Nel 1996 mi scappò di scrivere, senza avere precise intenzioni, un testo che chiamai: "Manifesto: un'approssimazione". Era qualche paginetta in cui, un po' come ha fatto Mauro Covacich nel suo recente intervento (vedi qui a fianco sotto il titolo: "Vertigini da fiction"), cercavo di dire che cosa mi sembrava si dovesse fare con la letteratura. L'"Approssimazione" uscì poi nel 1997 nel mio libro Parole private dette in pubblico (Theoria 1997, Fernandel 2002). Sono passati otto anni, e naturalmente le mie opinioni non sono più esattamente le stesse. Ma la frase chiave (quella che a me sembra la frase chiave) oggi ancora la sottoscrivo: "Se la scelta è tra retorica e terrore, io ho già scelta la retorica". Quanto ai "manifesti" come genere letterario e come pratica sociale, qualche considerazione l'ho scritta qui.
Manifesto: un’approssimazione (1996)
Ciò di cui abbiamo bisogno oggi è una poetica minimalista d’orgoglio. Non siamo minimalisti perché sappiamo occuparci solo di cose piccole e trascurabili: siamo minimalisti perché la nostra vista è acutissima e siamo diventati capaci di vedere cose che altri non hanno mai viste prima. Siamo diventati orgogliosi a causa della nostra umiltà. È vero: non siamo più capaci di abbracciare un paesaggio con uno sguardo, di risolvere una situazione con una battuta, di rendere l’anima di una persona con un gesto. No, non è più il tempo di queste cose. Siamo felici perché le nostre possibilità sono superiori a quelle di chi ci ha preceduti. Siamo felici perché ciò che abbiamo perduto è ciò che non ci serve più. Siamo nani sulle spalle di giganti o più probabilmente nani sulle spalle di altri nani: la vista, da quassù, è comunque migliore. Siamo convinti che la vista, da quassù, sia migliore. Amiamo la tradizione che ci contiene e nella quale ci riconosciamo e che vogliamo modificare, stiamo già modificando. Le nostre ambizioni sono piccole, ma lo diciamo solo per nonchalance. Vogliamo sapere cose sul mondo, nientemeno. Ciò che ci spinge non è diverso da ciò che ha spinto tutti quelli che sono venuti prima. Certamente nella tradizione ci scegliamo gli antenati. È una cosa giusta e necessaria. Umilmente mi inchino di fronte a certi grandi e più volentieri vado a scuola da altri, forse più piccoli e forse no. Faccio dei nomi di questo secolo che naturalmente valgono solo per me: Lorenzo Montano, Carlo Coccioli, Antonio Porta, Pier Vittorio Tondelli. Questi nomi non sono una linea: sono, semplicemente, persone dalle quali ho imparato. E aggiungo, perché il ringraziamento è una cosa importante: Elisabetta, Stefano, Severo, D., Laura, Zara, le Roberte.
Ho capito che la lingua è una cosa separata da me. La lingua, queste parole scritte, non sono io. Io sono sicuro di essere io; invece la lingua è data. Quindi siamo realisti: corpo è corpo, lingua è lingua. Semplicemente, non può essere che così. La lingua è la mia serva, ne faccio uso. Non crederò mai di poter mettere un urlo sulla pagina. Il mio corpo non è una questione condivisibile con le parole. Ho un sogno di dominio, devo confessarlo. Voglio dominare una lingua che mi serva a comunicare. Se la scelta è tra retorica e terrore, io ho già scelta la retorica. Il mio sguardo è quel che è, della lingua voglio saper fare quel che voglio. Tanto poi lei, la lingua, se vorrà dire dell’altro, lo dirà. Qualunque dominio io cerchi di esercitare non può domarla. Eppure questo sogno di dominio mi prende. Svaluto le parole. Non uso parole grosse. Riduco il bagaglio al minimo. E faccio esercizio con la sintassi. Mentre scrivo respiro. Ecco, forse questo può passare: sguardo, respiro. Temo che per necessità saremo classicisti. Non c’è nessuna rinuncia nel parlare una lingua comune. Tenteremo una scrittura ordinata e comprensibile nei suoi svolgimenti, nel lessico, nella scelta dei tempi verbali, nell’articolazione delle frasi. Una scrittura invisibile che trovi la sua forza nell’apparente mancanza di stile e però sia capace di contenere tutto, assorbire: lingua-spugna, lingua-ameba. Parlerà delle cose che accadono davanti ai miei occhi, delle cose che accadono attraverso il mio corpo. La scrittura di stile classico (che sarà il nostro rimedio e non il nostro ideale) sarà prudente, giusta, forte e temperante. Sarà pronta nell’evitare ciò che distrae dal fine e pronta nel realizzare ciò che conduce ad esso; sopporterà la presenza del male; dominerà le paure; si assoggetterà volentieri a una disciplina liberamente scelta.
Certamente non vogliamo una scrittura del milleottocentocinquanta. Pensiamo a una scrittura che abbia l’andatura di certe musiche di Brian Eno, o che faccia pensare ai «sacchi» di Alberto Burri. Lo so: Eno lascia che le macchine producano la musica; l’arte di Burri viene chiamata informale. Entrambi sanno che la materia con la quale lavorano è separata. E poi, diciamo chiaro: chi, se non gli artisti del cosiddetto informale, ha in questo secolo disperatamente tentata una poetica iperclassicistica dell’armonia delle forme?
Ogni cosa che scrivo è un semplice tentativo che vale quel che vale. Credo di avere una sola cosa da dire (per prudenza e per orgoglio non la nomino) e credo che ogni cosa che scrivo sia un’approssimazione. Credo che quell’unica cosa che ho da dire si possa dire solo per approssimazioni e tentativi: allora tutte le approssimazioni e i tentativi diventano importantissimi. Ogni volta che torno su una cosa che ho scritta ne faccio un’esecuzione diversa. Ogni volta io non sono esattamente lo stesso. La forma perfetta probabilmente non esiste, la qualità dell’esecuzione è un concetto opinabile. Che poi un’esecuzione o un’altra si stampi, questo non è molto importante. Comunque ciò che facciamo è caduco. Non si scrive per l’eternità. Però dell’eternità parliamo, di che altro? È l’unica cosa che importa. Vorrei che la mia vista fosse così acuta da permettermi di descrivere il morire. Vorrei imparare a non distogliere lo sguardo, mai. So che sono insufficiente rispetto ai miei desideri. Devo forse smettere di desiderare? Io sono felice di essere mortale perché la mia natura è questa, so di essere immortale ma quando dico so di essere immortale assolutamente non so che cosa sto dicendo. Tuttavia lo dico e mi glorio di dirlo: dico una cosa che è di tutti e ne sono felice come di una grande gioia che sia stata preparata per me personalmente: e difatti è così. Della mortalità e dell’immortalità, di queste cose da niente si parli. Della nostra fierezza si parli. Oh, non siamo deboli. Abbiamo tutta la forza delle persone umane. Vogliamo descrivere ogni istante della nostra vita e, diversamente dal signor Palomar, sopravvivere per descrivere l’istante della nostra morte. Potremo farlo perché fine di tutto non è la morte ma la redenzione. La letteratura, sapete, è una cosa che non vale niente. Non ci aspettiamo niente da lei. Quello che faccio, come ad esempio scrivere, è solo un pezzo della mia esistenza che non ha nessun valore se si stacca dalla mia esistenza. Come l’anima contiene delle parti, eppure l’anima è una, così io sono uno e niente si può staccare da me. La lingua, come ho detto, è semplicemente fuori e mi serve. Ciò che avviene dentro la mia lingua senza che io lo sappia: ebbene, questo io non lo so. Desidero essere buono nella speranza che ciò che passa dentro la mia lingua senza che io lo sappia sia altrettanto buono. Essere buoni significa: desiderare la redenzione; non giudicare. Io devo solo sostenere lo sguardo, continuare a guardare ciò che vedo, essere buono, mantenere fermo il controllo sulla lingua.
Confidiamo in chi legge. La lettura è tutto. Come quando si parla: l’ascolto è tutto. È l’ascolto che ci fa parlare. Io parlo perché un altro ha parlato, ho ascoltato.
Non credo tu senta il bisogno di complimenti. Tuttavia, se non ti turba, voglio dirti la mia profonda stima intrisa d'affetto. E' davvero sorprendente come l'umana mendicanza splenda più di tutte le intelligenze, e come spezzi gli schemi delle idee. Non turbarti perciò se una come me: plurimadre, dilettante, vecchia e ciellina, ti scrive senza pudore e senza nuovi nik. Tania Ducoli
Posted by: tania-ardito-marchenoir at 29.01.04 14:06Tra terrore e retorica forse si può anche non scegliere. Scegliere di non scegliere, scegliere la "terrorica", una lingua che si fa corpo, kamikaze che esplode sulla pagina, che fa a pezzi la realtà, o che ne raccoglie i pezzi, li riordina, li ridisordina, per fare un po' di luce. Grazie per i tuoi spunti sempre illuminanti.
Posted by: Bandini at 29.01.04 16:14Concludevi bene nel tuo blog di ieri : ..."Parole,parole parole".
Magari belle parole, ma pur sempre parole, sia nel 1996 che nel 2003 e nel 2004.
Anch'io ascolto, ma anch'io non riesco a tacere.maria L
L'ascolto è tutto. Condivido. "Ascoltare" significa anche "essere buoni" perché confrontarci spesso è difficile e riuscire ad "ascoltare" è capire gli altri ma soprattutto se stessi. ...mi sono persa... comunque volevo anche dire che mi piace molto il tuo diario e le varie recensioni. ciao luisa
Posted by: luisa di paolo at 29.01.04 20:22nel 1996 ti scappò di scrivere
nel 2004 ti scappò un peto
Gente, ma avete mai letto il blog http://pulsatilla.splinder.it? Questa tizia scrive da dio. E, se è vero quello che dice, ha solo 22 anni. Luisa Pianzola
Posted by: luisa at 29.01.04 21:54Non so cosa sia necessario per capire (spremere?) il mondo. A prima vista sembrerebbero l’impegno, il realismo, le parole “forti”, un pensiero “forte”... Ma non è così semplice. Semplificando troppo, la letteratura rischia la deriva sociologica, o l’ideologia. Poi ci sono i paradossi. Prendiamo i poeti, magari i lirici, i più lontani – per statuto – dalla “durezza” del mondo. Sandro Penna è un poeta (un lirico) dedito esclusivamente alla propria personale / monotematica / scandalosa / ossessione. Uno totalmente privo di interesse per la “realtà” e per l’impegno. E tuttavia - all’improvviso, con due versi - ci dà scorci dell’Italia degli anni ‘30 e ‘40 che non sono meno rivelatori di “realtà” di un capolavoro del neorealismo (cinema o letteratura). Idem per Saba (altro lirico), il bersaglio di ogni avanguardia. Un bersaglio anche di Fortini, intellettuale “impegnato” per definizione. Ma Fortini - alla fine - si ricrede, e lo dichiara. Da poeta. […Va la memoria ad un verso di Saba. / Ma ne manca una sillaba. Per quanti / anni l’ho male amato / infastidito per quel suo delirio / biascicato, per quel rigirìo / d’esistenza… / E ora che riposano / il suo libro e il mio corpo / indifferenti / come un sasso o una pianta / o una invincibile ombra nel bosco / (nel vuoto il sole s’avventa / e un’iride ne grida) riconosco / con lo stupore di chi vede il vero / lunga la poesia, lungo l’errore. / Parevi stanca, parevi ammalata, / ma t’ho riconosciuta, io che t’ho amata. - F. Fortini: “Composita solvantur” - Einaudi 1994]
Posted by: uvizeta at 29.01.04 22:44sto finendo in questi giorni di leggere Parole private dette in pubblico, quel libro ed io eravamo pronti per conoscerci. vi assicuro che quel testo è incredibile: è accattivante, onesto ed eccitante dalla prima pagina, non è semplice vi avverto, perchè per quanto estremamente ragionevole, ci sono sovrastrutture da labirintite e ci sono frasi che risalgono da pozzi artesiani della mente e scavano domande a bassorilievo, punti interrogativi a due a due come parti gemellari, senza risposte a volte, ma è bello quanto i tre moschettieri pur trattandosi di conversazioni intorno alla scrittura. mi ha lasciata a cercare un senso e questa per me è la cosa migliore. dopo sei passeggiate nei boschi narrativi, ho trovato qualcosa che davvero mi ha divertita. buonanotte sara
Posted by: sara at 30.01.04 01:06