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18.04.04

Politica, pubblicità

manifestimilanominima.JPG

Quando guardo una pubblicità e leggo (faccio un esempio antiquato) che “Dash lava più bianco”, io non credo davvero che Dash lavi più bianco. Non so bene che cosa succeda nella mia mente, ma è come se si creasse un doppio pensiero. Un pensiero sa che non è per nulla provato che Dash lavi più bianco e che comunque, anche se Dash effettivamente lavasse più bianco, esistono altri criteri per scegliere un detersivo. L’altro pensiero è invece affascinato dalla semplcità del concetto: Dash lava più bianco; e se lo ricorda, questo concetto così espresso, se lo ricorda bene, benissimo. Può succedere addirittura che io comperi il Dash. Può succedere che, a distanza di almeno un decennio dall’ultima volta che ho vista una pubblicità con questa frase, “Dash lava più bianco”, io la usi per un esempio.
Non è così importante che Dash lavi o non lavi più bianco. La pubblicità esagera, si sa. L’esagerazione è connaturata alla pubblicità. Non è male se la pubblicità esagera: perché nessuno, in fin dei conti, crede alla pubblicità. Così come nessuno crede che le storie raccontate dai romanzi siano vere: sono storie inventate, no? Si sa.
Tuttavia, la mia vita è stata cambiata dalla lettura di alcuni romanzi. Tuttavia, tante persone sembrano convinte che nei romanzi ci sia un qualche tipo di verità. Magari dalla natura strana e bizzarra, ma una verità. Ci sarà anche nella pubblicità, un (magari strano e bizzarro) qualche tipo di verità? Mi pare che tante persone connettano il giudizio estetico (“Questo romanzo è bello”) con il giudizio sulla reperibilità, in quel romanzo, di questa benedetta verità (di un qualche tipo). Che cosa consegue, quindi, da un giudizio estetico sulla pubblicità? E il giudizio estetico sulla pubblicità, è separato e è separabile da un giudizio sulla sua efficacia?
Quando guardo un manifesto pubblicitario, che cosa succede nella mia mente? Più o meno ciò che mi succede quando leggo un romanzo?
Noi siamo la civiltà del romanzo (l’ha detto Milan Kundera, prendiamola per buona). Siamo anche la civiltà della pubblicità. Il protagonista del romanzo-simbolo del Novecento, l’Ulisse di J. Joyce, per mestiere vende pubblicità.
Che relazione c’è, tra il romanzo e la pubblicità?

(Ah: una pubblicazione interessante sulla comunicazione pubblicitaria: Lavapiubianco).

Posted by giuliomozzi at 18.04.04 23:02 | TrackBack
Comments

Ci sarebbe anche "Gesu' lava piu' bianco" di B. Ballardini, che di questi tempi e' doppiamente in tema.

Posted by: bruno at 19.04.04 00:01

Tu dici che la gente non crede alla pubblicità. Non so quanto questa affermazione possa essere vera. Senz'altro tu ed io non crediamo alla pubblicità. Cioè, ci crediamo, sì: ma "relativamente", a seconda della tipologia di prodotto e messaggio. Se la televisione mi dice che una tariffa telefonica è più conveniente delle altre, posso anche crederci. Ma se mi si dice che lo yogurt Sveltesse tiene in forma pur appagando la golosità, io non ci credo, e non ci credo almeno per due motivi. Primo, se confrontato con gli altri yogurt-dessert, lo Sveltesse è ugualmente stracolmo di zuccheri raffinati sostanzialmente ingrassanti, tanti quanto bastano per accumularsi in forma d'adipe superfluo nelle nostre pancette (certo, lo Sveltesse ha forse un po' meno grassi, oltre a qualche edulcorante, ma proprio per questo i ciccioni ne mangiano di più, e dunque...). Secondo, è "ovvio" che questa pubblicità sia esagerata (anzi: del tutto truffaldina; ma si sa, ci siamo abituati): qualsiasi esperto di marketing sa benissimo che la gente è sempre più pigra, e vorrebbe sempre di più la botte piena e la moglie ubriaca. Il segmento ciccioni non è da meno, perchè anche loro vorrebbero mangiare cose buone e dolci e nel contempo porgere i suadenti ombelichi che sfilano nello spot in questione (da notare: si vedono solo ombelichi di belle tipe stile cubista della porta accanto, con relative versioni maschili, e l'obeso allegro si vede solo di faccia, per un decimo di secondo, e non certo di pancia, come a dire "tranquillo ciccio, con questa roba qua la tua panciona è out! non si vede!"). Pertanto il primo messaggio che qualsiasi pubblicitario darebbe è appunto questo: abbasso i sensi di colpa, via libera allo yogurt goloso che non ingrassa; messaggio che è prima di tutto una necessità, e solo secondariamente una realtà, e che allude a interessi troppo importanti per essere anche solo minimamente ancorato ad un barlume di ragionevolezza. Ma la gente ci crede. Eccome se ci crede. Se non ci credesse, le multinazionali non spenderebbero certo centinaia di migliaia di euro per le loro campagne frega-ciccioni. Dirò di più: la gente non solo ci crede, ma continua a crederci ad oltranza, per il semplice fatto che ha "sempre più voglia di crederci". Smetterà di crederci quando sarà necessario produrre uno yogurt che prometta molto di più, e che dunque li costringerà implicitamente a ri-credersi e a ri-credere. Se io produco yogurt dolce, il mio interesse è che la gente mangi yogurt dolce, e che continui a farlo, il più possibile. Se il ciccione smette di essere frustrato, non desidera più zucchero (che, giova ribadirlo, è una droga a tutti gli effetti). Dunque bisognerebbe riconvertire, disinvestire, tornare allo yogurt acido, insomma...una follia (stupenda, ovviamente, ma pur sempre una follia). Molto più semplice promettere, cioè "coltivare" la frustrazione dell'obeso e di quelli come lui, per poi solleticarlo con trovate sempre nuove che lo inducano a comprare ancora, ininterrottamente, provando e riprovando. Insomma, a livello globale la gente crede a tutto. Credimi.

Per quel che riguarda la letteratura, le cose sono (penso) più complicate. Infatti la letteratura si rivolge generalmente a un pubblico molto più esiguo e colto, che distingue sostanzialmente bene la fiction dalla realtà, ma che nel contempo è "disposto" a calarsi nella "logica" del racconto per varie ragioni. Le motivazioni possono essere diverse. A mio avviso sono di tre tipi, con tutte le possibili sfumature e commistioni: 1) il puro divertimento, 2) l'evasione, 3) la curiosità intellettuale. Nel primo cadono tutti gli autori di best-sellers di genere avventuroso, triller, ma anche comico. Nel secondo gran parte del fantasy, e il genere sentimentale. Nel terzo un po' tutto il resto, con incursioni nei primi due. Ovviamente è uno schema semplificato e parecchio grossolano. Ma in sostanza penso sia questa la tripartizione dei lettori. C'è chi legge per passare il tempo con una storia che "lo prende". C'è chi legge perchè l'esistenza sostanzialmente non lo soddisfa, e dunque vuole concedersi delle percezioni alternative di realtà. E infine c'è chi legge per una serie di motivi che lui stesso non sa definire, ricercando una forma di utilità che potremmo definire "intellettuale".

Quanto al "crederci", in questo secondo caso, penso abbia una natura più fisiologica che culturale. Cioè: chi crede in senso letterario non crede attribuendo valore di realtà, bensì valore di coerenza, e sfrutta la cosa a suo consumo. Al contrario, chi crede pubblicitariamente parlando crede e basta, e ci crede perchè una certa manipolazione culturale lo ha indotto a farlo, senza sottigliezze nè consapevolezze.

Riassumendo: la letteratura è una forma di pubblicità del lettore verso sè stesso tramite il libro.

Posted by: Filippo at 19.04.04 00:34

a me piaceva la pubblicità col cane che adesso è morto e non mi ricordo come si chiamava ma non penso che è una cosa importante perchè tanto è morto. poi secondo me quel cane dopo che è morto l'hanno passato all'inceneritore dopo averlo scuoiato per farci un manicotto. requiescat.

Posted by: Lu at 19.04.04 01:10

Pensavo di essere io il nottambulo.

Quanto alle cose scritte, errata corrige: triller si scrive thriller. Non sono scivolato sul tasto h. L'ho scritto così perchè evidentemente mi piaceva (comunque ci sono vari siti che scrivono "triller"). Bah...ci tenevo a precisarlo.

Tornando al tema, mi sembra che indirettamente questo post di Giulio ri-alluda all'argomento "a cosa serve la letteratura?", e lo ri-proponga da un punto di vista un pò diverso: "come funziona la letteratura, e che rapporto intercorre tra il suo funzionare e il suo servire?". (in sostanza: "perchè e percome la gente crede nella letteratura?"). Lo trovo un tema interessante.

Posted by: Filippo at 19.04.04 06:39

Per dirla con Enrico Ghezzi, tutta la comunicazione è pubblicità, se non è amore. Bisognerebbe quindi capire quanto amore c'è nei romanzi, perché in pubblicità c'è solo quello di chi la fa (se la fa con cura).

Posted by: copydifiducia at 19.04.04 08:29

Caro Filippo, io parlavo d'altro. Non metto in dubbio che ci si creda, alla pubblicità. Così come non metto in dubbio che si creda ai romanzi. Non lo metto in dubbio non perché ne sia convinto, ma perché metodologicamente è inutile. La domanda interessante è, secondo me: in che modo ci si crede? (alla pubblicità, ai romanzi). Se io dico che oggi è lunedì, abbiamo degli strumenti per determinare se l'affermazione è vera o non è vera; e quindi possiamo decidere se crederci o no. Ma se io dico che la marchesa uscì alle cinque, o che dio esiste e ha creato il mondo, dubito assai che esistano degli strumenti per determinare se queste affermazioni sono vere o no. E allora? In che modo crede che la marchesa uscì alle cinque, il lettore di quel romanzo? In che modo credo che dio esiste e ha creato il mondo, io che lo credo? In che modo credo che Dash lava più bianco, io che non ho mai comperato il Dash ma ho sempre desiderato di comperarlo? La quesione, caro Filippo, non è sociologica o psicologica o morale: la questione è, semmai, filosofica. *** Eviterei poi di usare la categoria "la gente". Tu dici che io dico che: "la gente non crede alla pubblicità". Ora: nella mia paginetta non c'è scritto questo, né (mi pare) niente di simile. E io non uso la categoria "la gente", che è rozza e deleteria.

Posted by: giuliomozzi at 19.04.04 08:58

Forse, Giulio, quel che mette dubbi è l'uso del verbo "credere". C'è scritto che la marchesa è uscita alle cinque? Non è questione di crederci, personalmente: nel romanzo accetto questo per costruire con l'autore la fiction che questi mi propone. Mio padre, però, odia i film di James Bond perché li ritiene poco credibili, ma ama il Signore degli Anelli: quando legge i libri di Tolkien evidentemente sospende la sua abilità di credere (spirito critico?) per scelta, incoscia o meno che sia. Credere che Dio abbia creato il mondo probabilmente rientra nella sfera dove ci si coinvolge in misura maggiore... Voglio dire: credere in Dio coinvolge il cuore e l'anima, credere a quel che di verità si legge/proietta in un romanzo è una scelta più razionale, distaccata; credere o no ad un politico è un atto consapevolmente irrazionale, come credere o no alla pubblicità (per consapevolmente irrazionale intendo che tanto interesse per te da parte di chi non conosci ti puzza, intuisci una possibile buggeratura e non ci badi sul serio, non approfondisci fino a che la cosa non ti interessa o tocca da vicino). Noi creativi pubblicitari, del resto, sappiamo bene che le persone leggono quello che a loro interessa, non la pubblicità in quanto tale (quindi anche qui, in fondo, non è questione di "crederci"). Se va bene, è un nostro annuncio o spot, quindi a pranzo si mangia e la notte si dorme tranquilli. I grandi teorici della pubblicità, quelli che credono e teorizzano e pontificano sono quelli del marketing, non i creativi (ci sono eccellenti eccezioni come http://intranetmanagement.splinder.it/). Credimi!

Posted by: copydifiducia at 19.04.04 09:30

Nel primo volume del Romanzo Einaudi, Francesco Orlando ha scritto un saggio di grande importanza, secondo me. Il lavoro parla degli 'statuti del soprannaturale nella narrativa', e tra le sue domande c'è appunto quella che fa: 'Perché crediamo tutti ai fantasmi, mentre leggiamo Hoffman, per esempio'? Orlando, si sa, è coltissimo e differenzia soprannaturale da soprannaturale (c'è incredibile e incredibile, non si può fare d'ogni erba un fascio).
Ma il cuore del suo saggio è dedicato alla triade 'Credito, critica e formazione di compromesso' – tre espressioni freudiane che lui applica all'esperienza letteraria. In particolare, Orlando insiste sull'idea di 'formazione di compromesso', ciò che media tra il nostro far credito (ai fantasmi o agli sbiancanti del dash) e il nostro essere critici (non crediamo davvero ai fantasmi, né al dash).
«Definiamo 'formazione di compromesso' una manifestazione semiotica – linguistica in senso lato – che fa posto da sola, simultaneamente, a due forze psichiche in contrasto diventate significati in contrasto», dice Orlando citandosi. E citando invece il Freud del Motto di spirito, parla dei particolari giochi linguistici infantili, ai quali ci si «dedica con la coscienza che sono insensati, [trovando] soddisfazione proprio nell'attrattiva di ciò che è proibito dalla ragione». Orlando estende questo tipo di soddisfazione ai 'giochi con la credulità': io almeno l'ho capito così.
Scuate la lunghezza.

Posted by: Una at 19.04.04 09:51

Bisognerebbe vedere tra quale romanzo e quale pubblicità. Bisognerebbe scegliere come esempi un romanzo e una pubblicità che riescono a comunicare quello che intendono comunicare (o forse anche qualcosa di più, quasi ci fossero messaggi sconosciuti allo stesso autore ma percepiti poi dall'utente). La questione di Dio invece mi pare di altra natura. Credo che quando Wittgenstein affermava che su ciò di cui non si può parlare si deve tacere parlasse anche di Dio. Credo che di Dio non si possa parlare. Di Dio si può solo avere esperienza. Il resto sono chiacchiere, tradizioni o politica. Sempre Wittgenstein e sempre nel suo Tractatus logico philosophicus diceva che il mondo è l'insieme dei fatti, non delle cose. Sia un romanzo credibile che una pubblicità credibile raccontano fatti credibili. Il libro che li racconta è una cosa e pertanto potrebbe anche non fare parte del mondo. Oppure il libro che li racconta è esso stesso un fatto. Un manu-fatto. I fatti che sono raccontati nel libro fanno sicuramente parte del mondo. Ultimamente la pubblicità e i libri di progettazione web mi piacciono di più dei romanzi. Mi piacerebbe poter vedere il mondo come lo vede Nel alla fine del primo Matrix. Mi piacerebbe vederne i codici.

Posted by: francesco at 19.04.04 10:23

Avrei dovuto scrivere Neo e non Nel… la o e la elle sono vicini sulla tastiera ma non sono la stessa cosa… si capiva lo stesso ma non era esatto

Posted by: francesco at 19.04.04 10:28

Giulio, ho un mio personale punto di vista della questione. Il fatto è che Dash lava davvero più bianco, non perché pulisca di più ma perché contiene una molecola che si fissa al tessuto e consente la riflessione dell'intero spettro luminoso che, se ritornerai ai ricordi scolastici, compone il bianco, appunto. E' lo stesso principio in base al quale esiste ora un prodotto che lava "più nero", e che ovviamente si usa per i capi scuri. Solo che in questo caso l'intero spettro luminoso non viene riflesso, bensì assorbito. L'effetto, in definitiva, è quello di una buona mano di vernice sul capo da lavare, che non è garanzia di pulizia, ma solo di effetto estetico. Per ritornare alle opere letterarie, io non credo che la pubblicità dica il falso in merito al prodotto-libro nè di altri prodotti (non sempre, almeno), ma che dica solo le cose che desideriamo nel prodotto oggetto di desiderio. Quindi, se è in voga il romanzo alla Grisham (giusto per non dimenticare il recente passato)è assai probabile che scrittori esperti di affari legali cerchino la pubblicazione di opere fantalegali invogliati dal clamore, dall'idea che il ferro va battuto finché è caldo, dalla speranza che, tra tanta attesa di opere simili, ci sarà qualcuno che pubblicherà la loro. In altre parole ti propongo una immagine circolare, dove la pubblicità alimenta certa produzione e si alimenta dei suoi prodotti. Credo che l'effetto inflattivo provochi, in tempi più o meno lunghi, un decadimento del processo e una riduzione del guadagno marginale, ed è chiaro che, se mi trovo a usare questi termini, non è certo per caso.

Posted by: mauro at 19.04.04 10:49

Considero la letteratura una grandissima forma di verità. La pubblicità non la considero.

Posted by: Annarita at 19.04.04 11:01

secondo me, la pubblicità dovrebbe solo essere informazione di una cosa esistente,ma è troppa e, spesso, non desideriamo neanche esserne informati, tutt'al più ci si potrebbe divertire, se è fatta in maniera divertente.comunque, siccome io ho poco tempo per leggere, se guardo la TV per un programma che m'interessa, al momento della pubblicità, prendo un libro, che giace su uno sgabello alla mia destra, e ne leggo alcune pagine. arcobaleno1

Posted by: arcobaleno1 at 19.04.04 11:17

L'altro giorno ho osservato con attenzione il manifesto elettorale di Follini. "Io c'entro" è lo slogan che vi compare. "Io c'entro" come "io sto al centro", dunque come "io sono un moderato". Ma anche "Io c'entro" come "Io ci sono dentro", ossia come "la cosa pubblica mi riguarda".
Che a pensarci bene sono due significati completamente antitetici. Se "io sto al centro", facciamo un esempio, in una disputa tra te ed Umberto Casadei (per dire il primo nome che mi viene in mente) significa che io ascolto te ed Umberto discutere di qualcosa, manifestare posizioni differenti su questo qualcosa, ma che non prendo posizione rispetto a questo qualcosa. Non sto nè con te nè con lui. Sto al centro. Dunque, di fatto, io non "c'entro". La vostra disputa "non mi riguarda". Anzi, sto "al centro" tra voi proprio perchè non voglio "centrarci". Poi, riflettendo meglio su quest'antitesi di concetti, mi sono detto che rappresenta bene la psicologia dell'elettore di centro, che vuole prendere posizione ma non vuole prendere posizione, che vuole farsi carico della cosa pubblica ma non vuole farsi carico della cosa pubblica, e che dunque la "verità" di questo slogan sta proprio nella sua ambiguità, nella sua doppiezza, nella sua enigmaticità.

Posted by: luca at 19.04.04 11:55

Mauro, sopra, parla di Wittgestein. Sì, ma banalizza troppo (manu-fatto, fatti...); si perde in un gioco di parole, mi sembra, che non porta a molto. Però parlare di Wittgestein in un contesto di "verità" mi sembra giusto. Però non c'é solo Wittgestein e bisogna considerare che il Tractatus è stato poi "ritrattato" più tardi dallo stesso W. Dico solo una cosa: non è detto che la logica sia il solo modo rimasto alla letteratura per parlare della verità. E' un discorso tutto da verificare. Dico una cosa che mi sembra importante: non bisogna dimenticare che il linguaggio della letteratura è un 'linguaggio espressivo'. Così come quello della scienza è descrittivo e quello della legge prescrittivo. Un'opera letteraria può utilizzare un linguaggio descrittivo (gli esempi sono molti), oppure un linguaggio logico: ma rimane sempre, per me, in un 'linguaggio espressivo'. Bah, magari è un discoso un po' fumoso, che andrebbe chiarito...
:-(

Posted by: Marco at 19.04.04 12:05

Marco, sono stato io e non Mauro a tirare in ballo Wittgenstein. Lo so che il Tractatus è stato ritrattato, ma sono stati ritrattati anche i punti che io ho citato? Confesso qui la mia ignoranza e chiedo il tuo soccorso. Qualora Wittgenstein li avesse ritrattati confesso inoltre che i punti da me citati continuano ad esercitare su di me una notevole influenza. Non sono ortodosso nè fedele alla linea per natura. Insomma magari Wittgenstein nella sua grandezza ha cambiato idea, io nel mio piccolo no. Lo so che non c'è solo Wittgenstein, ma io parlo solo di ciò che conosco. Come vedi non lo conosco nemmeno benissimo, ma un poco sì. Degli altri parlane tu e ti leggerò con interesse. Non intendevo poi banalizzare. Non sempre i giochi di parole banalizzano. Semplicemente sono stato colto da un dubbio. Un libro è una cosa o è un fatto? Non sapendo rispondere con sicurezza ho lasciato aperte entrambe le ipotesi. Ora ripensandoci credo di non essere nemmeno più interessato alla risposta, che, nella sostanza, per me, sposterebbe di poco i fatti. Mi spiace che quanto ho affermato non porti a molto perchè mi sembrava portasse da qualche parte. La cosa mi preoccupa perché mi occupo anche di comunicazione. Rifletterò… Parli del linguaggio della scienza, della legge e della letteratura. Mi pare che qui il rapporto fosse tuttavia posto tra letteratura e pubblicità. Usciamo dal fumo?

Posted by: francesco at 19.04.04 12:34

Ciao Francesco. Dici: "Un libro è una cosa o è un fatto?". Ma quando io dico:"Ho fatto una cosa" voglio dire che ho fatto una cosa o ho fatto un fatto? E' un po' un garbuglio, non trovi?
Sì, è vero, si parlava di pubblicità; ma anche una reclame è un piccolo mondo narrativo che deve dare l'impressione di verità. (Come faccio a desiderare una cosa che si vede subito che non è vera, che è chiaramente una bufala; finito di vedere la reclame io ho l'impressione che quel prodotto sia veramente la cosa che ho sempre desiderato e che mi darà la felicità). Una cosa, però, è la verità, un'altra cosa è 'il confronto' tra verità. Noi decidiamo che il mondo raccontato nelle pubblicità o nelle favole non è quello vero perché lo confrontiamo con la nostra vita, dove, lo sappiamo, le persone si fanno la guerra, si sgambettano, nessuno va d'accordo, nessuno vive precisamente come la famigliola dei biscotti del Mulino Bianco, e nessuno acquistando i prodotti reclamizzati risolve tutti questi problemi, etc. Ma questo, piaccia o no, da quel che ho capito, è a sua volta solo un altro mondo possibile, che niente ha a che vedere con la realtà. Nei Sei personaggi in cerca di autore, i personaggi immaginano il mondo del loro autore, che è a sua volta il personaggio di un altro mondo 'testuale' - è un esempio tratto da un ben noto libro. Questo per dire che non si può passare da un mondo possibile alla realtà. Piaccia o non piaccia, la realtà non esiste; forse esiste solo la "verità".
Boh?

Posted by: Marco at 19.04.04 14:53

Ciao Marco. Chiedi "Quando dico:"Ho fatto una cosa" voglio dire che ho fatto una cosa o ho fatto un fatto?" Rispondo: vuol dire che hai fatto un fatto. Così siamo fuori da quel garbuglio. Ripeto: sia un romanzo credibile che una pubblicità credibile raccontano fatti credibili. Fosse il romanzo anche un romanzo di fantascienza. Non sono d'accordo con te quando dici che non si può passare da un mondo possibile alla realtà. Per rimanere nella fantascineza citerei Verne. Ci sono poi famiglie che sono momentaneamente la famiglia del Mulino Bianco. La famiglia del Mulino Bianco è tale solo per il tempo che occupa lo spot. Sono d'accordo con te quando dici che la realtà non esiste ed esiste solo la verità. Ciao…

Posted by: francesco at 19.04.04 15:27

Certe volte mi sento Giulio Mozzi.

Posted by: Marco Candida at 19.04.04 15:40

certe volte mi sento La Radio

Posted by: francesco at 19.04.04 15:56

Francesco, non capisco quando tiri fuori Verne.
:-?

Posted by: Marco at 19.04.04 16:10

Marco, "Dalla terra alla luna", a meno che tu non sposi la tesi per cui sulla luna non ci siamo mai stati… come si chiamava quel film? porca miseria che fastidio quando non mi ricordo una cosa…

Posted by: francesco at 19.04.04 16:21

D'accordo, Francesco, ma non è questo il punto. La verità è una categoria formale. Se io dico che il cielo è azzurro in un mondo dove tutto ha un solo colore, che è il verde, faccio una affermazione non vera. Poco importa che nella realtà il cielo sia azzurro; il cielo deve necessariamente essere verde. Se il mio cielo è azzurro, in un mondo di colore verde, io sto mentendo.
Ma al corso di scrittura creativa di Giulio Mozzi a Tortona del 29-30 Maggio si affronteranno questi e altri argomenti. Se vuoi venire, sei invitato.

Posted by: Marco Candida at 19.04.04 16:38

Marco, la verità è una (e basta). (Io non la conosco). Tutto il resto è menzogna. Vorrei vedere il mondo come lo vede Neo alla fine del primo Matrix. A maggio sono impegnato nella preparazione e semi-contemporanea realizzazione di un mio corso sulla menzogna qui a Verona. Non potrò venire a Tortona e mi dispiace. Insegno la menzogna attraverso l'uso dell'Html. Il tag offre prospettive allettanti nell'uso dei CSS. Le pagine, con questo tag, vengono costruite in modo da apparire "in un certo modo" (definizione del cazzo). L'utente è convinto di percepirle per come sono state costruite. L'utente è convinto di vedere ciò che è. In realtà lo stiamo ingannando con dei trucchi prospettici (sto scrivendo delle banalità imbarazzanti). La pagina che lui vede intera è un insieme di pezzi. Finora tutto questo è stato gestito solo con frames e tabelle. Ora si possono ottenere risultati migliori definendo il codice in altro modo. Mi piace un casino questo sviluppo dell'html, ma in realtà aspiro pazzamente a qualcosa di più. Io voglio un satori. Ciao…

Posted by: francesco at 19.04.04 17:15

Ho contrassegnato il tag "div" secondo il codice html e perciò non compare nel mio commento. Il browser se lo mangia. Errata corrige: Il tag "div" offre prospettive allettanti nell'uso dei CSS. Scusate!!!

Posted by: francesco at 19.04.04 17:19

Caro Francesco, era forse "Capricorn One"?

Posted by: giuliomozzi at 19.04.04 17:56

Caro Marco, l'importante è che tu ti senta bene.

Posted by: giuliomozzi at 19.04.04 17:59

Giulio, grazie a te stanotte dormo… ciao! Capricorn One, Peter Hyams, 1978

Posted by: francesco at 19.04.04 18:06

Caro Giulio,
mi fa (dis)piacere avere, come te, anche io una storia con la telecom. sarà per questo che sono ritornata a casa??
LA STORIA DEL TELEFONO
quando mi sono trasferta a casa mia il mio telefono aveva un guasto ancora prima della istallazione. Ho chiamato la telecom, sono venuti, hanno visto che bisognava cambiare un cavo esterno. La centralina era a casa di un vicino. I tecnici sono tornati la settimana dopo, ed il vicino ha risposto che non autorizzava la telecom a intervenire, a meno che le fosse presentata una lettera ufficiale e che la riparazione fosse fatta davanti al "capo" ufficio tecnico. Ti riassumo i fatti: quando ho sentito puzza di ritardo nell'intervento ho comprato un cellulare alla bambina (io che dicevo che una bambina a nove anni non dovrebbe averlo); mi sono detta, "intanto la conessione internet la facio con gli infrarossi" (e, per farla breve, il mio telefonino è andato a finire in un lungo ricovero dalla Nokia, poiché gli infrarossi erano guasti); allora ho detto "mi prendo un altro cellulare gprs, con il cavetto, ecc" (e, x farla breve, allora era il mio computer che era guasto, la porta usb non funzionante, e anche questo è stato ricoverato, dalla Acer, per cambiare scheda madre). ho lavorato a lungo con il computer di layla della serie stracarico-di-giochi-e-poca-professionalità e x connettermi a internet dovevo andare dagli amici o ai cybercaffè; ho speso una valanga di soldi con computer e con un sacco di periferiche in più, visto che già lo stavo mettendo a posto..., tre cellulari, infrarossi, cavetto usb, gprs & company. so che starai pensando,ma sta donna cosa ha fatto ai vicini?, e ti rispondo in anticipo: niente! Nemmeno li conosco, a tutt'oggi! A Telecom hanno detto che dava fastidio il loro intervento, x chè altre volte hanno fatto confusione con i cavi, ecc.
THE END
ed è così che sono rimasta x mesi senza telefono. mi auguro che non abbi vicini così amichevoli...]
salutoni dal brasile
maria

Posted by: maria rafart at 19.04.04 22:28

Ciao, Giulio. Sì, certe volte mi sento anche Bene.

Posted by: Marco (l'ultima deve essere la mia!) at 20.04.04 10:59

Marco, quante volte sei apparso alla madonna?

Posted by: francesco at 20.04.04 11:23

Purtroppo manco mezza. Sennò sarei nei Classici Bompiani...

Posted by: Marco (ho detto che l'ultima deve essere la mia!) at 20.04.04 12:06

Ok!

Posted by: francesco at 20.04.04 12:15


hmm...:?

Posted by: Meridian at 16.08.05 19:31

really? is that it? :)

Posted by: nu to the net at 03.09.05 09:58
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