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BlogNation
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29.02.04

Bene

Bene. A quanto pare, sono arrivati a casa sani e salvi - nonostante la neve e il resto - tutti i coraggiosi che hanno partecipato alle tre giornate di Tortona (organizzate da Marco Candida, oggi tra l’altro al suo ultimo giorno in Pordenonelegge).
C’erano, tra gli altri: Cletus, Grande Taxi Giallo, Marziller, due Frenuli a Mano, una massaia. Nonché Toni, Giuseppe, Giuseppe, Francesco, Marco, Ivano, Martino, Silvana, Maria Teresa, Paola, Alberto, Diego.
Quanto a me, sono stato bene. E ho viaggiato, oggi, benissimo. Saltabeccando di treno in treno - treni in ritardo di due, di tre, di otto ore - sono partito esattamente all’ora prevista e sono arrivato esattamente all’ora prevista.
Il caso mi è favorevole.

Posted by giuliomozzi at 20:21 | Comments (3) | TrackBack

25.02.04

In viaggio

Care voi, cari voi. Domattina parto per Milano. Poi viro su Tortona. Rientro domenica. Porto con me l’ufficio portatile, ma non so bene se e quanto e come ci sarò (qui, nel web). Saluti.

Posted by giuliomozzi at 20:11 | Comments (18) | TrackBack

Dammi spazio

Ho ricevuto in questi giorni il libro Dammi spazio. Giovani scrittori raccontano, pref. di Gordiano Lupi, ed. Il Foglio, pp. 126, 10 euro.
Si tratta del primo volume di una collana che si chiamerà, appunto, “Dammi spazio”; e sarà curata, come questo volume, da Alberto Ghiraldo.
Nella prefazione Gordiano Lupi scrive tra le altre cose:

Diciassette racconti che sono altrettanti modi di vedere la vita e i problemi dei giovani. Diciassette prove letterarie interessanti che vanno a formare un volume di cui andiamo orgogliosi e che cercheremo di promuovere e di far leggere il più possibile. Il futuro della collana “Dammi spazio” dipende molto dal successo di questa antologia e dal modo in cui critica e pubblico l’accoglieranno. Noi, insieme a pochi altri editori mediopiccoli dotati di coraggio e incoscienza, continuiamo a scommettere sulla letteratura e a cercare il nuovo tra i giovani. Tutti gli altri, quelli che dipendono per un motivo o per un altro dall’editore unico nazionale si affidano ai comici di successo, ai giorgiofaletti di turno o alle memorie di Totti. Noi no. Noi preferiamo ancora la letteratura. E l’andiamo a cercare dove c’è chi la scrive. Sappiamo di non avere amici influenti che scriveranno recensioni entusiaste creando il fenomeno letterario dell’anno. Neppure ci interessa, in fondo. Siamo convinti di praticare una strada difficile, in salita e contro corrente. I nostri autori non avranno mai un passaggio televisivo e un pubblico se lo dovranno conquistare lottando con determinazione. “Dammi spazio” è nata consapevole che sarà tutto molto più difficile che per “Stile Libero” o per “Strade Blu”. Il compito che affidiamo ai lettori è quello di farla sopravvivere.

A me non sembra che tutti i diciassette racconti siano “interessanti”. Uno però mi sembra molto bello: “Vittorio si è scavato una nicchia”, di Gabriele Dadati. E un paio d’altri sono decisamente “interessanti”, “Girasoli marci” di Gianluca Mercadante e “Le orecchie degli altri” di Marco Motta (che produce una discreta e-zine di racconti, Décadance).
Altri racconti mi sembrano così-così, e qualcuno addirittura inconsistente. Ma tant’è. Un testo eccellente e due buoni sono quanto basta per dare validità a un’operazione antologica. Complimenti ad Alberto Ghiraldo.
Un’osservazione: nella sua prefazione Gordiano Lupi prospetta un progetto quasi “sociologico”. “Diciassette racconti che sono altrettanti modi di vedere la vita e i problemi dei giovani”. A me pare che i racconti migliori siano quelli che più si discostano da questa prospettiva.
Dammi spazio è anche un blog: http://www.dammispazio.splinder.it/.
Spero di aver fatti giusti tutti i link, stavolta.

Posted by giuliomozzi at 20:09 | Comments (17) | TrackBack

Monetine

Mezzanotte. Esco di casa per andare a prendere l’Umberto al cinema. Per la strada mi fermerò a comperare le sigarette. Il distributore automatico è all’angolo tra via Cesarotti e via san Francesco.
Arrivo all’angolo.
Davanti al distributore c’è una tipa in bicicletta. La tipa è imbacuccatissima: cappotto imbottito fino ai piedi, berrettone di lana, sciarpona attorno al collo e davanti al viso.
La tipa ha messa la bicicletta di traverso, davanti al distributore, e sta cercando di comperare le sigarette senza scendere. Tenendo la bicicletta tra le gambe si protende tutta verso la fessura delle banconote. Sta cercando di inserire una banconota da dieci euro tutta spiegazzata. Non ci riesce.
“Deve appoggiare la banconota sul margine destro della fessura”, dico.
La tipa mi guarda.
“Non prende le banconote”, dice.
Non dico niente. Sono fatti suoi.
La tipa continua a provarci. Liscia la banconota, raddrizza gli angoli, la incurva leggermente per irrigidirla, e tenta di infilarla appoggiandola sul margine sinistro della fessura. La macchina non la assorbe.
La banconota sfugge dalle mani della tipa. Nel tentativo di prenderla al volo la tipa fa un mezzo passo, si inciampa nella bicicletta che ha tra le gambe, quasi cade.
La tipa si toglie la bicicletta di tra le gambe, la appoggia al muro, si volta, raccoglie la banconota da terra.
Prova ancora a infilarla.
“Non funziona”, dice.
Io non dico niente.
La tipa si fruga in una tasca, tira fuori un portafoglio rosso. E’ una bustina, un sacchettino, chiuso da una zip. Armeggia con la zip. La zip fa resistenza. La tipa fa un tentativo più energico. Il portafoglio le vola via dalle mani, fa un arco, va a cadere nel cestino della bicicletta.
La tipa cerca il portafoglio per terra.
“E’ nel cestino della bicicletta”, dico.
La tipa ci guarda. Riprende il portafoglio.
“Come ha fatto?”, domanda.
Io non dico niente.
Il portafoglio finalmente si apre. La tipa comincia a estrarre delle monetine. Mette mezzo euro, venti centesimi, un altro mezzo euro, dieci centesimi, un euro. L’euro le cade per terra. Lo raccoglie, lo infila nella macchina.
La tipa comincia a premere un po’ di bottoni. Non esce nessun pacchetto.
La tipa ricomincia a frugare nel portafoglio. Tira fuori altre monetine. Le infila. Una monetina da dieci centesime le cade, rotola fino alla mia scarpa destra. La raccolgo e gliela porgo.
“Grazie”, dice la tipa.
Finalmente il totale sul display è: 3.40 euro. La tipa preme il bottone delle Chesterfield. Il pacchetto cade nella vaschetta.
“E il resto?”, dice la tipa.
“Adesso arriva”, dico.
In quel momento cadono nella vaschetta un po’ di monetine. La tipa le raccoglie. Le tiene nel palmo della mano. Le guarda. Le conta. Cerca di nuovo nella vaschetta. Non ci sono altre monetine. Mette le monetine raccolte nel portafoglio. Mette il portafoglio in tasca.
“Guardi che non prende le banconote”, mi dice afferrando il manubrio della bicicletta.
“Non si preoccupi”, dico. Infilo nella fessura una banconota da cinque euro, premo anch’io il bottone delle Chesterfield, ritiro le sigarette e il resto.
La tipa è ancora lì. Mi guarda.
“Avevo un biglietto da dieci euro in mano”, dice.

Posted by giuliomozzi at 10:13 | Comments (34) | TrackBack

24.02.04

Dimenticavo

Nel riordino dei link di cui dicevo un attimo fa, ho dimenticato di citare il Blog senza qualità, invero dotato di molte qualità, inserito tra le Buone compagnie.
Questa dimenticanza mi permette di segnalare una pagina interessante, in questo blog, in merito all’affaire Covacich. E’ una pagina del 19 gennaio scorso - ma me l’ero persa.
Per chi si fosse perso l’affaire: si può cominciare a leggere da qui (dove ci sono un po’ di link ai precedenti), aggiungendo magari questo, quest’altro, quest’altro ancora (che è molto interessante), e infine questo.

Posted by giuliomozzi at 22:46 | Comments (7) | TrackBack

Link

Ho fatto ordine nella colonna dei link. C’è qualche categoria nuova, qualcosa si è spostato, non manca quasi niente di quel che c’era prima, e ho aggiunto un po’.

Diariodilu si è spostata tra le Antiche e nuove amicizie, che poi è il suo posto giusto.

Blogghino, che mi fa morir dal ridere, è new entry in Istintive simpatie; insieme a Criscia, che nel suo Luna di giorno racconta fatti e fatterelli con garbo e partecipazione.

Nella categoria Buone compagnie, nuova di zecca, entrano i due blog di alessioblog (quello personale e quello dedicato al cinema); nonché Annarita Briganti, Manuela Ardingo e il prode b.georg, ossia Falso idillio.

Nuova è anche la categoria dei Professori. A me i professori stanno simpatici. Francesco B., ossia Donna Bissodia, so per certo che è simpaticissimo. Invece conosco Azione parallela solo via web, e ne ammiro il puntiglio.

Nella Zona delle e-zines ho riunite alcune belle riviste di letteratura. A Frenulo a Mano e I miserabili, già linkate da tempo, ho aggiunta la bellissima ‘tina di Matteo B. Bianchi (è un delitto, che non l’abbia linkata prima) e l’arcinota Carmilla, in queste settimane impegnatissima sul “caso Cesare Battisti”.

Poi qualcosa che era su l’ho messo giù, e viceversa.
Il mio problema con i link è questo: che a metterne pochi si fa torto a qualcuno, e a metterne tanti si fa solo rumore. E’ il problema che hanno tutti, peraltro. Così cerco di risolvermelo con le categorie: vecchi amici, buone compagnie, professori e così via. Spero che sia un buon sistema.
Buone letture.

Posted by giuliomozzi at 21:27 | Comments (4) | TrackBack

Paperino misterioso

paperino_misterioso_mignon.JPG

Guardate il Paperino misterioso.

Posted by giuliomozzi at 19:12 | Comments (4) | TrackBack

Il nostro bisogno di letteratura media

Verso la fine del 1995, mentre lavoravo al libro che poi uscì per Theoria con il titolo Parole private dette in pubblico. Conversazioni e racconti sullo scrivere (e che oggi è disponibile nell’edizione riveduta e aumentata presso Fernandel), scrissi una grande quantità di pagine che poi non pubblicai.
Tra queste c’è un pezzo di undici pagine che s’intitola: Una carriola rossa scintillante d’acqua; e non parla né di carriole né di acque scintillanti bensì del nostro bisogno di letteratura media (e, en passant, anche dei capolavori).
Due avvertenze:
- il pezzo è del 1996; non ci ho cambiata una virgola; il 1996 è stato l’anno in cui hanno avuti spazi ovunque, in stampa e televisione, i cosiddetti “giovani scrittori” (e anch’io tra questi, nonostante le 36 primavere); e tuttavia alcuni di questi “giovani” (Carlo Lucarelli, ad esempio, che cito velocemente nel pezzo; Marco Drago e Matteo Galiazzo della rivista Maltese narrazioni, da un articolo della quale prendevo spunto) non avevano ancora l’affermazione che hanno adesso;
- le mie opinioni attuali non sono esattamente le stesse che avevo nel 1996; ma sono sostanzialmentele stesse. Tuttavia, nel 1996 non avevo nessuna esperienza editoriale; non mi ero ancora mai trovato nella posizione di quello che consiglia a un editore o addirittura sceglie libri da pubblicare; quindi il mio punto di vista di allora è quello di uno che ha pubblicati un paio di libri di racconti e che vive di un lavoro qualsiasi (ero fattorino/magazziniere in una libreria scientifica, allora).
Non ricordo se il testo è stato successivamente rimaneggiato. Ma non mi sembra. Il file, così dice il mio computer, è stato aperto per l’ultima volta nel 1999.

Posted by giuliomozzi at 17:02 | Comments (7) | TrackBack

23.02.04

Chi viene e chi va, a Pordenonelegge

In Pordenonelegge, Gian Mario Villalta ha passata la mano ad Alberto Garlini. E Gattostanco a Marco Candida.
Nel contempo le pagine di Villalta e di Gattostanco sono sparite (non del tutto, ma quasi).
Mi è stato promesso che l’archivio sarà presto ben organizzato. Me lo auguro.
Una frase dalla pagina di diario di oggi di Alberto Garlini: “L’uomo ridacchia, si piega in basso e bacia la donna in bocca, avverte il sapore del sonno sulle labbra, la pelle rilassata e languente. Ricorda tante mattine in cui si sono svegliati insieme, mattine estive, dalle giornate lunghe, lunghissime, quasi infinite. L’acqua del fiume, la canna da pesca, la trota che scintilla e scompare in un unico abbaglio”.
Una frase dalla pagina di diario dei diari di oggi di Marco Candida: “Qualche decina di secoli fa Platone nel Fedro affrontava lo stesso ordine di perplessità con il mito di Theuth, “artificiosissimo dio delle lettere” – (proprio da qui Derrida parte per costruire il suo sistema di pensiero). Il che sta a testimoniare che in ogni tempo la modifica degli strumenti culturali mette in crisi “il modello culturale” stesso: ma, anche, che questa modifica è il portato della crisi del “modello culturale” tout-court. In altre parole: noi ce la prendiamo con i cambiamenti, ma in qualche misura li desideriamo… Così spesso ci ritroviamo a prendercela con i nostri desideri realizzati. Ed in fondo è anche giusto: perché ci pare impossibile che una cosa che ritenevamo impossibile fino a poco tempo prima si sia potuta realizzare”.
Buone letture.

Posted by giuliomozzi at 12:55 | Comments (6) | TrackBack

Venezia, Castello, 05.02.04, h 16 22' 34"

Uno scatto di Roberto Ferrucci.

Posted by giuliomozzi at 12:08 | Comments (1) | TrackBack

Pubblicità per un capolavoro

La pagina di diario Il capolavoro misterioso, pubblicata giovedì scorso, ha provocato qualche commento assai dubbioso o addirittura irritato.
Poiché dubbio e irritazione sono legittimi, provo a spiegare un po’.
Arriva in casa editrice un grosso romanzo. Non grossissimo, ma sì: grosso. Comincia a leggerlo Giuseppe V., della redazione. Io passo di lì (a Milano sono una volta per settimana, più o meno) quando lui è circa a pagina duecento. Mi dice: “Guarda, secondo me questo è da leggere”.
Io prendo su il malloppo. Lo guardo. Leggo qua e là. Cerco di intuire che forma ha. Il malloppo è molto ben confezionato: non il solito dattiloscritto con la spirale, ma un vero e proprio libro: in formato di libro, impaginato come un libro, con tanto di copertina, sovracoperta e paratesti (bandella, biografia dell’autore, eccetera). Dentro ci sono pagine di narrazione, strofette canterine, dialoghi tra statue, note dottissime e sospette (quando uno sembra sapere tutto, sospetto sempre che s’inventi tutto), carte topografiche, gambe perdute e ritrovate all’obitorio, giapponesi perversi.
Uno che mi manda “un libro” e non “un romanzo”, per me è uno che ha subito dei punti in più. Perché “scrivere un romanzo” e “fare un libro” sono due cose molto diverse. Ma questo che ho per le mani, che cosa è esattamente?
E’ un romanzo ambientato a Roma. E’ un romanzo grosso, al centro del quale sembra esserci un tale che vuole fare, di Roma, una pianta topografica in scala uno a uno. L’impressione è che il romanzo stesso ambisca a essere una sorta di pianta topografica di Roma in scala uno a uno.
Leggo un paio di pagine e le trovo sorprendenti.
Quindi, il giorno stesso in cui Giuseppe V. mi ha passato il malloppo dicendomi: “Guarda, secondo me questo è da leggere”, io alzo il telefono e chiamo l’autore. Una persona a me del tutto sconosciuta, di nome Leonardo Colombati. Ci parlo e gli dico: “Abbiamo ricevuta questa roba, ha cominciato a leggerla un redattore, me l’ha passata, ho questa impressione rabdomantica di essere difronte a qualcosa che vale, ci sentiamo tra un po’”.
Il Colombati (che, a sentirlo al telefono, sembra simpaticissimo) mi dice: “Bene, sono contento”, e poi dice: “Anche questo e quest’altro editore si sono fatti vivi”. Il che mi conforta (non siamo solo noi ad avere la sensazione) e mi mette in agitazione (oddio, la concorrenza; uno di questi editori è anche un editore grosso).
Bene. Poi succede quello che deve succedere. Leggo il malloppo. Mi si rafforza l’impressione che sia qualcosa di importante. Tuttavia, lo ammetto, mentre leggo mi pare di non capire quasi nulla. Il romanzo non è un romanzo normale. Che razza di romanzo è?, mi domando.
Ho l’occasione di fare un salto a Roma. Conosco di persona Leonardo. E’ effettivamente simpaticissimo. Parliamo tutta una mattina. Mi si fa un po’ di chiaro. Mi si fa chiaro, soprattutto, che quel romanzo appartiene a una “zona” della letteratura che io ho sempre frequentato poco.
Ci si rivede, qualche giorno dopo, a Milano. In quell’occasione Leonardo mi regala il Tom Jones di Henry Fielding. In quei giorni io comincio a leggermi tutto Thomas Pynchon.
Una copia del romanzo gira e gira per la redazione. Tutti lo guardano con ammirazione e, bisogna dirlo, con un certo sospetto. Quanto a leggerlo, è un altro paio di maniche. Tutti ci provano. E tutti rimangono sconcertati. Di questo sconcerto parliamo in una, due, tre riunioni.
Cerco il parere di alcuni “superlettori”. Passo il malloppo a Umberto Casadei, a colui che si firma Giovanni nei commenti al già citato post Il capolavoro misterioso, a Giuseppe Genna. A Giovanni, come si vede nei commenti, il romanzo non è parso un capolavoro: tutt’altro. Umberto mi scrive, a lettura appena iniziata: “Ho letto una cinquantina di pagine, poi non ho resistito e sono andato alle note, delle quali ho letto le relative al primo capitolo. Mi sto divertendo un casino. E’ impressionante”, e poi aggiunge: “Parlando facile: il problema è che non si capisce un cazzo; tocca tornare indietro e rileggere due o tre volte. Poi si entra dentro all’andatura e si comincia a capire di cosa l’autore parla, quindi, anche che quell’andatura, in relazione a ciò di cui si parla, può avere senso - insomma, si prende l’acqua con un po’ di difficoltà”. Poi non mi ha scritto altro, perché ne abbiamo parlato un po’ di volte - prevalentemente al pub bavarese gestito dai cinesi, in via San Francesco, a tarde ore della notte.
Giuseppe Genna ha fatto quel che ha fatto: con mia sorpresa assoluta, ha cominciato a scrivere sul romanzo in Miserabili (1, 2, 3). Ovviamente, essendoci in ballo anche altri editori, ha preferito non fare nomi e cognomi. E così si è inventato questa storia del “capolavoro misterioso”. Che poi tanto misterioso non è stato, visto che nel giro di due giorni mi hanno telefonato tre editor di case editrici maggiori per farmi la domandina: “Sarai mica tu, l’amico scrittore di cui parla il Genna? Ce l’avrai mica tu per le mani, questo capolavoro misterioso? E, dicci, c’è già un contratto?”. Io ho negato tutto.
Leonardo Colombati e Giuseppe Genna hanno poi fatto conoscenza. Una sera, a Milano (il lavoro di Leonardo lo porta spesso a Milano), siamo andati a cena insieme, tutti e tre. Leonardo e Giuseppe hanno parlato per tre ore, mangiando cibi indiani ottimi, di cose affatto incomprensibili per me. Poi hanno cercato di convincermi di qualcosa che non ricordo che cosa fosse, perché il cabernet era buono, ma era sicuramente qualcosa di del tutto inaccettabile per me.
Infine, in casa editrice abbiamo parlato e riparlato. Tutti hanno letto. Ci siamo fatti un sacco di domande. Come si lavorerà su questo romanzo? Come potremo parlarne? Che lettori può incontrare? Come diavolo faremo a venderlo? Ha più lettori potenziali in Italia o fuori d’Italia? Qual è il titolo buono? (Al momento ne ha due, provvisori entrambi). E quest’uomo che l’ha scritto, sarà un homo unius libri o qualcuno su cui investire per il futuro? Domande, domande, domande; e tentativi di risposta.
Alla fine, siamo arrivati alla conclusione: “Sì, ci piace questa sfida. Sì, abbiamo voglia di provarci”. Ho telefonato a Leonardo: “Sì”, gli ho detto, “ci proviamo. Abbiamo voglia di provarci”. Il 19 febbraio Leonardo passava per Milano. Ne ha approfittato per fare un salto in casa editrice. Abbiamo fatto il contratto. La sera stessa, arrivato a casa con l’ultimo intercity, alle 23.36 ho dato l’annuncio in questo diario. E volendolo fare subito, avendo la congrua dose di sonno, non riuscendo lì per lì a inventarmi qualcosa, non avendo la forza di raccontare tutto per filo e per segno come sto facendo ora, ho scritto quel che ho scritto: riprendendo la faccenda gennesca del “capolavoro misterioso”.
E’ vero, non ha molto senso fare i misteriosi. Perciò ora sapete più o meno tutto quel che c’è da sapere.
Io non so se il romanzo di Leonardo Colombati è davvero un “capolavoro”. Per me la parola “capolavoro” indica soprattutto un genere letterario. Così come ci sono i romanzi gialli e quelli rosa, i cosiddetti “romanzi di genere”, similmente ci sono i romanzi del “genere letterario capolavoro”. Al quale appartiene, ad esempio, secondo me, anche il romanzone dell’Umberto Casadei. Sono quei libri che Franco Moretti classificherebbe come “opere mondo”. Ogni libro che tenti di essere un’opera mondo è, inevitabilmente, un tentativo di capolavoro. Checché ne pensi l’autore, qualunque forma abbia la sua ambizione, ciò che sta facendo è: tentare la scalata al capolavoro.
I tentativi possono fallire. I tentativi per lo più falliscono. Non è facile capire, da breve distanza, se i tentativi sono falliti o riusciti. Ma bisogna avere il coraggio, se si è degli editori seri, di fare dei tentativi. Poi il tempo farà, se ne avrà il tempo, giustizia.
Posso capire l’irritazione di chi dice (nei commenti alla pagina di diario della quale questa pagina di diario è, a sua volta, una sorta di commento): “Si abusa sempre coi capolavori inventati reali e presunti”, “E senza senso è qualificare capolavoro qualcosa che non esiste se non come spirito pubblicitario. Già, la pubblicità è il capolavoro dato in pasto alla critica e ai lettori. Ci dovremmo accontentare di ciò? Qualcuno si accontenta. Speriamo non siano in troppi” (Giuseppe Iannozzi), “Un altro capolavoro prima che i lettori lo leggano? Vabbeé beeèèè beèè… Io non lo leggo subito per principio. Lo leggerò quando sarà passata la mania del capolavoro” (Mauro Smocovich).
Capisco questa irritazione, dico. Ma vi prego di considerare un’altra cosa.
Il sottoscritto passa svariate ore al giorno a leggere dattiloscritti che gli arrivano via posta ordinaria o elettronica; e svariate ore al giorno a parlare con persone che hanno scritto, stanno scrivendo, ci stanno provando. La stragrande maggioranza di ciò che leggo fa paura. Una volta mi faceva schifo; ora non più: mi fa paura. Di tanto in tanto trovo qualcosa di discreto. Qualcosa di buono, più raramente. Qualcosa che mi sembra veramente bello, rarissimamente. E (quante volte? Una, due, tre volte in vita?) mi càpita di leggere qualcosa che mi sembra veramente superiore a tutto. Qualcosa che mi restituisce la gioia della lettura, che mi insegna cose nuove, che mi trascina in mondi prima sconosciuti, che riempie la mia immaginazione anche nelle ore del sonno. Qualcosa che mi spinge a leggere altre cose, che richiede imperiosamente di essere capito, che fa polpette di tutto ciò che ho ritenuto valido e interessante fino a quel momento, che mette in gioco il senso stesso di avere scritti e pubblicati, io, quattro o cinque libretti di racconti. Qualcosa che prima di tutto mi mette in questione, e che magari mi sembra mettere in questione un’intera generazione di narratori, che magari mi sembra mettere in questione cinquant’anni di discorsi (letterari, giornalistici, politici, massmediatici) su che cosa sia questa Italia che ferocemente amo. Qualcosa che crea scompiglio in casa editrice, che ci divide e ci fa discutere, che ci porta a interrogarci su che cosa diavolo stiamo facendo, che modifica o addirittura manda all’aria intenzioni e progetti, che ci costringe a prenderci responsabilità senza paracadute, che ci fa dubitare di essere all’altezza.
Be’: quando succede questo, o qualcosa di simile a questo, io che cosa dovrei fare? Starmene zitto e quieto? Scrivere una pagina di diario prudente, misurata e magari un po’ scettica?
No. Concedetemi, ogni tanto, vi prego, di manifestare una genuina gioia.

Posted by giuliomozzi at 09:01 | Comments (50) | TrackBack

22.02.04

Roma

Roma. Sono in un bar dalle parti di Castel Sant’Angelo. Il secondo appuntamento della giornata è appena finito. Sto bevendo un tè.
Suona il telefono portatile.
Rispondo. Mi dicono dove devo andare. E’ dall’altra parte della città. Dico: “Prendo una macchina e arrivo”.
Chiedo alla ragazza del bar: “Dove c’è un parcheggio dei taxi?”.
La ragazza del bar dice: “Qui fuori, a sinistra. Cammini cinque minuti”.
Dico: “Grazie”.
Esco. Vado a sinistra. Cammino cinque minuti. Non trovo nessun parcheggio di taxi. Trovo una libreria che si chiama: “Invito alla lettura”. Vendono libri usati. Non so resistere. Entro.
Giro di corsa tutta la libreria. Compero per cinque euro: Remo Cantoni, La vita quotidiana, Il saggiatore 1955, 550 pagine.
Esco dalla libreria. cammino altri cinque minuti. Trovo un taxi fermo a un angolo. Faccio segno al tassista. Il tassista mi fa segno. Salgo.
Dico l’indirizzo di destinazione. Il taxi parte.
Attraversiamo vie, piazze. Vie e piazze che non conosco o che non riconosco.
Suona il telefono del tassista. Il tassista risponde.
“Ciao”, dice il tassista.
“Come?”, dice il tassista.
“Ma ti sei fatta male?”, dice il tassista.
“C’era anche Alberto?”, dice il tassista.
“Oddio, oddio!”, dice il tassista.
“Ma come è stato?”, dice il tassista.
“Ma vi siete fatti male?”, dice il tassista.
“Oddio, oddio!”, dice il tassista.
“Arrivo. Ciao ciao ciao”, dice il tassista.
Il tassista accosta al marciapiede. Si ferma.
“Mia moglie ha fatto un incidente”, mi dice.
“Scendo subito”, gli dico. “Quanto le devo?”.
“C’era anche il bambino”, dice il tassista.
“Sì”, gli dico. “Quanto le devo?”.
“Devo andare”, dice il tassista.
Scendo senza pagare.
“Auguri”, dico chiudendo la portella.
Il taxi corre via.

Posted by giuliomozzi at 23:58 | Comments (5) | TrackBack

Rosso

Roma. Via Tomacelli 146. La redazione del manifesto. Sotto, sulla strada, vedo rosso.

openingsoonmignon.JPG

Ma non è un rosso comunista. E’ un altro rosso.

ferrarimignon.JPG

Passavo di lì per caso. Alzando gli occhi, ho vista la bandiera della pace.

Posted by giuliomozzi at 23:46 | Comments (0) | TrackBack

20.02.04

Parenti

Bologna. Mezzogiorno. Esco dall’ufficio. La parte di riunione che mi riguarda è terminata. Devo prendere l’interregionale per Venezia a mezzogiorno e cinquantatre. Alle tre devo essere al liceo “Franchetti” di Mestre.
La fermata è subito sotto l’ufficio. Il bus da prendere è il 30.
Per terra ci sono quattro dita di neve.
Aspetto.
Accendo una sigaretta.
Passa un bus: il 38. Non è il mio.
Arriva una signora piccola.
La signora piccola guarda gli orari.
Nelle fermate dei bus di Bologna ci sono dei display. Il display ti dice a che ora arriveranno i prossimi bus, quanti minuti bisogna aspettare perché arrivi il prossimo bus (il prossimo 38, il prossimo 30).
La signora piccola tira fuori una sigaretta.
Fruga nella borsa.
“Mi darebbe da accendere?”, dice.
Le passo l’accendino.
La signora piccola accende la sigaretta, mi restituisce l’accendino.
“Ha mica visto passare il 30?”, dice.
“No”, dico. “Lo sto aspettando. Devo andare in stazione”.
“Anch’io devo andare in stazione”, dice la signora piccola.
“Autobus 30 ore 12.16”, dice il display.
Guardo l’orologio. E’ mezzogiorno e dieci.
“Arriva tra dieci minuti”, dico.
“Speriamo”, dice la signora piccola. “Devo andare a Faenza”.
Aspettiamo in silenzio.
Passa un 38.
Aspettiamo.
“Con tutta questa neve”, dice la signora piccola, “saranno in ritardo”.
“Speriamo di no”, dico.
Aspettiamo.
Arrivano le 12.16.
Passano le 12.16.
Il display dice: “Autobus 30, 9 minuti di attesa”.
“E’ in ritardo di dieci minuti”, dico.
“Devo prendere il treno”, dice la signora.
Decido di chiamare un taxi. Un paio d’ore fa, in stazione, per i taxi c’era una coda lunga trenta metri. Non è dettto che trovo un taxi, penso.
Chiamo.
Mi mettono in attesa.
Dopo due minuti mi dicono: “Modena 7, tre minuti”.
Dico: “Grazie”.
Dico alla signora piccola: “Se deve andare in stazione, può venire con me”.
La signora piccola mi guarda.
“Ho chiamato un taxi”, dico. “Se vuole venire con me, io vado in stazione. Non le costa nulla”.
“Non si disturbi”, dice la signora piccola.
“Non le chiedo niente”, dico. “Tanto i soldi li spendo lo stesso”.
La signora piccola non dice niente.
Aspettiamo.
Arriva il taxi.
“Salga”, dico alla signora piccola, aprendo la portiera dalla parte del marciapiede.
“Grazie”, dice.
Io salgo dall’altra parte. Partiamo.
“Non se ne trova tanta”, dice la signora piccola, “di gente come lei”.
“Si figuri”, dico.
“Lei è veneto?”, dice la signora piccola.
“Abito a Padova”, dico.
“Io ho abitato a Vicenza, fino a tredici anni”, dice.
“Io sono nato in provincia di Vicenza”, dico.
“Conosce Vicenza”, dice.
“Abbastanza”, dico.
“Abitavamo al Ponte degli Angeli”, dice.
“Conosco”, dico.
“Ci sono ancora lì tutti i miei cugini”, dice.
“Va a trovarli spesso?”, dico.
Intanto il taxi viaggia.
“Ogni tanto”, dice. “Ma è una sfacchinata”.
“Eh sì”, dico. “Deve salire a Padova e cambiare”.
“Già”, dice.
Stiamo in silenzio.
“Avevano una pasticceria, i miei cugini”, dice la signora piccola.
“E adesso?”, dico.
“Si sono messi in pensione”, dice.
“Che pasticceria era?”, dico.
Mi dice dov’era la pasticceria dei cugini, e dov’era il bar dell’altro cugino.
“Curioso”, dico. “Mia sorella, a Vicenza, ha sposato un uomo che appartiene a una dinastia di pasticceri”.
“Curioso”, dice.
“Come si chiamano i suoi cugini?”, dico.
Me lo dice.
“Mio cognato invece si chiama”, dico, e le dico come si chiama.
“Ah sì”, dice. “La pasticceria in Piazza dei Signori”.
“Lo conosce?”, dico.
“No”, dice. “Ma mio zio, quando doveva fare dei banchetti o dei buffet grandi, delle volte si metteva d’accordo”.
“Davvero?”, dico.
“Sì”, dice. “E delle volte si trovavano a giocare a carte”.
“In somma”, dico. “Alla fin fine siamo quasi parenti”.
La signora piccola ride.
“Se ne trovano poche”, dice, “di persone come lei”.
“La verità è”, dico abbassando la voce, “che la ho fatta salire su questo taxi allo scopo di rapinarla”.
La signora piccola ride.
“Non rida”, dice il tassista. “Adesso ci fermiamo e la leghiamo come un salame”.
La signora piccola ride di più.
“Non è possibile”, dico. “Non si può più fare una rapina seria”.
Il tassista ride.
“Dovremo esserci quasi”, dice la signora piccola.
“Dice?”, dico.
“Eh sì”, dice il tassista.
Svoltiamo a destra, e la stazione è lì.
Il tassista fa il percorso obbligato per i taxi, e poi si ferma.
“Allora la saluto”, dice la signora piccola.
“Arrivederci”, dico.
“Arrivederci”, dice.
“Quant’è?”, dico al tassista.
“Otto euro e dieci”, dice.
Pago.
Corro nell’atrio.
Mi fiondo alla macchinetta automatica per i biglietti che mi sembra avere meno coda. Sto in coda cinque minuti. Faccio il biglietto.
Corro al binario 8. Il treno è lì.
Salgo. Metto il cappotto sulla reticella.
Il treno parte.
Alle due e quarantasei, puntualissimo, scendo a Mestre.

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Treno

Oggi (che poi è già ieri) sono stato in treno quattro ore e mezza, circa. Da Padova a Milano, da Milano a Padova. E non è successo niente di speciale. Qualcosa di speciale è successo, invece, a bordo del treno su cui viaggiava, un paio di giorni fa, il ragazzo Thomas.

Posted by giuliomozzi at 00:20 | Comments (9) | TrackBack

19.02.04

Primo amore: anteprima a Padova

L’amico Alberto Fassina mi ha mandate alcune foto scattate all’anteprima padovana di Primo amore. Mi ha anche mandata la recensione del film che ha fatta per un periodico locale (la trovate nella continuazione del post).

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Con i capelli biondi: Lu. Senza capelli: Vitaliano Trevisan. Con i capelli lunghi: il sottoscritto.

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Con i riccioli: Matteo Garrone. Con gli occhiali: il sottoscritto.

Anche Kìmota ha pubblicate alcune immagini e un’accurata cronaca della serata. Il film gli è piaciuto fino a un certo punto.

su Primo amore, di Alberto Fassina

L’ultimo film di Matteo Garrone s’intitola Primo amore: un titolo retorico che sembra stonare in questa storia nella quale la retorica viene meno a favore della concretezza dello sguardo e dei sentimenti. In Primo amore ogni parola ha il suo peso specifico, e il tema del “peso” viene rielaborato per tutta la vicenda.
Vittorio, orafo vicentino, comincia una relazione con Sonia. Vittorio ama Sonia, ama la sua mente, ma non ama il suo corpo. Per amare il corpo di Sonia, Sonia deve perdere 15 chili. Vittorio può amare soltanto donne che pesano 40 chili.
L’orafo deve fare i conti con il peso tutti i giorni: il peso dell’oro, il peso del denaro, il peso del proprio lavoro, e ora anche il peso della donna che gli sta vicino.
L’oro deve essere ripulito da tutte le sue scorie, deve essere puro, anche Sonia deve essere così. Vittorio cerca l’essenza della persona che gli è accanto. Il film racconta questa ricerca dell’essenza.
Qualcuno, scrivendo di questo film, ha parlato di anoressia, ma questo film non è un film su una malattia, è una vicenda nella quale le parole si riappropriano del loro significato “primo”. Le figure retoriche servono a connotare un termine, sono una cartina tornasole delle parole. “Ti amo come il primo giorno”, “Sto male come se morissi”, “Mi annienti come il fuoco che brucia e distrugge”. Potrebbero essere frasi adatte a questa vicenda, ma il lavoro che fanno Garrone e Trevisan, regista e sceneggiatore il primo, interprete e sceneggiatore a sua volta il secondo, è quello di eliminare tutti quei “come”, tutte le figure retoriche che possono esistere in un racconto. In questo film le parola amore, dolore, distruzione sono azioni e sentimenti che vengono rappresentati per quello che sono veramente. Vittorio ama, soffre e distrugge. Noi lo vediamo alle prese con tutto ciò.
Per parlare di un film che si è amato molto, forse basterebbe raccontare la scena che ci ha colpito maggiormente. Per chi scrive rimane impresso nella mente il momento in cui Sonia ad una festa in una discoteca-balera, sviene a causa di un calo di potassio. Vittorio la soccorre, attorno al corpo della ragazza si crea una cerchia di persone, c’è il medico che la vuole curare, c’è il proprietario del locale che si vuole assicurare che non succeda niente di grave, ci sono i curiosi che guardano, c’è Vittorio che le sta vicino e le parla. Vittorio non vuole che nessuno tocchi la sua donna, non vuole l’aiuto di un medico, lui sa come curarla, ma lui sa anche come distruggere quella ragazza che si sta annientando per lui.
Questa è una delle poche scene nelle quali altri personaggi vengono a contatto con i due amanti. Vittorio questo contatto non lo vuole, perché lui vuole l’essenza, e l’essenza è la coppia che sta cercando un modo per amarsi. Una coppia e non un mondo, “loro due” e non “altre persone”. Vittorio non fa a pugni come sarebbe potuto succedere nella retorica di altri film, Vittorio allunga le mani per tenere distante gli altri. E’ quella volontà che si porta dietro una forte emozione.
Per chi legge o per chi vedrà il film sembrerà di intuire che in questa storia c’è un qualcosa di malato, deviato, pericoloso. L’amore non fa del male si potrebbe dire, e se fa del male allora non è amore.
Il titolo forse non fa riferimento all’iniziazione all’amore, alla scoperta di cosa voglia dire essere innamorati, non è il primo amore di chi ama per la prima volta. Primo amore fa riferimento all’oro, alle materie prime, al gradino più alto del podio dei sentimenti. Chi arriva primo guarda gli altri dall’alto, se rimane stabile si porta dentro un gran dono, ma se cade si fa sicuramente più male di quelli che stanno sotto.

Posted by giuliomozzi at 23:46 | Comments (12) | TrackBack

Il capolavoro misterioso

Il 16 gennaio, il 17 gennaio e il 20 gennaio 2004 Giuseppe Genna, nella sua e-zine I Miserabili, pubblicava tre interventi intitolati rispettivamente:
- Prime considerazioni sul Capolavoro Misterioso,
- Di fronte all’altrui Capolavoro,
- Configurazione del Capolavoro Misterioso.
“Grazie a un amico scrittore”, scriveva Giuseppe Genna in quei giorni, “sono entrato in possesso di un manoscritto sul quale, prevedo, presto si scatenerà una lotta titanica nell’editoria europea”.
E avvertiva: “Non sto esagerando”.
Bene.
Allora, per chi si fosse incuriosito: il romanzo del quale Giuseppe Genna parla in quei tre post sarà pubblicato dall’editore per il quale lavoro nei primi mesi del 2005.
Del che io sono molto contento.

Posted by giuliomozzi at 23:36 | Comments (16) | TrackBack

Fotoricordo

Con Princess Proserpina, a Napoli, ci siamo fatti la fotoricordo. Eccola qua, da lei pubblicata. (Così qualcuno si ricorderà com’ero, prima del tremendo taglio di capelli del 17.02.04).

Posted by giuliomozzi at 01:43 | Comments (7) | TrackBack

18.02.04

Due passi, Dromadaire

Lavoro tutto il giorno chiuso in casa. Alle sei e mezza esco a dare aria al cervello.
Passo in Feltrinelli. C’è un libro che mi aspetta: La dissoluzione onesta. Scritti su Thomas Pynchon, a cura di Giancarlo Alfano e Mattia Carratello, Cronopio 2003. Ne ignoravo l’esistenza fino a sabato, quando Emanuele Trevi l’ha recensito nel manifesto (credo che il link alla recensione sarà attivo solo per qualche giorno).
Cammino verso le piazze. Mi si affianca, in bicicletta, Papino. Papino è un altro fuggiasco da Clarence, ma grazie al cielo non parliamo di questo.
Sta andando alla Libreria dei Ragazzi in via Manin. Deve comperare due libri. Non libri per bambini, libri da concorso. Per Mammina, presumo.
Entriamo. Il libraio mi saluta calorosamente. Lo conosco da anni. E’ un libraio bravissimo. Suo fratello, che da anni non vedo, faceva il rappresentante per la Giunti. Due fratelli pieni di libri.
Papino trova un libro solo. Piccola delusione. Ma, quando arriva alla cassa, il libraio dice:
“mozzi, il signore è amico suo, vero? Siete entrati insieme”.
“Sì”, dico. “Non posso negarlo. E’ amico mio”.
“Bene”, dice il libraio.
E fa lo sconto a Papino. Però non gli fa i timbri sulla tessera.
“Eh”, dice ridendo, “che cosa pretende? Ho già fatto lo sconto!”.
“Ci ho provato”, dice Papino.
Restiamo lì ancora qualche minuto. Papino e il libraio parlano di videocassette, in particolare di videocassette del signor Rossi. Quello di Bruno Bozzetto.
Mi viene in mente che a Napoli, a Galassia Gutenberg, ho comperati dei libri per bambini bellissimi. Ne ho comperati cinque, uno per nipote.
“Conosce le edizioni Dromadaire?”, dico al libraio.
“No”, dice.
Gli parlo di questi libri bellissimi. Uno ha la storia di una fisarmonica, ed è a forma di fisarmonica. Un altro ha la storia di un treno, ed è a forma di treno. Sono piccoli libri con applicazioni, cose incollate sopra, buste da aprire con lettere dentro, e così via. Belli. Proprio belli.
“Sono di Venezia”, gli dico.
“Eh”, dice il libraio, “allora me li cerco”.
Mi viene in mente che ho ancora nel portafoglio il biglietto da visita del distributore. Lo tiro fuori. Il libraio si copia i dati.
All’improvviso si illumina.
“Ma sì”, che li ho visti, “ma sì! Sono in due, a Venezia, francesi, fanno i libri a mano… Li ho visti una volta, non sono mai riuscito a prendere contatto…”.
Un libraio felice.
Usciamo. Torniamo verso le piazze. All’altezza di via Roma saluto Papino. Devo andare alla libreria Gregoriana. La libreria del vescovo.
Papino va. Io vado. Arrivo alla Gregoriana. Quello che cerco non c’è.
Torno verso casa.
Camminando cerco di leggere, alla luce scarsa e intermittente dei lampioni (non sono intermittenti loro, sono io che mi muovo) qualche pagina del libro su Pynchon.
Non ci riesco.
La mezz’ora con Papino è stata la parte buona della giornata. Il resto è stato dedicato a sfacchinamento e ad equivoci.

Posted by giuliomozzi at 21:03 | Comments (19) | TrackBack

La settimana scorsa

Bene. Gli amici di Pordenonelegge mi hanno fatto avere i testi (solo i miei testi, non i commenti) del mio diario della settimana scorsa.
E mi assicurano che a breve i testi saranno disponibili nel sito, con i commenti e tutto.
Ringrazio Lucio Nanfara per la cortesia.
Ovviamente ciò che mi sta a cuore non sono le mie quattro paginette. E’ che un’iniziativa come quella del Diario dei narratori e dei poeti e del Diario dei diari (un nome che a Gattostanco, attuale tenutario, sembra “altisonante e ingenuo” allo stesso tempo) non può incappare in simili incidenti. Ciò che si pubblica deve restare disponibile. Non è ammissibile che vadano perduti i commenti. Eccetera.
In somma, anche questa iniziativa, come tutte le cose che cominciano, ha i suoi problemi di assestamento. E si assesterà.

Per il momento, chi morisse dalla voglia di leggere il mio diario della settimana scorsa (dall’8 al 15 febbraio), lo trova tutto nella continuazione di questo post.

15 febbraio, 23:08:39 - Napoli Centrale

Stazione ferroviaria di Napoli Centrale. Nove e venti del mattino.
Ho perso il treno delle otto e mezza.
Ieri sera, dopo aver salutati gli altri (era mezzanotte passata) mi sono messo alla ricerca di un taxi per tornare in albergo. L’ho trovato due ore e un quarto dopo. Chiamavo le varie cooperative, a rotazione; mi spostavo di qua e di là, o cercando di avvicinarmi all’albergo (che era assai distante) o, seguendo le indicazioni dei telefonisti delle cooperative, per spostarmi in zone con meno traffico, dove forse sarebbe stato più facile trovare un taxi disponibile.
E’ andata così. La sveglia è suonata alle sette, l’ho spenta, mi sono riaddormentato.
Mi sono svegliato alle otto. Ciao ciao treno.
Comunque adesso sono in stazione, davanti alle emettitrici automatiche di biglietti, e devo capire il da farsi. Che treni ho?
Comincio a consultare l’emettitrice.
Mi si avvicina, da sinistra, un tipo bassino, con i capelli neri, sporchetto. ha in mano un biglietto ferroviario.
“Guardi”, dice il tipo bassino, “se deve andare a Roma, io ho questo biglietto per Roma, non ci vado più”.
“Non vado a Roma”, dico.
Il tipo bassino non si scolla, cerca di infilarsi tra me e l’emettitrice. “Ma guardi”, dice, “è un biglietto per Roma, è buono, è per Roma!”.
“Mi lasci fare il biglietto”, dico.
Si sposta di un millimetro, forse due.
Sento una voce da destra.
E’ di un tipo grosso, ben vestito, con cappello e sciarpa. Ha in mano tre biglietti da cento euro, quelli verdi.
“Senta”, dice, “devo fare il biglietto, guardi che coda lì, io ci do i soldi, con queste macchinette qui non ci ho pratica, me lo fa lei il biglietto”.
Nessuna intonazione interrogativa. Non è una domanda.
“Ma è un biglietto per Roma, prima o poi si sale a Roma”, dice il tipo bassino.
“Prima devo fare il mio biglietto”, dico.
“Ma le do i soldi”, dice il tipo grosso, “può tenersi il resto”.
“I suoi soldi non li tocco”, dico. “Le faccio vedere come si fa”.
“No, no, tenga!”, dice. Mi viene vicino, mi preme da destra, mi sventola i soldi davanti al naso.
Alle mie spalle c’è un rumore. Zvon! Zvon! Zvon! Il rumore di monetine agitate dentro una scatola.
Una voce di donna.
“Signore, signore!”, dice la donna, “vi prego, non ci abbiamo niente, non ci abbiamo da mangiare, fate un’offerta diovibenedica, dateci il resto diovibenedica, signore!”.
“Glielo do per la metà del prezzo!”, dice il tipo bassino.
“Io non ci capisco, me lo fa lei il biglietto!”, dice il tipo grosso.
“Diovibenedica”, dice la donna.
Arriva un ragazzo africano con una tracolla piena di pacchetti di fazzoletti di carta.
“Amico”, dice, “i fazzoletti per il viaggio!”.
All’improvviso penso: è una candid camera.

13 febbraio, 16:19:46 - Due cose che mi mandano in bestia

Bologna. Metto il naso in una libreria. Vedo, fresco di stampa, il libro nuovo di Vitaliano Trevisan, Shorts (Einaudi Tascabili Stile Libero), che peraltro raccoglie testi scritti nell’arco di parecchi anni.
Nella quarta di copertina è scritto: “Vitaliano Trevisan è nato nel 1960 a Vicenza. Nel 2002 ha pubblicato con Einaudi Stile Libero il ‘thriller psicologico’ I quindicimila passi e nel 2003 il romanzo Un mondo meraviglioso”.
La prima cosa che mi manda in bestia è questa: Un mondo meraviglioso è uscito in prima edizione nel 1997, per Theoria. E nel frattempo, nel 2003, Vitaliano ha pubblicato anche, per Sironi (l’editore per il quale lavoro), la raccolta di racconti Standards vol. I. Ma naturalmente, per l’editore Einaudi, ciò che non è stato pubblicato da Einaudi semplicemente non esiste.
(Il prossimo che mi accusa: “Tu parli sempre degli stessi scrittori-amici, sembra che il resto del mondo editoriale non esista”, eccetera, tenga conto di questo: che tutto il mondo editoriale è fatto di esclusioni e cancellazioni).
La seconda cosa che mi manda in bestia è questa: nella stessa quarta di copertina c’è scritto: “Shorts esce in contemporanea con il nuovo film di Matteo Garrone, regista dell’acclamato L’imbalsamatore, di cui Trevisan è sceneggiatore e, a sorpresa, attore protagonista”. A parte la sintassi un po’ incerta (Vitaliano potrebbe essere sceneggiatore e attore protagonista tanto dell’Imbalsamatore quanto di Primo amore, del quale magari si poteva scrivere il titolo), una cosa va chiarita: i racconti brevissimi di Shorts non hanno niente che vedere con il film Primo amore.
Naturalmente, Shorts è un libro di raccontri brevissimi molto bello, e invito tutti a comperarlo nonostante il prezzo (8,50 euro per 122 pagine di tascabile).
Saluti dall’Easy Internet Café di Bologna, a due passi dalle Torri. Ops!, mi finiscono i soldi!

13 febbraio, 02:51:07 - Primo amore, bancomat, Napoli

Bene. Finalmente ho visto Primo amore, il film di Matteo Garrone con Michela Cescon e Vitaliano Trevisan, del quale ho parlato il 10 febbraio.
Be’: mi è sembrato molto bello. E anche di un bello semplice, evidente.
Sono molto contento.
Ho scoperto che c’è anche un sito: www.primoamoreilfilm.it.
Domattina alle 7.04 dovrei partire per Bologna. Dico dovrei, perché stanotte a mezzanotte circa mi sono accorto di non avere il bancomat. E ho dieci euro in portafoglio.
Sospetto di aver lasciato il bancomat nella macchina per fare i biglietti, in stazione a Milano, ieri (cioè mercoledì) pomeriggio.
Speriamo bene.
Domattina sarà meglio se faccio un salto in banca. Non si sa mai.
Poi sabato sono a Napoli per Galassia Gutenberg (www.galassia.org), in particolare per partecipare, sabato 14 alle 19.00, in sala Metro, alla tavola rotonda: “Blog: come cambia la scrittura nella rete”, con Giovanni De Mauro, La Pizia, Giulio Mozzi, Personalità Confusa, Tiziano Scarpa, Luca Sofri e Marino Sinibaldi.
Domenica o lunedì rientro.

12 febbraio, 11:28:02 - Padova

E’ mezzanotte e mezza. Sto tornando a casa. Dalla stazione, attraverso la città a piedi.
Fa freddo. Non fa tanto freddo.
Faccio corso del Popolo, via Trieste, piazzale Boschetti.
Mi viene voglia di fare un piccolo giro.
Sono stato tutto il giorno in treno, metropolitana, casa editrice, metropolitana, treno. Almeno prendo un po’ d’aria.
Largo Meneghetti, via Jappelli, via Marzolo.
All’angolo tra via Jappelli e via Marzolo c’è la libreria dove ho lavorato sette anni.
Via Marzolo fino in fondo, stradone del Portello.
C’è il deserto.
All’angolo tra stradone del Portello e via Ognissanti, appena un po’ dentro via Ognissanti, vendono i kebab.
C’è ancora qualcuno.
Prendo un kebab e una bottiglietta d’acqua.
In tutta la giornata, ho presi due caffè, mangiato un pacchetto di cracker, e bevute tre bottigliette d’acqua.
Passo per galleria Tiepolo, vado in via San Massimo. Da lì in via Ospedale, Pontecorvo, piazzale Pontecorvo, via Sanmicheli.
Casa mia.
Il kebab era buono.
Ho camminato quasi un’ora. Ho bevuta tutta l’acqua.
Sono stato quasi un’ora fuori dal mondo.
Vado a letto.

11 febbraio, 16:35:07 - Milano

Nove e un quarto. Scendo in stazione a Milano. C’è freddo. La mia carrozza è l’ultima del treno. Sta quasi fuori dal grande tunnel di ferro.
M’incammino.
C’è un uomo che sta pisciando sul marciapiede.
E’ alto, ben messo. Ha i capelli bianchi corti. L’aria non pulitissima. Vestiti malcombinati.
Sta fermo, gambe larghe, le spalle alla stazione. Proprio in mezzo al marciapiede.
Sarà venti metri davanti a me.
Fa una pisciata lunghissima.
Mi avvicino.
Finisce di pisciare e fa un sospiro di soddisfazione.
“Ooh!”.
Sto per passargli accanto.
Scuote il suo affare, lo sventola di qua e di là, lo rinfodera.
Gli passo accanto.
“Freddo, eh!”, dice.
“Freddo, sì”, dico.
Proseguo.
Un momento dopo ce l’ho a fianco.
“Ce l’hai una sigaretta?”, dice.
Ho in tasca un pacchetto di sigarette con due sigarette dentro.
Glielo porgo.
Ne prende una.
“Ne tenga una per dopo”, gli dico.
“Da accendere”, dice.
Ho un accendino in tasca. Azzurro, trasparente. So di averne un altro nello zaino. Rosso, non trasparente.
Gli do l’accendino.
Si ferma per accendere.
Proseguo.
Mi insegue.
“Il tuo accendino”, dice.
“Lo tenga pure”, dico.
Si ferma. Mi volgo a guardarlo.
Gli viene la faccia tutta rossa.
“Cazzo credi?”, grida. “Non sono mica un miserabile!”.
Mi porge l’accendino.
Lo prendo.
Proseguo.
Mi urla dietro: “Vaffanculo!”.

10 febbraio, 21:21:59 - O non lo diciamo?

Le sette di sera, sette e un quarto. Sono stato a Vicenza, al liceo scientifico “Quadri” a fare tre ore di lavoro con un gruppo di studenti e insegnanti.
In via Cesare Battisti incontro un poeto e una poeta.
“Ciao”, mi dicono.
“Ciao”, dico loro.
Stringo la mano al poeto, do un bacio alla poeta.
“Come mai da queste parti?”, dico.
Nessuno dei due abita qui.
Contemporaneamente loro dicono: “Come mai da queste parti?”.
Un silenzio brevissimo.
Decido che tocca a me rispondere.
“Sto tornando a casa”, dico. “E voi? Che cosa state combinando?”.
Il poeto e la poeta si guardano.
La poeta dice: “Glielo diciamo o non glielo diciamo?”.
Il poeto dice: “Vedi tu. Glielo dici o non glielo dici”.
Io dico: “Vabbè, ditemelo”.
La poeta dice: “Stiamo progettando una rivista di poesia”.
Io dico: “Un’altra?”.
Il poeto dice, rivolto alla poeta: “Ecco, vedi? Dicono tutti così”.
“Ma no”, dico io, “non prendetevela”.
“Sarà una bella rivista”, dice la poeta.
Parliamo un po’ del progetto. Non che ci capisca molto - io non capisco molto la poesia, e tanto meno i poeti e le poete - ma mi sembra una cosa seria.
“Bello”, dico. “Quando uscite?”.
Il poeto e la poeta si guardano.
“Tra un anno”, dice il poeto.
“Dipende se troviamo uno sponsor”, dice la poeta.
“Mi prenoto come abbonato sostenitore”, dico io.
“Grazie!”, dice il poeto.
“Bravo!”, dice contemporaneamente la poeta.
“E”, dico, “come si chiamerà questa rivista?”.
Il poeto e la poeta si guardano.
La poeta dice: “Glielo diciamo o non glielo diciamo?”.
Il poeto dice: “Vedi tu. Glielo dici o non glielo dici”.
La poeta dice: “Ci sono vari nomi in ballo”.
“Quali nomi?”, dico io.
Il poeto dice due o tre nomi.
“Bene”, dico, “mi sembrano tutti belli. E come la distribuite?”.
Parliamo un po’ della distribuzione. Di distribuzione ci capisco abbastanza - abbastanza almeno da capire quando uno non ci capisce gran che, come è il caso del poeto e della poeta.
Vabbe’, penso, hanno un anno davanti.
“Bene”, dico. “Viva la poesia!”.
“Viva!”, dice il poeto.
“Sapresti indicarci una pizzeria buona?”, dice la poeta.
Fccio mente locale.
Descrivo tre pizzerie. Raccomando quella dove fanno anche i primi, in particolare i fusilli col sugo di radicchio e curry.
“Penso che andremo lì”, dice la poeta.
“Non so se mi piace il curry”, dice il poeto.
“Il curry è buonissimo”, dico io.
Ci salutiamo.
Riprendo a camminare verso casa.

10 febbraio, 13:25:00 - A che cosa “serve” la letteratura?

Se abitate a Reggio Calabria o dintorni, potreste decidere di non perdervi un convegno dal titolo vagamente fastidioso: A che cosa “serve” la letteratura?. Lo trovo fastidioso per via delle virgolette che mi sembra depotenzino un titolo che poteva essere molto più duro e puro: A che cosa serve la letteratura?. Tant’è.
Il convegno è organizzato dall’associazione Pietre di scarto e dal Cidi (Coordinamento democratico degli insegnanti) di Reggio Calabria; si svolge il 20 e 21 febbraio (venerdì e sabato) appunto a Reggio, nel salone del consiglio regionale.
Una sintesi del programma:
Venerdì 20, ore 17:
- Antonio Spadaro, A che cosa “serve” la letteratura?
- Giovanni Casoli, La letteratura “serve” a svegliare i morti
- Marco Beck, Letteratura come fede. Criteri di valutazione culturale e spirituale nell’editoria letteraria di ispirazione cattolica
Sabato 21, ore 9:
- Giuliano Ladolfi, La letteratura dopo il Novecento
- Giovanni D’Alessandro, In-utilitas dell’arte. Il Canto XLV (with usura) di Ezra Pound
- Alesandro Zaccuri, Gli androidi hanno anime elettriche? Percorsi imprevisti del sacro nella narrativa contemporanea
- Bruno Rombi, “Serve” il poeta oggi?
- Davide Rondoni, Un’esperienza di poesia
Nel pomeriggio, alle 16.30:
- Tavola rotonda condotta da Adriana Trapani
- Saverio Simonelli, Letteratura come mondo.
Altre informazioni nelle pagine web dell’associazione BombaCarta, www.bombacarta.it.

10 febbraio, 10:27:03 - Primo amore

Bene. Sono contento. Ieri è passato al Festival del cinema di Berlino, e oggi è più o meno in tutti i giornali (perfino in City, un quotidiano a distribuzione gratuita) il nuovo film di Matteo Garrone (quello dell’Imbalsamatore). Il titolo è: Primo amore. Sarà nelle sale italiane il 13 febbraio. C’è un’anteprima a Milano domani 11 (non so dove). Ce ne sono due, una in fila all’altra, dopodomani 12, dalle mie parti: a Vicenza al Cinema Roma, alle 20.30, e a Padova al Multisala Astra alle 21. Ci saranno il regista e gli attori protagonisti: Michela Cescon e Vitaliano Trevisan (che ha anche lavorato alla sceneggiatura con Garrone e Massimo Gaudioso).
Vitaliano, nella prima pagina del suo primo libro (Trio senza pianoforte, pubblicato dalla minuscola Editrice Veneta nel 1996 e ripubblicato da Theoria nel 1998 - entrambe edizioni pressoché introvabili) aveva messa una frase di Robert Walser: “Mi spaventa l’idea che potrei avere successo nella vita”. Quello che sta succedendo oggi a Vitaliano (nuovi libri e riedizioni con Einaudi - Shorts, l’ultimo - e Sironi - un volume di teatro a ottobre prossimo -, lodi critiche, cinema ecc.) somiglia parecchio a quello che generalmente si usa chiamare “successo”.
Una decina di giorni fa, in un albergo di Milano, all’una di notte o giù di lì, mi è capitato di vedere in televisione il “prossimamente” del film (lo so che oggi si chiamano trailer ma a me non piace tanto). Mi ha fatto impressione sentire la mia voce - questa voce che non mi piace, che trovo sempre insufficiente. Se fa impressione a me, che sto in una scenetta da trenta secondi (sono lo psicologo della mutua: ci tengo a dirlo, un pessimo psicologo) non so che effetto possa fare la cosa a Vitaliano, che è quasi anima e corpo del/nel film.
Il punto, naturalmente, è che Vitaliano non è insufficiente a sé stesso. Vitaliano è un vero artista.

09 febbraio, 20:24:56 - Scatole

Questa mattina alle 11 mi sono state consegnate 100 scatole. Il formato delle scatole è 35 x 35 x 27 centimetri.
Nel corso della giornata ho confezionato 35 scatole di libri.
Una scatola contiene all’incirca i nove decimi dei libri contenuti in un medio scaffale di libreria (se lo scaffale ha i libri in doppia fila, evidentemente conta doppio).
Una scatola costa 65 centesimi di euro.
Il primo rotolo di nastro adesivo (quello largo, marrone) è finito alla chiusura venticinquesima scatola.
Un rotolo di nastro adesivo costa un euro e 20 centesimi.
Ho lavorato dalle 11 alle 13 e dalle 15 alle 19.30, con qualche pausa per star dietro alla posta e a questo diario, e per rispondere (via telefono) a una domanda di Sat 2000 (la televisione della Conferenza episcopale italaina). Sei ore e mezza complessive; azzardo: cinque ore e mezza di lavoro, un’ora di altre cose.
Nel corso della giornata ho ricevute 16 telefonate, di cui una non di lavoro, 2 da persone sconosciute, 3 sul telefono fisso. Ho telefonato a due persone.
Ho ricevute finora 41 messaggi in posta elettronica. Ne ho cancellati 7 senza leggerli (spam), ho risposto a 22, 4 non necessitano di risposta, ai rimanenti non credo che risponderò. Tra le 21 e il mattino, di solito, arrivano un’altra ventina di messaggi.
Ho scritti sei messaggi in posta elettronica.
La sveglia stamattina è suonata alle 7.15.
Alle 21 ho la lezione alla Lanterna magica.
Alle 23 mi vedo con l’Umberto.
Domattina alle 8.10 ho il primo appuntamento.
Gli scaffali con ancora libri sopra sono 16, di cui 7 in doppia fila.
Mi piacciono le attività molto elementari, come ad esempio: confezionare scatole, pulire scaffali ormai vuoti, contare.

08 febbraio, 21:17:19 - Differenziata

“Ma che cosa fa?”.
Mi volto. La voce appartiene a una signora con pelliccia e cagnolino.
Sono le quattro del pomeriggio. Io sono all’angolo tra la via dove abito e la piazza. Ho davanti a me un carrello pieno di libri. Ho alla mia destra la campana gialla per la raccolta differenziata: la campana per la carta. Sto buttando via libri.
Guardo la signora.
“Sto buttando via della carta”, dico.
“Non è vero!”, dice la signora.
Guardo i tre libri che ho in mano. Guardo la signora.
“Mi dica”, dico.
“Lei sta buttando via dei libri!”, dice la signora con vera indignazione.
“Sì”, dico. “Sto buttando via dei libri”.
“Non si buttano via i libri!”, dice la signora.
“Sto buttando via dei brutti libri”, dico.
“Non c’entra!”, dice la signora. “I libri sono libri! I libri sono cultura! I libri non si buttano via!”.
Respiro a fondo.
“Signora”, dico, “non creda che io non dia valore alla letteratura, alla scienza, alla spiritualità e a tutto ciò che si trasmette per mezzo dei libri. Ma le assicuro che ho presa la decisione di buttare via questi libri perché sono libri che non hanno alcun valore letterario, scientifico e spirituale”.
Non è esattamente così, ma penso che possa andare.
“Non dica sciocchezze!”, dice la signora. “Un libro è sempre un libro!”.
“Sì, signora”, dico. “E anche la televisione è sempre la televisione”.
“Che c’entra?”, dice la signora.
“Anche in televisione può capitare di vedere un programma intelligente”, dico. “Allo stesso modo, può capitare di leggere un libro stupido”.
“Non cambi discorso!”, dice la signora.
“Non cambio discorso”, dico. “Voglio dire che lei non ha idea di che cosa siano i libri che sto buttando via. E quindi lei non può sindacare su ciò che sto facendo”.
“Io so quello che dico!”, dice la signora. “Lei sta compiendo un crimine contro la cultura! Lei è uno sciagurato!”.
Mi viene un dubbio.
“Signora”, dico, “li vuole lei questi libri?”.
“No”, dice inorridita. Fa addirittura un passo indietro.
“Ecco, bene”, dico. E, per sottolineare che considero chiusa la questione, butto finalmente nella campana i tre libri che ho in mano da due minuti.
La signora ha un soprassalto.
Io non la degno di attenzione.
“Senta”, dice la signora, cambiando tono.
“Mi dica”, dico. E butto giù altri tre libri.
“Senta”, dice la signora, “forse un sistema c’è”.
“Mi dica”, dico. Mi fermo.
“C’è una persona che sarebbe felice di ricevere questi libri”, dice la signora.
“Mi dica”, dico.
“Da queste parti”, dice la signora, “so che abita uno scrittore. Qui vicino. Mi pare”, e fa un gesto verso la via dove abito, “che abiti proprio qui”.
“E lei come fa a saperlo?”, dico.
“Ho letto un suo libro”, dice la signora, orgogliosa. “E conosco suo padre”.
“Ah”, dico. “Però”.
“Lui certamente saprà apprezzare ciò che lei sta buttando via”, dice la signora.
“Immagino”, dico.
La signora non sputa il rospo.
“E chi è questo scrittore, mi dica?”, dico.
“Si chiama Giulio Mozzi”, dice la signora.
Faccio un passo verso di lei.
“Signora”, dico, “giulio mozzi sono io”.
La signora mi guarda fisso. “Non mi prenda in giro”, dice.
“Non la prendo in giro”, dico.
Tiro fuori il portafoglio dalla tasca posteriore sinistra, un biglietto da visita dal taschino del portafoglio. Glielo porgo.
“Ecco”, dico.
La signora prende il biglietto. Lo guarda. Mi guarda.
Sembra terrorizzata.
Pulvis es”, dico, “et in pulverem reverteris”. E butto dentro altri quattro libri.

Posted by giuliomozzi at 11:34 | Comments (8) | TrackBack

C'è una sala nella biblioteca

C’è una sala nella biblioteca dove si sente respirare. Non c’è mai nessuno, ma se ti siedi al tavolo e aspetti, dopo un po’ si sente il rumore di un respiro profondo. Proviene dagli scaffali di grammatica generativa.

(Leggete il seguito, tra i paragrafi in disordine, in Brèkane).

Posted by giuliomozzi at 10:56 | Comments (11) | TrackBack

Il cielo sopra Bologna

ilcielosoprabologna.JPG

Venerdì scorso, alle due del pomeriggio.

Posted by giuliomozzi at 00:03 | Comments (11) | TrackBack

17.02.04

Fenomenologia del salgarismo

Ricevo questa lettera, e con il permesso dell’autore la pubblico:

Caro Giulio,
[…]. Mi chiamo Alessandro Canale. 45 anni. Ho scritto un paio di libri per Fernandel, qualche lavoro teatrale, più almeno un migliaio di campagne pubblicitarie sulle quali ti risparmio ogni commento. […]. Sto seguendo (ma, per motivi contingenti, senza l’attenzione profonda che la cosa meriterebbe) il dibattito seguito alle tesi di Covacich su una mancanza di storie narrative italiane legate al cambiamento, all’evoluzione, o alla involuzione della nostra società nazionale. Più o meno.
Devo dire di trovarmi un po’ spiazzato. Nel senso di essere d’accordo con lui al 95% ma con un feroce 5% contario. Che nelle riunioni di condominio poi, è sempre quello che manda a puttane ogni decisione. E riferendomi alle idee di questo feroce 5% di vecchi neuroni pensionati, ancorati ad un passato morto e sepolto ti sparo una domanda. Può esserci posto nell’asfittico panorama letterario nazionale di una corrente salgarista? Salgarista nel senso di Emilio Salgari, ovviamente. Di una narrativa incentrata su una storia, basata su una trama, fulcrata su un intreccio. Nessun documentarismo sentimentale, nessun trattatello sociologico mascherato da racconto, nessuna attesa infinita di qualcosa che dovrebbe succedere e non succede mai. Personalmente, ne ho abbastanza delle solite storie di ragazzotti ravvennati che ci raccontano le loro giornate al bar, il rapporto con il cantante del cuore, dal loro punto di vista assolutamente lancinante ma di solito identico a quello dei loro nonni per Natalino Otto, la solita morte dell’amico tossico ecc… o le pene d’amor sottese del gruppo di anoressiche, con sprazzi di geniale bulimia, di Pordenone. Minima immoralia, ma il più delle volte perfino moralia. Tutto qui? Ma viva Avoledo cazzo. Almeno è una storia con inizio e fine.
Bene, torniamo al Salgarismo. Storia quindi, ma non solo. Ambientazione rigorosamente non italiana. Anzi, straniera. Come Salgari ha ambientato le sue trame in Malesia, India e vari altri luoghi di fantasia, il salgarismo le ambienta fuori dai nostrio confini nazionali. Con protagonisti di quel paese. Creando un’arcadia di credibilità, dove non comanda l’autentico ma regna il credibile. Giocando con lo stereotipo. Perché, qui non si fa narrativa malese per i malesi o americana per gli abitanti di Boston. Qui si fa
fiction basata in America. Come Aldo Giovanni e Giacomo hanno fatto un film divertente in cui interpretavano tre americani nella new York della mafia. Ecco, rimaniamo al cinema. Prendi Sergio Leone. Esattamente negli anni in cui il cinema veniva spinto a trattare temi nazionali di accusa o di analisi della realtà sociale con maestri come Scola, Petri, Loy ecc… Leone arriva e si butta sul western. Ma è scemo? Scusa Leone, ma il western lascialo fare a Sam Peckimpah, a John Ford, a Arthur Hill. Tu sei del centro Italia no? E allora perché non fai una bella storia di butteri, tirando fuori i veri sapori dell’avventurosa Maremma? E invece Leone ha inventato un genere. Quello del un western falso come Giuda. Ma forte. Ed è stato così stereotipato da non vergognarsi nemmeno di chiamare un suo film Il buono, il brutto, il cattivo. Sulla carta avrebbe dovuto avere un mediocre successo nelle arene parrocchiali del Molise. E invece per gli americani è un maestro. Ecco, questo è il salgarismo. Non il nuovo punto di riferimento della letteratura contemporanea, ma una favola per adulti. Una forma di intrattenimento narrativo in grado di rendere meno atroce l’attesa nella stazione di Ancona del rapido Milano-Lecce. Quindi torno alla domanda iniziale. Pensi che sia una strada accettabile? Un tentativo perseguibile? Una nicchia tollerabile? O la ritieni invece un insulto al pensiero nazionale e alla cultura del provincialesimo. Evoluzione dell’esistenzialismo che vede oggi in Ligabue, non il pittore, ma il rocker di Correggio uno dei massimi esponenti penisolari? Mi piacerebbe avere il tuo parere. Magari anche davanti ad una birra qui a Milano. Tanto, dopo l’orario di ufficio sono quasi sempre libero.

Questa è stata la mia risposta:

Caro Alessandro. Sono d’accordo su tutto. Ho pubblicato Avoledo perché sollecitava il lettore di Salgari che c’è in me da sempre (suoi, i primi libri che ho letti). Credo che la letteratura salgàrica sia importante. Non penso che sia l’unica buona e utile. Ma penso che sia davvero importante. (Io vorrei tanto essere un narratore salgàrico. Purtroppo non lo sono. Si fa quel che si può). Crescendo, ho imparato a leggere di tutto come leggevo Salgari: per vedere
come va a finire, per visitare strani luoghi, per sognare di notte quel che
ho letto di giorno. Ho letto così anche Proust. Per dire. Esiste, purtroppo, nell’élite colta italiana, in particolare in quella letteraria, una sorta di “vergogna del salgarismo che è in noi”. (Penso alle recensioni all’Avoledo: “Libro divertente, appassionante, funambolico, scombinato, bizzarro, sorprendente; non si riesce a smettere di leggerlo: un brutto libro”. Più d’una diceva così).

E magari settimana prossima si prova con la birra.

Posted by giuliomozzi at 13:26 | Comments (18) | TrackBack

Una settimana perduta?

Ma la settimana di diario che ho tenuta in Pordenonelegge, e che è improvvisamente sparita, tornerà mai ad apparire? O almeno, ne avranno salvata una copia? Non che io sia maniaco della conservazione; ma sarebbe curioso, se degli amici riuscissero là dove perfino i nuovi gestori di Clarence (come dire: il Male Assoluto) hanno fallito…
Attendo con fiducia. Anche perché non vorrei che le settimane di Gian Mario Villalta e di Gattostanco facessero la stessa fine.

Posted by giuliomozzi at 07:40 | Comments (7) | TrackBack

Osservazioni sul volo degli yogurt

(Dai lavori in corso per lo spettacolo intitolato: Miti, oggi o qualcosa del genere. Perché questo monologo s’intitoli così, è troppo complicato da spiegare. E’ un titolo di lavoro, diciamo).

Mi piace l’ordine.
Ho sempre amato l’ordine.
Quando faccio la spesa,
mi piace che tutto sia in ordine.
Mi piace il supermercato.
Al supermercato c’è tutto,
e tutto è in ordine,
tutto è sempre disponibile,
tutto è nella giusta quantità.
Mi piace esercitarmi a ricordare
L’esatta disposizione delle merci.
Così, da un giorno all’altro,
so già dove trovare ciò che cerco.

Ogni tanto, ho una paura:
che così, di punto in bianco,
decidano di cambiare la disposizione delle merci.
Questo non dovrà mai accadere.
Io so dove devo andare,
dove devo guardare.
Potrei fare la spesa ad occhi chiusi.
Il supermercato è nella mia mente,
e la mia mente è il supermercato.
Potrei camminare, il carrello davanti a me,
senza aprire gli occhi allungare il braccio,
prendere il prodotto,
collocarlo nel carrello,
condurlo con me fino alla cassa.

Mi piace incontrare, proprio all’inizio,
la frutta e la verdura.
Il supermercato mi accoglie
Offrendomi freschezza, genuinità.
Anche il pesce è bellissimo, disteso sul ghiaccio.
Appena pescato.
Questa sì che è una bella accoglienza!

Mi piace trovare tutto in ordine,
le merci disposte per famiglie, parentele, amicizie:
il sapone accanto al bagnoschiuma,
i sottoli vicino ai sottaceti,
le camicie accanto alle cravatte,
il riso vicino alla pasta.
E poi le bevande tutte assieme,
e tra le bevande le bibite tutte assieme,
e tra le bibite le aranciate tutte assieme:
questo è ordine, questo è pace.
Con un solo colpo d’occhio, posso scegliere.
E la mia scelta è sicura.
La mia mente, quando sono al supermercato,
è in pace.

È come una leggera trance.
La mia mente smette di offrire resistenza
E si offre, docile, alle merci.
Quando mi riscuoto, alla cassa,
gioisco
dei regali che mi sono fatta.
Il supermercato mi ha insegnato ad amarmi.
Non mi amavo così tanto, prima del supermercato.

E mi piace, poi, addentrarmi
Fino in fondo, fino al banco delle carni,
il ventre del supermercato.
Mi piace sentire, oltre la porta girevole,
il rumore dei coltelli che si affilano,
i colpi che spianano le carni.
Tutto quel rosso, davanti a me.
Mi riscalda il ventre.

E mi piace il brivido dei surgelati
Proprio lì, a un passo dall’uscita.
Un brivido quasi di paura.
Perché ho paura, io, sì, quando esco dal supermercato.
Esci dal supermercato, e non sai che cosa trovi.
Il mondo è confuso, la mia mente
Non riesce a comprendere il mondo.
Il supermercato è nella mia mente,
e la mia mente è il supermercato.

Posted by giuliomozzi at 07:32 | Comments (8) | TrackBack

16.02.04

Napoli, Galassia Gutenberg

galassiagut.JPG

L’ombra (a destra) è di Personalità confusa. Il ciuffo (a sinistra) è della Pizia.

Posted by giuliomozzi at 15:33 | Comments (8) | TrackBack

Dovrei dire qualcosa

Ma, dell’incontro di sabato pomeriggio a Napoli, nell’ambito di Galassia Gutenberg, teoricamente dedicato a “Come cambia la scrittura nella rete”, e che vedeva coinvolti Giovanni De Mauro, Eloisa di Rocco, giulio mozzi, Personalità Confusa, Tiziano Scarpa e Luca Sofri, sento che dovrei dire qualcosa; ma non so che cosa.
Ecco, la sensazione è: che c’era poco da dire. Che finché ci si accanisce a discorrere dei “blog”, della loro natura ed essenza, non si cava un ragno dal buco. “Blog” è una parola generica come “libro”.
Mi immagino il signor Gutenberg, quello di quella volta, che organizza un convegno intitolato: “Come cambia la scrittura nei libri stampati a caratteri mobili”.
Oppure, Meucci e Bell che, miracolosamente rappacificati, organizzano un convegno intitolato: “Come cambia la conversazione nell’era del telefono”.
Che cambi, è certo. Ma il cambiamento è nel tipo di relazione. Alla parola “conversazione” noi associamo automaticamente l’idea di una relazione (e quindi troviamo sensato il convegno di Meucci e Bell). Il punto è che la “scrittura” è una relazione tanto quanto la “conversazione”.
Mi ricordo le meravigliose fesserie che si dicevano a proposito dei cartoni animati giapponesi (i primi che arrivarono in Italia): “Sono senz’anima, sono fatti con il computer”. (E, tra l’altro, all’epoca, le produzioni Disney utilizzavano le animazioni al computer molto più massicciamente di quanto facessero i produttori giapponesi: la Pixar non è mica un’azienda giapponese). Come se la presenza di un’anima in un’animazione dipendesse dal mezzo tecnico.
Mi ricordo l’altra meravigliosa fesseria, tutt’ora vivente: che chi scrive al computer faccia meno labor limae. Come se, storicamente, nel passaggio dalla pietra scolpita alla pergamena, dalla pergamena alla carta, dalla carta ecc., la quantità di labor limae fosse regolarmente diminuita. No: è vero il contrario; il lavoro di scrittura al computer facilita tantissimo il labor limae.
(Se questo diario è scritto alla va’-là-che-vai-bene, non è perché è scritto con il computer (tutti i miei libri sono stati scritti con il computer). E’ perché ho deciso di fare un diario pubblico, cioè di pubblicare giornalmente, istantaneamente).
La sensazione, dunque, è che bisognerebbe smetterla di parlare dei “blog”, e bisognerebbe cominciare a parlare di specifiche scritture, di specifiche operazioni diaristiche, di specifici modi di fare informazione opinione controinformazione disinformazione, di specifiche invenzioni narrative in rete. Nonché di specifici generi letterari, di specifiche situazioni comunicative, e chi più ne ha più ne metta.
O no?
Sì, vero?
Bene.
Allora: cerco critici letterari, ricercatori, teorici della lettura e della scrittura, laureati e laureandi, che abbiano studiati i “blog”. Non per estrarne considerazioni epocali sui mutamenti nei fondamenti della nostra civiltà, ma per “descrivere come sono fatti”.
Il mio indirizzo è sopra la foto in cui sono di spalle.
Ho fatto un bel post confuso, sì, sì.

Posted by giuliomozzi at 14:34 | Comments (17) | TrackBack

Gattostanco in Pordenonelegge

E da oggi, nelle pagine dedicate allo Scrivere l’immediato in Pordenonelegge, iniziano a scrivere: Gattostanco nelle pagine del Diario dei diari, e Gian Mario Villalta nel Blog di poeti e scrittori (in questo istante non c’è ancora niente, ma qualcosa presto arriverà).
E se qualcuno si domandasse che cosa ci fanno, costoro, a scrivere in Pordenonelegge, qui è spiegata la faccenda.

Posted by giuliomozzi at 12:38 | Comments (0) | TrackBack

Nuova casa

Bene. Buongiorno a tutti e tutte. Questa (http://www.giuliomozzi.com) è la nuova casa del mio diario. Casa provveduta, con grande generosità e splendida tempestività, da Gianluca Neri. Non so come ringraziare. Anzi, lo so. Si è parlato di specialità enogastronomiche. Provvederemo.
La casa vecchia (http://giuliomozzi.clarence.com) resta lì. Mi dispiace lasciarla; d’altra parte, con quel che è successo in Clarence, non restava altra scelta. E poi, approdare alla Blogsnation di Gianluca è una sorta di ritorno a casa. O di ritorno in famiglia in un’altra casa. In somma.
Sto invecchiando, divento sentimentale.
In questa casa nuova c’è tutto quel che c’era nella casa vecchia; tutte le pagine di diario e tutti gli interventi dei gentili lettori e delle gentili lettrici; mancano solo i giorni (dal 3 febbraio a ieri) che ho passati in villeggiatura presso Pordenonelegge, e che in questo istante non sono nemmeno leggibili lì (questione di ore, va tutto a posto, mi hanno detto).
Poi devo sistemare i link, appendere i quadri, fare tutte le cose. Imparare un Movable Type leggermente diverso da quello che c’era in Clarence. Questione di qualche giorno.
Bene. Son contento. Sarà una buona casa, questa.

Posted by giuliomozzi at 12:32 | Comments (10) | TrackBack

03.02.04

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Prendo il treno da Padova per Bologna. E' un treno che va a Napoli. Salgo in un vagone verso coda. E' un vagone open space, deserto. Mi metto comodo. Leggo un fumetto giapponese.
Dopo un po' che sono lì, arriva il controllore. Gli do il biglietto. Lo buca. Me lo ridà. Si guarda intorno. Mi guarda. Io lo guardo.
Il controllore dice: "Non sente un po' di solitudine, qui dentro?".
"No", gli dico.
Il controllore mi guarda ancora. Io lo guardo.
"Quella roba lì piace a mio figlio", dice indicando il fumetto giapponese.
Guardo il fumetto. Guardo il controllore.
A occhio avrà cinquant'anni.
"Non è poi male", dico.
Il controllore mi guarda con disgusto.
"Dovrebbe leggere dei libri, altro che i fumetti", dice.
"Ma no", dico, "ci sono parecchi fumetti che vale la pena di leggere. Come ci sono parecchi libri che non vale proprio la pena di leggere".
"Puah!", dice il controllore.
E' una cosa curiosa. E' la prima volta che sento un essere umano dire: "Puah!". Fino a oggi, per me, "Puah!" era una parola da personaggi dei fumetti.
"Gli rincoglioniscono la testa", dice il controllore.
Ho una brevissima fantasia anatomica.
"Con tutti i soldi che spendo per farlo studiare", dice il controllore. "E lui è sempre lì con i suoi fumetti giapponesi".
"Che cosa studia?", gli domando.
"Al Dams", dice il controllore. E ripete: "Puah!".
"Lei avrebbe preferito che studiasse altro?", gli domando.
"Qualcosa di serio", dice il controllore.
"Tipo?", gli domando.
"Non so", dice il controllore. "Giurisprudenza. Ingegneria. Medicina no, che poi fai il precario vent'anni. Agraria".
"Provi a pensare", gli dico. "Magari troverà da lavorare nei fumetti".
"Puah!", dice ancora il controllore.
"I tempi cambiano", gli dico, "ci piaccia o non ci piaccia. Siamo nell'era dell'immateriale".
Il controllore mi guarda fisso.
"Lei che cosa fa?", mi domanda.
Ci penso un attimo.
"Faccio lo scrittore", gli dico.
Il controllore mi guarda malissimo.
"E' vero", gli dico. "Faccio lo scrittore".
Il controllore si appoggia con tutt'e due le mani al tavolinetto tra i sedili.
"E legge fumetti giapponesi?", dice.
"Ma sì", gli dico. "Sono interessanti. Utili. Hanno modi di raccontare molto originali".
Il controllore avvicina la sua faccia alla mia. Sento odore di Proraso.
"E lei è diventato una persona colta, a forza di leggere fumetti?", dice il controllore.
"Ho sempre letto di tutto", dico. "Anche tanti fumetti".
Il controllore si raddrizza. Si sistema il borsello-biglietteria che gli pende dalla spalla sinistra. Mi guarda ancora, sempre più storto.
"Non sarà mica un professore di mio figlio, lei?", dice.

Posted by giuliomozzi at 21:57 | Comments (35) | TrackBack

Miti nella contemporaneità

Ieri sera ho fatto un salto a Padova, per la lezione del lunedì alla Lanterna magica. Oggi sono arrivato alla Corte ospitale (dov'ero anche ieri) a mezzogiorno e mezzo. Con Franco (regista), Roberta, Sergio, Tony (attori) abbiamo ripreso il lavoro sui miti nella contemporaneità. Che al principio erano i miti della contemporaneità, ma poi le cose vanno sempre come vogliono andare. Abbiamo staccato alle sei e un quarto, sei e mezza. Poi abbiamo fatta un'altra oretta abbondante, dalle sette e un quarto alle otto e mezza.
Adesso, tutti gli altri sono a teatro. Io mi sono rintanato negli uffici.
E' la prima volta che lavoro in questo modo: in un luogo isolato, passando ore e ore e ore in compagnia delle altre persone coinvolte.
In queste ore e ore e ore facciamo due cose. Prima cosa. Discutiamo di che cosa potrà essere il "lavoro". Franco, Roberta, Sergio e Tony dicono: "lavoro". Io dico: "messinscena". Credo che sia nella lingua di chi fa teatro, chiamare "lavori" gli spettacoli. Io dico: "messinscena" perché il mio problema, in questi giorni, è proprio capire come i testi che ho scritti, che sto scrivendo e che scriverò, potranno essere messi nella scena. Seconda cosa. Franco fa fare ai tre attori delle improvvisazioni. Loro saltano di qua, saltano di là, si arrampicano su per i muri, urlano, si stringono le mani dicendo: "Piacere", stramazzano sul pavimento. Franco è molto soddisfatto.
La faccenda, tutto sommato, per me è ancora molto misteriosa.
Comunque oggi abbiamo fissati alcuni punti fermi.
Il titolo. Sarà probabilmente: Quattro Antigoni a picnic.
La scena. Una grande cornice, disposta diagonalmente nel chiostro della Corte. Gli attori lavoreranno per lo più sospesi in aria dentro la cornice; potranno anche svolazzare di qua e di là. Il tutto dovrà fare l'effetto di un quadro di Rauschenberg.
La forma. Si tratterà probabilmente di un dialogo socratico-rotatorio a sticomitie. Cioè di un dialogo cooperante, nel quale nessuna voce farà da guida (da Socrate), e tutti i discorsi saranno frammentati e spezzettati.
Il prologo. Si inizierà con il canto della sposa abbandonata e il controcanto dello sposo appeso per i piedi.
Durante la pausa abbiamo meditato sulle "quattro regole della felicità" proposte nel numero di febbraio del mensile Riza Psicosomatica:
- dipende solo da te,
- mai importi traguardi,
- afferra l'amore com'è,
- non lottare con te stesso.
Bene, ora so come devo procedere per riuscire (almeno decentemente) in questa faccenda.

Posted by giuliomozzi at 21:37 | Comments (5) | TrackBack

01.02.04

Stazione

"E' da questa parte la stazione?", domanda l'uomo tutto imbacuccato.
"Sì", dico. "E' da questa parte".
Sono le dieci di sera. Siamo in un paesino in mezzo all'Emilia. Per quella stazione, passano solo i treni delle Ferrovie Regionali Emiliane.
"Grazie", dice l'uomo tutto imbaccuccato, incamminandosi.
"Guardi che non ci sono più treni", gli grido dietro.
L'uomo tutto imbacuccato si ferma.
"Come, non ci sono più treni?", dice.
"A quest'ora", dico, "non ci sono più treni. L'ultimo è verso le otto, mi pare".
"Troverò una corriera", dice l'uomo tutto imbacuccato, riprendendo a camminare.
"La stazione delle corriere è dall'altra parte", gli grido dietro.
L'uomo tutto imbacuccato si volta, si pianta a gambe larghe, mi guarda.
"Ma lei", dice, "non le viene mica in mente", pausa, "ogni tanto", pausa, "di farsi i cazzi suoi?".

Posted by giuliomozzi at 22:53 | Comments (15) | TrackBack

Una furiosa polemica

Un amico mi avverte che nel forum del sito dell'editore Fernandel è in corso una "furiosa polemica" su Tullio Avoledo. Vado a vedere, ed ecco che cosa trovo. Parlare di "furiosa polemica" mi pare un po' eccessivo, comunque è vero: si discute.
Comincio a leggere.
Ho la sensazione che nessuno di quelli che parlano abbia letto, o almeno abbia letto per intero, l'articolo in questione. Finché non m'imbatto in un intervento che dice: "Quando si discute di un articolo è importante averlo letto. Dare giudizi su cose riportate da altri, diventa rischioso", e mi dico: bene, non è un'impressione solo mia.
Così, mi permetto di fornire qui l'articolo di Avoledo. Il titolo è: Impressioni di viaggio nel mondo letterario.

Posted by giuliomozzi at 16:08 | Comments (46) | TrackBack