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20.02.04

Parenti

Bologna. Mezzogiorno. Esco dall’ufficio. La parte di riunione che mi riguarda è terminata. Devo prendere l’interregionale per Venezia a mezzogiorno e cinquantatre. Alle tre devo essere al liceo “Franchetti” di Mestre.
La fermata è subito sotto l’ufficio. Il bus da prendere è il 30.
Per terra ci sono quattro dita di neve.
Aspetto.
Accendo una sigaretta.
Passa un bus: il 38. Non è il mio.
Arriva una signora piccola.
La signora piccola guarda gli orari.
Nelle fermate dei bus di Bologna ci sono dei display. Il display ti dice a che ora arriveranno i prossimi bus, quanti minuti bisogna aspettare perché arrivi il prossimo bus (il prossimo 38, il prossimo 30).
La signora piccola tira fuori una sigaretta.
Fruga nella borsa.
“Mi darebbe da accendere?”, dice.
Le passo l’accendino.
La signora piccola accende la sigaretta, mi restituisce l’accendino.
“Ha mica visto passare il 30?”, dice.
“No”, dico. “Lo sto aspettando. Devo andare in stazione”.
“Anch’io devo andare in stazione”, dice la signora piccola.
“Autobus 30 ore 12.16”, dice il display.
Guardo l’orologio. E’ mezzogiorno e dieci.
“Arriva tra dieci minuti”, dico.
“Speriamo”, dice la signora piccola. “Devo andare a Faenza”.
Aspettiamo in silenzio.
Passa un 38.
Aspettiamo.
“Con tutta questa neve”, dice la signora piccola, “saranno in ritardo”.
“Speriamo di no”, dico.
Aspettiamo.
Arrivano le 12.16.
Passano le 12.16.
Il display dice: “Autobus 30, 9 minuti di attesa”.
“E’ in ritardo di dieci minuti”, dico.
“Devo prendere il treno”, dice la signora.
Decido di chiamare un taxi. Un paio d’ore fa, in stazione, per i taxi c’era una coda lunga trenta metri. Non è dettto che trovo un taxi, penso.
Chiamo.
Mi mettono in attesa.
Dopo due minuti mi dicono: “Modena 7, tre minuti”.
Dico: “Grazie”.
Dico alla signora piccola: “Se deve andare in stazione, può venire con me”.
La signora piccola mi guarda.
“Ho chiamato un taxi”, dico. “Se vuole venire con me, io vado in stazione. Non le costa nulla”.
“Non si disturbi”, dice la signora piccola.
“Non le chiedo niente”, dico. “Tanto i soldi li spendo lo stesso”.
La signora piccola non dice niente.
Aspettiamo.
Arriva il taxi.
“Salga”, dico alla signora piccola, aprendo la portiera dalla parte del marciapiede.
“Grazie”, dice.
Io salgo dall’altra parte. Partiamo.
“Non se ne trova tanta”, dice la signora piccola, “di gente come lei”.
“Si figuri”, dico.
“Lei è veneto?”, dice la signora piccola.
“Abito a Padova”, dico.
“Io ho abitato a Vicenza, fino a tredici anni”, dice.
“Io sono nato in provincia di Vicenza”, dico.
“Conosce Vicenza”, dice.
“Abbastanza”, dico.
“Abitavamo al Ponte degli Angeli”, dice.
“Conosco”, dico.
“Ci sono ancora lì tutti i miei cugini”, dice.
“Va a trovarli spesso?”, dico.
Intanto il taxi viaggia.
“Ogni tanto”, dice. “Ma è una sfacchinata”.
“Eh sì”, dico. “Deve salire a Padova e cambiare”.
“Già”, dice.
Stiamo in silenzio.
“Avevano una pasticceria, i miei cugini”, dice la signora piccola.
“E adesso?”, dico.
“Si sono messi in pensione”, dice.
“Che pasticceria era?”, dico.
Mi dice dov’era la pasticceria dei cugini, e dov’era il bar dell’altro cugino.
“Curioso”, dico. “Mia sorella, a Vicenza, ha sposato un uomo che appartiene a una dinastia di pasticceri”.
“Curioso”, dice.
“Come si chiamano i suoi cugini?”, dico.
Me lo dice.
“Mio cognato invece si chiama”, dico, e le dico come si chiama.
“Ah sì”, dice. “La pasticceria in Piazza dei Signori”.
“Lo conosce?”, dico.
“No”, dice. “Ma mio zio, quando doveva fare dei banchetti o dei buffet grandi, delle volte si metteva d’accordo”.
“Davvero?”, dico.
“Sì”, dice. “E delle volte si trovavano a giocare a carte”.
“In somma”, dico. “Alla fin fine siamo quasi parenti”.
La signora piccola ride.
“Se ne trovano poche”, dice, “di persone come lei”.
“La verità è”, dico abbassando la voce, “che la ho fatta salire su questo taxi allo scopo di rapinarla”.
La signora piccola ride.
“Non rida”, dice il tassista. “Adesso ci fermiamo e la leghiamo come un salame”.
La signora piccola ride di più.
“Non è possibile”, dico. “Non si può più fare una rapina seria”.
Il tassista ride.
“Dovremo esserci quasi”, dice la signora piccola.
“Dice?”, dico.
“Eh sì”, dice il tassista.
Svoltiamo a destra, e la stazione è lì.
Il tassista fa il percorso obbligato per i taxi, e poi si ferma.
“Allora la saluto”, dice la signora piccola.
“Arrivederci”, dico.
“Arrivederci”, dice.
“Quant’è?”, dico al tassista.
“Otto euro e dieci”, dice.
Pago.
Corro nell’atrio.
Mi fiondo alla macchinetta automatica per i biglietti che mi sembra avere meno coda. Sto in coda cinque minuti. Faccio il biglietto.
Corro al binario 8. Il treno è lì.
Salgo. Metto il cappotto sulla reticella.
Il treno parte.
Alle due e quarantasei, puntualissimo, scendo a Mestre.

Posted by giuliomozzi at 20.02.04 23:56 | TrackBack
Comments

Grazie Giulio, ho rivisto mia nonna su quel taxi: sensazione piacevole, anzichenò.

Posted by: alessiob at 21.02.04 03:51

il punto, la zona "sospesa" e' la battuta di "asseverazione ludica" del tassista. Bravo. Anche a me piace, provocando spiazzamento e/o improvvise complicità creare di queste gags fra stupiti clienti, inconsapevoli compagni d'attesa (sale mediche, autobus, code al supermercato). Con in piu' la sadica curiosita' di "testare" la dispobilita', l'attitudine al surreale, dei compagni d'avventura. Simpatica 'sta cosa.

Posted by: cletus at 21.02.04 07:21

Perfetto esempio di dialogo tedioso/spaccapalle.

Posted by: Silly Boy at 21.02.04 08:31

Esempio di dialogo. Che sa di "vero".

Posted by: remo b. at 21.02.04 13:01

Ciao Giulio, io andavo al Franchetti di Mestre, cosa andavi a fare, se posso chiedertelo, proprio lì?

Posted by: Scara916 at 21.02.04 13:20

Scusa, ho visto ora la "presentazione" della tua settimana.. devo mettere un po' d'ordine nel modo in cui leggo il tuo blog. Ma, alla fine è impossibile. Non è come un libro.

Posted by: Scara916 at 21.02.04 13:24

Ricorda le storie di Jiro Taniguchi

Posted by: Antonio at 21.02.04 20:31

sa signor Mozzi “Non se ne trova tanta”, dice la voce fuori campo piccola, “di gente come lei”. sì sa di vero. :) a presto s.

Posted by: s. at 21.02.04 23:30

Bù.

Posted by: Lu quella del diariodilu at 22.02.04 15:21

Facendo un po' di calcoli inutili,a roma ieri sera pioveva già da 43 ore. io ho due esami da preparare, con la scusa della pioggia mi sono convinto che era meglio non uscire. potrei ammalarmi, pensavo giustamente.
stamattina non è stata la sveglia. non è stato il bip bip bip e nemmeno il buz buz buz. Era programmata, la sveglia intendo, per le otto e trenta. Alle sette in vece della sveglia mi hanno svegliato i martelli dei muratori rumeni clandestini. Salgono e scendono dalle impalcature alte dieci piani come fossero... Oggi tocca a me, sentirli tutto il giorno. Giovedì ho due esami, contemporaneamente.
"Scusate volete un caffè?" chiedo
"Magari!" con la g accentuata come i russi e tutti gli europei dell'est.
"Arriva il caffè!" grido
Dopo 5 minuti su un vassoio, tazze e piattini, qualche biscotto: un caffè sull'impalcature è come un thè nel deserto.
"Che studi?" mi fa il tipo coi baffi
"Comunicazione"
"Ah!" fa la faccia di uno che capisce quel che dico ma tanto lo so che non ha capito un cazzo
"Vuoi una sigaretta?" mi chiede
"Eh sì. Sì, grazie le ho finite ieri sera e grazie per la sveglia... ho due esami da fare per giovedi"
"Ah... facciamo il pianerottolo sotto, per non rompere palle!"
"Eh... magaaaari!" credevo che non capiva invece capisce benissimo anche le cose sottointese.
"Ok..." e se ne va più giù
Io rientro a studiare, e loro a lavorare. Più tardi pausa sigaretta.

Posted by: martin at 22.02.04 15:27

potresti scrivere sceneggiature per il cinema

Posted by: fatico at 22.02.04 18:41


hmm...:?

Posted by: Meridian at 16.08.05 19:02

hmm...:?

Posted by: watch me at 31.08.05 23:13

really? is that it? :)

Posted by: nu to the net at 03.09.05 09:40
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