Oggi, martedì, come ogni martedì, esce in Stilos, il supplemento librario del quotidiano La Sicilia, il mio articoletto. Poiché me ne sento particolarmente fiero, lo pubblico anche qui. Un file word con tutti i pezzi usciti in Stilos, comunque, è disponibile qui accanto, nella colonna dei link, sotto la voce: "Non un corso di scrittura creativa".
Questa sera [cioè lunedì 22 sera] andrò a leggere un Racconto di Natale in una serata di Racconti di Natale. Mi hanno invitato dicendomi: «Può fare come vuole, può leggere un Racconto di Natale scritto da lei o scritto da altri, edito o inedito, come vuole. Basta che, quando ha deciso, ci avvisi: così evitiamo che due persone decidano di leggere lo stesso Racconto di Natale». Io ho risposto: «Poiché ne ho scritto uno, leggerò un Racconto di Natale scritto da me». Mi hanno detto: «Bene».
Poi ho parlato un po' della cosa con un amico che, a differenza di me, è un grande esperto di Racconti di Natale; e così ho scoperto che il mio racconto è sì un racconto di Natale, ma non è un Racconto di Natale. Gli manca una maiuscola.
«I Racconti di Natale Standard», mi ha spiegato l'amico, «sono racconti di redenzione. Sono racconti nei quali un evento improbabile, inatteso, addirittura casuale, produce nel cuore di un protagonista solitamente freddo, generalmente maldisposto, eventualmente anche cattivo, un certo riscaldamento. Ma il Perfetto Racconto di Natale è quello in cui un qualcuno che non possiede nulla riesce a fare, disinteressatamente e quasi senza accorgersene, un dono-della-vita a un qualcuno che possiede tutto, o quasi tutto, o comunque desidera possedere tutto».
«Che cosa intendi per dono-della-vita?», ho domandato all'amico.
«Intendo quel dono che ti cambia la vita», ha risposto l'amico. «Quel dono che consiste, detto nel modo più semplice e brutale, nella Rivelazione della Verità».
Nel mio racconto di Natale, minuscolo, non perfetto e nemmeno standard, non succede questo. Succede dell'altro. Ma pazienza: è comunque un racconto di Natale, e questa sera lo leggerò. Tuttavia, per sicurezza, per controllare se ho capito bene, sono andato a rileggermi il Canto di Natale di Charles Dickens. Che, se non è quello il Perfetto Racconto di Natale, ho pensato, quale racconto lo è?
Allora: non vi riassumo il Canto di Natale, che tanto lo sapete tutti (e se non lo sapete, datevi una mossa e leggetelo). Ma vi ricordo il succo della storia. Il succo della storia è che un uomo viene guidato a scoprire che i poveri sono poveri; che essere poveri significa non avere niente, nemmeno il possesso della propria vita; che le persone povere sono persone.
Nel Canto di Natale il protagonista cattivo e maldisposto viene guidato a fare una esperienza di verità. A dirla tutta: viene guidato a fare una esperienza, a fare per la prima volta nella sua vita una esperienza del mondo. Il mondo, fino al giorno prima, per il cattivo e maldisposto Scrooge, non esisteva: non ne aveva mai fatta esperienza. Aveva fatta esperienza di un "mondo" tra virgolette: il "mondo" prodotto da lui, il "mondo" delle sue (scarse) relazioni sociali, il "mondo" dell'astrazione monetaria, eccetera eccetera. Mai, proprio mai, aveva fatta esperienza del mondo senza virgolette.
È un po' come Matrix. Scrooge se ne stava nella sua cella-culla, a dormire e a sognare di essere ricco in un mondo nel quale la ricchezza (la sua ricchezza) era la cosa più desiderabile che ci fosse; e all'improvviso qualcuno lo sveglia, lo conduce a fare esperienza del mondo senza virgolette (del mondo senza Matrix) e a un certo punto, quando finalmente la miseria del mondo è dispiegata sotto gli occhi di Uncle Scrooge, gli dice: «Benvenuto nel deserto del Reale!».
Ma, c'è una differenza. Perché Matrix, con tutta la sua buona volontà, non è un Racconto di Natale.
La differenza è che il Perfetto Racconto di Natale, dopo aver condotto il protagonista a fare un'esperienza del mondo senza virgolette, mica lo abbandona lì. Tutt'altro. Provvede, invece, a fornirgli delle altre virgolette: diverse. Il protagonista esce dal "mondo", fa esperienza del mondo, e viene condotto in un «mondo».
Queste virgolette sono indispensabili. Il mondo senza virgolette è incomprensibile, è orrore. Abbiamo bisogno di virgolette. Se il Velo di Maya ci separa dal deserto del Reale, abbiamo tutto il diritto di desiderare di sapere che cosa c'è al di là del Velo di Maya; ma abbiamo anche il dovere di sapere che il Velo di Maya, un Velo di Maya, è indispensabile. Senza Velo di Maya, senza virgolette, saremmo esposti all'orrore del Reale.
Un paio di settimane fa scrivevo: «Quella cosa banale che si dice dei romanzi, che creano un mondo, penso che si possa ridirla con un po' di ricchezza in più: i romanzi inventano un mondo e, pur senza uscire da questo mondo, alludono, da dentro quel mondo, a qualcosa che c'è là fuori; e in questo dirigere i nostri occhi verso il là fuori c'è, forse, quella che si chiama la verità della letteratura».
Potrei aggiungere, adesso, che la verità della letteratura è forse non solo nel dirigere i nostri occhi verso il là fuori, oltre Veli e virgolette; ma anche nel riportare poi il nostro sguardo in un dentro. Perché là fuori, semplicemente, non si può vivere.
Ci provo ancora (vi sarete accorti che tutto questo mio parlare è un girare intorno, un tentar di provocare intuizioni; non è un procedere tanto razionale). Ci provo dicendo: la letteratura ci fornisce esperienze immaginarie (anche la poesia, eh!, mica solo la narrativa). Ci consente quindi di sperimentare situazioni, condizioni, pensieri che ci farebbero morire, senza che ci sia pericolo di morte. E in questo modo ci permettere di includere la morte, senza averla sperimentata, dentro la nostra esperienza.
Il Perfettissimo Racconto di Natale è, naturalmente, quello contenuto nei Vangeli. Che cosa succede nel Perfettissimo Racconto di Natale? Succede che il là fuori più là fuori che ci sia, la persona divina (che, avendo creato il mondo, non può che essere fuori dal mondo), decide di entrare dentro il mondo. Il Perfettissimo Racconto di Natale dice che ciò che avviene tutti i giorni immaginariamente nella Letteratura, è avvenuto una volta (un'azione singolare, un punctum) nella Storia. Che c'è quindi un punto dove il dentro e il là fuori coincidono: un punto dove il Reale appare, e non è un deserto.
L'amico del quale parlo nell'articolo è Marco Bellotto; o almeno gli somiglia parecchio. Comunque è lui che mi ha invitato a una serata di Racconti di Natale. Un suo Racconto di Natale, intitolato Il Natale del 1998, si può leggere tra gli interventi della serata Letteratura come verità: Edificazione.
Posted by giuliomozzi at 23.12.03 01:08 | TrackBackBisogna avere "Una Fede" perché il dentro e il fuori coincidano, bisogna "Credere" che il Punto esista. Per me, la cui fede è nella certezza dell'eternità perché l'eternità è impossibile, per me che credo nei due punti/fuochi dell'ellisse, il mondo fuori e il mondo dentro sono pieni di virgolette che li fanno compenetrare. E il Perfetto Racconto di Natale è la favola taoista in cui a un contadino scappò il più bel cavallo e tutti corsero a dirgli che digrazia e lui rispose vedremo, e il cavallo tornò portando un bellissimo stallone e tutti corsero a dirgli che fortuna e lui rispose vedremo, e il figlio del contadino tentò di domare lo stallone e si ruppe una gamba e tutti corsero dal vecchio a dirgli che disgrazia e lui rispose vedremo, e passarono gli incaricati del governo per arruolare i giovani per la guerra e il figlio del contadino fu lasciato a casa perché aveva la gamba rotta e tutti corsero dal vecchio a dirgli che fortuna e lui rispose vedremo...
Posted by: Roberto Tossani at 23.12.03 08:15si dice: "a volte la realta' supera la fantasia". BPL, familiarizziamo con questo nuovo acrononimo, sta per "al di sotto della linea di poverta'". Il piu' bel racconto di Natale ? e' quello di un gesto di un emarginato, a Roma, alcuni giorni fa. Natale di cognome. Dormiva, girovagava, non so, alle prime ore dell'alba, quando ha sentito il bisogno di intervenire per proteggere delle ragazze in attesa di un taxi, molestate da due balordi. E' finito in ospedale, conciato malissimo. Ora pare che il sindaco, come gesto di riconoscimento,voglia donargli un'abitazione. Non so. Gesti cosi fanno pensare che Dickens, in fondo, era un minimalista.
Posted by: cletus a.a. at 23.12.03 08:25di nuovo zen, il monaco zen thich nath hanh suggeriva ai cristiani di meditare ripetendo il padre nostro, pure quello è un mantra. e poi koan che provocano satori, frasette assurde che provocano l'illuminazione, ezra pound? frasi se parliamo di letteratura, oppure rumori, il treno ha fischiato, il velo di maya che ci teniamo tanto stretto, romperlo senza essere pronti provoca disastri, ho visto persone in meditazione scoppiare inconsolabilmente in lacrime, non potevano meditare, non potevano affrontare la consapevolezza, il Reale appariva loro come un deserto, avevano prima bisogno di un supporto psicologico per strutturarsi meglio, chi conduceva la meditazione era bravo e li allontanava dolcemente dal gruppo. è esattamente il punto in cui voglio andare a parare con quello che sto scrivendo adesso, un caso? probabilmente sì
Posted by: francesco at 23.12.03 11:09