Si chiama Cagna, il pezzo di Davide Bregola pubblicato nel blog di Marco Candida. E vi chiedo di trovare dieci minuti e di leggervelo con calma. Perché è proprio una cosa importante, secondo me.
Ne estraggo tre pezzetti:
[...] Cosa dovrebbe fare uno scrittore del ventunesimo secolo? [...]
[...] Cosa pretendo io? Perché il figlio di un operaio diventato per concorsi interni un impiegato, perché il figlio di un impiegato e di una casalinga, diplomato, che è come dire vent’anni fa uno con la terza media, che ha tentato, fallendo, di intraprendere Giurisprudenza, dovrebbe o vorrebbe affrancarsi dal suo destino? Perché il figlio di un impiegato, la madre casalinga, il fratello autista di carni per macellai, vorrebbe fare qualcos’altro da quello che gli spetterebbe? Forse è giusto rischiare di fare ciò che si vuole, in modo onesto, nel miglior modo che si riesce. Ma per quanto tempo provarlo a fare? Sono mesi che sono disoccupato, che non ho un lavoro stabile e duraturo, che sono andato a fare domande di lavoro dove c’era la possibilità di continuare a scrivere, a leggere, a fare incontri in giro… [...]
[...] Se io dovessi fare come la Weil, e considerassi di andare a lavorare in una ditta che produce qualcosa e andassi finalmente a lavorare con un contratto magari interinale, e se poi va bene, con un contratto degno di questo nome, verrei assorbito a tal punto dalla condizione in cui mi troverei, che non ci sarebbe più spazio per la creatività, per la scrittura. E magari dopo qualche tempo, mesi o anni che siano, anch’io potrei essere come l’agente di commercio che dice: Io non sono come loro. Invece so già di essere come loro. Maiali o uomini che siano, e non ho bisogno di fare “sacrifici” lontani dai miei desideri per poterlo capire o per potermi allontanare in maniera fittizia a loro. [...]
Posted by giuliomozzi at 23.01.04 08:53 | TrackBackSì, è un bel pezzo, c'è della verità in quel che dice il nostro "giovane scrittore". Ma anche della presunzione. In quanti possono permettersi di vivere di sola scrittura? A meno di non essere ricchi di famiglia o autori di best-seller.
Sereni, Solmi, Svevo, De Luca, Rugarli, i primi nomi che mi vengono in mente, facevano anche altro.
Maturare è forse accettare limiti e compromessi, non continuare a coltivare una visione adolescenziale e tutto sommato grandiosa di sè.
E' un discorso, doloroso, che è frequente tra molti individui che hanno passione per la scrittura e devono fare i conti innanzitutto con il fatto che scrivere non è una buona scelta se si pensa di farne una occupazione che ci fornisca un reddito economico. L'impresa in questo senso è fallimentare, a parte qualche eccezione. Bisogna quindi ripiegare, se l'obiettivo era quello di fare della propria passione anche il proprio reddito, sulla capacità di afferrare - quando questo si può dato che anche questo è diventato difficile - un lavoro qualsiasi e dedicare il rimanente tempo, anche notturno, anche ritagliato, alla scrittura. E' un problema di energia! Ma l'energia c'è? La mia risposta è sì, sta nel desiderio e nella motivazione profonda. Quando il desiderio viene purgato dalla sue afflizioni, quando la motivazione viene mantenuta presente con una concentrazione che la rende chiara, allora scatta l'energia, inizia a fluire, si muove e si trova il tempo interiore ed esteriore.
C'è anche un'altra possibilità. Quella di non voler fare altro che scrivere e senza sapere se mai produrrà qualcosa come un sufficiente reddito o una vita molto incerta economicamente, sempre traballante. Questo è possibile solo se si ha la forza di prendere per le corna il nostro Desiderio di scrivere e misurarlo con ciò che la vita apparente (apparente non significa che non conta, non vale, uso il termine in senso fenomenologico)offre o potrebbe offrire. Se il nostro desiderio di scrittura supera e cancella tutto il resto non avremo problemi a vivere da mendicanti senza che la cosa ci renda infelici. E' cosa rara, ma a qualcuno è accaduto, esempi ce ne sono e ce ne sono stati. Mangiare un giorno sì e uno no, avere solo un vestito, tutto il tempo per la scrittura, quindi non occorrono molti soldi,eccetera eccetera, una vita radicale insomma, da eremita della scrittura.
Vorrei invitare alla lettura di due libri:
Disoccupazione creativa, di Ivan Illich, Red edizioni; Manifesto per un mondo senza lavoro dell'amico Ermanno Bencivenga, Feltrinelli.
Vorrei ricordare che Susanna Tamaro prima di riuscire a fare l'exploit con Va dove ti porta il cuore, libro che l'ha resa abbastanza ricca, ha avuto 9 anni di rifiuti editoriali continui, molti dei quali rifiuti non erano solo garbati rifiuti ma anche insulti del tipo che era meglio che si occupasse di altro, che era meglio se andava a lavare i piatti o tornasse a frequentare un corso di alfabetizzazione elementare. Non è scrittrice che mi appassiona, ma ha creduto in se stessa, nel suo desiderio e non ha mai mollato. Si è meritato quello che ha ottenuto, anche se quel libro non mi è piaciuto, la rispetto.
Ogni situazione però è singolare e non si può giudicare o condannare, non è semplice applicare contro le infamie della vita i principi di Hesse:
la forza d'animo, la tenacia e la pazienza.
La forza d'animo irrobustisce, la tenacia diverte e la pazienza dà pace.
E' un pezzo di racconto-saggio bellissimo. Ma quella prima persona è vera o finta? Mah! Per me è importante, per sapere fino a che punto è finzione e fino a che punto diario...
Posted by: Roberta at 23.01.04 11:42L'avevo già intravvisto nel blog di Marco Candida e anche letto in buona parte: non tutto: un testo così lungo, a video, è una cosa che mi manda KO. E due cose avevo apprezzato: il titolo e la forma. Al di là di quello che c'è scritto, mi piace la fusion: diario, racconto, saggio. E' una delle strade percorribili, oggi, dalla scrittura. Buon viaggio (io controllo le retrovie).
Posted by: gino tasca at 23.01.04 13:01uno scrittore del ventunesimo secolo dovrebbe secondo me smettere di chiedersi cosa dovrebbe fare uno scrittore del ventunesimo secolo...
Posted by: brigate iannozzi at 23.01.04 13:12Si fa presto a cantare (o a scrivere) che il tempo (la volontà) aggiusta le cose, ma così non è.
Cari saluti,
Giuseppe Iannozzi
Posted by: Giuseppe Iannozzi at 23.01.04 14:13Cinicamente indirizzato verso il punto in cui la forza di volontà coincide col caso che poi è il caos universale in cui ci dibattiamo, pur troppo nemmeno tanto convinto commento: cazzate! (perdonate il finale, se potete...)
Posted by: Fabio Ciofi at 23.01.04 14:35Bravo Luminamenti.
Posted by: luisa at 23.01.04 16:10io lo manderei a lavorare...
Posted by: doge at 23.01.04 16:19Bello il pezzo sicuramente. Però, appunto, credere di guadagnarsi da vivere scrivendo presuppone un'idea del mestiere piuttosto "romantica". Almeno i miei autori preferiti il problema non se lo posero. Chi era medico, chi traduttore, chi operaio. Chi, purtroppo, accademico!
Posted by: Wuz at 23.01.04 16:26Prendo tempo... (forse non sono fatto per il blog)
Ho preso e stampato l'intervewnto di Davide Bregola, ho scaricato la sua scheda su Sironi editore, ho scaricato un suo racconto...
forse quando avrò finito di leggere tutto
sarà troppo tardi per un mio commento...
chissà, io ci provo.
ci rivediamo.
lavorare, scrivere. due cose che non vanno d'accordo? ma de che? come dire che fare l'amore e mangiare non vanno insieme, e se fosse invece vero il contrario? cioè senza una seconda occupazione (che sia mentale o fisica poco importa) è impossibile liberare la fantasia per scrivere? devo pensarci, poi vi dico. ciao giulio
Posted by: LoScrittoreFantasma at 23.01.04 22:46Sono profondamente colpito per la chiarezza e la lucidità del post di Luminamenti.
Posted by: toni at 23.01.04 22:47ma voi lo conoscete bene Bregola?
sapete cosa scrive?
cosa voleva dire?
e Mozzi... perchè ha segnalato solo "quelle" frasi?
prima di buttarvi sul blog come pescetti che non sanno a cosa abboccare... (che pena!)
Pensate. PENSATE!!!
...solo dopo scrivete.
(Ho letto l'intervento della Cagna. Non voglio pensarci. Meglio ch'io non dica). Notte,
Posted by: Anonima Sequestrata at 23.01.04 23:45Anch'io mi associo alla lucidità del post di Luminamenti.
Posted by: vmike at 24.01.04 02:19Ho letto credo tutto ciò che ha scritto Davide Bregola sin dai tempi di Transeuropa e ho continuato a seguirlo come seguo Enrico Brizzi.
Gli auguro di avere la fortuna che qualcun altro ha avuto prima di lui, la bravura c'è, i suoi pezzi sono sempre densi di significati.
Il pezzo è molto interessante e ben scritto, viene parecchia voglia di leggere altro di questo autore. Nel merito: 1- lo scrittore del ventunesimo secolo... deve rendersi conto che cominciano a esser trascorsi due secoli dal romanticismo in qua e dunque si può finalmente considerare liberato dagli affanni, dalle illuminazioni e dai sospiri di quell'epoca; 2-non si fanno dei sacrifici per scelta, ma perché (ahinoi) è necessario farne, lavorare ci tocca (se non c'é papino o chi per lui a pensare a noi); 3- la Weil che andava in WV da etologa avrebbe fatto meglio a starsene a casa (o magari a farsi ospitare in trasmissioni TV del tipo 'Una giornata particolare', la cosa non è molto diversa); 4- se uno sente l'urgenza di scrivere, lo farà comunque (anzi, avendo meno tempo curerà la qualità). PLAUTO passava le sue giornate legato come un mulo a spingere una macina, eppure è riuscito (mi pare) a scrivere parecchio... e a essere ancora ricordato e rappresentato.
Posted by: gioacchino / zampirone at 24.01.04 10:45basta pippe mentali. passate a quelle fisiche!
Posted by: onanista at 24.01.04 11:47scrivere per avere qualcosa da dire. E lasciamo stare robe tipo verita', realta' e cazzate del tipo. Uno scrive. Un altro legge. Se quello che legge trova, a suo insindacabile giudizio, "bello" o "utile" o "interessante" o (bum !) "formativo" quello che legge restano dei gran fatti suoi. Con buona pace degli affanni di questa pletora di umani che si affanna nell'esercizio vano della definizione. Non vendi ? Vendi poco ? Mai sfiorato il dubbio che poi magari forse e' la "rispondenza" di quello che scrivi a decidere se e' il caso ti debba fare la coda all'ufficio di collocamento la mattina o svegliarti a mezzogiorno ? Dove per "rispondenza", per pigrizia, riassumo il grado di piacere che gli altri riescono a raggiungere attraverso la lettura delle parole che hai scritto. "Truth ? oh sorry we don't have, something else ?"
Posted by: cletus a.a. at 24.01.04 12:06Che la letteratura non abbia proprio niente a che fare con la "verità" e con la "realtà" è un'ipotesi ancora tutta da dimostrare. Personalmente, un libro estraneo a questi due concetti mi annoia a morte.
Se è soltanto una questione di piacere, be', io il piacere lo cerco altrove.
Io non ho letto altro di Davide Bregola. Ma posso dire che il pezzo mi ha colpito. Non solo per quello che dice, ma per come lo dice, perché è avvincente, perché si fa leggere tutto d’un fiato, perché aggiunge significato alla mia esperienza di lettore. Questo mi fa pensare che Davide Bregola abbia ciò che io chiedo a uno scrittore, mi fa pensare che non si tratti di un semplice dilettante (come me, come migliaia di altri). Perché non dovrebbe essere possibile a una persona con le qualità giuste fare lo scrittore a tempo pieno, o almeno non solo a tempo perso? Pensare che uno ha le qualità giuste per fare lo scrittore significa soltanto incentivare la bohème o un romanticismo d’accatto? Che poi la vita sia difficile, il lavoro precario, ecc. ecc., è vero: ma è una ragione sufficiente perché io inviti alla rinuncia uno che se la sente di rischiare e – soprattutto – uno che sembra avere le qualità giuste per rischiare?
Posted by: uvizeta at 24.01.04 16:45Ho trovato il pezzo un po' confuso e fastidiosamente pieno di citazioni, non è il mio genere di lettura, tutto qui. Non me ne voglia l'autore.
Ho trovato invece ben resa la crisi del protagonista trentenne che non accetta la realtà degenerata del lavoro ma che somiglia più al cane che gira in cerca di "ispirazione" e torna poi a casa a mangiare la “scatoletta” e a leggere “nuovi argomenti” (a cui è abbonato) che alla cagna che cura i propri mali estirpandoli a morsi.
Se poi vogliamo lasciare la finzione letteraria e parlare dell’argomento “vivere di scrittura”…
Lasciamo perdere...
Sono gli editor a vivere di scrittura, i traduttori, i giornalisti... e i pennivendoli. Rari gli scrittori. Rarissimi.
Gli scrittori muoiono di scrittura.
Bruciano di scrittura e muoiono lasciando un'ustione magnifica al mondo.
Se hanno la fortuna di essere ricordati.
quello che vorrei dire a davide, di cui ho apprezzatola sincerità delle parole...
1 pensa anche che POTER SCEGLIERE tra Aspettare & Resistere, oppure fare un'altra scelta, è già una fortuna da non sottovalutare, che non capita a troppa gente
2 chi sono poi in Italia oggi queste persone che campano con i loro libri? campano facendo i giornalisti, sbattendosi per fare i docenti di scuole di scrittura, lavorando per case editrici, ma dei loro libri..... non so.... allora cosa significa realmente campare facendo lo scrittore?
3 qualche tempo fa c'era quell'articolo di Covacich su L'Espresso di cui si è parlato molto anche su questo blog di giulio... premesso che io sto dalla parte dello sfogo di mario candida, tuttosommato, venivano citati una serie di scrittori americani che parlavano di Realtà (si diceva), più di quanto non facessero alcuni scrittori italiani.... la domanda: ma le avete lette le loro storie di vita, oltre che l'elenco dei libri pubblicati?
4 ancora a proposito di Realtà: mi ha stupito, sempre che in quel pezzo, e anche nei commenti, si parlasse così poco della LINGUA: cos'è la Realtà per uno scrittore se non innanzitutto la lingua in cui scrive?
Dai, Giuseppe. Mi chiamo Marco, non Mario. Uff...
Posted by: Marco at 24.01.04 23:35meno male che era un amico tuo caliceti. manco sa come ti chiami...
Posted by: malaparte at 25.01.04 00:29Un pezzo così lo si scrive quando si è in stato di grazia. Spero sia un pezzo di ronmanzo futuro!
Laura
Sì, ci sono rimasto così così anch'io. Sulla tastiera la 'i' dalla 'c' è lontana e quindi non può essere stato un semplice errore di battitura.
Posted by: Marco at 25.01.04 08:45Una lettera di Teresa su Cagna di Davide Bregola
Gentile sig. Mozzi, caro Marco,
ho letto ieri il pezzo di Davide e ne sono rimasta talmente colpita che ho mandato un SMS a un amico dicendogli di andare a leggerlo. Ho dei pensieri che mi urgono e che qui espongo.
Ho intravisto nello scritto di Davide, non il problema di come dovrebbe vivere uno scrittore, ma un problema più generale e fondamentale, e cioè di come riuscire a vivere con dignità e coerenza, scrittori o non scrittori.
Vorrei sottolineare due passi dello scritto di Davide.
Il primo è questo:
Cosa pretendo io? Perché il figlio di un operaio diventato per concorsi interni un impiegato, perché il figlio di un impiegato e di una casalinga, diplomato, che è come dire vent’anni fa uno con la terza media, che ha tentato, fallendo, di intraprendere Giurisprudenza, dovrebbe o vorrebbe affrancarsi dal suo destino? Perché il figlio di un impiegato, la madre casalinga, il fratello autista di carni per macellai, vorrebbe fare qualcos’altro da quello che gli spetterebbe?
Qui Davide dice che a differenza dei suoi genitori lui ha delle aspirazioni che gli complicano la vita. Ebbene, io non gli credo. Io credo che anche i suoi genitori avessero aspirazioni. Credo che suo padre aspirasse a diventare, da operaio, impiegato, che abbia avuto questa possibilità, e che questa piccola cosa lo abbia fatto sentire, magari temporaneamente e brevemente, appagato. Può darsi che Davide abbia delle aspirazioni troppo grandi, irrealizzabili, ma sono aspirazioni che ci vengono indotte dalla società, società che ci fa studiare, che ci riempie di stimoli, che genera in noi aspettative fasulle, che crea un sovrappiù di cultura che non ha nessun sbocco. La sua ragazza vuole continuare a studiare dopo la laurea in legge: la capisco, per il semplice fatto che a una laureata in legge non si aprono tutte queste mirabolanti prospettive, e continuare a studiare significa comunque dare un vago senso alla propria esistenza, mentre magari ci si prepara con pazienza e rassegnazione all’interminabile trafila dei concorsi. Il problema è che al tempo dei nostri genitori il figlio di un operaio poteva sperare, certo con notevoli sforzi e con impegno e sacrifici personali, di diventare impiegato. Oggi il figlio di un impiegato deve pregare di riuscire a trovare un posto da operaio, e un contratto a tempo indeterminato è un miraggio: si vive nella più totale precarietà, per cui, molto spesso, si fanno sacrifici senza riuscire a raggiungere, proprio come teme Davide, quello che si voleva . E non sto parlando di vacanze ai tropici, o ville con piscina, ma di potersi fare una famiglia, poter mantenere dei figli.
Il secondo passo che vorrei sottolineare è questo:
Il lavoro deve essere e contenere in sé il valore dell’iniziativa personale, deve essere una possibilità di realizzazione personale. Il senso del lavoro consiste nel cercare di trarre il meglio da esso. Se il lavoro dovesse darmi solo remunerazioni materiali in cambio del mio tempo, del mio accrescimento personale, sarebbe un lavoro che non fa per me.
Davide non dice che non vuole lavorare, ma che vorrebbe lavorare in un certo modo. Il che mi sembrerebbe anche giusto, anche io lo vorrei, e tuttavia è, ora come ora, del tutto poco realistico. Io, da persona che lavora e tenta faticosamente, e nonostante il lavoro, di mantenere vivi i suoi interessi culturali, posso assicurare che il problema principale è avere a che fare con la sensazione di svolgere un lavoro non solo forse mal retribuito e intellettualmente mortificante, ma magari anche un po’ poco utile per la società. Se non, qualche volta, dannoso. Di essere un ingranaggio di una catena produttiva alienante. Abbiamo letto, no?, quello che dice Davide del suo passato di rappresentante di libri. Ci sembra che si possa andare avanti molto, in quel modo, che sia dignitoso? E bene o male lui vendeva libri, ma potrebbe capitare di dover convincere la gente a comprare qualcosa di assai più inutile e superfluo, qualcosa di cui nessuno avrebbe bisogno. Oppure di fare turni come addetto alle vendite in un grande centro commerciale lavorando, per esempio, anche nei giorni festivi o con orari dissennati. Sono questi i lavori che si trovano, oggi. Oppure si potrebbe avere uno stipendio decente, perfino buono, e e lavorare per una di quelle società di rating che accreditano aziende che rivelano, qualche anno dopo, buchi di svariati miliardi e mandano in fumo i risparmi di un considerevole numero italiani.
Io non so quale sia la scelta migliore, se quella di Davide, di aspettare e resistere, o quella mia di adeguarsi alla realtà e darsi da fare cercando di trovare qualcosa che sia il minore dei mali possibili. Io amo e odio il mio lavoro. Lo odio perché, come ho detto, mi ruba tempo, e mi deprime intellettualmente. Lo amo perché mi da’ la possibilità di essere indipendente. Non dipendo dal mio compagno, né dalla mia famiglia di origine. Posso comprare libri, accedere a internet e scegliere le informazioni che mi interessano, tutte cose che noi, che magari le abbiamo sempre avute perché i nostri genitori sono riusciti a permettercele, diamo per scontate, ma che non lo sono affatto. Posso perfino, da quando ho raggiunto un minimo di instabile serenità, dedicarmi ai miei interessi culturali, persino scrivere. E scrivere di quello che mi pare perché non devo rendere conto a nessuno. Sono assolutamente una dilettante, non ho ambizioni. Qualche volta qualcuno ha giudicato alcune delle cose che vado scrivendo di qualche interesse, ma è assai poca roba, e sono ben lontana dall’avere anche i 1000 lettori di Davide, anche perché mi occupo di un genere diverso dal suo. Ma se dovessi essere presa dall’ansia di dover piacere per forza per una questione di successo, bene, in quel caso penso che scriverei molto peggio di quanto già non faccia.
In qualche modo l’idea che scrivere possa essere un lavoro mi terrorizza. Qualche volta vorrei avere più tempo per scrivere, qualche altra penso che se avessi più tempo, non avrei argomenti su cui scrivere.
Davide organizza questi incontri con gli scrittori, una bella cosa. E’ un’attività, se ho capito bene, precaria. Ma supponiamo si trattasse di un’attività più stabile, remunerata, magari per conto di un assessorato, di un comune: non potrebbe capitare di dovere scendere a compromessi anche lì? Ne sono quasi sicura. Magari di impiegare soldi dei contribuenti per una serie di incontri inutili. Di dovere invitare uno scrittore al posto di un altro perché così vuole l’ente, perché è più famoso, anche se meno bravo, per le pressioni di tizio o caio. Non ci sarebbero anche lì scomode, umilianti collisioni con la politica? Per me, personalmente, sarebbe deprimente anche quello, e preferisco deprimermi con qualcosa che mi è più estraneo, più indifferente, che posso in un certo senso guardare con distacco. Ma ognuno deve fare le sue scelte.
Non ho soluzioni e queste sono solo riflessioni buttate lì un po’ a caso. I commenti che ho letto finora mi sono sembrati superficiali, ma può darsi che sia solo per il fatto che mi sento estremamente coinvolta da questa questione della dignità.
Se volete far avere queste mie riflessioni a Davide mandategliele pure, per qualsiasi altro utilizzo confido che non divulgherete indiscriminatamente il mio nome e il mio indirizzo email.
Un caro saluto
Teresa
Posted by: Marco at 25.01.04 08:46mozzi complimenti. a volte ho l'impressione tu ci butti lì questi argomenti come per vedere l'effetto che fa. Come se tu (scherzo) in qualche modo conoscessi gia' la conclusione (o il percorso) e ci aspettassi (adesso figuro: serafico, laggiu' all'angolo appoggiato al muro, magari se fumassi, rollandoti una sigaretta) con l'aria di chi dice, "qui vi aspetto". Sbaglio ? O anche tu, con il tuo lavoro, concorri alla costruzione di questo grande "caos". E non mettere le mani avanti, come a volte fai, sostenendo..."lavoro per approssimazione", svelati !
Posted by: cletus a.a. at 25.01.04 10:33Ho notato (probabilmente in questo ambiente la mia sarà un'osservazione stupida) che più Giulio Mozzi tiene fermo un post e più questo post ha possibilità di ricevere commenti.
Se Giulio Mozzi fa un altro post questo qui viene dimenticato e si comincia a rispondere a quello nuovo...
Ottima osservazione, forse questo è il vero limite del blog. E' 'na fiumana tracimante, 'na cascata travolgente, che si porta via tutto in un soffio.
Posted by: Galeazzo Gibilterroni at 25.01.04 13:46Miserabile fallimento. Un progetto fallito. Dico proprio quello di "miserabile fallimento". Personalita' confusa ha un pagerank altissimo. Tutti hanno sentito parlare di "personalita' confusa", chi l'ha letto? Si potrebbe tirare fuori un progetto tipo:"commercio non etico" o qualcosa del genere, un modo pratico per aggirare google e l'economia mondiale e darne i frutti agli aspiranti scrittori, ma e' troppo difficile da spiegare. E non ne ho voglia. Volevo iniziare parlando del meccanismo di fellatio reciproche tra blog e consimili, che e' poi l'unico vero motivo di successo di blog e consimili. Ma sarebbe troppo complicato. E irriverente. Volevo parlare degli editori belli. Anche i piu' belli tra gli editori belli non sono poi tanto belli se pensate che la pagina in cui minimum fax accoglie gli aspiranti ( www.minimumfax.com/invia.asp ) spiega che saranno "lieti e orgogliosi" di ricevere i vostri manoscritti ma che le loro uscite italiane sono gia' state decise per i mesi a venire. Beh, poco male penso, sara' vero, o al massimo sara' un modo educato di mandarti affanculo, meglio di altri. Poi pero' vedo la pagina di pequod(www.pequodedizioni.it/contatti.html) e li' spegano che saranno "lieti e orgogliosi" di ricevere i vostri manoscritti ma che le loro uscite italiane sono gia' state decise per i mesi a venire. Un dejavu? No sembra di no. Semplicemente le pagine sono identiche. Cerco contatti fra le due case ma sembrano geograficamente e storicamente lontane. Forse hanno solo lo stesso webmaster? O forse a loro non frega un cazzo dei vostri manoscritti. Beh ad almeno una delle due. Poi mi rendo conto che potrebbe essere una sorta di deformazione professionale: sono case editrici, e' normale che pubblichino i testi altrui. Ma il fatto piu' grave e' che la cosa non mi stupisce affatto. Sono pienamente e tristemente consapevole dei meccansismi (fellatio reciproche) che si nascondono dietro una casa editrice, dietro una rivista letteraria, dietro un blog. Dietro me. Cosa c'entra tutto questo con l'oggetto dei commenti, che, ovviamente, intuisco soltanto: "mangiare e scrivere"? Beh un po' c'entra, perche' se siete capaci di passare dallo status di "Uomo di strada" a quello di "Scrittore famoso", avete sprecato il vostro talento. Per fare una cosa del genere ci vogliono doti e qualita' sovrannaturali, con queste doti potreste diventare un agente del controspionaggio belga, il primo ministro di uno stato sudamericano, Marzullo.
Il problema e’ che a chi lavora, suda, timbra cartellini, riempie vetrine, parcheggia macchine, versa caffe’, asporta adenoidi, non manca il tempo per scrivere, quello non manca mai, manca il tempo di prostituirsi, creare un personaggio, contattare un personaggio, elogiare un personaggio, inviare raccomandate, pacchi e email, inserire link alla fine dei post, semplicente manca il tempo per trovare qualcuno che legga.
L’altro giorno Mozzi mi ha ricordato che c’è al mondo una cosa meno remunerativa dello scrivere libri: fare figli.
Ah Davide caro! Trescorsi sette mesi sette d’inferno. Dormii pochissimo, e quando ci riuscii erano incubi a profusione. Il mio bildungsromen del cazzo, come dice il mio amico Stefano Cristante. E quel lavoro da massacro che è fare il maestro. E due figlie da badare, la spesa, la cena, l’aerosol, la fiaba, il teatrino, forza forza che arriva sera e se ne vanno a dormire tutte e mi metto a scrivere fino alle due e poi il giorno dopo una pezza, guarda, una pezza da buttare al cane in amore, da foderarci le bottiglie d’acqua calda.
Ma ok. Andiamo avanti. Scriviamo. La Benedetta Amministrazione Pubblica mi permette questi giorni di paravacanza retribuiti. Tre figlie, yes. 4, 3, 0,1 anni. Giorni retribuiti. Se ti sbrighi alle dieci puoi stare sul pc a inguacchiare fogli per un paio d’ore. Diavolaccio Davide! Nel libro che ho appena scritto, ho raccontato esattamente un periodo così come quello che tu stesso e la tua Laura state attraversando. Mi verrebbe voglia di mandartelo in bozze, il dannato romanzaccio da 350 paginette. Ma stavo a Perugia. Avevamo fatto le analisi. Aspettavo fuori Paola. Quella uscì e disse Tutto ok. (Vedi come mi mimetizzo subito in questo modo che ci avete voi padani di imitare Nori e Celati &C.?). Oh yes. Ja. Oui. Brindiamo. Pranziamo. Sonnellino. Lei, anzi, il sonnellino. Io al diavolo di portatile a correggere i racconti di Mistandivò. “Senti, mi fai vedere quel referto?”. “Eccolo, caro, è lì nella borsa”. Niente. Sul momento, crolli per terra dal panico. Poi venne un vecchietto che conoscevo. Manlio, si chiamava. Un vecchio comunista. Sempre amati i comunisti. Sempre stato ferocemente anticomunista. Mi disse Dai. Dai. Sembra un incubo ma poi passa. E ok ok. Sacrificio è una brutta parola cattolicheggiante. Fatica, yes. Tanta fatica che ti senti un minatore belga. Ma scrivi, e leggi, e giri l’Italia per presentare lo sciagurato libretto da mille copie. E fai cose. Pezzi per questo e quel giornale. Ti impegni. Notti in piedi con le pupe con la febbre. Poi ti fai un caffè. Tiri su una sigaretta. Lo Stato ti paga se resti a casa. Scrivi in fretta. T’accorgi che quanta più fretta hai meglio ti viene. Un sacco di cose. Compri casa. Avventure. Violetta cresce. Sorride, fa battute, ti prende già per il culo. Sogni di cambiare la macchina. Che il tuo maledetto libro venda così tanto da entrare in una concessionaria Chrystler e prendere in cash la dueposti blù dei tuoi sogni. Robe così. Amici a cena. La salsiccia. Il sonno. La pappagorgia. La gita in montagna. La rosolia. Ci son periodi in cui non hai manco i soldi per la benzina per un giro a mare. Ma non ci son cazzi: ci dobbiamo passare tutti. Conrad, yes, ricordi? Così. La barcaccia al di là della tempesta. Senò rischi di arrivare a 40 anni con quel ridicolo gilet scintillante, e il codino e il ragù di mamma e le squinzie fatte di lampada che ti trombi il sabato sera, quella cameretta col poster di Morrisey che non è una casa. Così. Fantastico Bregola. Giurisprudente senza giurisprudenza come me. Dai che ti invito qui al Mediterraneo insieme al Vate Giulio a inaugurare la libreria che stiamo mettendo su. Fatica, darling. Una gran fatica da minatore belga. Tipo adesso son le due di notte e alle otto accompagno le bambine a scuola e poi sbrigo cose alla banca, mi umilio, chiedo fidi, chiedo credito, torno a casa a correggere, con la moglie va e viene, il viso cianotico, gli ansiolitici. Va così. Si diventa soci. Parenti. Magari a cinquant’anni riprendete a viaggiare, a visitare il mondo. Come dicevo a Elio Paoloni, lo visiterete con un volo charter per anziani e l’orchestrina che suona il liscio sui battelli che solcano i fiordi norvegesi. Nel frattempo trotti. Trombare, poco. Sublimare, tanto. Ché noi grafomani siamo specializzati nell’arte del sublimare, lo sai. Ti ricordi anche Carver? Nella lavanderia a gettoni con i figli e i lavori che faceva e i debiti e i romanzi che non aveva tempo di scrivere e i racconti che ci impiegava meno e quella faccia buonissima che portava a spasso? Così. A meno che non abbia un papino Grande Psichiatra in Roma con il quale ci scrivi pure un libro di ricordi. Per il resto è autori invisibili sfumati stelline di provincia che i giornali chiamano per riempire la pagina questa gente di paese che ti guarda con aria commiserevole.
Livio Romano
Posted by: livio at 26.01.04 02:05Mah. Se leggo il lamento di qualche altro scrittore, ritiro tutto quello che ho detto. I margini di decisione ci sono: o uno (in possesso - beninteso - del talento necessario) fa lo scrittore a tempo pieno, e si arrabatta con articoli, scrittura creativa, ecc. ecc., accontentandosi della precarietà del mestiere di scrittore (è sempre successo, succede anche negli USA), o fa un altro mestiere, e allora scrive nei ritagli di tempo, nei giorni festivi, di notte (o nei giorni di congedo parentale, magari con la consapevolezza che si tratta di un privilegio che le vecchie generazioni non avevano...). L'importante è - a decisione presa - superare la fase del lamento; il massimo sarebbe trasformare il lamento in rabbia creativa. Altrimenti ha ragione Covacich. Uno che si fissa troppo sull'asse del proprio ombelico non può scrivere la grande opera che trasformerà la letteratura italiana.
Posted by: uvizeta at 26.01.04 09:11Caro Uvizeta, aggiungo a quello che hai detto un aneddoto. Carmelo Bene racconta che una volta Dalì gli disse:"Tu non sei ancora un genio. In te c'è ancora troppa sofferenza".
Posted by: Marco Candida at 26.01.04 10:57Caro Uvizeta, io ho sperimentate entrambe le condizioni: di lavoratore dipendente a 44 ore (abbondanti) la settimana (fino al 1996) e (dal 1996) la precarietà del narratore di scarsa consistenza economica (poche vendite ecc.). Devo dire che trovo poche differenze tra le due condizioni. Oggi ho un reddito un po' superiore (un po') e un bel po' (un bel po') di incertezza in più. Non incertezza dell'oggi: incertezza del domani. Ma penso che se fossi ancora un lavoratore dipendente, non mi sentirei, oggi, meno incerto. Certo: era bello, tirare giù le serrande del negozio, salutare la titolare, andare a casa, e mettermi diligentemente a scrivere. E certo: non è bello, oggi, essere perennemente in mezzo a discorsi sulla scrittura. La vita che vivo oggi è meno "reale". O meglio, è più esposta al rischio dell'"irrealtà". Ma cerco di non farmene prendere. Mi pare di riuscirci. Mi pare.
Posted by: giuliomozzi at 26.01.04 11:12Caro Marco, ho sempre pensato che Dalì (ne so molto poco) fosse un artista un po’ troppo artista. Mi toccherà ricredermi.
Posted by: uvizeta at 26.01.04 17:39Caro Giulio, non credo che stare dentro il mercato del lavoro (la “normale” umanità) o starne apparentemente fuori (lo scrittore-scrittore) costituiscano fattori decisivi per leggere (o non leggere) la realtà, e dunque per essere in grado di scrivere (o non scrivere) libri capaci di dire cose significative sulla realtà e sul mondo.
Ci sono libri importanti scritti da scrittori-scrittori e libri importanti scritti da scrittori+qualcos’altro. Dunque il segreto deve stare da qualche altra parte. In effetti la parcellizzazione del lavoro e il mercato del lavoro sono gabbie che ci contengono tutti quanti. Ho l’impressione che chi “lavora” e basta - o chi si aliena nel lavoro e continua ad alienarsi nel cosiddetto “tempo libero” - rischi l’abbrutimento, più che la consapevolezza. Ma probabilmente anche lo scrittore anima-bella e l’intellettuale che se ne sta nella sua torre d’avorio corrono uno specifico rischio di alienazione.
hmm...:?
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Posted by: watch me at 01.09.05 01:12