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01.02.04

Una furiosa polemica

Un amico mi avverte che nel forum del sito dell'editore Fernandel è in corso una "furiosa polemica" su Tullio Avoledo. Vado a vedere, ed ecco che cosa trovo. Parlare di "furiosa polemica" mi pare un po' eccessivo, comunque è vero: si discute.
Comincio a leggere.
Ho la sensazione che nessuno di quelli che parlano abbia letto, o almeno abbia letto per intero, l'articolo in questione. Finché non m'imbatto in un intervento che dice: "Quando si discute di un articolo è importante averlo letto. Dare giudizi su cose riportate da altri, diventa rischioso", e mi dico: bene, non è un'impressione solo mia.
Così, mi permetto di fornire qui l'articolo di Avoledo. Il titolo è: Impressioni di viaggio nel mondo letterario.

Posted by giuliomozzi at 01.02.04 16:08 | TrackBack
Comments

Tullio Avoledo è intelligente, acuto e sopratutto uno straordinario retore fintantochè c'è lì fuori, dalla banca, un mondo editoriale che gli permette di scrivere articoli molto "efficaci" come questo che gli fanno onore e lo rendono perfettamente integrato a questa "giungla" editoriale. E' chiaro che questo articolo lo rende simpatico e persuasivo, mostra tutta la sua abilità. Naturalmente essere simpatici e persuasivi non significa necessariamente essere sinceri e non essere sinceri non significa che non dica la verità!
e dire la verità non significa che non possa fargli comodo che ci siano critici che la neghino. Funziona così anche in banca!

Posted by: luminamenti at 01.02.04 17:17

Dimenticavo. Ho regalato già diverse copie del suo primo libro e mi sembra che il regalo è stato apprezzato per il suo contenuto.

Posted by: luminamenti at 01.02.04 17:23

Tullio Avoledo deve campare 100 anni!

Posted by: una lettrice at 01.02.04 19:35

Caro Giulio,
ho letto l’articolo di Tullio Avoledo.

E’ un bell’articolo, fresco, brillante, e molte delle cose che dice le condivido o le ho viste o le ho vissute anch’io. Ti ringrazio di averlo messo a disposizione qui.

Su alcune cose non sono d’accordo, ma vorrei usarle in positivo, per prenderne spunto e fare qualche riflessione.

Non credo a Tullio Avoledo. Non gli credo quando dice che è entrato in questo mondo per caso. Non si scrive un romanzo di 400 pagine "per caso". È una bugia. Forse lui intendeva dire che la sua vocazione alla scrittura è una cosa non casuale, voluta, desiderata, mentre gli annessi e connessi del pubblicare, le conseguenze, fra cui l’ingresso nel mondo letterario, quelle sì sono state casuali. Allora ok. D’accordo. Però è un punto importante, perché regge tutto il resto.

"A 44 anni ho scritto un romanzo, una casa editrice me l’ha pubblicato, dei lettori l’hanno comprato. E così mi sono trovato nel cosiddetto mondo letterario", scrive Avoledo.

Me l’ha pubblicato, l’hanno comprato, mi sono trovato…: è il tono scanzonato di chi si chiama fuori, di chi vuole contemporaneamente star dentro chiamandosi fuori. Mi spiace per Avoledo, ma per caso o non per caso, c’è dentro anche lui. E allora non reggono quelle cose sulla critica, quegli sbigottimenti per gli interpreti che trovano dentro i suoi scritti i significati che lui manco si sognava di metterci. È un dibattito secolare, questo, c’è poco da farci sopra i simpatici. Noi ce li abbiamo nel Dna, i quattro sensi danteschi della scrittura…

Piuttosto, la questione (lo spunto positivo) che questo disaccordo mi fa sprigionare, riguarda un’altra cosa. Avoledo tutto sommato ha ragione. Quando scriviamo qualcosa, in qualsiasi luogo pubblico (che vuol dire: dove ci sia almeno un altro lettore oltre a noi), blog, libro, giornale, post, forum, newsgroup, lettera, sms… rimaniamo sempre stupiti e a volte irritati dai fraintendimenti. Possono essere anche fraintendimenti lusinghieri, per esempio esimi interpreti che trovano in quel che scriviamo significati profondi e decisivi per la gloria dell’umanità e del suo creratore… Ma noi sappiamo abbastanza bene che cosa volevamo dire, e rimaniamo sempre sbalorditi di cosa invece possano significare le nostre parole scritte. Questo è molto bello. È una ricchezza. È il fasto del linguaggio.

Il problema, e qui sono d’accordissimo con Tullio Avoledo, è che questi interpreti professionisti fanno le loro interpretazioni in posti assurdi, con scopi assurdi, con un linguaggio assurdo, per manie o abitudini storiche assurde e di cui ci sfugge completamente il senso. Lo fanno in nome di un campo delimitato, delimitatissimo, che si chiama estetica, canone letterario, ermeneutica letteraria, filologia, eccetera. Spaccando il capello in quattro e soppesando il valore estetico di un testo, i suoi significati reconditi, le sue valenze politiche, sociali, culturali, sembrano valorizzarlo al massimo, in realtà lo rendono inerte. Lo insabbiano in un esercizio di interpretazione puramente cerimoniale, dove la sua forza agente, viva, viene dissolta, disinnescata dentro un confine già pronto: quello dell’estetica. L’estetica è una camera di decompressione dove si fanno sfiatare le valvole di sfogo, si buca nei punti giusti la mongolfiera in modo che non decolli più. Potrebbe essere anche entusiasmante che ciò che diciamo avesse così tanti sottintesi, valenze, possibilità ignote al nostro stesso dire, forze vegetative quasi autonome dalla nostra spinta originaria, capaci di ramificarsi in direzioni inattese, da noi assolutamente non progettate. Ma tutte queste "conseguenze" (sì, le chiamerei così, "conseguenze": un’interpretazione è la descrizione delle possibili conseguenze di un testo), tutte queste conseguenze rimangono sempre inerti, sono rese inerti proprio dall’essere relegate nel recinto dell’estetica.

Scusami, Giulio, ma fin qui io volevo solo scrivere un’introduzione. L’ho scritta in fretta e manchevolmente, perché quello che mi preme scriverti è un’altra cosa. A me pare che tu in questo blog sia uscito da tutto questo. Quando tu scrivi un racconto (nel senso di "resoconto di una cosa che forse ti è successa, chissà"), non chiedi interpretazione. Non chiedi a noi lettori qual è il senso dei tuoi racconti da un punto di vista politico, psicoanalitico, sociale, artistico: che sarebbe anche entusiasmante, ripeto, se non fosse tutto così inerte perché detto nel posto sbagliato: il posto dell’estetica…

Ho trovato un’idea simile nel romanzo di un amico, che non cito perché se no dicono che faccio pubblicità. Senti cosa pensa un prete durante una predica a Messa:

"Li ho già persi, pensò guardando come sbiadivano le espressioni di chi lo ascoltava. Avrei dovuto chiudere prima. Più terribili sono le parole che mi escono dalla bocca, più loro si sentono rassicurati, come se tutto diventasse più astratto. Se fossimo nella cucina di una casa, queste parole rimbomberebbero, spezzerebbero i vetri delle finestre. I miei interlocutori si offenderebbero. Ma cosa dici, prete? Stai parlando con me? Di me? Come ti permetti? Invece in chiesa sono abituati a sentir parlare di morte, di inferno, di colpa, di peccato. Queste parole si sono logorate, hanno perso tutta la loro forza. O quasi tutta…".

La religione, una chiesa, una predica a messa è il posto sbagliato per dire parole che, se fossero pronunciate faccia a faccia, in cucina, davanti a una pastasciutta al tonno, farebbero rovesciare il tavolo… Proprio come una poesia pubblicata in una collana di poesia e recensita in una rivista di poesia da un esperto di poesia…

Ti racconto una cosa che m’è successa ieri. Una lettrice si è fatta viva, e tra le altre cose mi ha detto: "carina quella cosa che hai scritto nel libro tale alla pagina tale ambientata nella mia città, è proprio emblematico dei miei concittadini, li hai presi in pieno!". Ora, come succede a Tullio Avoledo, ci sono rimasto spiazzato anch’io, perché io avevo scritto quella pagina senza voler essere emblematico di un bel nulla. E, nota bene, quella lettrice non era mica una critica letteraria che mi diceva questa cosa facendo un’interpretazione dentro il recinto cerimoniale dell’estetica. Eppure aveva letto in quella pagina un senso emblematico. Niente di metafisico, per carità, ma comunque per lei quello era un aneddoto emblematico del carattere dei suoi concittadini. Ci aveva trovato un significato ulteriore a quello che pensavo di averci messo io.

C’è un riposo, un sollievo a scrivere cose senza alcun senso ulteriore. Una pace del significare.

"Che cosa voleva scrivere con quel che hai scritto, signor Mozzi?"
"Né più né meno di quel che ho scritto".
Se dovessi riassumere in una frase questo blog e il tuo atteggiamento nel gestirlo, lo farei con questo scambio immaginario di battute.

Scrivere il significato unico è inebriante, è monoteista. La scrittura è politeista, significa tante cose. Ma l'interpretazione estetica è un politeismo aggiornato a oggi, epoca in cui gli dei si studiano: nessuno ci crede più, agli dei! I significati possibili di una poesia sono moltissimi, D’Arco Silvio Avalle scrisse un celebre libro di cento pagine su pochi versi di Montale, Gianni Celati ha censito decine di interpretazioni del Bartleby melvilliano, ma non esiste nessun credente, nessun fedele che aderisca anima e mente alle interpretazioni di una poesia o di un racconto.

L’ultimo significato, il significato ultimo, e unico, è Dio. Una cosa che significa soltanto se stessa è una cosa che non significa nulla e significa contemporaneamente Dio. Fede e nichilismo vanno a braccetto. (Capisco l’apparentemente assurda invenzione della Trinità cristiana: Dio è se stesso e anche no, è una cosa fatta di tre cose che scappa incessantemente via da sé senza smettere di rimanere se stesso, perché se fosse soltanto se stesso, conficcato in se stesso, sarebbe nulla. Il significato vortica da una persona della trinità all’altra, senza fermarsi mai, neanche quando è arrivato al fondo, all’ultima istanza, a Dio).

A me pare che tu voglia questo, inanzitutto, Giulio: essere insignificante, e significare Dio. Ho scritto "che tu voglia", ma non so se lo vuoi. È la mia interpretazione.

Non ho ancora detto tutto. Il tuo atteggiamento verso le parole, il tuo discorso, il tuo racconto (la tua "vita") non chiede, esteticamente, interpretazioni. Ne sei uscito. Ce l’hai fatta. Hai sfondato la scenografia di cartone del Truman Show. Noi altri siamo, per volontà, per ambizione, per caso (come Tullio Avoledo) finiti dentro il risibile, vanitoso, straccione mondo letterario. Tu, Giulio, ne sei uscito (anche se paradossalmente sei il più letterato fra tutti noi: dirigi una collana, fai il talent scout di nuovi scrittori, diffondi bollettini di recensioni, tieni corsi di scrittura, viaggi come un matto da un convegno a una riunione editoriale a un corso, hai rubriche sui giornali). Ne sei uscito soprattutto per questo motivo: tu non chiedi interpretazioni, ma risposte.

L’interazione vera della scrittura non è quella che suscita come conseguenza un’interpretazione (questo, nella nostra società, alle condizioni attuali, è pura cerimonia: è ESTETICA). No. L’interazione vera è quella che suscita risposte. Tu, da ciò che scrivi, ricevi risposte.

Mi è molto più chiaro, ora, perché sui tuoi libri, da sempre, metti il tuo indirizzo di casa, e di recente anche la tua mail. A te non frega niente dell’estetica. Non vuoi suscitare una conseguenza interpretativa. Vuoi suscitare una conseguenza dialogica. Una risposta. Un rilancio del senso. Una prosecuzione dell’esistenza con altri mezzi. Un allargamento, un’espansione della vita con la scrittura. Tante risposte.

Se esiste un dio dell’informatica, nel pantheon politeista di noi miscredenti, questo dio ha creato il blog per giuliomozzi. Era il destino della tua scrittura, della tua domanda di risposte e non di interpretazioni. Io credo che attualmente tu viva un periodo felice, in accordo con la tua epoca e la sua tecnologia (la sua protesi spirituale).

Non so se questa è una risposta, tra l’altro a una domanda che non mi hai mai fatto, Giulio, a un discorso, a un racconto che conduci complessivamente in questo blog (che orribile monosillabo! Diciamo meglio: che conduci complessivamente qui). E non so neanche che cosa vogliano dire le mie parole. Spero che le fraintenderai.

Un saluto caro

Tiziano

Posted by: Tiziano Scarpa at 01.02.04 20:11

Caro Tiziano: sì, grazie, credo di avere capito tutto. E credo di essere d'accordo per la parte che riguarda Tullio Avoledo (aggiungerei solo: il "chiamarsi fuori" di Tullio è palesemente difensivo; c'è un tempo per difendersi e un tempo per non farlo). Come credo di essere d'accordo per la parte che mi riguarda. No, non voglio suscitare una conseguenza interpretativa. Sì, voglio suscitare una conseguenza dialogica. Non ho mai desiderato altro. Quanto a questo blog, faccio il possibile per chiamarlo semplicemente: diario. Saluti e baci, ci vediamo a Napoli il 14.

Posted by: giuliomozzi at 01.02.04 20:42

L'articolo mi sembra lieve, spiritoso, cosa c'è da discutere? Neanche avesse proposto la trasvalutazione di tutti i valori. E poi, se scrittoropoli è così, non ci vedo niente di male, provate a venire a una conferenza di filosofia...

Posted by: Mauro at 01.02.04 22:05

Tullio Avoledo?
Non ci casco.
Non può esistere uno con un nome così.
Se non in un romanzo probabilmente indigesto.

Posted by: Romick at 01.02.04 23:55

Tullio Avoledo, non solo con questo pezzo, ma anche, e soprattutto con "Mare di Bering" ha rinnovato e dato speranza a una letteratura intelligente, oltre i confini delle facile etichette. Chi non l'avesse ancora letto, consiglio "Mare di Bering", una lettura sospesa tra la fantasia ironica di Bruce Sterling (quello de "Lo spirito dei tempi) e la visionarietà di P.K. Dick (quello de "L'uomo nell'alto castello"), ma anche generoso interprete del mainstream e di quasi tutte le sue sfumature.

Cari saluti,

Giuseppe Iannozzi

Posted by: Giuseppe Iannozzi at 02.02.04 03:52

L'estetica non è solo quella cosa che descrive e non descrive Tiziano Scarpa, è troppo riduttivo e demagogico questo discorso, e il linguaggio è già interpretazione alla sua origine e già quando si dà una risposta si interpreta e tanto più quando si dialoga. Semmai sarei contrario a un certo modo di interpretare e di porre i problemi che i libri suscitano. Mi rimangono istruttivi in questo senso testi come "Contro L'interpretazione di Susan Sontag e Critica e Clinica di Deleuze.

Posted by: luminamenti at 02.02.04 07:12

Caro Romick, mi dispiace deluderti, ma Tullio Avoledo non è un nom de plume. Concordo comunque con te sul fatto che come pseudonimo risulterebbe assolutamente improbabile. Però non sono mai stato in un romanzo indigesto, quindi non so dirti se col mio nome ci starei bene. Presumo di sì. Sono stato anche in posti peggiori.
Se il tuo fastidio per il mio nome dovesse risultarti intollerabile, tanto da indurti a cattivi propositi, devo vigliaccamente precisare subito che i responsabili sono esclusivamente i miei genitori. Anzi, a voler essere precisi credo che la scelta sia stata di mia madre. Io all'epoca in cui mi hanno battezzato ero troppo piccolo per potermi opporre o per proporre valide alternative, a meno di non ritrovarmi oggi a scrivere romanzi come Guuu o Bahh Avoledo.
Peraltro devo dire che il mio cognome non mi ha mai creato grossi problemi. Il nome Tullio invece sì, anche prima del tuo commento. I compagni di classe, non trovando rime adatte per canzonarmi, per esprimere un loro commento sulla mia persona passavano direttamente alle percosse.
Oggi per fortuna viviamo in tempi meno feroci.

Posted by: Tullio Avoledo at 02.02.04 09:31

Tullio, spero tu lo abbia capito. La mia su Fernandel era solo una provocazione. E' bastato attaccarti, mettendo però sul tavolo le vendite, e nessun "grillo parlante" ha osato farti le pulci. Se non è così difficile scrivere, è arduo farlo così bene da convincere il pubblico ad acquistare il tuo libro... e chi pubblica (mente se dice il contrario) si augura sempre di riuscire a farlo.

Posted by: the lombard at 02.02.04 11:18

Nel suo articolo "Contro l'interpretazione", Susan Sontag respinge in toto il processo interpretativo dell'opera d'arte, in quanto strumento di intellettualizzazione dell'arte stessa. L'interpretazione nel senso espresso dalla Sontag stessa, intesa come compito di traduzione del contenuto, come ricerca del "ciò che vuol dire", viene vista come un mezzo di assimilazione dell'arte al pensiero, o, "ancor peggio, dell'arte nella cultura", e per questo viene respinta dalla Sontag, pur riconoscendole il ruolo positivo che ha avuto nel passato e che può avere in altri contesti culturali. A quarant'anni dalla pubblicazione rimane una bella rivendicazione della specificità dell'arte nella sua capacità di produrre sensazioni, a favore "di un erotica dell'arte in luogo dell'ermeneutica".

Posted by: Pensieri Oziosi at 02.02.04 13:00

confesso che anche io, come tiziano, leggendo l'articolo di tullio avoledo sono rimasto perplesso. non se ne può più di tutta questa gente che si dichiara fuori solo per sentirsi sopra: la sensazione, almeno, è quella. mi spiace poi, molto, che la sua partecipazione a Ricercare sia stata vissuta così male. credo che in più di una persona lo avessero avvertito di cosa era, nel bene e nel male, Ricercare; credo che volendo avrebbe potuto non partecipare, se proprio non voleva.

Posted by: caliceti giuseppe at 02.02.04 13:54

tutto questo livore sui dipendenti di banca. Thom Jones, stando alle scarne note biografiche, pare desse un senso economico alla sua esistenza (prima che Esquire e NewYorker Review si accorgessero dei suoi racconti), facendo l'umile lavoro del bidello. Di Charles Bukowski e' pure inutile parlarne, ufficio postale. Chi altri ? Ah si, ma in questo caso e' il mondo della musica (non meno procelloso di quello della letteratura), John Lee Hocker ha finito di spazzare i pavimenti di uno stabilimento Ford di Detroit ché ancora i suoi dischi erano roba "di pochi amici". La morale ? Trovatevela da voi ! :-)

Posted by: cletus a.a. at 02.02.04 13:54

lo so, e certo che lo so che non si prendono frasi e si riportano senza spiegarne l'abstract, il contesto. ma sul mio pc sono apparse a lettere rosse: " NOI ce li abbiamo nel Dna, i quattro sensi danteschi della scrittura…" ( i condomini del mio palazzo hanno nel Dna l'aumento del condominio?) ed ancora "L’estetica è una camera di decompressione dove si fanno sfiatare le valvole di sfogo, si buca nei punti giusti la mongolfiera in modo che non decolli più"."L’interazione vera della scrittura non è quella che suscita come conseguenza un’interpretazione (questo, nella nostra società, alle condizioni attuali, è pura cerimonia: è ESTETICA)". c'è sempre da imparare da tiziano scarpa: uno di LORO ( come si definisce scarpa stesso pinocchio furioso nella sua pancia di balena) che non sa che diamine significa "estetica" complimenti scarpa.
sara marson

Posted by: sara at 02.02.04 14:26

L'estetica che amo: quella che consente a Wittgenstein di liquidare definitivamente la concezione ingenua del rapporto tra segno e realtà, la sua scoperta di una fenomenologia delle passioni all'interno del linguaggio o la percezione che attraverso il linguaggio le passioni producono la realtà, la sua visione degli elementi corporei del linguaggio...

Posted by: luminamenti at 02.02.04 16:44

Gentile Sara, grazie del rilievo. Se io accolgo la sua critica esteticamente, reagisco così: "ma com'è scritta bene! (o male)!" (scusi l'esempio terra-terra). Non le RISPONDEREI veramente, se la nostra comunicazione si ponesse su un livello estetico. Forse era più adatta la parola "estetizzazione", ma non volevo usarla, perché mi sembra troppo lambiccata. E poi comincio a pensare che l'estetizzazione non sia altro che una conseguenza della ricezione estetica dei discorsi, delle frasi, dei libri... Una perversione terminale, inevitabile, dell'estetica, una conseguenza delle sue premesse. Quindi va bene "estetica", dal mio punto di vista ho fatto bene a usare la parola "estetica" (che in effetti non coincide con l'illustre blasone a cui si riferisce Luminamenti). Non so se mi sono spiegato. Esami di "estetica" ne diedi anch'io a suo tempo, evidentemente con poco frutto... Ma forse ha ragione lei. Faticosamente, con tutte le mie forze, io sto cercando di dimenticare che cosa sia l'estetica. E' vero: non lo so più. Non lo voglio sapere più. Un caro saluto

Posted by: Tiziano Scarpa at 02.02.04 16:50

Credo di aver letto male il primo intervento di Tiziano Scarpa; il secondo mi chiarisce meglio il suo pensiero e concordo sulla sua preoccupazione

Posted by: luminamenti at 02.02.04 16:58

Ho letto il commento di Tiziano Scarpa al mio articolo sul mondo letterario. Mi è piaciuto, e vorrei dire qualcosa di altrettanto intelligente in risposta, se ci riesco, ma sono sicuro di no. Allora. Sul fatto che io sia un bugiardo cronico, non si discute, Tiziano. E’ vero. Altrimenti non scriverei. Se non fossi un bugiardo, d’altra parte, non sarei probabilmente nemmeno riuscito a sopravvivere, in certe situazioni in cui mi sono trovato a vivere. E comunque il mio atteggiamento ha anche radici letterarie “nobili”, dato che nasce dal fatto che a 19 anni ho letto “Il prezzo della vita” di Bruno Bettelheim, consigli di sopravvivenza per cavarsela in un lager che tornano utili per tante altre situazioni. Sul lavoro, ad esempio.

Tornando più o meno in carreggiata: come Tiziano ha capito bene, io non ho mai detto di aver scritto i miei romanzi per caso. Li ho scritti per necessità interiore, per rabbia, per divertirmi, e per tante altre ragioni. Li ho fortemente voluti, yes, non lo nego. Ciò che invece è avvenuto per caso è stato riuscire a pubblicarli, un evento nato da un tale accumulo di coincidenze da farmi tornare in mente due cose dei tempi in cui guardavo ancora la televisione.

Prima cosa: un documentario della BBC, visto appunto in TV anni fa. Mostrava la preparazione di un fante inglese per lo sbarco in Normandia. Tutto l’addestramento, lo sforzo personale, i costi per attrezzarlo al meglio. Mesi e mesi di preparazione per rendere quel singolo soldato una perfetta macchina da guerra, come le migliaia di altri soldati dello sbarco. Poi il giorno dello sbarco, come il ragazzo mette il piede fuori dal mezzo anfibio, si becca una pallottola in fronte e stramazza stecchito. Fine della trasmissione.

Seconda cosa: un altro documentario, che mostrava la schiusa delle uova di tartaruga. Migliaia di piccoli esserini patetici e quasi trasparenti che si affannano a sbattere le pinne (rubo la citazione a Mauro Covacich) per raggiungere l’acqua. In quelle poche decine di metri fra il posto della schiusa e il mare gli succede di tutto, peggio che a Giulio Rovedo: gabbiani affamati, granchi assassini (mi pare), documentaristi goffi che li schiacciano sotto i sandali alla francescana. E una volta arrivati all’acqua, giù con i predatori acquatici. Insomma, delle migliaia di tartarughine uscite dall’uovo solo una manciata sopravvive fino alla maturità. Alla pensione arrivano in pochissime, ed è un peccato, considerato quanto a lungo potrebbero godersela.

Il mio primo romanzo è stata una cosa così. Avrebbe potuto finire ucciso da una fucilata e non arrivare mai alla spiaggia della pubblicazione. Avrebbe potuto non incontrare l’approvazione di Giulio Mozzi, e a monte Mauro Covacich avrebbe potuto non consigliarmi di inviarglielo in lettura, e in seguito Giulio avrebbe potuto scontrarsi con la legittima perplessità e il nyet della Sironi, che a quei tempi pubblicava solo la collana Indicativo Presente, nella quale il mio libro si sarebbe inserito più o meno come il Dalai Lama a un party di Hugh Hefner (o viceversa). Quindi che io sia riuscito a pubblicare è senz’altro una cosa dovuta interamente al caso, o quantomeno a un benevolo incrocio di benevoli volontà (che io chiamo comunque caso). E questo lo penso e lo dico sinceramente.
Idem per il successo del libro. Ero l’ultimo ad aspettarmelo, tant’è che pochi giorni prima dell’uscita di Atlantide sono andato a farmi un giro in un Remainder’s, e per autosomministrarmi la frase che ai Cesari veniva sussurrata all’orecchio durante il corteo trionfale - “ricordati che sei mortale” - ho raccolto dal cesto dei libri in offerta a 1 euro alcune malandate copie di libri che al tempo della loro uscita avevano fatto tremare le colonne del tempio letterario. Un’esperienza del genere, fra parentesi, la consiglio a chiunque pubblichi per la prima volta.
In altre parole, se è vero che di fatto sono dentro il mondo letterario, sento sempre di più che la mia permanenza lì è legata, se non al Caso, alla benevolenza degli altri più che ai miei meriti o demeriti. E non è una bella sensazione. Di qui il mio senso di turacciolità (termine per il quale invoco sin d’ora il copyright, ammesso che qualcuno possa mai sognarsi di contendermelo), di galleggiare cioè su un mare oscuro, sotto la cui superficie potrebbe nascondersi di tutto. Nell’esperienza delle tartarughe, alle quali mi sento esistenzialmente e vorrei dire politicamente vicino, quasi niente di quello che si nasconde sotto la superficie di qualcosa è inoffensivo.
C’è un altro aspetto da considerare. A mio gusto trovo perfetta la frase che Giulio Mozzi una volta mi ha detto (e che credo abbia anche scritto, da qualche parte) e cioè che gli scrittori sono per l’editoria quello che i fabbricanti di viti sono per il ferramenta. Io questa concezione dell’artigianato letterario la posso capire. Lo stesso non posso dire per l’idea del letterato come un essere con una marcia in più rispetto agli altri. Conoscendo più o meno tutti i miei difetti, sia letterari che umani, non mi sento pronto per nessun piedistallo e per nessun Olimpo. Né per insegnare qualcosa a qualcuno. Vorrei imparare, questo sì. Porre domande mie e rispondere a quelle degli altri. Nel mio articolo credo si sentisse la mia malinconia per il non aver trovato le occasioni di dialogo che sognavo vedendo il mondo letterario da fuori. Sento parlare spesso di tirature, di percentuali di vendita e di distribuzione; da altri sento discorsi talmente alati da risultarmi incomprensibili. Com’è che questo non mi capita mai coi miei corrispondenti anglosassoni (tranne che con uno)?
E poi c’è la questione del linguaggio. Io leggo da prima ancora di aver avuto l’uso della ragione (e qualcuno, leggendo i miei romanzi, potrebbe validamente sostenere che scrivo anche da prima di aver ricevuto tale prezioso dono). Leggo voracemente, intensamente. Anche cose non banali, o non consuete. Metabolizzo, scarto, elaboro idee, traccio collegamenti, disegno le mie mappe stellari, che magari per altri sono astruse ma che mi guidano comunque su una rotta. Il tutto senza poter comunicare con altri di questa mia passione, se non davanti a una pizza (a proposito, Mauro, guarda che non possiamo mica continuare a vederci così. Oltretutto mi hanno dato la tessera onoraria dello Slow Food, e se continui con ‘sta storia delle pizzerie me la revocano e scalpellano il mio nome dal bidè) oppure scrivendo a corrispondenti dall’altra parte dell’Oceano. Quando di punto in bianco vengo proiettato nel mondo letterario, dove penso di poter finalmente parlare con altri che condividono i miei interessi, scopro che in quel mondo si parla un’altra lingua, che ignoro.
La lingua della critica letteraria. O quella dei commenti postati qui sotto da “Pensieri Oziosi” (qual’è il cognome, a proposito?) e da Luminamenti. Riflessioni che credo di intuire importanti, illuminanti ecc. ecc., ma che proprio non riesco a penetrare. Mi rimangono oscuri.
Cazzo (qui ci vuole proprio)! Non ho voglia, a 46 anni, di imparare una lingua nuova, che oltretutto ha una diffusione (e quindi un’utilità) inferiore a quella del figiano. Voglio parlare nella lingua delle persone comuni, che vedono nella letteratura non un mondo a parte ma uno dei tanti aspetti del mondo reale. Non mi interessa vivere in quello che Tiziano definisce, forse un po’ troppo amaramente, “il risibile, vanitoso, straccione mondo letterario”. Voglio vivere con un piede in entrambi i mondi. Ci tengo, al doppio passaporto. Masoprattutto, ripeto, non voglio imparare il letterariese, perché di lingue tecniche fatte apposta per escludere gli “altri”, i non addetti ai lavori, ne ho dovute imparare già troppe. Mi interessa scrivere, e non discutere sulla scrittura. Il cibo, insomma, e non le ricette (magari quelle spesso indecifrabili di Pellegrino Artusi...)o le recensioni della Guida Michelin. Quello che volevo evidenziare nel mio articolo è appunto questo: che non riesco proprio a decidermi a imparare la lingua e i riti del mondo letterario. In questo senso mi sento un estraneo, al tempo stesso fiero e malinconico per esserlo.
Per inciso, il discorso su quelle che chiamo “pseudolingue tecnocratiche” (fra le quali inserisco di peso il letterariese) mi preme molto, mi sembra vitale, in un mondo in cui la parola è diventata una delle armi più potenti. Ecco, è su argomenti come questo, così come sull’uso omicida del politically correct, che mi piacerebbe confrontarmi con chi vive nel mondo letterario, e non su problemi di scuole e di influssi e di aderenza a questa o a quella corrente: argomenti sui quali, credetemi sulla parola, non ho opinioni che valgano un soldo bucato. Mi interesserebbe di più, e lo troverei socialmente più utile, discutere sui verbali della Conferenza di Wannsee, e sul modo in cui si possa pianificare un genocidio senza mai usare una parola violenta. O riflettere sul famoso “discorso dell’euro” di Berlusconi.
Pubblicando “Mare di Bering” speravo che i commenti dei critici e dei lettori andassero oltre la dimensione estetica, e che come le palline di un flipper, rimbalzando su certe cose che ho sparso nel libro, prendessero la direzione che volevo io. Che mi venissero poste le domande giuste. Sinora, tranne che con alcuni lettori più attenti, o forse solo più in sintonia con me (non si offenda Giuseppe Genna se cito ad esempio il suo nome in questo indigesto intervento), la cosa non è accaduta. Mi viene chiesto cosa ne penso del divorzio Ramazzotti/Hunziker, o quale è la mia ricetta preferita. Che musica ascolto quando scrivo. Come faccio a trovare gli indirizzi degli scrittori americani. Mi sento come gli attori americani intervistati in TV. Solo che da me ci si aspetta una gamma di opinioni leggermente più ampia di “sole pizza amore”.
Non c’è bisogno di trasferirsi a Hollywood, come Scott Fitzgerald, per perdere il senso della realtà. Il mondo letterario, e quello che gli gira intorno, sono già abbastanza. Era quello che ho cercato di dire col mio articolo.
A conti fatti credo di non aver risposto in alcun modo all’intervento di Tiziano. Splendido. Bene così.
Vi amo tutti. Siete un pubblico straordinario. Ciao.

PS Immagino che i quattro o cinque commenti di Caliceti siano in realtà uno solo, ripetuto per errore [così era; e ho provveduto a cancellare le ripetizioni. gm]. O forse per ribadire la sua indignazione per la mia evidente ingratitudine. Giuseppe, mi dispiace, ma credo che rileggendo l'articolo capirai che non ce l'avevo con la manifestazione. Sulla quale, peraltro, avevo alcune cose da dire. E non tutte le ho dette. Amici come prima, o Reggio Emilia mi bandirà per sempre?

Posted by: Tullio Avoledo at 02.02.04 18:53

Amici, certo. Per Reggio Emilia non ci sono passaporti. Ma torniamo a bomba. Tu scrivi: Nel mio articolo credo si sentisse la mia malinconia per il non aver trovato le occasioni di dialogo che sognavo vedendo il mondo letterario da fuori". Infatti. L'unica cosa che io mi chiedo è questa: adesso che più di tanti altri quel mondo l'hai conosciuto, c'è bisogno di averne nostalgia? Nostalgia di un sogno? E se no di che cosa? Non capisco. Ciao.

Posted by: caliceti g at 02.02.04 19:32

Ah Tulliooooo!!!! Spero proprio che non sia tu il vero Tullio scrittore... mi scrivi ancora "qual'è" apostrofato!!!

Posted by: Matteo at 02.02.04 20:33

Dai, non è che l'ho conosciuto più di tanti altri. E' appena un anno che ci sono entrato! E anche part time, per non dire a tempo perso.
Più che di nostalgia credo sarebbe giusto parlare di rimpianto e amarezza per le occasioni mancate, per lo spreco di tempo e di intelligenza (altrui e mia) di cui per la verità comincio a chiedermi se anche questa conversazione non faccia parte, per cui interrompo il contatto e mi ritiro nel mio guscio finché qualcuno non bussa abbastanza forte.
Ciao.
Ah, grazie della notizia che per Reggio Emilia basta la carta d'identità. Comunque bada che, invitato o no, ci torno!

Posted by: Tullio Avoledo at 02.02.04 20:42

Ah Matteo, che "qual'è" al femminile non si usi più mi sorprende. Chi l'ha deciso? Bush o Berlusconi? La Crusca? Io continuo a usarlo, comunque.

Posted by: Tullio Avoledo at 02.02.04 20:45

non si tratta cosi un "caso letterario"!!!

Posted by: cletus a.a. at 02.02.04 21:45


Tullio, ciao. Chi è bruce robertson?

Posted by: Azzurrità at 03.02.04 08:09

Vorrei dire a Tullio Avoledo che non ho fatto nessuna critica letteraria. Ora ti spiego cosa accade normalmente nella mia vita. Compro un libro, lo leggo e cerco di goderne e di capirlo. Se non l'ho capito cerco di capire perchè non l'ho capito (con tutti i mezzi possibili a disposizione, fondamentalmente con l'uso della testa accompagnata dalla tenacia e dalla volontà e magari con altri libri e persone e non certo per illuminazione dello spirito santo). Una cosa banale banale! Se tu non capisci, non vuoi capire, scopri altri linguaggi e non li capisci, dipende solo dal fatto che non vuoi capirli e non dal fatto che non puoi capirli. Anche questo è estremamente banale e anche leggittimo. Però dici di aver capito Scarpa che ha fatto un discorso anche di critica letteraria mentre io no. Ho solo indicato alcune idee molto ridotte all'osso e qualche testo. Che cosa vuoi capire se non ti li vai a leggere! E se li ho capito io puoi capirli anche tu! Questa presunta incomunicabilità tra linguaggi differenti è una barzelletta...cmq sei un bel personaggio e scrivi da gran retore (penso che anche la parola retore si possa capire!)

Posted by: luminamenti at 03.02.04 08:18

La lingua delle persone comuni? non esistono persone comuni e non c'è una lingua delle persone comuni in nessun posto della terra. Questo discorso dovresti farlo ai bancari!
Esiste invece la possibilità di creare il comune rispettando le differenze e le singolarità che sono e si spera rimangano irriducibili!
C'è molta presunzione nel tuo intervento in questo blog.

Posted by: luminamenti at 03.02.04 08:28

Leggo gli interventi di Avoledo e li capisco benissimo. E' vero, molti discorsi sulla letteratura mi sembra adottino un linguaggio "autoreferenziale", che non mi convince, come non convinceva Renzo il "latinorum" di chi lo voleva fregare. La chiarezza è in genere lo stile adottato dai classici. Mi hai convinto Tullio, mi sa che comincio a leggere i tuoi libri.

Posted by: robinson at 03.02.04 09:08

Se la trasparenza dell'intelligibilità fosse assicurata, distruggerebbe il testo, mostrerebbe che non ha avvenire alcuno, che non deborda il presente, che si consuma immediatamente; dunque una certa zona di di misconoscimento e di incomprensione è anche una riserva e una possibilità eccessiva - una possibilità per l'eccesso di avere un avvenire, e di conseguenza di generare nuovi contesti. Se tutti possono capire subito quello che voglio dire non ho creato alcun contesto, ho meccanicamente risposto all'attesa, ed è tutto lì, anche se la gente applaude e magari legge con piacere; poi, chiude il libro, ed è finita.
(Jacques Derrida)
E' il caso proprio di ciò che viene definito classico!

Posted by: luminamenti at 03.02.04 09:28

Se il mio intervento precedente è risultato incomprensibile lo attribuisco di più alla mia incapacità di riassumere in poche parole l'articolo della Sontag, che all'utilizzo di una lingua settoriale come il "letterariese", che, per altro, dubito di conoscere e di essere in grado di adoperare correttamente. Forse la cosa migliore è consigliare la lettura dell'articolo della Sontag che è di sicuro di più facile accesso delle mie criptiche dieci linee. L'articolo, che non è particolarmente lungo (129 linee, unità arbitraria quanto si vuole ma non di meno espressiva), è di facile lettura e se la prende con la critica letteraria come ricerca di significati e contenuti, cioè come esercizio di interpretazione. Non voglio stare qui a ripetere il mio futile tentativo di riassunto. Però forse un autore come Avoledo o altri potrebbero trovarvi idee in comune. Per inciso, a chi fosse interessato posso mandare via e-mail una copia dell'articolo nell'originale inglese.

Posted by: Pensieri Oziosi at 03.02.04 09:56

"L'oscurità, la mancanza di chiarezza nell'espressione è sempre e dovunque un sintomo assai brutto. Poiché in novantanove casi su cento essa deriva dalla mancanza di chiarezza nel pensiero, che a sua volta deriva quasi sempre dalla sua originaria incongruenza, inconsistenza e dunque inesattezza. Quando in una testa sorge un pensiero giusto, cerca subito la chiarezza e la raggiungerà ben presto: ciò che è pensato in modo chiaro trova facilmente l'espressione adeguata. Ciò che un uomo riesce a pensare si lascia sempre esprimere in parole chiare, comprensibili e non ambigue. Coloro che combinano discorsi difficili, oscuri, confusi e ambigui sicuramente non sanno affatto ciò che vogliono dire, ma ne hanno soltanto un'oscura consapevolezza che ancora si sforza di trovare un pensiero: spesso però essi vogliono celare a se stessi e ad altri che in realtà non hanno nulla da dire". Schopenhauer, Sul mestiere dello scrittore e sullo stile.

Posted by: robinson at 03.02.04 10:02

Il problema delle lingue settoriali sollevato da Avoledo è un problema serio, che anch'io come altri vivo ogni giorno nella mia vita lavorativa a contatto con diversi ambienti tecnologici e scientifici. Non penso che siano "fatte apposta per escludere gli altri", come dice Avoledo qui sotto, anche se questo è l'effetto collaterale più evidente. Però è vero che da outsider dell'ambiente letterario, viene il sospetto che molti dei pensieri più altisonanti una volta privati della ritualità del "letterariese" non siano altro che banalità. Ultima annotazione: vedersi accomunati a Luminamenti per via dell'oscurità della lingua non è bello. Stasera ci berrò sopra per dimenticare...

Posted by: Pensieri Oziosi at 03.02.04 10:25

La condizione di chi non riesce a fare a meno di infiorare i suoi discorsi con citazioni e nomi colti-coltissimi è in qualche modo tragica. Come quella, beninteso - e per più di una ragione - di chi disprezza i bancari perché “mercantili” e magari “volgari” (oltre che “globalizzati”, questo è sottinteso…). E pensare che Wallace Stevens ha fatto l’assicuratore per tutta la vita…

Posted by: uvizeta at 03.02.04 11:12

"Ciò che un uomo riesce a pensare si lascia sempre esprimere in parole chiare, comprensibili e non ambigue" scrive Schopenhauer, dalla citazione di robinson.
Infatti sin dal liceo, e poi più avanti all'università, ho sempre pensato che il pensiero filosofico di Schopenhauer fosse una semplice infiorettatura del deprecabile buon senso spicciolo.
Significherebbe infatti che pensatori come Hegel e Nietzsche, o scrittori come Stefano d'Arrigo e Carlo Emilio Gadda, "non sanno affatto ciò che vogliono dire, ma ne hanno soltanto un'oscura consapevolezza che ancora si sforza di trovare un pensiero: spesso però essi vogliono celare a se stessi e ad altri che in realtà non hanno nulla da dire."
Povero Schopenhauer, che stupidaggini chiare e lampanti che pensava e scriveva: questa voglia di generalizzare sempre tutto.
Ci sono scrittori oscuri grandissimi e altri poco rilevanti e scrittori trasparenti geniali e altri disgustosi.
Così, per inciso.

Posted by: Roberto Tossani at 03.02.04 11:51

Quello stesso Gadda che ironicamente scriveva: "Io credo nelle diatribe estetiche: anzitutto perchè vivo a Firenze, e in secondo luogo... perché non ci capisco nulla" (I viaggi la morte)

Posted by: robinson at 03.02.04 13:00

Qualcuno ha notato che, anche grazie ad Avoledo, il Giornale può vantare un'ottima pagina culturale (vedi l'inchiesta sulle regioni letterarie o l'elzeviro di Cecchi ripubblicato oggi)?

Posted by: Elio Paoloni at 03.02.04 13:23

Un applauso (sincero) al post di Uvizeta

Posted by: remo at 03.02.04 13:46

Vorrei chiedere scusa a tutti quelli che posso avere offeso con i miei interventi a gamba tesa in questo blog. Soprattutto a quanti, come Luminamenti, d’ora in avanti immagino non compreranno più i miei libri. A Pensieri Oziosi, visti i suoi gusti affini ai miei in fatto di superalcolici (un Lagavullin di 16 anni non si lascia languire in bottiglia), in realtà non me la sento di sconsigliare di darsi al bere, e comunque mi scuso per averla definita oscura, e alla prima occasione le offrirò un bicchiere. E chiedo scusa anche a Giulio, che per fortuna in questi giorni non può visionare il sito. Giuro che rimetterò tutto a posto, Giulio! Ho già contattato un pirata informatico che a suon di virus cancellerà ogni traccia del mio passaggio su questa pagina.
Dicevo, allora, che mi dispiace. Sul serio. Non intendevo esprimere censure o giudizi sulle opinioni di nessuno. So cosa si prova ad esserne bersaglio. E’ solo che la filosofia e la grammatica mi sono sempre riuscite ostiche, a dir poco. Il mio cervello semplicemente non riesce ad applicarsi su problemi o frasi che non implichino un contatto quantomeno periferico con qualcosa di tangibile, di materiale. Mi dispiace di essermi intromesso in un dibattito tra persone culturalmente e spesso anche (forse) grammaticalmente (cfr. il caso “qual’è”) più dotate, rischiando le botte, come mi capitava all’asilo quando volevo giocare coi bambini più grandi di me.
Un effetto positivo di questo scambio di interventi è che comunque conferma la mia interpretazione del mondo letterario (o di certe componenti dello stesso) come un club esclusivo in cui non basta, caro Cletus a.a., essere un “caso letterario” per trovare ospitalità. D’altra parte prima o poi anche nei club più esclusivi riescono a farsi ammettere fra i soci un negro, un ebreo, o un marziano. Vorrà dire che chi non condivide la cosa andrà a fondarsi un altro club esclusivo da un’altra parte. Un’ultima osservazione e poi me ne vado davvero: vedo che ogni tanto su queste pagine si continua a insistere sulla categoria dei bancari. Allora, premesso che lavorare in banca fu scelta dettata, a suo tempo, dalla semplice esigenza – che immagino nota alla gran parte di voi - di sbarcare il lunario, comunque uno degli insegnamenti più interessanti che io abbia mai ricevuto me l’ha dato una ragazza che poi ricambiai trattandola malissimo, e che mi disse più o meno che il mio problema era questo: “tu quando vedi un postino in divisa pensi che è un postino e basta. Non vedi la persona dietro l’apparenza. Prova a immaginarti quel postino che butta in aria il berretto e si mette a fare una capriola. Prova a vedere la persona sotto la divisa.”
Da un sacco di tempo cerco di usare questa regola nei confronti delle persone che incontro. E cerco di fare quante più capriole è possibile. Compreso questa. Adieu.

Posted by: Tullio Avoledo at 03.02.04 14:22

Dottor Avoledo, mi raccomando il riscaldamento, prima. Altrimenti rischia uno strappo muscolare :-) Buon lavoro e buona giornata (ossimori, forse)

Posted by: laTalpa at 03.02.04 14:53

No caro Tullio Avoledo, non vedo perché non debba continuare a leggere i tuoi libri (e mi è piaciuto leggere i tuoi post e il tuo articolo sul Giornale, penso che sia un bene, in qualunque giornale tu scriva), come ho già detto ho pure regalato copie del tuo libro. Mi piace leggerti, così come mi piace leggere Derrida e mi leggo pure l'interessante blog di Pensieri Oziosi che comprendo bene perchè mi trovi indigesto...

Posted by: luminamenti at 03.02.04 15:55

In banca ci ho lavorato anche io e andavo a mangiare tutti i giorni con il portiere della banca e con due commessi con cui mi facevo un sacco di risate. Ma questo che vuole significare?
Io non vado quasi mai a manifestazione letterarie, riunioni di scrittori, non ne frequento se non di rado ma ho trovo piacevole e una sfida leggere Destino della Necessità di Emanuele Severino, e venirne a capo mi ha dato grande soddisfazione come parlare con il portiere del mio stabile.
Io credo nella necessità di rispettare ogni persona, abito, singolarità e la differenza di linguaggi tra gli esseri umani. Si è veramente eguali quando si tollerano e rispettano le differenze e non quando ci si guarda allo specchio.

Posted by: luminamenti at 03.02.04 16:12

ok, mi comprerò i libri di avoledo, a quanto pare nn si può farne a meno. il meccanismo della letteratura di moda, gnam gnam e retorica retorica a nn finire. nn ci vedo nulla di nuovo in quanto scritto da avoledo, a me piacciono le cose complicate, alla luminamenti, :-) , e i paroloni da cercare nel vocabolario, e la gente che mi dica che esistono altri mondi, altri modi di scrivere, di pensare, che nn siamo tutti uguali, che la gente fa le capriole, talvolta, al contrario, gente che scrive poesie per il mondo, contro la guerra, perchè no, per dire la sua su certi problemi, per sentirsi viva, per conoscere che esiste qualcosa oltre le copertine lucide dei libri. Che i sepolcri imbiancati sono quelli che ormai si sono uniformati a dare quel che la gente vuole, nn faticare. Ma c'è gente che ha faticato, che conosce tante cose, tanti nomi, tanti libri e perchè nn dovrebbe dire la sua? ma nn per intimidire, ma per dire:"guarda, su questo argomento, c'è anche chi la pensa così...", per aprirti al mondo, che è bello, vario e chi ne ha più ne metta.

Posted by: emma at 04.02.04 11:46

Caro Tullio Avoledo,
tranquillo, nessuna paranoia, nessuno vuole perseguitarti per il tuo nome (se sei un bancario, magari per questo sì, in questi tempi di bonds avvelenati :).
Tuttavia sei uscito dall'ombra del cyberspazio proprio con la protervia di un personaggio in cerca di autore. Reclamando l'esistenza in vita con un argomento ben poco convincente: che da bambino i compagni ti menavano per il tuo nome: sempre più letterario.
Inoltre ho letto il tuo articoletto:intelligente, diligente, garbatissimo, così perfetto che potrebbe essere stato elaborato da un'intelligenza artificiale. Non trasmette nessun tipo di emozione conosciuta (almeno da me).
Quindi: o esisto io o esisti tu (o anche nessuno dei due).
Ad ogni modo, se sei così certo di esistere, tanto meglio per te. Un giorno forse andrai da Costanzo, e lo dimostrerai a tutti.
Buona carriera
r.

Posted by: romick at 04.02.04 18:20

Nome, non nome, fuori o dentro, integrato, non integrato, bancario, non bancario, esiste, non esiste...
Io ho letto L'elenco telefonico di Atlantide con gusto, ed ho cominciato l'altra sera il Mare di Bering con buone speranze. Non credo che l'Elenco sia un libro che rimarrà nella storia eterna della letteratura, ma la cosa mi tocca poco, anch'io non durerò molto. Ho letto il suo articolo e mi immagino senza troppa difficoltà che ciò che dice sia magari banale ma vero.
Saluti e buone letture.

Posted by: Enzzz at 05.02.04 16:13

hmm...:?

Posted by: watch me at 31.08.05 23:13

really? is that it? :)

Posted by: nu to the net at 03.09.05 09:40
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