Bene, siamo tornati da un po’ di giri, prepariamoci ad altri giri. Questa sera sono a Sermide (Mn), al bar Lo sBARco, in compagnia dell’ottimo Davide Bregola. Si leggeranno storie di viaggi (e di treni, naturalmente).
Poi starò a casa qualche giorno. Avrò mio ospite una persona della quale si è parlato parecchio in questo diario.
Poi, sabato, sarò a Reggio Emilia per il convegno: Leggere & scrivere. La valutazione del testo creativo a scuola, organizzato dall’ottimo Giuseppe Caliceti. Il luogo è l’Auditorium dell’Istituto Musicale “A. Peri”, nei Chiostri di San Domenico, in via Dante Alighieri 11. L’orario è: alle nove e mezza del mattino, e poi alle tre del pomeriggio.
Interventi del mattino:
Livio Romano, docente elementare e scrittore, da Lecce: Il testo creativo a scuola.
Dalia Oggero, editor, da Torino: Come valuta e come interviene un editor.
Giuseppe Caliceti, docente elementare e scrittore, e Giovanna Scarabelli, bibliotecaria, da Reggio Emilia: I libri di ‘Baobab’. La classe come laboratorio di scrittura.
Racconti di esperienze dei docenti di “Baobab/Invito alla lettura”.
Interventi nel pomeriggio:
giulio mozzi: La ginnastica della creatività è una cosa diversa dall’arte.
Guido Conti, scrittore ed editore, da Parma: Problemi didattici e di valutazione nella scrittura creativa nei ragazzi della scuola superiore.
Angelo Ferrarini, docente di scuola superiore, da Padova: I miei problemi di valutazione.
Racconti di esperienze dei docenti di “Baobab/Invito alla lettura”.
Per informazioni: Assessorato Cultura e Sapere, 0522 456762, baobab@municipio.re.it.
Prendo posto al mio posto: carrozza nove, sedile quarantatre, lato corridoio.
Accanto a me, lato finestrino, c’è un tipo che potrebbe avere la mia età, o qualcosa di più. E’ magro, un po’ in piazza. Ha una bella giacca spinata, camicia bianca, cravatta moderata, jeans aderenti.
Lo guardo bene mentre, in piedi nel corridoio, sistemo le mie cose: il libro sul sedile, lo zainetto tra gli schianeli, il giubbone su in alto.
Mi siedo. Apro il libro (Thomas Pynchon, L’arcobaleno della gravità, Bur, pp. 968, undici euro e trentasei: lo sto rileggendo) a pagina 248: “Dunque è lì sulla spiaggia, mentre lui è insieme a quel gruppo di stranieri, che le voci assumono una sfumatura metallica, le parole producono tutte un rumore secco e tagliente”.
Il tipo accanto a me sta parlando al telefono. Me ne accorgo dopo un po’, perché parla brevissimo e a mezza bocca.
“No”.
[…]
“No”.
[…]
“No”.
[…]
“Tu mi fai delle domande, io ti do delle risposte”.
[…]
“Guarda, non serve”.
[…]
“No”.
[…]
“Senti, non serve a niente. Smettiamola”.
[…]
“Sì, ci sono”.
[…]
“Basta, basta. Ciao”.
[…]
“Basta”.
[…]
“Ma perché continuare?”.
[…]
“Ti saluto”.
[…]
“Ti saluto”.
[…]
“Ti saluto”.
[…]
“No”.
[…]
“Ne abbiamo già parlato. Tante volte”.
[…]
“No”.
[…]
“Basta così”.
[…]
“Ti saluto”.
[…]
“A Campobasso”.
[…]
“Senti, non è questo il punto”.
[…]
“Non confondere tutto”.
[…]
“Non è questo”.
[…]
“Non siamo capaci di venirne fuori. Non adesso”.
[…]
“Non serve a niente”.
[…]
“No”.
[…]
“Ti saluto”.
[…]
“Ti saluto, ciao”.
[…]
“Ci sentiamo lunedì”.
[…]
“No, ti prego”.
[…]
“No”.
[…]
“Ti saluto”.
La cosa va avanti per tre quarti d’ora circa. A volte il tipo chiude il telefono, ma dopo un minuto o due gli risuona.
Dopo tre quarti d’ora, io scendo.
Mi viene in mente all’improvviso che se uno volesse, partendo dai dati che ho forniti poco fa (orario del treno, numero del posto), incrociandoli con altre informazioni che ho disperse qua e là nel diario (ad esempio la mia abitudine a comperare i biglietti alle emettitrici automatiche, pagando con il bancomat), potrebbe risalire alla mia vera identità.
(E non crediate che mi abbiano finalmente portato il telefono a casa. Sto scrivendo da Milano).
Brèkane s’interroga sul futuro. Mentre il barbiere gli taglia i capelli. Anzi no: il barbiere interroga Brèkane sul futuro. E Brèkane uccide il barbiere. Credo.
Sveglia alle cinque e mezza. Autobus alle sei e venti. Arrivo in stazione alle sei e trentacinque. Compero il giornale, una bottiglia d’acqua. Salgo sull’eurostar per Milano delle sei e cinquantaquattro. Il mio posto è: carrozza sette, numero cinquantatre.
Sul mio posto c’è la valigia di una signora. Una valigia con le rotelle. La signora sta dormendo sul sedile accanto.
Dico: “Signora”.
La signora apre un occhio.
“Questo è il mio posto”, dico.
La signora gira l’occhio intorno.
“Ci sono tanti posti liberi”, dice.
Ha la voce impastata.
“Ho prenotato questo posto”, dico.
Alle nove comincia lo sciopero generale. Questo è l’unico treno per Milano di tutta la mattinata per Milano. Si riempirà, lo so; ci sarà anche gente in piedi.
La signora chiude l’occhio.
Prendo la valigia della signora. E’ pesantissima. Non provo neanche a sistemarla inalto. La infilo tra gli schienali dei sedili.
Il sedile è un po’ sporco di fango. Lo pulisco con un fazzoletto di carta.
Mi siedo.
La signora apre l’occhio.
“Cazzo fa!”, dice.
Si raddrizza, apre anche l’altro occhio.
“Ho messa la sua valigia qui dietro”, dico, “tra i due sedili”.
“Lei ha messe le mani sulla mia valigia?”, dice.
“Sì”, dico. “L’ho messa qui dietro”.
“Come si è permesso?”, dice.
“Guardi che l’ho solo posata qui dietro”, dico.
“Controllore!”, grida la signora.
In fondo alla carrozza, io non me n’ero accorto, c’è appunto il controllore.
“Controllore!”, grida la signora. “C’è un ladro!”.
Il controllore arriva.
“Che succede?”, dice, rivolto alla signora.
“Mi ha rubato la valigia!”, grida la signora.
“Chi?”, dice il controllore.
“Lui!”, dice la signora, indicandomi.
“Lei?”, dice il controllore, rivolto a me.
“No”, dico. “La signora dormiva. Aveva posata la valigia su questo sedile. Questo sedile è il mio”, ed esibisco il biglietto. “Ho chiesto alla signora di spostare la valigia. La signora mi ha detto di sedermi altrove, e poi si è riaddormentata. Allora ho messa la valigia qui”, e ho indicato dove, “ho pulito il sedile, perché la valigia della signora lo aveva infangato, e mi sono seduto al mio posto”.
Mi è sembrato di fare un discorso lunghissimo.
Il controllore ci guarda.
“Ah”, dice la signora, “l’ha solo spostata?”.
“Sì”, dico, “l’ho messa qui dietro”.
“Ah”, dice la signora. “Va bene. Mi scusi”. Si rivolge al controllore: “Mi scusi, controllore. Non si era spiegato bene”.
“Io mi ero spiegato benissimo”, dico. “Solo che lei era troppo addormentata per capire”.
“Io capisco, quando mi si dicono le cose chiaramente”, dice la signora.
“Vi faccio scendere tutti e due”, dice il controllore.
“Cazzi vostri”, dice la signora, e si ridispone a dormire.
Sono arrivato a Milano in perfetto orario, alle nove e cinque.
Care voi, cari voi. Oggi pomeriggio, giovedì 25 marzo, sono alle 18 a Venezia, alla Libreria Mondadori (Salizada San Moisè) per un incontro con il buon Tullio Avoledo. Domani, venerdì 26 marzo, sono tutto il giorno a Milano in casa editrice. Sabato 27 salgo a Belluno per un convegno di questo è il programma:
Imparare senza confini. Scrivere da grandi: quando la parola diventa creativa.
Scuola media “Nievo”, via Mur di Cadola 12, Cavarzano/Belluno.
- ore 9: si comincia: saluti, informazioni ecc.
- ore 9.30: giulio mozzi: Ragioni per scrivere da grandi.
- ore 10.15: Mauro Covacich: Scrittura tra esperienza e immaginazione.
- ore 11: Tullio Avoledo: Resoconto semiserio di un viaggio nel tempo alla ricerca dell’autore da cucciolo.
- ore 11.45: caffè, sgranchimento di gambe.
- ore 12 Eloisa Di Rocco: Blog: La scrittura a puntate sul web.
- ore 12.45: dibattito.
- Al pomeriggio, dalle ore 15, laboratorio di scrittura con Mauro Covacich (max 20 iscritti)
- iscrizioni e informazioni: scuola media “Nievo”, tel. 0437931814, ctpbelluno@libero.it.
Martedì 30, infine, alle 21, sarò a Sermide (Mn), al bar Lo sBARco, in compagnia dell’ottimo Davide Bregola. Si leggerà, si chiacchiererà.
Aloha.
Sono a Venezia. Sto andando alla libreria Mondadori, in Salizada san Moisè. In questo momento sono in cima al ponte dell’Accademia. Pioviggina.
Un signore con l’impermeabile nero e l’ombrello bianco mi ferma.
“Scusi”, dice.
“Dica”, dico.
“Saprebbe dirmi dov’è la Regione Veneto?”.
“Quali uffici?”, dico.
“La Regione”, dice.
“Gli uffici della regione sono sparsi un po’ dappertutto per la città”, dico. “Se lei sa esattamente dove deve andare, magari posso aiutarla”.
Il signore ficca in tasca la mano libera dall’ombrello, tira fuori un foglietto.
“Consiglio regionale”, dice.
“Allora può venire con me”, dico. “Ci passo davanti”.
Ci incamminiamo.
Il signore dice: “Lei è di Venezia?”.
“No”, dico.
“Ah”, dice.
Svoltiamo in una calle un po’ stretta.
“E’ sicuro della strada?”, dice il signore.
“Sì”, dico. “Devo andare alla libreria Mondadori, in Salizada san Moisè, e passiamo davanti alla sede del Consiglio regionale”.
Camminiamo.
“Lei lavora in Regione?”, dice il signore.
“No”, dico. “Ho lavorato sette anni alla Confartigianato. Per quattro anni abbiamo avuti gli uffici all’Accademia. Avevamo che fare con la Regione. Andavo spesso in Consiglio regionale”.
“Ah”, dice il signore. “E adesso non lavora più lì?”.
“No”, dico. “Mi sono licenziato nel 1989”.
Il signore si blocca.
“Ma sono quindici anni fa!”, dice. “E’ sicuro che il Consiglio regionale sia ancora lì?”.
“Guardi”, dico, “la settimana scorsa era ancora lì”.
“Ci è andato la settimana scorsa?”, dice.
“Ci sono passato davanti”, dico.
“Ecco!”, dice. “Ci è passato davanti! Non è sicuro, in somma!”.
“Ma sì che sono sicuro!”, dico.
“Io ho un appuntamento importante!”, dice.
“Non ne dubito”, dico.
“E sono già in ritardo”, dice.
“Quello è un problema suo”, dico. “Non so che cosa farci”.
“Non c’è un vaporetto?”, dice.
“No”, dico, “non le conviene. Dovrebbe tornare indietro, e il vaporetto la porterebbe finoa San Marco, che è troppo avanti”.
“In somma”, dice, “lei conosce Venezia come le sue tasche”.
“No”, dico. “Però so dov’è il Consiglio regionale”.
“Dov’era quindici anni fa!”, dice.
In quel momento arriviamo davanti alla sede del Consiglio regionale.
“Ecco”, dico, “è lì”.
Il tipo guarda il portone, venti metri più in là.
“Speriamo bene!”, dice.
Si volta e se ne va.
Io sono andato alla libreria Mondadori, ho fatto quello che dovevo fare, sono tornato a casa.
Stamattina mi è venuto un dubbio: ma il Consiglio regionale, è ancora lì dov’era quindici anni fa?
Leggo in Repubblica, e precisamente qui:
Samone (Ivrea) - Una donna di origine marocchina, Fatima Mouayche, 40 anni, sposa e madre di due bambini, è stata negata la possibilità di frequentare uno stage presso un asilo nido di un paese del canavese perché aveva il capo coperto dal chador, il velo islamico. […] Il rifiuto di accettare Fatima come educatrice dei propri figli non viene solo dalla responsabile del nido, ma anche, pare, da alcuni genitori dei bambini. […] La responsabile della cooperativa [dice:] “Rischia di spaventare i bambini”.
Quand’è che proibiranno alle suore di lavorare negli asili?
In questi giorni mi sto esercitando con l’orario degli autobus. Il quartiere dove abito ora, pur essendo poco distante da quello dove abitavo prima, è servito da altre linee. A pochi metri da casa, appena girato l’angolo, c’è la fermata del 3. Il 3 porta al centro, alle riviere, alle piazze, alla stazione della ferrovia. Passa ogni quindici minuti, di sabato ogni venti, di domenica passa un po’ a caso. C’è una bellissima corsa alle sei e venti del mattino, che mi scodella in stazione alle sei e quaranta: giusto il tempo di fare il biglietto all’emettitrice automatica, comperare il giornale, eventualmente prendere un caffè, e salire sull’eurostar per Milano delle sei e cinquantaquattro. E se da Milano rientro a Padova con l’eurostar delle dicootto e cinquantacinque, arrivo giusto in tempo per prendere la corsa delle ventuno e venti, ed essere a casa a un’ora decente, con un po’ di serata davanti.
Questa mattina sono stato all’Arci, in via IV Novembre. Prima il percorso verso l’Arci era: via Sanmicheli, via Cavazzana, Prato della Valle, via Cavalletto, via Cadorna. Un percorso brutto: in Cavazzana c’è vento d’inverno e torrido d’estate, il Prato sarà bello ma a girarci intorno è davvero troppo grande, via Cavalletto è sempre trafficatissima. Adesso invece il percorso è: via delle Rose, Porta Santa Croce, via Marghera, Piazzale Santa Croce, via Cadorna. E’ un pochino più lungo ma, tranne quando si attraversa il Piazzale, traffico non ce n’è. E ci sono vie fresche, alberi, verde. Sono andato e tornato, due volte, da casa all’Arci e dall’Arci a casa, con il fresco delle otto di mattina e con il sole del mezzogiorno: e mi sono trovato benissimo.
Stasera andrò dall’Umberto. Prenderò il 3 fino agli Scrovegni, poi prenderò per il Carmine, via Savonarola o Beato Pellegrino (devo decidere), via Bronzetti. Via Beato Pellegrino mi porta più vicino, credo, ma via Savonarola mi piace di più.
Fatto sta che la città, a vederla dalla casa nuova, ha una forma tutta diversa. I miei itinerari soliti vengono scombinati. Anche i tempi sono diversi. La mia abitudine, nei rari giorni in cui lavoro tranquillamente a casa, di uscire a far due passi alle sei del pomeriggio, dovrà essere aggiustata. Qui, per esempio, mi sembra più bello uscire di mattina. Non so perché. Mi viene di uscire, per i quattro passi che compensano la giornata di sedia tavolo & computer, di mattina presto. Se non altro perché qui, il vicino difronte ha le galline; e, alle otto di mattina, posso camminare un’oretta senza incontrare traffico. Prima, invece, alle otto di mattina, sottocasa avevo tutto il traffico delle otto di mattina.
Lo svantaggio della casa nuova si vede la sera. Se vado al cinema in seconda serata, poi non ho più autobus (la verità è che non vado quasi mai al cinema). Se mi fermo in cabina di proiezione dall’Umberto a parlare dei massimi sistemi, poi ho da camminare quaranta minuti a piedi. Vabbè, che dire: mi farà bene.
Anche il quartiere è molto diverso. Prima, il quartiere stava tutto attorno a una piazza. Un piazzale di transito e di parcheggio, non molto bello, ma con poco transito (tranne che alle otto di mattina) e non molto parcheggio. Lì attorno c’erano tutti i negozi, i servizi. Qui, invece, al centro del quartiere c’è un incrocio. Un incrocio serio. Il tabaccaio, il fruttivendolo, l’alimentari e la chiesa marcano i quattro angoli dell’incrocio. Per avere il verde e passare, bisogna premere il bottone. Il verde dura quanto ti basta per attraversare una strada: se vuoi andare all’angolo opposto, fai due attese (oppure attraversi in diagonale, che è vietato: ho già preso un predicozzo dal vigile).
E’ cambiato pochissimo, eppure sembra cambiato tutto. Le chiavi di casa: per due terzi della mia vita ho posseduta una chiave sola, per un terzo ne ho avute due, adesso ne ho otto: cancello, portone, porta d’appartamento, serratura di sicurezza della porta d’appartamento, cassetta della posta, garage, porta dello studio. Sono in quest’ordine, nel portachiavi a libretto. Sto imparando a riconoscerle senza guardarle. Mi sembra di fare un sacco di rumore, quando entro nell’ingresso, la sera tardi, salgo le scale con questa cosa tintinnante tra le mani, do i quattro giri della serratura di sicurezza, i due giri della serratura normale, entro, poi do ancora i quattro giri della serratura di sicurezza e i due giri della serratura normale.
Se c’è una cosa che non mi vivo tanto bene, in questa casa nuova, sono tutte queste chiavi.
Il vicino di fianco ha un albero senza foglie che sta fiorendo. Fa fiori bianchi, simili a quelli della magnolia. Ne fa tantissimi (per ora solo due o tre sono aperti, ma i boccioli sono tantissimi). E’ molto bello. Il vicino difronte, invece, ha cinque o sei galline e un’oca bianca.
Padovani gran dottori, si dice. Mah. Comunque ieri a Padova sono diventati dottori Brèkane e buffa persona z. Io non c’ero (prima vagavo per uffici pubblici, poi li cercavo dove non erano) ma ho seguita la radiocronaca al telefono (e ho vista la foto, davvero dottorale). Complimenti, complimenti vivissimi. 110 cum laude a tutti.
Situazione A. Siete in treno, in una carrozza a scompartimenti. Nello scompartimento, oltre a voi, c’è un tizio con due telefoni cellulari. Il tizio telefona in continuazione, usando ora l’uno ora l’altro telefono, e talvolta tutti e due contemporaneamente.
a. Fingete di leggere il giornale e ascoltate avidamente le conversazioni.
b. Pregate il tizio di piantarla.
c. Tirate fuori il vostro telefono cellulare e fingete di telefonare a un amico descrivendogli quell’idiota che siede difronte a voi.
d. Per tutta la durata del viaggio cantate a squarciagola vecchie canzoni dei New Trolls.
Ma dove sei, dove vai, che cosa fai: così mi scrivono in parecchi. Che cosa volete che vi dica: finché il filo della Telecom non arrriverà nel mio studio nuovo, non sarò in grado di provvedere adeguatamente al mantenimento di questo diario.
Ieri ero qui E questa sera sarò a Santa Maria di Sala (Ve), alle 20.45, nella ex Sala consiliare, con Massimiliano Nuzzolo, per la seconda presentazione del suo romanzo L’ultimo disco dei Cure (se volete sapere com’è andata la prima, date un’occhiata qui).
Domenica 21, invece, alle 11 del mattino, sarò davanti alla Libreria Feltrinelli di Padova, tra gli alberelli antistanti la Prefettura (o, in caso di pioggia, dentro la Libreria Feltrinelli) per la presentazione del romanzo Tuo figlio di Gian Mario Villalta.
Scrive Leonardo, in uno dei primi “commenti” al post Qualcosa di scritto: “L’unica spiegazione che si può dare di questo attentato è che esso si prefiggeva lo scopo di terrorizzare, sì, ma chi? L’elettorato spagnolo che, come si sa, per l’87% è contrario alla partecipazione del proprio paese alla missione irachena, paetecipazione voluta comunque e fortissimamente da Aznar”.
1. L’elettorato spagnolo era (prima dell’attentato) contrario all’87% alla partecipazione del proprio paese alla missione irachena; la Spagna è uno stato democratico; in uno stato democratico il popolo esercita la sovranità per mezzo delle elezioni; fino al giorno prima dell’attentato si prevedeva, anche con lo strumento dei sondaggi, una vittoria del Partito popolare di Aznar.
Si può dire che l’attentato ha spinto un certo numero di spagnoli ad agire, votando contro il Partito popolare come veramente pensavano?
2. La partecipazione a queste elezioni è stata assai più ampia che alle elezioni precedenti. Si può dire che queste elezioni sono state quindi più democratiche delle precedenti?
Milano, stazione centrale. La voce registrata dice: “Si informano i signori viaggiatori che l’area è controllata da un sistema di videocamere a circuito chiuso. I bagagli non custoditi saranno sottoposti a controlli di polizia”. Più o meno queste, le parole.
L’altro giorno, l’11 sera, diciamo verso le otto, ero in automobile con altre tre persone. Ho appreso lì che cos’era successo, dodici ore prima, a Madrid.
Non lo sapevo. Durante la giornata avevo fatte varie cose, ero stato in una scuola, in un circolo culturale. Nessuno mi aveva detto niente.
Lì, in automobile, qualcuno ha subito detto: “Vabbè, mancano tre giorni alle elezioni, si capisce”.
“Come, si capisce”, ho detto.
“Sarà come in Italia, che ci vogliono trent’anni per sapere che non si sa niente. Sono le stragi di stato, evidentemente”, ha detto il qualcuno.
Io non ho detto più niente. Dopo un paio di minuti si parlava già d’altro, di lavoro, di cose della propria vita.
La serata con Massimiliano è filata liscia. Lui ha letto, lì al pub, chi ha voluto lo è stato a sentire, sono passati una giornalista e un fotografo, abbiamo bevuta qualche birra, ho mangiata una piadina. Una normale sera.
La mattina dopo ho comperati i giornali. C’era qualche fotografia. Gli articoli spiegavano: alle otto e trentotto è scoppiato lo zainetto qui, alle otto e quarantadue è scoppiato lo zainetto lì; è stato trovato un furgoncino con dell’esplosivo dentro; c’è stata una rivendicazione di “La Base” (Al Quaida); c’è stata una condanna esplicita dell’Eta.
Ho una persona cara, da quelle parti. L’ho cercata. Non l’ho trovata. Oggi è domenica, e non l’ho trovata ancora.
Nei giornali poi c’erano tante pagine sul cui prodest?, sulle conseguenze del fatto sulle elezioni. C’erano articoli di studiosi di strategia del terrorismo che dicevano: sì, questo attentato è logisticamente, strategicamente un tipico attentato di “La Base”; no, questo attentato è logisticamente, strategicamente un tipico attentato dell’Eta; eccetera. Aznar, dicevano i giornali, è stato prima esplicito contro l’Eta, poi si è tirato indietro. No, esplicito è stato il suo ministro dell’interno. I socialisti dicono questo. Izquierda dice quest’altro.
Ho comperti i giornali anche ieri, sabato. Di nuovo, pagine e pagine sulle conseguenze politiche dell’attentato; e poi storie di chi era lì vicino e se l’è cavata per un pelo, storie di chi doveva essere lì invece per un caso era trecento metri più in là oppure dall’altra parte di Madrid; storie di bambini che nessun genitore è passato a prendere all’asilo; storie, storie.
E io, come mi succede sempre, difronte a tutte queste parole, mi tiro indietro.
Mi sono arrivate, come al solito, le telefonate dei giornali. Due o tre. “Lei che ne pensa…”. “Non penso niente”, ho detto.
Su ciò di cui non si è in grado di parlare, sarebbe meglio tacere. Eppure abbiamo un evidente bisogno di parlare, o piuttosto un evidente bisogno di non avere silenzio intorno. Che qualcuno parli, parli, tenti di dare senso al mondo; anche se noi, singolarmente, ci sentiamo ammutoliti; che qualcuno ci dia qualcosa da pensare, qualcosa che metta in ordine. Perché noi, se ci proviamo da soli, non ci riusciamo; e tanto più grande è il nostro bisogno di avere un discorso, tanto più siamo incapaci di produrlo. L’amico Umberto Casadei ha spesi tre anni della sua vita nel tentativo di esplorare questa impasse.
Cerco di immaginare ciò che è avvenuto a Madrid. Ho dei ricordi che posso usare. Non riesco a immaginare. Non ho le immagini della televisione.
Sono uno dei pochissimi che non ha mai visti i filmati dell’abbattimento delle Twin Towers. Non li ho visti. Ho viste le foto nei giornali, ho letti gli articoli. Ma non ho viste le immagini in movimento.
Il pensiero che mi occupa la mente, in questi giorni, è il pensiero della stupidità. La stupidità mi lascia sbalordito. Sulla stupidità non ho niente da dire. Non sono capace di pensare la stupidità. Sono stupito, stupido difronte alla stupidità.
Questo è il mio senso di impotenza.
Care voi, cari voi. Mi dispiace essere poco presente in questi giorni. Ho a disposizione la rete saltuariamente e scomodamente.
Comunque, volevo avvisare che domani sera, giovedì 11 marzo, alle ore 21.30, sarò a Sottomarina di Chioggia (Ve), presso il Discanto Pub (Lungomare Adriatico, info: 340 4058274) per la prima presentazione dell’Ultimo disco dei Cure, il romanzo dell’ottimo Massimiliano Nuzzolo.
Buondì. Non ho ancora un telefono. Scrivo da una postazione di fortuna.
Tempo addietro, in questo diario si era parlato di un libro un po’ misterioso. Più d’uno aveva chiesto di poterne assaggiare un po’.
Bene. Ecco un assaggio.
E un altro assaggio.
E un terzo assaggio, più alla mano.
Infine, un assaggio ravvicinato.
Ulteriori assaggi, più seri e leggibili, saranno forniti in futuro.
Sia lode e gloria agli operai della cooperativa L’Astrolabio. Grazie a loro è tutto andato bene, molto bene. Tanti saluti dall’emeroteca.
Dopo il cambio di casa del diario, ora cambio casa anch’io. Per qualche giorno sarò senza telefono, e quindi senza rete. C’è l’internet all’emeroteca lì accanto, ma non è la stessa cosa. Ho cercato di attivare la risposta automatica al mio indirizzo di posta elettronica, ma il signor Libero dice sempre: Errore: Timeout nella connessione al server. Non so che farci.
Dalla mezzanotte di oggi il mio nuovo indirizzo è: giulio mozzi, via Giuseppe Comino 16/b, 35126 Padova.
Da Mestieri d’arte:
Giuseppe Comino nacque a Cittadella e si trasferì a Padova nel 1717 dove, associato con Giannantonio Lupi, fu chiamato a dirigere la famosissima tipografia Volpi-Cominiana. Giovanni Antonio Volpi (Padova 1686 - 1766) era uno studioso ed erudito padovano, con l’aiuto del fratello, l’abate Gaetano (Padova 1689 - 1761), aprì a sue spese, nella loro casa, una tipografia alla quale chiamarono il tipografo cittadellese. Volpi insegnò filosofia, greco e di latino presso l’Università di Padova e fu un esponente di spicco, assieme al Facciolati ed al Forcellini, della scuola filologica patavina. Istitutore richiestissimo, compose egli stesso poemi e poesie di gusto petrarchesco e alcuni saggi di alto livello accademico. I due fratelli Volpi curarono con grande perizia e meticolosità le edizioni cominiane che risultano, così, non solo esteticamente valide, ma anche particolarmente corrette ed affidabili. Spesso i Volpi completarono, con note e critiche, le edizioni dei classici della letteratura italiana. Nel 1756 venuta meno la presenza dei fratelli Volpi e morto, nel 1762 anche Giuseppe Comino, la tipografia continuò con Angelo Comino, figlio di Giuseppe che fino alla morte, avvenuta nel 1814, continuò l’attività paterna, conservando, anche nelle sue edizioni, il nome del padre.
Lei ha il suo nuovo studio, a Este. Prendo la corriera, vado. Lo studio è in fondo a una piazza rettangolare. In fondo a sinistra, l’ingresso dietro un’edicola. Chiusa, nera.
Portone. Un edificio che ha una certa età. Imponente. Entro, salgo parecchie scale.
Siamo nello studio, seduti alle due estremità di un divano (abbastanza stretto e rigido, stoffa a fiori, fiori su grigio). Lo studio è una stanza allungata, soffitto a botte, decorazioni in affresco o stucco sul soffitto (fasci di fiori, di spighe, su fondo bianco). Il divano è su un lato lungo, sul lato corto difronte a me (e al di là di lei) c’è la porta, sul lato corto difronte a lei (e al di là di me) c’è un allargamento della stanza (la stanza è, diciamo, fatta a T), dove c’è gente che aspetta (ma non può sentirci, il senso di intimità non manca).
Lei mi dice che ha fatto il trasferimento per il bene suo e della sua famiglia. È come imbarazzata, rossa in viso, come una persona che deve dire una cosa e fa una gran fatica a dirla. Il braccio destro, prima appoggiato allo schienale del divano, lo muove verso il centro della stanza: come una difesa, una barriera tra lei e me. “Perché fra sette mesi…” dice, facendo fatica a dirlo. Io capisco e sono contento. Lei sembra più quieta. Mi alzo in piedi, lei resta seduta, le do un bacio in fronte (nel farlo noto qualche capello grigio). Ora lei sembra più distesa.
Esco, vado fuori ad aspettare il mio turno (perché quello appena avvenuto, evidentemente, era un colloquio di benvenuto o qualcosa del genere). Nel frattempo penso come farò. Dovremo interrompere la nostra relazione per un certo tempo, qualche mese. Oppure iniziare una relazione con un’altra persona. Ho una fugace immagine di me, in uno studio, con un uomo (pelato, con la barba forse a punta). Non mi va di buttare via – so che non è un buttare via, ma nel momento la sensazione è questa – tutti questi anni, il bene che le voglio.
È stato anche bello, vederla così emozionata, agitata. Tra l’altro non immaginavo che lei, all’età che ha, aspettasse il primo figlio. Credevo che lei ne avesse già un paio, sui tredici/quattordici anni.
Esco, la scala è esterna e ripidissima, pericolosa. Sono giù, fuori. C’è altra gente che aspetta, tanta. Alcune persone che prima di me entrano da lei.
Un’incongruenza: sto aspettando sul pianerottolo, nel pianerottolo si apre un’edicola di giornali, il giornalaio lo conosco, è uno di Este, penso che sia stato lui a procurarle l’informazione dello studio. Nel sogno lo avevo identificato, ora non ricordo.
La porta dell’appartamento viene spalancata, una donna tipo infermiera o segretaria Datamedica sulla porta (camice bianco, grossa, in affanno), io entro anche se non vengo chiamato o forse sì, ma credo di no, vedo il corridoio, varie sale si aprono sul corridoio, c’è gente, tanta, nelle sale, clima di confusione. Entro da lei, la Datamedica mi segue, lei è sul divano (che ora è disposto frontalmente alla porta), è stremata, appena io entro dice: “Lo, lei no, oggi l’ho già aiutata”, io dico: “Sono queste le gioie di stare in un grande studio associato”.
La guardo in faccia, sembra più giovanile perché è un po’ gonfia, la pelle stirata, non sembra proprio lei, ma è lei. Mi sveglio un po’ e mi ricordo a chi somiglia.
Poi mi sveglio del tutto e penso che devo assolutamente ricordare ogni cosa. In quel momento suona la sveglia. Mi alzo, vado al computer. Scrivo.
Dopo un bel po’ di assenza, è tornato Sonetti. Con un Sonetto darwiniano e un Sonetto stanco e con poca rima. E intanto in Blogsenzaqualità sono apparsi altri due interventi sul tema della “letteratura media”, il secondo e il terzo della serie. E ce ne saranno altri.
Con una mossa di bizzarra eleganza, Giuseppe Genna ha dimostrato che Romano Luperini non è Dio. Si attende la smentita dell’interessato.
(Scherzi a parte. Un articolo di Romano Luperini, uscito un paio di settimane fa nell’Unità, ha provocato una serie di reazioni. Tra queste, quelle di Tiziano Scarpa, Carla Benedetti, Antonio Moresco, leggibili in Nazione indiana; di Lello Voce, che nel suo sito torna più volte sull’argomento; di Aldo Busi e d’altri. Giuseppe Genna nel suo pezzo reagisce alle reazioni. Io vorrei tanto leggere il pezzo di Luperini, che mi sono perso - l’Unità non rientra tra le mie letture abituali - ma in rete non l’ho visto, e all’emeroteca hanno fregata la copia).
“Ansia infantile di verità” non vuole affatto dire che “cercare la verità è infantile”. Nella prima frase è implicito un significato positivo, nella seconda uno negativo.
Con queste parole si conclude Lista, il notevole (secondo me) intervento di Davide Bregola nel Blog di Blog di Marco Candida.
In un commento a Monetine, una pagina di diario del 25 febbraio scorso, Lucio Angelini (che non è qui, credo, anche se lui sostiene di essere quello in mezzo, bensì qui, qui e qui) scrive:
Trovo vagamente stucchevole quest’immagine (che di recente insisti nel ribadire) di te come “pacato signore che osserva tra il benevolo e il divertito le goffaggini altrui”.
Nelle mie intenzioni il personaggio (“io” è un personaggio) di questi sketch (che sono ormai parecchi) non dovrebbe apparire né “pacato” né “benevolo e divertito”. Nelle mie intenzioni, il personaggio dovrebbe essere uno che incontra altri personaggi e, dopo ogni incontro, se ne allontana “coi nervi tesi e ancor più insicuro di tutto”. Un po’ (mi si perdoni il paragone) come “coi nervi tesi e ancor più insicuro di tutto” si allontana dalla spiaggia il signor Palomar, dopo aver tentato inutilmente, per un’intera giornata, di “osservare un’onda”.
Naturalmente so che un testo, una volta pubblicato, è in preda al lettore. Naturalmente so che ciò che il lettore fa di un testo, lo fa grazie a ciò che nel testo c’è. Quindi Lucio Angelini non può avere torto, e io ho un po’ di domande da farmi. Su ciò che ho scritto e, naturalmente, sulle mie vere intenzioni.
“Non è niente”, dice la signora. “Non è niente”.
Siamo alla stazione di Bologna. Nel salire sull’interregionale per Venezia la signora è scivolata sulla neve. La neve è ghiacciata, sulle scale del sottopassaggio quasi scivolavo anch’io.
“Aspetti un momento”, dico.
La signora sta cercando di rialzarsi. E’ corpulenta. Avrà sessantacinque, settant’anni. Ha un berrettone di lana in testa, un cappottone scuro, scarpe grosse ai piedi.
E’ andata bene: mi è caduta addosso, all’indietro. E’ caduta lentamente, ho fatto in tempo a regolare la mia caduta, a farle da materasso. Nello zainetto ho un barattolo di mostarda di Voghera e uno di marmellata di prugne.
Speriamo bene.
“Non è niente”, dice la signora.
La signora è ancora distesa su di me. Le sto guardando i piedi. Mi sembrano dritti. Ho sentito un rumore, un crac, e mi sembra di conoscerlo.
Penso che siamo abbastanza buffi, distesi l’uno sull’altro.
“Le fanno male le gambe, signora?”, dico.
“No”, dice la signora.
“Provi a muoverle”, dico.
Muove la gamba destra, la gamba sinistra. Ruota il piede destro, il piede sinistro. Tutto a posto.
“Non le fa male?”, insisto.
“No”, dice la signora.
“Provi ad alzarsi”, dice.
La signora si alza. Fa fatica. Pesa parecchio. Mi punta un gomito sulla pancia.
“Huf!”, dico, colto di sorpresa.
“Mi scusi”, dice la signora.
“Si figuri”, dico.
E’ in piedi. Mi rizzo anch’io. Raccogliamo le nostre cose sparse. Carico sulla piattaforma il suo borsone e la sua valigia a mano. Salgo. Le tendo una mano. Sale, con cautela. Ce la fa. Entra nel corridoio. La seguo. Lei si siede nel primo posto disponibile. Io mi trovo un posto al centro, non vicino a lei. La carrozza è quasi vuota.
D’altra parte, saremo stati per terra cinque minuti. Non è arrivato nessuno.
Metto lo zaino sulla reticella. Mi tolgo il giaccone. Vado a sbatterlo fuori della portella. Fortuna che è impermeabile.
Mi accomodo.
Mi alzo. Tiro giù lo zaino dalla reticella. Controllo la mostarda di Voghera e la marmellata di prugne.
Tutto a posto.
Mi accomodo.
Mi alzo.
“Dove scende?”, dico alla signora.
“A Mestre”, mi dice.
Io scendo prima.
“Io scendo prima”, le dico. “Al momento di scendere, si faccia dare una mano”.
“Sarà meglio”, dice la signora.
Torno al mio posto.
Tiro fuori il libro dallo zaino.
E’ Il naturale disordine delle cose di Andrea Canobbio, Einaudi, 262 pagine, sedici euro e mezzo. Il segno è a pagina 133. Leggo una battuta di dialogo:
“Zio, tu sei molto bravo a fingere di giocare con noi”.
Mi addormento di colpo.
In blog senza qualità si parla, con riferimento anche a una pagina di questo diario, di “letteratura media”. E visto il n. 1 applicato al post, credo che altri interventi seguiranno nella stessa sede.
La notizia è questa: l’Unione Europea ha aperto un procedimento di infrazione contro alcuni paesi europei, tra cui l’Italia, colpevoli di non aver introdotto la remunerazione degli autori e degli editori per i prestiti effettuati in biblioteca.
In soldoni (è il caso di dirlo), l’ipotesi è che ogni libro preso a prestito in biblioteca sia un libro “non venduto”. Ne consegue che il lettore, o la biblioteca in sua vece, o lo Stato in vece di questa e di quello, dovrebbe versare agli editori e agli autori un risarcimento per quel libro “non venduto”.
Vedo che si parla qua e là della cosa. Trovo un po’ di utili link in questo post di Sergio Maistrello. La Biblioteca Civica di Cologno Monzese ha avviata una vera e propria campagna contro il prestito a pagamento.
Diverse persone mi hanno scritto privatamente, in questi giorni, sollecitandomi a esprimere un’opinione.
Bene.
La mia opinione è questa.
1. Non credo che ogni libro preso a prestito in biblioteca sia un libro “non venduto”. Credo che ogni libro posseduto da una biblioteca sia un libro venduto alla biblioteca: sul quale l’editore e l’autore hanno già avuto il loro guadagno.
2. Se prendessimo per buono il principio che qualcosa sia dovuto all’editore e all’autore per ogni libro dato in prestito dalle biblioteche, perché non dovremmo estenderlo anche al prestito tra amici? Sto leggendo Storia dello scetticismo di Richard H. Popkin, Anàbasi. Me l’ha prestato Ilaria. Quando guadagnano, l’autore e l’editore (in verità defunto, quest’ultimo; ma il libro è oggi disponibile presso Bruno Mondadori), dalla mia lettura di questo libro? Niente. Qualcuno è disposto a sostenere che dovrei pagare? E se non devo pagare in questo caso, perché dovrei invece pagare per un libro preso in prestito in biblioteca?
3. Uso spesso l’autobus. Pago il biglietto. So che il prezzo del biglietto non copre i costi del trasporto pubblico. Trovo comunque sensato pagare il biglietto. In sostanza, i costi del trasporto pubblico sono in parte mutualizzati, ossia scaricati su tutta la comunità attraverso il prelievo fiscale, e in parte a carico del singolo utente (in modo che chi usa l’autobus più spesso contribuisca ai costi del trasporto pubblico più di chi non lo usa mai).
4. Ci sono delle biblioteche che mi piacerebbe frequentare. Purtroppo non posso farlo, perché l’accesso è riservato a certe fasce di pubblico (studenti e docenti universitari, ad esempio). Queste biblioteche sono gratuite. Ho domandato: “Ma perché non allargate l’utenza?”. Mi è stato risposto: “Questione di soldi”.
5. Conclusione: sarei felice di pagare un biglietto per entrare in biblioteca. Ma se i soldi restassero alla biblioteca. Tra un servizio gratuito al quale non posso accedere (o posso accedere con difficoltà) e un servizio a pagamento al quale posso accedere, preferisco quest’ultimo.