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31.01.04

Milano

Milano. Piazza Sant'Eufemia. Mezzanotte.
Aspetto un taxi.
Arriva.
"Via Settala", dico al tassissta.
"A che numero?", dice.
"Non mi ricordo", dico. "Sa dov'è l'Hotel Charly?".
"Certo", dice.
"Bene", dico. "Mi faccia scendere lì, che è vicino a dove devo andare".
Il tassista ingrana, il taxi parte.
Il tassista ha gli occhiali, i capelli bianchi lunghi, un berretto di lana in testa. Potrà avere sessant'anni.
"Ecco", dice il tassissta. "Volevo fermarmi per cambiare l'acqua al rubinetto, e invece c'era lei".
"Mi fa venire i sensi di colpa", dico.
"Ma no", dice il tassista. "E' che lì, in un angolo, c'è una grata a filo col muro, che puoi farla direttamente dentro, e nessuno ti vede".
La grata a filo col muro apparterrà a una cantina, penso. Penso a che cosa può pensare dei tassisti il proprietario della cantina.
"E' sicuro che conosce l'Hotel Charly?", gli dico.
"Ma certo", dice il tassista. "Il Charly è un albergo molto", si ferma un momento, "molto nominato".
"Cioè?", domando.
"Eh", dice il tassista, "è un albergo molto frequentato".
"Frequentato da chi?", domando.
"Eh", dice il tassista. "Frequentato. Molto frequentato. Mi spiego?".
"No", dico. "Non si sta spiegando molto".
"Insomma", dice il tassista, "c'è gente per bene, e", si ferma un momento, "e c'è altra gente".
Mi viene voglia di insistere. Penso che non va bene insistere.
"Ho capito", dico.
"Ecco, bravo", dice il tassista.
"Spero adesso che lei non si farà una cattiva opinione di me", dico.
"Ma no, ma no!", dice il tassista.
"Bene", dico.
"E' che con il sindaco che abbiamo...", dice il tassista.
"Com'è questo sindaco?", domando.
"Eh", dice il tassista. "E' un sindaco".
"Mi pareva", dico.
"E' un politico", dice il tassista.
"Senz'altro", dico.
"Lei capisce", dice il tassista.
"No", dico. "Non capisco".
"E' come l'Hotel Charly", dice il tassista.
"In che senso?", domando.
"Eh", dice il tassista. "Il Comune è così. C'è gente per bene...".
"...e c'è altra gente", concludo.
"Bravo", dice il tassista. "Vedo che ha capito".
"Veramente no", dico.
"Ma come?", dice il tassista.
"No", dico. "Non ho capito".
"Ma lei è di quelli?", dice il tassista.
"Di quelli quali?", domando.
"Di quelli del sindaco", dice il tassista.
Ci metto un momento.
"Le pare che andrei all'Hotel Charly", dico poi, "se fossi di quelli?".
"Ha ragione", dice il tassista.
In quel momento arriviamo all'Hotel Charly.

Posted by giuliomozzi at 01:05 | Comments (17) | TrackBack

30.01.04

Al volo: Scarpa Candida

Trenta secondi prima di partire, trovo il tempo di segnalarvi questo:

Forse farà sorridere ma la prima considerazione che mi viene adesso che ho finito di leggere Kamikaze d’Occidente di Tiziano Scarpa Edizioni Rizzoli è che durante la lettura quasi tutte le volte che sono arrivato alla fine di un capoverso mi è venuto da fare bzzz bzzz.
Lo so, non è normale, ma a volte mi succede: è per una questione di andamento sintattico.
Mi è venuto da fare
bzzz bzzz.
Con la bocca.

(continua)

Posted by giuliomozzi at 12:26 | Comments (4) | TrackBack

Vagabondo che son i-i-o

Care voi, cari voi.
Comincia una settimana difficile. Tra un po' vado a Vicenza (fin qui è facile). Faccio una lezione lì, all'Istituto "Quadri". Poi vado a Milano. Vado a cena con due persone a Milano. Dormo a Milano. Poi scendo in Emilia. Sto lì. Poi vado in un'altra parte dell'Emilia.
In somma, resto in Emilia fino a domenica 8 febbraio. Lavoro alla Corte ospitale.
Però dovrò riuscire a materializzarmi a Padova lunedì sera, per il corso alla Lanterna magica, e mercoledì sera, per una conferenza dell'Andromeda Society.
Speriamo bene.

Posted by giuliomozzi at 11:00 | Comments (3) | TrackBack

Pordenoneblog

POP_blog.gif

E' imbarazzante. Seriamente imbarazzante, devo dire. Un pop-up con il mio nome, che si apre da solo non appena si va alla pagina di Pordenonelegge. E io, che avevo sempre associati i pop-up (quelli che si aprono da soli) ai siti pornografici.
Mah.
Comunque ormai la faccenda è svelata, a quanto pare, ne ha parlato anche l'ottimo gattostanco, quindi perché mai tenersi la notizia?
Succede questo.
A Pordenone c'è un festival letterario (ma sarebbe meglio definirlo un festival umanistico) che si chiama Pordenonelegge. Accanto al festival, che si tiene in settembre, c'è un sito: www.pordenonelegge.it. Che non è un semplice sito-dépliant, con anno per anno il programma del festival. E' una vera e propria rivista letteraria. D'altra parte, anche Pordenonelegge non è solo un festival: è anche incontri, conferenze, pubbliche letture ecc. organizzate durante l'anno.
In somma: una cosa fatta bene.
Quest'anno mi è stato proposto di lavorare con il gruppo di Pordenonelegge. Cosa di cui sono lietissimo e onorato.
Tra le cose che ci stiamo inventando, c'è anche qualcosa che riguarda i diari nella rete. Che sono quasi tutti, dal punto di vista tecnologico dei blog. Ma preferisco dire "diari in rete", perché ci sono molti blog che sono tutto fuorché dei "diari in rete". A noi, quest'anno, interessano i diari in rete.
Vabbè, sono la moda del momento. Che dire? Sì, sono la moda del momento. Ma non è questo il punto.
Io credo che l'esperienza diffusa di scrittura diaristica in rete sia un fatto interessante: non solo dal punto di vista sociologico; ma proprio dal punto di vista della scrittura.
Stavo per scrivere: dal punto di vista letterario. Ma ho almeno dodici amici scrittori che, se mi scappa di scrivere: dal punto di vista letterario, mi fanno il cazziatone. E allora sono prudente, e dico: dal punto di vista della scrittura.
Ormai è un paio d'anni che navigo tra i diari in rete. E mi càpita di trovare pagine ottimamente scritte. Si può dire: una buona pagina può capitare a chiunque; ed è vero. Ma mi càpita di trovare - e soprattutto: mi càpita di trovare sempre più spesso; non spessissimo, ma sempre più spesso - dei diari in rete che mi sembrano delle vere e proprie imprese di scrittura (o imprese letterarie...).
Non dico opere di scrittura o opere letterarie, perché la parola "opere" mi fa venire in mente qualcosa di finito e chiuso; mentre un diario, finché non viene interrotto, è infinito e aperto.
Ovviamente il diario in rete è una impresa di scrittura, o letteraria, che funziona diversamente da altre imprese o opere.
Che cosa intendiamo fare, dunque, a Pordenone?
Durante il festival ci sarà un incontro in cui si cercherà di mettere a fuoco la specificità letteraria e linguistica dei diari in rete. E ci sarà anche una serata quasi teatrale, una serata di letture, con la ricostruzione di un momento, di una settimana, di un giorno (momenti, settimane, giorni speciali o banali) del nostro tempo attraverso le pagine dei diaristi in rete (ad esempio: una lettura di trenta pagine di diari del giorno 14 aprile 2004; o una lettura di trenta pagine di diari del mese di ottobre 2003; ovviamente bisognerà inventare una "drammatizzazione", e bisognerà inventare il modo di coinvolgere adeguatamente i diaristi senza "passargli sopra la testa"); eccetera.
Queste cose sono ancora in corso di meditazione.
Ma nel frattempo, facciamo partire una cosa dentro il sito Pordenonelegge.it.
Dal 9 febbraio sarà attivata nel sito la sezione "Scrivere l'immediato". Questa sezione conterrà due cose:
- un Diario dei narratori e dei poeti, nel quale un certo numero di narratori e di poeti sarà invitato a confrontarsi, per periodi di una settimana, con la scrittura quotidiana. Qualcosa di simile ai "giornalini" che Nanni Balestrini pubblicava a suo tempo in Railibro. Così vediamo come se la cavano, questi narratori e questi poeti, messi nelle condizioni di scrivere ogni giorno (nullo die sine linea, si diceva una volta).
- un Diario dei diari in rete (questi sono nomi che mi sto inventando io in questo momento, eh!): nel quale un certo numero di autori e autrici di diari in rete sarà invitato a scrivere una paginetta al giorno (sempre per una settimana, a turno) segnalando e "recensendo", giorno per una o più pagine di diari in rete per qualche ragione degne di nota (per la qualità della scrittura, per l'evento narrato, per qualunque ragione).
Ecco. Questa è più o meno la faccenda. Il primo diarista, dal 9 febbraio, sarò io ("Non vale!", dirà qualcuno: "Già tieni un diario da otto mesi! Fai il doppio gioco! Scrittore quando ti pare e blogger quando ti pare"; il fatto è che bisogna anche testare il funzionamento della cosa, gli aspetti tecnici eccetera); mentre il primo recensore di diari sarà...

Posted by giuliomozzi at 09:31 | Comments (11) | TrackBack

29.01.04

Un'approssimazione del 1996

Nel 1996 mi scappò di scrivere, senza avere precise intenzioni, un testo che chiamai: "Manifesto: un'approssimazione". Era qualche paginetta in cui, un po' come ha fatto Mauro Covacich nel suo recente intervento (vedi qui a fianco sotto il titolo: "Vertigini da fiction"), cercavo di dire che cosa mi sembrava si dovesse fare con la letteratura. L'"Approssimazione" uscì poi nel 1997 nel mio libro Parole private dette in pubblico (Theoria 1997, Fernandel 2002). Sono passati otto anni, e naturalmente le mie opinioni non sono più esattamente le stesse. Ma la frase chiave (quella che a me sembra la frase chiave) oggi ancora la sottoscrivo: "Se la scelta è tra retorica e terrore, io ho già scelta la retorica". Quanto ai "manifesti" come genere letterario e come pratica sociale, qualche considerazione l'ho scritta qui.

Manifesto: un’approssimazione (1996)

Ciò di cui abbiamo bisogno oggi è una poetica minimalista d’orgoglio. Non siamo minimalisti perché sappiamo occuparci solo di cose piccole e trascurabili: siamo minimalisti perché la nostra vista è acutissima e siamo diventati capaci di vedere cose che altri non hanno mai viste prima. Siamo diventati orgogliosi a causa della nostra umiltà. È vero: non siamo più capaci di abbracciare un paesaggio con uno sguardo, di risolvere una situazione con una battuta, di rendere l’anima di una persona con un gesto. No, non è più il tempo di queste cose. Siamo felici perché le nostre possibilità sono superiori a quelle di chi ci ha preceduti. Siamo felici perché ciò che abbiamo perduto è ciò che non ci serve più. Siamo nani sulle spalle di giganti o più probabilmente nani sulle spalle di altri nani: la vista, da quassù, è comunque migliore. Siamo convinti che la vista, da quassù, sia migliore. Amiamo la tradizione che ci contiene e nella quale ci riconosciamo e che vogliamo modificare, stiamo già modificando. Le nostre ambizioni sono piccole, ma lo diciamo solo per nonchalance. Vogliamo sapere cose sul mondo, nientemeno. Ciò che ci spinge non è diverso da ciò che ha spinto tutti quelli che sono venuti prima. Certamente nella tradizione ci scegliamo gli antenati. È una cosa giusta e necessaria. Umilmente mi inchino di fronte a certi grandi e più volentieri vado a scuola da altri, forse più piccoli e forse no. Faccio dei nomi di questo secolo che naturalmente valgono solo per me: Lorenzo Montano, Carlo Coccioli, Antonio Porta, Pier Vittorio Tondelli. Questi nomi non sono una linea: sono, semplicemente, persone dalle quali ho imparato. E aggiungo, perché il ringraziamento è una cosa importante: Elisabetta, Stefano, Severo, D., Laura, Zara, le Roberte.
Ho capito che la lingua è una cosa separata da me. La lingua, queste parole scritte, non sono io. Io sono sicuro di essere io; invece la lingua è data. Quindi siamo realisti: corpo è corpo, lingua è lingua. Semplicemente, non può essere che così. La lingua è la mia serva, ne faccio uso. Non crederò mai di poter mettere un urlo sulla pagina. Il mio corpo non è una questione condivisibile con le parole. Ho un sogno di dominio, devo confessarlo. Voglio dominare una lingua che mi serva a comunicare. Se la scelta è tra retorica e terrore, io ho già scelta la retorica. Il mio sguardo è quel che è, della lingua voglio saper fare quel che voglio. Tanto poi lei, la lingua, se vorrà dire dell’altro, lo dirà. Qualunque dominio io cerchi di esercitare non può domarla. Eppure questo sogno di dominio mi prende. Svaluto le parole. Non uso parole grosse. Riduco il bagaglio al minimo. E faccio esercizio con la sintassi. Mentre scrivo respiro. Ecco, forse questo può passare: sguardo, respiro. Temo che per necessità saremo classicisti. Non c’è nessuna rinuncia nel parlare una lingua comune. Tenteremo una scrittura ordinata e comprensibile nei suoi svolgimenti, nel lessico, nella scelta dei tempi verbali, nell’articolazione delle frasi. Una scrittura invisibile che trovi la sua forza nell’apparente mancanza di stile e però sia capace di contenere tutto, assorbire: lingua-spugna, lingua-ameba. Parlerà delle cose che accadono davanti ai miei occhi, delle cose che accadono attraverso il mio corpo. La scrittura di stile classico (che sarà il nostro rimedio e non il nostro ideale) sarà prudente, giusta, forte e temperante. Sarà pronta nell’evitare ciò che distrae dal fine e pronta nel realizzare ciò che conduce ad esso; sopporterà la presenza del male; dominerà le paure; si assoggetterà volentieri a una disciplina liberamente scelta.
Certamente non vogliamo una scrittura del milleottocentocinquanta. Pensiamo a una scrittura che abbia l’andatura di certe musiche di Brian Eno, o che faccia pensare ai «sacchi» di Alberto Burri. Lo so: Eno lascia che le macchine producano la musica; l’arte di Burri viene chiamata informale. Entrambi sanno che la materia con la quale lavorano è separata. E poi, diciamo chiaro: chi, se non gli artisti del cosiddetto informale, ha in questo secolo disperatamente tentata una poetica iperclassicistica dell’armonia delle forme?
Ogni cosa che scrivo è un semplice tentativo che vale quel che vale. Credo di avere una sola cosa da dire (per prudenza e per orgoglio non la nomino) e credo che ogni cosa che scrivo sia un’approssimazione. Credo che quell’unica cosa che ho da dire si possa dire solo per approssimazioni e tentativi: allora tutte le approssimazioni e i tentativi diventano importantissimi. Ogni volta che torno su una cosa che ho scritta ne faccio un’esecuzione diversa. Ogni volta io non sono esattamente lo stesso. La forma perfetta probabilmente non esiste, la qualità dell’esecuzione è un concetto opinabile. Che poi un’esecuzione o un’altra si stampi, questo non è molto importante. Comunque ciò che facciamo è caduco. Non si scrive per l’eternità. Però dell’eternità parliamo, di che altro? È l’unica cosa che importa. Vorrei che la mia vista fosse così acuta da permettermi di descrivere il morire. Vorrei imparare a non distogliere lo sguardo, mai. So che sono insufficiente rispetto ai miei desideri. Devo forse smettere di desiderare? Io sono felice di essere mortale perché la mia natura è questa, so di essere immortale ma quando dico so di essere immortale assolutamente non so che cosa sto dicendo. Tuttavia lo dico e mi glorio di dirlo: dico una cosa che è di tutti e ne sono felice come di una grande gioia che sia stata preparata per me personalmente: e difatti è così. Della mortalità e dell’immortalità, di queste cose da niente si parli. Della nostra fierezza si parli. Oh, non siamo deboli. Abbiamo tutta la forza delle persone umane. Vogliamo descrivere ogni istante della nostra vita e, diversamente dal signor Palomar, sopravvivere per descrivere l’istante della nostra morte. Potremo farlo perché fine di tutto non è la morte ma la redenzione. La letteratura, sapete, è una cosa che non vale niente. Non ci aspettiamo niente da lei. Quello che faccio, come ad esempio scrivere, è solo un pezzo della mia esistenza che non ha nessun valore se si stacca dalla mia esistenza. Come l’anima contiene delle parti, eppure l’anima è una, così io sono uno e niente si può staccare da me. La lingua, come ho detto, è semplicemente fuori e mi serve. Ciò che avviene dentro la mia lingua senza che io lo sappia: ebbene, questo io non lo so. Desidero essere buono nella speranza che ciò che passa dentro la mia lingua senza che io lo sappia sia altrettanto buono. Essere buoni significa: desiderare la redenzione; non giudicare. Io devo solo sostenere lo sguardo, continuare a guardare ciò che vedo, essere buono, mantenere fermo il controllo sulla lingua.
Confidiamo in chi legge. La lettura è tutto. Come quando si parla: l’ascolto è tutto. È l’ascolto che ci fa parlare. Io parlo perché un altro ha parlato, ho ascoltato.

Posted by giuliomozzi at 11:01 | Comments (8) | TrackBack

Treno

"Non capisco", dice l'uomo con il cappotto nero.
"Lei non ha il biglietto", dice il controllore. "Facendolo a bordo, c'è l'esazione di otto euro".
"Perché ho preso il treno al volo", dice l'uomo con il cappotto nero. "Con tutta questa neve, l'autobus ci ha messa una vita a portarmi in stazione".
"Vede", dice il controllore, "all'azienda importa solo che lei non ha il biglietto. Non importa il perché e il percome".
"Si tratta sempre di trasporti pubblici", dice l'uomo con il cappotto nero.
"In che senso?", dice il controllore.
"L'autobus è un trasporto pubblico", dice l'uomo con il cappotto nero. "Il treno è un trasporto pubblico. Se i trasporti pubblici non funzionano, se con due dita di neve vanno in tilt, devo rimetterci io?".
"Ma l'azienda dei trasporti urbani è una cosa", dice il controllore, "e le Ferrovie sono un'altra".
"Sono trasporti pubblici", dice l'uomo con il cappotto nero. "Servizi al cittadino".
"No", dice il controllore. "Sono aziende. Aziende orientate al profitto".
L'uomo con il cappotto nero guarda il controllore.
Il controllore abbassa gli occhi.
"Non che mi piaccia", dice il controllore. "Tutto posso dire, ma non che mi piaccia".
"E allora...", comincia l'uomo con il cappotto nero.
"E allora", lo interrompe il controllore, "il fatto è che il compito di dire che è cambiato tutto, che non ci sono più servizi, che ci sono solo aziende che fanno i profitti, il compito di spiegare questa schifezza a tutti, sa a chi tocca? Sa a chi tocca?".
"A chi tocca?", ripete automaticamente l'uomo con il cappotto nero.
"Tocca a noi", dice il controllore. "Al personale. A noi che siamo in mezzo alla gente. Mica a loro".
"A loro chi?", ripete automaticamente l'uomo con il cappotto nero.
"A loro", dice il controllore puntando l'indice della destra verso l'alto. "A loro. A quelli che comandano. Loro fanno fare gli spot in televisione. E poi mandano noi a dire che non è vero".

Posted by giuliomozzi at 09:23 | Comments (10) | TrackBack

28.01.04

Mozzi vs. Covacich

Bene, adesso caffè, doccia, corsa, treno, Milano. Se volete sentire la mia voce e quella di Mauro Covacich, oggi alle 15.30 circa siamo al terzo programma di RadioRai. A parlare di che? Non è difficile indovinare. E sulla faccenda dovrebbe ritornare, con una quantità di interventi e opinioni, l'Espresso in edicola da venerdì. Parole, parole, parole...

Posted by giuliomozzi at 06:12 | Comments (26) | TrackBack

27.01.04

Lasciamo il tempo

Lasciamo il tempo e li guardiamo dormire,
si decompongono e il cielo e la terra li disperdono.

Non abbiamo creduto che fosse così:
ogni cosa è al suo posto,
le alopecie sui crani, l'assottigliarsi, avere male,
sempre un posto da vivi.

Ma questo dissolversi no, e lasciare dolore
su ogni cosa guardata, toccata.

Qui durano i libri.
Qui ho lo sguardo che ama il qualunque viso,
le erbe, i mari, le città.
Solo qui sono, nel tempo mostrato, per disperdermi.

[Mario Benedetti, Umana gloria, Mondadori 2004 ("Lo specchio"). Questa è la poesia che apre il libro].

Posted by giuliomozzi at 21:30 | Comments (13) | TrackBack

Giornata della memoria

Discorso di Carlo Azeglio Ciampi, presidente della Repubblica Italiana.

La Giornata della Memoria invita a riflettere sulla Shoah, sullo sterminio degli ebrei, di un intero popolo, organizzato dal nazismo: un evento che non l'eguale nella storia.
Ricordiamo, perché la stessa enormità di quanto accadde in quegli anni, in cui vennero uccisi sistematicamente sei milioni di ebrei, ossia la maggior parte degli Ebrei che allora vivevano in Europa, rende quel crimine quasi incredibile: "meditate, che questo è stato", è il monito che ci ha lasciato Primo Levi.
Ricordiamo affinché l'orrore non possa ripetersi; affinché ogni manifestazione di antisemitismo, di razzismo in tutte le sue forme, venga condannata e messa al bando.
Ricordiamo i colpevoli: l'ideologia razzista di Hitler e coloro che furono gli strumenti e i collaboratori che resero possibile, anche in Italia, le deportazioni. Ricordiamo i giusti, coloro che agirono secondo coscienza e spirito di umanità. Ci dà conforto ricordare che fra loro ci furono anche tanti italiani, migliaia di persone, semplici cittadini, funzionari, diplomatici, militari che in ogni regione d'Italia, e oltreconfine in Grecia, in Jugoslavia, nel sud della Francia, salvarono, a rischio della loro vita, la vita di migliaia di ebrei, italiani o stranieri.
La democrazia, la giustizia, l'amore del prossimo che ci è stato insegnato siano la nostra forza, riflettendo sul passato, guardando a un futuro che vogliamo sia di pace e di concordia fra tutte le genti.

Posted by giuliomozzi at 00:35 | Comments (12) | TrackBack

26.01.04

Lista

Cd prestati a Luca e Massimiliano.

Budd, Lentz, Walk into my voice,
Budd, Luxa,
Eno, Drop,
Eno e Budd, The Pearl,
Eno e Budd, The Plateau of Mirror,
Eno e Fripp, The Essential,
Eno e James, Wah Wah,
Eno, Lanois, Brook, R. Eno, Araaji, Music For Films III,
Eno, Moebius Roedelius Plank, Begegnungen II,
Eno e Schwalm, Drawn from Life,
Eno e Wobble, Spinner,
Eno, Another Green World,
Eno, Apollo,
Eno, Before and after Science,
Eno, Dali's car,
Eno, Fractal zoom,
Eno, Here comes the warm jets,
Eno, Music for airports,
Eno, Music for films,
Eno, Neroli,
Eno, Nerve net,
Eno, On Land,
Fripp and The League of Gentlemen, God Save The King,
Fripp, Giles & Giles, The Cheerful Insanity of Fripp, Giles & Giles,
Fripp e Sylvian, Darshan,
Fripp e Sylvian, The First Day,
Fripp, Let The Power Fall,
Fripp, Radiophonics,
Hassell, Power Spot,
King Crimson, A Beginner's guide To Projekcts,
King Crimson, Earthbound,
King Crimson, Discipline,
King Crimson, Islands,
King Crimson, Red,
King Crimson, The ConstruKction of Light,
King Crimson, Usa,
King Crimson, Wrooom,
Projekct Two, Space Groove.

[Mi piacciono le liste, sì].

Posted by giuliomozzi at 17:42 | Comments (9) | TrackBack

Spremuta di Covacich

Prometto che questo è l'ultimo post sull'argomento, per ora.
Nel suo ormai celebre (almeno tra i pochi intimi che leggono questo diario) articolo nell'Espresso, Mauro Covacich ha usata un'espressione sulla quale, in questi giorni, ho meditato e rimeditato. Scrive Mauro: "Perché [noi narratori italiani] non riusciamo a raccontare storie - non importa se inventate, vere, realistiche, surreali - in grado di spremere la vita, di metterla sotto torchio?".
Mi colpiscono quese parole: "spremere la vita", "mettere sotto torchio".
Se penso a quegli autori non italiani, tra i quattro o cinque che Mauro cita, dei quali ho letti i libri, e soprattutto a David Foster Wallace e Don DeLillo, ho la sensazione che facciano tutto fuorché "spremere la vita" e "metterla sotto torchio".
Le parole sono importanti, diceva un celebre girotondino.
Allora:
Spremere. Spremere il succo. Da una massa di roba, tirare fuori il poco che è buono, l'essenziale. L'essenza.
Mettere sotto torchio. C'è una massa di roba che resterà nel torchio (inutile, da buttare, da destinare a usi inferiori) e c'è l'estratto che colerà di sotto, preziosissimo.
Mi è difficile pensare a Infinite Jest di Wallace o a Underworld di Delillo come a libri che "spremono", che da una gran massa di roba estraggono l'essenza. Mi sembrano, invece, libri che si espandono oltre il necessario, che accumulano, che ammucchiano una gran massa di roba. La scheda di Underworld nel catalogo Einaudi dice: "Un romanzo che fa esplodere la storia, i miti e la vita quotidiana dell'America del dopoguerra e ne ricompone i resti".
"Esplosione". Una parola assai diversa da "essenza".
Io sono uno scrittore di racconti. Non scrivo racconti perché li preferisco ai grandi romanzi: scrivo racconti perché so scrivere decentemente (credo) racconti, e sono del tutto incapace di scrivere un grande romanzo.
Però sono un lettore di grandi romanzi, di libri dalle ottocento pagine in su. Romanzi che sono come delle grandi macchine il cui scopo sia: raccogliere, ammassare, impilare; tirare su una gran massa di roba.
Ho sempre sopportato poco il romanzo ben fatto. Il romanzo ben fatto mi dà sui nervi. Il romanzo ben fatto contiene una moderata e coerente massa di roba, ordinata in una forma consueta, esibita in bell'ordine. In Italia, come in ogni Paese del mondo, si sforna una quantità di romanzi ben fatti. Servono a passare il tempo: funzione peraltro dignitosa.
Di romanzi grandi macchine, invece, ce n'è pochi in giro. Anche nella letteratura anglosassone: che pure, secondo il mito corrente, sarebbe particolarmente atta a sfornarne.
Il romanzo grande macchina ha una gloriosissima tradizione: da Don Chisciotte a Tom Jones, da Gargantua e Pantagruele a Tristram Shandy, da Moby-Dick a L'uomo senza qualità, dal Quinto Evangelio (di Mario Pomilio: ricordo l'autore, perché ogni volta che lo cito molti dicono: «Eh?») a Horcynus Horca.
Sono quei romanzi che Franco Moretti ha chiamati opere mondo: e che siano macchine spesso squinternate o funzionanti solo per scommessa, che illustrino mondi bizzarri o paradossali, non toglie nulla al loro essere opere mondo e grandi macchine.
Forse Mauro non se ne è reso ben conto: ma l'immagine dello "spremere", del "mettere sotto torchio", è un invito a fare tutto fuorché opere mondo, tutto fuorché romanzi grandi macchine, tutto fuorché Infinite Jest o Underworld.
Montale scriveva: «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco / lo dichiari», «Non domandarci la formula che mondi possa aprirti». Ecco, mi pare che le formule dello "spemere" e del "mettere sotto torchio" invitino proprio a fare ciò che Montale, già ai suoi tempi, riteneva ormai impossibile. E che, secondo me, è impossibile ancora oggi. Il che non esclude che qualcuno possa riuscirci, naturalmente.
Ma, se ha senso proporsi, come narratori, dei modelli; o se ha senso proporre delle parole chiave (non delle parole d'ordine, per carità); credo che i modelli possano essere quelli che ho citati prima (da Rabelais a Pomilio, per quanto diversissimi); e le parole chiave non saprei quali potrebbero essere, ma sicuramente non "spremere" e "mettere sotto torchio".

Posted by giuliomozzi at 13:03 | Comments (22) | TrackBack

On the Covacich, again

Nel Domenicale del 24 gennaio 2004, Massimiliano Parente ritorna sul pezzo di Mauro Covacich del quale in questo diario si è già parlato più volte (vedi qui e i link ivi riportati). Scrive Parente, tra le altre cose:

Secondo Covacich, secondo una resuscitata e banalizzata idea d'impegno, lo scrittore è un giornalista, come uno che andasse a dire a Proust: perché mai, anziché stare lì a scrivere la Recherche, non racconti la catastrofe europea, la guerra mondiale? Perché mai, signor Balzac, anziché raccontare le tensioni e i conflitti internazionali dell'Ottocento, perdi tempo con la Commedia umana? [Gli scrittori citati da Covacich nel suo pezzo,] incapaci di concepire un'opera, scrittori di storielle senza lingua e già pronte per una sceneggiatura, non hanno idea di come un'opera possa essere esplosiva: ma a lungo andare, scavando come un tarlo nelle coscienze. Però, ci assicura Covacich, i suoi amici scrittori da spiaggia e da pizzeria asvrebbero tesi importantissime da esporre, e ci assicura che "le analisi sviluppate in quelle occasioni sullo stato delle cose spesso hanno poco da invidiare a una discussione su Micromega. Casomai non fosse chiaro, ora è chiarissimo: Micromega è il modello di discussione, lo status artistico e di scrittura cui ambire. [...] Eppure Covacich continua a essere stupito: "Ogni volta che sono con loro, mi chiedo perché l'Italia non abbia ancora espresso il proprio Wallace, il proprio Houellebecq, il proprio Pelevin, il proprio Palahniuk, esagero, il proprio DeLillo. Chissà perché, e chissà perché quando la Repubblica intervista Niccolò Ammaniti, lui, anziché travestirsi da Paolo Flores d'Arcais, ci parla di Playstation, del lussuoso appartamento veneziano in cui vive, della scrittura cone terapia per rievocare l'infanzia, del suo essere erede di Italo Calvino e del sentirsi Mark Twain, dell'ultimo suo libro da cui è stato tratto un film e dell'ultimo film a cui sta lavorando. E chissà perché l'unico nominato da Covacich, che potrebbe ambire al titolo, non lo nomina, lo sottintende sminuendolo: "c'è chi compone migliaia di bellissime pagine sul caos, lavorando con maestria eccelsa per non farsi leggere". Sarebbe Antonio Moresco, che non ambisce a Micromega né al film tratto dal romanzo, che ha scritto romanzi che tutti questi messi insieme se li sognano, che in quanto scrittore scrive opere, e sa che la rivoluzione passa attraverso l'estetica della parola, della struttura. Non starnazza come loro per cui, secondo l'"autore contro" Covacich, lavora per non farsi leggere, le pagine sono bellissime ma finita lì. Che detta così come la dice Covacich è come dire di Carlo Emilio Gadda: c'è chi scrive centinaia di bellissime pagine sui pasticci e fa di tutto per non farsi leggere. Idea della letteratura piccola piccola e tutta italica, dove però la lista dell'irrilevanza comparata ce l'ha data lui, Covacich, nomi e cognomi, e tra le righe anche un consiglio ai commensali, ai compagni di spiaggia e di vespa, ai micromeghiani mancati: lasciate perdere la letteratura, datevi alla cronaca, ai girotondi, consegnatevi alle opinioni.

Ecco. Ho citato un bel pezzo, credo quasi metà dell'articolo. La logica mi pare più o meno questa: Covacich ha citato Micromega come esempio, Micromega è una rivista notoriamente comunista e girotondina; Covacich ha citato i suoi amici, quindi parla (anzi: "starnazza") a nome loro; quindi Covacich e i suoi amici tutti sono comunisti e girotondini, e perciò confinati nell'"irrilevanza comparata".
Ricordo che il Domenicale è un settimanale di cultura pubblicato dalla società Il Domenicale spa, di cui è presidente Marcello Dell'Utri.

Poiché Massimiliano Parente fa di tutte l'erbe un fascio, sono costretto a precisare: Mauro Covacich ha parlato a nome proprio (la sua sortita è stata per me una sorpresa); non sono mai stato comunista in vita mia (sono un democristiano genetico); ho acquistato un solo numero di Micromega, anni fa (così come mi è capitato di acquistare, occasionalmente, Ideazione, Il Domenicale, Il Giornale e perfino Libero); compero tutti i giorni il manifesto, è vero; ma compero tutte le settimane anche Famiglia cristiana.

No, dicevo così, tanto per rassicurare Massimiliano Parente: ci sono anche narrratori irrilevanti che non sono comunisti, non leggono Micromega, non partecipano ai girotondi.

Posted by giuliomozzi at 12:34 | Comments (4) | TrackBack

25.01.04

Un grande potenziale

Mi leggo tutti di fila i "commenti" ai vari post relativi a Mauro Covacich, al suo intervento nell'Espresso, ai successivi interventi mio, di Romolo Bugaro, di Tullio Avoledo. E mi vien da domandarmi se il Sonetto della mia generazione, testé pubblicato in Sonetti da colui che si firma Sonetti, non intenda essere un contributo alla discussione...

Posted by giuliomozzi at 16:03 | Comments (3) | TrackBack

Treno, telefono

Nello scompartimento siamo in sei: io, vicino al finestrino; un signore sulla sessantina che ascolta in cuffia gli Skiantos, difronte a me; una coppia nera, lui e lei grassissimi, al nostro fianco (lei al fianco di me, lui al fianco del signore sulla sessantina); il bimbo grassissimo della coppia grassissima, a fianco della madre, vicino al corridoio; una ragazza con una maglia bluette e le guance rosse, avrà venticinque anni, difronte al bambino e a fianco del padre grassissimo.
Io sono salito a San Benedetto del Tronto. Il treno viene da Bari, e morirà a Venezia.
Ho il mio libro: Massimo Mila, Cronache musicali 1955-1959, Einaudi 1959, pagine 535. C'è ancora il prezzo originario: 3.000 lire. L'ho comperato a Milano, in una bancarella, l'altro giorno, pagandolo 25 euro. E' un libro molto bello.
Io leggo il libro. Il signore sessantenne con gli Skiantos in cuffia legge un libro di Fernand Braudel, insigne storico francese. La coppia di neri chiacchiera. Il bambino un po' dorme, un po' saltella, un po' mangia biscotti. La ragazza con la maglia bluette ha un Corriere Adriatico tra le mani.
Suona il telefono della ragazza. La ragazza risponde.
"Perché mi chiami?", dice la ragazza. "Perché mi chiami ancora? Non serve a niente. Basta così. Basta così, è finita. No, non torno indietro. Lo so io dove vado".
La telefonata finisce.
La ragazza fa un numero.
"Ciao Marta, ciaociao", dice. "Eh, come va, come va. Sono partita. No, per nessuna parte, sono partita per stare via. Non lo voglio vedere. Non ce la faccio più. Senti, sono lì tra un'ora e mezza, due ore. Tu che cos'hai da fare? Dài, ci vediamo, stiamo un po' insieme, ti racconto. No, non voglio tornare. Per un po' non torno. Dài, quando arrivo ti chiamo. Ciaociaociao".
Il signore nero grassissimo si addormenta. Russa un po'.
Il signore sessantenne riavvolge la cassetta. Ripartono gli Skiantos.
Il bambino nero beve latte.
Io leggo Massimo Mila.
Il telefono della ragazza suona. La ragazza risponde.
"Ciao Lella, ciao, ciaociaociao", dice. "Grazie che mi hai richiamata. Sì, ti avevo chiamata, stamattina presto. Senti, mi posso fermare qualche giorno da te? Subito, arrivo stasera. Sì, sono partita stamattina prsto. Adesso mi fermo dalla Marta, poi riparto. Voglio stare lontana da lui. Non è possibile. Non è più possibile. Non ce la posso fare. Dài, ti prego, mi basta qualche giorno. Dopo mi organizzo. Allora arrivo stasera, va bene? Verso le otto, mi pare. Quando arrivo ti chiamo. Va bene. Grazie, sai. Ciao. Ciaociaociao".
Il mio telefono vibra nella tasca sinistra dei calzoni. Leggo il messaggio: "Amore dove sei?". Il numero è sconosciuto. Rispondo: "Parli con me?".
Il telefono della ragazza suona. La ragazza risponde.
"Non puoi continuare così", dice. "Devi piantarla. Non ti dico no, dove vado. Non lo so neanch'io. No guarda, se ti azzardi a telefonarle ti denuncio. Se mi pedini ti mando i carabinieri. Non esiste. Non devi, hai capito? Non devi".
La mamma nera si è addormentata e russa leggermente.
Il bambino nero sveglia il padre. Il padre si alza, tira giù una borsa dalla reticella, tira fuori dalla reticella un altro pacco di biscotti.
Il signore sessantenne ha chiuso il libro e guarda fuori dal finestrino.
Mi arriva un messaggio: "Chi sei?". Rispondo col mio nome e cognome.
La ragazza fa un numero.
"Ciao ma'", dice. "Senti, devi dire a Lorenzo che la deve piantare. Se si fa vivo, devi dirgli che la deve piantare. No, che non ci voglio parlare. Ci siamo parlati abbastanza. Lui mi vuole seguire, capisci? Mi sta chiamando, mi chiede dove vado, ha chiamato la Marta, chiamerà anche te, vedrai. No, che non te lo dico; che poi tu te lo lasci scappare. Non so, una settimana, due, magari anche un mese. Ti mando Saveria, li dai a lei, me li manda lei. No, così tu non sai dove sono, Lorenzo la Saveria manco sa che esiste, guarda: è meglio così".
Mi arriva un messaggio: "Mi scusi". Rispondo: "Per carità".
Mi sembra di essere il lattaio di Peter Bichsel.
Il signore sessantenne dorme con gli Skiantos nelle orecchie.
Il signore nero dorme.
La signora nera dorme, russando leggermente.
Il bambino nero dorme con la bocca aperta, un po' di biscotto ancora in bocca.
Sono concentratissimo su Massimo Mila.
Il treno corre.
Sento un rumore.
Alzo gli occhi.
La ragazza con la maglia bluette piange, singhiozza.

Posted by giuliomozzi at 15:54 | Comments (5) | TrackBack

23.01.04

Per piacere, grazie: Cagna

Si chiama Cagna, il pezzo di Davide Bregola pubblicato nel blog di Marco Candida. E vi chiedo di trovare dieci minuti e di leggervelo con calma. Perché è proprio una cosa importante, secondo me.
Ne estraggo tre pezzetti:

[...] Cosa dovrebbe fare uno scrittore del ventunesimo secolo? [...]

[...] Cosa pretendo io? Perché il figlio di un operaio diventato per concorsi interni un impiegato, perché il figlio di un impiegato e di una casalinga, diplomato, che è come dire vent’anni fa uno con la terza media, che ha tentato, fallendo, di intraprendere Giurisprudenza, dovrebbe o vorrebbe affrancarsi dal suo destino? Perché il figlio di un impiegato, la madre casalinga, il fratello autista di carni per macellai, vorrebbe fare qualcos’altro da quello che gli spetterebbe? Forse è giusto rischiare di fare ciò che si vuole, in modo onesto, nel miglior modo che si riesce. Ma per quanto tempo provarlo a fare? Sono mesi che sono disoccupato, che non ho un lavoro stabile e duraturo, che sono andato a fare domande di lavoro dove c’era la possibilità di continuare a scrivere, a leggere, a fare incontri in giro… [...]

[...] Se io dovessi fare come la Weil, e considerassi di andare a lavorare in una ditta che produce qualcosa e andassi finalmente a lavorare con un contratto magari interinale, e se poi va bene, con un contratto degno di questo nome, verrei assorbito a tal punto dalla condizione in cui mi troverei, che non ci sarebbe più spazio per la creatività, per la scrittura. E magari dopo qualche tempo, mesi o anni che siano, anch’io potrei essere come l’agente di commercio che dice: Io non sono come loro. Invece so già di essere come loro. Maiali o uomini che siano, e non ho bisogno di fare “sacrifici” lontani dai miei desideri per poterlo capire o per potermi allontanare in maniera fittizia a loro. [...]

Posted by giuliomozzi at 08:53 | Comments (41) | TrackBack

Carlo Coccioli

Questa è la lista dei libri di Carlo Coccioli che possiedo e che ho letti:

Il migliore e l'ultimo, Vallecchi 1946,
Il cielo e la terra, Vallecchi 1950,
Le caillou blanc, Plon 1958,
La pietra bianca, Vallecchi 1959,
Il giuoco, Vallecchi 1961,
Omeyotl, diario messicano, Vallecchi 1962,
L'erede di Montezuma, Vallecchi 1964,
Le corde dell'arpa, Longanesi 1967,
Le tourment de Dieu, Fayard 1971,
La ville et le sang, Fayard 1973,
Uomini in fuga. La grande avventura degli alcolisti anonimi, Rizzoli 1973.
Davide, Rusconi 1976,
Manuel il messicano, Rusconi 1976,
Requiem per un cane, Rusconi 1977,
Fabrizio Lupo, Rusconi 1978,
Le case del lago, Rusconi 1980,
La casa di Tacubaya, Editoriale nuova 1982,
Uno e altri amori, Rusconi 1984,
Rapato a zero, Vallecchi 1986,
Piccolo karma, Mondadori 1987,
Tutta la verità, Rusconi 1995.

Protagonista de Il cielo e la terra e del successivo La pietra bianca è don Ardito Piccardi. C'è una persona che da qualche giorno interviene in nei "commenti" di questo diario firmandosi appunto "Ardito Piccardi".
Le caillou blanc e La pietra bianca sono, evidentemente, lo stesso libro. Io trovai e lessi prima la versione francese, e solo dopo quella italiana (che peraltro, come si vede dalle date, uscì dopo quella francese).
Qualche anno fa ho ricavato da Uomini in fuga, su richiesta dell'Arci di Padova, una breve pièce, Una serata anonima, portata in scena dalla compagnia Fantaghirò nell'ambito di una serie di iniziative d'informazione sull'alcolismo.

Posted by giuliomozzi at 08:35 | Comments (7) | TrackBack

Pochi giorni

labambina.JPG

Mancano pochi giorni perché nasca la bambina.

Posted by giuliomozzi at 01:04 | Comments (21) | TrackBack

22.01.04

Bloggers vs. Writers

Avviene il 14 febbraio a Napoli, nel corso di Galassia Gutenberg. Anche se, a dire il vero, ancora non si capisce bene come avviene.

Posted by giuliomozzi at 00:09 | Comments (21) | TrackBack

21.01.04

Covacich vs. Vonnegut

Il quotidiano Il Giornale ha dedicata oggi una pagina e mezza alle questioni sollevate dall'intervento di Mauro Covacich nell'Espresso della settimana scorsa. Ci sono tre aritcoli: di Tullio Avoledo, Fabrizio Ottaviani e Eraldo Affinati. Tullio mi ha girato il suo pezzo, e qui sotto (prima metto i link ai vari pezzi della discussione) lo riporto. Una sintesi del pezzo di Affinati la farò magari domani o dopo (sono stanchissimo, stasera).

L'intervento di Mauro Covacich.
Qualche mia riflessione.
Un intervento di Giuseppe Genna.
Una risposta di Mauro Covacich.
Quel che ne pensa Romolo Bugaro.

Scrive Tullio Avoledo:

Ho letto l’articolo de L’Espresso in cui il mio amico Mauro Covacich, chiamando in causa in un mea culpa o auto da fé collettivo, oltre a se stesso, altri autori italiani (fra cui il sottoscritto) ha accusato tutti di ignavia, o quantomeno di indolenza, in quanto secondo lui saremmo in possesso di una “potenza di fuoco” percettiva straordinaria, unica, che però nessuno di noi sarebbe poi capace di mettere sulla pagina. Parole pesanti come pietre. In chiusura d’articolo, Mauro cede generosamente la parola, e il cilicio, ai “colleghi”. Bene, eccomi qui. Il cilicio però mi sta un po’ stretto. Vediamo come posso evitare di indossarlo.
Punto primo. Non conosco, e ne chiedo venia, alcuni degli scrittori italiani che Mauro nomina nel suo articolo. Prendo comunque per buona la sua parola sul fatto che tutti esistono, e che tutti scrivono pura fiction, trascurando di interpretare la realtà. In compenso conosco bene gli stranieri che Covacich cita a miracol mostrare, e francamente non mi sembra che Houellebecq, Pelevin, Wallace, Palahniuk o De Lillo raccontino fedelmente la realtà. Certo colgono, per citare Mauro, “frequenze ultrasoniche, gamme d’onda pressoché impercettibili” della realtà. Ma mi sembra che lo stesso facciano anche alcuni degli scrittori italiani che Mauro ha citato. Può darsi sia solo questione di quantità: l’America forse emana più realtà. Forse i grattacieli di Manhattan emettono più energia reale del lungomare di Rimini. O forse è tutta questione di gusti e Mauro, semplicemente, è un esterofilo.
Punto secondo. Tutta la “realtà” che Mauro cita in apertura d’articolo, e che noi non saremmo capaci di descrivere, come può definirla
realtà? Era presente al crollo delle Twin Towers? Ha davvero visto in azione un kamikaze di Hamas? Quello che può aver percepito è solo il riflesso mediatico di questi eventi, che è cosa ben diversa dalla realtà. Potrebbe, al limite, come a volte sospetto, essere solo propaganda, e quindi l’antitesi della realtà. Cos’è la “realtà” dell’11 settembre? Sicuramente non è la stessa per il presidente Bush e per un fondamentalista islamico. Il fatto è che c’è, e c’è sempre stata, una realtà per ogni persona, e nessuna è più “reale” delle altre, e molte cose che ci vengono fatte passare per reali, e che si sedimentano nella nostra coscienza o in quella collettiva come “realtà” forse non lo sono affatto. E’ la “frequenza ultrasonica” che ho cercato di esplorare e mettere a fuoco ne L’elenco telefonico di Atlantide.
Punto terzo. Mauro afferma che “lo scrittore è una terminazione nervosa, coraggiosamente sintonizzata sul mondo, che, sentendo, fa sentire tutti”. Lasciando da parte il “coraggiosamente”, che mi sembra decisamente fuori luogo, mi sembra che questa visione elitaria dello scrittore sia cosa d’altri tempi. Al giorno d’oggi
ogni individuo delle società tecnologicamente evolute è una sinapsi esposta al potenziale contatto con l’intero mondo. E al tempo stesso una gracile monade. Tutti, scrittori compresi. Alcuni dei quali, effettivamente, sono più sensibili della gente comune. Ma in questo non vedo niente di eroico. Un autore americano che amo e che Covacich non ha citato, e che per questo io invece citerò più volte in questo articolo, Kurt Vonnegut, ha detto che gli scrittori sono come i canarini che i minatori si portavano giù nei cunicoli delle miniere, in una gabbia che poggiavano sul pavimento. Se il canarino cominciava a boccheggiare e poi cadeva stecchito i minatori capivano di dover fuggire, perché c’era una fuga di gas. Può darsi che l’asfissia narrativa che Mauro avverte sia il canarino che boccheggia. Io ho appena dato un’occhiata ai miei compagni di gabbia, e non mi sembra stiano poi tanto male. Ma sono entrato da troppo tempo nel club dei canarini. Finora sono stato più attento a evitare le beccate che ad annusare le fughe di gas.
Punto quarto. E’ stato sempre Vonnegut a scrivere che l’impegno politico degli scrittori contro la guerra del Vietnam aveva prodotto l’equivalente intellettuale “di un raggio laser di indignazione morale”. Aggiungendo peraltro che la potenza di quel raggio si era rivelata equivalente a quella “di una torta alla crema del diametro di 90 centimetri, lasciata cadere da una scala alta un metro”.
Tutto questo per dire che secondo me c’è, nell’articolo di Mauro, un’esagerata sopravvalutazione del ruolo dello scrittore. A mio parere sarebbe molto più proficuo se ad applicarsi sul tema della realtà fossero i politici, o i comici, o comunque qualcuno con più audience, piuttosto che gli scrittori, che se va bene sono in grado di far giungere messaggi forse all’uno per mille dell’umanità.
En passant, è stato ancora Vonnegut, riferendosi alla poesia Urlo di Ginsberg e al suo celeberrimo inizio “Ho visto le menti migliori della mia generazione ecc. ecc.” a dire che Ginsberg forse avrebbe dovuto cercare le “migliori menti della sua generazione” da qualche altra parte, piuttosto che fra i fuoricorso della Columbia University. Sostituite “Columbia University” con “mondo letterario italiano” e questa è anche la mia opinione.
Ma sempre Vonnegut (lo cito, giuro, per l’ultima volta) ha detto un’altra cosa importante, che dovrebbe confortare Mauro, e cioè che gli scrittori controcorrente non avranno magari alcuna influenza sui politici dell’epoca in cui scrivono, ma l’avranno senz’altro sulle generazioni future. Io ad esempio, quando scrivo, ho in mente un lettore futuro che è mio figlio Francesco, di sette anni. Ho la sensazione che quando avrà l’età per leggerli, i miei libri gli piaceranno. Che ci troverà la realtà di questi tempi in cui vive ma di cui ancora non si rende conto.
Altrimenti, se non la troverà nei miei libri, la cercherà da qualche altra parte.

Posted by giuliomozzi at 22:59 | Comments (23) | TrackBack

Danielle, Emma e le funzioni narrative

Anche ieri, al termine di una lezione in una scuola media superiore, mi è stata fatta (dai ragazzi) la solita domanda: "Quali autori ci consiglia di leggere, per migliorare la nostra scrittura?", e io ho data la mia solita risposta: "Vi consiglio di leggere i giornali. Almeno un quotidiano al giorno, di cui le pagine di cronaca vanno lette da cima a fondo".
Non riesco mai a essere convincente, quando dico questo. Spesso mi si risponde che i giornali sono scritti male, che comunque raccontano panzane, eccetera eccetera. Come se i libri pubblicati fossero generalmente scritti bene e non raccontassero mai panzane.
Vabbe'.
Fatto sta che io invece leggo furiosamente i giornali, uno o anche due al giorno; li leggo da cima a fondo, e letteralmente mi bevo le notizie di cronaca. Che spesso ritaglio e conservo. Non perché creda che la cronaca sia "verità": ma perché mi affascina il modo in cui i giornali quotidiani (i settimanali non mi interessano) trasformano in "storie" le "notizie".
Ad esempio, nel mio archivio c'è questa portentosa notizia. Si tratta di un ritaglio dal Gazzettino ("il quotidiano delle Tre Venezie", c'era scritto una volta sotto la testata; oggi c'è scritto: "il quotidiano del Nord-Est") dell'8 maggio 2000:

Londra. Sono state concepite in una clinica greca, con gli spermatozoi di un anonimo e aitante donatore americano e con l'ovulo di una sconosciuta donna inglese. Un'altra inglese, Claire Austin, ha prestato l'utero su commissione di una coppia sterile (lui italiano, lei portoghese) che risiede in Francia. E le ha partorite in California, paese di manica larga in questo genere di cose.
Al termine di così laboriose peripezie procreatrici, Danielle ed Emma si sono però ritrovate nel limbo anagrafico e familiare. Le due gemelline non hanno genitori né biologici né legali. Sono delle povere figlie di nessuno. La coppia italo-portoghese ci ha infatti ripensato e ha disdetto l'ordine: voleva un maschio, non delle femminucce. Danielle ed Emma sono finite in affidamento a due lesbiche cali-forniane, a quanto racconta il
Mail on Sunday, che ne fa un caso: per il domenicale londinese le due belle, sane e vispe gemelline rappresentano "un monito vivente contro i terrificanti rischi provocati dal crescente e sregolato commercio internazionale di bambini nati per procura".
Al centro della storia dai complessi risvolti morali e giuridici c'è Claire Austin, un'inglese di 33 anni che vive a Lichfield nello Staffordshire e che di maternità surrogata proprio se ne intende: prima di Emma e Danielle ha già portato più o meno felicemente a termine due gravidanze per procura mentre una terza fu traumaticamente «stoppata» quando il feto risultò Down. Per il suo ultimo, controverso impegno di lavoro, Claire ha scelto "una coppia residente in Francia" che conosceva da anni: lui "un businessman di successo, italiano di nascita" e lei "proveniente da una delle più ricche famiglie del Portogallo". L'uomo d'affari franco-italiano avrebbe chiesto che il nuovo figlio (ne avrebbe già altri due, un maschio e una femmina, sempre per procura) fosse fabbricato con lo sperma di un uomo "alto, atletico, istruito, biondo e con occhi azzurri". Un medico greco, Stelios Gregorakis, avrebbe proceduto alla fecondazione in vitro in una clinica di Atene, a febbraio del 1999, e impiantato poi l'ovulo fecondato nel grembo di Claire. Apriti cielo però quando saltò fuori che si trattava di gemelline. "O Dio mio", avrebbe commentato il dott. Gregorakis e qualche giorno più tardi avrebbe informato Claire che "non c'era scelta": la coppia committente voleva un maschio e chiedeva l'immediata interruzione della gravidanza.
Lla sventurata mamma per procura ha due figli in proprio e un matrimonio fallito alle spalle. Niente aborto quindi: Claire andò avanti e con l'assistenza di un'agenzia californiana specializzata nella produzione di figli per conto terzi - la Growing Generations - eccola a Los Angeles. Le bambine sono nate il 21 novembre. Tramite la Growing Generations le gemelline sono state accasate ancora prima della nascita: presso una coppia lesbica.

La cosa curiosa di questa notizia è che forse ha fatto notizia quasi solo in Italia.
Mettendo in moto Google, infatti, si trova un pezzo di Repubblica, un pezzo del Messaggero di Roma, e un pezzo del Corriere della sera (riportato nel sito di Arcilesbica).
Articoli in altre lingue, se non ho visto male, non se ne trovano altrettanti: ne è uscito uno in Spagna, nel Clarìn, ma solo due giorni dopo, il 10 maggio: evidentemente la cosa non era così "interessante", come usano dire i giornalisti. Si trova qua e là, insistendo nella ricerca, qualche reazione alla notizia di parte ecclesiastica, tra l'indignato e lo spaventato: il che non dovrebbe stupire.
Si trova traccia del "caso" - e se ne parla come se fosse, diciamo così, un "caso celebre" - nell'estratto della prefazione d'un libro (The Broken Hearth, di William J. Bennet) dedicato al "collasso morale della famiglia americana", che ho trovato nel sito di Barnes&Noble.

Ma, mi domanda ogni tanto qualcuno, perché mai conservi i ritagli di notizie di questo tipo? Sarai mica un po' perverso?
Un po' perverso sarò, senza dubbio; come tutti; nella media; ma la ragione per cui conservo i ritagli di queste notizie è, forse, non perversa.
Questi articoli di giornale fanno strame dell'umanità. Le persone di cui si parla sono trattate come semplici funzioni narrative. Nessuno si fa scrupolo di manipolare, trasformare, aggiungere "colore" ("Oh my God", disse il professor Stelios Gregorakis: "Oh my God", disse, capite?).
Sono contento quando, di tanto in tanto, riesco a raccontare una di queste storie riuscendo a restituire alle persone di cui si tratta un minimo di dignità umana. Ci provo spesso, ci riesco raramente: perché anch'io, come tutti, sono ipersensibile alla potenza delle funzioni narrative.
Una delle tante, possibili risposte a ciò che diceva qualche giorno fa Mauro Covacich, è anche questa. Ci vorrebbe, forse, un narrare liberato dalle funzioni narrative. E tuttavia capace di restare avvincente, o almeno leggibile. E tuttavia capace di essere epico e mitico.
Ma è una cosa che esiste? Che si può fare? Non so.

Posted by giuliomozzi at 09:17 | Comments (20) | TrackBack

20.01.04

Cinquanta regole per la descrizione

Oggi ho fatto ordine e pulizia nella pancia del mio pc. Tra le varie cose dimenticate che sono saltate fuori, ci sono queste "cinquanta regole per la descrizione". In verità non sono delle regole: sono piuttosto qualcosa di simile a quelle Strategie oblique delle quali i lettori di questo diario avranno ormai, immagino, le tasche piene. Comunque non mi sembrano male. Non le ho scritte io: ne ho provocata la scrittura, qualche anno fa, nel corso d'una lezione di descrizione all'interno del laboratorio di scrittura organizzato dal Circolo Walter Tobagi di Mestre, Venezia. Avevo spedito i partecipanti nella stazione ferroviaria di Mestre, con il compito di guardarsi in giro e di prepararsi a descrivere qualcosa - non necessariamente la stazione nel suo complesso. Poi, a esercizio di descrizione concluso, invitai ciascuno a scrivere i due, tre, quattro "principi" ai quali si era attenuto, o aveva tentato di attenersi, durante il lavoro di osservazione e descrizione.
Se qualcuno vuole aggiungere qualche "regola"...

1. Aggiungi del disordine a ciò che hai fatto.
2. Attese.
3. Autorità.
4. Bagagli.
5. Cammina per dieci passi (o venti, o trenta), poi torna indietro. Quello è il tuo territorio.
6. Cibi.
7. Ciò che avviene nel giro di cinque minuti.
8. Ciò che si butta via.
9. Ciò che si muove o ciò che non si muove.
10. Come se tu fossi un’altra persona, oppure un oggetto.
11. Considera l’opportunità di allestire un’immagine coerente.
12. Dal punto in cui sei, senza muovere la testa, tutto (oppure: muovendo la testa da destra a sinistra, o da sinistra a destra).
13. Differenze sociali.
14. Disagio.
15. Divise.
16. Esattamente: che cosa sei venuto a fare?
17. Fa’ un elenco dei colori.
18. Fa’ una pianta, oppure non farla.
19. Fosse stato per te, l’avresti mai fatto?
20. Funzionale / decorativo.
21. Guarda in alto.
22. Guardati un po’ attorno.
23. Hai una videocamera.
24. Immagina mentalmente: andrò lì, e troverò la tal cosa; poi va’ a vedere se c’è davvero.
25. In ordine alfabetico.
26. Livelli: cielo, terra, sottoterra. (Altri?).
27. Modi di passare il tempo.
28. O no?
29. Non parlare con nessuno.
30. Popolazioni.
31. Posture.
32. Prendi una decisione importante.
33. Prima di guardare, scrivi un elenco di ciò che già sai; poi apri gli occhi e annota tutto ciò che manca dall’elenco.
34. Prima di scrivere, discuti.
35. Puoi fare solo tre inquadrature.
36. Qualcosa ti ha sorpreso?
37. Sapresti muoverti a occhi chiusi?
38. Saresti capace di rifarlo a memoria?
39. Scegli una persona, e pedinala.
40. Scegliti una parte abbastanza piccola, e osservala.
41. Scritte.
42. Se c’è un ordine, ci sarà una rete o una gerarchia.
43. Se tu non fossi lì per fare ciò che stai facendo, ma per fare dell’altro, che cosa faresti?
44. Seduti, in piedi.
45. Soldi.
46. Soli, in gruppi.
47. Suoni (rumori): loro varietà, andamento, timbro, dinamica.
48. Tutte le cose alla tua sinistra.
49. Una cosa che ti ricordi.
50. Una storia?

Posted by giuliomozzi at 21:40 | Comments (11) | TrackBack

Malamente

In un "commento" al post Weblog Awards 2004, mi sono comportato malamente nei confronti di Giuseppe Iannozzi, curatore non unico ma (credo) principale del blog King Lear.
Ognuno può avere le opinioni che vuole (è un diritto), ma dovrebbe esprimerle scegliendo con un po' di buon senso il luogo, il mezzo, il momento e il tono. Questo buon senso mi è mancato.
Presento le mie scuse a Giuseppe Iannozzi.

Posted by giuliomozzi at 02:36 | Comments (19) | TrackBack

19.01.04

Agli scrittori italiani manca qualcosa

Sulle questioni sollevate da Mauro Covacich nell'articolo "Ho le vertigini da fiction" pubblicato nell'Espresso della settimana scorsa (leggibile qui nel Taccuino di Roberto Ferrucci), e del quale si è già parlato in questo diario (un intervento mio, una replica di Mauro, entrambi con parecchi commenti), è intervenuto oggi sull'Unità Romolo Bugaro. Questo il suo pezzo:

Agli scrittori italiani manca qualcosa. Sono intelligenti e acuti, sono sintonizzati sulle frequenze giuste del reale. Quando si incontrano, magari intorno al tavolo di una pizzeria, i loro argomenti hanno poco da invidiare a una discussione su Micromega. Sentono il mondo attuale come unico interlocutore e sono tutti morbosamente, famelicamente avvinti al presente. Ma poi, quando si tratta di tornare a casa e mettersi al lavoro, non ce la fanno. Non riescono a “mettere sotto torchio la realtà”, estraendone la necessaria e sofferta spremitura di succo. Intelligentissimi in potenza, sensibili e capaci di captare le frequenze ultrasoniche della quotidianità, sulla pagina sembrano altrettanti Del Piero che giocano con le pinne, dei Mick Jagger che cantano con a caramella in bocca. Al punto che il lettore si sente quasi tradito dai loro libri. All’estero no, sono molto più bravi: autori come Wallace, Houllebecq, Palahniuck, riescono a restituire un segno, una cifra significativa del mondo. Questo, per non parlare degli autori (esteri) veramente grandi: per esempio Don De Lillo. Gli scrittori italiani, volano molto molto più basso.
Questo, in una sintesi un po’ brutale, ciò che ha scritto Mauro Covacich, pochi giorni fa, sull’Espresso. Di quali scrittori parla Covacich? Tanto per fare qualche nome: Dario Voltolini, Tiziano Scarpa, Antonio Moresco, Giulio Mozzi, Marco Franzoso, Roberto Ferrucci. E il sottoscritto. Un gruppo che certo non esaurisce il panorama nazionale, ci mancherebbe altro. Ma ha una qualche rappresentatività.
La diagnosi di Covacich è severa. Chiama in causa amici e colleghi nel modo più diretto possibile. (Per inciso, Covacich include nel giudizio di insufficienza anche se stesso). Si tratta davvero di un tema importante, anzi decisivo. A proposito del quale mi sento di dire alcune cose. Con una breve premessa: i libri veramente importanti – quelli che “mettono sotto torchio la realtà” in modo significativo – sono sempre la risultante di un’alchimia complicata. Per semplificare direi: di un clima. Si può pensare allo scrittore come a un essere perfettamente solitario, che trae forza dallo stare sulla cima della rude scogliera eccetera. E’ una bella immagine, davvero. Ma non serve commentarla. In realtà, forza e impegno sono necessarie semplicemente come “precondizioni”. Devono poi incontrare dell’altro. Un clima, appunto. Non parlo di luogo che “accolga” il lavoro della scrittura. Parlo di un luogo che contribuisca a costituirlo. Di un sistema che offra declinazioni, argomenti, temi. Che risponda alle sollecitazioni. Che, in definitiva, consenta il circolo dell’energia disponibile. Sotto questo aspetto, esistono certamente delle difficoltà. E tali difficoltà, nel produrre silenzio e disunione, allontanano la possibilità di sentire una grande voce.
Il clima comunque non è certo tutto. Ci mancherebbe. Perché un autore (una generazione?) esprima dei libri importanti, bisogna parlare soprattutto di altro. E qui potrei azzardare la parola tradimento. Per fare bene, serve il tradimento. Che significa? Provo nuovamente a semplificare. Può essere utile e salutare non mettersi al servizio esclusivo e totale della propria idea di scrittura, di poetica, di “Arte”. Può essere utile e salutare sforzarsi di spiazzarle, di tradirle entro certi limiti. In nome di cosa? Dell’incertezza. Dell’ascolto. Di un principio di accordo col mondo. In effetti si tratta di trasportare ciò che si fa in un luogo di rischio maggiore - forse di esposizione totale - a costo di qualche spaesamento. E’ un tema che si presta a molti fraintendimenti, mi rendo conto. Eppure credo proprio che sia così. In quella modestia e quel tradimento, peraltro, risiede forse l’unico passaggio possibile verso il romanzo davvero importante.
Dunque, per tornare alle questioni poste da Covacich: forse alcuni di noi sono – come dire – molto fedeli a sé stessi. Non si tradiscono mai e poi mai. Evitano ogni contaminazione. Non è un merito. Significa non essere fedeli a niente.
C’è poi un terzo punto, del quale purtroppo è quasi impossibile parlare. La questione – privatissima – delle reali forze di ognuno. Fino a dove arrivano? Lì entrano in gioco questioni realmente insondabili. E’ difficile, impossibile trattarle su un giornale. Certo sentirmi dire “Hei, amico, tu puoi fare di più” non mi ha offeso. Mi ha soltanto costretto ad alcune, personalissime riflessioni un po’ scabrose. Che sono sempre salutari.

Posted by giuliomozzi at 17:26 | Comments (24) | TrackBack

18.01.04

L'angelo sterminatore

Il trenino delle Ferrovie Regionali Emiliane entra in stazione. Si ferma. Io sono lì pronto con le borse in mano. Aprono le porte. Mi precipito giù, corro giù per le scale, faccio i dieci metri di sottopassaggio, corro su per le scale. Niente da fare. L'interregionale per Venezia mi scorre davanti. Per l'ennesima volta non ce l'ho fatta.
Il trenino da Suzzara arriva a Ferrara alle 17.28. L'interregionale per Venezia parte alle 17.27. Ogni volta penso: "Sì, vabbè, ma i treni sostano sempre un minuto in più, mezzo minuto in più. O hanno un minuto, due, cinque di ritardo".
Invece no. Da quando (il 14 dicembre scorso) gli orari delle ferrovie sono stati ritoccati, prendere l'interregionale per Venezia è un'impresa impossibile.
Pazienza.
Mi dispongo all'attesa.
Il prossimo interregionale è alle 18.27. Prima c'è l'eurostar per Trieste. Va bene, facciamo 'sta follia. Anche perché l'interregionale ferma a Rovigo, Monselice, Abano Terme, e ci mette un quarto d'ora di più dell'eurostar: che, partendo un quarto d'ora prima, arriva un quarto d'ora prima.
E io non ci ho voglia di stare tanto in giro. Non ho più l'età.
Purché l'eurostar sia puntuale.
Vado nell'atrio. Controllo. L'eurostar è puntuale. Faccio il biglietto all'emettitrice automatica. Da quanto tempo è che non faccio un biglietto allo sportello, rivolgendomi a una persona umana? Da qualche mese, suppongo. Alle emettitrici si fa prima. E poi l'emettitrice ti dice quando parti, quando arrivi, dove cambi; e se ci sono altri treni per quello stesso percorso, magari più convenienti.
Se cercassi di farmi dare dall'impiegato allo sportello le informazioni che mi dà l'emettitrice, la folla alle mie spalle ululerebbe.
Nella stazione di Ferrara c'è un bel bar. Vado lì. Si entra dal primo binario. Non c'è freddo (il termometro segna +8), ma piove e tira un ventaccio. Entro al bar. C'è pieno. Gente seduta a tutti i tavolini. Prendo uno spritz, così mi scaldo la pancia. Il vento dà un bel fastidio. Per questo stanno tutti dentro al bar.
Lo spritz è buono.
Entra nel bar un gruppo di soldatini in rientro dalla licenza. Fanno chiasso, strillano oscenità, ordinano birre.
Esco dal bar. Dove vado? Vado al binario. Mancano venti minuti. In atrio non ho voglia di stare. Ci sono dei tipi che si aggirano, nell'atrio. Certi sessantenni, settantenni, che guardano le ragazze, che ti si piantano alle spalle. Non li ho mai capiti bene, ma mi stanno antipatici.
Vado al binario.
Scendo le scale, faccio venti metri di sottopassaggio, salgo le scale. Sono sul binario. Tiro fuori il libro (Mircea Eliade, Mito e realtà, Borla). Comincio a leggere.
Il vento mi gira le pagine e mi gela le mani. Mi viene addosso anche un po' di pioggia.
Sul binario, tra le due uscite del sottopassaggio, c'è una piccola sala d'attesa. Ci saranno dentro una decina di persone. Vado lì.
Entro. Poso le borse su quel che resta di una panca. Ricomincio a leggere.
Leggo.
Entra qualcuno.
Leggo.
Entra qualcun altro.
Leggo.
Gli altoparlanti annunciano l'eurostar.
Alzo gli occhi dal libro.
Tutti alzano gli occhi dal giornale, dalla fidanzata, dal fidanzato, dal figlioletto.
Tutti prendiamo le nostre borse, le nostre valigie, i nostri zaini.
La persona più vicina alla porta è una signora bassa e grassa con un cappotto nero e un cappello rosso.
La signora bassa e grassa cerca di aprire la porta per uscire sul binario.
La signora bassa e grassa non riesce ad aprire la porta.
Ci prova uno studente alto e magro. Non ci riesce nemmeno lui.
Cerco di capire.
Ci sono cinque o sei persone, ormai, che si affacendano davanti alla porta.
La porta non si apre.
L'eurostar arriva.
Qualcuno bestemmia.
Qualcuno grida: "Veniteci ad aprire!".
Si apre uno spiraglio tra le persone. Allora capisco anch'io: nella parte interna della porta non c'è la maniglia. Non c'è più la maniglia. Qualcuno l'ha fracassata, chissà quando. La porta è ben chiusa. La porta si può aprire solo da fuori.
Dall'eurostar non scende nessuno, o quasi nessuno.
Gridiamo tutti.
Dai finestrini dell'eurostar viaggiatori e viaggiatrici ci guardano.
Una ragazza giapponese sembra molto incuriosita.
Due ragazzi stanno malmenando vigorosamente la porta. Che però resiste.
Si sente il fischio dell'eurostar.
Qualcuno grida: "Rompete il vetro!".
Mi domando quanto male ci si faccia a rompere un vetro con un gomito. E' possibile farsi molto male, penso.
L'eurostar si muove.
Tutti si fermano, ammutoliti.
Le undici carrozze dell'eurostar per Trieste, sei di seconda, una ristorante, quattro di prima, ci sfilano lentamente davanti.

Posted by giuliomozzi at 21:47 | Comments (12) | TrackBack

Weblog Awards 2004

Leggo Macchianera e scopro che questo diario sarebbe, a giudizio di una giuria di sessantadue "blogger-giurati tra i più famosi" (che peraltro hanno scelto tra una lista di nominati) il "miglior blog letterario italiano" del 2003. Seguito nella classifica da Frenulo a Mano, I Miserabili, Mestiere di scrivere, Marsilioblack.
La classifica, ovviamente, è un esercizio giocoso e sostanzialmente futile; i blogger-giurati non rappresentano nessuno se non sé stessi; il soggetto iniziatore (Gianluca Neri, che lanciò l'iniziativa in GNUeconomy e oggi l'ha trasportata, insieme a tutto il resto, in Macchianera) non è certo un'istituzione, ma una singola persona; eccetera eccetera.
Inoltre si può discutere di che diavolo sia un "blog letterario"; io stesso, se avessi dovuto scegliermi una categoria, avrei scelta quella dei "blog personali": dove non avrei avute speranze, perché mi sarei trovato a fare il novellino in mezzo a una pattuglia di blogger d'annata; eccetera eccetera.
Ma, in somma, di tutto questo, ciò che fa piacere, è la compagnia. Mi fa piacere sia essere accanto a persone assai più navigate di me nell'uso culturale dell'internet (chiamiamolo così, suvvia), come Giuseppe Genna (Miserabili) o Luisa Carrada (Mestiere di scrivere), sia che abbiano avuto un riconoscimento i ragazzacci brillanti e talentuosi di Frenulo a Mano. Quanto a Marsilioblack di Jacopo De Michelis, confesso di averlo fin qui frequentato pochino; ma mi sono preso un pomeriggio per guardarlo bene e - càspita! - c'è dentro un sacco di roba interessante.
Resta poi la soddisfazione di essere primo in un premio dove non si vince nulla e dal quale non si cavan soldi in nessun modo; nonché di ricevere lettere (due ieri, tre oggi) con accuse di aver guadagnata la posizione a grazie a pastette, intrallazzi e prestazioni onerose.

Posted by giuliomozzi at 20:06 | Comments (25) | TrackBack

17.01.04

@#%/$@&?#!

Due post di fila, voilà. Ma questa storiella mi è costata poca fatica. Me l'ha spedita il mio cugino di Chicago. Stavamo parlando di privacy, di Echelon e via così. Magari sarà vecchissima, non so. Io era la prima volta che la sentivo (anacoluto), e l'ho trovata bene inventata e bene scritta. Buon divertimento, e mi raccomando: non accettate carte di credito dagli sconosciuti.

Operator: "Thank you for calling Pizza Hut. May I have your..."
Customer: "Hi, I'd like to order."
Operator: "May I have your NIDN first, sir?"
Customer: "My National ID Number, yeah, hold on, eh, it's 6102049998-45-54610."
Operator: "Thank you, Mr. Sheehan. I see you live at 1742 Meadowland Drive, and the phone number's 494-2366. Your office number over at Lincoln Insurance is 745-2302 and your cell number's 266-2566. Which number are you calling from, sir?"
Customer: "Huh? I'm at home. Where d'ya get all this information?"
Operator: "We're wired into the system, sir."
Customer: (Sighs) "Oh, well, I'd like to order a couple of your All-Meat Special pizzas..."
Operator: "I don't think that's a good idea, sir."
Customer: "Whaddya mean?"
Operator: "Sir, your medical records indicate that you've got very high blood pressure and extremely high cholesterol. Your National Health Care provider won't allow such an unhealthy choice."
Customer: "Damn. What do you recommend, then?"
Operator: "You might try our low-fat Soybean Yogurt Pizza. I'm sure you'll like it"
Customer: "What makes you think I'd like something like that?"
Operator: "Well, you checked out 'Gourmet Soybean Recipes' from your local library last week, sir. That's why I made the suggestion."
Customer: "All right, all right. Give me two family-sized ones, then. What's the damage?"
Operator: "That should be plenty for you, your wife and your four kids,sir. The 'damage,' as you put it, heh, heh, comes $49.99."
Customer: "Lemme give you my credit card number."
Operator: "I'm sorry sir, but I'm afraid you'll have to pay in cash. Your credit card balance is over its limit."
Customer: "I'll run over to the ATM and get some cash before your driver gets here."
Operator: "That won't work either, sir. Your checking account's overdrawn."
Customer: "Never mind. Just send the pizzas. I'll have the cash ready. How long will it take?"
Operator: "We're running a little behind, sir. It'll be about 45 minutes, sir. If you're in a hurry you might want to pick 'em up while you're out getting the cash, but carrying pizzas on a motorcycle can be a little awkward."
Customer: "How the hell do you know I'm riding a bike?"
Operator: "It says here you're in arrears on your car payments, so your car got repo'ed. But your Harley's paid up, so I just assumed that you'd be using it."
Customer: "@#%/$@&?#!"
Operator: "I'd advise watching your language, sir. You've already got a July 2006 conviction for cussing out a cop."
Customer: (Speechless)
Operator: "Will there be anything else, sir?"
Customer: "No, nothing. oh, yeah, don't forget the two free liters of Coke your ad says I get with the pizzas."
Operator: "I'm sorry sir, but our ad's exclusionary clause prevents us from offering free soda to diabetics."

Posted by giuliomozzi at 17:21 | Comments (9) | TrackBack

Bar

Siamo al bar difronte alla stazione. Chiediamo un caffè d'orzo e un caffè macchiato.
Nel bar c'è gente, ma non tanta gente. E' sabato mattina.
Dietro al banco c'è un ragazzo nuovo. Capelli rasati, occhi scuri, gilè color ferro, camicia candida. Avrà diciassette anni.
"Già", dico, "c'era l'avviso settimana scorsa".
"L'avviso di che?", dice l'altra persona.
"Cercavano un apprendista", dico.
"Ah", dice l'altra persona.
Attendiamo qualche minuto. Il ragazzo è impegnato nella fabbricazione di un cappuccino. Riempie la tazza di latte, la schiuma gli rimane nel bricco.
La ragazza con la giacca a vento rossa dice: "Non importa, dài. E' un po' un caffelatte, ma va bene lo stesso".
La titolare arriva in soccorso del ragazzo. Dice al ragazzo: "No, rifallo". Lei mette su una cioccolata per un tipo con il berretto di lana. Poi passa lo straccio sul banco.
"Desiderate?", dice.
"Un caffè d'orzo e un macchiato, grazie", dico.
La titolare si volta. Urta il ragazzo. Il cappuccino, finalmente riuscito, fa una brutta fine.
La titolare bestemmia. Il ragazzo è spaventato. La titolare dice: "Niente, è colpa mia".
Entrano due clienti abituali. Ordinano due spritz al Campari.
"A quest'ora?", mi dice l'altra persona.
Sono le nove e venti del mattino.
La titolare scambia due parole con i clienti abituali. Intanto prepara i due spritz: vino, acqua, Campari, seltz.
Il ragazzo consegna il cappuccino alla ragazza con la giacca a vento rossa. Prende un pezzo di scottex, si mette in un angolo ad asciugarsi la camicia. La macchia di cappuccino gli prende tutta la manica destra.
La titolare si volta per prendere il limone. Nello spritz ci va la scorzetta di limone. Incrociamo gli sguardi.
"Noi aspettiamo sempre i due caffè", dico. "Un orzo e un macchiato".
"Alberto, fa' i caffè ai signori", dice la titolare.
"Subito", dice il ragazzo.
Toglie i due spritz dal piano di lavoro e ce li posa davanti.

Posted by giuliomozzi at 17:07 | Comments (6) | TrackBack

16.01.04

Buon caffè

Ieri sera ho conosciuto Thomas, il Thomas di Alla finestra, che tanto mi era piaciuto.
Ci siamo dati appuntamento in stazione centrale, nell'atrio, vicino alle bigliettatrici automatiche (si chiamano così, non so che farci).
Io sono arrivato un momento prima, lui un momento dopo.
Ci siamo riconosciuti (ma non ci siamo ri-conosciuti, perché non ci conoscevamo: misteri della lingua) al primo incrocio di sguardi.
Ho detto: "Cerchiamo un posto che vada bene".
Lui ha detto: "Per me qualunque posto va bene".
Ma lì, vicino alle bigliettatrici automatiche, c'erano troppi spifferi.
Siamo andati in un bar appena fuori della stazione. C'ero già stato con l'Umberto, al ritorno da Tortona, in quel bar; e mi pareva di ricordare un buon caffè.
Thomas ha preso una birra piccola, io un caffè macchiato. Il mio caffè era buono.
Abbiamo chiacchierato un'oretta e mezza.
Poi siamo tornati in stazione, io sono salito sul mio treno, lui mezz'ora dopo aveva il suo.
Be', sono contento.
In treno, poi, ho dormito come un sasso, con aperto sulle ginocchia un libro di Remo Ceserani, Raccontare il postmoderno, Boringhieri.
Sono arrivato in stazione a Padova alle 23.36, puntualissimo.

Posted by giuliomozzi at 01:07 | Comments (15) | TrackBack

15.01.04

Collo

Mi sveglio all'improvviso. Sono tutto attorcigliato sulla poltroncina.
"Biglietto, per favore", ripete il controllore.
Mi allungo sulla poltroncina. Tiro fuori il portafoglio dalla tasca, il biglietto dal portafoglio.
"Ecco", dico. Porgo il biglietto.
Guardo l'ora. Sono le otto e venti. Dormo da un'ora e mezza.
Il controllore buca il biglietto. Me lo porge.
"Grazie", dice.
"Grazie a lei", dico. Rimetto il biglietto nel portafoglio, il portafoglio nella tasca.
"Posso sedermi qui?", dice il controllore.
Il posto al mio fianco è libero. Davanti a me ci sono due posti liberi.
"Certo", dico.
Il controllore si siede difronte a me.
Mi raddrizzo. Butto un'occhiata in giro. La carrozza è semideserta. E' la carrozza undici, l'ultima carrozza dell'eurostar delle sei e cinquantaquattro. Dovrei arrivare a Milano alle nove e cinque, nove e dieci.
Il controllore si libera del cappello e della tracolla, li posa sulla poltroncina al suo fianco.
"Fa un male cane, questo collo", dice. Si massaggia il collo con le due mani.
"Che cos'è successo?", domando.
"Una frenata", dice il controllore.
"In automobile?", domando.
"No, qui, su questo treno. L'altro ieri", dice il controllore.
"E' caduto?", domando.
"No. Ma quasi. Una frenata bruschissima. Mi si è spostato il collo", dice il controllore.
Lo guardo. Il collo mi sembra al suo posto giusto.
"E' un colpo di frusta?", domando.
"Non lo so", dice il controllore. "Mi fa un male cane. Un lavoro del cazzo".
"Un lavoro duro", dico.
"Un lavoro del cazzo", dice il controllore. "Bucare i biglietti, riscuotere i soldi, litigare coi negri, tornare a casa tardi. E poi anche ti fai male".
"Le ha fatto nausea?", dico.
Il controllore mi guarda.
"Sì", dice. "Mi fa girare la testa, e anche nausea".
Non dico niente.
"Lei è un medico?", domanda il controllore.
"No", dico.
"Mi gira un sacco la testa", dice il controllore, "e quando frena mi viene il vomito".
"Un bel fastidio", dico.
"Lei lo chiama fastidio", dice il controllore.
Mi squadra. Non dico niente.
"Mi fa un male cane", dice il controllore.
"E' stato a farsi vedere?", domando.
"Non serve a un cazzo, farsi vedere", dice il controllore.
"Be", dico, "può mettere un collarino, fare un massaggio, stare a casa qualche giorno".
"Questi sono cazzi miei", dice il controllore.
"Me ne ha parlato lei", dico.
"Io parlo con chi mi pare", dice il controllore.
"Mi sembra giusto", dico.
"E non mi piace chi mi rompe le scatole, mi dice dovevi fare così, dovevi fare cosà", dice il controllore. "C'è già l'azienda, ci sono i sindacalisti. Tutti a dirti cosa devi fare".
Non dico niente.
"Lei è un sindacalista?", domanda il controllore.
"No", dico.
"Tutti cazzoni, i sindacalisti", dice il controllore.
"Se lo dice lei", dico.
"E poi mi fa un male cane", dice il controllore. "Un cazzo di male cane del cazzo".
"Che cosa vuole da me?", dico.
"Da lei?", domanda il controllore.
"Sì", dico. "Lei mi si siede davanti, mi dice delle cose, si scoccia se le rispondo. Che cosa vuole da me?".
"Da lei?", ripete il controllore.
Non dico niente.
Il controllore si alza in piedi. Ha la faccia tutta rossa.
"Non voglio un cazzo da lei, ha capito?", urla. "Non voglio proprio un cazzo!".
"Va bene", dico. "Mi bastava capire".
"Lei non capisce un cazzo!", grida il controllore.
"Va bene, va bene", dico.
"Un cazzo!", grida il controllore. Comincia ad allontanarsi lungo il passaggio. "Un cazzo!", grida ancora, ormai distante una decina di passi.
Mi risistemo nella mia poltroncina. Ho ancora venti minuti da dormire.
Il treno ha uno scossone.
"Aah!", sento gridare.
Mi alzo in piedi.
Il controllore è a quattro zampe nel corridoio.
"Treno del cazzo!", urla.

Posted by giuliomozzi at 16:03 | Comments (23) | TrackBack

Pure in sogno

[Mi scrive cletus a. a., e pubblico con il suo permesso:]

Mozzi ciao. No, questa te la devo raccontare.
Stanotte ho fatto un sogno. C'era una luce strana, forse era mattina presto…in somma ce n'era poca.
Beh, non chiedermi come e perche', ma avevi dormito a casa mia. Eravamo in giardino. Mi sono accorto che la mia ex moglie (ndr, non viene piu' qui da mesi) aveva presa la mia, di macchina, lasciandomene un'altra che non era neanche la sua (nel sogno si, ma non quella che ha nella realta'). Beh, ti chiedo, "a che ora hai detto che hai questa presentazione ?" e tu mi dici "mah, credo intorno alle 11". Guardo sgomento l'orologio e osservo che non e' poi cosi presto, ti chiedo, allarmato "e dov'e' esattamente che ti devo accompagnare ?" e tu mi dici "bah, dalle parti di viale regina margherita" (ndr, dall'altro capo esatto della citta').
Cosi saliamo su questa macchina non messa proprio benissimo e usciamo dal cancello di casa…percorro vicoli stradine qui intorno a me sconosciuti…fino al punto di perdermi (forse tentavo scorciatoie) e su tutto questa sensazione di angoscia, di non farcela ad arrivare in tempo…
Bah…poi mi sono svegliato. Staro' attento a non mangiare piu' come ieri sera.

Posted by giuliomozzi at 01:47 | Comments (3) | TrackBack

Manuale per difendersi dagli scrittori inutili

[Un'amica mi segnala, girandomi una newsletter, un'interessante novità libraria. Ecco l'annuncio.]

gordianolupi.jpg

Quasi quasi faccio anch'io un corso di scrittura. Manuale per difendersi dagli scrittori inutili, di Gordiano Lupi, collana Margini - Stampa Alternativa
ISBN 784-6, pp. 160 - dim 10,5x17 cm - euro 7,00

Un libro che parla di scrittura, di scrittori senza sangue, che vivono di ‘Scuole di Scrittura’ più che delle cose che scrivono. Un libro che mette alla berlina gli editori a pagamento e gli inutili concorsi letterari dove tutti vincono, basta pagare. Un libro che parla dell’‘editore unico nazionale’ e di un’editoria di regime che produce – salvo eccezioni – libri inutili, dannosi, devastanti. Un libro dove i protagonisti sono Nori, Pinketts, Baricco, Mozzi, Drago, Covachich, Busi e tanti altri che si definiscono pomposamente ‘letteratura italiana contemporanea’.

Dopo Editori a perdere si parla di scrittori a perdere. Ce ne sono molti.

L'autore. Gordiano Lupi (Piombino, 1960), caporedattore de Il Foglio Letterario, collabora con Mystero. Ha pubblicato Lettere da Lontano, Il mistero di Incrucijada, L’età d’oro, Il giustiziere del Malecón, Le ultime lettere di Pilvio Tarasconi, Per conoscere Aldo Zelli, Nero Tropicale. Ha tradotto per Stampa Alternativa il romanzo di Alejandro Torreguitart Ruiz Machi di carta – confessioni di un omosessuale cubano. È uscito a luglio 2003 per Mursia il suo reportage narrativo Cuba Magica – conversazioni con un santéro.

Lo trovi nelle migliori librerie.
Lo puoi ordinare a Stampa Alternativa
www.stampalternativa.it - nuovi.equilibri@agora.it
Lo trovi anche presso le Edizioni Il Foglio
ilfoglio@infol.it - www.ilfoglioletterario.it
Gordiano Lupi lo trovi su www.infol.it/lupi - lupi@infol.it

Posted by giuliomozzi at 01:42 | Comments (34) | TrackBack

14.01.04

Mauro Covacich

Mi scrive Mauro Covacich, in relazione ai due post precedenti:

A Giulio Mozzi dico che il lavoro che fa alla Sironi è importantissimo ed è forse una delle poche ragioni con le quali riesco a consolarmi dall'astinenza dei suoi racconti (io frequento poco la rete, non leggo i blog, chiedo scusa in anticipo).
I libri da lui elencati, Caliceti eccetera, i libri da lui pubblicati come editor, insieme ai libri di molti altri bravissimi scrittori italiani, sono mio cibo quotidiano. Quasi sempre purtroppo, nonostante la qualità delle narrazioni, non riesco ad avvertire le stesse cose che avverto leggendo i miei modelli. Ognuno ha i modelli che ha (tra l'altro quelli citati nell'articolo, corrispondono ai miei solo in relazione al tema, non in senso assoluto) e può sostituire Delillo eccetera con i suoi e verificare se prova anche lui la stessa lieve, sottile insoddisfazione. Se non la prova, non può capire il mio disagio (e quindi in senso del mio articolo). Se la prova, forse sì. Il disagio è più grande dove la stima per l'autore italiano è maggiore. A Giulio dico che per fortuna a me non capita di vivere nelle presentazioni, io vivo al presente in mezzo a un sacco di non scrittori (il che non significa di per sé che non siano degli zombie, esattamente come non è detto che gli scrittori siano tutti delle palle mosce). Se ho parlato di pizze con Bugaro eccetera era solo perché fosse chiaro da subito che il mio non era un intervento oggettivo, onniscente, da critico letterario, ma immerso, legato al contingente dell'esperienza. Legato non ad autori di carta, ma ad autori in carne e ossa. Tutto il resto (mitopoiesi eccetera) mi trova troppo d'accordo, ma non riguardava il mio articolo.
A Massimiliano Governi dico che ho ficcato a forza un cammeo del suo migliore amico nel mio articolo perché per me Veronesi è il più importante scrittore italiano della sua generazione.
A Tasca e Anonima Sequestrata dico che io non faccio altro che farmi i cazzi miei. Io scrivo racconti, romanzi, mangio la pizza con i miei amici (come voi immagino) e scrivo articoli sui giornali che me li chiedono. Perché solo voi potete discutere di letteratura? Chi dice che la letteratura possa essere discussa solo dai lettori e dai critici e che gli autori debbano stare nei loro studioli zitti zitti a produrre nuove storielle che poi i lettori e i critici faranno liberamente a pezzi? Perché parlare di letteratura non dovrebbe essere anche affar mio? Vi sembro uno così presente a questo genere di dibattiti?
A tutti gli altri, buoni e cattivi, dico grazie.

Posted by giuliomozzi at 21:00 | Comments (22) | TrackBack

Addizioni

Giuseppe Genna ha ripreso in Miserabili il mio intervento sull'articolo di Mauro Covacich Ho le vertigini da fiction; e ha pubblicato un proprio intervento sullo stesso argomento.

Posted by giuliomozzi at 13:17 | Comments (13) | TrackBack

Sottrazioni

Nel numero del settimanale L'Espresso della settimana scorsa (quello con in copertina il titolone: Ottantenni scatenati) è uscito (pp. 98-99) un pezzo di Mauro Covacich intitolato: Ho le vertigini da fiction. (Roberto Ferrucci nel suo Taccuino riporta l'articolo scannerizzato).
Estraggo qualche frase.

La nostra è un'epoca di meraviglie. Il cielo si è abbassato al punto che gli aerei entrano nelle costruzioni più alte. Maestri di scuola si vestono di tritolo e salgono sugli autobus per farsi brillare. Attori diventano governatori. Cantanti diventano primi ministri. Presidenti della Camera diventano conduttrici televisive. Nella Rete c'è un kit fai-da-te per abortire. In tv, sul satellite, c'è un programma che segue dal vivo gli intubamenti, le amputazioni, le defibrillazioni di una giornata al pronto soccorso di un grande ospedale, prendendo spunto da una famosa serie di telefilm. Ogni cosa per essere reale dev'essere trasmessa, ma non solo - questa ormai è roba vecchia - anche ogni esperienza di vita è reale solo se pensata da chi la vive coi ritmi, le sequenze e le inquadrature di una fiction. Il concetto "la vita come un romanzo" ha cambiato più volte faccia fino ad arrivare a "la vita come un reality show" [...]. Intanto un signore per bene: tutti gli identikit ne sottolineano il conformismo, la normalità; un signore che non si batte per niente e contro nessuno, confeziona da nove anni minuscole bombe con la cura e la dedizione di un mastro fornaio, poi le piazza nei supermercati o sotto gli ombrelloni delle spiagge friulane. [...]
Perché gli scrittori italiani si sottraggono a tutto ciò? Perché lo ignorano mentre raccontano le loro storie?

Questa è la domanda che percorre tutto il pezzo, e che mi lascia sbalordito. Perché, sinceramente, a me non sembra che gli scrittori italiani "si sottraggano a tutto ciò".
La prima cosa che mi viene in mente è che forse Mauro e io non leggiamo gli stessi libri. Non so: il trittico epico-musical-politico di Giuseppe Caliceti (Fonderia Italghisa, Battito animale, Suini). La città distratta di Antonio Pascale. Tutti i libri di Antonio Franchini, e in particolare L'abusivo. (Mi arriva una lettera da Livio Romano, e mi accorgo che comincia citando proprio questi libri qui). Luisa e il silenzio, Cinghiali e altri libri di Claudio Piersanti. Maggio selvaggio di Edoardo Albinati. Tutti i libri di Eraldo Affinati, soprattutto Campo del sangue e Il teologo contro Hitler. Assalto a un tempo devastato e vile di Giuseppe Genna. Cronaca di un servo felice di Francesco Permunian. Eccetera. E' possibile, certo, che Mauro e io non leggiamo gli stessi libri; o forse, addirittura, non viviamo nella stessa Italia.
La seconda cosa che mi viene in mente è che mi pare che nel nostro piccolo, in Sironi, abbiamo fatto tutto fuorché "sottrarci a tutto ciò": sia pubblicando libri al limite del reportage (Piramidi di Elio Paoloni, Porto di mare di Livio Romano, Non è il Paradiso di Antonella Cilento, Viaggio nel cratere di Franco Arminio) e tuttavia intimamente, profondamente "letterari"; sia proponendo romanzi della storia recente (Dopoguerra di Guido Barbujani, La messa dell'uomo disarmato di Luisito Bianchi: che non sono "retti dall'idea che lo statuto dell'arte preveda un allontanamento dal tempo presente", come scrive Mauro, in altra parte dell'articolo, definendo così la "memorialistica" e il "romanzo storico"; bensì sono libri che raccontano le origini del presente e ne mettono in crisi le rappresentazioni correnti); sia infine tentando la via della visionarietà, intesa non come fuoriuscita dal concreto e dal presente, ma come ultra-vista sul concreto e sul presente (Standards vol. I di Vitaliano Trevisan, Sleepwalking di Laura Pugno). Non voglio dire che la letteratura che Mauro va cercando sia quella che Sironi pubblica. Voglio dire che, in somma, sbattersi tre anni, in quella decina di persone che siamo in Sironi, proprio per fare libri che "raccontino l'Italia com'è"; e sentirsi dire netto netto, da una persona tutt'altro che stupida come Mauro Covacich, che in generale i narratori italiani "si sottraggono a tutto ciò"; be', come dire?, fa un po' impressione. Forse abbiamo sbagliato tutto. O forse non siamo riusciti a far leggere i nostri libri a Mauro Covacich.
Ma il pezzo pubblicato nell'Espresso continua con una lode dei narratori italiani:

Sto parlando di gente che sente il mondo attuale come l'unico interlocutore, un interlocutore meraviglioso ma, direi, abbastanza marziano, con cui far dialogare il proprio vissuto. [...] E' una questione di sensibilità, o meglio, di sensorialità, che li mette sullo stesso piano degli altri grandi scrittori contemporanei, persone in grado di captare, della cosiddetta quotidianità, frequenze ultrasoniche, gamme d'onda pressoché impercettibili.

E verso la fine:

Perché non riusciamo a prendere il mondo per le corna? Perché non riusciamo a raccontare storie - non importa se inventate, vere, realistiche, surreali - in grado di spremere la vita, di metterla sotto torchio?

Il problema di questo pezzo di Mauro, è che dice, afferma: ma non prova, non dimostra. Come se la cosa fosse autoevidente (ma non lo è, almeno per me). C'è solo un mezzo capoverso, in cui Mauro prova, senza citare i narratori per nome e cognome (inserisco io, nome e cognome), a dimostrare quasi "per campioni" la sua affermazione:

Bene, che cosa sentono oggi gli scrittori? Sentono il mondo, sono coraggiosamente sintonizzati sul mondo. E che cosa fanno sentire? Beh, dipende. C'è chi non si è ancora rassegnato alla propria intelligenza e al proprio ingegno e li dissimula in sofisticate provocazioni neodadaiste [Tiziano Scarpa]. C'è chi ha deciso di raccontare storie di paesaggi. Ripeto, storie di paesaggi [Dario Voltolini]. C'è chi, dopo essersi sbudellato sull'inferno dei professionisti cui appartiene rivaleggiando col miglior Capote, ha scritto un romanzo ineccepibile e invissuto [Romolo Bugaro]. C'è chi si è rifugiato nella corsa [Mauro Covacich stesso]. C'è chi compone migliaia di bellissime pagine sul caos, lavorando con maestria eccelsa per non farsi leggere [Antonio Moresco]. C'è chi ha semplicemente appeso il computer al chiodo e si è messo a fare l'editor [io, presumo; perché per Mauro, presumo - e non è l'unico narratore a pensarla così -, una pratica di scrittura come questo diario in rete, che io sento come impegnativa e vitale, semplicemente non esiste].

Ma i veri punti-chiave di questo pezzo sono, forse, altri due. Uno è questo:

Tra le fortune che ho (mi ritengo un uomo piuttosto fortunato) una è senz'altro quella di poter frequentare alcuni dei più bravi scrittori che vivono in Italia. Vado al mare con Diogo Mainardi, al cinema con Gian Mario Villalta. Mangio la pizza con Tiziano Scarpa, Dario Voltolini, Romolo Bugaro, Giulio Mozzi, Roberto Ferrucci, Marco Franzoso, Tullio Avoledo. A Roma dormo da Niccolò Ammaniti, giro in Vespa con Sandro Veronesi.

A leggere una cosa così, mi viene spavento. Sono tutte persone eccellenti (a cominciare da me...) quelle che Mauro cita. Non è questione di qualità delle persone. La questione è un'altra.
"Non sono un uomo che vive nel presente", mi è scappato di scrivere qualche mese fa. "Sono un uomo che vive nelle presentazioni". La sensazione che mi dà questo passaggio, nel pezzo di Mauro, è di soffocamento. Bisognerebbe confrontarsi seriamente con ciò che dice Marco Candida:

Ieri ho parlato con un tipo che è in gambissima. Mi parlava come se fosse un critico. Sapeva tutto del mondo dell'editoria undergroud e sapeva tutto della Letteratura e degli Autori. E io parlandogli mi è venuto come di pensare che tutte le persone che gravitano attorno alla letteratura vengono dalla letteratura. Tutti gli scrittori, tutti, tutti, tutti.
Ma io vengo dal
Bitume!
Dalla Santa Pala Gommata!
Dalle Sacre Betoniere!
E dal Benedetto Filler! E dalla Sacrosanta Ghiaia!
Io vengo dalle Pavimentazioni Stradali! Vengo dai
Pavimenti!
Non so neanche che faccia abbiano io i pendii del Parnaso!
Io vengo dal di Fuori!
Lo volete capire?!
Non lo possono capire dei Letterati!
Zombie!
Non lo possono capire degli Scrittori!
Zombie!
Salottieri!
PALLE MOSCE!
Siete solo simulacri di scrittori! Non avete il fegato di mettervi in gioco davvero tutti presi come siete a farvi il nome e farvi il credito!
Voi siete solo Cultori della Scrittura.
Non siete La Scrittura!

E poi, l'altro punto-chiave del pezzo di Mauro, secondo me, è questo:

Ogni volta che sono con loro [con i narratori di cui sopra], mi chiedo perché l'Italia non abbia ancora espresso il proprio Wallace, il proprio Houellebecq, il proprio Pelevin, il proprio Palahniuk, esagero, il proprio DeLillo.

Poi, nelle ultime righe:

Perché dobbiamo continuare a sentire che solo gli americani, solo gli inglesi, eccetera eccetera? Perché dobbiamo lasciare che i professori ci dicano ancora: non sapete altro che cianciare, statevene a casa a ricamare i vostri romanzetti, che è meglio?

E allora mi viene il sospetto che il problema non sia un problema dei narratori. E' semmai un problema della critica. La critica ("i professori") non si accorge di quel che c'è. E nemmeno, quindi, se ne accorge l'informazione. Perché a me vien da dire: il nostro Houellebecq, potrebbe essere proprio Mauro; il nostro DeLillo, l'abbiamo avuto trent'anni fa ed era Elsa Morante, così come il nostro Carver l'abbiamo avuto settant'anni fa (Federigo Tozzi); il nostro Wallace, scommetto, potrebbe essere Umberto Casadei; e così via. E' un gioco assurdo, lo so: ma se il problema è un problema della critica, o un problema di visibilità, allora non serve dire che i narratori italiani "si sottraggono a tutto ciò": semplicemente perché non è vero.
Serve, casomai, ingaggiare una battaglia contro coloro che Carla Benedetti, con giusto termine mercantile, chiama "i mediatori". C'è una cosa che non va dimenticata: quando uscì il libro Scrivere sul fronte occidentale, la reazione della critica letteraria italiana fu sostanzialmente di prendere per il culo. Di dire ai narratori coinvolti nell'iniziativa (dalla quale poi è nata anche Nazione indiana): "Ragazzi, occupatevi delle virgole. Lasciate perdere il mondo. Statevene a casa a ricamare i vostri romanzetti". I mediatori, quelli stessi che occasionalmente scrivono articoli per dire che i narratori italiani "si sottraggono" alla narrazione del reale, sono i primi ad andare in bestia quando un narratore italiano si azzarda a occuparsi del reale.
Se sommo questo alla sensazione di circolo chiuso che mi dà l'elenco sopracitato dei compagni di pizza, mi vien da dire: questa società letteraria è insopportabile; e io stesso, in parte, mi sono insopportabile.

Ultimo pensiero. Non mi viene da dire, leggendo i narratori miei coetanei e contemporanei, che questi "si sottraggano" alla narrazione del reale. Ho l'impressione, casomai, che si sottraggano all'invenzione del reale. I famosi narratori statunitensi (Wallace, DeLillo ecc.) non sono più forti dei narratori italiani perché sono capaci di "spremere la vita, di metterla sotto torchio" (uso ancora una frase di Mauro). No. I narratori statunitensi sono più forti dei narratori italiani perché le loro narrazioni sono consapevoli contributi alla costruzione di un mito. L'oggetto delle loro narrazioni non è la terra, la metropoli, il cielo, i corpi: è la terra mitica, la metropoli mitica, il cielo mitico, i corpi mitici. I narratori statunitensi non "spremono la vita": la inventano. E i loro lettori li amano per questo. Il narratore italiano, invece, ha nel sangue la smitizzazione.
Ma di miti c'è bisogno. O, se volete, c'è bisogno di un nuovo immaginario. Di un nuovo immaginario politico. I narratori italiani miei coetanei e contemporanei sono un po' come l'opposizione d'oggi in Parlamento: alla quale non manca la capacità analitica, descrittiva, la capacità di "spremere sotto il torchio" il reale; manca invece la capacità di produrre un discorso mitico, un nuovo immaginario. Cosa che invece le forze dell'attuale maggioranza sono ben capaci di fare: non per niente sono sempre loro, e mai l'opposizione, a, come si usa dire, dettare l'agenda.
Ma la responsabilità della produzione di un discorso mitico non è solo dei narratori. E' anche dei mediatori. Chi, in Italia, a parte Giuseppe Genna, si dà da fare per notare, segnalare, promuovere (e quindi anche discutere, criticare ecc.) il "potenziale mitico" dei narratori italiani?

In conclusione? In conclusione: mah. Questi sono pensieri provvisori. Voi che ne pensate?

Posted by giuliomozzi at 08:30 | Comments (32) | TrackBack

13.01.04

Macchianera

Gnueconomy, uno dei più amati e seguiti blog italiani, fondato dal clarenciano Gianluca Neri, è morto ed è risuscitato. Il nuovo nato si chiama Macchianera.net.
Ho avuto l'onore (lo considero tale) di essere invitato a partecipare a Macchianera come autore. Questo è il mio primo post.
Lunga vita a Macchianera!

[E, già che ci siamo, in perfetto (spero) stile-Armani: lunga vita anche a Macchianera.it, a Macchianera.com, a Rosamaria Macchianera, e a tutti i Macchianera di questo mondo].

Posted by giuliomozzi at 12:19 | Comments (21) | TrackBack

12.01.04

Giuseppe Genna è suor Melissa P

Qualche tempo fa Giuseppe Genna se ne uscì fuori a dire: Melissa P sono io!. Io ero tutto contento per Giuseppe, e già facevo il conto di quanti caffè avrei potuto scroccargli; ma giunse, ahimè, la smentita. Ora scopro che il famoso prete che doveva partecipare a Grande fratello, e che poi a quanto pare non parteciperà affatto, era sempre lui, Giuseppe Genna.
Come dire? Be', spero che stavolta la smentita non arrivi. Chissà quante benedizioni potrei scroccare a Giuseppe....

Posted by giuliomozzi at 19:38 | Comments (29) | TrackBack

Maledetti oracoli

Ho aggiornato il file word che si scarica cliccando, nella colonna dei link, sotto la voce Non un corso di scrittura creativa. Adesso sono disponibili 48 puntate (compresa quella che uscirà in Stilos, il settimanale letterario distribuito con il quotidiano La Sicilia, solo domani: spero che Gianni Bonina, curatore di Silos, non se la prenderà).
In queste sedicenti e seneganti lezioni di scrittura parlo più volte, come più volte ne ho parlato in questo diario, delle Oblique Strategy di Brian Eno e Peter Schmidt. E, più o meno seriamente, paragono le Oblique Strategy a libri come Il libro delle risposte di Carol Bolt, al quale si è recentemente aggiunto, complice il Natale, Il libro delle risposte d'amore, della stessa autrice.
Bene. Abbiamo la prova che il Libro delle risposte odia Brèkane. La prova è qui.
Se volete controllare, il Libro delle risposte d'amore è consultabile anche online. Fingete di essere Brèkane, e fate una domanda.
Quanto a me, poco fa stavo riflettendo su quanto avvenuto nei "commenti" al post In mezzo all'Emilia. Ho tentata la consultazione online. La risposta è stata: "Divertiti a condurre il gioco". Mi sembrava un suggerimento insufficiente. Ho chiesta un'altra risposta, e l'ho avuta: "Avrai bisogno di aiuto". Bene. Ma dell'aiuto di chi? "Tieni duro!". Sì, ho capito. Ma si stava parlando di un aiuto. "Bisognerà scendere a compromessi". Perdiana, ho capito, ma con chi? "Lo sai solo tu". Ecco. Una bella porta chiusa in faccia.
Maledetti oracoli. Sempre lì a farsi i cazzi tuoi, e quando ce n'è davvero bisogno...
Comunque, se tutto questo non vi basta, ecco il sito personale di Carol Bolt in persona e, naturalmente, quello del primo e unico Book of Answers.

Posted by giuliomozzi at 17:09 | Comments (5) | TrackBack

Lavoro

Dice: ma che cosa sei stato a fare, in questa Corte ospitale?
Dico: eh, sono stato a lavorare a un'opera teatrale.
Ah bello. Così fai anche l'attore, adesso?
Ma no, non faccio l'attore. Devo scrivere il testo.
Ah, il copione, ho capito. E per scriverlo in santa pace ti sei ritirato lì.
No. Sono andato lì perché lì c'è la sede della produzione.
La produzione?
Sì, la produzione. Vedi, questa Corte ospitale è (non è solo questo, c'è anche dell'altra roba dentro; ma adesso sto parlando di questo) un laboratorio teatrale.
Ah.
Lì c'è un direttore artistico, un regista, un uomo di grande esperienza, che dentro la Corte ospitale organizza delle produzioni teatrali, ospita laboratori per attori e registi, fa accadere cose, ospita grandi artisti che fanno lì le loro prove e i loro seminari, e così via.
Ah. E chi è, questo?
Franco Brambilla.
Ah.
Non l'hai mai sentito?
No.
Per forza, vai a teatro una volta ogni sette anni.
E tu lo conoscevi, invece?
Sì. Sono andato a teatro, sette anni fa, e ho visto proprio uno spettacolo suo.
Mah. Ma in somma, chi è?
Leggo: "Franco Brambilla, la cui ricerca privilegia forme espressive che si collocano in un territorio di confine tra il teatro, la poesia e le arti plastiche, ha spesso affrontato temi ed autori della cultura del '900, da Kafka al Futurismo a Canetti, liberamente reinterpretati nella regia de Dopo il colpo di scopa, Sintesi e Simultaneità, Vite a scadenza, quest'ultimo in collaborazione con J. Svoboda. La sperimentazione di tale linguaggio lo ha condotto a confrontarsi con il Trittico del giardino delle delizie di H. Bosch da cui ha tratto lo spettacolo Inferno musicale, mentre dall'incontro con la poesia sono scaturite diverse esperienze, tra cui Elegia da R.M. Rilke e Macchina Salomé su testo di N. Balestrini. Dal 1989 è Direttore Artistico del centro di ricerca teatrale La Corte Ospitale".
Che cosa mi hai letto?
Una sua biografia sommaria. L'ho trovata qui.
In sostanza, neanche tu lo conosci tanto.
Ma sì, avevo visto anche uno spettacolo suo.
Che spettacolo?
Si chiamava SS9. Ora un'Odissea in corriera.
In corriera?
Sì, in corriera. Si andava in corriera da Reggio Emilia a Modena, ci si fermava qua e là, e lì dove ci si fermava avvenivano gli episodi.
In teatri lungo la strada?
Ma no, nei posti più vari. Capannoni, ville rinascimentali, sotterranei di stabilimenti, piazzali... Era molto bello. Ne ho anche parlato in un mio libro.
Mah. E questo sarebbe teatro?
Come no?
E perché sì?
Oh, in somma, sei proprio antiquato. Per te il tempo si è fermato a Pirandello.
Hmf.
Vabbè, si è fermato a Goldoni.
Non esageriamo.
Sei tu che esageri.
Ma no, ma no. Ma tu, piuttosto, concretamente, che cosa sei andato a fare.
Be', sono stato lì tre giorni in questo bellissimo posto circondato da campi e galline, con il Brambilla e tre dei quattro attori.
Perché tre su quattro?
Ma, l'altro non poteva. Anzi, l'altra.
...
Non domandarmi perché non poteva. Sono fatti suoi.
Io non ho detto niente.
Uffa, che rompipalle!...
Quarda che questa volta proprio non ho detto niente! Le palle te le stai rompendo da te solo!
Ma figùrati, li conosco bene i tuoi silenzi!
Ecco, allora se parlo, sbaglio, e se non parlo, sbaglio lo stesso! Sei proprio impossibile.
No, sei impossibile tu.
Uffa.
Uffa.
Allora, che cosa stavi dicendo.
Niente, che siamo stati lì tre giorni e abbiamo parlato dello spettacolo da fare.
Perché, c'è già un copione?
No, non c'è niente.
Come, niente?
Non c'è niente di niente.
Cioè non avete nessuna idea di che cosa cazzo fare?
Ma no, ma no, e non esagerare, un'idea c'è.
Ah. Bene.
...
A questo punto dovresti dire che idea è.
Si tratta di fare uno spettacolo sui miti della contemporaneità.
Eh?
Sì, ecco. E' quello che ho detto anch'io.
Eh?
Sì, ho detto proprio così: ho detto: "Eh?".
Cioè?
Cioè, in somma, non è che ci abbia proprio le idee chiare.
Be', sai di che cosa deve parlare lo spettacolo.
Uh, come no.
Sai che deve parlare dei miti e della contemporaneità. E che deve avere quattro attori, giusto?
Sì.
Be', insomma, non mi sembra difficile.
Ah, no. Come no.
Perché, a te sembra difficile?
Sinceramente: dopo tre giorni di conversazioni, di elucubrazioni e di improvvisazioni, mi sembra di avere la testa vuota.
Abbi fiducia, si riempirà.
Mah.
E' sempre andata così, no?
Dici?
Ma sì, ogni volta che cominci una cosa nuova dici: "Ma chissà, ma non ci capisco niente, ma non mi sento adeguato, ma che cosa vogliono questi", e poi dici: "Ma non mi viene in mente niente, ma io queste cose non le so fare, ma mi fa impressione". E così via.
Dici che dico così?
Sì.
Ogni volta?
Ogni volta.
E poi tutto sommato invece le cose vanno bene?
Ma sì, lo sai, alla fine tutto sommato le cose vanno bene.
Quindi andrà bene anche stavolta?
Ma sì, andrà bene.
Dici così solo per incoraggiarmi.
No, dico così perché sono convinto.
Sei convinto?
Sì.
Convinto convinto?
Sì, sì.
Bene. Mi hai convinto.
Sia lode al cielo.
Mi metto subito al lavoro.
Ecco, bravo, non perdere tempo.
Non perdo tempo.
Che non finisca come al solito che ti prendi all'ultimo.
Ma ce l'hai con me, oggi?
Io avercela con te?
Eh, mi dici sempre su.
Ma se ho appena finito di incoraggiarti.
E' vero.
Suvvia, credimi: io tengo per te.
Eh, ci credo per forza. Siamo la stessa persona.

Posted by giuliomozzi at 13:05 | Comments (5) | TrackBack

09.01.04

In mezzo all'Emilia

Care voi, cari voi. Oggi sono qui. E ci resterò fino a domenica sera, forse lunedì mattina.
Ho appena finito di far fare una piccola turné nella blogosfera a tre persone che, finora, non avevano mai provato a buttarci l'occhio dentro. Mah. La cosa sarà contagiosa? Queste tre persone finora immuni si trasformeranno in blogomani o in bloggers? Chi lo sa. Comunque: a presto.

Posted by giuliomozzi at 19:37 | Comments (138) | TrackBack

08.01.04

Cinque minuti fa

Cinque minuti fa, ricevo questa lettera:

letterachiusa.jpg

Volto la busta per vedere il mittente, e trovo questo:

retrobusta2.jpg

Che mi somiglia molto, ma somiglia molto di più a mio zio Domenico.

Volete sapere che cosa c'era dentro la busta? Chi l'ha mandata?
No, questo non ve lo dico.
Al massimo posso dirvi che viene da qui. Ma il Rosso non c'entra.

Posted by giuliomozzi at 11:04 | Comments (27) | TrackBack

Lettera a Silvio Berlusconi

[Leggo qua e là (ad esempio in Repubblica) che forse alla prossima edizione di Grande fratello parteciperà, tra i concorrenti, un sacerdote. Naturalmente scoppia la polemica. Così mi viene in mente un racconto che ho scritto nel 2001, e del quale mi ero completamente dimenticato. Non che sia gran che, ma mi rendo conto che devo pubblicarlo alla svelta.]


Un’altra lettera
le ambizioni di un uomo qualunque

                                                             Il mio talento consisteva nel tradurre
                                                             passioni private in esibizioni pubbliche.
                                                             JAMES FARREL


La sera del 20 agosto 2001 Giovanni, sotto dettatura di Giuseppe, si mise a scrivere. Il lavoro fu lungo e non semplice; ci volle qualche sera per completarlo. Ciò che Giovanni scrisse è quanto segue:

Cavalier Berlusconi!
Mi chiamo Giuseppe. Sono un ragazzo portatore di handicap; o come si dice di solito, handicappato. Il mio più grande desiderio è partecipare alla prossima edizione di Grande fratello. Per questo mi rivolgo a lei. Le confesso che non ho osato partecipare alle selezioni. Le hanno fatte anche all’Ithaka, una discoteca qui, vicino a Vernezze. Io abito a Vernezze, provincia di Como. Dei miei conoscenti ci sono andati, si sono anche molto divertiti, ma io non ho avuto il coraggio. Questo mi fa sentire un po’ ridicolo. Mi viene in mente una vecchia barzelletta ebraica. So che a lei le barzellette piacciono.

Le preciso che non sono ebreo. L’ho trovata in un libro di barzellette ebraiche. Abraham, che è poverissimo, tutte le sere prega l’Innominabile perché gli faccia vincere la lotteria. Prega con fede ardentisima. Tuttavia non vince mai. Una sera, dopo che questa storia va avanti da anni, mentre Abraham prega con tutta la sua fede, si squarciano i cieli all’improvviso, l’Innominabile appare, e con voce tonante dice: «Abraham, insomma! Compera almeno il biglietto!». A me questa barzelletta non ha mai fatto ridere. Molte volte, nella mia vita, non ho neanche comperato il biglietto. Tra due mesi faccio ventitré anni. Sa, non è semplice. Non sono molto bello da vedere. Sono in carrozzella e questo è il meno. I miei familiari e gli amici più intimi capiscono al volo i miei vocalizzi; ma le assicuro che per un estraneo, o comunque uno che non mi frequenti molto, è complicato capirmi. Ci vuole molta pazienza con me. Io faccio quello che posso, ma non è che possa fare molto. Le cose che non posso fare sono molte. Ci sono delle ambizioni che proprio non posso avere. Non so se lei sa, ma la maggior parte delle persone con handicap, se si sposano, sposano una persona con l’handicap. In realtà ci si sposa per darsi una mano. Per avere due mani in due, per esempio. Se una persona senza l’handicap si innamora di una persona con l’handicap, è un innamoramento che non può funzionare. La persona senza l’handicap, dovrei dire normodotata, si innamora per pietà, o per amore della propria bontà, che è peggio. Quindi appena si esce dal sogno, casca il palco. Tra handicappati ci si sposa con spirito pratico. Poi se c’è l’affetto, il sesso, sono benvenuti. Lei non ha idea di quanto costi un appartamento adatto a un handicappato, o a due handicappati. Non basta mica l’ascensore. Ci vogliono i mobili apposta, gli impianti apposta, e così via. Tutto dev’essere accessibile a chi non può sollevarsi dalla carrozzella, o può farlo solo con estrema difficoltà. Tutto dev’essere su misura, e costa un occhio. Il futuro più banale, un lavoro un appartamentino una moglie, per la maggior parte dei miei colleghi, se posso chiamarli così, non è nemmeno lontanamente accessibile. Io sono un ragazzo fortunato, nel mio genere. La mia famiglia è benestante e colta. Tutto ciò che poteva fare per me, l’ha fatto. Pian pian, ad esempio, la casa è stata riarredata e risistemata secondo le mie esigenze. Per cui, tra l’altro, in questa casa e in nessun’altra, presumo, io potrò vivere e morire. Rispetto a mio fratello, che è un bellissimo ragazzo, sano, buono, gentile, moderno eccetera, io sono il figlio prediletto. È giusto che sia così, nessuno l’ha mai messo in discussione. Nemmeno lui è mai stato geloso. Ha due anni meno di me. Forse l’amore dei miei genitori non è sempre stato perfetto, nel modo in cui si è attuato, e tuttavia è sempre stato abbondante e ragionevole. Mi sono state date le possibilità che potevo avere. Studio ingegneria civile. Imparerò a calcolare il cemento armato. Non potrò fare direzione cantieri o cose simili, lei se ne intende, ma potrò calcolare il cemento armato. Il mio destino, se tutto va bene, è: abitare in questa casa, calcolare il cemento armato. Un lavoro che potrò fare bene, meglio di tanti altri. Fatto sta che, vede, io non sarò mai un ingegnere e basta. Sarò al massimo un ingegnere con l’handicap. Io sarò, per gli altri, un handicappato che per salvarsi la vita, o per passatempo, o tanto per fare qualcosa e non pesare sulle spalle e le tasche degli altri, fa l’ingegnere. Non sarò mai un vero ingegnere. Dovunque io vada, prima di ogni altra cosa sono un handicappato. Spero solo che, grazie a Internet, potrò lavorare muovendomi poco da casa. Potrei avere dei clienti che trattano con me solo in quanto ingegnere, senza sospettare che io sia handicappato. Ma vede, non è mica bello nascondere. Ho molti amici, per quello che vale l’amicizia nella rete delle reti, con i quali mi scrivo, anche in inglese, e non sanno che sono handicappato. Parlo loro della mia vita e solo qualcuno, ogni tanto, quando ci scriviamo di cose banali e pratiche, si accorge che io ho dei limiti che lui non ha. Ma le ripeto: non è bello, non è dignitoso nascondere. Sarebbe bello poter dire: io sono così, e basta. E invece no. La vita sociale per me è complicata. Certi giorni sono furioso, altri giorni cerco di farmi capire o di ottenere quello che voglio ad ogni costo, altri giorni non compero nemmeno il biglietto. Non provo neanche. Faccio l’handicappato, apposta. Come i bambini capricciosi. Divento insopportabile. Faccio venire i sensi di colpa a tutti. Altre volte invece mi deprimo. Anche le cose che potrei fare senza aiuto, non riesco a farle. Sa, non è bello avere sempre bisogno di un aiuto. Se fossi lasciato a me stesso morirei. È tutto qui. Quando mi viene questa depressione, rinuncio. Non provo neanche. Così non ho avuto il coraggio di partecipare alle selezioni. Non avrei saputo come presentarmi. Sarei dovuto andare lì dove si facevano le selezioni. Mi avrebbero visto tutti. Ci sarebbe stata l’attesa, sotto gli occhi di tutti. Tutti avrebbero guardato me. Tutti avrebbero pensato a me. Tutti avrebbero commentato il mio stato e la mia audacia, o la mia stupida pretesa, a seconda. Non sarei stato capace di sopportarlo. Avrei dovuto chiedere un’audizione a parte, separata. Ma con che faccia la chiedevo, un’audizione separata e riservata, se mi candidavo per andare a Grande fratello? Avrebbero pensato che non avrei avuto il coraggio di stare sotto gli occhi di tutti. Che non avrei saputo affrontare la vita nella casa. Che avrei chiesto per ogni cosa un trattamento particolare, differenziato, di favore, adatto alle mie condizioni. Che avrei rivendicato, insomma, un trattamento che la logica stessa di Grande fratello rende insensato, più che impossibile. Oltretutto non sono, come le ho detto, autosufficiente. Ho bisogno di aiuto per vestirmi, per lavarmi, per andare di corpo. Per pulirmi il culo, insomma, a dirla tutta. Ma anche, banalmente, per prendere una cosa da uno scaffale. Ho letto che per partecipare a Grande fratello si sono presentati in ventisettemila. Suppongo che si siano presentate persone di tutti i tipi, ma dubito che si sia presentato qualcuno come me. Oggi come oggi chiunque pensa di essere in grado di partecipare a una cosa come Grande fratello. Non credo che quei ventisettemila si siano posti il problema. Sono o non sono adatto a partecipare a Grande fratello? Ho la forza di carattere necessaria? Sarò capace di giocare per cento giorni a un tutti-contro-tutti spietato? A queste domande bisogna saper rispondere. Ma no, tutti pensano di essere adatti e capaci. Tutti sono buoni per tutto. Tranne pochi, pochissimi. Io faccio parte di questi pochissimi. In questi giorni, in Internet, ci sono molti concorsi per partecipare a calendari. Naturalmente sono per le ragazze. Si manda una fotografia, questa viene messa ai voti, gli internauti votano, le più votate saranno chiamate a posare per il calendario. Ho dato un’occhiata per curiosità. La maggior parte ragazze sono molto brutte. Sorvolo sul fatto che anche le fotografie in genere sono molto brutte. Mi domando con che coraggio queste ragazze abbiano pensato di partecipare a un concorso per un calendario. Evidentemente sono convinte di essere belle. Guardavo le loro foto e pensavo che senza minimamente accorgersene si erano messe alla berlina. Ecco, io non ho alcuna intenzione di finire alla berlina. Lei capirà, per me era impensabile essere scelto, durante una normale selezione, per partecipare a Grande fratello. Non potevo presentarmi così, tranquillo, come fosse stato normale. Semplicemente mi sarei cacciato in una situazione difficile e umiliante per me e per i selezionatori. Anche se credo che non sia scritto da nessuna parte, nel regolamento di Grande fratello, che gli handicappati non possono partecipare. Le parti non scritte, nei regolamenti, sono sempre le più importanti. Immagino che il regolamento richieda la sana e robusta costituzione fisica. Le dirò: non mi sembra neanche una cosa sbagliata. In fondo bisogna stare lì cento giorni, e anche una visita medica è sostanzialmente un’intrusione. Un’interferenza del mondo esterno. Ebbene, io sono sanissimo. Sono anni che non mi prendo neanche un raffreddore. Tolto il male che mi inchioda alla dipendenza dagli altri, per il resto sono quasi un campione. Sono anche muscoloso, perché ho sempre fatto gli esercizi. Sa, chi sta sempre in carrozzella tende a perdere massa muscolare. Magari sviluppa tantissimo le braccia, se può usare quelle, ma nelle gambe resta come una specie di ragnetto. Io non sono un Taricone, per dire, ma mi difendo abbastanza. Si vede che il braccio sinistro è quello buono, perché è più sviluppato, soprattutto la muscolatura della spalla, ma il destro non è che sia proprio un moncherino. Certo non è che possa farci grandi cose. Le gambe sono accettabili. Sono lì solo per bellezza, per così dire, perché non servono a niente. Ma se sono lì solo per bellezza, dico io, tanto vale che siano belle, o almeno accettabili. Così faccio la ginnastica passiva e tutto il resto. Rispetto alle gambe dei miei colleghi che incontro in palestra o all’associazione, sono gambe formidabili. Nonostante questo non ho avuto il coraggio di presentarmi alle selezioni. Non avrei avuta nessuna speranza. Sarei tornato a casa umiliato e amareggiato. Avrei costretto altre persone all’imbarazzo, alla pietà e all’ipocrisia. Ma adesso che le selezioni, a quanto ho capito, sono chiuse, mi è venuto il rimorso. «Non hai nemmeno comperato il biglietto, Abraham», mi sono detto. Io non mi chiamo Abraham, mi chiamo Giuseppe. Così ho deciso di scrivere a lei, perché Canale 5 è suo e penso che la sua parola possa contare qualcosa, anche se lei non si occupa più personalmente delle sue televisioni. Immagino tra l’altro che oggi come oggi abbia altro cui pensare. Chiedo scusa per il disturbo. Ma lei capirà, per me questa cosa è importantissima. Le confesso che non ho mai votato per lei: non sono mai andato a votare, e quindi non ho mai votato neanche per i suoi avversari. D’altra parte non penso che a lei personalmente importi più che tanto. Un voto di più o un voto di meno non le cambia la vita. Mi hanno raccontato che una volta i democristiani andavano a prendere a casa le vecchiette, gli zoppi e gli storpi, i malati, i rimbambiti, per portarli tutti a votare Dc. Non è che non sia andato a votare perché non potevo, si figuri: le ragioni sono altre. Ma penso che se qualcuno mi avesse usato questa cortesia, magari avrei ceduto. Ma forse una volta le vecchiette, gli zoppi e gli storpi, i malati e i rimbambiti, contavano ancora qualcosa. Adesso non contano più, almeno per il voto. Non hanno nessun valore. Non servono neanche più a quello. Basta che guardino la televisione, che ormai è come votare, lei m’insegna, e tutti sono contenti. Io non guardo molta televisione, soprattutto da quando c’è Internet. Magari potrei farmi installare in casa l’apparecchietto dell’Auditel, e guardare sempre le sue televisioni: io, mia mamma, mio papà. Anche senza guardare, basta che sia acceso l’apparecchio, no? Non so come si faccia a entrare a far parte del campione dell’Auditel, ma lei sicuramente lo saprà. Per mia mamma e mio papà posso garantire. Per me, o per lei se servisse a me, farebbero qualunque cosa. Mio fratello magari ogni tanto guarderebbe Mtv, eventualmente a notte fonda, di nascosto, con gli auricolari. È un peccato che lei non possieda Mtv. Naturalmente sto scherzando. È che è imbarazzante, lei capirà, chiedere qualcosa senza offrire niente in cambio. Soprattutto se è una cosa importante. Io le posso offrire pochissimo. So che lei, quando fece il suo primo governo, fece ministro un mio collega. Non che si sia distinto molto, mi pare, ma non ci aveva mai provato nessuno. Oltretutto quel suo governo durò così poco, purtroppo. Immagino che lei avesse fatto quella scelta anche per ragioni di marketing politico-elettorale. Io personalmente l’ho apprezzata: sarà anche marketing, ma un ministro è una cosa reale. Prende decisioni, partecipa alle decisioni del governo, e sta seduto non sulla poltrona, ma sulla carrozzella. Peccato che il suo ministro quasi la nascondesse, la sua carrozzella; o forse erano i giornali e le televisioni che non la facevano vedere, per pudore ipocrita. Immagino che essere al governo debba essere un po’ come partecipare a Grande fratello: sempre sotto gli occhi di tutti, sempre osservati e criticati o lodati, e poi alla fine si vota. Lo so, che il governo è una cosa molto più seria. Ma in fin dei conti anche governare è una specie di gioco o di partita, dove si vince o si perde. Per me essere votato è importante. Non si tratta di dimostrare che anch’io sono normale, sa. Che non sono normale, lo so fin troppo bene. È proprio quando ho ben presente che non sono normale, che ho il coraggio di comperare il biglietto, o di esigerlo con forza. Sono svantaggiato, che poi è quello che «handicappato» vuol dire, e allora devo farmi avanti. Con le mie ragioni. Queste sono le mie ragioni. Se le ragazze e i ragazzi che entreranno nella casa di Grande fratello dovranno in qualche modo rappresentare le ragazze e i ragazzi italiani, non vedo perché tra loro non possa esserci uno svantaggiato. Almeno per un fatto statistico. Non so se i suoi esperti abbiano preso in considerazione questo fatto. Lei si ricorderà, quando qualche anno fa fu eletta Miss Italia una ragazza con la pelle scura. Ci fu chi gridò allo scandalo nazionale, e aveva torto marcio. Ci fu chi fece un sacco di discorsi politicamente corretti, e secondo me aveva ancora più torto marcio. Quella ragazza è diventata Miss Italia perché era bella ed era italiana. Per la strada ci sono tante persone con la pelle scura, no? E sono persone italiane, che vivono e lavorano in Italia; o se non sono italiane agli effetti di legge, sono persone che desiderano diventarlo, o almeno desiderano di essere accettate e accolte in Italia. Io non le chiedo di partecipare a Grande fratello per ragioni di correttezza politica o di rappresentanza statistica. Sarebbe come se le chiedessi di essere ammesso in Grande fratello per pietà o per diritto. Ma io non voglio un biglietto in regalo o in omaggio: voglio comperare un biglietto, offrire qualcosa in cambio. Magari comperarlo con un po’ di sconto: in quanto handicappato ho pur sempre diritto a una compensazione o a un abbuono: che è poi l’altro significato di «handicap». Ho provato a immaginare che cosa succederebbe se io partecipassi a Grande fratello. La prego di non sorridere o impermalirsi. Ho fatto una fantasia, ma una fantasia nella quale ho cercato di essere molto razionale e ragionevole. Non sono uno che sogna ad occhi aperti. Lei che è un imprenditore, lo saprà meglio di me: le situazioni future o possibili si deducono in parte dai dati a disposizione, e in parte semplicemente si immaginano. Ecco quindi che cosa ho immaginato. Il fatto, cioè la partecipazione a Grande fratello di un handicappato, dovrebbe essere tenuto segreto, se possibile anche agli altri partecipanti, ed essere reso noto solo all’ultimo momento. Ma qualcosa dovrebbe trapelare. È importante che qualcosa trapeli prima della prima puntata, magari solo attraverso Internet. Immagini che aspettativa si produrrebbe. Nessuno saprebbe niente di sicuro. La prima puntata su Canale 5 potrebbe avere un’audience eccezionale. La prego, non sto cercando di sopravvalutarmi. So che comunque la prima puntata di Grande fratello avrà un’audience eccezionale. In realtà non penso solo all’audience nuda e cruda, al numero, ma anche all’eco sugli altri mezzi di comunicazione e nelle chiacchiere del bar. Quell’eco non sarebbe per me, ma per ciò che io rappresento. Lei sa che cosa io rappresento? Io rappresento ciò che nella vita normale nessuno desidera incontrare. In televisione, invece, potrei essere ciò che tutti desiderano vedere. Lei sa meglio di me che nelle pubblicità appaiono sempre persone perfette. Anche quando appaiono persone non bellissime, sono persone perfette nel loro genere: il perfetto goffo, il perfetto brutto, il perfetto antipatico, e così via. Mi ricordo però un solo spot pubblicitario nel quale comparisse uno come me. Faccio eccezione, com’è ovvio, per quegli spot di Pubblicità progresso o simili che mostrano gente in carrozzella per produrre commozione e raccogliere fondi per la lotta alla distrofia muscolare o simili. In quel caso è chiaro: per fare pubblicità all’handicap, non si può che mostrare l’handicap. In generale le Pubblicità progresso sono disgustose. Ho letto recentemente nei giornali che i creativi pubblicitari stanno però cambiando atteggiamento. Ultimamente, è vero, si vedono più persone perfettamente goffe o brutte o antipatiche, e meno persone perfettamente belle. Questo è già qualcosa. Ho letto che il pubblico televisivo, a quanto pare, di donne bellissime e di uomini ineccepibili non ne può più; e allora gli si fanno vedere persone perfette sì, ma perfette in qualcosa che non sia la bellezza. Non voglio sostenere di essere il perfetto handicappato. Ma si immagini che cosa succederebbe in Italia se si venisse a sapere, appena prima della prima puntata di Grande fratello, che nella casa c’è anche un handicappato. Ad esempio, si potrebbe far circolare la voce la mattina stessa: così la stampa sarebbe tagliata fuori. Per tutto il giorno in tutta Italia non si parlerebbe d’altro. Sarà vero? Non sarà vero? E come sarà, questo handicappato? Sarà autosufficiente? Non lo sarà? Sarà impressionante da vedere? Non sarà impressionante? Parlerà? Farà solo versi? E perché l’hanno fatto? E gli altri come lo tratteranno? E riuscirà a cavarsela? E sarà un handicappato normale o uno speciale? La sera, a guardare Canale 5 ci sarà davvero tutta l’Italia. Mi perdoni questa specie di fantasticheria, ma probabilmente anche il signor Tal dei Tali, che non mi ricordo chi è, quando si inventò Big Brother, all’inizio ebbe sono una fantasticheria. Magari era una cosa detta solo per scherzo, con uno che dice: «Ma si potrebbe fare davvero…». Comunque dopo la prima puntata le cose si farebbero più difficili. Grande fratello è pur sempre una competizione, e ciascuno agisce come meglio crede per vincere. So che c’è un rischio: che io vinca per pietà. Le ragazze e i ragazzi della casa potrebbero non avere il coraggio di candidarmi all’espulsione. Per carità, lo farebbero volentieri. Ma chi si presentasse nel confessionale e dicesse: «Voglio sbattere fuori quello lì», potrebbe passare per crudele e per duro di cuore, e perdere consenso. Analogamente i votanti da casa potrebbero esitare a votare contro di me, quand’anche io fossi candidato all’espulsione. Per loro il voto è una cosa poco importante, un gioco, e nessuno ha voglia di fare una mossa che produce sensi di colpa. Paradossalmente, ho pensato, io potrei risultare non vincente, ma invincibile. Questo rischio va preso in considerazione, perché evidentemente potrebbe ammazzare il gioco. Ma non è l’unico rischio. Io potrei diventare lo strumento per mezzo del quale ciascuna ragazza e ciascun ragazzo tenterà la vittoria. Vincerà quella o quello che ci saprà più fare con me. Questo rischio è un rischio più per me che per il gioco: ma per me potrebbe risultare estremamente sgradevole. È probabile che nessuno dei concorrenti ci sappia fare con me. Bisognerebbe controllare, eventualmente, se gli altri concorrenti hanno in famiglia qualche parente, più o meno intimo, handicappato. Costoro potrebbero essere avvantaggiati; ma si potrebbe voltare il loro presunto vantaggio in svantaggio. Quale sarà l’atteggiamento giusto nei miei confronti? Coccolarmi, accudirmi, servirmi in ogni cosa, dedicarsi a me? O piuttosto trattarmi come il mio handicap non esistesse – a parte l’aiuto fisico, naturalmente. O addirittura, scegliermi come bersaglio: farmi sentire tutto il peso del mio non essere normodotato, fare apparire la mia presenza nella casa come un atto irresponsabile, un sogno egoistico, una violenza perpetrata contro gli altri concorrenti. Tra le tre possibilità, secondo me quella giusta è la terza. Innanzitutto perché gli altri concorrenti mi considereranno un colpo gobbo contro di loro, una prova del tutto inaspettata e difficile da superare. L’ostilità, insomma, non dovrebbe mancare. Però credo che tutti cercheranno di dissimularla. In questo io posso aiutarli o no, e qui sta il punto. È innegabile che l’atteggiamento degli altri concorrenti nei miei confronti dipenderà molto dall’atteggiamento mio. È innegabile che qualunque atteggiamento pietoso o disinvolto dei concorrenti o dei votanti da casa sarà ipocrita e falso. Se il senso morale di una trasmissione come Grande fratello è mostrare gli italiani così come sono, credo che favorire lo svelamento controllato dell’ipocrisia e della falsità sia un’operazione coerente. Io potrei prendermi l’impegno di essere antipatico, sgradevole, intollerabile. Non so in che misura gli atteggiamenti tenuti dai concorrenti di Grande fratello siano frutto di precisi accordi con i suoi esperti. Presumo che nulla sia lasciato al caso: non credo che ci sia un copione già scritto, ma presumo che con gli ammessi a concorrere vengano presi precisi e impegnativi accordi. E poi c’è la regia. Io potrei impegnarmi a comportarmi in modo tale da rendere impossibili la pietà e la disinvoltura nei miei confronti. All’inizio, ovviamente, dovrei dissimulare. Durante la prima puntata, per così dire, dovrei strappare le lacrime: non per pietà, ma per commozione, mostrando come nonostante l’handicap io riesca ad essere un ragazzo sveglio, brillante, studioso, attivo, informato, socievole e così via. Ciascun concorrente, presumo, cercherà di essere con me o pietoso o disinvolto. La pietà potrà essere più o meno esibita, la disinvoltura potrà essere più o meno riuscita. Io, non da subito, potrei replicare alla pietà con il disprezzo e alla disinvoltura con la piaggeria. Dovrei costruire un’antipatia in crescendo. Ad esempio, potrei assumermi il ruolo del maldicente. Credo che lo reggerei bene. Oppure un altro ruolo, dipende: credo che con i suoi esperti dovremo costruire un programma preciso e insieme elastico, una sorta di “scaletta aperta” che preveda una calcolata progressione dell’antipatia e, nel contempo, mi consenta una certa libertà d’azione. In certe situazioni, sa, la capacità d’improvvisare è tutto. Le assicuro che, come più o meno tutti i miei colleghi non depressi, sono un grande improvvisatore. In qualunque situazione io mi trovi, nella vita reale, devo sempre indovinare l’atteggiamento giusto. Spesso non c’è molto tempo per decidersi. In certi casi è inutile fingere autosufficienza. In altri è conveniente fingersi meno autosufficienti di quello che si è. Spesso è utile esagerare, ad esempio entrare in un luogo dal quale non si riesce a uscire, e costruire una scena madre. Lei non ha idea, ma le assicuro che niente è efficace come il mettersi nei guai: stimola in ugual misura pietà e irritazione. Va scelto accuratamente anche il momento della mia uscita di scena. Non penso certo di poter vincere, sa. So che potrei essere un elemento interessante di questa edizione di Grande fratello, forse quello che potrebbe attirare più audience e chiacchiericcio; ma a vincere dovrà essere un ragazzo o una ragazza con tutte le sue cose a posto. Non sarebbe nemmeno giusto, se vincessi io. A occhio e croce, penso che potrei essere espulso dalla casa alla quarta o quinta votazione. Ma vedrà che, una volta fuori, potrei esserle addirittura più utile che da dentro. Anche perché a quel punto, senza dubbio, saranno state messe in giro le ipotesi più bizzarre e ovvie: ad esempio, che io non sia affatto un handicappato, ma una sorta di agente provocatore. Poi ci saranno senz’altro le proteste delle associazioni di handicappati: quella alla quale appartengo, e grazie alla quale ottengo alcuni servizi essenziali, sarà costretta a decidere se tenermi o cacciarmi. Naturalmente dovranno tenermi, perché in questi casi l’ipocrisia è d’obbligo. Poi protesteranno le associazioni dei genitori, dei consumatori, degli utenti televisivi, quelle cose lì. Magari qualche psicologo dirà la sua. Canale 5 avrà buon gioco a difendersi dicendo che lo scopo di Grande fratello è mostrare i ragazzi d’oggi come sono, e contrattaccare accusando chi critica Grande fratello di voler chiudere gli occhi di fronte al mondo reale. Immagini: Grande fratello, da sempre accusato di voler sostituire un “mondo virtuale” al “mondo reale”, potrebbe finalmente rendere pan per focaccia. Un bel risultato, no? Lei mi chiederà, ma io le dico: per fare tutto questo non ho particolari ragioni o scopi. Le mie ragioni per desiderare di partecipare a Grande fratello sono, credo, più o meno le stesse degli altri ventisettemila che ci hanno provato, e degli undici che ci riusciranno. Desidero uscire, almeno per un po’, dalla condizione di persona normale, o meno che normale, e assaggiare la condizione di persona più che normale. Degli eventuali soldi in sé, che mi pare si guadagnino, dico che fanno comodo, ma non sono l’essenziale. Mi piacerebbe apparire in televisione, essere sui giornali, che si parli di me. Questo per un certo tempo, per poi tornare a un’esistenza come quella che ho sempre avuta. Che però non sarà esattamente come quella che ho sempre avuta, perché avrò dimostrato qualcosa a me stesso e a tutta la gente attorno a me. Lei non ha idea: Vernezze è una cittadina all’antica, un concittadino che fece un passaggio da Costanzo cinque anni fa, tra l’altro facendo una ben magra figura, è ancora guardato con sommo rispetto. Questo rispetto mi farebbe comodo. Stare in televisione cinque o sei settimane mi guadagnerebbe molto rispetto. Non ho paura di apparire cinico o stronzo. Lei lo sa meglio di me, l’importante è esserci. Comunque, non mi interessa partecipare a Grande fratello per poi entrare nello spettacolo o altro. Oltretutto, anche se i suoi esperti troveranno sensata la proposta che le ho appena esposta, anche se tutto poi andrà per il meglio, difficilmente qualcuno verrà a offrirmi, che so, la conduzione di un programma dedicato ai problemi degli handicappati. Che peraltro non mi interesserebbe molto, perché la manderebbero in onda alle tre di notte. No, una volta uscito dalla casa, una volta spentisi i clamori attorno a questa edizione di Grande fratello, basta. Ho visto come i partecipanti alla prima edizione hanno bruciato il loro patrimonio di notorietà. Io credo che semplicemente non ne farò alcun uso. Porterò a casa un po’ di apparizioni, di comparsate, di pagine di giornale, secondo quanto prevederà, immagino, il contratto di partecipazione, e poi basta. Lei sa meglio di me come è faticoso stare sotto i riflettori. Per questo non voglio che la cosa duri più di quello che deve durare. Spero che i suoi esperti non cercheranno di indurre in me degli scrupoli morali. Se la mia partecipazione a Grande fratello getterà discredito sui miei cosiddetti colleghi, sarà un problema loro. Che si lamentino, che continuino a chiacchierare a vanvera di volontariato e solidarietà. Che facciano pure. Io da loro ho dei servizi essenziali, ma li pago. Il pezzo di vita che ormai è alle mie spalle mi ha dimostrato che gli scrupoli morali fanno solo danni, o al massimo sono inutili. Non mi domando nemmeno che cosa sia giusto e che cosa non lo sia. Dato che io non sono giusto, non vedo perché dovrei farmi il problema di apparire, o addirittura essere, giusto. Tutto il male che mi ha colpito, dovrei forse negarlo? Avendo ricevuto così tanto male, dovrei preoccuparmi di rendere in cambio del bene? Se dalla scelta di Eva e di Adamo sono discesi tanto il male morale quanto il male fisico, ne deduco che male morale e male fisico sono la stessa cosa. Così io, che sono pieno di un male, non posso certo fingere di essere o di fare il bene. C’è un limite anche all’ipocrisia. Mi sono rivolto innumerevoli volte all’Innominabile, ho comperato centinaia di biglietti, e alla fine mi sono trovato sempre più o meno nella stessa miseria. Io non sono Abraham, eppure non ho avuto niente di più di Abraham. Perciò oggi mi rivolgo a lei. Per debolezza e per vergogna non mi sono presentato alle selezioni. Ora mi rivolgo a lei. Non le chiedo di assicurarmi un posto nella casa di Grande fratello. Le chiedo di essere esaminato dai suoi esperti, che poi decideranno come riterranno opportuno. Come avrà capito, non vedo le cose solo dal mio punto di vista. Ho un sogno che voglio realizzare, ma non me ne sto lì con gli occhi sbarrati: immagino, progetto, agisco. Sono capace di una visione complessiva. Capisco le esigenze di Canale 5. Ritengo di avere individuata una strategia che potrebbe rendere omogenei i desideri miei e le aspettative commerciali di Canale 5. Non penso che la mia sia un’offerta irresistibile, ma penso che sia un’offerta interessante: e che prenderla in considerazione non sia tempo perso. Con questo, cavalier Berlusconi, le ho detto tutto ciò che dovevo dirle. Attendo un segnale di risposta dalla produzione di Grande fratello. Qui la saluto, affermandole tutta la mia stima, e con mille auguri per i suoi attuali difficilissimi compiti: che la buona sorte le offra sostegno e protezione.

Terminata di scrivere, sotto dettatura, la presente lettera, Giovanni la ricopiò in bella, la fece firmare a Giuseppe – uno scarabocchio – e la spedì.


[James Farrel è un personaggio del romanzo Anime alla deriva di R. Mason, pubblicato in Italia da Einaudi (trad. S. Bertola). La frase che ho citata è a p. 8 dell'edizione tascabile.]

Posted by giuliomozzi at 10:24 | Comments (14) | TrackBack

Giorno

La sveglia suona alle 05.50. Mi lavo, mi vesto. Prendo il bus delle 06.30. Arrivo in stazione alle 06.45. Compero una bottiglia d'acqua da mezzo, gassata, non fredda. Alle 06.54 salgo sul treno. Alle 09.15 scendo in stazione centrale a Milano. Vado in casa editrice. Dopo un po' partiamo per Camogli, in automobile. Arriviamo a Camogli alle 14.00. Mangiamo un piatto di pasta. Facciamo quello che dobbiamo fare a Camogli. Ripartiamo alle 17.45. Per la strada comperiamo cinque pezzi di focaccia (due alla cipolla, due al prosciutto, uno agli spinaci) e una bottiglia d'acqua da mezzo, non gassata, fredda. Mangiamo in automobile. Rientriamo a Milano. Mi lasciano alla stazione della metropolitana di Farmagosta alle 19.00. Prendo la metropolitana. Arrivo in stazione centrale alle 19.20. Compero un sacchetto di taralli al finocchio e una bottiglia d'acqua da mezzo, gassata, non fredda. Alle 22.38 scendo a Padova. Salgo sul bus che parte alle 22.50. Scendo in centro alle 23.00. Alle 23.15 sono a casa.
In treno, un po' all'andata e un po' al ritorno, ho letto fino a pagina 136 il libro di Adelino Cattani Botta e risposta. L'arte della replica, Il Mulino 2001, pp. 244, euro 16,53. Al ritorno ho anche cominciato a leggere Horcynus Orca di Stefano D'arrigo, Mondadori 1975, pp. 1.257, regalatomi oggi in casa editrice da Pietro, che l'ha acquistato di seconda mano per euro 6.20. Sono arrivato a pagina 47. L'ho letto diversi anni fa, nell'edizione Oscar, Mondadori 1982, pp. 1.264, lire 9.000, con introduzione di Giuseppe Pontiggia. Il regalo di Pietro mi sembra una buona occasione per rileggerlo.
In treno, al ritorno, ho dormito dalle 21.00 circa alle 21.30 circa.
Ho speso al mattino: 0.80 euro per il biglietto del bus, 1.10 euro per la bottiglia d'acqua, 18.85 euro per il treno, 1 euro per il biglietto della metropolitana. Ho speso al pomeriggio: 1 euro per il biglietto della metropolitana, 1 euro per la bottiglia d'acqua, 2.30 euro per i taralli, 17.77 euro per il treno, 0.80 euro per il biglietto del bus. Il piatto di pasta a Camogli l'ha pagato Renato, le focacce e l'acqua consumate in automobile le ha pagate Gianluca.
Nel corso della giornata ho scambiato parole con: la cassiera del bar della stazione di Padova, il controllore a bordo del treno dell'andata, Enrica, Pietro, Franci, Gianluca, Renato, Paola, Giuseppe, Ilaria, Monica, Martha, la madre di Martha, Massimiliano, Fausto, Giorgio, l'altro Renato, la cassiera del market della stazione centrale di Milano, il controllore del treno del ritorno. Inoltre ho parlato venti minuti difronte a sedici persone.
Ho ricevuti due messaggi sul telefono. Ho fatta una telefonata.

Posted by giuliomozzi at 00:24 | Comments (8) | TrackBack

06.01.04

Suonano

Pomeriggio. Quasi le sei. Suonano alla porta. Vado ad aprire. Apro.
Davanti alla porta c'è un pagliaccio alto circa un metro e ottanta.
"Mi scusi", dice il pagliaccio, "ha mica guardato fuori della finestra, questo pomeriggio?".
Guardo il pagliaccio. Ha un cappellino verde, una massa di riccioli color Aperol, una giacca a quadroni verdi e neri, guanti gialli stile Topolino, una camicia bianca con pizzi vari, calzoni gonfi a righe verticali gialle e nere, scarpe enormi fucsia.
Non dico niente.
Guardo il pagliaccio negli occhi. La faccia è pitturata. Gli angoli della bocca (dipinta) sono all'ingiù. Lo sguardo è allarmato.
Dico: "Eh?".
"Mi scusi", dice il pagliaccio. "Avevo lasciata la macchina qui. Non la trovo più. Me l'hanno rubata. Ha mica visto, lei, ha mica notato, se c'era qualcuno che si aggirava, che guardava le macchine?".
Dico: "Veramente, sono stato tutto il giorno in studio a lavorare. Lo studio ha la finestra sul retro".
"Cazzo", dice il pagliaccio. "Mi hanno rubata la macchina".
Dico: "Ha bisogno di telefonare?".
"Magari", dice il pagliaccio. "Il cellulare era in macchina. Chiamo mia moglie. Almeno mi viene a prendere. Cazzo, mi hanno fregato anche quello!".
Dico: "Prego".
Il pagliaccio entra. Chiudo la porta.
Dico: "Venga". Attraverso l'entrata, il vano scale. Entro nello studio.
Dico: "Non badi al disordine".
"Per carità", dice il pagliaccio.
Dico: "Quello è il telefono".
Il pagliaccio si sfila i guanti. Lo lascio solo mentre telefona. Ci mette poco.
Il pagliaccio esce dallo studio. "Cazzo!", dice. "Quattro ore di lavoro al freddo, e poi ti fregano anche la macchina!".
Dico: "Eh sì, oggi fa freddo".
"Per questa cazzo di Befana!", dice il pagliaccio. "Ma l'anno prossimo non mi incastrano più".
Dico: "Vuole un caffè?".
"No, grazie", dice il pagliaccio. "Mia moglie mi viene a prendere nel piazzale qui".
Lo accompagno alla porta.
"Grazie, sa?", dice il pagliaccio. "Mi scusi l'agitazione".
Dico: "Per carità. Spero che gliela ritroveranno. Spesso succede".
"Magari", dice il pagliaccio. "Era una Panda vecchia, ma ancora buona".
Il pagliaccio esce. Chiudo la porta.

[In questo post di Papino, il Prato della Valle con il gigantesco falò pronto per l'uso. In questa pagina della rete civica Padovanet, che non so per quanto resterà pubblicata, il programma della festa della Befana. La via in cui abito, via Michele Sanmicheli, è il percorso più breve tra il luogo di partenza del corteo festivo (piazzale Pontecorvo) e il luogo di conclusione della faccenda (Prato della Valle).]

Posted by giuliomozzi at 23:35 | Comments (6) | TrackBack

Del capolavoro, parte prima

Marco Candida ha pubblicato la prima parte del suo saggio "Del capolavoro". Confermo: secondo me Marco è una delle migliori menti della nazione.

Posted by giuliomozzi at 15:53 | Comments (17) | TrackBack

Il diritto di essere Armani

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Spiegazioni in Gnueconomy. Visitate il sito www.armani.it. Consiglio anche: www.vaticano.it. O, in alternativa, www.georgebush.us.

Infine, suggerisco un petit tour nei siti di Sironi, Sironi, Sironi, Sironi e Sironi.

Posted by giuliomozzi at 12:49 | Comments (3) | TrackBack

Bello, molto bello

Scusate. In un "commento"a Il miglior post di Natale, Caan (alias il signorpalomar, che suppongo sia un altro Palomar dal Palomar che conosco da tempo) segnala un post di Natale di Alla finestra.
Tutto bene. Solo che Alla finestra, che non avevo mai visitato fin a oggi, si è rivelato un blog davvero bello, molto bello. E anche amabile, molto amabile. Come dice Caufield Holden, no?, mi pare a pagina 31, dove dice pressappoco, che ci sono quei libri che quando li finisci ti verrebbe voglia di telefonare all'autore, di poter pensare che chi ha scritta quella roba là è tuo amico e tutto il resto.
Vi prego, affacciatevi alla finestra.
Mi spiace non averlo scoperto prima.

Posted by giuliomozzi at 09:25 | Comments (12) | TrackBack

Dei letterati

Pregi, difetti, vantaggi e inconvenienti dei "letterati" secondo (p. 80) la Medicina delle passioni di Descuret (per il quale, secondo lo spirito e la lingua dell'epoca, "letterato" significa sia "studioso di letteratura" sia "produttore di letteratura" ossia, come diremmo oggi, "scrittore"):

Pregj: Umanità, generosità, affabilità.
Difetti: Orgoglio, invidia, maldicenza, venalità, intemperanza, lussuria.
Vantaggi: Piaceri dello spirito, indipendenza.
Inconvenienti: Critiche, malattie acute e croniche del cervello e de' visceri addominali, aumento dell'irritabilità naturale del loro carattere.

Dice anche, in una nota, il Descuret, che "si osserva tra i letterati proporzionatamente il maggior numero de' suicidi". Auguri.

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05.01.04

Ufficio

Pomeriggio. Le quattro e un quarto. Suona il telefono, quello fisso.
Rispondo.
Una voce maschile dice: "Buongiorno. Vorrei parlare con la segretaria del signor mozzi".
"Io sono giulio mozzi", dico.
"Ah, mi dispiace, mi scusi per il disturbo", dice la voce.
"Mi dica", dico.
"No, pensavo di parlare con la sua segretaria, mi scusi", dice la voce.
"Non ho nessuna segretaria", dico. "Può dire a me".
"Ah, ecco, volevo solo il suo indirizzo, per spedirle un libro", dice la voce.
Gli do l'indirizzo.
"Questo indirizzo è dell'ufficio, immagino", dice la voce.
"E' l'indirizzo di casa", dico.
"Ah, ma forse è più pratico, dico per lei, se glielo mando in ufficio", dice la voce.
"Ma", dico, "se vuole che dia un'occhiata a questo libro, me lo mandi qui a casa".
"Va bene", dice la voce. "Posso permettermi di telefonare tra qualche giorno, per controllare che sia arrivato?".
"Ma, sì, se vuole", dico.
"Ma non vorrei disturbarla personalmente", dice la voce. "Può anche lasciare detto".
"Ma", dico, "se lei telefona qui, le rispondo io. Se ci sono".
"Per questo, mi scusi se insisto", dice la voce, "dicevo che forse era più pratico se le spedivo in ufficio".
"Guardi", dico, "non so bene che cosa intenda lei per 'ufficio'. Se intende la casa editrice, la casa editrice è a Milano. Se lei mi manda la roba a Milano, poi mi tocca portarmela a Padova".
"Come", dice la voce, "lei non sta a Milano?".
"Le ho appena dato l'indirizzo", dico.
Esitazione.
"E' vero", dice la voce. "Così, sui due piedi, avevo pensato che Padova era un posto di Milano".
"No, guardi", dico. "Abito a due ore e un quarto di treno, da Milano".
"Allora le spedisco a casa", dice la voce.
"Sì, come le ho detto", dico.
"La ringrazio infinitamente", dice la voce.
"Per carità", dico.

A questo punto, perché le cose si capiscano bene, vorrei farvi vedere il posto dove lavoro. Il mio studiolo, a casa. Questo è il tavolo di lavoro. Questo è l'angolo con l'armadio, a destra del tavolo di lavoro. Questo è il divano, che ho alle spalle quando sono seduto al tavolo. E queste, per finire, sono le foto e le carte appese alla balena di Walasse Ting, che mi stanno davanti quando sto al tavolo di lavoro.
Questo è il luogo dove passo le ore del giorno (quando sono a casa).

Posted by giuliomozzi at 22:38 | Comments (16) | TrackBack

Il miglior Post di Natale

Non solo il Racconto di Natale è un genere letterario preciso. Anche il Post di Natale ha le sue regole. Ho girato un po' per blog, come non faccio molto spesso (sono un lettore più abitudinario che esploratore) e ho deciso che, a gusto mio, finora, il miglior Post di Natale del 2003 è questo. Auguri a Sara, a Gioacchino, e naturalmente a Mirella.
Si accettano, naturalmente, segnalazioni: purché non del proprio post.

Posted by giuliomozzi at 17:00 | Comments (5) | TrackBack

Suonano

Suonano alla porta. Apro. C'è una ragazza con una cartelletta in mano.
"Buongiorno signor mozzi!", dice la ragazza. "Posso rivolgerle qualche domanda?".
Guardo la ragazza. Ha una giacca a vento rossa. I capelli neri. E' un po' più alta di me. Siamo sulla porta. Io appena dentro, lei appena fuori.
"Per conto di chi?", domando.
"Come, per conto di chi?", dice la ragazza.
"Lei mi vuol fare delle domande per conto suo proprio", dico, "o mi vuol fare delle domande per conto di altri?".
La ragazza ha un'ispirazione. "Stiamo facendo un'inchiesta...", comincia.
"Stiamo chi?", la interrompo.
"Come, chi?", dice la ragazza.
La guardo. Mi guarda.
"In somma", dico, "per chi lavora?".
"Non sto lavorando...", comincia la ragazza.
La interrompo. "Lei non è retribuita per quello che sta facendo?", dico.
Esitazione.
"No", dice.
Infatti, penso. Non è esattamente una retribuzione.
"E allora", dico, "per conto di chi mi vuol fare delle domande?".
"Le stavo dicendo...", comincia.
"No", la interrompo, "non lo stava dicendo".
"Insomma!", quasi strilla. "Devo solo farle qualche domanda!".
"Va bene", dico. "Me la faccia. Prendo atto che non vuole dirmi per chi lavora".
Incrocio le braccia.
La ragazza sbuffa. Tira il fiato. Comincia: "Le dà fastidio vedere delle persone handicappate?".
"Sì", dico. "Tutti i giorni, quando mi faccio la doccia".
"Eh?", dice la ragazza.
"Tutti i giorni", spiego, "quando faccio la doccia, poi mi guardo allo specchio e provo un senso di fastidio".
"Non capisco", dice la ragazza.
Abbasso il tono di voce, parlo lentamente.
"Io sono handicappato", sussurro, "e vedermi nello specchio mi dà fastidio. Preferirei non vedermi. Oppure, meglio, non essere handicappato".
La ragazza mi squadra. Io ho le braghe della tuta e un maglione grosso.
"Lei è handicappato?", dice, esitando.
"Sì", dico. "Sono handicappato. Ho una natica di legno".
"Eh?", dice la ragazza.
"Ho perso la natica sinistra in un incidente, quattro anni fa", dico, "e così ho una natica di legno. Non gliela faccio vedere solo per decenza".
"Di legno?", dice la ragazza.
"Sì", dico. "Di palissandro. Sono le migliori. Non ho badato a spese".
Silenzio.
"Mi sta prendendo in giro?", dice la ragazza.

Posted by giuliomozzi at 16:26 | Comments (7) | TrackBack

Moltiplicazione

Allora, allora: una volta c'era Frenulo a Mano, detto FaM. Oggi scopro (esiste da ieri, credo) che uno dei frenuli, FaM_09, si è fatto una stanza tutta per sé. Bene. Auguri. E, nel frattempo, in FaM è uscita una addirittura commovente recensione ad American Gods di Neil Gaiman, scritta da FaM_07.

Posted by giuliomozzi at 00:16 | Comments (6) | TrackBack

04.01.04

Lavoretti e piaceri

Care voi, cari voi. Ho fatto un po' d'ordine. Ho spostato qualche link in su, qualche link in giù. Ne ho aggiunti due o tre. Così la pagina mi pare più ordinata. Colui che comanda (oggi, in Italia) sta in alto, bene in vista, nella sua foto più ufficiale che ho trovata. Il Grande Artista Sconosciuto è scivolato in basso, dopo qualche settimana di esposizione. Il nume tutelare Brian Eno e il neo-guru Slavoj Zizek hanno lasciato il posto alla grande speranza che tutti i frequentatori di questo diario conoscono bene (e i nuovi arrivati l'impareranno, l'impareranno) e all'antico maestro Henry Fielding.
Oggi sono stato lì lì per acquistare Middlemarch di George Eliot. In libreria c'era una copia dell'edizione Garzanti (Grandi Libri) e una copia dell'edizione Mondadori (Oscar). Io preferisco per principio i Grandi Libri Garzanti, anche se costano di più (dodici euro contro nove e venti) ma, proprio quando ormai mi ero quasi deciso, mi sono accorto che il volume era guasto (pagine sparse qua e là, a sorpresa). Così sono scampato all'acquisto.
Pensavo che avrei letto molto, in Val Gardena. Invece ho dormito moltissimo. Dormite tutte filate, dalle dieci di sera alle otto di mattina. Una meraviglia. Ho letto il Tom Jones a pezzi e bocconi, sei pagine la sera, otto in piscina, tre in ovovia, cinque aspettando l'ora di cena, quattro la mattina presto: così la vicenda, già di per sé complicatissima, mi si è tutta confusa nella mente.
Ho voglia di leggere, accidenti. Di leggere cose belle, bellissime, meravigliose. E divertenti, se possibile. Ho voglia di imparare la bellezza di libri che non sono mai stato capace di leggere (i romanzi del Settecento, ad esempio). E credo di essere sulla buona via. Per qualche mese leggerò.
Mi succede normalmente così. Per mesi e mesi non leggo. Ossia leggo: dattiloscritti, saggi, riviste, cose che mi servono. Poi, di colpo, comincio a leggere: e faccio delle grandi campagne di lettura. Una volta lessi in pochi mesi cento romanzi di fantascienza (volevo sapere che cos'era la fantascienza). Un'altra volta ho letto tutto quello che si trovava di Carlo Coccioli (i cui libri sono introvabili: ma io sono bravo a trovare i libri). Un'altra volta ancora mi sono buttato sui poemi, e tutti di fila ho letti/riletti Iliade, Odissea, Eneide, Orlando innamorato, Orlando furioso, Gerusalemme liberata, Morgante maggiore; e avrei letto anche I Lombardi alla prima crociata di Tommaso Grossi, se avessi accesso a qualche biblioteca seria. E così via. La campagna di lettura dura di solito qualche mese, nel corso del quale io comincio a parlare al modo di ciò che sto leggendo. Poi, a volte, mi metto anche a scrivere.
C'è una cosa curiosa: molti che si rivolgono a me considerandomi uno scrittore, danno per scontato che io abbia letta pressoché tutta la letteratura mondiale. E, eventualmente, si scandalizzano se confesso di non aver mai lette più di sette pagine di Jane Austen o se ammetto di non aver mai sentito nominare qualche autore mio coetaneo. Le stesse persone si stupiscono quando scoprono che io leggo uno o due giornali tutti i santi giorni, o che negli scaffali delle mie librerie c'è probabilmente più roba di pseudoscienze o di utopismo che di narrativa contemporanea.
Mah.
Adesso per esempio voglio leggere questo libro meraviglioso che s'intitola La medicina delle passioni, ovvero Le passioni considerate relativamente alle malattie, alle leggi e alla religione. Per G. B. F. Descuret, Dottore in Medicina ed in Lettere dell'Accademia di Parigi. Prima versione italiana, con note. Seconda edizione, con correzioni ed aggiunte. Firenze, per Alcide Parenti, 1847. Con bellissimi timbri della Biblioteca Alberto Cencelli, Manicomio Provinciale di Roma.

timbro.JPG

L'ho pagato pochissimo, e ha ben 675 pagine.
Buonanotte.

Posted by giuliomozzi at 23:48 | Comments (16) | TrackBack

Decenza, e

Riesco solo oggi a rileggere con calma i "commenti" all'estratto dagli atti parlamentari che ho pubblicato il 20 dicembre scorso con il titolo Cinque anni fa. Al centro della discussione è stata la parola "decenza". (Il che mi ha ricordato la discussione attorno alla parola "dignitoso", per la quale vedi il post Una meta che tarda e i relativi "commenti").
Che il concetto di decenza esista, mi pare indubitabile. Tanto chi "crede fermamente" nella decenza, come *Federico*, quanto chi la considera un "concetto scivoloso" che porta a comportamenti "ridicoli", come Uno, e addirittura sostiene che "gli fa schifo", come Francesco, sembra avere della decenza un'idea abbastanza precisa.
Adesso provo a parlare della decenza. Chiedo scusa in anticipo per le imprecisioni.
Ammettere che ciascuno ha un suo proprio "sistema della decenza", ossia che ciascuno ha un suo proprio elenco di cose, comportamenti, discorsi ecc. che considera decenti e di cose, comportamenti, discorsi ecc. che considera indecenti, non significa riconoscere validità all'idea di "decenza" e di "sistema della decenza", né significa concedere a ciascuno il diritto o assegnare a ciascuno il dovere di imporre ad altri il proprio "sistema della decenza".
Credo che allo stesso modo si possa ammettere che esistono "sistemi della decenza" più o meno socialmente condivisi; ed è evidente che la condivisione più o meno estesa di un "sistema della decenza" non può costituire in assoluto il diritto o il dovere, per coloro che lo condividono, a imporre a singole persone o gruppi sociali il proprio "sistema della decenza".
In un regime democratico, tuttavia, è possibile che un gruppo sociale che condivide un determinato "sistema della decenza" decida di trasformarlo in legge. Qui ci si avventurerebbe nella discussione di che cosa possa e che cosa non possa rientrare, in democrazia, nell'ambito della legge. Ma non voglio avventurarmi in questa direzione. Faccio solo notare come le recenti discussioni sul "divieto di velo" o più in generale sui limiti della liceità di esposizione sulla propria persona di simboli religiosi "evidenti" o "ostentati" (in strada sì, a scuola no ecc.), siano proprio discussioni sull'imponibilità per legge di un "sistema della decenza" (ad esempio: a nessuno è venuto in mente di vietare per legge l'esposizione o l'ostentazione, a scuola o in altri luoghi pubblici, di marchi commerciali: le studentesse dell'Istituto "Ruzza", davanti a casa mia, ne sono letteralmente ricoperte; ne deduco che la pubblicità è considerata "decente" o almeno "a-decente", cioè non sottoposta al "sistema della decenza", mentre la religiosità è "indecente").
Mi pare che la mancanza di "decenza", ossia l'incapacità di costruirsi un proprio elenco di cose decenti e di cose indecenti, sia oggi considerata (dalla psicologia, dalla psichiatria) una vera e propria patologia; così come mi pare sia considerato una vera e propria patologia il comportamento "sistematicamente indecente" (per "sistematicamente indecente" intendo chi, rendendosene perfettamente conto, sistematicamente viola il "sistema della decenza" di chi lo circonda).
Ora, il comportamento "sistematicamente indecente" può guadagnarsi una libertà d'azione, se non addirittura un consenso sociale, per mezzo dell'arte e dello spettacolo. Uso le parole "arte" e "spettacolo", qui, con molta incertezza; ho il sospetto che lo "spettacolo", nel caso specifico, possa essere considerato un "succedaneo dell'arte"; ma non sono tanto sicuro.
Provo a spiegarmi con un esempio: se una donna va in giro in città mostrando le parti intime, viene dai più considerata "indecente" (ma non è la stessa cosa se lo fa su uno scoglio a Pantelleria); se la stessa donna mostra le stesse parti intime su un palco o in un film o in un programma televisivo, è tutt'altra cosa. Se una coppia viene sorpresa a copulare in automobile, viene come minimo multata; ma le ceramiche di Jeff Koons e Ilona Staller allegramente copulanti sono state accolte con tutti gli onori alla Biennale di Venezia e in molti altri "templi dell'arte".
Ma anche questa è una direzione del discorso che, secondo me, serve a poco. Io non ho nessuna voglia di "decentificare" le mie invenzioni narrative spacciandole per "arte", "spettacolo" o, per carità!, "letteratura" (e qui uso la parola "letteratura" in un senso che non mi piace molto; come ho più volte detto, per me è "letteratura" tutto ciò che "è scritto").
In altri termini: il mio raccontino "Amore", di cui si discusse appunto in Parlamento cinque anni fa, sarà o non sarà "letteratura"; ma non credo che la sua appartenenza o non appartenenza alla "letteratura" c'entri con la faccenda della "decenza", ossia della opportunità di pubblicarlo.
E non penso neanche che sia il caso di tirare in ballo la questione del "relativismo". Io sono convinto che il relativismo (sto banalizzando furiosamente, lo so) sia una forma di fondamentalismo: il relativista, infatti, non accetterà mai di considerare "relativa" la sua posizione, e cioè di ammettere la possibilità di una "verità assoluta" che non sia, appunto, la "verità assoluta" che "tutto è relativo"; e, in questo, è indistinguibile da qualunque fondamentalista stricto sensu.
Tanto meno ho voglia di affermare l' "autonomia dell'arte". L' "autonomia dell'arte" si basa su una "pretesa di verità" dell'arte. E io credo che l'artista faccia bene ad avere una "pretesa di verità": credo cioè che l'artista (il narratore, il poeta, il pittore, il compositore di musica, l'architetto...) faccia bene a pensare che chi legge, ascolta, osserva, si muove dentro le sue opere, pensa a lui come a un qualcuno che ha "tentato una verità". "Tentare" non significa, ovviamente, "riuscire".
Provo quindi a dire: la violazione di un "sistema della decenza" più o meno socialmente diffuso (e, in più, la violazione dello specifico "sistema della decenza" dello specifico lettore, guardatore, ascoltatore ecc.) si giustifica solo in quanto il gruppo sociale che condivide quel "sistema della decenza" (nonché lo specifico lettore, guardatore, ascoltatore ecc.) riesca a riconoscere all'artista di aver "tentato una verità".
Una definizione provvisoria, molto vaga e abbastanza tautologica di "decenza", potrebbe essere allora: "E' decente colui che, anche quando viola la decenza, riesce a farsi percepire come cercatore di verità".
A questo punto, però, la "decenza" non è più un fatto di comportamento (quindi sottomettibile a una norma morale), ma un fatto di relazione (che esiste non se io, ma se l'altro lo fa esistere).
Bene. Come direbbe mio nonno pirata: "Poche idee, ma ben confuse".

Posted by giuliomozzi at 17:36 | Comments (14) | TrackBack

Mi aspettavano

Sono tornato a casa. Ho trovato, che mi aspettavano:
- 93 messaggi (più una trentina di spam) nella posta elettronica, tra i quali: 3 romanzi "con preghiera di giudizio" ecc., 8 auguri con animazioni che per principio non ho aperto (temo i virus travestiti da animazioni), 4 newsletter, una proposta del tipo: "la mia vita è un romanzo, se mi anticipa 5.000 euro gliela racconto in esclusiva", 3 richieste di informazioni su corsi e laboratori di scrittura, un pettegolezzo da leccarsi i baffi,
- 7 biglietti d'auguri in carta, di cui uno bellissimo,
- 9 plichi, provenienti da sconosciuti, contenenti dattiloscritti "con preghiera di un giudizio" ecc.; e 2 provenienti da persone conosciute,
- 3 libri in omaggio [uno che leggerò con curiosità: Gasparo Gozzi, "Col più devoto ossequio". Interventi sull'editoria (1762-1780), a c. di Mario Infelise e Fabio Soldini, Marsilio; uno che mi ha riempito di gioia: Corrado Costa, Cose che sono parole che restano, antologia a cura di Aldo Tagliaferri, Diabasis; e uno che mi ha molto sorpreso: Francesco Permunian, Cinque notturni per un amico scomparso. In memoria di Mario Giacomelli, anch'esso Diabasis],
- 2 avvisi di raccomandate,
- 1 bolletta del telefono portatile (già pagata: ho l'addebito sul conto corrente; non ho guardato l'importo, non voglio saperlo),
- un assegno da 250 euro in pagamento di un lavoro che ho fatto nel marzo 2003,
- il conto del lattaio (13,72 euro),
- 2 fax, entrambi non per me (mentre non è arrivato quello che attendevo).
Buon anno nuovo.

Posted by giuliomozzi at 09:36 | Comments (21) | TrackBack