Il quotidiano Il Giornale ha dedicata oggi una pagina e mezza alle questioni sollevate dall'intervento di Mauro Covacich nell'Espresso della settimana scorsa. Ci sono tre aritcoli: di Tullio Avoledo, Fabrizio Ottaviani e Eraldo Affinati. Tullio mi ha girato il suo pezzo, e qui sotto (prima metto i link ai vari pezzi della discussione) lo riporto. Una sintesi del pezzo di Affinati la farò magari domani o dopo (sono stanchissimo, stasera).
L'intervento di Mauro Covacich.
Qualche mia riflessione.
Un intervento di Giuseppe Genna.
Una risposta di Mauro Covacich.
Quel che ne pensa Romolo Bugaro.
Scrive Tullio Avoledo:
Ho letto l’articolo de L’Espresso in cui il mio amico Mauro Covacich, chiamando in causa in un mea culpa o auto da fé collettivo, oltre a se stesso, altri autori italiani (fra cui il sottoscritto) ha accusato tutti di ignavia, o quantomeno di indolenza, in quanto secondo lui saremmo in possesso di una “potenza di fuoco” percettiva straordinaria, unica, che però nessuno di noi sarebbe poi capace di mettere sulla pagina. Parole pesanti come pietre. In chiusura d’articolo, Mauro cede generosamente la parola, e il cilicio, ai “colleghi”. Bene, eccomi qui. Il cilicio però mi sta un po’ stretto. Vediamo come posso evitare di indossarlo.
Punto primo. Non conosco, e ne chiedo venia, alcuni degli scrittori italiani che Mauro nomina nel suo articolo. Prendo comunque per buona la sua parola sul fatto che tutti esistono, e che tutti scrivono pura fiction, trascurando di interpretare la realtà. In compenso conosco bene gli stranieri che Covacich cita a miracol mostrare, e francamente non mi sembra che Houellebecq, Pelevin, Wallace, Palahniuk o De Lillo raccontino fedelmente la realtà. Certo colgono, per citare Mauro, “frequenze ultrasoniche, gamme d’onda pressoché impercettibili” della realtà. Ma mi sembra che lo stesso facciano anche alcuni degli scrittori italiani che Mauro ha citato. Può darsi sia solo questione di quantità: l’America forse emana più realtà. Forse i grattacieli di Manhattan emettono più energia reale del lungomare di Rimini. O forse è tutta questione di gusti e Mauro, semplicemente, è un esterofilo.
Punto secondo. Tutta la “realtà” che Mauro cita in apertura d’articolo, e che noi non saremmo capaci di descrivere, come può definirla realtà? Era presente al crollo delle Twin Towers? Ha davvero visto in azione un kamikaze di Hamas? Quello che può aver percepito è solo il riflesso mediatico di questi eventi, che è cosa ben diversa dalla realtà. Potrebbe, al limite, come a volte sospetto, essere solo propaganda, e quindi l’antitesi della realtà. Cos’è la “realtà” dell’11 settembre? Sicuramente non è la stessa per il presidente Bush e per un fondamentalista islamico. Il fatto è che c’è, e c’è sempre stata, una realtà per ogni persona, e nessuna è più “reale” delle altre, e molte cose che ci vengono fatte passare per reali, e che si sedimentano nella nostra coscienza o in quella collettiva come “realtà” forse non lo sono affatto. E’ la “frequenza ultrasonica” che ho cercato di esplorare e mettere a fuoco ne L’elenco telefonico di Atlantide.
Punto terzo. Mauro afferma che “lo scrittore è una terminazione nervosa, coraggiosamente sintonizzata sul mondo, che, sentendo, fa sentire tutti”. Lasciando da parte il “coraggiosamente”, che mi sembra decisamente fuori luogo, mi sembra che questa visione elitaria dello scrittore sia cosa d’altri tempi. Al giorno d’oggi ogni individuo delle società tecnologicamente evolute è una sinapsi esposta al potenziale contatto con l’intero mondo. E al tempo stesso una gracile monade. Tutti, scrittori compresi. Alcuni dei quali, effettivamente, sono più sensibili della gente comune. Ma in questo non vedo niente di eroico. Un autore americano che amo e che Covacich non ha citato, e che per questo io invece citerò più volte in questo articolo, Kurt Vonnegut, ha detto che gli scrittori sono come i canarini che i minatori si portavano giù nei cunicoli delle miniere, in una gabbia che poggiavano sul pavimento. Se il canarino cominciava a boccheggiare e poi cadeva stecchito i minatori capivano di dover fuggire, perché c’era una fuga di gas. Può darsi che l’asfissia narrativa che Mauro avverte sia il canarino che boccheggia. Io ho appena dato un’occhiata ai miei compagni di gabbia, e non mi sembra stiano poi tanto male. Ma sono entrato da troppo tempo nel club dei canarini. Finora sono stato più attento a evitare le beccate che ad annusare le fughe di gas.
Punto quarto. E’ stato sempre Vonnegut a scrivere che l’impegno politico degli scrittori contro la guerra del Vietnam aveva prodotto l’equivalente intellettuale “di un raggio laser di indignazione morale”. Aggiungendo peraltro che la potenza di quel raggio si era rivelata equivalente a quella “di una torta alla crema del diametro di 90 centimetri, lasciata cadere da una scala alta un metro”.
Tutto questo per dire che secondo me c’è, nell’articolo di Mauro, un’esagerata sopravvalutazione del ruolo dello scrittore. A mio parere sarebbe molto più proficuo se ad applicarsi sul tema della realtà fossero i politici, o i comici, o comunque qualcuno con più audience, piuttosto che gli scrittori, che se va bene sono in grado di far giungere messaggi forse all’uno per mille dell’umanità. En passant, è stato ancora Vonnegut, riferendosi alla poesia Urlo di Ginsberg e al suo celeberrimo inizio “Ho visto le menti migliori della mia generazione ecc. ecc.” a dire che Ginsberg forse avrebbe dovuto cercare le “migliori menti della sua generazione” da qualche altra parte, piuttosto che fra i fuoricorso della Columbia University. Sostituite “Columbia University” con “mondo letterario italiano” e questa è anche la mia opinione.
Ma sempre Vonnegut (lo cito, giuro, per l’ultima volta) ha detto un’altra cosa importante, che dovrebbe confortare Mauro, e cioè che gli scrittori controcorrente non avranno magari alcuna influenza sui politici dell’epoca in cui scrivono, ma l’avranno senz’altro sulle generazioni future. Io ad esempio, quando scrivo, ho in mente un lettore futuro che è mio figlio Francesco, di sette anni. Ho la sensazione che quando avrà l’età per leggerli, i miei libri gli piaceranno. Che ci troverà la realtà di questi tempi in cui vive ma di cui ancora non si rende conto.
Altrimenti, se non la troverà nei miei libri, la cercherà da qualche altra parte.
domanda: ma è poi così importante comprendere la realtà? spero di giungere alla soglia della morte senza aver compreso nulla. sinceramente
Posted by: luciano laremi at 21.01.04 23:05Sono d'accordo con te, Luciano. Ma questi pensano che essere scrittori significa accendere il proprio registratorino e catturare il rumore del mondo. Ti rendi conto?
Posted by: don giovanni at 21.01.04 23:20Caro don Giovanni, e che cosa significa "essere scrittori"?
Posted by: giuliomozzi at 21.01.04 23:31Nabokov, quando ha iniziato i suoi corsi di letteratura in America, ha detto: la letteratura è cominciata, non quando un ragazzo è uscito dalla grotta gridando "Al lupo, al lupo" e c'era un lupo che lo inseguiva; ma quando un ragazzo è uscito dalla grotta gridando "Al lupo, al lupo" e non c'era nessun lupo che lo stava inseguendo.
Posted by: Don Gnocchi at 21.01.04 23:42"frequenza ultrasonica" ne "L'elenco telefonico d'Atlantide" ? ma che libro ho letto ???
Posted by: cletus a.a. at 21.01.04 23:43ho trovato la chiusa del pezzo, il miglior consiglio di scrittura che mi era capitato di ricevere. complimenti a tullio avoledo e grazie a giulio. la domanda è : è vero che il 14 febbraio verrai a Napoli in occasione di Galassia Gutemberg? e perchè qui non l'hai ancora scritto e mi è toccato saperlo da
altri?
Mozzi, quanta realtà c'era in Questo è il giardino? Io mi ricordo solo il giardino. Il tuo giardino. Lì c'era tutto.
Posted by: don giovanni at 22.01.04 00:03mi si rinfocola una polemica generazionale mai sopita: ma come siete mentali voi quarantenni, anche quelli di potere!
Posted by: Giuseppe Cornacchia at 22.01.04 00:07A rischio di farmi lapidare con falci e martelli: su "il giornale" non si scrive manco se ti pagassero la dose quando tu fossi in crisi di astinenza. Cos'è 'sta indifferenza ai "luoghi" in cui si scrive?
Posted by: gino tasca at 22.01.04 09:27Scrivo un commento a un post in cui si scrive di scrittori che scrivono (per inciso: "dove" grazie al cielo lo sceglie ognuno liberamente e non un comitato centrale) sugli scrittori che scrivono dello scrivere. Ché si scrive dello scrivere e non di quello che, intanto, succede là fuori, scrive uno scrittore (non lo scrive sempre lo stesso scrittore; comunque uno scrittore, più o meno a caso, con una certa frequenza). Non è che si tende a diventare autoreferenziali? Intanto qualcosa succederà ben, là fuori.
Posted by: beppegi at 22.01.04 09:49vorrei portare un contributo al dibattito letterario: sono laureato in giurisprudenza, parlo 4 lingue, avrò letto un migliaio di libri... e fra poco inizierò a lavorare come magazziniere in una cooperativa agricola!
voglio fare anch'io lo scrittore, cribbio!
cordiali saluti a giulio mozzi
Mestre! (vedi post sulle cinquanta regole della descrizione), ovvero: parlando degli alberi, il bosco (non solo gli alberi).
Posted by: MOOSBRUGGER at 22.01.04 13:20Oh, che bello, la saggezza un po' cinica di Vonnegut proprio ci voleva. Anche perchè quelli che sono scrittori adesso potrebbero essere dimenticati quando il figlio di Avoledo è grande (una gran parte sì, almeno); inutile parlarne come se fossero la letteratura in toto.
Posted by: Enzzz at 22.01.04 13:46Più leggo Avoledo e più mi piace. Chiedo a GM di perorare anche una sua presenza attiva (o almeno un sito statico...) su internet, salvo errore non esiste nulla del genere... ***** Quanto al dibattito de quo, scusate la lunghezza, ma mi scappa una citazione (non nuova) del grande Pontiggia a proposito di certi libri... e non resisto. == "Quando faccio gli spogli della mia biblioteca (tra angoscia e sollievo), me ne libero. Li avevo acquistati perché, sfogliandoli, mi erano parsi intelligenti. E lo sono. Una soddisfazione per loro. Ma per me?Io mi aspetto qualcosa di utile da un autore: non una prova della sua bravura, ma un frutto di cui possa appropriarmi, facendolo mio. Che l'autore superi i test della competenza è cosa buona, ma purtroppo non basta. Che un agente di Borsa sappia fare i conti è indispensabile, vorrei però fossero in attivo non solo per lui, ma per me. Io temo che occorra rivalutare la categoria dell'utile, intendo l'utile del lettore. Quante volte l'abbiamo disprezzata, vittime di un idealismo che ha introdotto troppe maiuscole nella nostra mente, anzi nel nostro Spirito."
=== E ancora invita a essere === "...solidali con gli artisti che nell'ultimo secolo sono stati ignorati o perseguitati perché non facevano l'utile delle ideologie e delle fittuature dominanti, di destra o di sinistra, e non ne confermavano i dogmi, anzi spesso li smentivano. L'accusa era di essere fuori o contro la Storia. La proscrizione non si limitava a una vita, durava per l'eternità e proprio in nome della Storia. E ora la Storia sta dimenticando i proscrittori, che non è beffa da poco. Che le avanguardie proclamassero l'inutilità dell'arte, dopo millenni di asservimenti e di equivoci, è stato utile. Ma ora è tempo di ricuperare l'utile del lettore." (Prima Persona, p.125)
Avoledo cita Vonnegut, io nel mio piccolo cito Manganelli: "Gli unici scrittori sicuri sono quelli morti da almeno 200 anni". E anche: "Bisogna scrivere per lettori che non esistono, che esisteranno, con una lingua morta o mai nata".
Posted by: b.georg at 22.01.04 15:45Dato che la realtà è il segno utilizzato dalla verità per manifestarsi. Dato che la verità non si "capisce" ma si incontra. L'importante è che lo scrittore sia onesto. Onesto, artista, e per il resto libero di essere così com'è. Il mondo può discutere, ma poi nella vita ci si innammora di una donna brutta e stronza, di un uomo che ci stava sulle palle, e si scopre un libro che ci tocca nervi sconosciuti. Credo si debba solo distinguere tra letteratura e virtuo-trucchetti-simil-questo-o-quello. Se uno scrittore dà il sangue, quello è uno scrittore, anche se alla shampista non piace. Con ossequi.
Posted by: Ardito Piccardi at 22.01.04 17:14Sono d'accordo con b.georg e Manganelli: gli unici scrittori sicuri sono quelli morti da duecento anni. Ma questo vuol dire che degli scrittori morti da meno di duecento anni (o, addirittura, orribilmente vivi) non può importarcene nulla? Forse che ci importa solo di ciò che è "sicuro"? Davvero abbiamo così poca voglia di rischiare, di scommettere sapendo di poter perdere, di *provarci* per vedere che cosa succede? Mi pare ovvio che chi scrive e pubblica oggi, oggi "è la letteratura di oggi". Che questa letteratura attuale, proprio in quanto attuale, non sia "sicura", mi pare altrettanto ovvio. Se penso al "panorama letterario" di duecento o più anni fa, mi vengono i brividi. Bisogna davvero ringraziare gli storici della letteratura, i critici, gli antologizzatori, che con il loro lavoro improbo e indefesso sono riusciti a risparmiarci la fatica di leggere centinaia e migliaia di opere letterarie bruttissime. E bisogna anche ringraziare, secondo me, gli autori delle centinaia e migliaia di opere letterarie bruttissime: perché una letteratura è viva quando è viva, quando ci sono tanti libri, tanti tentativi, tanta circolazione dei libri, tanta conversazione.
Posted by: giuliomozzi at 23.01.04 07:52Sono d'accordo con Giulio Mozzi. E' meglio che scrivano - e dialoghino - in tanti piuttosto che in pochi (magari pochi e "autorizzati" da qualcuno molto "sicuro" di chi sia scrittore e chi no). Quella "insicurezza" su chi sia scrittore aveva forse a che fare con la domanda affrontata dal bel pezzo di Avoledo: di quale realtà "deve" occuparsi la letteratura, cosa ci "deve" e "non deve" essere dentro? E lo scrittore "ne sa" della realtà più degli altri? E di quali "verità" parla la letteratura? E' cosa nota. quando Socrate va a interrogare i poeti per imparare da loro che cosa sia vero e cosa falso, torna a casa perplesso, perché scopre che i poeti non sanno proprio nulla di ciò di cui parlano (accennano a demoni e altre amenità…). Quel furbone sapeva bene che "dialogo" non significa "accordo consensuale e discorsivo", ma "lotta per il potere della verità", ed ebbe buon gioco. Oggi forse noi sappiamo una cosina in più di lui: e cioè che, a ben vedere, pur sapendone tutto, nemmeno lui sapeva niente di quel "vero".
Dunque meglio la "programmatica" modestia di Vonnegut o il pugnace atteggiamento di chi "sceglie", di chi "osa" una strada, cosciente che si possa "errare" (ovvio destino di tutti coloro che prendono la strada). Mi pare onestamente più un problema dei critici che non degli scrittori, i quali non possono fare a meno di scegliere, o di essere scelti. Che sia la realtà di casa propria, o delle torri gemelle, che ci sia un io o un noi o un nessuno, forse non è il punto. Su cosa pensare del "reale", onestamente, preferisco ascoltare i sociologi o gli storici o meglio ancora il mio lattaio e persino me stesso. Il punto, piuttosto, è che sia letteratura. Cioè, credo, il gesto di mettere "tutto" dentro una pagina, compreso il gesto che mette tutto dentro la pagina sapendo di farlo (tutto cosa?). Questa "verità" è probabilmente una cosa diversa da quella che intendeva Socrate. E anche i sociologi. E tuttavia pare essenziale come l'aria che si respira. Almeno di "questo" reale, il reale della pagina scritta, lo scrittore dovrebbe essere sapiente. Già, ma chi è "scrittore"? Appunto… baci
Non sono d'accordo, spesse volte i critici, gli antologizzatori, ecc ecc. hanno dimenticato opere importanti, volutamente, o ingenuamente o con malizia. Il critico è una istituzione che dovrebbe morire.
Cari saluti,
Giuseppe Iannozzi
Posted by: Giuseppe Iannozzi at 23.01.04 16:30questa discussione che dura da un po' di giorni dà molti spunti di riflessione e per scarso tempo non ho potuto scribacchiare qualcosa che oggi. La prima cosa che mi è venuta in mente leggendo l'articolo di Covacich (è un punto che tocca Avoledo) è a proposito di ciò che lui cita come esempio di "reale": tutta roba che gli viene dalla tv! Se queste sono le fonti di uno scrittore... Io invece vedo attorno a me gente che sempre più è turnista, gente sempre più in CoCoCo (se va bene), inchiappettate da parte di banche, compagnie telefoniche, mobilieri e maghi. Bambini figli di immigrati a scuola, sterminio di vecchi morti di caldo, famiglie allargate, guadagni ristretti e per arrivare al Friuli di Covacich quella percentuale di persone che non legge mai ed è orgogliosa di non farlo e diffida dei lettori. Scusate gli esempi del cavolo, non sono uno scrittore e magari non percepisco bene la realtà ma vedo attorno a me un mondo in cambiamento, in sofferenza e non per le quattro minchiate citate da Covacich. Complimenti a lui, però, per aver tirato un bel sasso nello stagno.Ah «Gli unici scrittori sicuri sono quelli morti da almeno 200 anni» è una cagata pazzescaaaaa!
Posted by: doge at 23.01.04 16:57Oggi anche "il Domenicale" contro Covacich. Se pure i dellutriani rischiano di aver ragione significa che se l'è tirata.
Fabiana
ma do' sta 'sto articolo sul domenicale? io non lo vedo...
Posted by: malaparte at 24.01.04 16:32Ecco, alla domanda finale di b.georg (Già, ma chi è "scrittore"?) sono tentato di rispondere come al solito: chi scrive, è "scrittore". Che è come dire che tutto ciò che sia "qualcosa di scritto" è "letteratura". C'è un sacco di scrittori (la maggior parte inutili, parecchi cattivi, qualcuno buono) e si produce un sacco di letteratura (la maggior parte inutile, parecchia cattiva, un po' buona). Quando poi diciamo, indicando un libro o un autore: "Questo sì!", emettiamo un giudizio del quale dobbiamo assumerci la responsabilità. Di un libro non diciamo: "Questo sì!" perché è fatto in un certo o in un cert'altro modo. Diciamo: "Questo sì!" perché, per così dire, lo "riconosciamo". E potrebbe essere, il libro che "riconosciamo", quanto di più distante da ciò che, argomentando ragionevolmente, consideramo "letteratura". Un conto è definire "che cosa è letteratura", che è come definire "che cosa è cavallo"; un conto è emettere un giudizio. Anche quando Ardito Piccardi (quello che scrive qui, non il personaggio di Coccioli) scrive: "Credo si debba solo distinguere tra letteratura e virtuo-trucchetti-simil-questo-o-quello. Se uno scrittore dà il sangue, quello è uno scrittore", propone sempre qualcosa di secondo me impossibile. Secondo me Tullio Avoledo è un virtuo-trucchetti-simil-questo-o-quello e contemporaneamente è uno che dà il sangue. Ne deduco che il fatto che uno scrittore sia un vituo-trucchetti-simil-questo-o-quello non serve, o quantomeno non è sufficiente, a stabilire che cosa sia "letteratura". E a chi mi dice: "Sì, perché tu hai deciso che Tullio Avoledo è letteratura", rispondo: "Certo! L'ho deciso, e non ho alcuna intenzione di motivare la decisione. Si tratta di un giudizio". Tutto questo scrivo, non per parlare bene di Tullio, ma per fare un esempio.
Posted by: giuliomozzi at 25.01.04 15:24