Oggi, a Milano, un nuovo amico mi ha regalato Tom Jones di Henry Fielding, uno dei tantissimi Libri Che Non Si Può Non Aver Letto e che io non avevo mai letto. Il libro, dopo la prefazione dedicatoria, comincia così:
L'autore dovrebbe considerare se stesso non come un gentiluomo che offra un pranzo in forma privata o d'elemosina, bensì come il padrone d'una taverna aperta a chiunque paghi. Nel primo caso, colui che invita offre naturalmente il cibo che vuole, e quand'anche questo sia mediocre e magari sgradevole ai loro gusti, gli ospiti non debbono protestare; ché l'educazione impone loro d'approvare e lodare qualunque cosa venga loro posta dinanzi. Proprio il contrario accade al padrone d'una taverna. Quelli che pagano vogliono dar soddisfazione al proprio palato, anche quando questo sia raffinato e capriccioso, e se non è tutto di loro gusto, si sentono in diritto di criticare, di protestare, d'imprecar magari contro il pranzo, senz'alcun ritegno.
Bisogna dire che se nel 1745 (anno in cui Fielding cominciò a scrivere il Tom Jones) mancava la tecnologia, l'idea del blog c'era già tutta. In alternativa, si può pensare che il blog non sia una faccenda poi così nuova, se non per l'aspetto tecnologico.
Ma l'importante è questo: che ho cominciato a leggere il Tom Jones appena partito il treno, alle 20.20 circa, sono sceso a Padova alle 23.15, e sono arrivato a pagina 147. Era dalla lettura del Tristram Shandy di Lawrence Sterne che non mi divertivo così tanto.
Devo rivedere i miei pregiudizi sul romanzo inglese.
[L'edizione del Tom Jones che ho citata è quella Garzanti, con traduzione di Ada Prospero riveduta da Carlo Pagetti]
Posted by giuliomozzi at 24.12.03 01:17 | TrackBackIn effetti c'è un senso compiuto e un unico destino in quello che dice Henry Fielding e ciò che il blog in quanto espressione della tecnologia rappresenta: Volontà di potenza. Dominio. La logica del padrone è stata già magnificamente illustrata nella dialettica tra il Signore e i servi da Hegel nella Fenomenologia dello Spirito. Il Signore ha dunque bisogno del riconoscimento del servo. Altrimenti il Signore non esiste. La paura del Signore è l'inzio della Sapienza, dice Hegel, ma l'apparto scientifico tecnologico sta diventando esso il Signore; che peraltro non deve più accontentarsi del riconoscimento di un Servo, ma riesce ad essere riconosciuto anche dal Signore, cioè da se stesso - oltre che dai Servi, ossia dalle forze della tradizione occidentale, che illudendosi di servirsi della tecnica sono destinate a servirla. Anche la tecnica sta così venendo "nella sua gloria". Adesso la piccola gloria dei blog!
Posted by: luminamenti at 24.12.03 08:03Ma voi siete proprio così sicuri di sapere cosa sia la volontà di potenza in Nietzsche? Mai sfiorati dal dubbio che - al suo acme - si rovesci nel suo contrario. In un sottrarsi?
Posted by: dubitoso at 24.12.03 08:20L'esito più alto di una lettura della Volontà di Potenza mi sembra essere il "Nietzsche" di Heidegger e "L'Anello del Ritorno" di Severino. Non credo più, come un tempo feci, alla lettura che ne diede Deleuze.
Il contrario della volontà di potenza lo disse insuperabilmente Agostino:
"In quibus enim requiescere dicitur spiritus tuus, hos in se requiescere facit".
La quint'essenza dell'Amore.
"L'areostato dell'esperienza è di fatto naturalmente legato alla terra e astretti a quella necessità ci dondoliamo, grazie a una fune di notevole lunghezza, nella navicella più o meno capiente della nostra immaginazione, ma è della fune che sappiamo dove ci troviamo, e dal momento che recidiamo la fune ci troviamo al largo, senza più rapporti con cose e persone…L'arte del romanziere sta, "per puro divertimento", nel recidere la corda insidiosamente, reciderla senza farsi sorprendere da noi" Henry James, L'ARTE DEL ROMANZO.
Posted by: cletus a.a. at 24.12.03 09:29Caro Cletus, questa battuta di Henry James (un altro Scrittore Che Non Si Può Non Aver Letto e che io non ho letto) mi ricorda l'inizio dell'"Amore fatale" di Ian McEwan. Una grande scena con una mongolfiera, delle corde che ne pendono, gente che cerca di afferrarle per trattenere la mongolfiera... (anche "L'amore fatale" è un libro che non ho letto; ma l'incipit me l'ha raccontato Stefano Brugnolo, dopo che al Festivaletteratura di Mantova l'aveva sentito leggere da McEwan in persona).
Posted by: giuliomozzi at 24.12.03 09:50caro giulio, commosso. ho preso quel libro (henry james) da remainders, letto molto frettolosamente (ci tornero'...) e piacevolmente sorpreso di trovarla, debitamente virgolettata, come incipit del postumo di burgess (notizie dalla fine del mondo). Come direbbe De Niro in Ny, Ny, "cazzo, e' l'accordo magico !!!"
Posted by: cletus a.a. at 24.12.03 10:00Bel libro, Tom Jones. Delizioso ed esilarante il film, poi, girato nel '63 con la regia di Tony Richardson. Recentemente lo hanno rimasterizzato in DVD. Io l'ho visto in cassetta, uno o due anni fa: stava allegata come gadget a una rivista, assieme al libro, e ne ho approfittato per vedere la prima e leggere il secondo.
Posted by: mauro at 24.12.03 10:02Ah, quasi dimenticavo!... Complimenti per i due link chicca della sezione "Chi comanda oggi in Italia". Grazie a te ho scoperto perché i partiti di governo stanno cercano di annientare la satira: fanno fuori la concorrenza per detenere il monopolio. Infine, poiché non credo navighero ancora per oggi, Buon Natale. A Giulio Mozzi e a tutti i visitatori di questa pagina.
Posted by: mauro at 24.12.03 10:07Ah, Tristram Shandy di Lawrence Sterne! In Lezioni Americane ne parla anche Calvino citando una introduzione al libro di Carlo Levi. Shandy e l'orologio. La morte sta negli orologi ('Tutto il tempo' un cronometraggio) e poi 'Shandy non vuole mai cominciare per non dover finire'. Ricordi, Giulio, quando dicevo frasi come 'ogni principio è già di per sè la fine'... ecco. Tristram Shandy è un libro che Va Letto. Come Calvino, che ha generato così tanti epigoni con quel suo libricino Lezioni Americane (Arbasino, Celati, Bene, Eco forse... così tanti dicevo che Lezioni Americane mi appare oggi persino superato, frusto. Be', un piccola divagazione. Tanto per gradire.
Posted by: Marco Candida at 24.12.03 11:03io leggo per legittima difesa
Posted by: luciano laremi at 24.12.03 15:37"ogni principio è già di per sè una fine" dice Candida. "In my beginning is my end." dice la sessione East coker del primo quartetto di T.S. Eliot.
Posted by: non credo serva nessun nick: ho ormai ottenuto lo status di paria at 24.12.03 19:03Caro non credo serva nessun nick: ho ormai ottenuto lo status di paria, infatti Eliot mi pare sia un impiegato di banca del '900: il più grande impiegato di banca del'900 poetico per la precisione. E questa della nicciana fine che si salda circolarmente col suo principio, questo eterno ritorno all'eterno, è una delle tematiche dominanti degli ultimi duecento anni di pensiero filosofico (chissà se hai visto il professor Severino a Otto e mezzo qualche settimana fa, quando si discuteva di fecondazione artificiale...). Internet è l'esempio migliore di questa principio-già-fine: intenet inteso deleuzianamente come rizoma, come nel Castello di Kafka, pieno di entrate. ...Ma scriverò io forse qualcosa su tutto questo prossimamnete sul mio blog. Volevo solo precisare che tutto ciò che penso è terribilmente à la page: al passo coi tempi... e i miei ripescaggi serviranno ai tempi. Col tempo. Feliz Natal.
Posted by: Marco Candida at 24.12.03 19:15Non so cosa abbia detto Severino a Otto e Mezzo, ma la tesi di Severino non è L'Eterno Ritorno, qualunque cosa questo Eterno Ritorno sia, nell'interpretazione dei Greci o nella mente di Nietszche che non arrivò a completare, né nell'interpretazione nietszchiana di Deleuze, tesi questa ben nota, corretta da lui in senso evoluzionistico direi. Una spiegazione sintetica del pensiero di Deleuze al riguardo la si può trovare in "Divenire molteplice. Nietszche, Foucault ed altri intercessori" ed. Ombre Corte, ma la sua complessa teoresi è dentro Differenza e Ripetizione, Raffaele Cortina Editore.
Per comprendere invece cosa è l'Eterno in Severino bisogna andarsi a leggere questi quattro testi: La Struttura originaria, Essenza del Nichilismo, Destino della Necessità, La Gloria. La critica all'eterno ritorno invece può essere compresa nel testo L'Anello del Ritorno.
Recentemente è uscito un testo per Einaudi dove la concezione del Tempo di Severino ha avuto in fisica un forte sostegno teoretico.
Da ricordare che Henry Fielding è lo scrittore che ha definito il romanzo moderno:
"Poema eroicomico in prosa".
Definizione che è stata portata a spasso in tutto il 900 grazie a Joyce che l'ha ripresa per il suo Ulisse.
Da ricordare anche che ormai siamo nel XXI secolo.
(ormai?)
Caro Luminamenti, quando faccio riferimento a Severino nel mio intervento lo faccio perché è da lui che ho preso la frase che avevo appena detto. "E questa della nicciana fine che si salda circolarmente col suo principio, questo eterno ritorno all'eterno, è una delle tematiche dominanti degli ultimi duecento anni di pensiero filosofico (chissà se hai visto il professor Severino a Otto e mezzo qualche settimana fa, quando si discuteva di fecondazione artificiale...)". Tutto qui.
Non ho la più pallida idea di quale sia la tesi di Severino se l'Eterno Ritorno o la differenza come ripetizione senza concetto - già che ci siamo: Deleuze parte mi pare più da Derrida che da Nice, fermo restando che Derrida parte da Heidegger e Heidegger da Nice - e che quindi partono tutti da Nice. Insomma Nice è la matrice. Ecco, no, volevo precisare. Comunque la tua divagazione è molto amabile.
Caro Roberto, è da ricordare anche che nell'Ottocento il Romanzo ha desiderato essere assai più, e spesso tutt'altro, che un "poema eroicomico in prosa". I Grandi Romanzi tra fine Otto/inizio Nove (Moby Dick, Karamazov, Ulisse, Ricerca del temperdù, Storie di Giuseppe, Uomo senza qualità, eccetera) sono invece veramente dei "poemi eroicomici in prosa". Ci sono due distinte idee di Romanzo, in giro per l'Europa. Il Romanzo/Rabelais/Sterne, da una parte, e il Romanzo/Defoe dall'altra. Il romanzo che si fa beffe della verosimiglianza (pur sapendola usare) e il romanzo che sulla verosimiglianza scommette tutto. Mi pare. Che. Sia. Così.
Posted by: giuliomozzi at 25.12.03 18:28No, Deleuze non parte e neanche arriva dalle parti di Derrida. Deleuze oltretutto è molto lontano dal percorso di Derrida.
Sì, certo quella frase di Severino è coerente con la contestazione di Severino dell''Eterno Ritorno e del Divenire.
A me sembra che in quanto a distinte idee di romanzo la distinzione non possa ridursi a due modelli e sopratutto è insignificante il problema della verosimiglianza o non verosimiglianza come modello di distinzione del romanzo. Credo ci siano altre dominanti, tra le quali quella che mi sembra significativa è la crisi del soggetto nel romanzo moderno. Questo molto in breve.
Posted by: luminamenti at 25.12.03 19:56Caro Luminamenti, che il narratore si dia o non si dia la verosimiglianza come scopo, a me pare una distinzione fondamentale. Ovviamente il darsi o non darsi la verosimiglianza come scopo è un fatto operativo, pratico. Che il narratore tenti o non tenti di "ingannarmi", tenti o non tenti di "farmi sospendere la mia incredulità", non mi sembra una cosa "insignificante". Ma di questo riparleremo altre volte. Mi fermo. Sono sull'orlo della vacanza.
Posted by: giuliomozzi at 25.12.03 21:46Caro Giulio Mozzi, il fatto che il narratore pensi, si prefigga come scopo la verosimiglianza o meno è certamente importante per lui nell'economia della creazione, ma rimane insignificante in relazione a quanto tu hai scritto: "Ci sono due distinte idee di Romanzo, in giro per l'Europa. Il Romanzo/Rabelais/Sterne, da una parte, e il Romanzo/Defoe dall'altra. Il romanzo che si fa beffe della verosimiglianza (pur sapendola usare) e il romanzo che sulla verosimiglianza scommette tutto".
Non è così!
Cioè, non è la verosimiglianza ciò che può essere considerato fondamentale per caratterizzare la distinzione di idea di romanzo. Seguivo il filo della tua deduzione. Ancora più esplicitamente: non credo proprio che sia la verosimiglianza il criterio attraverso cui è possibile costruire una distinzione di idee di romanzo. Inoltre, come accennai in altri tempi, è da prendere con le molle e le dovute cautele questo concetto di verosimiglianza. Nella prima metà del 20entesimo secolo i formalisti russi e gli strutturalisti svilupparono alcune teorie riguardanti la letterarietà, la poeticità e la narrazione. A partire dal 1960, l'interesse per la narrazione dei romanzi e nei generi di prosa breve ha condotto alla sottodisciplina della narratologia. Libri molto noti come quelli di Booth (1961), Chatman (1978), Genette (1972) hanno fornito modelli e strumenti raffinati per l'analisi di testi narrativi complessi. Uno dei concetti più elaborati è quello denominato "modalità di narrazione" con la sua relazione con il ruolo del "narratore" nelle sue varie forme, le questioni del "punto di vista", della "focalizzazione", della "distanza narrativa", della "verosimiglianza" e "realismo" e "fiction" di un testo. Tali concetti si basano sopratutto su attente osservazioni linguistiche e testuali. Comunque, la maggior parte delle spiegazioni teoriche e delle analisi pratiche implicano delle intuizioni sugli "effetti" che le loro diverse varianti possono avere sui "lettori".
Sebbene, implicitamente, i narratologi sembrino mirare ad una spiegazione della risposta del lettore, essi non hanno mai messo in discussione le loro intuizioni e le loro presupposizioni. In linea con la tradizione dell'interpretazione ermeneutica (che personalmente rigetto nella sua accezione ideologica ed estesa) e anche con l'estetica della ricezione, gli effetti presunti delle caratteristiche testuali non sono stati quasi mai verificati empiricamente, studiando atti di lettura effettuati da lettori reali. Questa mancanza di controllo sulle supposizioni e sulle intuizioni riguardanti i lettori e i processi di lettura è stata una delle debolezze degli studi letterari tradizionali contro i quali lo Studio Empirico della Letteratura si è ribellato negli anni Settanta. I fondatori della ricerca empirica sulla Letteratura come Norbert Groeben (1980) si sono riferiti, come alternativa, agli approcci e ai metodi delle scienze sociali, che prendono a modello le scienze naturali. Un approccio possibile è stato quello della ricerca sperimentale, nella quale gli effetti delle variabili sono studiati in ambiente controllato. Gli esperimenti devono essere condotti in modo tale da fornire dati statisticamente validi, rappresentativi ed oggettivi (il discorso cmq in questo senso è molto articolato per un problema di controllo della variabili). Per dire in breve un risultato. Un ostinato concetto anti-empirico, presente nelle teorie letterarie pre-empiriche, è quello di "lettore". Nei lavori di estetica della ricezione, da Roman Ingarden a Wolfang Iser e Umberto Eco, il "lettore" è un'identità idealizzata, non empirica. Sebbene le prime teorie sulla lettura si rendessero conto che i lettori provenienti da periodi e culture diverse leggono e comprendono in condizioni ben diverse, esse tendevano a costruire un lettore più o meno ideale che derivava dalle strutture testuali. Questo significava che ipotizzavano che i testi guidassero i processi di lettura ed evocassero una risposta determinata. Le ricerche sullo sviluppo nella lettura della narrativa hanno mostrato differenze considerevoli nelle strategie di lettura e considerazioni intorno alle modalità narrative e ancora più in particolare la difficoltà a distinguere fra la "finzione" creata nel processo di percezione e di narrazione e la "realtà".
Mi stupisco che tu che dici di fare corsi di scrittura creativa possa basare la distinzione di idee di romanzo sulla verosimiglianza. C'è ben altro su cui costruire come fondamentale la distinzione (e anche la tipologia) tra romanzi!
Gentile Luminamenti, ma come fai a dire che Deleuze non parte da Derrida? A parte che questo 'parte' mi fa schifo in partenza. Però assumiamolo. Come fai a sostenere questa cosa? Deleuze parla di significanti - ne parla, ho i libri e ne parla. E poi la distinzione tra significante e significato, la differance che riprende l'heideggeriana distinzione di ente essente nella differenza ontologica, ecc. ecc. è tutta roba di Derrida che Delueze riprende, eccome se riprende! Come fai a dirlo così: no, deleuze non parte ne arriva... Boh? E poi si ragiona sempre per filotti - io ragiono per filotti. Allora ti propongo un filotto: Platone, Agostino, Hegel e altri. Un altro minifilotto: Leopardi-Pascoli e altri. (Che si può agganciare al filotto precedente, se vogliamo). Un altro filotto: Nice - Heidegger - Derrida - Deleuze. Oppure: Nice - Jaspers - Lowith. E' chiaro che ogni filotto sviluppa una tematica precisa. Lacan riprende Freud facendosi portabandiera dello strutturalismo nello psicoanalisi - ad esempio. Ora Freud non è che riguardi lo strutturalismo, ma in un certo senso riguarda. (Poi figurati io sono contro le 'categorie' e alle divisioni in generale). Vabbé, basta, Buon Santo Stefano. Vado di fretta, però ci sono rimasto un po' così quando ho letto il tuo intervento quel "No, Delueze non parte...". Mah... Ciao.
Posted by: Marco Candida at 26.12.03 14:27Caro Luminamenti, ma che libri leggi? Sapresti indicarmene qualcuno? Sei più colto di Stefano Somma! Però quella cosa di Deleuze - ho letto che hai letto Eco: ecco, leggilo! E poi è di Alessandria! E Arbasino è di Voghera! Tutti posti ad un tiro di schioppo da Tortona! Buon Santo Stefano - tra l'altro oggi è l'onomastico di mio cugino.
Posted by: Marco Candida at 26.12.03 14:35Di signifcanti ne parlano in tanti e certamente anche Deleuze, ma il discorso di Deleuze è lontano mille miglia da Derrida e tra l'altro il ruolo che dà al significante se vogliamo limitarci a questo questione è molto differente in Derrida e Deleuze. I punti di contatto sono veramente pochi e per comprenderlo basta leggere Logica del senso o alcuni passi dell'Antiedipo, ma un discorso sulla semiotica post-significante più organico e che cerca di andare al di là del significante e del significato, assolutamente inconcepibile per Derrida lo trovi da pagina 199 a 263 nel volume Rizoma. Millepiani. Capitalismo e schizofrenia sez. 1, Ed. Castelvecchi. Ma non solo qui. Cosa leggo? adesso dici? Sto rileggendo la Morte di Virgilio di Broch e i libri dello psicoanalista Davide Lopez, La Passione nel matrimonio di David Schnarch e le poesie di Robert Frost.
Posted by: luminamenti at 27.12.03 08:23Gentile Luminamenti, il fatto che Derrida e Deleuze arrivino a e pongano questioni in modo radicalmente diverso - anche se avrei da obiettare su questo radicalmente - non significa che non possano essere accomunati. E' chiaro che dei significanti, per limitarci a questo aspetto parlano in tanti e in modi diversi: ma questo è sufficiente per tracciare una linea di tradizione. Se parli hobbit e di orchi stai pescando da un magazzino di idee che fa riferimento alla fantasy - se parli di zombie di golem di vampiri stai pescando dai Grandi Magazzini Horror: dopodiché puoi anche arrivare a costruire una storia che ha pochissimo a che fare - come esiti, come qualità - con il Magazzino dal quale prendi roba in prestito, ma è pur sempre da quel Magazzino che ti sei rifornito. Ora, è chiaro che Deleuze, Derrida, ma, vuoi che ti stupisca?, Borroughs, Joyce possono essere accomunati: sono stati i pensatori che hanno posto per primi il problema della testualità - del resto se non sbaglio è proprio Derrida con la Farmacia di Platone e poi con Della Grammatologia che parla per primo del mito di Teuth... non lo fa per caso; e dopo di lui altri, fino ad arrivare ad Eco negli anni Ottanta, pensa un po'. Con esiti diversi hanno posto tutti il problema della testualità: Derrida in modo imprescindibile dividendo significato e significante, però a sua volta riprendendo la rivoluzionaria intuizione di Heidegger di essere essente; poi Deleuze parlando proprio del rizoma e individuando le tre tipologie di libro (i due libri radice e poi appunto il libro rizoma) - del resto questa idea del rizoma è collegata con la visione del tempo di Deleuze... Fermo restando che tutti i più grandi pensatori che non possono che partire dai miti greci, platonici e far riferimento a quel Grande Magazzino di Idee: tutti i grandi libri di filosofia partono da un mito antichissimo che viene riletto alla luce dell'etrà contemporanea e delle problematiche ad essa connessa (senti come scrivo bene, veh...). E quindi insomma... Cosa dire? Attento con la cultura. La cultura è un fatto di visione: non è sapere questo o quello: non è informazione!
Posted by: Marco Candida at 27.12.03 15:16La cultura è attenzione secondo la definizione di Simone Well a cui aderisco. Detto questo, è chiaro che possiamo dati due esseri umani trovare analogie, punti di contatto, idee comuni, e tutto quello che vogliamo vedere, comprese le differenze. Tornando invece alla cultura, cioè all'attenzione, possiamo dire che la Filosofia di Derrida viaggia su un percorso molto lontano da quella di Deleuze. Derrida non prende quasi niente da Deleuze e Deleuze non prende quasi niente, anzi si oppone ampiamente al discorso filosofico di Derrida, come del resto ha detto lui stesso, oltre che leggerlo nei testi. No, non possono essere accomunati, perchè gli esiti filosofici sono molto differenti, a meno che per comune non s'intenda l'appartenza allo stesso genere sessuale, la frequentazione francese e l'insegnamento. Letture diverse, autori di riferimento diversi, idea della filosofia diversa, ma ciò è già ampiamente noto ai loro lettori specialisti. Poi, quando uscirà un testo che m'illustrerà magari nuove scoperte che possono mettere in luce analogie, le considererò con senso critico e curiosità. La filosofia comparata è agli albori, in Italia uno dei pochi che se ne occupa è Pasqualotto, che cmq ha fatto studi comparativi tra filosofie occidentali ed orientali e mi desta molto più interesse.
In ogni caso sia l'uno che l'altro non sono miei punti di riferimento, a parte il riconoscimento della loro sottile intelligenza e qualche loro testo che mi ha colpito e che mi è utile per delle ricerche. E che vorrà dire la testualità? Pure mio padre usa il testo, legge il giornale e pensa, e questa è l'unica cosa che suppongo potrebbe avere in comune con Derrida e Deleuze. Con la vaghezza possiamo trovare, credere di trovare tutto in comune. Meglio trovare le differenze. Nel caso poi di derrida e deleuze non bisogna sforzarsi tanto.
aggiungo. non ho mai parlato d'informazione, ma dire cose campate in arie non è visione, al massimo esercizio di fantasia e naturalmente possiamo fantasticare come ci pare, è divertente.
in quanto alla testualità, a quello che la masturbazione mentale ha fatto scrivere su questo tema, sono poco interessato, mi basta lòa chiarezza logica buddista. su joyce si è espressa bene a mio parere Virginia Wolf: qui pro quo. Personalmente lo considero uno scrittore minore, un piccolo, scadente scrittore animato da presunzione e ambizione smodata (la sua rovina letteraria), uno scrittore dalla cultura enciclopedica, conoscitore di tutto o quasi, ma sostanzialmente incapace di utilizzare sapientemente lo scibile accumulato, un caso di studio per Simmell. Mi annoia terribilmente. Quando invece leggo Dickens, Balzac, o Guerra e Pace mi viene voglia di non abbandonarli mai. Quando leggo Tolstoj c'è tutto!
Gentile Luminamenti, sono un po' in curva. Perché vai dritto come un treno come se sapessi molto bene ciò di cui parli; però quello che dici mi suona un po' fuori da quello che ho sempre saputo io. All'Università del Piemonte Orientale di Alessandria si insiste molto su Foucault - che centra moltissimo con quello di cui stiamo parlando. E quando ho partecipato al corso di filosofia del diritto il mio professore sensibilizzava proprio su questi argomenti: su Derrida, Delueze e la testualità. Peraltro era tutta roba che già conoscevo per il tramite di Carmelo Bene - che non a caso pone la questione del suono, del rumore della parola. Quindi... boh? Ho un libro qui davanti a me che si intitola Come si produce un CD Rom e nella parte dedicata alla storia e alla filosofia sul 'testo' si parla di Deleuze e di Derrida. Per esempio. Poi Eco. Per esempio. Non so. Boh? Non dico affatto cose campate per aria; cerco solo di non annoiare e di non assumere uno stucchevole tono da professorino quando mi esibisco in qualche vomitata da letture. Bene. Su Joyce non dico nulla. Però sei sicuro che non sia troppoc semplice quello che fai tu: tu leggi il libro di uno che spara a zero su Joyce e lo liquidi. Poi fai come vuoi, ma non ti pare di venire un po' troppo influenzato da tutto quello che leggi: di 'aderire' un po' troppo? Non so. Leggere troppo senza vagliare criticamente, aderendo, può essere rovinoso: lo spirito critico ce lo si fabbrica da sè. In realtà aderire a quello che diceva la Wolf significa liquidare tutto il Novecento, perché molti libri hanno seguito le prospettive tracciate da Joyce. Io una volta ho scritto 'superiamo Joyce!'! Ma non ho mai scritto 'torniamo a Virginia Wolf'.(Rispettabilissima scrittrice). Adesso ciao.
Posted by: Marco Candida at 28.12.03 10:45Dov'è che avrei detto che ho letto il giudizio della Virgina e quindi ho dedotto che Joyce...?
Ho solo riportato il parere di una scrittrice che ha detto una cosa che coincide con l'esito che ho dato alla lettura che ho fatto di Joyce.
In linea di massima poi quasi tutti i giudizi della Wolf mi trovano solidale.
Se fossi influenzato da quello che leggo dovrei dire che Joyce è grande. Ho semplicemente letto Joyce e l'ho rigettato. Poi ho anche letto il giudizio della Virginia, poi ho scoperto che c'erano altri che la pensavano in un dato modo. Poi ho letto Mcluhan, uomo brillantissimo che ha una grande visione di Joyce ma non mi ha convinto.
Detto questo penso di leggere, anzi che si legga per farsi influenzare, se no che si legge a fare? ma c'è modo e modo di beccarsi l'influenza!
Su Carmelo Bene, Derrida, Foucault (che certamente è molto più vicino a deleuze, poi vi fu la rottura epistemologica)so ciò che si fa in genere nelle università italiane e straniere.
Eco mi desta poco interesse con la sua semeiotica anche se ha saputo scrivere saggi intelligenti. Ma l'intelligenza non è tutto a mio parere e non coincide necessariamente con la verità delle cose!
Derrida poi è celebrato dappertutto, parlo di università, come Gadamer del resto, che io definisco la quint'essenza del nulla insieme a Popper. Ma Derrida non c'azzecca un acca con Deleuze (avranno in comune qualche vocabolo nei loro libri, ma siccome ci sono tanti che vogliono fare i Derrida, perchè rende, allora tentano di fare quello che solo Derrida è riuscito a fare: fare debordare un testo, far venire alla luce ciò che è marginale nei testi di molto classici trovandoci ciò che non vi è. Ma Derrida è bravo, bravissimo in questo, cosa poi rimane di questa operazione effettuata con una straordinaria intelligenza è a mio parere molto poco. Sono persona molto concreta che fa dell'astrazione un mezzo per rendere la mia vita ancora più concreta, mi è più utile Plutarco, Lucrezio, Seneca, Filone d'Alessandria, Epitetto di Derrida. Ti consiglio cmq la lettura straordinario del suo testo il Gusto del Segreto) Foucault, anche lui molto alla moda nelle università italiane, è stato capace di mettere insieme materiali straordinari, alcuni suoi lavori di ricostruzioni dell'esegesi storica sono notevoli. La sua filosofia, in sé, resta penosa, disturbata dalla sua mente traumatizzata. Non c'è rigore, né poesia! Un uomo ammalato e come si dice qui da noi inturciuniato!
Straordinario e poderoso è però il suo corso al Collège de France a cui partecipai personalmente. Ero poco più che un ragazzino ma le sue lezioni e il suo carisma oratorio è cosa indimenticabile, mi è stato utile professionalmente anni dopo. Quello è il lavoro di Foucault che più mi è stato prezioso, ricchissimo.
Di professorini all'università che scrivono, dicono su derrida, foucault, Deleuze, ce ne sono a iosa. Sono estraneo all'ambiente accademico e ai suoi toni in generale, ogni tanto per necessità faccio dei corsi ma non è luogo che mi aiuta a sapere. Certo può capitare l'incontro straordinario, quello che t'illumina, ma è sempre più raro e dipende dal modo come è concepita l'università e come l'hanno fatta morire nel 68.
Non c'è più nessuna autoritas, per cui ognuno dice la sua e come si dice? tutto è relativo!
Ma non per me!
Che poi tutti siamo influenzati è da una vita che lo insegna in maniera inpareggiabile il Dhammapada. Saperlo è già un passo avanti sul sentiero dell'attenzione!
Gentile Luminamenti, ma chi sei? E quanti anni hai? Cosa sei? Un professore? Tieni corsi? In cosa sei laureato? In quanto a questo non ci azzecca un'acca, mah... Boh? Mi inchino al tuo sapiente collage di titoli di libri - non è che sei un furbacchione, eh?
Posted by: Marco Candida at 29.12.03 08:35Ho 43 anni, ho studiato medicina e fisica (ufficialmente) e mi occupo di formazione (scuola, università, aziende, FSE, editoria).
Per il resto delle tue osservazioni posso dirti che leggo, scrivo e cerco di dire la verità.
Caro Luminamenti, no, guarda, ma io penso direttamente che tu sia Dio.
Posted by: Marco Candida at 29.12.03 11:39Caro Luminamenti, scrivevi qualche giorno fa (il 26, mentre io viaggiavo, ignaro di tutto, verso la Val Gardena): "Mi stupisco che tu che dici di fare corsi di scrittura creativa possa basare la distinzione di idee di romanzo sulla verosimiglianza". Ma io non ho parlato di "verosimiglianza". Ho parlato del "darsi la verosimiglianza come scopo". Non ho parlato di "romanzo com'è", ma di "idea di romanzo". Stai criticando delle opinioni che non sono le mie. Comunque io non "dico di fare corsi di scrittura creativa". Io effettivamente faccio corsi e laboratori di scrittura e narrazione. En passant: credo che il "sapere" necessario a produrre scrittura e narrazione sia un "sapere" assai diverso dal "sapere" necessario a esercitare la critica e a scrivere la storia e a inventare la teoria della letteratura. Quando parlo, parlo sempre (mi pare così evidente che non mi do tanta pena di specificarlo) dal punto di vista del produttore di scrittura e narrazione.
Posted by: giuliomozzi at 29.12.03 15:55Per Giulio Mozzi e poi Candida.
No no stavo criticando proprio quanto tu hai scritto, ho riportato la tua frase tra virgolette.
Se poi parli dal punto di vista di chi produce scrittura e narrazione parli di qualcosa che comprende anche tutto il resto. Il sapere non è a compartimenti stagni. Quando scrivi non eserciti critica verso te stesso? Non eserciti le tue idee? che banalità che hai detto!!! In quanto al fatto che non fai scrittura creativa ma altro io ricordavo diversamente. Mi correggo subito. Mi stupisco che tu dica quello che hai detto quando vai dicendo che fai laboratori di scrittura e narrazione. Ma poi non c'è la scuola e l'università per questo? Così penso che vada bene!
Le nostre idee ci influenzano, ma questa non è una grande scoperta!
Per Candida. Non saprei che farmene di essere Dio, mi basta correggere la mancanza delle tue letture che ti fanno presupporre cose assolutamente non vere non avendo letto determinati autori dalla a alla zeta. Per correggerti non occorre molto sforzo divino, basta leggere i testi (in un paio di anni ce la puoi fare) e accorgersi che parlare senza averli letti rischia di fare fare una cattiva figura quando si è scoperti. In questo caso molto facilmente, dato il tipo di reazione banalotta e presupponente tipica dell'adolescente scoperto a fare le marachelle! Ma puoi sempre correggerti leggendo tutto quello che ha scritto Deleuze e Derrida e rendertene conto da solo. Occorre solo un poco di onestà e neanche molta intelligenza! Capisco anche che hai difficoltà ad ascoltare e approfondire l'opinione altrui. Non era un esame, ma un osservazione per evitarti di andare fuori strada. E' chiaro poi che la devi verificare da te studiando e non con risposte sciocche! Chissà perché ci si indispone se ci si accorge che qualcuno trova falle nei nostri discorsi. Quando seguo, m'incontro con Severino non posso non riconoscere che posso solo imparare da una persona che studia filosofia da molti più anni di me e ha una conoscenza profondissima. Per imparare ci vuole umiltà!
Aggiunta per Mozzi. Dici che viaggiavi ed eri ignaro di tutto. E che vorrà significare questo discorso? Non eri mica ignaro che si può continuare a scrivere nel blog anche in tua assenza, lasciando a dopo le repliche. O forse c'era il divieto tassativo di scrivere in tua assenza?
Posted by: luminamenti at 29.12.03 17:05Caro Giulio t'inviterei a invitare il motore di ricerca Google a non associarti a scrittura creativa. Ho capito bene quello che volevi dire in tal senso, ma Google non è d'accordo. Addirittura in fondo si dice che hai fondato la piccola scuola di scrittura creativa! E poi non dici anche nel tuo blog che annamaria manna è la migliore guida per la scrittura creativa? E Google mi dice che: "Scrittura Creativa - Guida di superEva
... Lezioni di scrittura. Giulio Mozzi scrittore e insegnante di scrittura creativa,
ha riunito 9 lezioni esemplari di scrittura creativa. "Lezioni di scrittura. ...
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Forse dovresti dirlo ad annamaria manna di presentarti meglio invece di precisarlo con me! Arrampicarsi sugli specchi è pericolo. Fine prima parte.Buon fine anno. Ci sentiamo ad anno nuovo.
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... htm Il Ricettario di scrittura creativa di Stefano Brugnolo e Giulio Mozzi è
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... di scrittura con lo scrittore Giulio Mozzi il 12 ... poesia a Firenze La scrittrice e
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a tema". Il corso del lunedì, condotto da Giulio Mozzi e Monica Benucci ...
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Giulio Mozzi
Data di Nascita: 1960 Biografia: Giulio Mozzi insegna nei ... fondato nel 1993 la Piccola
Scuola di Scrittura Creativa. Carriera: E' stato docente di scrittura e ...
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Posted by: luminamenti at 29.12.03 20:12Caro Luminamenti, ma cacchio dici? Cioé non riesco a capire se fai sul serio oppure prendi in giro tutti. I tuoi discorsi non sono supportati da nulla: tu fai un callage di titoli di libri e dai contro a tutti. Poi 'sta cosa che ti vedi con Severino... E che sei andato al corso di Foucalt... Mah... Mi è persino venuta la morbosa idea che tu in realtà sia Giulio Mozzi che gioca con se stesso - quando hai detto che hai 43 anni. Comunque non mi pare che hai trovato grandi falle nel mio discorso, anche perché devo capire che discorso ho fatto io... - ho solo detto che Derrida e Deleuze sono accumunabili - poi se tu sei un ultraspecialista e va bene comprerò il tuo libro appena lo pubblichi. Sa vot ch'at diga? No, ma tu non sei Dio; tu sei il mio amico Giulio Mozzi.
Posted by: Marco Candida at 29.12.03 20:23Caro Candida (continuiamo a volerci bene con il famoso cari e care di ascendenza mozziana e che è tutto un programma psichico che uno di questi giorni deluciderò)non vado contro tutti. La cultura non è andare contro,ma come ho detto attenzione. Ti ho solo corretto perchè è evidente che non hai letto abbastanza, sufficientemente e bene Deleuze e Derrida.
Che c'è di strano che uno abbia contatti con scrittori e professori universitari? Severino lo scoprii quando avevo 17 anni leggendo un'intervista di Vera Slepoj sul Riza Psicosomatica di tanti anni fa, quando era diretta ed era quella magnifica rivista diretta da Oreste Speciani. Mi colpì, il suo discorso, iniziai a leggere suoi libri e gli scrissi un saggio e lui mi rispose. Poi Severino è venuto tante volte a Palermo e viene regolarmente per i convegni su Nietzsche organizzati da Fallica. Poi avendo lavorato a Milano, andavo a venezia. Che ci troverai di così sconvolgente? In Francia ci ho vissuto alcuni anni, quando avevo 20 anni e ho frequentato il corso il collage di france.
La mia età? che c'è di strano che ho 43 anni? Sono un marziano del 60, quindi sono più verso i 44. E' un età sconvolgente per te? e che pensavi che fosse avere 44 anni? e quanti dovevo averne per essere credibili? Ma hai ancora i fusibili a posto?
Sei proprio strano e poco candido, mai nome fu meno appropriato. Questa idea di vedere ovunque e dietro il nick qualcun altro, di pensare di essere presi per il culo, di pensare di essere giocatie da altri è un alterazione della capacità umana di vedere ciò che conta, l'essenziale, la capacità di dialogo e di confronto sereno e senza scendere alle banalità dell'affermazione inconcludente dell'esser dio o non esserlo. D'altra parte che tu hai difficoltà di lettura è evidente, se sei arrivato a pensare che ciò che ho detto di Joyce l'ho ricavato dalla Virginia Wolf, quando io invece ho letto i suoi libri e mi trovo d'accordo con il suo giudizio che ho riportato perchè sinteticament esprime molto bene ciò che ne ho ricavato. In quanto al fatto che i miei discorsi non sono supportati dal nulla, non mi sembra questo un argomento, ma la solita banalità. Ti ho persino indicato da pagina a pagina di un testo (millepiani ed. castelvecchi), invitandoti a leggerlo, per farti vedere come il discorso di Deleuze non ci entri niente con i discorsi di Derrida. Non hanno neanche letto gli stessi autori fondanti la loro filosofia.
Mi sembra che ciò sia qualcosa più del nulla, ti ho specificato come Delleuze e guattari hanno sviluppato una semiotica post-significante che è lontana e contraria mille miglia da quella di Derrida che invece fonda il suo discorso su altre basi e conduce altrove e porta a conclusioni molto differenti. Ti ho persino indicato un testo di Derrida, il Gusto del segreto, dove puoi trovare molto chiaramente ciò che derrida ha inteso fare, lo dice lui stesso, così puoi confrontrlo con Deleuze.
Se per te questo è nulla, è evidente - ma già mi era chiaro dall'alterazione dei tuoi ultimi post, dal fatto che hai perso il controllo, che manchi di umiltà per ascoltare e leggere con attenzione e serenità - che manchi di buona fede e cerchi di salvarti la faccia. Ma la faccia era già salva, mentre ora ci stai appizzando una figuraccia...cmq continua pure se vuoi. Non amo l'uso dell parole come strumenti di forza e potere (tra l'altro questa è una delle teorie di Deleuze dalla quale ha cercato di sollevarsi oltre il significante e il significato. Ci sarebbe anche di parlare dell'interessante discorso in merito di Lyotard), ma se mi accorgo che non c'è interesse al dialogo e s'incomincia a metterla sul piano personale, s'incomincia a tentare di screditare l'interlocutore piuttosto che esaminare il suo discorso, allora tiro fuori gli artigli. Ma non è meglio essere più civili piuttosto che farsi prendere dai dubbi amletici di chi sono o non sono? Vai a leggerti le pagine che ti ho detto (e ce ne sono altre) e lavora col pensiero invece di farfugliare banalità!Ti dirò di più: vai a leggerti tutti i testi di Deleuze e tutti i testi di Derrida e vai a vedere quante volte Deleuze cita Derrida o viceversa. Quasi mai! Vai a leggerti i lavori dell'associazione studi deleuziani prodotti dalle edizioni mimesis, vai a leggerti il loro fascicolo Felicità nel divenire, nomadismo, una vita. Vai a leggerti il testo interno nominato Schizologia. Vai a leggerti il testo di Deleuze e Guattari "Che cos'è la filosofia" edizioni einuadi e fai attenzione invece che parlare senza averne conoscenza. Vai a leggerti il lavoro di Michel Hardt su Deleuze, Un apprendistato in filosofia, vai a leggerti il dialogo a più voci su un vecchi numero della rivista Informazione filosofica dedicato alla filosofia di deleuze. Praticamente, a tutt'oggi, non ci sono in giro, in Italia e all'estero studi su Deleuze che lo accostino anche minimamente a derrida. Quando questo accadrà, se accadrà, lo leggerò con interesse e valuterò se il discorso si regge. Se qualcosa in comune hanno derrida e deleuze è ciò che in comune ha moltissima filosofia, cioè il tentativo di sviluppare un antiplatonismo. Ma i modi e gli esiti di questo processo hanno assunto nella storia della filosofia forme e sostanze radicalmente differenti e in opposizione.
Deleuze fa parte di quel piccolo manipolo di Spinoziani tra i quali spicca Toni Negri, Matheron e qualcun altro.
Cmq se ti capita di venire a Palermo, mandami una email e se ti fa piacere puoi conoscermi in diretta e vedere in diretta chi sono o cosa faccio. Per conto mio sono sempre sereno con tutti. Buon anno
,.,)
Posted by: Marco Candida at 30.12.03 09:17Volevo dire, già che ci siamo, che ho 44 anni.
Posted by: untitled io at 31.12.03 16:00Se dici che non ti divertivi così dai tempi di Tristram mollo tutti i libri e passo a Tom Jones
grazie mille