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14.04.04

Politica

Ieri pomeriggio, a Venezia, per due euro e novantotto centesimi ho comperato il romanzo di John Grisham Il socio. Nell’edizione dei “Miti”.
A pagina 34 ho pensato: “Bene, la storia è questa: il giovinotto protagonista è finito a lavorare in uno studio legale sconosciutissimo che però paga benissimo. I proprietari dello studio sono afflitti da una sorta di sindrome del Grande Fratello: controllano, spiano i loro dipendenti; probabilmente si spiano anche tra loro. Quindi: lo studio è ricchissimo perché fa lavoro illegale. Lo studio si occupa di questioni fiscali. Quindi il vero proprietario dello studio è la mafia, e lo studio lava i soldi sporchi per la mafia. Il giovinotto scoprirà la cosa e dovrà decidere: o stare al gioco, vivere ricchissimo, e finire all’inforno dopo la morte; oppure tradire lo studio, prendere contatto con l’Fbi, rischiare la vita sua e della giovane moglie, e alla fine ritrovarsi a vivere in qualche luogo sperduto, con un’altra identità, felice e con la coscienza a posto (e, probabilmente, con i soldi e la protezione dell’Fbi). Elementi accessori: ci saranno dei giovani associati dello studio morti misteriosamente; il giovinotto farà sbadatamente sesso con un’altra e la giovane moglie - ovviamente da lui coinvolta nella faccenda - lo verrà a sapere nel momento meno opportuno; il giovinotto verrà a conoscenza dei segreti-segreti dello studio grazie a un socio dello studio stesso dalla vita dissipata e quindi ricattabile. Scene previste: pedinamenti, inseguimenti, fotocopie notturne, viaggi improvvisi. Personaggi previsti: cattivi con la pancia sporgente, cattivissimi con lo sguardo gelido, italoamericani impomatati, un agente dell’Fbi che fa il doppio o triplo gioco”.
Sono a pagina 362 (su 511 di questa edizione). Finora, sembra andare tutto come previsto. La storia è raccontata assai bene, peraltro: niente da ridire.
Se storie così semplificate vengono lette con tanta passione da tanti lettori, mi domando, ciò significa che questi lettori hanno un’idea altrettanto semplificata del mondo?
Vorrei storie più complicate.

Posted by giuliomozzi at 14.04.04 10:55 | TrackBack
Comments

Un esempio di storia più complessa?

Posted by: Grado Zero at 14.04.04 11:18

Ieri ho finito di leggere per la prima volta "L'elenco telefonico di Atlantide". Ero partita con l'idea che DOVEVA piacermi, perchè tu l'hai fatto pubblicare. Sono rimasta così sbigottita da non avere parole. Io non ho affatto una visione semplificata del mondo, ma alla fine mi sono sentita come dopo aver bucato una bolla di sapone, a parte la consapevolezza di aver letto un libro scritto da un "talentuoso" non ne ho recepito nient'altro. Che dici? Mi compro mare di Bering?

Posted by: tania at 14.04.04 12:05

Storie più complicate?
Forse la pentalogia "Guida galattica per gli autostoppisti" di Douglas Adams.

Posted by: Roberto Tossani at 14.04.04 12:08

Giulio, magari hanno una visione della lettura semplificata. E nulla più. Leggono per leggere, senza troppe pretese. Poi sicuramente sono molti i casi in cui c'è una relazione fra visione del mondo e letture che si hanno. Putroppo, però, quando lo penso (e lo dico) vengo tacciato di intolleranza perchè i libri belli li leggo solo io e loro che leggono la venturi o grisham o connelly sono, per me, sfigati. In effetti, è così che la penso. E sbaglio (forse) a pensarlo e sbaglio (sicuramente) a dirlo.
In definitiva, alla tua domanda, dico che ci sono almeno due casistiche e non è così automatico che una lettura "semplificata" sia collegata a una "visione del mondo semplificata".
Cosa ne pensi?

Posted by: Azzurrità at 14.04.04 12:18

Non è la lettura, ma il lettore.

Posted by: Marco Candida at 14.04.04 12:26

"Primo amore" ieri sette spettatori, inclusa me stessa, "Che ne sarà di noi" dodici candidature ai David, "Primo amore" è una storia complicata, no? Credo che le storie, e le persone complicate, non interessino, no? PS fai i complimenti all'attore che fa lo psicologo, ma dici a Trevisan che se lo incontro lo meno, mi ha fatto arrabbiare!!

Posted by: Annarita at 14.04.04 12:49

Storie più complicate? Se sei arrivato al 2004 per leggere "Il socio", allora avrai probabilmente già mai letto: Presunto innocente di Scott Turow, L'ultima legione di V.M.Manfredi (per dirne uno di Manfredi), l'opera omnia di Cussler, D. Baldacci Ford e le sue trame fantapolitiche, gli sciamani e stregoni e medici di Noah Gordon, le ricostruzioni storiche di Gary Gennings. Per non dire di Wilbur Smith, Ken Follet, Stephen King, ecc. ecc, ecc. E direi, anche: ecc.. Che ci vuoi fare, Giulio? C'è chi lavora per buscarsi la pagnotta, e chi per comprarsi tutto il forno. E poi, diciamocelo: saranno seriali, scritti con lo stampino, industriali e poco originali, però si leggono d'un soffio. E vendono, vendono, vendono... /// P.S. Infine una considerazione: se non esistesse questo prodotto editoriale molti non leggerebbero. Meglio di niente, quindi, o sbaglio?/// Seconda considerazione. Il principio dell'imitazione, che tu richiami spesso nelle tue lezioni-non lezioni, non potrebbe applicarsi a tutti i testi succitati? Per dire: Manfredi e Jennings emuli di Waltari, Grisham emulo di Turow (mi sembra che abbia iniziato e scrivere dopo, almeno) e tutti e due emuli di chi? Smith emulo di... Verne? E sempre riprendendo il discorso delle scuole di scrittura (nate negli USA, mi pare, patria di molti autori best sellers): non sono forse proprio esse la nuova pietra angolare della "scrittura industriale"? (Vabbé, questa è una provocazione, alla buona però) Così, sempre per dire, quella che poi magari porta a pubblicare le barzellette di/su Totti (e anche questa è una provocazione, leggermente sopra le righe, se vogliamo).

Posted by: mauro at 14.04.04 12:58

Conosco tanta bella gente, semplice, che legge poco; o che se legge, legge Grisham, la Tamaro, Mazzantini, Camilleri....
Ho un ricordo, preciso. Di un articolo scritto su Repubblica da Beniamino Placido, anni fa, almeno 15 credo. Viaggiavo (in treno), lavoravo, studiavo, non avevo tempo per la tv. Però leggevo le stroncature di Placido a certi programmi. Io non li avrei visti. Insomma, condividevo, seppur a lume di naso.
Un giorno però leggo un articolo diverso. Il punto di partenza è lo stesso: un programma rai (mi pare) della domenica, condotto male e vuoto di contenuti.
Placido però apre una parentesi. Racconta della famiglia del piano di sotto, gente buona, che lavora, che non ha la puzza sotto il naso. E che ha una sfortuna: una figlia che sta male. E' gente timida, anche. Però con Placido-vicino-di-casa osano. Gli domandano: lei che magari ha certe conoscenze, ci può procurare, o dirci come fare a procurarcelo, un biglietto per vedere la tal trasmissione rai della domenica (Sa nostra figlia ci terrebbe tanto a vederlo dagli studi).
Non ricordo con esattezza quali parole usò Placido per chiudere l'articolo. Ricordo il senso: chi sono io per giudicare i gusti della gente?

Posted by: remo bassini at 14.04.04 13:10

Caro Mauro, ho letto almeno un libro per ciascuno degli autori che citi, escluso Gordon. Mi è piaciuto parecchio "Presunto innocente"; ma mi è spiaciuto assai l'ultimo capitolo: dove si spiega tutto. Non ci fosse stato, l'avrei considerato "una storia complicata"...

Posted by: giuliomozzi at 14.04.04 13:13

risposta a remo bassini: e che c'entra? anche se uno è bravo, lavora e non ha la puzza sotto il naso e ha dei gusti di cattivo gusto, restano comunque di cattivo gusto. peggio per lui. e se io ho voglia di dire che sono di cattivo gusto e di basso livello intellettivo (come quasi tutto quello che c'è in televisione), lo dico, anche se piace a tantissimi.

Posted by: roberta at 14.04.04 13:21

Giulio, così, non vale, però. Mica era questa la provocazione!

Posted by: Mauro at 14.04.04 13:24

Domanda: e se il mondo fosse più semplice di quello che appare?

Posted by: luciano laremi at 14.04.04 13:26

dov'è e chi è in grado di stabilire il confine tra alto, basso, medio livello intellettivo?
non dipende, forse, dal contesto? e se sì, qual è il contesto giusto? quello di mozzi lettore di mansocritti e libri, della casalinga, dell'operaio, del medico? Io non lo so. Sinceramente non lo so, cara roberta

Posted by: remo bassini at 14.04.04 13:26

Caro Remo: non m'interessa giudicare i gusti della gente. Un'idea del mondo può essere semplificata e nel contempo giusta e condivisibile (allo stesso modo che un'affermazione può essere banale e, nel contempo, vera). Tra parentesi: non metterei nello stesso mucchio Grisham, Camilleri, Tamaro e Mazzantini: mi sembrano autori e autrici di libri assai diversi proprio nel grado di complessità (parentesi nella parentesi: ho apprezzato molto il "Non ti muovere" di Mazzantini, e anche quello di Castellitto).

Posted by: giuliomozzi at 14.04.04 13:38

Caro Mauro: butti lì che le scuole di scrittura sarebbero la nuova pietra angolare della scrittura industriale. Sei in grado di dimostrarlo con un argomento che non sia un cattivo doppio sillogismo? (Primo sillogismo: Negli Usa ci sono le scuole di scrittura, negli Usa si scrivono i bestseller industriali, quindi le scuole di scrittura sono la pietra angolare della scrittura industriale. Secondo sillogismo: Tu giulio insegni scrittura, la scrittura è la pietra angolare della scrittura industriale, quindi tu lavori per l'industrializzazione della scrittura. Il primo sillogismo è cattivo perché è come dire che negli Usa ci sono i bisonti, negli Usa si scrivono i bestseller industriali, quindi i bisonti favoriscono la scrittura di bestseller industriali. Il secondo sillogismo è cattivo perché la prima premessa implica che io faccia nei corsi e laboratori che conduco le stesse cose che si fanno nei corsi di creative writing delle università statunitensi: il che non è. Due cattivi sillogismi non fanno un buon argomento.

Posted by: giuliomozzi at 14.04.04 13:46

Caro Giulio, so che non sei uno che si mette su un piedistallo. Faccio anch'io una parentesi: su Grisham. Credo che ci sia Grisham e Grisham: per esempio quello de La Giuria dice cose interessanti (e coraggiose credo) sulle multinazionali del tabacco

Posted by: remo bassini at 14.04.04 13:57

Leggerò "La giuria".

Posted by: giuliomozzi at 14.04.04 13:58

Sì infatti non era questo l’argomento di discussione del post POLITICA. Non si tratta di parlare di alto o basso o medio. La domanda era: perché alla gente piacciono così tanto le storie prevedibili? Perché piace la prevedibilità, rassicura. Non andare mai fuori dagli schemi rafforza la propria visione del mondo e, personalmente, mi deprime tantissimo. Parliamo allora di prevedibilità. E dico: ciò che è prevedibile, consequenziale ad una linea retta, mi pare poco creativo. Non capisco perché dovrei prendermi il disturbo di leggere o guardare o ascoltare una cosa che non mi dice niente di nuovo: è come lavorare. A volte anche peggio.

Posted by: roberta at 14.04.04 14:40

Giulio, ti devi decidere. Di che cosa vuoi che parli la letteratura? Della verità? Ma ne siamo sicuri che sia questa l'istanza prima della letteratura? Perché io comincio ad averci i miei bravi dubbi. Leggendo molto, confrontando molto, mi sono convinto che non sia precisamente della verità che la letteratura parli. Sto scrivendo a braccio, porta pazienza. Perché parto da qui, dalla verità? Perché sto scrivendo a braccio e tu devi portare pazienza. Allora: Il Socio è un romanzo di qualche anno fa. Ne hanno anche tratto un film con Tom Cruise e quello... quello che faceva Lex Luthor in Superman, come si chiama? Non mi viene adesso - e sai perché? Te l'ho detto: perché scrivo a braccio e tu devi portare pazienza. Ti dico che hanno fatto il film, perché sembri quasi non saperlo. Non solo, ma Il Socio ha inaugurato il filone legal thriller. Ecco che vedo già posare gli indici sulla tastiera Mauro o Azzurrità per scrivere: siamo precisi, Candida, è Scott Turow che ha inaugurato il genere legal-thriller! Ma per me è stato Grisham che ha creato la tendenza: la tendenza la crea sempre il secondo, mai il primo. Il secondo, sempre il secondo. E' il secondo che si tira dietro le masse, non il primo. Allora: qualche hanno fa questo avvocato John Grisham scrive un romanzo su un giovane avvocato e sul torbido mondo degli studi legali. Nessuno lo aveva mai fatto prima; a parte Scott Turow. Sì, la trama è sempre la stessa, ma quello che importa è il mondo che viene raccontato, un mondo di cui si sapeva pochissimo. Sì, c'era Perry Mason e l'Avvocato Petrocelli, ma questa storia, far vedere che il mondo degli avvocati è così corrotto, un mondo degno delle migliori spy-story, con microspie, foto ricattaroie, situazioni confenzionate apposta per incastrare, be', cazzabubbola... Scusa se ho scritto 'cazzabubbola' ma sto scrivendo a braccio e tu devi portare pazienza. Quello che il tuo pezzo mi dà l'occasione di buttare sul tappeto della discussione è questo: che cosa fa sì che un romanzo con una trama scontata trovi il consenso del pubblico? Ci sono tanti romanzi con le trame semplici e visioni del mondo semplificate (questa espressione me la voglio proprio segnare: 'visioni del mondo semplificate'; quali sarebbero le visioni del mondo complicate? E voglio esempi, evidenze oggettive, perdio, non fumose argomentazioni); ma non trovano il consenso del pubblico... Che cosa è che decreta il "questo mi interessa"; oppure "questa è pura fuffa". E' la verità contenuta nelle pagine? Oppure, e qui veniamo al punto, al sacro che quelle pagine vanno a snidare? Forse non è la verità che interessa: sì, la coerenza della storia, la 'coerenza interna', ma queste a me paiono più le parole di cui si riempiono la bocca le persone che credono di aver imparato la lezione - tutta gente rispettabilissima, che pubblica, corregge chi pubblica, fa pubblicare, ma che 'all'atto pratico' non saprebbe avvincere nemmeno la nipote del vicino. Quello che una buona storia fa è snidare il sacro e poi raccontarlo.
Bene.
Poi c'è dell'altro...
Parliamo un po' di te, Giulio. Il fatto che tu legga una storia e dica sempre: ma no, ma basta. Leggi Fam_09 e dici: mi tocca di leggerne tutti i giorni di queste cose. Leggi John Grisham e dici: voglio storie più complicate... Non lo so - e sai perché scrivo 'non lo so'? Perché sto scrivendo a braccio e tu devi portare pazienza. Non lo so, ripeto. Prima di tutto penso che sei un editor e la cosa mi spaventa. Mi dico: ma per chi devo scrivere io? Io da due anni ho pronto questo romanzo di 1800 pagine che si intitola:"Mia Mamma". Adesso vado da Mozzi e la prima cosa che mi sento dire è: blah, ecco un altro romanzo ombellicale... "A pagina 200 scommetto che cominci a descrivere la tua stanza, eh?" mi dici. "E a pagina 400 scappi di casa, eh? Dove vai? A Londra?! Ah!" mi dici. Sì, ma io devo scrivere per il pubblico o per chi pubblica? Ripeto: devi deciderti, Giulio. Non puoi stare lì a ristagnare in una specie di nichilismo paralizzante: se sai come si scrive un romanzo che può vendere un milione di copie, mi domando perché non lo scrivi. Voglio dire: sono sicuro che tu e Stephen King avete la stessa mole di conoscenze a proposito di come si scrive una storia; la differenza è che Stephen King dice: bella lì, conosco e attuo; tu invece dici: conosco e mi paralizzo. Sei alla ricerca di altro, sempre altro... Ma, dico io, solo il genio ragiona così. E però ragionare come un genio, non significa esserlo. Tu sei un genio?
Ma sto scrivendo a braccio e...
(Mio Dio... cosa sto facendo... non rispondo di quello che ho scritto, eh? Non cominciamo....)

Posted by: Marco Candida at 14.04.04 15:25

devo scrivere per il pubblico o per chi pubblica? si dice poco sopra. boh, ci sono tante scritture e tante destinazioni, non necessariamente una migliore dell'altra. Io, per esempio, non troverei per niente disdicevole scrivere "per chi scrive".

Posted by: giulio d'amico at 14.04.04 16:35

Bah. Il meccanismo a me pare semplice. Per "me" - fittizio- che ho tempo di leggere solo la sera prima di dormire, una storia complicata e' una tortura. Vanno meglio libri con una trama semplificata, come dici tu, facilmente ricordabile o "ricostruibile". Non mi serve un libro che mi possa cambiare la vita, se poi non riesco a leggerlo perche' domani devo lavorare, adesso ho troppo sonno e ogni quattro pagine mi addormento, eccetera.
Giulio, tu hai letto 362 pagine in meno di 24 ore. Mica tutti possono fare cosi'. Adesso la sparo, ma penso che il lettore medio di un libro del genere un due-tre settimane ce le metta, a finirlo. E allora la storia semplificata e' necessaria, credo. Che poi questo sia un bene e' da vedere. Io sti libri non li sopporto.
Ciao Luca

Posted by: luca at 14.04.04 16:42

Be', confesso che a me, a volte, piace comprarlo strano, il libro.
Oggi, mentre vagavo in una libreria di Treviso, reduce da una mostra di
illustratori per ragazzi, vengo attirato da:

"MORTE DI UN ELEFANTE A VENEZIA",
Canova Edizioni.

Non ci penso un istante. Lo compro!

Lo divoro in treno (Treviso-Venezia, appena 25 minuti). Non è una favola, ma
la ricostruzione di un fatto realmente accaduto.

Durante il carnevale del 1818-19 a Venezia, sulla riva degli Schiavoni
"arrivano e si posizionano i casotti degli animali, tra i quali quello di un
elefante".

In breve: finito il carnevale, le altre bestie del serraglio si imbarcano
per nuovi lidi, ma lui no, si rifiuta. Invano si tenta di caricarlo su una
"barcazza". L'elefante scappa per le calli e si rifugia nella chiesa di
Sant'Antonin, dove "sposta con la proboscide alcune panche verso l'altare
della Madonna, costruendo una specie di barricata".
Nel frattempo ha sollevato in aria e calpestato a morte un custode.
Vengono chieste le autorizzazioni religiose e militari per sparargli col
cannone. Una palla gli entra dal deretano e lo trapassa. L'elefante crolla
in un lago di sangue.
Sono le 7 del mattino del 16 marzo.

Lo scrittore Pietro Buratti dedica all'episodio "L'elefanteide", ove
satireggia pesantemente l'operato della polizia. Pagherà le sue
spiritosaggini con un mese di carcere.

Viene proibita, nello stesso periodo, la pubblicazione di un altro opuscolo
satirico dedicato all'avvenimento: "L'elefanticidio", di Pietro Buonmartini.

Il 18 settembre di quello stesso anno il governo proibì a Emanuele Cicogna
di porre in luogo pubblico una lapide con epigrafe latina a ricordo
dell'elefante, eseguita a spese di due gentiluomini.

[Dio, che storia triste. Somiglia alla mia:-)]

Posted by: Lucio Angelini at 14.04.04 17:57

C'è un libro di Grisham che ho trovato molto bello. E' "L'avvocato di strada". Degli altri diversi suoi che ho letto non conservo memoria, li ho trovati tutti uguali, confondo le trame, mi sembra che il protagonista sia sempre lo stesso. Il protagonista di "L'avvocato di strada" lo ricordo come se fosse una persona che ho veramente conosciuto, Grisham secondo me è riuscito a dargli vita. E' un uomo che scopre di avere una coscienza solo di fronte a situazioni estreme. Il libro racconta i meccanismi perversi che creano homeless negli Stati Uniti ed impediscono che questi escano dalla loro condizione. Mi piace pensare che Grisham non si sia documentato su Internet, per scrivere questo romanzo, ma sia andato in mezzo ai poveri, a vivere un pò con loro o almeno che abbia passato giornate intere nei loro rifugi, nelle mense, a parlare con loro. La trama è semplicissima, ma questo libro, secondo me, ha il sapore della verità.

Posted by: Pamela Canali at 14.04.04 18:12

Caro Giulio, hai ragione, due cattivi sillogismi non fanno un buon argomento. Ma è anche vero che una generalizzazione non fa un sillogismo, né buono né cattivo. In effetti le mie due provocazioni erano generalizzazioni da bar Sport che del sillogismo non avevano l’intenzione di possedere la stretta e logica consequenzialità. Il fatto che siano generalizzazioni non vuol però dire che siano rappresentazioni fantasiose della realtà. Tu tieni corsi di creative writing: in tutta sincerità, percentualmente, quanti dei tuoi (chiamiamoli per comodità), allievi, visti e sentiti in anni di attività, hanno partecipato per imparare a fare “buona scrittura” (nel senso che intendi tu, data la soggettività di interpretazione che si può dare a “buona scrittura”), e quanti, invece, solo per imparare i trucchi del mestiere necessari a scrivere il best seller che li avrebbe resi ricchi e famosi? Non vorrei essere frainteso, non ho nulla contro i corsi di scrittura creativa, anzi trovo che siano un’ottima occasione d’incontro e di educazione alla lettura, prima che alla scrittura, però mi è spesso capitato di incrociare i tasti con gente che ambisce di diventare il nuovo Grisham, Manfredi, Follett. Molti meno quelli che prendevano a modello Marquez o Calvino. Personalmente non trovo nulla di disdicevole in nessuna delle scelte che ho citato, ma è chiaro che la scelta del modello definisce, se non i fini della scrittura (che possono essere onorevoli anche se si assume a modello Louis Lamour), quanto meno il livello di scrittura che si ritiene eccellente e che si spera di raggiungere. Se alcuni “stili” vendono (per equivalenza azzardata: piacciono), moltissimi, tra coloro che scrivono, tenderanno a imitarli, di questi molti cercheranno di far leggere e pubblicare i propri capolavori di imitazione, parecchi avranno un editore che, tastata l’aria del mercato, darà loro credito, taluni giungeranno a un successo editoriale meritevole di attenzione e fungeranno da modello per gli autori esordienti a venire. Lo stesso meccanismo vale per chi scrive storie “più complesse”, solo che essendo oggettivamente meno numerosi i lettori di tali storie, il numero di autori imitabili decresce di conseguenza. Tutto questo dove ci porta? Forse a chiederci perché venda più Manfredi (e arridagli!) che Scarpa? O perché Genna, Wu Ming, Evangelisti abbiano scelto la strada della letteratura di paraevasione (il para- lo aggiungo io per via degli intenti politici, estetici, sociali spesso dichiarati da questi autori)? Tu, giustamente, desideri storie più complesse, meno prevedibili, e io condivido. Esiste, però, tutta una letteratura di genere (o più letterature di genere?) che tende al consumo veloce, al libro usa e getta, da non rileggere perché ti ha già dato tutto. Esiste e a molti piace. Ed esiste un discreto numero di persone che si iscrivono a corsi di scrittura creativa convinti che verranno loro insegnati i trucchi del mestiere (questo l’ho appreso da te) per scrivere racconti e romanzi di questo tipo. Così esiste abbondante numero di autori che produce testi per gli aspiranti “scrittori creativi”, tipo Consigli a un giovane scrittore, dove si dice che la scrittura è un’attività artigianale (sì, sì, lo so che hai inserito questa frase nel tuo stupidario, ma l’ha scritta Cerami, mica io), o si fornisce un canovaccio preconfezionato per la impostazione della trama di un romanzo. Che esista è incontestabile, sta poi all’intelligenza e alla perspicacia di chi legge e apprende farsene una ragione e andare al di là delle linee didattiche assimilate. Poi ci sono anche gli imitatori di talento, che fanno tutto un pacchetto ordinato di tanti input e insegnamenti, e confezionano prodotti facilmente vendibili e trasformabili i film, magari non proprio letteratura-capolavoro, ma prodotti simili a vini da supermercato che fanno anche la loro figura sulla tavola del bevitore della domenica ma che lasciano freddo come un ghiacciolo il sommelier esperto. Ecco credo che la questione sia semplice e stia tutta qua: nella differenza semantica tra “buona scrittura e “buon prodotto editoriale”. Baciamo le mani.

Posted by: mauro at 14.04.04 18:52

Ma siete sicuri che 'la letteratura', oppure 'il libro', o 'il romanzo', siano una cosa sola? Non sarà che invece fra libri e romanzi circoli solo una certa aria di famiglia, una parentela a volte lontana e a volte no? E perché debbo disporli in classifica, invece di tenerli sul tavolino alla rinfusa, proprio come stanno? Sto dicendo la cosa à la Wittgenstein (e lo preciso solo per non appropriarmi di idee non mie): ma non sarà che tutti questi libri citati (e tutti gli altri) stanno insieme come gli attrezzi in una scatola: sono tutti attrezzi, ma servono a cose molto diverse tra loro? (Così come ad esempio molto diversi sono gli interessi che muovono a scrivere, o a pubblicare, o a recensire, o chiacchierare su un blog).
(Infine: storia complicata è quella storia - così mi pare - di cui non sono chiare le somiglianze, e che probabilmente comporta qualche risistemazione dell'intero cassetto).

Posted by: massimo at 14.04.04 19:22

Vorrei storie più complicate, dici ...
Primo - scrivile da te.
Secondo - Beautiful è una storia complicatissima e non per questo è una buona storia (o sì?)

Posted by: gino tasca at 14.04.04 19:32

Per Mauro: frequentare un corso di scrittura creativa implica una tale nudità ed un tale coinvolgimento emotivo che sarebbe troppo bello se la questione fosse di carpire i trucchi di un mestiere che non ha trucchi. Mi piace citare Baricco che in una presentazione della sua Holden ha scritto: agli allievi della Holden insegneremo questo e quell'altro, poi il talento è un'altra storia.

Posted by: Annarita at 14.04.04 20:43

Avevo una paziente che amava questo genere e lei lo amava proprio per questo: sapeva che dopo un tot pagine avrebbe avuto il colpo di scena, la descrizione, e altre cose. Era rilassante, diceva, pagina dopo pagina sapeva di non avere delusioni. E se c'era un pò di stasi, sapeva a priori che l'autore, di li a poco, l'avrebbe ricompensata con un particolare interessante.
Io l'ho ascoltata con attenzione: come te, a pagina trenta capisco più o meno cosa succede e così via. Lo trovo noioso. Ma sono best seller. La stessa impressione me l'ha data 'Io uccido' di Faletti. Altro best seller. Forse ne sono allergica.
un bacio a tutti. Un saluto al Signor Mozzi.
Roberta

Posted by: Roberta at 14.04.04 20:55

Vuoi qualcosa di più complicato? Prova a scrivere la tua storia con la ragantela di relazioni e di conseguenze che queste hanno avuto su di te, prova a riallacciare insieme la rete di ricordi, le analogie, le affinità, le assonanze.
La letteratura non è altro che rendere leggibile il vissuto, il dargli un senso attraverso la finzione. E' stabilire una connessione tra le esperienze più significative del proprio vissuto. Provaci Giulio e vedrai come diventa complicato il tutto, come è difficile dare una struttura.
stefania

Posted by: stefania at 14.04.04 21:13

Annarita, l'ho scritto e lo ribadisco: non ho nulla contro i corsi (poi tu mi poni l'esempio della Holden, eddai!), anzi, in una ipotetica polemica pro e contro i corsi, sarei pro. Ho scritto che molti si iscrivono con determinate convinzioni, e non è detto che non ne esca poi fuori uno scrittore o un editor. Tieni anche presente che esistono anche gli editor di case editrici minori, coi quali magari ti trovi a discutere di un testo - perché ti ha risposto solo quella casa editrice - e ti spiega come sarebbe bello se l'avessi scritto alla Camilleri, alla Follett, alla Baricco (chi può permetterselo), e via discorrendo. Immagino sia perché, se l'articolo della terza nel quotidiano locale dice che è nato il nuovo Camilleri poi magari il libro si vende (due o trecento copie, dico), ma se scrive che il tuo libro riecheggia echi proustiani rischi di trovarti l'intera tiratura invenduta. Immagino. Poi dimmi tu.

Posted by: mauro at 14.04.04 21:52

Immancabilmente: baricco. Nel bene o nel male, c'è sempre. Se ha senso sapere il perchè, spiegatemelo. A me bA(I)Ricco piace moltissimo. E a voi? Ad annarita piace? e a mauro? e a te, giulio?

Posted by: Azzurrità at 15.04.04 07:48

I soliti schemi: lettori sempliciotti, scrittori furbini e anche bravini... Quali variabili non stiamo considerando? Forse il fatto che l'autore è sempre più, egli stesso, un prodotto. Del mercato, ahimé, e non della storia.
Voglio scrittori con le stimmate.

Posted by: alterego at 15.04.04 08:44

Baricco: non mi ritengo qualificata per giudicarlo, ma quest'esempio pesa. Teatro Palladium, Garbatella, una città d'Italia. Alcune serate dedicate da Baricco al ritratto di una pianista famosissima, la Labeque, bravissima, talentuosissima e aggettivi in issima. Ma Baricco poi ha l'influenza, è umano anche lui hanno detto, sul palco tutto affidato ad un critico musicale, che lo aveva affiancato nelle serate andate in scena, sul palco la band della Labeque. Il musicologo si rivolge in italiano ad un inglese di origini serbe e greche e ad un americano di Cambridge, con la Labeque, poliglotta, che cercava di tradurre. Lo spettacolo deriva, con il pubblico che invocava, neanche troppo di nascosto, Baricco.

Posted by: Annarita at 15.04.04 09:07

Quel che mi stupisce, caro Giulio, è il tuo "ho apprezzato molto il "Non ti muovere" di Mazzantini" che mi pare smentisca tue convinzioni (e insegnamenti) sullo scrivere. Io ho chiuso il "Non ti muovere" a pag.41 per la notevole irrealtà dei personaggi, grottesche caricature osservate dall'alto. Il lui che buca la gomma, naturalmente in una periferia semideserta (a pag.48 dei piccoli teppisti sporchi gli avranno sfregiata la carrozzeria e rubata l'autoradio?), un uomo ricco bello e di successo (quindi immagino del club che l'autore frequenta) irritato per il contrattempo ovviamente occorso nella torrida estate, almeno sfoga i suoi sordidi istinti (l'ommo è ommo) sulla lei, una bestiola subumana che possiamo disprezzare (con l'autore, direi) per quanto è clamorosamente squallida, ma che - sorpresa sorpresa - offre al lui ricco bello e di successo (quindi anche annoiato - logico, no?) la possibilità d'ingresso in un mondo nuovo, che sta molto più sotto certo, e perciò affascinante. Ah, nel frattempo la figliola del lui era scivolata col motorino su un impasto di guano prodotto dalla combinazione di pioggia e presenza di uccelli sopra la strada da lei percorsa. Io pedalo quasi tutti i giorni via XX Settembre in bici e, nonostante la fittissima presenza di storni (credo non stitici), ti assicuro che anche quando piove l'asfalto, ovviamente più scivoloso di suo, non è comunque spalmato di guano come un paneburroemarmellata. Per non dire del linguaggio inutilmente roboante. Sono forse andato fuori tema, ho espressa un'opinione di lettore (non qualificato) su un libro. Scusa il disturbo.

Posted by: beppegi at 15.04.04 09:30

Azzurrità, io parlavo di Baricco facendo riferimento al suo stile in chiave di richiesta emulativa da parte di un ipotetico editor. Il discorso finisce lì. Quanto al Baricco scrittore, beh!... lo invidio perché è bravo, ma bravo bravo bravo. Piacere è un altro discorso: sono un lettore nazional-popolare, e posseggo solo tre libri di Baricco a fronte dell'intera (quasi)collezione di Grisham, "Casa dipinta" compresa.

Posted by: mauro at 15.04.04 09:33

Forse Fam_09 era Fam_07. Cioè prima ho scritto Fam_09 ma intendevo Fam_07... ma li confondo, non ne sono sicuro. Per me Fam_07 e Fam_09 sono una specie di entità unica, sono un po' come Kimota e Brekane, o come i due amici nel romanzo di Joe R. Landsdlae La Notte del Drive In. ;-)

Posted by: Marco Candida at 15.04.04 09:50

Una moglie, bella quanto civetta, fugge con uno straniero altrettanto belloccio. Il marito infuriato chiama a sé parenti, amici e armigeri. E parte alla volta dello stato di cui il belloccio è inopinatamente principe.

Arrivati, si guerreggia per un po'. Poi un tale che si crede un dio si adira e si ritira. Sarà la morte dell'amico, che aveva indossato la sua armatura, a farlo ritornare al campo di battaglia, dove affonterà in uno scontro mortale il campione nemico.

Dopo una serie di morti eccellenti, la città verrà conquistata da un furbastro marinaio fedifrago.

E' una storia semplice.
Io penso di sì.

Posted by: demetrio at 15.04.04 12:22

più che complicate ci vorrebbero storie più nuove. questa è uguale all'avvocato del diavolo.

Posted by: thomas at 15.04.04 12:28

Caro Luca: ho comperato il libro a Venezia martedì pomeriggio, alle cinque e un quarto circa. Ho cominciato a leggerlo andando (a piedi) alla libreria Mondadori. Ho ripreso a leggerlo mercoledì mattina, a bordo del treno delle 6.54 da Padova a Milano. Ho scritta la mia paginetta sul libro a Milano. Ho finito di leggere il libro a bordo del treno delle 18.55 da Milano a Padova. E, sempre a bordo di quel treno, ho cominciato a leggere il successivo: Henri De Man, "La gioia nel lavoro", Laterza 1931. Sono a pagina 71.

Caro Mauro: nessuno si iscrive a un corso di trenta ore o a un laboratorio di due giorni credendo di imparare ciò che serve a scrivere un bestseller. Tra l'altro, io che vendo sì e no cinquemila copie non sono credibile come insegnante di scrittura da bestseller. Ho scritto: "nessuno si iscrive", ma non è vero. Ogni tanto qualcuno si iscrive con quella motivazione. Nei limiti del possibile, cerco di dissuaderlo. Se il corso è organizzato da me, gli restituisco la quota d'iscrizione e lo mando via. Poi: io non insegno creative writing. L'oggetto designabile con le parole "creative writing", cioè l'insegnamento secondo la tradizione statunitense, a me sta assai antipatico. Nei miei corsi e laboratori, lavoro diversamente. Credo che guardando le "lezioni" scritte per "Stilos" (ci sono i link qui nella colonna dei link) si possa immaginare che cosa faccio, e faccio fare, nei miei corsi e laboratori.

Caro Beppe, sono d'accordo con te: "Non ti muovere" è un romanzo grottesco e irrealistico. Come tale l'ho letto, e mi è sembrato un notevole romanzo grottesco e irrealistico. In sala, mentre guardavo il film, parecchie volte il pubblico ha riso: anche sguaiatamente, nelle scene di sesso (c'erano parecchi ragazzotti sui sedici anni). Tanto le scene erano grottesche e irrealistiche. Ho riso anch'io.

Posted by: giuliomozzi at 15.04.04 14:33

Caro Mozzi,
io ho letto il romanzo di Nuzzolo,
il fantomatico "L'ultimo disco dei Cure" e non è mica così "semplice" come l'avevate definito, "una favoletta", ecc. Uno rischia di perdercisi dentro. E' potente e veloce ma di una profondità disarmante. Forse dovrebbe parlarcene un po'. fra

Posted by: fra at 15.04.04 15:39

Vuoi una storia più complicata?
In un paese dell'europa occidentale un direttore di giornale afferma che lì ci sono 800mila ostaggi musulmani, ma la civiltà superiore di quel paese non ne permetterebbe mai l'uso. In una città del ricco nord est dello stesso paese devono intervenire i carabinieri per salvare dal linciaggio (ripeto, LINCIAGGIO) un individuo (non extracomunitario, ma italiano) scoperto a graffiare con le chiavi le macchine. Ecco la storia complicata: far capire come fanno a convivere queste realtà (o verità, come le ha chiamate qualcuno). Ciao Giulio, da Francesco B.

Posted by: francesco at 15.04.04 16:40

è un problema di percezioni. Non ho trovato grottesco nè il libro né il film Non ti muovere. C'erano, sì, cose grottesche e irreali; come in tanti altri libri dove per esempio la Memoria fa difetto

Posted by: remo bassini at 15.04.04 16:43

Probabilmente per tutte queste persone il mondo è molto più semplice di quanto si immagini; tra l'altro la storia più che semplice mi sembra "classica". Forse ci sarebbe bisogno soltante di storie più strane, che escono un po' dagli schemi, magari molto semplici, ma comunque altre rispetto ai soliti clichè. ciao ciao

Posted by: Putto Andaluso at 15.04.04 17:31

Caro Giulio, sono un fedele seguace delle tue lezioni/non lezioni pubblicate su Stilos. So di cosa parli e come ne parli. L'oggetto del mio discorso non è Giulio Mozzi insegnante di scrittura, che apprezzo anche se qualche volta, magari, non ne condivido certe posizioni - ma va bene così, perché se tutti si dicesse la stessa cosa sarebbe un mondo molto noioso - . Il fatto è che ogni tanto uso google e ricerco: "corsi di scrittura creativa". Ne trovo sempre a bizzeffe. Mi basta moltiplicare il numero per qualche decina di frequentatori l'anno per ottenere un numero plausibile di potenziali nuovi mestieranti della scrittura. Con questo continuo a sostenere che i corsi di scrittura creativa sono un fattore positivo, perché sono convinto che sia meglio fare che non fare.

Posted by: mauro at 15.04.04 18:11

se voi doveste scegliere tra scrivere un libro come "il socio"che vende milioni di copie e un libro "capolavoro" che se lo legge solo mammà, per cosa optereste? sinceramente.. :)))) io credo che i libri di Avoledo sono pronti per una sceneggiatura cinematografica di successo. s

Posted by: sara at 15.04.04 20:29

se voi doveste scegliere tra scrivere un libro come "il socio"che vende milioni di copie e un libro "capolavoro" che se lo legge solo mammà, per cosa optereste? sinceramente.. :)))) io credo che i libri di Avoledo siano pronti per una sceneggiatura cinematografica di successo. s

Posted by: sara at 15.04.04 20:29

perché giulio mozzi legge quella roba? hm hm har har

Posted by: guido at 15.04.04 20:59

Cara Sara, dipende. Se uno tiene famiglia, ad esempio.

Posted by: giuliomozzi at 15.04.04 21:01

Il socio: non l'ho letto.
Mazzantini... no, non l'ho letta.
Faletti... nemmeno.
Avoledo... no, mi manca.
Cammilleri... accidenti, no.
Turow... nemmeno questo.
W. Smith... no, non l'ho letto.
... nemmeno.
Però ho appena finito I leoni meccanici di Kis e devo dire che mi è piaciuto.

Posted by: uncle meat at 15.04.04 21:59

la Mazzantini è stata geniale ha rappresentato l'Italia, la nostra Italia stuprata, violentata, ingravidata, fatta abortire e uccisa e non è una storia facile...

Posted by: marisa at 15.04.04 22:10

nei romanzi di quel genere c'è l'abilità tecnica di tenere il lettore sempre lì (con trucchi però). Non penso sia una questione di storia semplice che dà fastidio ma di approfondimento dei personaggi, che esistono solo per reggere la cocatenazione della storia. Poi c'è sempre il fatto che son sempre belli, ricchi e sicuri di sè come il lettore vorrebbe essere. Alla lunga però stufano, ho fatto un periodo a leggerli, ma dopo tre basta...
Se per caso alle abilità tecniche lo scrittore riesce per caso a tirare fuori qualche personaggio più convincente il libro si avvicina ad essere capolavoro: piacevole e profondo. Ma i capolavori son rari

Posted by: doge at 15.04.04 22:25

John Grishman, spiacente, mi fa solo ammosciare. Insieme a Ken Follett, Grishman è l'autore che più mi è inviso per i troppi stereotipi che abusa nel suo scrivere per vendere alle masse. Si dovrebbe scrivere letteratura duratura, per le generazioni future, e non libelli usa & getta. Grishman è a posto solo nei Miti Mondadori, pur non essendo un mito, in nessun senso, solo per il prezzo più o meno abbordabile.

Cari saluti,

Giuseppe Iannozzi

Posted by: Giuseppe Iannozzi at 16.04.04 01:47

C'è chi legge per saperne di più e chi per non pensare a quello che sa.

Posted by: manu at 16.04.04 09:03

Giulietto, vuoi storie più complicate e poi scrivi di una moglie che mette il veleno nella minestra del marito? E saresti credibile?

Posted by: Mammo at 16.04.04 09:11

Non che voglia fare il difensore d'ufficio di Mozzi, che nemmeno ne ha bisogno, ma trovo sia riduttivo gettare un bello spunto di riflessione nel cestino delle polemiche personalistiche. Ognuno scrive quello che sente, e le storie "complicate" che il Mozzi desidera - almeno suppongo, poi se del caso lui mi bacchetterà - sono complicate nell'intreccio di desideri ed emozioni che sono capaci di suscitare. Lo scopo della scrittura di Mozzi che io percepisco (non il "suo" scopo, ripeto, ma quello che "io" percepisco e che mi attira nella sua scrittura) è quello di mettere l'Uomo e la sua anima al centro della storia. Mi sembra naturale che poi non rimanga soddisfatto da una trama che è finalizzata a se stessa e, come fa notare il Doge, a legare il lettore alla pagina per meri scopi commerciali. Non è questione di perizia tecnica dello scrittore, per come la vedo io, ma proprio di impostazione della propria vita, artistica e non. Che poi uno scelga una trama semplice (e mi riferisco al veleno di Mammo) per raccontare vite complicate non rende di colpo "semplice" tutta la storia.

Posted by: mauro at 16.04.04 12:29

Già che ci siamo, qualcuno ha voglia di indicarmi delle letture "fondamentali"?

Posted by: alterego at 16.04.04 14:05

Mozzi è un artista, Grisham no, d'accordo. Ma mi pare si stesse parlando di trame, non di 'godimento della forme'.

Posted by: Mammo at 16.04.04 14:07

anni fa. sono in un bar di periferia. socializzo con dei teppistelli, sui 16-18 anni. a un certo punto "provo" a fare quello che sa. dico che è importante leggere libri e giornali, perché coi diabolik e le riviste porno non si va da nessuna parte. mi ascoltano, ma resta niente. alla fine però uno mi raggiunge e mi dice Non ho mai letto un libro, me ne consigli uno? spiazzato, dissi ci devo pensare. ci sto ancora pensando, dopo anni. accetto consigli

Posted by: remo bassini at 16.04.04 14:12

Storie più complicate? Ti riferisci per caso ad una di quelle palle che promuovi alla stampa per Sirone? "Dialogo sull'amore?" Un esempio per tutti. Giulio Mozzi non mi piace il lavoro che stai facendo! Non ce n'è neanche uno nella tua scuderia che somigli a John Grisham. I libri che fai stampare sono cervellotici.

Posted by: Giogiò at 16.04.04 14:30

Continuando il mio dialogo con Mammo: personalmente non riesco a leggere senza tener conto sia della trama, sia del godimento della forma. Riesco a sopportare l'assenza di una "buona" forma, se la trama è sufficientemente avvincente o se riesco a supplire con una buona contestualizzazione storica (cosa il cui gli americani sono di un'abilità diabolica, devo dire), ma non è certo un pregio. Colpa di cattive letture giovanili, che ahimé proseguono nella maturità. Per questo leggo senza problemi la letteratura industriale. Certo, poi mi capita sotto mano Cotzee ed è tutta un'altra cosa. Nonostante le cattive letture giovanili (tonnellate di Urania del periodo più brutto, per dire) per fortuna riesco ancora a riconoscere un buon libro, quando mi capita di leggerlo. Non credo di essere l'unico a pensarl così.

Posted by: mauro at 16.04.04 15:24

E dunque? Dove vuoi arrivare, Mauro?

Posted by: Mammo at 16.04.04 15:31

Caro Mammo, ti sbagli. Il veleno l'ha messo il marito.

Caro Giogiò, l'editore si chiama Sironi e non Sirone. Sono d'accordo: nessuno degli autori che ho pubblicato assomiglia a John Grisham.

Posted by: giuliomozzi at 16.04.04 16:14

No, il veleno l'ha messo la moglie. Terzo racconto di Fiction. I due che non riescono a scopare e allora usano le mani, i vibratori... Lo hai scritto tu, ma non ricordi?

Posted by: Mammo at 16.04.04 16:23

Beh, Mammo, con tutti gli accidenti che mi capitano oggi (compresa una telefonata della polizia municipale) credo proprio di essere già "arrivato" abbastanza. Per quello che riguarda il nostro dialogo, il succo del discorso era: secondo me se il livello artistico e psicologico della storia è capace di colpire a fondo l'anima del lettore e metterne a nudo le paure e le idiosincrasie, allora siamo già di fronte a una storia complicata, perché complicato è rappresentare l'anima umana. E questo anche se la trama è lineare e senza svolte particolarmente rilevanti nel corso degli avvenimenti narrati. Chiaramente mi riferisco a svolte narrative intese secondo le prescrizioni della narrativa di largo consumo (mi riferisco, per esempio, al manualetto che Follett - o il suo agente - ha messo on line sul suo sito, che raccomanda, per dire, un colpo di scena ogni cinque pagine), anche se, di fatto, è un colpo di scena vero e proprio la rappresentazione di un nuovo risvolto psicologico di un personaggio. Mi vengono in mente Il pretore di Cuvio o La spartizione, di Chiara. Oppure Il prete bello di Parise. Poi, non è secondario il fatto che un testo sia scritto da un vero artista. Prendi Saramago: Il racconto dell'isola sconosciuta non è forse un signor testo anche se di trama molto più semplice de Il Vangelo secondo Gesù o della Cronaca dell'assedio di Lisbona?

Posted by: mauro at 16.04.04 17:30

Da diversi mesi continuo a pormi l'interrogativo sollevato nel tuo ultimo post. Come fa notare riferendosi ad altre questioni Marianella Sclavi in "Arte di ascoltare e mondi possibili" (Bruno Mondadori, riedito qualche mese fa), l'atteggiamento più corretto, tra due scelte di verso opposto (semplificando e banalizzando, il romanzo di successo-prevedibile, che racconta quello che già sappiamo, e gli altri) è quello di mettere i piedi in due staffe: il giudice saggio quando deve giudicare i due contendenti su una questione, dice: avete ragione tutti e due.
Mi spiego meglio: qualche mese fa ero dal parrucchiere, un tipo trendy, completamente alla moda e per niente stupido o frivolo. Mi dice "Tu che conosci gli scrittori, conosci Fabio Volo?". Io "Mi dispiace, no". Lui, ancora "Beh, ho letto il suo primo libro, è stupendo, l'ho consigliato a tutti i miei amici ed è piaciuto a tutti". Gli ho chiesto per qualce motivo gli piacesse, ero curioso. Mi ha detto "Beh, è ovvio, parla di noi, dei trentenni. sai quante volte mi sono capitate le cose che lui racconta lì?"

Da quella chiacchierata, e da altre, ho capito una cosa: parecchia gente cerca nella lettura situazioni che conosce, cerca un libro di cui poter dire "Cavolo, l'ho fatto mille volte, l'ho pensato mille volte e non ho mai trovato le parole per dirlo". Ecco: le parole per dirlo.
Il giudice saggio a questo punto consiglierebbe allo scrittore che si fa la domanda su cosa scrivere, e come farlo, di creare una storia che generi riconoscimento, e che vada un po' più in là del riconoscimento. Come fare non è affar mio, che sono un piccolo scrittorino che deve ancora esordire con un romanzo e nell'ambiente letterario ha pochissimo diritto di parola.
Mi chiedo: a che serve scrivere un libro se lo leggono in pochi? Possono uscire centomila dietrologie, qualcuno mi può tirar fuori la frase "Se quel libro ha fatto bene anche solo a dieci persone, allora è valsa la pena di scriverlo". E dico "No, non è valsa la pena di scriverlo". Una delle cose che ti insegnano all'esame di economia è la questione del costo/opportunità. Vale tanta fatica per dieci persone? Il buon economo risponderebbe: se il tempo impiegato a scrivere un libro fosse stato impiegato per fare volontariato, ad esempio, di persone se ne sarebbero raggiunte molte di più.

Quella di sopra non è - non vuole essere - una risposta. E' una riflessione momentanea, in divenire.

Posted by: Mattia Signorini at 16.04.04 18:03

alterego,perchè devono essere fondamentali, si legge anche per evasione,per divertirsi, e anche questo è fondamentale, per esempio io ho amato i Saggi di Montaigne, ma mi sono divertita con "Donna Flor e i suoi due mariti" di Amado Jorge" arcobaleno1

Posted by: arcobaleno1 at 16.04.04 21:02

Ora scrivo una cattiveria, non vi arrabbiate. Non so se ve ne siete accorti, ma nel genere 'discussione', questa lunga discussione temo rientri nel tipo 'Grisham'.

Posted by: massimo at 17.04.04 06:29

Caro Mammo, mi permetto di insistere. Il veleno l'ha messo il marito. C'è scritto, nella seconda parte del racconto. Il marito è stato processato e condannato. Ha avvelenata la moglie e ha avvelenato (con meno veleno) sé stesso; dopodiché ha scritto un memoriale menzognero e ha fatto in modo da raggiungere un pronto soccorso prima che il veleno assunto diventasse davvero pericoloso. Una strategia (rischiosa) per distogliere i sospetti.

Posted by: giuliomozzi at 17.04.04 08:31

Caro Giulio,
una storia più complicata te l'avevo mandata nel giugno scorso( "Il caso Caipex"), ma ormai è evidente che non ti è piaciuta (o non l'hai letta?) ed è finita nel cestino. Qualcun altro mi ha detto che era "troppo" complicata! E' proprio vero che non si riesce mai ad accontentare tutti. Pazienza. Ne scriverò un'altra, prima o poi, ma a questo punto non so se deve essere più complicata o meno complicata.Mah! Ciao.

Posted by: a.morosini at 17.04.04 18:44

arrivo sempre in ritardo...:))
credo di sì. Il lettore medio vuole storie semplificate e soprattutto personaggi semplificati e non inquietanti.
sembrerà strano perché tutti sappiamo quanto tiri il noir
ma permettetemi… inquieta molto di più un autore di spessore che tutte le storie di serial killer del mondo.
Ci sono strati della coscienza (e dell’incoscienza) umana che gli autori deliberatamente non visitano (gli autori di successo penso lo facciano apposta, non per incapacità) Se proponessero libri dello spessore della Recherche di Proust o del Voyage di Céline non so se troverebbero gli editori(che non possono non tener conto delle preferenze del pubblico)
ampliamento del pubblico e dinamiche di mercato comportano anche questo
(ammettendo che esistano oggi gli autori in grado di scrivere opere del livello di quelle di Proust e di Céline)

Posted by: marina torossi tevini at 18.04.04 10:05

Caro A. Morosini, il tuo romanzo è stato letto e rifiutato. Le ragioni per cui non hai ricevuta risposta sono spiegate nel sito dell'editore (http://www.sironieditore.it), specificamente alla pagina: http://www.sironieditore.it/contatti/proponi.php. Sono sostanzialmente ragioni di legittima difesa. Mettiamo che motivare il rifiuto di un testo richieda un'ora di lavoro: per riordinare le idee, scrivere una lettera o fare una telefonata. Riceviamo circa mille testi per anno. Ecco subito mille ore di lavoro, ossia sei mesi e mezzo di lavoro di una persona, tutti dedicati... ai libri che non ci interessano. Il gruppo che lavora al progetto Sironi in seno alla casa madre AlphaTest è composto da nove persone: il direttore editoriale, due in ufficio stampa, un responsabile delle vendite, quattro in redazione, il sottoscritto (naturalmente ci lavorano anche altri, tipo i magazzinieri, il fiscalista ecc.; ma il loro impegno è marginale). Tutte queste persone dedicano circa metà del loro tempo al lavoro AlphaTest e metà al lavoro Sironi (tranne me: che comunque posso dare a Sironi metà del mio tempo, più o meno. Quindi, rispondere a tutti coloro i cui libri non ci interessano significherebbe diminuire di una persona il gruppo di lavoro. E questo, non abbiamo voglia di farlo.

Posted by: giuliomozzi at 19.04.04 09:19

Dando seguito al terzo commento: perchè "Guida galattica per gli autostoppisti" definita una pentalogia??

Posted by: AleRoots at 19.04.04 11:58

La pentalogia della guida è composta dalla Guida stessa e altri quattro ulteriori volumetti, dai titoli (in ordine sparso) Ristorante al termine dell'universo, Fondamentalmente innocuo, Addio e grazie per tutto il pesce, e La vita, l'universo e tutto quanto.

Comunque è un caso in cui la complicazione della storia raggiunge un livello tale da risolversi nella semplicità di "succede di tutto". Una specie di ordine superiore.

Posted by: Vincenzo Della Mea at 19.04.04 13:32

Caro G. Mozzi, ti ringrazio per l'esaurente spiegazione. In realtà non mi sarei mai aspettato un rifiuto "motivato" (avendo diligentemente letto prima dell'invio il testo in "contatti/proponi"): bastava un rifiuto "semplice", ad esempio: "No, grazie". Andrea Morosini

Posted by: a.moosini at 19.04.04 13:57

Anche i Mammi sbagliano. :-DDDD

Posted by: Mammo at 19.04.04 16:21
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