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16.12.03

Venezia

Atterro a Venezia alle nove circa. Mezz'ora di ritardo. Una cosa accettabile. Prendo il bus navetta per l'imbarcadero. Il battello per le Zattere è alle nove e quaranta, c'è scritto sul tabellone. Aspetto. Arriva il battello. Salgo sul battello. Il battello parte alle nove e quaranta. Passa il bigliettaio.
"Devo fare il biglietto", dico.
"Per dove?", dice il bigliettaio.
"Per le Zattere", dico.
"Questo non va alle Zattere. Va a San Marco", dice il bigliettaio.
"Va bene", dico.
Pago il biglietto. Dieci euro. Mi godo il viaggio. Fuori c'è nebbia, freddo, pioviggina. Si passa per il Lido. La laguna è bella a modo suo. Sul battello ci sono turisti tedeschi e statunitensi che si fanno le fotografie a turno.
Negli ultimi minuti di volo, poco prima che atterrassimo, avevo guardato fuori dal finestrino. Avevo vista una coltre bianca dalla quale spuntavano dei bastoni colorati, a fasce bianche e rosse. Come i bastoni di zucchero che si vendono a Natale. Ci ho messo un minuto per capire che erano le ciminiere di Marghera.
Arriviamo a San Marco. Scendo. Il telefono portatile suona. E' Fabio.
"Ciao Fabio", dico.
"Ciao Giulio!", dice Fabio. "Dove sei?".
"A San Marco", dico.
So che spesso, il lunedì, Fabio lavora a Venezia. Ma di solito lavora al Lido, mi pare.
"Sono a San Marco anch'io!", dice Fabio.
"Dove sei?", dico.
"In bocca di piazza", dice Fabio.
"Viemmi incontro sotto il portico alla tua destra", gli dico.
Ci incontriamo sotto il portico. Facciamo duecento metri insieme. Prendiamo un caffè insieme. Fabio mi fa vedere il suo libro, fresco di stampa. Me lo regala. Ci salutiamo. Ci abbracciamo. Ci separiamo.
Corro verso le Zattere, per il diploma di Sandra. Sandra, che è Argentina e vive in Italia da più di quindici anni, deve discutere la tesi di un master in Sociologia dell'immigrazione presso il dipartimento di Sociologia dell'Università di Venezia. La sede è Palazzo Briati, se non ho capito male. Alle Zattere, mi hanno detto. Io sono co-relatore della tesi.
Ogni cinque minuti mando un messaggio a Sandra. "Sono a San Marco". "Sono all'Accademia". "Sono a San Trovaso".
Corro, sgambetto. Arrivo alle Zattere. Seguo le indicazioni ricevute dalla relatrice. Arrivo a un dipartimento di Studi postcoloniali. Entro. Non è lì. Mi spiegano. Corro, sgambetto. Suona il telefono portatile. E' Sandra.
"Ciao Sandra", dico. "Sono ormai a pochi metri, credo".
In quell'istante mi par di vedere Sandra, là in fondo.
"Alza un braccio", le dico.
La figura là in fondo alza il braccio.
"Arrivo", dico.
Fa un freddo cane. Abbiamo tempo. Prendiamo un caffè bollente al bar lì vicino. Entriamo nell'aula. Una ragazza sta finendo di esporre una tesi sulle differenze nella percezione del dolore tra cittadini italiani e immigrati. Aspettiamo.
Tocca a Sandra. Tocca a me. Mi trovo seduto al tavolo. Sandra parla, espone, legge. Il presidente della commissione la loda, da subito. La relatrice mi fa cenno. Allora lodo anch'io. Loda anche Armando Gnisci, professore ospite. Loda un po' meno un altro commissario. Infine loda anche la relatrice. Tutti lodiamo Sandra, chi più chi meno. Bene. E' finita.
Usciamo, con Sandra e la sua amica E* che la ospita in questi giorni a Vicenza. E' l'una. Vogliamo mangiare.
"So un posto", dico. Le guido in una direzione.
Loro tentennano.
"Potremmo anche andare in campo Santa Margherita", dice Sandra.
Capisco che ho presa la direzione sbagliata.
"Andiamo in Santa Margherita", dico.
Io, in teoria, sarei quello che conosce Venezia. Ci ho lavorato per anni.
Andiamo verso Santa Margherita. Prima che ci arriviamo, dico: "Di qua". Ecco. L'osteria dei Carmini o del Carmine. "L'ho collaudata", dico. "E' buono, e si spende accettabilmente".
Entriamo.
Ordiniamo un po' di salumi e formaggi, una tazza di pasta e fagioli.
Si apre la porta. Entra Maurizio. Maurizio è stato mio capo per quattro anni, quando lavoravo all'ufficio stampa della Confartigianato veneta. Ci si vede ogni tanto. E' invecchiato. Anch'io. Ciascuno a modo suo. Ci consiglia di provare i risotti. Ma ormai è fatta. Ci ripromettiamo di vederci dopo le feste.
Mangiamo. Brindiamo al diploma con una grappa. Torniamo a uscire nel freddo. Sgambettiamo fino alla stazione. L'interregionale per Milano è lì. Io scenderò a Padova, Sandra ed E* proseguiranno per Vicenza.
Appena saliamo in treno mi viene sonno. Mi sono alzato alle cinque e mezza, per prendere il volo da Palermo a Venezia. Non è poi un'alzata tanto presta, le cinque e mezza.
Sbadiglio. Mi si chiudono gli occhi.
Chiudo gli occhi e penso: "Mi sento molto leggero, oggi. Mi sento molto felice".
Mi piace, quando c'è così freddo.

Posted by giuliomozzi at 16.12.03 07:47 | TrackBack
Comments

Quindi il segreto della felicità è sgambettare. Tecnicamente?

Posted by: untitled io at 16.12.03 08:41

zen

Posted by: francesco at 16.12.03 09:58

Avevo scritto una cosa ma ho cancellato, per sbaglio, tutto. Ma insisto anche se so di sbagliare: non si cancella mai niente per caso. No, non insisto - se si è cancellato, devo rispettare la cosa o qualche divinità intrastellare potrebbe vendicarsi. Vorrà dire che ti chiederò domani quello che volevo chiederti oggi e che riguardava il tuo blog e la sua coincidenza con la vita di giuliomozzi e di come ti mangiava tutto il resto della scrittura per cui questo è, ora, il tuo unico e solo libro possibile e non potrai più tornare a raccontare di altro.

Posted by: più che mai restio a scrivere una cosa in questa casella idiota che si chiama "nome" e sottintende, at 16.12.03 14:01

grazie mi hai riportato a venezia, alle zattere, al lido, a p.zza san marco, ai cicchetti, al fragolino bianco, alla stazione, a vicenza, ma era d'estate, settembre, ancora estate :-)

Posted by: marisa at 16.12.03 14:27

Mozzi, secondo me non ama i sorrisi, le carezze. Lui apprezza di più le bastonate sui denti. Non so, è una mia sensazione.

Posted by: don giovanni at 16.12.03 14:34

don giovanni, è anche la mia sensazione.Maria L

Posted by: Maria L at 16.12.03 18:49

"il tuo unico e solo libro possibile e non potrai più tornare a raccontare di altro"...e che cavolo, nostradamus avrebbe usato un tono meno predittivo.

Posted by: cletus a.a. at 16.12.03 21:58

Dici che è il caso di toccarsi le palle, Cletus?
(Sono quello predittivo).

Posted by: g. tasca at 17.12.03 08:46

"Mi piace quando c'e' cosi' freddo".
Giulio ti odio! :-)
Luca, da Chicago. (Temperatura attuale -12C, massima prevista per i prossimi sei giorni -6C)

Posted by: Luca at 18.12.03 01:56

Caro cugino, il fatto è che qui non fa *così* freddo. Quel giorno si viaggiava sullo zero. Niente di più, niente di meno. E c'era un magnifico sole, aria trasparente. Eh, tra Chicago e Venezia...

Posted by: giuliomozzi at 18.12.03 08:35

Io, comunque insisto: i blogs mi fanno paura. Odio i links. Non ho più tempo per seguirne le strade e sono sicuro che un corvo ha mangiato le briciole di pane che ho lasciato per poter tornare ondietro. E ieri sera sono passato da quella libreria che vende molto Einaudi a metà prezzo e c'era quella cosa sui morti del Giulio. La commemorazione, il culto, non ricordo più. Ho aperto il libro e letto alcune cose: sono sempre terrorizzato all'idea che possa aver scritto una cosa molto brutta o una cosa definitiva che non lasci più spazio a me e, invece, non era né l'una cosa nél'altra: ho letto una poesia su uno che succhia cazzi e uccide cani e mi sono reso conto che Giulio non è quello scrittore quasi classico che io pensavo. E' anche uno scrittore bataillano.
Ci sono molti Giulii, troppi e da ora in poi, starò in guardia. Tutto questo che c'entra con il freddo che amo più di lui (mi fa impazzire di gioia l'idea di vivere a meno venti: chissà quanto ci mettono le parole e le idee a formularsi: forse di cristalizzano prima ...)e con Venezia e lo scrivere solo un blog? Probabilmente nulla ma anche molto. Buon giorno.

Posted by: g. tasca at 18.12.03 08:47

Si può amare qualcuno senza conoscerlo?
Io amo Armando Gnisci.

Posted by: emma at 18.12.03 10:52
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