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BlogNation
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26.01.04

Spremuta di Covacich

Prometto che questo è l'ultimo post sull'argomento, per ora.
Nel suo ormai celebre (almeno tra i pochi intimi che leggono questo diario) articolo nell'Espresso, Mauro Covacich ha usata un'espressione sulla quale, in questi giorni, ho meditato e rimeditato. Scrive Mauro: "Perché [noi narratori italiani] non riusciamo a raccontare storie - non importa se inventate, vere, realistiche, surreali - in grado di spremere la vita, di metterla sotto torchio?".
Mi colpiscono quese parole: "spremere la vita", "mettere sotto torchio".
Se penso a quegli autori non italiani, tra i quattro o cinque che Mauro cita, dei quali ho letti i libri, e soprattutto a David Foster Wallace e Don DeLillo, ho la sensazione che facciano tutto fuorché "spremere la vita" e "metterla sotto torchio".
Le parole sono importanti, diceva un celebre girotondino.
Allora:
Spremere. Spremere il succo. Da una massa di roba, tirare fuori il poco che è buono, l'essenziale. L'essenza.
Mettere sotto torchio. C'è una massa di roba che resterà nel torchio (inutile, da buttare, da destinare a usi inferiori) e c'è l'estratto che colerà di sotto, preziosissimo.
Mi è difficile pensare a Infinite Jest di Wallace o a Underworld di Delillo come a libri che "spremono", che da una gran massa di roba estraggono l'essenza. Mi sembrano, invece, libri che si espandono oltre il necessario, che accumulano, che ammucchiano una gran massa di roba. La scheda di Underworld nel catalogo Einaudi dice: "Un romanzo che fa esplodere la storia, i miti e la vita quotidiana dell'America del dopoguerra e ne ricompone i resti".
"Esplosione". Una parola assai diversa da "essenza".
Io sono uno scrittore di racconti. Non scrivo racconti perché li preferisco ai grandi romanzi: scrivo racconti perché so scrivere decentemente (credo) racconti, e sono del tutto incapace di scrivere un grande romanzo.
Però sono un lettore di grandi romanzi, di libri dalle ottocento pagine in su. Romanzi che sono come delle grandi macchine il cui scopo sia: raccogliere, ammassare, impilare; tirare su una gran massa di roba.
Ho sempre sopportato poco il romanzo ben fatto. Il romanzo ben fatto mi dà sui nervi. Il romanzo ben fatto contiene una moderata e coerente massa di roba, ordinata in una forma consueta, esibita in bell'ordine. In Italia, come in ogni Paese del mondo, si sforna una quantità di romanzi ben fatti. Servono a passare il tempo: funzione peraltro dignitosa.
Di romanzi grandi macchine, invece, ce n'è pochi in giro. Anche nella letteratura anglosassone: che pure, secondo il mito corrente, sarebbe particolarmente atta a sfornarne.
Il romanzo grande macchina ha una gloriosissima tradizione: da Don Chisciotte a Tom Jones, da Gargantua e Pantagruele a Tristram Shandy, da Moby-Dick a L'uomo senza qualità, dal Quinto Evangelio (di Mario Pomilio: ricordo l'autore, perché ogni volta che lo cito molti dicono: «Eh?») a Horcynus Horca.
Sono quei romanzi che Franco Moretti ha chiamati opere mondo: e che siano macchine spesso squinternate o funzionanti solo per scommessa, che illustrino mondi bizzarri o paradossali, non toglie nulla al loro essere opere mondo e grandi macchine.
Forse Mauro non se ne è reso ben conto: ma l'immagine dello "spremere", del "mettere sotto torchio", è un invito a fare tutto fuorché opere mondo, tutto fuorché romanzi grandi macchine, tutto fuorché Infinite Jest o Underworld.
Montale scriveva: «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco / lo dichiari», «Non domandarci la formula che mondi possa aprirti». Ecco, mi pare che le formule dello "spemere" e del "mettere sotto torchio" invitino proprio a fare ciò che Montale, già ai suoi tempi, riteneva ormai impossibile. E che, secondo me, è impossibile ancora oggi. Il che non esclude che qualcuno possa riuscirci, naturalmente.
Ma, se ha senso proporsi, come narratori, dei modelli; o se ha senso proporre delle parole chiave (non delle parole d'ordine, per carità); credo che i modelli possano essere quelli che ho citati prima (da Rabelais a Pomilio, per quanto diversissimi); e le parole chiave non saprei quali potrebbero essere, ma sicuramente non "spremere" e "mettere sotto torchio".

Posted by giuliomozzi at 26.01.04 13:03 | TrackBack
Comments

Mi trovo praticamente d'accordo su tutto quanto Giulio Mozzi dice qui. Unica annotazione personale è sul Moby Dick di Melville nella traduzione di Cesare Pavese che oltre ad essere un opera mondo, riesce secondo il mio parere anche a dire molto sull'essenza dell'uomo, su tratti universali degli uomini. Mi sembra che l'Uomo sia anche spremuto a fondo.

Posted by: luminamenti at 26.01.04 13:42

Il problema non è nè di fantasismo nè di realismo: tutto è risolto nella scrittura. Come dire, esiste la realtà, esiste la fantasia, esiste la scrittura. E' il terzo incomodo. Non attiene alla fantasia nè alla realtà, è la terza figura, il terzo polo.
Uno scrittore sommamente fantastico, nel momento in cui crea il proprio personaggio fantastico, inevitabilmente usa dei refusi che gli vengono da persone conosciute, da fatti, lampi, esistenze frequentate, da se stesso. Uno scrittore completamente fantastico usa se stesso come punto di partenza, quindi in realtà si scorge del realismo anche in questo. Il prodotto fantastico di uno scrittore è un prodotto di tipo sicuramente realistico...è un'oggettivazione del sè. Il fantastico attiene alla dilettanza, al dilettantesco, all'immaginismo più televisivo, al simbolismo circense, abbastanza minimo, povero. E poi abbiamo a disposizione la scrittura, ancora stiamo a decidere a cose attiene, attiene a sé stessa...

Posted by: Don Gnocchi at 26.01.04 15:19

l'aler settimana del giulio nazionale:
e sabato finalmente me ne vado affanculo

Posted by: brrrrrrr at 26.01.04 15:50

mozzi è una degna spremuta dell'uomo contemporaneo, vanesio, bugiardo, narciso, sadico e masico. un vero pupazzaro
complimenti giulio continua così, capolavoro di uomo

Posted by: mozzibasta at 26.01.04 15:54

Invece di "spremere", disintegrare la vita (nel senso di ridurre in minuscoli frammenti che fanno parte di un tutto e che al tutto sono riconducibili, ma di un tutto, appunto rotto - e anche nel senso della fisica atomica: rompere il LEGAME fra le PARTI di un atomo o di un nucleo).
Invece di mettere sotto torchio, farle un interrogatorio di terzo grado per tirare fuori dalla vita tutta la sua verità, anche in modo violento, sconfinando quasi nella tortura (che la verità esista o meno, è poi un altro discorso).

Posted by: Roberto Tossani at 26.01.04 17:25

Intervengo solo per dire una cosa su De Lillo. Prendiamo un’altra sua opera: Rumore bianco. Quello è un libro sulla Morte. E’ un libro-distillato. E contiene una rivelazione. E’ un’opera chiusa. Forte. Spremuta. Quel libro, a distanza di tempo, continua parlarmi, a dirmi delle cose. A accendermi delle lampadine. C’è un altro libro, letto di recente, che sta producendo in me, per altri versi, lo stesso effetto (mi è capitato di svegliarmi pensando a quel dattiloscritto, alla incredibile, bellissima storia che vi è narrata): ma non lo cito, perché stiamo trattando l’acquisto dei diritti e non vorrei dare una mano alla concorrenza. Dirò solo che inizia con una “f” e una “b”.

Posted by: gianluca barbera at 26.01.04 17:58

"Spremere la vita" ... in maniera che risalti il decolleté? ...

Posted by: gino tasca at 26.01.04 18:29

Come dichiarazione di poetica, questa di Fortini mi pare straordinaria (anche se datata, come quella di Montale del resto). “… Scrivi mi dico, odia / chi con dolcezza guida al niente / gli uomini e le donne che con te si accompagnano / e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici / scrivi anche il tuo nome. Il temporale / è sparito con enfasi. La natura / per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia / non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.”

Posted by: uvizeta at 26.01.04 20:40

Leggendo un commento di gianluca barbera scopro che esiste un'alternativa alla morte: la Morte.

Posted by: ciccio at 26.01.04 22:04

quindi, lumina, consigli la traduzione di pavese? da molti ne sento parlare male, come ormai superata (!) o con tanti strafalcioni, anche se non motivano i giudizi. cosa ne dici?

Posted by: Francesco at 26.01.04 22:57

condivido tutto quello che scrivi. sospetto che quello che potrebbe mancare non è parlare della verità, ma farlo con sorprendente vitalità, con ironia, non basta avere davanti a sè l'immagine e scriverne senza fermarsi a respirare. forse in questo l'equivoco. forse in questo il mio stesso errore. non lasciatevi travolgere dalla sindrome del confronto ad ogni costo, del superamento e forse, infine, dello schiacciamento, della morte. quello che è sotto pressione prima o poi esplode, no? e venega finalmente un'esplosione, che si porti via il marcio.

Posted by: sara at 26.01.04 23:53

fino ad oggi - come tutti - avevo visto morire amici d'infanzia e zii e nonni e gatti e cani e vicini di casa, ma non avevo ancora ben capito cos'era la morte. oggi, guardando le immagini tv del giocatore ungherese che un attimo prima sorride per l'ammonizione che l'arbitro gli ha appena appioppato, e un attimo dopo si piega in due e poi stramazza per terra - oggi, l'ho capito.

Posted by: don giovanni at 26.01.04 23:53

non resistere, ma rivoluzione, non ripiego, non torchio, ma fuoco vivo.

Posted by: sara at 26.01.04 23:58

Io continuo a rileggere la versione di Cesare Pavese.

Posted by: luminamenti at 27.01.04 06:53

Non capisco perchè si sentano spesso questi luoghi comuni, tipo quelli che dice Sara: scrittura come fuoco vivo. Non sto dicendo che non vada bene, ma un grande limite è stato posto all'intelligenza dell'uomo, alla multiordinalità del suo pensiero, alla sua esigenza di connessione, ai suoi multiformi talenti: affondato nella palude dolciastra del sentimentalismo e dell'istintivismo del ventesimo secolo, gli è stata promessa la felicità di un pollaio riscaldato e gli è stato impedito - ancora una volta - di guardare al gelo delle stelle. Per chi è negli orizzonti mutevoli del suo tempo, questo limite deve essere infranto e la scrittura può valere per il suo ghiaccio.

Posted by: luminamenti at 27.01.04 07:06

Rifletto, Giulio, sulle tue considerazioni. E' una cosa di cui non sono sicuro, anzi è una cosa che concepisco abbastanza poco, eppure ho l'impressione che non ci possano essere romanzi-mondo in assenza di scrittori-mondo. Ci vuole vita, tanta vita, per animare la scrittura. Per addensarla. Poi per farla scomparire. Per generare una narrazione che si sporga al di là del linguaggio, che non pensi il mondo ma che sia il mondo, il proprio mondo. Mi vengono in mente, a questo proposito, alcuni libri che ho amato, scritti, guarda caso, da "irregolari" della letteratura. Penso al voiage di Celine, alla solitudine di Hrabal, al chiamalo sonno di Roth. Anche all'orcinus di D'Arrigo o al pasticciaccio di Gadda o al sertao di Guimeras Rosas, sebbene in questi ultimi casi vi sia una scrittura-corpo che in qualche modo si sostituisce al mondo come fatto. Ecco, credo che un romanzo-mondo abbia bisogno dell'esperienza del mondo, dell'incomprensibilità del mondo che talvolta si trova agli antipodi rispetto alla comprensibilità della scrittura.

Posted by: luca at 27.01.04 09:02

Anch'io, Lumina, trovo inadeguata la versione di Pavese. Non critico la traduzione (non ne ho la competenza) ma la "sua" lingua (o il suo dialetto).

Posted by: Elio Paoloni at 27.01.04 09:18

caro lumina, la gelida freddezza di cui parli non appartiene ai miei modelli. magari saranno i tuoi. i miei modelli si incazzano lucidamente ed agiscono. esserci mentre si scrive, o almeno provare a mantenere il controllo, se non altro è un modo, io non ci sono mai riuscita e tu? la scrittura non rimane fuori dal mondo cristallizzata in un "andò così", eversivi non significa illogici, non significa non-strategici, nè maleducati, nè tagliatori di teste, significa coraggiosi a costo di prendersi pinnate alla moby dick, forse anche un po' folli. oggi la mia carta dice : come un usignolo con il mal di denti. vado dal dentista io. i luoghi comuni sono abominevoli, la retorica del giorno della memoria è disgustosa : correrò il rischio, se necessario.

Posted by: sara at 27.01.04 10:25

lumina, sono d'accordo circa il non aver mai scritto una sciocchezza come : scrittura come fuoco vivo. esistono dei passaggi nella scrittura,vero? inventio, elocutio..ecco non dimenticarti l'idea, cullala ma non viziarla.

Posted by: sara at 27.01.04 10:33

Mi sa che dovrò leggere qualche altra traduzione di Moby Dick...sarà che a quella ci sono affezionato...
Va bene, Sara...
Piuttosto vorrei sapere se qualcuno ha letto Paradiso di José Lezama Lima nella vecchia traduzione bur rizzoli e in quella mi pare uscita alcuni anni fa per Einaudi. Quest'ultima non l'ho letta! che dite?

Posted by: luminamenti at 27.01.04 13:16

Luminamenti, leggitela in originale, che merita.

Posted by: Pensieri Oziosi at 02.02.04 02:04

hmm...:?

Posted by: watch me at 01.09.05 01:23
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