La pagina di diario Il capolavoro misterioso, pubblicata giovedì scorso, ha provocato qualche commento assai dubbioso o addirittura irritato.
Poiché dubbio e irritazione sono legittimi, provo a spiegare un po’.
Arriva in casa editrice un grosso romanzo. Non grossissimo, ma sì: grosso. Comincia a leggerlo Giuseppe V., della redazione. Io passo di lì (a Milano sono una volta per settimana, più o meno) quando lui è circa a pagina duecento. Mi dice: “Guarda, secondo me questo è da leggere”.
Io prendo su il malloppo. Lo guardo. Leggo qua e là. Cerco di intuire che forma ha. Il malloppo è molto ben confezionato: non il solito dattiloscritto con la spirale, ma un vero e proprio libro: in formato di libro, impaginato come un libro, con tanto di copertina, sovracoperta e paratesti (bandella, biografia dell’autore, eccetera). Dentro ci sono pagine di narrazione, strofette canterine, dialoghi tra statue, note dottissime e sospette (quando uno sembra sapere tutto, sospetto sempre che s’inventi tutto), carte topografiche, gambe perdute e ritrovate all’obitorio, giapponesi perversi.
Uno che mi manda “un libro” e non “un romanzo”, per me è uno che ha subito dei punti in più. Perché “scrivere un romanzo” e “fare un libro” sono due cose molto diverse. Ma questo che ho per le mani, che cosa è esattamente?
E’ un romanzo ambientato a Roma. E’ un romanzo grosso, al centro del quale sembra esserci un tale che vuole fare, di Roma, una pianta topografica in scala uno a uno. L’impressione è che il romanzo stesso ambisca a essere una sorta di pianta topografica di Roma in scala uno a uno.
Leggo un paio di pagine e le trovo sorprendenti.
Quindi, il giorno stesso in cui Giuseppe V. mi ha passato il malloppo dicendomi: “Guarda, secondo me questo è da leggere”, io alzo il telefono e chiamo l’autore. Una persona a me del tutto sconosciuta, di nome Leonardo Colombati. Ci parlo e gli dico: “Abbiamo ricevuta questa roba, ha cominciato a leggerla un redattore, me l’ha passata, ho questa impressione rabdomantica di essere difronte a qualcosa che vale, ci sentiamo tra un po’”.
Il Colombati (che, a sentirlo al telefono, sembra simpaticissimo) mi dice: “Bene, sono contento”, e poi dice: “Anche questo e quest’altro editore si sono fatti vivi”. Il che mi conforta (non siamo solo noi ad avere la sensazione) e mi mette in agitazione (oddio, la concorrenza; uno di questi editori è anche un editore grosso).
Bene. Poi succede quello che deve succedere. Leggo il malloppo. Mi si rafforza l’impressione che sia qualcosa di importante. Tuttavia, lo ammetto, mentre leggo mi pare di non capire quasi nulla. Il romanzo non è un romanzo normale. Che razza di romanzo è?, mi domando.
Ho l’occasione di fare un salto a Roma. Conosco di persona Leonardo. E’ effettivamente simpaticissimo. Parliamo tutta una mattina. Mi si fa un po’ di chiaro. Mi si fa chiaro, soprattutto, che quel romanzo appartiene a una “zona” della letteratura che io ho sempre frequentato poco.
Ci si rivede, qualche giorno dopo, a Milano. In quell’occasione Leonardo mi regala il Tom Jones di Henry Fielding. In quei giorni io comincio a leggermi tutto Thomas Pynchon.
Una copia del romanzo gira e gira per la redazione. Tutti lo guardano con ammirazione e, bisogna dirlo, con un certo sospetto. Quanto a leggerlo, è un altro paio di maniche. Tutti ci provano. E tutti rimangono sconcertati. Di questo sconcerto parliamo in una, due, tre riunioni.
Cerco il parere di alcuni “superlettori”. Passo il malloppo a Umberto Casadei, a colui che si firma Giovanni nei commenti al già citato post Il capolavoro misterioso, a Giuseppe Genna. A Giovanni, come si vede nei commenti, il romanzo non è parso un capolavoro: tutt’altro. Umberto mi scrive, a lettura appena iniziata: “Ho letto una cinquantina di pagine, poi non ho resistito e sono andato alle note, delle quali ho letto le relative al primo capitolo. Mi sto divertendo un casino. E’ impressionante”, e poi aggiunge: “Parlando facile: il problema è che non si capisce un cazzo; tocca tornare indietro e rileggere due o tre volte. Poi si entra dentro all’andatura e si comincia a capire di cosa l’autore parla, quindi, anche che quell’andatura, in relazione a ciò di cui si parla, può avere senso - insomma, si prende l’acqua con un po’ di difficoltà”. Poi non mi ha scritto altro, perché ne abbiamo parlato un po’ di volte - prevalentemente al pub bavarese gestito dai cinesi, in via San Francesco, a tarde ore della notte.
Giuseppe Genna ha fatto quel che ha fatto: con mia sorpresa assoluta, ha cominciato a scrivere sul romanzo in Miserabili (1, 2, 3). Ovviamente, essendoci in ballo anche altri editori, ha preferito non fare nomi e cognomi. E così si è inventato questa storia del “capolavoro misterioso”. Che poi tanto misterioso non è stato, visto che nel giro di due giorni mi hanno telefonato tre editor di case editrici maggiori per farmi la domandina: “Sarai mica tu, l’amico scrittore di cui parla il Genna? Ce l’avrai mica tu per le mani, questo capolavoro misterioso? E, dicci, c’è già un contratto?”. Io ho negato tutto.
Leonardo Colombati e Giuseppe Genna hanno poi fatto conoscenza. Una sera, a Milano (il lavoro di Leonardo lo porta spesso a Milano), siamo andati a cena insieme, tutti e tre. Leonardo e Giuseppe hanno parlato per tre ore, mangiando cibi indiani ottimi, di cose affatto incomprensibili per me. Poi hanno cercato di convincermi di qualcosa che non ricordo che cosa fosse, perché il cabernet era buono, ma era sicuramente qualcosa di del tutto inaccettabile per me.
Infine, in casa editrice abbiamo parlato e riparlato. Tutti hanno letto. Ci siamo fatti un sacco di domande. Come si lavorerà su questo romanzo? Come potremo parlarne? Che lettori può incontrare? Come diavolo faremo a venderlo? Ha più lettori potenziali in Italia o fuori d’Italia? Qual è il titolo buono? (Al momento ne ha due, provvisori entrambi). E quest’uomo che l’ha scritto, sarà un homo unius libri o qualcuno su cui investire per il futuro? Domande, domande, domande; e tentativi di risposta.
Alla fine, siamo arrivati alla conclusione: “Sì, ci piace questa sfida. Sì, abbiamo voglia di provarci”. Ho telefonato a Leonardo: “Sì”, gli ho detto, “ci proviamo. Abbiamo voglia di provarci”. Il 19 febbraio Leonardo passava per Milano. Ne ha approfittato per fare un salto in casa editrice. Abbiamo fatto il contratto. La sera stessa, arrivato a casa con l’ultimo intercity, alle 23.36 ho dato l’annuncio in questo diario. E volendolo fare subito, avendo la congrua dose di sonno, non riuscendo lì per lì a inventarmi qualcosa, non avendo la forza di raccontare tutto per filo e per segno come sto facendo ora, ho scritto quel che ho scritto: riprendendo la faccenda gennesca del “capolavoro misterioso”.
E’ vero, non ha molto senso fare i misteriosi. Perciò ora sapete più o meno tutto quel che c’è da sapere.
Io non so se il romanzo di Leonardo Colombati è davvero un “capolavoro”. Per me la parola “capolavoro” indica soprattutto un genere letterario. Così come ci sono i romanzi gialli e quelli rosa, i cosiddetti “romanzi di genere”, similmente ci sono i romanzi del “genere letterario capolavoro”. Al quale appartiene, ad esempio, secondo me, anche il romanzone dell’Umberto Casadei. Sono quei libri che Franco Moretti classificherebbe come “opere mondo”. Ogni libro che tenti di essere un’opera mondo è, inevitabilmente, un tentativo di capolavoro. Checché ne pensi l’autore, qualunque forma abbia la sua ambizione, ciò che sta facendo è: tentare la scalata al capolavoro.
I tentativi possono fallire. I tentativi per lo più falliscono. Non è facile capire, da breve distanza, se i tentativi sono falliti o riusciti. Ma bisogna avere il coraggio, se si è degli editori seri, di fare dei tentativi. Poi il tempo farà, se ne avrà il tempo, giustizia.
Posso capire l’irritazione di chi dice (nei commenti alla pagina di diario della quale questa pagina di diario è, a sua volta, una sorta di commento): “Si abusa sempre coi capolavori inventati reali e presunti”, “E senza senso è qualificare capolavoro qualcosa che non esiste se non come spirito pubblicitario. Già, la pubblicità è il capolavoro dato in pasto alla critica e ai lettori. Ci dovremmo accontentare di ciò? Qualcuno si accontenta. Speriamo non siano in troppi” (Giuseppe Iannozzi), “Un altro capolavoro prima che i lettori lo leggano? Vabbeé beeèèè beèè… Io non lo leggo subito per principio. Lo leggerò quando sarà passata la mania del capolavoro” (Mauro Smocovich).
Capisco questa irritazione, dico. Ma vi prego di considerare un’altra cosa.
Il sottoscritto passa svariate ore al giorno a leggere dattiloscritti che gli arrivano via posta ordinaria o elettronica; e svariate ore al giorno a parlare con persone che hanno scritto, stanno scrivendo, ci stanno provando. La stragrande maggioranza di ciò che leggo fa paura. Una volta mi faceva schifo; ora non più: mi fa paura. Di tanto in tanto trovo qualcosa di discreto. Qualcosa di buono, più raramente. Qualcosa che mi sembra veramente bello, rarissimamente. E (quante volte? Una, due, tre volte in vita?) mi càpita di leggere qualcosa che mi sembra veramente superiore a tutto. Qualcosa che mi restituisce la gioia della lettura, che mi insegna cose nuove, che mi trascina in mondi prima sconosciuti, che riempie la mia immaginazione anche nelle ore del sonno. Qualcosa che mi spinge a leggere altre cose, che richiede imperiosamente di essere capito, che fa polpette di tutto ciò che ho ritenuto valido e interessante fino a quel momento, che mette in gioco il senso stesso di avere scritti e pubblicati, io, quattro o cinque libretti di racconti. Qualcosa che prima di tutto mi mette in questione, e che magari mi sembra mettere in questione un’intera generazione di narratori, che magari mi sembra mettere in questione cinquant’anni di discorsi (letterari, giornalistici, politici, massmediatici) su che cosa sia questa Italia che ferocemente amo. Qualcosa che crea scompiglio in casa editrice, che ci divide e ci fa discutere, che ci porta a interrogarci su che cosa diavolo stiamo facendo, che modifica o addirittura manda all’aria intenzioni e progetti, che ci costringe a prenderci responsabilità senza paracadute, che ci fa dubitare di essere all’altezza.
Be’: quando succede questo, o qualcosa di simile a questo, io che cosa dovrei fare? Starmene zitto e quieto? Scrivere una pagina di diario prudente, misurata e magari un po’ scettica?
No. Concedetemi, ogni tanto, vi prego, di manifestare una genuina gioia.
gioisci gioisci, io però penso che questa vostra gioia nel pubblicare un libro dove non si capisce niente crei un precedente. cioè io penso che da adesso in poi cominceranno ad arrivare nelle case editrici paccate di manoscritti dove non si capisce niente. (sì, ok, già arrivano.) manoscritti che avranno la pretesa di essere pubblicati solo per il fatto che non si capisce niente. ("non capisco perché non lo pubblicate, eppure nel mio libro non si capisce niente!") come nel capolavoro di Leonardo Colombati...
Posted by: don giovanni at 23.02.04 10:18devo dire che, leggendo i due brevi commenti di giuseppe iannozzi a quell'altro post, mi sono sentita d'accordo con lui. io ormai so cosa intendi quando parli di capolavoro, giulio, ma non posso fare a meno di pensare che il senso medio che si attribuisce a questa definizione non è proprio quello che gli dai tu e questo genera equivoci. certo è buona cosa che ci sia anche questo spazio per chiarirli. comunque è vero che - se non il titolo di capolavoro - un romanzo i gradi se li guadagna sul campo e la sfida - pubblicando un libro - sta tutta lì, che la nostra intuizione, la nostra "presunzione" trovi conferma. una cosa vorrei ancora dire a dongiovanni: il valore del romanzo di Colombati non sta nel fatto che non si capisca nulla, ma nel rovello che mette che - proprio là dove non capisco - ci sia qualcosa che potrebbe valere la pena di capire e - magari - per capirlo sia necessario guardare meglio lì dentro, ma anche fuori. ciao
Posted by: paola at 23.02.04 10:47Cara Paola, ciò che hanno scritto Giuseppe Iannozzi e Mauro Smocovich è quanto più o meno penso anch'io, quando *un altro* mi viene a sbandierare sotto il naso la parola "capolavoro". Do quindi ragione alla loro irritazione. Per questo ho scritta oggi questa lunga pagina. Non per rivendicare la capolavorità del romanzo di Colombati, ma per spiegare un po' che cos'è successo. E anche, lo ammetto, alla fin fine, per rivendicare una cosa: il diritto di avere degli entusiasmi e degli innamoramenti: e di farlo sapere. Come dico nell'ultima riga. D'ora in poi, comunque, lo prometto, eviterò la parola "capolavoro" (in contesti letterari; ma ne manterrò l'uso, e spero che non ci sia niente da ridire, in quelli enogastronomici).
Posted by: giuliomozzi at 23.02.04 11:38Io ho un problema con un capolavoro.
Ho aspettato a leggerlo, perchè ragiono alla Smocovich. Anche di più: solo dopo che ne è uscita la seconda parte, ho cominciato a leggere la prima.
Leggendo, riconosco l'opera-mondo: è proprio un altro mondo, con personaggi sbocciati, scoppiati, fosforizzati, che solo lì possono esistere, vivere, parlare con sovrabbondanza di aggettivi. C'è tutto un dentro-fuori-dentro-fuori dal libro e dal suo farsi. La mia parte intellettual-razionale potrebbe dirsi stimolatissima, soddisfattissima, divertita (in senso etimologico).
Ma com'è che mi viene da sbadigliare? Da leggere solo qualche parola ogni tanto?
Insomma, da che parte devo prendere i Canti del Caos? Cosa non sto capendo? Genna dice che in caso di rigetto va abbandonato, ma non mi sento nemmeno reazioni propriamente immunitarie.
Il Capolavoro Misterioso è così?
Quando è uscita "La bambina" mi sono incuriosito. E ho pensato che non poteva esserci migliore presentazione da un luogo, qui appunto, a me familiare. Ora vedo che c'è la coincidenza: la tua presentazione e la bontà del libro. Mi prende, mi piace. Mi sono detto: ho fatto bene a fidarmi. Poi ho letto Genna e, oggi, te, su questo caso letterario. E non mi sento stimolato; e non si dirti nemmeno perché.
Posted by: remo b. at 23.02.04 12:30scusate il commento abbastanza cretino, ma perchè, Pynchon si capisce? E le opere mondo infarcite di pagine in cui si disserta di teorie molecolare con tanto di dimostrazioni di teoremi e ics e ipsilon e equazioni di sessanduesimo grado spiattellate in faccia al lettore, o meglio, proprio in mezzo alla sua incapacità di afferrare un'acca? più che del capolavoro misterioso, si potrebbe parlare di questo. ovvero del valore, intrinseco o estrinseco, di codesta letteratura (in massima parte americana) in cui l'ostentazione di "dotterie" da premionobel diventa debordante, straripante, fino a riempire migliaia di pagine e sempre perchè c'è qualcuno (l'editore?) che si preoccupa di porre un freno a simili titaniche intraprese. in quali sensi, se esistono, simili narrazioni (?) sono opere-mondo o sanno descrivere le complessità della decadenza delle società contemporanee? si legge sarcasmo in quello che scrivo, me ne rendo conto, ma io chiedo davvero aspettando risposte convincenti, convinto anche che ce ne siani di intellegibili. e aspettando le bastonate di genna.... :-)
gm
Sono qui a ringraziare Giulio Mozzi: gioire è istintivo, naturale. Anche irritarsi è istintivo, naturale.
Ma accettarlo è intelligente.
Chiarirsi è ponderato.
Non tutti lo fanno.
Ringrazio Giulio Mozzi per questo.
Per essersi chiarito e averci spiegato come funziona il lavoro svolto nell’editoria.
p.s. a dir il vero, per chiarirsi un po’ di più, io ce l’avevo più con la campagna “misteriosa” di Giuseppe Genna (che però non permette commenti) che con il gioire di Giulio Mozzi (che rispetta i commenti…) ma questa è un’altra storia
Posted by: Mauro Smocovich at 23.02.04 13:07Ricollegandomi a quanto detto da giuseppe mauro, personalmente ho una naturale avversione per le opere-mondo ciclopiche, che in molti casi trovo presuntuose e pretenziose. Capisco che viviamo in un'epoca di barbarie caratterizzata da una franosità e da uno sbrodolarsi addosso che sono affascinanti da assumere come punto di partenza nell'arte, ma è proprio necessario rispondere alla cloaca che ci circonda con un ingigantimento di quella stessa cloaca, dilatata per scopi estetici oltre ogni misura? Preferisco i libri-lampo che bruciano d'intensità a quelli babelici che protraggono le proprie fiamme fino a fartici annegare dentro. Forse è solo una questione di stile, ma credo che nasconda due modi di vedere la realtà e il suo rovescio diametralmente opposti tra loro, sia nelle premesse che nei punti di arrivo.
Posted by: sacha rosel at 23.02.04 13:54bon, io mi fido ( e finora mi è andata bene) anzi vi auguro in bocca al lupo anche se credo che tu sia troppo onesto e colto per essere editor. conosco una sola persona su diverse migliaia in grado di dirmi al 90% se stiamo parlando di un genere letterario capolavoro( prima che tutti lo dicano) ed è paolo( che tu hai conosciuto) paolo leggeva V o l'arcobaleno della gravità, american tabloid o la mostra delle atrocità ( ma stiamo sull'ordine di 15 libri letti metabolizzati e studiati a settimana) quando io prendevo il latte da mamma, penso che ci sia gente con vere patologie e nevrosi per la lettura, hanno una malattia non ancora riconosciuta nonchè unica per essere studiata. io viceversa aspetto un titolo ed un prodotto da utilizzare e se non mi piacerà penso che lo userò come stirapantaloni o come fermatavolo insieme a molti altri.
Posted by: sara at 23.02.04 14:27Fuori tema, ispirato da sara. Anni fa, almeno dieci, lessi un pezzo di Beniamino Placido su Repubblica. Era rimasto colpito da un'intervista tv di un critico letterario-stroncatore di un grande quotidiano. Che tra l'altro aveva detto: ho una biblioteca di TOTmila libri. L'intervistatore: Letti tutti? Il critico: tutti. Placido nel suo commento aveva "fatto di conto": giungendo alla conclusione che il critico-stroncatore, allora trentenne, aveva letto almeno un libro al giorno da quando andava all'asilo...
Magari Placido non sapeva che c'è gente che legge e metabolizza 15 libri a settimana: compresi i capolavori che piacciono a mozzi?
Nessun sarcasmo: chiedo. Già mi vengono i complessi quando leggo quando Mozzi elenca quel che legge e quel che ha letto.
Questa voleva essere una “lettera aperta”, ma penso possa bastare anche così, come semplice commento.
Caro Giulio Mozzi,
innanzitutto una prefazione a quanto dirò di seguito. Un libro, per fortuna, non lo si giudica dalla copertina. Certamente fa piacere a qualsiasi editore ricevere un “libro” piuttosto che un “dattiloscritto” o una “stampata”, ma il contenuto non è nella confezione dello scritto. A volte, si tende a mascherare l’incapacità espressiva regalando una buona confezione, soprattutto nell’ambito dei mass-media cartacei questa è prassi ormai consumata e che, sinceramente, snerva i potenziali lettori, anche, se ad onor del vero, a questo punto sarebbe utile definire chi è il lettore e cosa si aspetta da una rivista (o da un libro). I più, per quella che è la mia esperienza sul campo, ricercano il patinato nella veste grafica ma anche nei contenuti: insomma, i clichè narrativi sono quelli che il lettore medio digerisce meglio, in quanto la serialità delle emozioni contenute negli stereotipi letterari sono l’educazione culturale a cui il pubblico è stato abituato e da tanti editori e da non pochi scrittori o sedicenti tali. Tutto ciò per dire che una buona confezione (in formato di libro) non significa necessariamente che il contenuto sia all’altezza della confezione. Ma questa è solo una considerazione, perché il libro potrebbe davvero essere un capolavoro.
Come ho già espresso in altri commenti, dire oggi di un libro che non è stato pubblicato (non ancora) capolavoro mi sembra prematuro. Un capolavoro diventa tale nell’arco d’un tempo che, a volte, può essere lungo o lunghissimo, ma può anche accadere che il capolavoro sia riconosciuto dalla critica contemporanea e dal pubblico di oggi.
I capolavori esistono, ma non esistono prima che il pubblico e la critica abbiano avuto l’opportunità di dirli tali. Ora, il fatto che alcuni intellettuali abbiano avuto la fortuna (o sfortuna) di leggere in anteprima il romanzo di questo Thomas Pynchon nostrano è significativo che alcuni ne hanno già decretato il successo, ma hanno anche promosso (o pubblicizzato) un possibile insuccesso. Così, caro Giulio Mozzi, che sia il lavoro che hai deciso di pubblicare una opera mondo, be’, è ancora da decidere. A tutt’oggi moltissimi, forse i più, non hanno compreso Thomas Pynchon, il che dovrebbe far riflettere: non nego assolutamente la forza espressiva di Pynchon, ma molto più semplicemente dico che, probabilmente, Pynchon è un investimento per il futuro, quando noi non saremo più. Ad ogni modo, di opere mondo gli scrittori italiani ne hanno sfornate parecchie in questi ultimi decenni: un esempio eclatante è “Il pendolo di Foucault” di Umberto Eco, romanzo superbo, ma che è stato compreso da pochissimi lettori e che avrebbe venduto niente se il noto semiologo fosse stato un esordiente. Gli è andata, sommariamente bene, perché il nome Eco è una firma grossa, come quella di Armani, quindi, anche chi non l’ha capito, se non altro ha comprato il libro e ha provato a leggere le prime dieci pagine. Per Giovanni non è un capolavoro, per Umberto Casadei è un romanzo difficile. Io non l’ho letto, quindi non esprimo giudizio: potrebbe davvero essere un capolavoro, ma forse è una bufala. Se nessuno, o quasi, capisce niente (o poco) di Leonardo Colombari, almeno io nutrirei sospetto che l’autore non abbia saputo definire una trama, per quanto l’insieme del suo lavoro possa apparire affascinante. Un racconto “affascinate”, essendo forma narrativa breve, può meglio configurarsi come capolavoro quasi da subito, ma di fronte a un romanzone fiume “affascinante” il subito non esiste neanche come ipotesi critica o sedicente tale. Con un racconto affascinante, quasi criptico e intellettuale, è possibile abbozzare strade interpretative e per il lettore e per il critico. Ma di fronte a un libro fiume affascinante, alla fine, il serio rischio è quello di perdersi in un falso labirinto narrativo, in una trama che c’è e non c’è se non per un concatenarsi di citazioni evidenti e nascoste. Per fare un esempio pratico: una cosa è essere pescatore d’acqua dolce che pesca nel fiume, tutt’altra cosa è tentare il mare che è mare e nel quale molte acque dolci confluiscono per diventare mare salato.
Come dicevo, alcuni intellettuali-scrittori hanno avuto l’opportunità di leggere il romanzone: qualcuno si è prodigato anche in una campagna pubblicitaria. Chissà se ha fatto bene! La mia opinione è che abbia sbagliato insinuando tanti dubbi nei futuri possibili lettori ma anche, e soprattutto, tra giornalisti e critici. Fosse stato pubblicato almeno un brano di quello che viene detto capolavoro, forse si poteva giustificare la promozione pubblicitaria operata da Giuseppe Genna. Ma così, caro Giulio, mi sa che il Genna ha fatto solo danno e non bene. Io già parto con il pregiudizio quando mi viene ripetuto “fino alla nausea” che c’è un capolavoro che presto sarà accessibile a tutti, figurati con quale forte pregiudizio leggeranno il romanzone i critici molto più scafati del sottoscritto. Gridare “Al capolavoro!” come ha fatto Genna è come “gridare in un corridoio di manicomio che c’è bisogno di maggiore equilibrio mentale”. Forse Genna voleva gridare che c’è bisogno di maggiore equilibrio mentale? E’ solo una ipotesi, quindi caro Giuseppe Genna, non te la prendere. Magari mi risponderai. O forse volevi concentrare l’attenzione della critica su qualcosa che non può essere ancora criticato né in bene né in male? Che tu l’abbia letto e decretato capolavoro, perché alla fine questo hai fatto, mi sta bene: ma è la tua opinione personale, l’opinione di un singolo e come tale andrebbe presa. Ora io non credo assolutamente che un Pynchon italiano esista per il semplice fatto che ancora non si è compreso il Thomas Pynchon originale. O meglio, i più ancora non l’hanno compreso. Tributare a Leonardo fama in declinazione, “un Capolavoro di Pynchon. Non basta dunque ciò a definire tale il Capolavoro Misterioso: e non mi riferisco all'aggettivo… Credo si tratti della massima scoperta letteraria degli ultimi dieci anni", a me fa storcere solo il naso e mi fa pure sentire puzza di un indefinito sentore di marcio. Non soddisfatto calchi la mano e aggiungi: “Io sono un cagnone effusivo, un entusiasta per natura, vesto iperbole come Carla Sozzani veste nero, però qui devo confermare, essendo giunto a pagina ottanta, che ho in lettura un Capolavoro.” Mah, spero tu abbia ragione ma completamente in modo assoluto, perché il rischio serio è quello di aver detto e lodato troppo un libro che senza le tue considerazione (forse) avrebbe venduto bene e bene sarebbe stato accolto dalla critica che sicuramente si svilupperà intorno a questo romanzone, critica che comunque non si lascerà addomesticare dalle tue lodi sperticate. Non tutta la critica ufficiale e ufficiosa almeno. Mi sembra invece molto più *onesto* il messaggio di Giulio Mozzi che dice, senza possibilità di equivoci: “Be’: quando succede questo, o qualcosa di simile a questo, io che cosa dovrei fare? Starmene zitto e quieto? Scrivere una pagina di diario prudente, misurata e magari un po’ scettica?
No. Concedetemi, ogni tanto, vi prego, di manifestare una genuina gioia.”
Ad ogni modo, dopo queste mie riflessioni, perfettibili e basate su pochi, pochissimi dati certi, auguro di cuore all’autore, Leonardo Colombati, tutta la fortuna che merita (se la merita) e, ovviamente, anche all’Editore, che ha dimostrato grande coraggio nel prendere decisione di pubblicare un lavoro che par essere davvero molto complesso.
Cari saluti,
Giuseppe Iannozzi
Posted by: Giuseppe Iannozzi at 23.02.04 20:18ma iannozzi ce fa o c'è?
Posted by: capote at 23.02.04 22:37Iannozzi, Caro Capote, sì, vabbè, c'è e ce fa ma non più e non mi meno di te. Amen sul tuo commento inutile.
Giuseppe Iannozzi
Posted by: Giuseppe Iannozzi at 23.02.04 23:27E' indicativo il presente: roba d'altri mondi, e purtuttavia siamo costretti ad accettarlo, questo tempo che, in realtà, mai è vissuto - come faceva notare il mio parrucchiere l'altro giorno, il calabrese Rocco, che era appena uscito dalla lettura di un testo Milesi su Satya Sai Baba. Eppure sarebbe dannoso anche trattenere e rimuovere. Cosa? Il fastidio. Quale? Quello che provoca chi non capisce. Eppure è tanto banale... Allora, veramente c'è chi pensa che uno, lavorando di notte totalmente gratis a una e-zine, decida che è il caso di rifare con la letteratura la retorica suspence di una celebre pubblicità Barilla degli Ottanta? Cioè: io mi metterei a fare pubblicità ai libri? Ma chi siete per pensare così, Tiberio Timperi (costui si presentò infatti a una riunione a cui partecipava Marina Berlusconi con un mazzo di fiori malizioso: fu cacciato da Mediaset su due piedi)? Beh, giusto per informare: io sui Miserabili non faccio pubblicità. Faccio semplicemente quello che voglio. Lo faccio come voglio. E lo faccio quando voglio. Valga anche per coloro che ritengono che su i Miserabili io scriva critica letteraria: non la faccio. E nemmeno giornalismo. Io racconto i meccanismi della mia lettura attraverso l'ostentazione del mio apparato libidico. Essendo per natura effusivo e non ritentivo, lo faccio in quel modo. Quando mi girerà diversamente, lo farò in modo diverso. Se questa cosa ancora non fosse chiara, reitero l'invito a leggersi per la prima volta (o per la seconda, o per l'ennesima) cosa realmente si fa su i Miserabili: http://www.miserabili.com/archives/004154.html#004154
Tutto ciò non tocca minimamente quanto io ho espresso e tuttora penso dell'iper-romanzo di Leonardo Colombati: è per me un opus magnum della narrativa contemporanea italiana, e ne parlo precisamente con i toni e le modalità con cui Giulio parla del Suicidio di Angela B., di Umberto Casadei. E allora? Quando chiunque dei commentatori avrà scritto un opus magnum (sarà il momento in cui uscirà dall'anonimato che suona più protettivo di qualunque apposizione 'misteriosa') mi avvisi: può darsi che mi salti il ghiribizzo di farci un clamoroso spot sul potente mezzo di comunicazione di cui dispongo...
Ah, che invidia che mi fa, questo Leonardo Colombati, detto senza spirito polemico alcuno, ma proprio in virtù di un sentimento "puro" e incontaminato e genuino...
Posted by: Fabio Ciofi at 24.02.04 00:16agennagliprudeilculoeppurenessunoglihadettonullamah
Posted by: scettico at 24.02.04 00:25"Quando chiunque dei commentatori avrà scritto un opus magnum (sarà il momento in cui uscirà dall'anonimato che suona più protettivo di qualunque apposizione 'misteriosa') mi avvisi:". Pubblicato o scritto? Perché magari di capolavori ne esistono tanti, ma con la pratica editoriale e relativa pubblicità che c'è, di Magnum va avanti solo il gelato, ha più gusto e soddisfa un maggiore pubblico. Ciao Ciao.
Posted by: Mura Scee at 24.02.04 09:40E però io vorrei sottolineare, il che non ha fatto nessuno, la meritorietà di chi legge uno sconosciuto che manda in una redazione mille (mille? duemila?) pagine, se lo sorbisce fino all'ultima pagina capendoci pure poco, ne desume voglie nuove avantpop e comincia a leggersi pynchon, si interroga e interroga sul senso dello scrivere eccetera, infine pubblica il malloppo. Pubblicità, magnum, o quello che vi pare, uno sconosciuto sta per essere pubblicato. Senza conoscenze pregresse, nè bottarelle alle spalle. O meglio, accumulandone solo sulla base di ciò che ha scritto. E' un bene. E' un bene o no? Secondo me sì. E io non nascondo la mia piccola invidia positiva di chi è contento ma vorrebbe imitare. Io che riesco a scrivere al massimo cento pagine di storie rappezzate. In questo senso, ha ragione Genna. Con tutte le sue iperboli da cui guardarsi, e da bere a piccole dosi. Sennò si rischia di fare come me. Che leggevo la società delle menti e contagiato d'entusiasmi compravo e leggevo anche che faticavo a finire (Vollmann, per esempio), in mezzo a libri che rileggo periodicamente (La scopa del sistema, sì).
Ok.
anche LIBRI che faticavo a finire, sorry.
Posted by: giuseppe mauro at 24.02.04 09:57Non so se parlo per me sola, ma ho trovato l'ultimo intervento di Genna veramente irritante e offensivo. Innanzitutto, i toni deliranti che usa, giustificandosi dietro il paravento del non "trattenere e rimuovere" il presente, rischiano di trasformare una discussione letteraria (e, se non sbaglio, siamo qui con Mozzi per parlare di letteratura, e lo ringrazio di quest'opportunità) in vuote chiacchiere da bar (il parrucchiere? Barilla? Tiberio Timperi? Marina Berlusconi?! Perché non aggiunge il calcio, così siamo al completo?). Inoltre, sfidare in modi da bullo di periferia i partecipanti ad un blog (non suo) a scrivere un opus magnum per decretare un'uscita "dall'anonimato che suona più protettivo di qualunque apposizione misteriosa", non solo è indice di un'arroganza illimitata, perché pretende da noi tutti lo status di Scrittori con la S maiuscola per poter parlare con lui ocme suoi pari, ma sottintende anche, in maniera del tutto arbitraria, che pubblicare un libro equivalga ad affrancarsi da una condizione di "misero" anonimato, come se lo scopo della scrittura non sia quello di trasformare il reale per anticiparlo e illuminarlo (almeno per me, poi ognuno ha la sua poetica), ma semplicemente quello di donare la fama a chi l'ha prodotta. Ma soprattutto, l'aspetto più grave dell'intervento di Genna sta nell'ignorare una figura essenziale del dibattito letterario, ossia il lettore. Qualsiasi scrittore, e qualsiasi libro, opus magmum o meno che sia, senza lettori non ha alcuna rilevanza.
Posted by: sacharosel at 24.02.04 10:37mai cliccare su un link che stia dentro ai commenti (ma è già troppo tardi)
Posted by: francesco at 24.02.04 10:47Suvvia, io qualche giorno fa ho incontrato il mio parrucchiere, ex, e quello mi fa: “Ma sai che è un po’ che non ti si vede?” Be’, era insinuante però non gliene ho voluto troppo in memoria dei vecchi tempi, cioè di quando mi cacciavo nella sua saletta ad aspettare che mi tagliasse i capelli. Comunque gli faccio: “Era bello, sì. Però tu i capelli non li sapevi fare.” E lui: “Ah!” Fissandomi la pelata con occhio goduto, quasi astuto. Ma non mi ha dato fastidio, non più di tanto: ricordo che, quand’ero giovane e imberbe, usavo andare da lui, attendevo il mio turno e intanto leggevo un pacco di patinate riviste da parrucchiere e tutti i pettegolezzi sembravano veri ma io non sapevo se crederci o no. Comunque era bello leggere quelle riviste e poi lasciarmi tagliare i capelli e magari rimediar pure uno di quei calendari profumati con le donnine nude. Insomma, alla fine, in memoria dei vecchi tempi, accetto di farmi fare uno shampoo. Fosse stato per lui m’avrebbe dato pure una spuntatina: non è che non capisse che sono calvo, ma quando uno c’ha le forbici in mano e si ritiene artista del taglio… Riesco a distrarlo appena in tempo: la forbice quasi attentava alla mia barba e quella non la tocca neanche il Padreterno. Per allontanarlo dalla tentazione di darmi una spuntatina alla barba, gli chiedo se ce li ha ancora i calendari profumati con le donnine. Mi scuote la testa tutto triste: “Sai, i tempi sono cambiati.” E’ quasi commovente con quel luccicone incastrato nella coda dell’occhio destro, che da sempre ha il solito tic, quello di lasciarsi prendere da troppa commozione. Per sua fortuna, l’altro occhio pare sia sano. Si parla, praticamente di niente ma si parla. Ed ero già sulla porta, quando mi fa, con un tono sospetto, e la bocca riflessa in cachinno specchiato dentro due specchi l’uno di fronte all’altro: “Ma tu, tu per chi hai votato alle ultime elezioni?” Non riesco a sorridergli: il calendario che mi sta porgendo non è di quelli profumati, c’è il tricolore sopra! Quasi superfluo specificare a questo punto che me la sono andata a gambe levate manco c’havessi un diavolo per capello.
Così, caro Genna, vedi i tempi mutano e per fortuna, il tempo è giudice implacabile, severo, e forse ha già deciso per noi chi resterà e quali opere saranno.
Ora nessuno ti ha chiesto di cambiare linea aerodinamica al tuo potente mezzo: è tuo, quindi ne fai ciò che vuoi. Il manifesto di quel che si fa su i Miserabili lo conosco bene. Ma che vuoi che ti dica? A me i manifesti non piacciono granché, anche quando non si dichiarano apertamente manifestati in epifania di apparato libidico. Con ciò, caro Genna, chiaro è che su I Miserabili ci fai quello che vuoi e ospiti chi vuoi, e informi come meglio credi. In fondo, come già reiterato in tante occasioni, io, parafrasando De André, il potere l’ho scagliato dalle mani e non m’interessa scrivere opera magna o magna operetta per inchinarmi poi davanti al Padre mio che sta nei Cieli e impetrare che mi lasci consumare la mia ultima tentazione. Faccio quel che posso, come posso, quando posso, come voglio, insomma come te, nel mio piccolo impegnando sempre troppo tempo e attenzione, cercando di produrre critiche originali, ragionate, evitando il più possibile una selvaggia rassegna stampa. Ma è questa questione di punti di vista e sfumature, perché ognuno fa come preferisce e meglio crede. Io, per mio conto, uomo e figlio di nessun dio in terra o in cielo, c’ho pure io la mia tentazione ed è quella di restarmene lontano dalla croce, perché ancora di predicare non mi sono stancato. Così credo proprio che obbedirò al mio istinto, o alla mia anima: che Dio rimanga pure dov’è, in Cielo o in Terra o in quel Nessundove che sospetto essere reale più della realtà, tanto non ho bisogno della sua benedizione per soddisfare le mie necessità strettamente umane. E permettimi, di meglio non potrei desiderare. Ciò detto, caro Genna, senza rancore alcuno, vado a prepararmi per la mia tentazione che non sarà mai l’ultima, e che non è declinabile né procrastinabile, il che significa che la critica può tranquillamente aspettare e pure la letteratura intera perché io c’ho altro a cui badare…
Cari saluti,
Giuseppe Iannozzi
Posted by: Giuseppe Iannozzi at 24.02.04 10:53Cara Luna Piena (Sacharosel), è quanto ho cercato di esprimere nell'ultimo mio commento, ma credo che tu meglio di me, più semplicemente e direttamente, abbia espresso bene il tutto.
Cari saluti,
Giuseppe Iannozzi
Posted by: Giuseppe Iannozzi at 24.02.04 11:26Le veicolazioni pubblicitare, vuoi rassegna stampa, vuoi altra nomea, vedono sempre le stesse firme: qualche nome nuovo lo facciamo uscire, a me sembra a questo punto che la Letteratura italiana sia ferma e si sia cristallizzata sempre sulle stesse persone, e non venitemi a dire che non ve ne sono altri scrittori, i quali però non riescono ad occupare il posto di esordienti, termine ambiguo anc'esso, non si da loro la possibilità di elevazione a migliore status. Sul fatto del capolavoro tiro fuori l'esempio di Eco, il quale ha venduto molto, specie per "Il nome della rosa", ma se chiedete ai lettori, statisticamente molti si sono fermati alla decima pagina, altri non l'hanno capito...però è un capolavoro; e se si parla con alcuni consulenti editoriali ti viene detto "ma i romanzi di Eco non sono un granché, la grandezza di Eco la si vede con i saggi"... . Si mette da parte spesso la soggezione del lettore, il quale legge il libro solo perché tira e quindi va letto, per poi alla fine poter dire "io l'ho letto": bella situazione!!
Posted by: c'era una volta at 24.02.04 11:54Sì, vabbè, qui stiamo tutti a parlare di un libro che nessuno (o quasi ) ha mai letto. E siamo in tanti a voler dire la propria. Perché? Questa è la vera domanda. Oltre al risentimento per un’operazione che sa di trovata pubblicitaria (anche se Genna e Mozzi, ognuno a modo suo, smentiscono), cova qualcos’altro: forse un risentimento maggiore… Forse noi odiamo Leonardo Colombati! Lo odiamo perché non sappiamo niente di lui né di ciò che scrive, ma solo che incarna un modello da invidiare. E quindi, caro Giulio, perché non ci permetti di stemperare quest’odio consentendoci di saperne di più sull’Autore Misterioso e sul suo Misterioso Capolavoro? Perché, nonostante tutto, se questo è bravo e ha scritto un bel libro, ne saremmo tutti contenti (o no?).
Posted by: Tiziana at 24.02.04 12:00Cito Iannozzi: "Che tu (tu sarebbe Genna) l’abbia letto e decretato capolavoro, perché alla fine questo hai fatto, mi sta bene: ma è la tua opinione personale, l’opinione di un singolo e come tale andrebbe presa."
Bene Iannozzi, dov'è il problema? Non credo che su questo consesso, formato in massima parte da persone pensanti e ultrapensanti, aleggino incapacità tali da non comprendere tale ovvietà. Sappiamo tutti che quella è l'opinione di Genna. Sappiamo tutti, rimescolando dentro le nostre soggettività, come trattare le opinioni che leggiamo. Come tali le prendiamo. O almeno lo spero. Genna esprime un'opinione, noi decidiamo cosa farne. In genere, questo vale per me, Genna scrive recensioni che stuzzicano i miei desideri di lettura. In genere, questo vale per te, la lettura di Genna ti "scatena" (usato simpaticamente) istinti polemici. E' tutto limpidamente chiaro, tutto assolutamente legittimo. Si chiama diversità, si chiamano differenze, si chiamano punti di vista. Si chiama libertà d'espressione. Si chiama libertà di elaborare l'espressione altrui. Allora ripeto, dov'è il problema? In casi di estrema necessità (incompatibilità manifeste, irritazioni spontanee, orgogli feriti), c'è sempre il telecomando, no? Si può cambiare canale...
Posted by: giuseppe mauro at 24.02.04 12:10Caro "C'era una volta", be', quanto hai espresso è giusto, almeno secondo il mio metro di giudizio. Purtroppo si fa un gran parlare, spesse volte inutile e lezioso, intorno ai soliti quattro autori di moda, che vanno per la maggiore, e che, sinceramente, non avrebbero bisogno né di pubblicità né di opera informativa presso il pubblico. Penso sia chiaro a tutti che Eco fa grande eco perchè ottimo saggista: è, a mio giudizio, anche grande scrittore, ma assai complicato, e difatti pochi lo comprendono appieno, eppure vende. Ad ogni modo, questo è un particolare, forse trascurabile. Il problema vero è che gli autori esordienti, bravi, ci sono: non c'è né la voglia né la volontà di aprirgli uno spiraglio di pubblicità, di visibilità, e tutto ciò è molto grave come bene hai evidenziato. Come ho già detto, un libro non si giudica dalla sua copertina e neanche se ha la spirale o se è un po' volante (tipo fogli rilegati fra di loro come uno puo', con pochi danari da investire perché forse lo scrittore deve pensare pure a riempirsi la pancia per continuare a scrivere). Ma sono già OT... Cara Tiziana, è quanto chiedevo a Genna o a Giulio Mozzi o a chi per essi: forse, a questo punto, sarebbe conveniente pubblicare almeno uno stralcio minimo, un assaggio, del lavoro di Colombati che è già stato detto capolavoro. Almeno ci si leva il dente. Che uno o due mi dicano che è un Capolavoro, be', almeno a me non basta. E come ho già detto, parlare in termini di Capolavoro di qualcosa che il pubblico non ha potuto neanche assaggiare, mi sembra assurda informazione (o pubblicità) forse fortemente lesiva nei confronti dell'Autore.
Cari saluti,
Giuseppe Iannozzi
Posted by: Giuseppe Iannozzi at 24.02.04 12:18Caro Giuseppe Mauro, speravo d'esser stato chiaro, ma evidentemente non troppo, non come mi auguravo. Io, sia chiaro, non ho nessun problema, e Genna, per quanto "ci" riguarda, è liberissimo di fare ciò che crede meglio per sé, per gli altri, per I Miserabili. Sinceramente, proprio a me la polemica non piace, non quella che muove contro l'individuo: io ho polemizzato, meglio dire che ho messo l'accento, su un pezzo di Genna (tre in realtà, quelli intorno al Capolavoro Misterioso). Esser tacciato di negar libertà d'opinione mi porta un leggere prurito, comunque niente che non si possa curare con una bella grattatina. Allora lo ripeto a mò di banner: GENNA E' LIBERO DA TUTTO E DA TUTTI, SI COMPORTI COME MEGLIO CREDE. Che qualche volta non sia d'accordo con Genna o Giulio Mozzi o con tanti altri, mi sembra normale e legittimo: anche io, purtroppo o per fortuna, ho le mie idee e non le svendo. Dici bene: siamo esseri pensanti, ma non si puo' pensare di uniformare il pensiero. Apprezzo Genna, sia chiaro, e le sue critiche, anche quando sono in disaccordo con lui: ognuno, a modo suo, porta avanti un discorso di informazione culturale spendendo tempo, intelligenza e danari propri. Un lavoraccio, ma qualcuno deve pur farlo. L'importante, a mio avviso, è di non immolarsi sul presunto altare della cultura e dell'informazione: ma questa è idea che ho maturato da poco e che vale per il sottoscritto. Gli altri, tutti gli altri, facciano come meglio credono. Per quanto mi riguarda, credo d'aver già detto troppo. Ho esposto la mia posizione: se viene rispettata, tenuta in considerazione, bene, se diversamente non mi faccio il sangue amaro. Ed è tutto.
Caro saluti,
Giuseppe Iannozzi
Posted by: Giuseppe Iannozzi at 24.02.04 12:34Caro Iannozzi, hai detto bene. La faccenda rischia di essere lesiva nei confronti dell’Autore. Non vorrei sembrare petulante, ma qui abbiamo un problema: c’è qualcosa di più oltre all’esternazione di un rigetto? Siamo qui, a casa di Mozzi; vogliamo parlare di ciò che ha scritto Mozzi? Ecco, allora, Mozzi scrive che il romanzo in questione è “qualcosa che mi restituisce la gioia della lettura, che mi insegna cose nuove, che mi trascina in mondi prima sconosciuti, che riempie la mia immaginazione anche nelle ore del sonno. Qualcosa che mi spinge a leggere altre cose, che richiede imperiosamente di essere capito, che fa polpette di tutto ciò che ho ritenuto valido e interessante fino a quel momento, che mette in gioco il senso stesso di avere scritti e pubblicati, io, quattro o cinque libretti di racconti. Qualcosa che prima di tutto mi mette in questione, e che magari mi sembra mettere in questione un’intera generazione di narratori, che magari mi sembra mettere in questione cinquant’anni di discorsi (letterari, giornalistici, politici, massmediatici) su che cosa sia questa Italia che ferocemente amo”. Bene. Vorrei saperne di più. Da chi l’ha letto. Chi l’ha letto? Mozzi, Genna, Casadei, Giovanni… E magari vorrei saperne di più da chi l’ha scritto.
Posted by: Tiziana at 24.02.04 12:49Caro Giuseppe, non ho mica sostenuto che tu neghi la libertà degli altri di esprimersi...non avrei neanche detto che la limiti! Le tue argomentazioni sono sovente convincenti e, in ogni caso, fanno riflettere. Io non intervengo quasi mai (e oggi non so che mi è preso), e mi piace e mi serve parecchio ascoltare la parola scritta. Quelle tue, di parole scritte, fanno riflettere.
In questo caso, semplicemente, l'impostazione secondo cui l'opinione di Genna andrebbe presa come tale mi pareva così lapalissiana da negare (quella specifica impostazione) la capacità di chi legge di comportarsi esattamente in quella maniera. Mi esprimo male, lo sento. Provo a fare un'analogia, anche se magari faccio peggio: se guardo il TG1 di Mimun, in genere la sua impostazione mi fa schifo. Non condivido nulla di quell'impostazione, della maniera di dare/non dare le notizie, della poco sottile arte del sottacere e dell'enfatizzare ad uso e consumo dell'azionista cavaliere di riferimento. Però lo so che è Mimun. Però lo guardo lo stesso. So che è la sua opinione, ne faccio quel che credo. Perchè mi serve anche quella.
Allora dico: perchè enfatizzare gli aspetti "pubblicitari" degli scritti di Genna come se da quelli dipendessero i percorsi di milioni di discepoli adoranti pronti a spendere qualsiasi cifra pur di acquistarsi ciò che il profeta descrive come capolavoro? Per Genna, quello è un capolavoro. Quando sapremo di più sul libro in questione, decideremo come utilizzare l'informazione di Genna e le altre che, intanto, avremo raccolto e annusato e mangiato. Tutto qui.
Pacem in terris. Decisamente apprezzo quello che scrivi e soprattutto come. E apprezzo anche il tuo spirito polemico, anche se neghi di possederne... :-)
Con stima,
gm
Posted by: giuseppe mauro at 24.02.04 13:01Genna, prima che ti incazzi come una iena, non avevo nessuna intenzione di paragonarti a Mimun, ok???
:-)
Posted by: giuseppe mauro at 24.02.04 13:03Il Sig. Iannozzi è sempre un grande. Condivido pienamente i dubbi e le perplessità che il Sig. Iannozzi ha espresso nei commenti.
Mio consiglio è anche di leggere suoi racconti: alcuni sono davvero eccezionali.
Gianni De Michele
Posted by: Gianni De Michele at 24.02.04 14:40Che dire?
Chi dei presenti, diciamo 7-8 anni fa, frequentava qualche newsgroup? C'erano delle parole fatte apposta per quel che succede regolarmente anche nei commenti dei blog: flame, flamewar, troll, etc. (troll qua non ne vedo)
Comunque, sono d'accordo con gm: difficile pensare che dal basso altare de I Miserabili si possano smuovere tanti lettori, come pure da qua, dove in fondo girano sempre gli stessi frequentatori.
Io leggo abbastanza e nelle mie scelte uso anche voci che sento (a volte però è solo un bel titolo o una bella copertina). Tra le voci, gli amici P. e S., le rare volte che riesco a vederlo M., e, sì, ormai e sempre di più anche qualche blog. Incluso questo e i Miserabili.
Di Mozzi mi fido abbastanza: di cose che gli sono girate per le mani ho letto almeno Trevisan, i cui Quindicimila passi mi sono piaciuti molto, e Avoledo, che mi diverte/appassiona. Ah, anche Garlini (che però ho letto per altre ragioni). E sono distanti come modi e genere, il che aumenta la mia fiducia.
Di Genna mi fido in modo strano: preferisco leggere il suo parere dopo aver letto un libro. Per dire, mi ha fatto ripensare ad Eugenides ed in genere agli americani giovani con un paio di articoli molto interessanti; ma se li avessi letti prima, magari non avrei letto Middlesex che rimane molto bello. Ha una specie di microscopio dentro gli occhi, probabilmente.
Nel mio post avevo deviato su Moresco, il quale è trattato da capolavoro da diverse voci di cui mi fido, tanto che finisco per dubitare di me.
Questo per dire che in generale mi crea diffidenza sentire parlare di capolavoro, però molta di più se viene detto al TG1 o ripetuto troppe volte, e io lettore sono importantissimo, ma per il mio bene ogni tanto non ho l'ultima parola.
I post sul capolavoro misterioso li avevo solo iniziati a leggere quando sono usciti o poco dopo, però li avevo presi per un gioco simile a quando alla mia compagna, che mi chiede cosa sto facendo da mangiare, rispondo 'non te lo dico', e poi comincio a stuzzicare con mezze parole, finte, etc. Tutto qua. Del resto, siamo in casa d'altri. Se il padrone non mi vuole dire cosa c'è per cena, sto al gioco o esco.
Cercherò di rispondere a Tutti/e con un solo commento, onde evitare di invadere troppo la casa del sempre gentile, e comprensivo, Giulio Mozzi.
Allora, Cara Tiziana, come ho già espresso, il problema è che, a mio giudizio, parlare troppo del Capolavoro Misterioso puo' solo fare danno all'Autore. Anche queste nostre discussioni, mi rendo conto che sono abbastanza sterili. Stiamo ragionando su di un libro che non abbiamo letto, neanche uno stralcio minimo. Tutto quello che sappiamo è perché Genna ne ha parlato e anche Giulio Mozzi. Ma sono solo accenni, molto vaghi, e che, nonostante ciò, hanno comunque suscitato un mezzo flame. L'invito di poter visionare uno stralcio del lavoro di Leonardo Colombati mi sembra sia stato fatto da più persone: chiaramente, ci tengo a sottolinearlo, non è un invito imperativo. Ma, sicuramente, sarebbe gradito a questo punto leggere almeno due righe per tutti quei motivi che sono stati esposti in questa sede e che mi sembrano essere importanti e, forse, non procrastinabili. Il parere di chi l'ha letto, l'abbiamo avuto su "I Miserabili", ma anche qui, in casa di Giulio Mozzi. Io ho stima di Genna, Umberto Casadei, ecc. ecc., ma purtroppo, perdonate lo scetticismo, la mia stima non puo' essere cieca, completamente: perché una critica sia seria, sono dell'opinione che debba essere confrontata con tante e tante critiche positive e negative. Per il momento cio' non è possibile: quando il libro sarà in libreria, e sarà stato letto da una buona cerchia di persone, allora si potrà criticarlo in positivo e in negativo se necessario. Per ora, la mia critica è stata contro quella che a me è parsa una pubblicità-recensione-critica su un libro che ancora non è in circolazione. Ma in merito a cio' ho già detto, ampiamente. Grazie cara Tiziana per l'attenzione: fa piacere sapere che non sono il solo a nutrire la paura che si stia (involontariamente) arrecando danno all'Autore.
Un caro saluto.
Rispondendo al caro Giuseppe Mauro, mi fa piacere che ci siamo incontrati e che le nostre opinioni non sono state travisate: capisco bene cosa intendi dire attraverso la tua analogia, e mi posso dichiarare d'accordo. A questo punto non possiamo fare altro che aspettare e riservarci di commentare (ulteriormente, se sarà il caso) le opinioni avanzate da Giuseppe Genna quando il libro sarà in libreria. Per Giuseppe Genna è un capolavoro il romanzo di Colombati: accetto la sua opinione e spero, sinceramente, che sia solo una opinione e non una critica letteraria o para-qualcosa. Ad ogni modo, quando avremo anche noi comuni mortali (!) la possibilità di leggere il presunto capolavoro, forse daremo ragione a Genna, o forse lo smentiremo dichiarandoci in disaccordo con l'opinione da lui avanzata. Io spero che, a questo punto, ci sia la possibilità di leggere almeno un incipit di questo presunto capolavoro. E' un desiderio, non è in declinazione imperativa, ma ripeto che sarebbe assai utile. Quindi caro Giuseppe Mauro, Pacem in terris: ti ringrazio per l'attenzione e gli apprezzamenti che sento essere sinceri. A proposito del mio spirito polemico, mi auguro sia costruttivo, ma non ci metto la mano sul fuoco...
Con uguale stima, caro Giuseppe Mauro ti saluto.
Rispondendo brevemente al gentile Gianni De Michele, ho già detto circa il caso del Capolavoro misterioso, e tu, mi par di capire, appoggi le mie perplessità. Ti ringrazio anche, imbarazzatissimo, per i complimenti ai miei racconti. Fa sempre piacere essere apprezzati anche come scrittori. Spero continuerai a seguirmi... Immagino che tu sappia bene dove è la mia casa.
A Tutti/e, porgo i miei più umili e sinceri saluti,
Giuseppe Iannozzi
P.S.: Per me il caso "Capolavoro Misterioso" si chiude qui, tranne nel caso ci siano ulteriori sviluppi rilevanti, importanti.
Posted by: Giuseppe Iannozzi at 24.02.04 22:32Care voi, cari voi. Per quanto mi riguarda, non mi pare il caso di mettere nel web "uno stralcio" o l'incipit del libro in questione. Semplicemente perché il libro è fatto in modo tale, che da "uno stralcio" o dall'incipit non credo ci si possa rendere conto di che cosa sia. E oltretutto deve ancora cominciare il normale percorso editoriale (discussione, edizione, redazione ecc.). Se Leonardo è di un'opinione diversa, mi faccia sapere. *** Quanto al parlar troppo del libro, che potrebbe arrecare danno all'autore, non sono d'accordo. Ma comunque la mia intenzione era, con questa pagina di diario, di spiegare le ragioni della mia gioia e stop; del libro si riparlerà a suo tempo. *** Giuseppe Iannozzi scrive: "Perché una critica sia seria" ecc. Ma una pagina di diario non è un atto critico. E' una pagina di diario.
Posted by: giuliomozzi at 25.02.04 09:55Caro Mozzi,
ho letto da poco "Fiction" ed è la prima volta che entro nel suo sito. Leggo del "Capolavoro Misterioso", vado ai commenti e mi sorge spontanea la domanda: ma questo è il sito di Mozzi o di Iannuzzi? Come mai, se a questo Iannuzzi l'operazione Genna/Mozzi non piace, continua a scriverne, finendo per autonominarsi tenutario di una rubrica per (contro) il romanzo in questione?
Se non avessi trovato un sito a nome Iannuzzi, avrei pensato che sotto questo nome si celasse lei stesso, caro Mozzi, nelle vesti di una sorta di Avvocato del Diavolo. Ma evidentemente non è così. La realtà è molto + ovvia: Iannuzzi si fa pubblicità sparando a zero contro una presunta (e smentita) pubblicità.
Non leggerò i racconti di Iannuzzi. Leggerò il libro di Colombati, invece, quando uscirà. E sa perchè? Dall'idea che mi sono fatto di lei, leggendo i suoi racconti e il suo diario, non mi sembra proprio che lei sia il tipo da organizzare astute e malandrine campagne promozionali. E così non mi rimane altro che pensare che c'è un bravo scrittore - lei - che ha trovato un bel libro.
Io non credo che il "tram tram" (come qualcuno l'ha chiamato, con un paio di stanghette di troppo)farà male a Colombati: forse il suo romanzo non sarà letto da Iannuzzi - il che non è necessariamente negativo.
E nemmeno credo che il tram tram debba esaurirsi in qualche commento rancoroso. Come contate di andare avanti nello spiegarci cosa ci attende? Al di là dei giudizi anche negativi sul "caso", mi pare chiaro che la cosa ha suscitato curiosità e interesse.
Fernando
Posted by: Fernando at 26.02.04 11:51Andando avanti di questo passo, lo scrittore dovrà preoccuparsi prima di tutto di essere un esperto di marketing.
Posted by: Paolo Bonolis at 26.02.04 12:45Lei, Signor Fernando, uno, è "GRANDEMENTE BASSAMENTE" maleducato, ma questo è un dato di fatto che si estrapola semplicemente dalle sue paroline mielose scevre anche, e solo, di un presentimento critico inventato; due, come si permette di storpiare il mio cognome? Le farebbe piacere se La chiamassi Fernandu? Non credo. Ma questi sono appunti, quasi raccomandate senza ricevuta di ritorno. Spero che Lei, nella sua arroganza paracritica, per non dire lecchinaGGine oltremodo ostentata, riesca a comprendere bene il senso della mia rabbia. Stiamo scadendo nella volgarità, ma prima ci è caduto Lei. Se mi si attacca gratuitamente, mi dispiace per Lei, ma si deve anche prevedere che non me ne starò a subire passivamente insulti, perché io, c'ho il vizio sano e giusto di non porgere l'altra guancia. Allora, se Lei vuole leggere, legga pure quello che vuole, ma abbia almeno minimo coraggio di non avanzare insulti in casa di Mozzi addosso a ME, per ostentata vigliaccheria. Venga, venga in casa mia e l'accolgo a dovere, come merita. Allora, Lei che non è né avvocato del Diavolo, né attento lettore, né attento commentatore, e non è neanche uno stinco di santo, nemmeno una tentazione di Sant'Antonio: farebbe bene a pesare bene le sue parole ignominose e i suoi, personalissimi, giudizi sfiatati da Spiritoso Santarello. Iannozzi non si fa pubblicità, non ne ha bisogno, signor Fernando. Iannozzi non ha proprio bisogno di una macabra pubblicità. Ho espresso la mia opinione, ma Lei non l'ha compresa, o, meglio, ha preferito non vederla affatto. Nella mia grandezza piccola, ho il mio sito, e lì preferirei di gran lunga che i miei detrattori avessero coraggio di arrivare invece di rifugiarsi in casa di Giulio Mozzi esponendo così al pubblico tutta la loro vigliaccheria.
Le espongo tutti i miei più sinceri complimenti per l'alta bassezza di cui è stato capace rifugiandosi qui, per la vigliaccheria acritica che ha dimostrato senza ombra di dubbio alcuno a Tutti/e. Non mi legga: fa solo bene. Non ho, e non abbiamo bisogno, di gente come Lei a fare bar nel mio/nostro sito.
Per Lei, spiacente, nessun saluto cordiale, neanche per obbedire a una qualsiasi forma di cordialità o etichetta.
Sinceramente spero di non incontrarla più, per nessun motivo e occasione.
Giuseppe Iannozzi
Posted by: Giuseppe Iannozzi at 26.02.04 13:49Caro Iannozzi, mi devo davvero scusare con lei per aver storpiato il suo nome. È stata una semplice svista e non mi sembra il caso poi di prendersela così tanto.
Quanto agli insulti, mi deve spiegare dove sono. Riferendomi a lei ho solo detto che mi pare strano uno che per dieci volte ci tiene a farci sapere che il caso misterioso non l’appassiona. E ho anche aggiunto che lei si fa pubblicità sparando a zero contro una presunta (e smentità) pubblicità. È un giudizio (contestabile), e non un insulto. Infine ho dichiarato di non aver voglia di leggere i suoi racconti e che se lei non leggerà il libro di Colombati, quest’ultimo non si dovrà per questo strappare i capelli. Allora, come la mettiamo: DOVE SONO GLI INSULTI?
Forse, cercando bene, questi si possono trovare: nelle cose che ha scritto lei. Lei mi ha dato del maleducato. Ha stabilito che ciò che ho scritto sono “paroline mielose”, “arroganza paracritica”, “ostentata vigliaccheria”, “parole ignominose”, “alta bassezza”, ecc. E poi, “lecchinaGGine oltremodo ostentata”. Con quelle due G maiuscole lei vuole alludere a Giuseppe Genna e a Giulio Mozzi. Il mio leccaculismo nei confronti di Genna non ha alcuna pezza d’appoggio. Quanto a quello nei confronti di Mozzi, ho solo scritto: “Dall’idea che mi sono fatto di lei (Mozzi), leggendo i suoi racconti e il suo diario, non mi sembra proprio che lei sia il tipo da organizzare astute e malandrine campagne promozionali. E così non mi rimane altro che pensare che c’è un bravo scrittore – lei – che ha trovato un bel libro”. Ora, se per lei è leccaculismo dire che Mozzi è uno scrittore che mi piace e che non credo che sia un astuto mercante, significa che un onesto critico come lei pensa tutto il contrario. E la cosa mi sembra strana visto che lei visita così spesso il sito di Mozzi (da lei definito ospite “sempre gentile, e comprensivo”), e dunque presumo non lo faccia per masochismo ma con ammirazione. Peraltro la sua ammirazione (un altro caso di leccaculismo, se dovessimo applicare la sua scala di valori) nei confronti di Mozzi, anche in quanto editor, è stata esplicita (“sospetta”, direbbe lei). Non ha forse scritto che l’Editore (Sironi) “ha dimostrato grande coraggio nel prendere decisione di pubblicare un lavoro che par essere davvero molto complesso”?.
Mi creda, se lei vuole continuare a discettare di libri, presunti capolavori, giudizi critici, opinioni altrui, deve arrendersi al fatto – naturale – che un critico possa essere criticato. Perché inalberarsi? I suoi commenti sul caso in questione sono articolati, a tratti polemici, complessi: ne condivido alcuni spunti, per altri sono scettico. Ciò che non mi ha convinto, in essi, è che ogni tanto lei si premura di avvisarci: “C’ho altro a cui badare”. E si capisce, invece, che non è vero. Lei è rimasto colpito da questa storia, e io credo che farebbe bene a spiegarci perché, invece che sprecare alcune righe dei suoi commenti nel tentativo di prendere le distanze, di fare quello che storce il naso… Non pensa? Perché se no, se si dovesse credere che a lei del Fottuto Capolavoro non importa niente, allora bisognerebbe pensare che il suo sia soltanto uno sfoggio autocompiaciuto e il Caso in questione solo un pretesto per far la ruota e schermirsi dei complimenti che ha ricevuto sulle cose che scrive. Io non credo a quest’ultima ipotesi (anche se l’ho adombrata nel mio precedente commento; l’ho fatto, mi creda, per provocazione, perché lei potesse rispondermi: no non è vero, sono qui a scrivere del caso Genna/Mozzi/Colombati perché mi ha attratto per questo e quest’altro motivo. E invece lei s’è fatto prendere dalla “pancia” e s’è perduto).
Ma se vuole continuare a convincersi che io sono uno stronzo e che ce l’ho con lei, padronissimo.
Io, comunque, la saluto cordialmente, e la invito ad esigere da se stesso la stessa pazienza che altri (non me solo) hanno avuto nel rispondere alle sue legittime critiche.
Fernandu
Caro Fernando, prima di tutto Iannuzzi si chiama Iannozzi (o almeno credo). Secondo, poi, questo posto, dove anche tu hai scritto, è un posto libero. Libertà vuol dire poter parlare male di Iannozzi (o Iannuzzi) così come parlare male di Genna che ha parlato bene di Colombati. Poi c’è la verità. E la verità è che io (come credo anche Iannozzi) ameremmo parlare male di Colombati… Niente di personale per carità. Vorremmo parlarne male come protagonista di un caso che ci insospettisce. Ma non possiamo perché Colombati non si svela e Mozzi ce lo nasconde (e qui c’è puzza di Pynchon alle vongole). Allora, caro Fernando, liberissimo di non leggere i racconti di Iannozzi e di attendere “l’Uomo della Provvidenza” (come dice Genna). Anch’io non muoio dalla voglia di leggere i racconti di Iannozzi, anch’io aspetto al varco il Capolavoro Misterioso. Però c’è un fatto: Iannozzi esiste (da qualche parte), Colombati no.
E quanto a Giulio, sono del tutto d’accordo sul fatto che non è pensabile che si sia invischiato in questa storia per “organizzare astute e malandrine campagne promozionali”. Anche perché, con tutto il rispetto, al di fuori del tandem Genna-Mozzi, non mi pare che l’argomento sia stato trattato né minimamente accennato. Però non si può dire che un giudizio di uno scrittore su un libro non sia un atto critico solo perché tale giudizio è stato dato all’interno di un diario. Ma che vuol dire…
Tiziana
Posted by: tiziana at 26.02.04 16:04Scusate se mi intrometto per far notare una cosina: il povero Colombati non ha ancora fatto MEZZO PASSO ed è già considerato uno che è partito con il piede sbagliato... Tutta la mia solidarietà a lui, e un saluto carissimo a Giulio.
Posted by: Tiziano Scarpa at 26.02.04 16:30sinceramente, mi sarebbe piaciuto molto partire con il suo stesso piede...
Posted by: giuseppe mauro at 26.02.04 17:01Citando Francesco De Gregori:
Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi:
la locomotiva ha la strada segnata,
il bufalo può scartare di lato e cadere.
Questo decise la sorte del bufalo,
l'avvenire dei miei baffi e il mio mestiere.
Ora ti voglio dire: c'è chi uccide per rubare
e c'è chi uccide per amore,
il cacciatore uccide sempre per giocare,
io uccidevo per essere il migliore.
Mio padre guardiano di mucche,
mia madre una contadina.
Io, unico figlio biondo quasi come Gesù,
avevo pochi anni e vent'anni sembran pochi,
poi ti volti a guardarli e non li trovi più.
E mi ricordo infatti di un pomeriggio triste,
io, col mio amico 'Culo di gomma', famoso meccanico,
sul ciglio di una strada a contemplare l'America,
diminuzione dei cavalli, aumento dell'ottimismo.
Mi presentarono i miei cinquant'anni
e un contratto col circo "Pacebbeene" a girare l'Europa.
E firmai, col mio nome e firmai,
e il mio nome era Bufalo Bill.
Questo posto è troppa folla.
Riparo altrove. Buon divertimento, bar, o quel che sia.
Giuseppe Iannozzi
Posted by: Giuseppe Iannozzi at 26.02.04 17:40...e ci lasci così? Senza neanche un pensiero per Tutti/e? :-(
Posted by: un fan at 26.02.04 18:03Gentile Tiziano Scarpa, io credo invece, al contrario, che centinaia di scrittori esordienti farebbero a botte per avere e/o gustarsi un debutto del genere, altro che...
Posted by: Fabio Ciofi at 27.02.04 00:30Gentile Signor Fernando Fernandu, le confiderò: io pure avrei voluto alla mia prima venuta in questo sito legger qualche cosa del blogger Mozzi ed aver così chiare, fresche, dolci acque come le sue intorno allo Iannozzi Iannuzzi. Cordialmente ecc. ecc. Anonima Sequestrata
Posted by: Anonima Sequestrata at 27.02.04 01:10Ha ragione chi osserva che dinamiche antiargomentative come quella che si è sviluppata qui sono bennote a coloro che frequentano la Rete dai tempi delle BBS. Mi limito a osservare una banalità, che eventualmente rilancia il discorso che incombeva dietro le parole spese da me intorno a una lettura privata fatta in pubblico, quella dell'iper-romanzo di Colombati: che cosa ci attendiamo dalla letteratura? E, poiché leggiamo in italiano anche, essendo noi italiani, che cosa ci attendiamo dalla letteratura italiana che si sta facendo in questi anni? Per come sento io la questione, si tratta di buttarci tutto l'impegno possibile, aggratis, pur di dare spazio a voci, stili, idee, strutture e suggestioni che emergono via via e definiscono il presente in cui vivo e/o viviamo. Per questo scriviamo pagine di diario o ipostasi personalissime, su un mezzo aggratis come è questo: perché l'amore è aggratis e non di meno concreto e reale. E io, la letteratura e la mia lingua, la amo visceralmente. Non è quindi affare di promozione, bensì di spesa gratuita, di sé per sé e per gli altri. Valga, ciò, anche per le critiche, esattamente quanto vale per le stroncature che inevitabilmente giungono se e quando pubblico un libro: non centrano l'obbiettivo, poiché l'unica critica da muovere eventualmente e sempre è a mia detta relativa alla mancanza dello spreco di sé in rapporto col mondo; e però centrano l'obbiettivo, perché toccano l'"io" piccolino e ci fanno accedere all'"Io" più vasto e misterioso come un capolavoro.
Posted by: giuseppe genna at 27.02.04 13:34Facciamo un po’ d’investigazione alla Holmes. Cosa sappiamo del “Capolavoro Misterioso”? Gli indizi ci sono, seppure radi. Nel primo dei suoi interventi, Genna ci dice che il libro è una riproduzione perfetta di un Capolavoro di Pynchon. E aggiunge: Trattasi di opera, anche quantitativamente, barocca. Da queste informazioni possiamo dedurre che il romanzo sia riconducibile ad uno dei tre libri maggiori di Pynchon: V., L’arcobaleno della gravità e Mason & Dixon. Se prendiamo come ulteriore riferimento l’immagine che Genna ha apposto alle sue glosse, e cioè una foto di Pynchon accanto ad un simbolo cabalistico, potremmo concludere che il modello sia L’arcobaleno della gravità, perché è l’unico libro di Pynchon dove è esplicito il rimando alla Cabala.
Ancora, Genna ci dice che lo schema del Capolavoro è un labirinto e che il misterioso autore fa una cosa pazzesca: mi fornisce più mappe del labirinto. Questo significa: le pareti del labrinito si muovono. Il labirinto pare essere Roma. Ce lo dice Mozzi: È un romanzo ambientato a Roma. È un romanzo grosso, al centro del quale sembra esserci un tale che vuole fare, di Roma, una pianta topografica in scala uno a uno. L’impressione è che il romanzo stesso ambisca a essere una sorta di pianta topografica di Roma in scala uno a uno.
Altri indizi: Genna ci fa sapere che la madre del narratore è morta in un’agonia dolorosissima e lui ha retto alla situazione con un’umanità insieme ferma e pietosa che, siete sicuri, voi non riuscirete mai a emulare. Ancora ci dice che nel libro ci sono certi televisori antichi e statue che parlano (sulle statue dialoganti, si sofferma, per un attimo anche Mozzi). Per ultimo, Mozzi ci dice che il libro contiene carte topografiche, gambe perdute e ritrovate all’obitorio, giapponesi perversi e che al testo sono affiancate note dottissime e sospette. Anche Casadei conferma l’esistenza delle note, delle quali ha lette quelle relative al primo capitolo: Mi sto divertendo un casino. È impressionante.
Tutto qui. Altro non sappiamo, se non che il romanzo è complesso e difficilissimo. Genna parla di malloppo abnorme, opus magnum, romanzone, apparizione letteraria sconvolgente, scrittura che mi mette fuorigioco. Mozzi puntualizza che il il romanzo è grosso. Non grossissimo, ma sì: grosso. Poi ammette: Mentre leggo mi pare di non capire quasi nulla. Il romanzo non è un romanzo normale. In Sironi tutti provano a leggerlo e ne rimangono sconcertati. Secondo Casadei il problema è che non si capisce un cazzo; tocca tornare indietro e rileggere due o tre volte. Poi si entra dentro all’andatura e si comincia a capire di cosa l’autore parla. Alla fine Mozzi si sbilancia stabilendo che il Capolavoro Misterioso metterà forse in questione un’intera generazione di narratori. Di diverso avviso Giovanni (uno dei pochi, oltre a Mozzi e a Genna, che hanno letto), secondo il quale il libro non è niente di che.
Conclusa la mia ricognizione, mi accorgo che più che a Holmes somiglio a Watson, perché da queste informazioni non riesco a cavare molto. Ancora non so immaginare che cosa questo libro sia, di che cosa parla. Sherlock: se ci sei, batti un colpo!
Cara Tiziana-Sherlock: qualche informazioncella sul Leonardo Colombati, poi, volendo, si ricava anche dai motori di ricerca...
Posted by: giuliomozzi at 29.02.04 23:26Vero, Signora Tiziana. Su google: digiti la parola “capolavoro” e “Leonardo Colombari”, non le usciranno opere di Dante Alighieri o Leonardo da Vinci, le uscirà www. giuliomozzi.com, che è il rimando a un blogger che appunto si chiama Giulio, Giulio Mozzi, il quale parla di tal Colombari. Così va talvolta il mondo di internet e quello letterario. Cordialmente, Anonima Sequestrata
Posted by: Anonima Sequestrata at 02.03.04 18:22