimopoiesi fondativa.
:-)

Posted by: Roberto Tossani at 20.04.04 12:35

Chiarimento non richiesto, ma forse doveroso.
Didimos in greco significa gemelli. E in senso figurato testicoli. Ecco.

Posted by: Roberto Tossani at 20.04.04 12:54

caro marco, così su due piedi non mi risulta affatto che mito e azione abbiano un etimo comune (il latino viene diretto dal greco ago e anche il sscr ha ajati nel medesimo significato). anche semanticamente - almeno per il greco - non c'azzeccano perché mythos vale proprio parola, discorso, racconto e il suo opposto/complemento è logos che vale parola discorso razionale ecc. questo che dico però vale relativamente ai cosiddetti miti fondativi (i più fondativi di tutti sono proprio quelli che "creano" le regole, quelli comosgonici e cosmologici che narrano l'ordine - cosmos- che subentra al disordine - caos). quanto poi al fatto che mito e verità leghino tra loro: credo che sia esattamente così e non credo invece che la verità si riveli sotto le spoglie del solo logos. forse siamo abituati a pensare alla verità più che altro come a un momento esplicativo stile causa-effetto. ma un racconto di verità è anche - soprattutto - un racconto che svela, che descrive, che porta alla luce che pone in essere senza dissezionare il suo oggetto e senza bisogno di esaurirlo. forse la forza di una mitopoiesi sta nel suo oggetto?
ciao (ah, non sono paola donelli ma paola borgonovo)

Posted by: paola at 20.04.04 13:07

Ciao Paola! Ma, questa cosa di Muz/Az mi pare di averla letta su Barthes. Ne sono sicuro. Un libro bellissimo, che non ti svelo, perché ne sono geloso. Però sugli etimi mi fermo. Già una volta abbiamo discusso di etimi. Io avevo ripetuto pari pari un discroso di Carmelo Bene e tu avevi detto che era tutto inventato. E' possibile che abbia ragione tu, non lo so. Però io non c'entro - la colpa è di Carmelo Bene. (E stavolta di Roland Barthes). Per il resto, boh? E' un discorso molto complesso. Mi fermo. Dico solo che quando tiri fuori le parole greche e latine secondo me sei sexy. :-!

Posted by: Marco at 20.04.04 14:26

Caro Giuliomozzi - da mesi rimugino su un libro di appunti di viaggio sul deserto americano, brancolando per una filo conduttore, un tema unificante e mi sembra che si vada sempre a parare proprio sulla (quasi un'ossessione) mitopoietica e sulle narrazioni fondative. Il west a questo riguardo e' naturalmente luogo topico, metafora inestinguibile di frontiera, di conquista se non divinamente sancita almeno per "manifest destiny" , immaginifico motore della storia americana, baricentro sbilanciato in avanti di una concezione inguaribilmente pragmatica e al tempo stesso innocente. In questo senso gli americani SONO gli Israeliani, nuovo popolo eletto con in meno il peso della storia sulle spalle. I fondamentalisti della bible belt si identificano intimamente con gli ebrei pur nella loro estasi della Passione di Mel Gibson (ma per loro a differenza della chiesa cattolica il conflitto non sussiste). Il senso di predestinazione che pervade la cultura fa della rivelazione biblica la metafora portante, non a caso sono usi individuare nell'umanesimio laico la radice di ogni male. Eppure loro sono l'opposto di iconoclasti, non temono le certezze su cui senza remore basano il porprio integralismo ma anche la propria creativita'. Credo malgrado tutto che a questo modo di vedere - e soprattutto ad una soggiaciente vitalita' mitopoietica- della cultura americana si debba ricondurre una vitalita' espressiva come quella di cui parli.

Posted by: Luca Celada at 10.05.04 03:05


hmm...:?

Posted by: Meridian at 16.08.05 22:11
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