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20.04.04

Politica: braccio e parrucchiere

Qualche giorno fa, nei “commenti” alla mia paginetta intitolata Politica, Marco Candida e Mattia Signorini hanno scritte delle cose che mi sembrano assai interessanti. Ripubblico qui sotto i loro due “commenti”.

Il braccio di Marco Candida

Giulio, ti devi decidere. Di che cosa vuoi che parli la letteratura? Della verità? Ma ne siamo sicuri che sia questa l’istanza prima della letteratura? Perché io comincio ad averci i miei bravi dubbi. Leggendo molto, confrontando molto, mi sono convinto che non sia precisamente della verità che la letteratura parli. Sto scrivendo a braccio, porta pazienza. Perché parto da qui, dalla verità? Perché sto scrivendo a braccio e tu devi portare pazienza. Allora: Il socio è un romanzo di qualche anno fa. Ne hanno anche tratto un film con Tom Cruise e quello… quello che faceva Lex Luthor in Superman, come si chiama? Non mi viene adesso - e sai perché? Te l’ho detto: perché scrivo a braccio e tu devi portare pazienza. Ti dico che hanno fatto il film, perché sembri quasi non saperlo. Non solo, ma Il Socio ha inaugurato il filone legal thriller. Ecco che vedo già posare gli indici sulla tastiera Mauro o Azzurrità per scrivere: siamo precisi, Candida, è Scott Turow che ha inaugurato il genere legal-thriller! Ma per me è stato Grisham che ha creato la tendenza: la tendenza la crea sempre il secondo, mai il primo*. Il secondo, sempre il secondo. E’ il secondo che si tira dietro le masse, non il primo. Allora: qualche hanno fa questo avvocato John Grisham scrive un romanzo su un giovane avvocato e sul torbido mondo degli studi legali. Nessuno lo aveva mai fatto prima; a parte Scott Turow. Sì, la trama è sempre la stessa, ma quello che importa è il mondo che viene raccontato, un mondo di cui si sapeva pochissimo. Sì, c’era Perry Mason e l’Avvocato Petrocelli, ma questa storia, far vedere che il mondo degli avvocati è così corrotto, un mondo degno delle migliori spy-story, con microspie, foto ricattarole, situazioni confezionate apposta per incastrare, be’, cazzabubbola… Scusa se ho scritto cazzabubbola ma sto scrivendo a braccio e tu devi portare pazienza. Quello che il tuo pezzo mi dà l’occasione di buttare sul tappeto della discussione è questo: che cosa fa sì che un romanzo con una trama scontata trovi il consenso del pubblico? Ci sono tanti romanzi con le trame semplici e visioni del mondo semplificate (questa espressione me la voglio proprio segnare: visioni del mondo semplificate; quali sarebbero le visioni del mondo complicate? E voglio esempi, evidenze oggettive, perdio, non fumose argomentazioni); ma non trovano il consenso del pubblico… Che cosa è che decreta il “questo mi interessa”; oppure “questa è pura fuffa”. E’ la verità contenuta nelle pagine? Oppure, e qui veniamo al punto, al sacro che quelle pagine vanno a snidare? Forse non è la verità che interessa: sì, la coerenza della storia, la coerenza interna, ma queste a me paiono più le parole di cui si riempiono la bocca le persone che credono di aver imparato la lezione - tutta gente rispettabilissima, che pubblica, corregge chi pubblica, fa pubblicare, ma che all’atto pratico non saprebbe avvincere nemmeno la nipote del vicino. Quello che una buona storia fa è snidare il sacro e poi raccontarlo.
Bene.
Poi c’è dell’altro…
Parliamo un po’ di te, Giulio. Il fatto che tu legga una storia e dica sempre: ma no, ma basta. Leggi Fam_09 e dici: mi tocca di leggerne tutti i giorni di queste cose. Leggi John Grisham e dici: voglio storie più complicate… Non lo so - e sai perché scrivo non lo so? Perché sto scrivendo a braccio e tu devi portare pazienza. Non lo so, ripeto. Prima di tutto penso che sei un editor e la cosa mi spaventa. Mi dico: ma per chi devo scrivere io? Io da due anni ho pronto questo romanzo di 1800 pagine che si intitola: “Mia Mamma”. Adesso vado da Mozzi e la prima cosa che mi sento dire è: “Blah, ecco un altro romanzo ombellicale… A pagina 200 scommetto che cominci a descrivere la tua stanza, eh?” mi dici. “E a pagina 400 scappi di casa, eh? Dove vai? A Londra?! Ah!” mi dici. Sì, ma io devo scrivere per il pubblico o per chi pubblica? Ripeto: devi deciderti, Giulio. Non puoi stare lì a ristagnare in una specie di nichilismo paralizzante: se sai come si scrive un romanzo che può vendere un milione di copie, mi domando perché non lo scrivi. Voglio dire: sono sicuro che tu e Stephen King avete la stessa mole di conoscenze a proposito di come si scrive una storia; la differenza è che Stephen King dice: bella lì, conosco e attuo; tu invece dici: conosco e mi paralizzo. Sei alla ricerca di altro, sempre altro… Ma, dico io, solo il genio ragiona così. E però ragionare come un genio, non significa esserlo. Tu sei un genio?**
Ma sto scrivendo a braccio e…
(Mio Dio… cosa sto facendo… non rispondo di quello che ho scritto, eh? Non cominciamo….).

Il parrucchiere di Mattia Signorini

Da diversi mesi continuo a pormi l’interrogativo sollevato nel tuo ultimo post. Come fa notare riferendosi ad altre questioni Marianella Sclavi in Arte di ascoltare e mondi possibili (Bruno Mondadori, riedito qualche mese fa)***, l’atteggiamento più corretto, tra due scelte di verso opposto (semplificando e banalizzando, il romanzo di successo-prevedibile, che racconta quello che già sappiamo, e gli altri) è quello di mettere i piedi in due staffe: il giudice saggio quando deve giudicare i due contendenti su una questione, dice: avete ragione tutti e due.
Mi spiego meglio: qualche mese fa ero dal parrucchiere, un tipo trendy, completamente alla moda e per niente stupido o frivolo. Mi dice “Tu che conosci gli scrittori, conosci Fabio Volo?”. Io “Mi dispiace, no”. Lui, ancora “Beh, ho letto il suo primo libro, è stupendo, l’ho consigliato a tutti i miei amici ed è piaciuto a tutti”. Gli ho chiesto per qualce motivo gli piacesse, ero curioso. Mi ha detto “Beh, è ovvio, parla di noi, dei trentenni. sai quante volte mi sono capitate le cose che lui racconta lì?”
Da quella chiacchierata, e da altre, ho capito una cosa: parecchia gente cerca nella lettura situazioni che conosce, cerca un libro di cui poter dire “Cavolo, l’ho fatto mille volte, l’ho pensato mille volte e non ho mai trovato le parole per dirlo”. Ecco: le parole per dirlo.
Il giudice saggio a questo punto consiglierebbe allo scrittore che si fa la domanda su cosa scrivere, e come farlo, di creare una storia che generi riconoscimento, e che vada un po’ più in là del riconoscimento. Come fare non è affar mio, che sono un piccolo scrittorino che deve ancora esordire con un romanzo e nell’ambiente letterario ha pochissimo diritto di parola.
Mi chiedo: a che serve scrivere un libro se lo leggono in pochi? Possono uscire centomila dietrologie, qualcuno mi può tirar fuori la frase “Se quel libro ha fatto bene anche solo a dieci persone, allora è valsa la pena di scriverlo”. E dico “No, non è valsa la pena di scriverlo”. Una delle cose che ti insegnano all’esame di economia è la questione del costo/opportunità. Vale tanta fatica per dieci persone? Il buon economo risponderebbe: se il tempo impiegato a scrivere un libro fosse stato impiegato per fare volontariato, ad esempio, di persone se ne sarebbero raggiunte molte di più.
Quella di sopra non è - non vuole essere - una risposta. E’ una riflessione momentanea, in divenire.

Tre annotazioni di gm:
* Lo dice anche Marco Bellotto.
** No. Non so neanche come si fa a entrare in una lampada.
*** Gran bel libro.

Posted by giuliomozzi at 20.04.04 12:55 | TrackBack
Comments

Uno: la coerenza interna non è la verità, che è già più vicina all'idea di sacro suggerita da Candida. Quindi rientra anche quel che diceva Giulio
Due: giusta la prospettiva del per chi si scrive, ma si può andare più a fondo, smascherando il "pubblico". Per chi scrivi, Marco? Per chi scrivi, davvero? Li vedi, due occhi, dietro il foglio. Riconosci qualche tratto del volto cangiante che ti sorveglia?
Tre: resta vera la schizofrenia di tante figure che ruotano nel mondo editoriale. Lo scrittore/editor, il critico/poeta, il narratore/maestrodipensiero (avete visto la narrificazione di una poetica di Scarpa su Nazioneindiana? avete presente l'educazione esoterica portata avanti dal miserabile genna?). Bene, che scoppino, queste figure, tornando a una maggiore purezza - oppure che l'orgia non sia priva di desiderio, e si creino figure meticce originali.
Quattro: pensare a Zucchero che decide di diventare, dopo i primi album melensi, Sugar, forse chiacchierando con Mogol. Pensare a quel momento psicologico: tutto si decide lì.

Posted by: alterego at 20.04.04 14:05

... Sempre che esista uno spazio di scelta...

Posted by: alterego at 20.04.04 14:07

Premesso che nel leggere le discussioni di questi giorni su letteratura, verità, mito, mi sono sentita, per la prima volta da anni, ignorante, e, non per la prima volta, inferiore.
Mattia, il costo opportunità di scrivere, per quel che ne so, non è quantificabile nello scambio fatica di scrivere e numero di lettori, ma nello scambio fatica di scrivere e fatica di non comunicare le nostre storie, che sono, spesso, le ossessioni di tanti.
In questo secondo caso, che i lettori siano dieci o diecimila cosa cambia?

Posted by: Annarita at 20.04.04 14:38

Domenica 18 aprile ero a Verona al corso di Inchiostro sulla scrittura creativa. C'era la lezione Annamaria Manna sulle risorse per gli scrittori in rete.
Verso la fine della giornata Annamaria ci guarda e dice "Mi sono meravigliata che quando è stato qui Enrico Rulli gli abbiate chiesto quali siano le tendenze, che cosa tira nel mercato" Io mi sono alzata e ho detto che non ricordavo, forse ero stata io a fare quella domanda. Comunque me ne prendevo tutta la responsabilità.
Una signora, seduta poco distante, ha iniziato a parlare da sola. Poi si è rivolta a tutti e ha detto che questa è disonestà, che non possiamo scrivere in funzione dei lettori. "Un momento- ho detto- siamo solo aspiranti scrittori. Abbiamo bisogno di esercizio. Io vorrei scrivere un romanzo di genere. Se i lettori cercano il serial killer posso inventarne uno. Non me ne vergogno. E voglio vendere, non volare troppo in alto"

Posted by: Joy Hopewell at 20.04.04 15:02

Ma qualcuno di voi li ha letti i due romanzi di Fabio Volo?

Posted by: Cattleya at 20.04.04 15:08

Prima di tutto saluto Mattia Signorini, che pensavo ormai da tempo alle Seychelles in costume leopardato con Elisabetta Sgarbi.
Poi aggiungo qualche mio cazzeggio. Lo scrittore, secondo me, è un confezionatore di torte di parole scritte, un impira-parole (calco su impira-perle) che esistono già tutte nel vocabolario, ma che compone in un modo tutto suo. Ogni sua torta di parole (il definito insieme a cui giunge)realizza la sua particolare strutturazione o reinvenzione del mondo e del reale, che egli ha filtrato o guardato o elaborato attraverso le proprie particolari lenti. Lo scrittore, come ogni artista, non IMITA o FOTOGRAFA il mondo, ma lo reinventa e lo interpreta.

Poi, naturalmente, c'è la mia amica Orietta Fatucci che dice: «Sono la direttrice editoriale di EL-Emme-Einaudi Ragazzi, ovvero colei che commissiona ai propri autori il tipo di libro che le occorre di volta in volta per mantenere vive certe particolari collane.»
E se il povero autore vuole continuare a lavorare, deve dimenticare le proprie visioni del mondo e fare in modo che che nei personaggi ideati si possano ***identificare*** quanti più adolescenti possibili:-)

Per quanto mi riguarda, l'ultimo personaggio letterario in cui mi sia identificato è stato quello dell'elefante di cui vi parlavo giorni fa (quello ammazzato a cannonate nella chiesa di Sant'Antonin di Venezia alla fine del carnevale del 1819). Come resistere alla tentazione di immedesimarsi in un elefante a cui si sia sparato nel culo col cannone?:-)

Posted by: Lucio Angelini at 20.04.04 16:51

Candida...testone, dovrebbe essere Gene Hackman (miglior suo, I TENEBAUMM ).

Posted by: cletus at 20.04.04 22:19

a marco candida pronostico (non auspico) un esaurimento nervoso che gli darà la sincerità di scrivere un bel romanzo. uno vero. non il malloppone falso di mille e più pagine.

Posted by: don giovanni at 21.04.04 00:01

Cara Joy Hopewell, è curioso come costantemente si sovrappongano questioni diverse. Io sono contento se si pubblicano libri belli (metto l'aggettivo più ingenuo che ci sia). Ho letti libri di puro intrattenimento che mi sono sembrati belli. Ho letti libri di grande ambizione letteraria che mi sono sembrati brutti. Non ho niente contro i libri di intrattenimento. Divido i libri in due categorie: quelli che, alla prova della lettura, mi sembrano belli; e quelli che, alla prova della lettura, mi sembrano brutti. Mi pare che non ci sia niente da ridire, se una persona cerca di tener conto dei gusti correnti del pubblico. Mi pare che non ci sia niente di male, nel desiderio di vendere molto. E questo è un discorso. L'altro discorso, che bisognerebbe non sovrapporre mai al primo, è questo: non mi stupisco se un libro che mi sembra brutto vende poco. Ma se un libro che mi sembra brutto vende molto, anzi moltissimo, allora comincio a farmi delle domande. Che si tratti di un libro dichiaratamente di intrattenimento (come "Il socio" di Grisham, del quale parlavo qualche giorno fa) o di un libro dichiaratamente di grande ambizione letteraria (gli ultimi libri di Erri De Luca, ad esempio, che a me sembrano bruttissimi), il mio stupore non cambia. Ecco. Questi due discorsi, secondo me, dovrebbero stare sempre ben separati.

Posted by: giuliomozzi at 21.04.04 07:12

A Cletus: grazie Cletus.
A don giovanni: auspico che maturi un po' e che ti trovi un lavoro.

Posted by: Marco at 21.04.04 07:36

grazie, marco. ma il consiglio di maturare, se è dato da uno che ha scritto un libro di 1300 pagine intitolato MIA MADRE, non è tanto attendibile.

Posted by: don giovanni at 21.04.04 09:08

Oh, bella, e perché no?

Posted by: Marco at 21.04.04 09:13

Marco, hai perfettamente ragione. Grazie per avermi citato anche se non mi sono ritrovato nella citazione. Il tuo pezzo è molto bello lo stesso. A presto

Posted by: Azzurrità at 21.04.04 16:26

Ciao, Azzurrità. Niente di personale. Mi piaceva solo il tuo nome: Azzurrità. L'azzurro (turchese) e l'arancione fluorescente sono i miei colori che preferiti. Anche il verde fluorescente.

Posted by: Marco (sempre presente!) at 21.04.04 16:33

Perfetto, sono felice che il mio nome ti piaccia. E per la citazione, che come mi sembrava, era più un saluto cordiale che altro. Meglio così. A presto e complimenti per il blog

Posted by: Azzurrità at 21.04.04 17:17

eiiiiiii giù le mani da erri!!

Posted by: marisa at 21.04.04 19:05

Cara Marisa, gli ultimi due libri di Erri De Luca mi sono sembrati molto brutti (alcuni, tra i precedenti, mi erano sembrati molto belli: soprattutto "Una nuvola come tappeto"). Non saprei spiegare bene perché mi sono sembrati molto brutti. La sensazione più forte, nel leggerli, era di avere che fare non con Erri de Luca ma con uno scrittore erriluchesco, che avesse però studiato ben bene anche Paulo Coelho. Mi disturbava, in somma, un certo tono che mi sembrava oracolare, un discorrere che mi pareva da illuminato dalla Verità (da illuminato; non da innamorato, che la vede da lontano o ne ha magari solo sentito parlare, e non la conosce e tantomeno la possiede), un espressionismo accanito su ogni parola e su ogni giro di frase. Ecco. Queste le ragioni, dette al volo, per cui quei libri mi sono sembrati molto brutti. Ragioni che, purtroppo, affondano le loro radici nei libri precedenti (quelli che mi sono sembrati belli). Il pericolo della maniera, del "kitsch religioso e sapienziale" (come lo chiamava, e cito a memoria, Filippo Laporta nel suo libro sulla nuova narrativa uscito ormai anni fa per Bollati Boringhieri), c'è fin dal principio. Gli è capitato adesso di caderci dentro.

Posted by: giuliomozzi at 22.04.04 06:53

:-D

Posted by: Attenzione! at 22.04.04 14:07

Caro Giulio anch'io preferivo Erri prima maniera
(aceto arcobaleno, non ora non qui, in alto a sinistra, prove di risposta etc.), dopo, come dici giustamente, c'è un cambio di stile, a mio avviso già dai Tre cavalli, fossero le troppe traduzioni bibliche?
Dell'ultimo romanzo- Il contrario di uno- basta solo il titolo a riabilitarlo.
Ti saluto e ti ringrazio

Posted by: marisa at 24.04.04 00:56

passo dopo tempo, leggo, e mi viene voglia di porgere una domanda, da lettrice, che quando vuole orientarsi tra gli autori contemporanei fatica in libreria a scremare tra la moltitudine di titoli commerciali, libri - mi sia concesso dirlo -superflui e inutili per bruttezza e vacuità. Davanti agli scaffali, in preda allo sconforto, mi chiedo spesso che cosa impedisca di azzardare la pubblicazione di "altro" e permetta a certi nomi di approdare sempre e comunque in libreria. Perché certi orrori non vengono stoppati? La qualità è un criterio che in qualche modo viene presa in considerazione? Cosa si intende oggigiorno per "buona scrittura"?

Posted by: tt at 24.04.04 12:24
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