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29.12.03

Vacanze

Cari voi. Le vacanze in Val Gardena sono molto soddisfacenti. Nevica molto. Si va in giro solo con le catene. Il vin brulé è ottimo quasi ovunque. Il Corriere della sera si trova con relativa facilità. Scrivo dall'ufficio giovani del comune di Sankt Ulrich, dove per concedermi una connessione all'internet mi hanno fatto compilare un modulo con nome, cognome, indirizzo, telefono, eccetera eccetera. I miei dati finiranno in qualche banca dati ladina. Mah. Saluti a tutti.

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26.12.03

Saluti

Bene. Saluti a tutti. Vado in vacanza per qualche giorno. Torno il 3 gennaio del 2004. Spero che abbiate passato un buon giorno di Natale. E che i giorni prossimi saranno comunque buoni. Gli appassionati del Presepio o dell'albero di Natale hanno i loro link. Buone giornate a tutti.

Posted by giuliomozzi at 02:29 | Comments (12) | TrackBack

25.12.03

Canto di Simeone

di Thomas S. Eliot

Signore, i giacinti romani fioriscono nei vasi
E il sole dell’inverno s’insinua sui colli di neve;
La stagione ostinata si sofferma.
La mia vita è leggera, in attesa del vento di morte,
Come una piuma sul dorso di una mano.
La polvere nel sole e la memoria negli angoli
Attendono il vento che gela verso la terra morta.

Concedi a noi la pace.
Per molti anni camminai in questa città,
Mantenni fede e digiuno, provvedetti ai poveri,
Ho dato e avuto onori e agiatezza.
Chi giunse alla mia porta non fu mai respinto.
Chi si ricorderà della mia casa, dove vivranno i figli dei miei figli,
Quando verrà il tempo del dolore?
Prenderanno il sentiero della capra, la tana della volpe,
Fuggendo i volti stranieri e le spade straniere.

Prima che venga il tempo delle corde, delle sferze e dei lamenti
Concedi a noi la tua pace.
Prima delle stazioni della montagna di desolazione,
Prima dell’ora certa del dolore materno,
Ora in questa stagione di nascita e di morte,
Possa il Figliolo, il Verbo non pronunciante e impronunciato ancora,
Accordare la consolazione d’Israele
A un uomo di ottant’anni che non ha domani.

Secondo la tua parola.
Ti loderanno e soffriranno a ogni generazione
Con gloria e derisione,
Luce su luce, salendo la scala dei santi.
Non per me il martirio, l’estasi del pensiero e della preghiera,
Non per me la visione estrema.
Concedi a me la tua pace.
(E una spada trafiggerà il tuo cuore,
anche il tuo).
Sono stanco della mia vita e della vita di quelli che verranno.
Che il tuo servo si parta
Dopo aver visto la tua salvezza.

(Traduzione di Roberto Sanesi).

Posted by giuliomozzi at 02:50 | Comments (10) | TrackBack

24.12.03

Ercole e il Natale

Anche Mauro Mongarli, il nostro copywriter di fiducia, nonché l'indimenticato curatore della rubrica "Dopo Carosello" in vibrisse (che tornerà, tornerà), ha finalmente scritto, "dopo anni di onorata carriera" (dice lui), un Racconto di Natale.

Posted by giuliomozzi at 10:52 | Comments (4) | TrackBack

Un blog del 1745

Oggi, a Milano, un nuovo amico mi ha regalato Tom Jones di Henry Fielding, uno dei tantissimi Libri Che Non Si Può Non Aver Letto e che io non avevo mai letto. Il libro, dopo la prefazione dedicatoria, comincia così:

L'autore dovrebbe considerare se stesso non come un gentiluomo che offra un pranzo in forma privata o d'elemosina, bensì come il padrone d'una taverna aperta a chiunque paghi. Nel primo caso, colui che invita offre naturalmente il cibo che vuole, e quand'anche questo sia mediocre e magari sgradevole ai loro gusti, gli ospiti non debbono protestare; ché l'educazione impone loro d'approvare e lodare qualunque cosa venga loro posta dinanzi. Proprio il contrario accade al padrone d'una taverna. Quelli che pagano vogliono dar soddisfazione al proprio palato, anche quando questo sia raffinato e capriccioso, e se non è tutto di loro gusto, si sentono in diritto di criticare, di protestare, d'imprecar magari contro il pranzo, senz'alcun ritegno.

Bisogna dire che se nel 1745 (anno in cui Fielding cominciò a scrivere il Tom Jones) mancava la tecnologia, l'idea del blog c'era già tutta. In alternativa, si può pensare che il blog non sia una faccenda poi così nuova, se non per l'aspetto tecnologico.
Ma l'importante è questo: che ho cominciato a leggere il Tom Jones appena partito il treno, alle 20.20 circa, sono sceso a Padova alle 23.15, e sono arrivato a pagina 147. Era dalla lettura del Tristram Shandy di Lawrence Sterne che non mi divertivo così tanto.
Devo rivedere i miei pregiudizi sul romanzo inglese.

[L'edizione del Tom Jones che ho citata è quella Garzanti, con traduzione di Ada Prospero riveduta da Carlo Pagetti]

Posted by giuliomozzi at 01:17 | Comments (40) | TrackBack

23.12.03

Portafoglio

Ieri sera, alla lettura di racconti e poesie di Natale, Marco Bellotto ha letto tra le altre cose due pagine di un romanzo o racconto di Paul Auster. Un romanzo o racconto che non conosco e che, da quel che ho capito, è all'origine del film Smoke. Ma questo non c'entra. C'entra che la storia raccontata è più o meno questa: un giornalaio o tabaccaio insegue fuori della sua bottega un ragazzino che gli ha fregato un paio di giornaletti porno. Dopo un po', sfiatato, desiste dall'inseguimento. Però raccoglie da terra una cosa caduta di tasca al ladruncolo: una bustina, un portafoglio, contenente non soldi ma la patente del ragazzo. Con nome, cognome e indirizzo.
Il giornalaio o tabaccaio si dice: "Vabbe', erano solo due giornaletti. E lui è solo un ladruncolo. Uno di questi giorni gli riporto la patente. Così magari gli dico due paroline, a lui o ai suoi genitori".
Passa un giorno, passa l'altro, e il giornalaio o tabaccaio non si decide. Arriva il giorno di Natale. Quel giorno il giornalaio o tabaccaio pensava di passarlo in compagnia di una coppia di amici. Che però, improvvisamente, si mettono in viaggio per raggiungere la figlia, caduta ammalata.
Succede allora che, la mattina di Natale, il giornalaio o tabaccaio decide di andare a restituire la patente al ragazzino. S'incammina, trova il posto, suona il campanello. "Chi è", domandano da dentro. "Sono venuto a restituire il portafoglio di Peter", dice il giornalaio o tabaccaio (mettiamo che il ragazzo si chiamasse Peter; io non mi ricordo).
La porta si apre. Il giornalaio o tabaccaio si trova difronte una vecchia. Cieca. Che gli dice: "Peter! Da non crederci! Sei venuto a trovare nonna Ethel il giorno di Natale!". (Mettiamo che si chiamasse nonna Ethel; io non mi ricordo).
Il giornalaio o tabaccaio decide, impulsivamente, di stare al gioco. "Sì", dice, "cara nonna Ethel, sono venuto a trovarti per Natale".
I due vanno in salotto, chiacchierano a lungo, poi il giornalaio o tabaccaio scende in rosticceria a comperare qualcosa da mangiare, mangiano insieme; in somma, fanno tutto come se fosse vero, anche se è chiaro, anche a nonna Ethel, che è tutto per finta.
Così i due trascorrono un bellissimo giorno di Natale.
Non vi racconto la fine della storia.
Vi racconto invece questo: stamattina alle otto, a Padova, in via Siracusa, davanti al civico 24, ho raccolto da terra un libretto (uno di quei raccoglitori a buste di plastica) contenente documenti di un autoveicolo, carte varie, bolle di accompagnamento, Viacard, tessere, appunti di lavoro. Ho cercato il nome del possessore: Tizio Caio, via Tale. Ho chiamato il 412. Ho avuto il telefono. Ho chiamato. Mi ha risposto la signora Tizia Caia. "Io devo andare, le ho detto, ma qui c'è un bar, le posso lasciare tutto al bar".
Mentre spiegavo alla signora l'esatta posizione del bar, mi si è avvicinato un gruppo di ragazzi down. Erano quattro. Io avevo il telefono in una mano, il raccoglitore nell'altra. I ragazzi down hanno cominciato a dirmi: "Buon Natale! Buone feste!", e cercavano di stringermi la mano. Ho messo il raccoglitore sotto l'ascella, ho stretto qualche mano, ho detto: "Auguri!". "Auguri anche a lei", diceva la signora Tizia Caia nel telefono, "ma non ho ancora capito dov'è il bar". Intanto i ragazzi down hanno cominciato a baciarmi. Mi hanno baciato una volta ciascuno, stringendomi tra loro, e poi hanno ricominciato a baciarmi di nuovo.
"Buon Natale!", dicevano. "Buone feste!".

Posted by giuliomozzi at 13:50 | Comments (9) | TrackBack

Poesia di Natale

Dopo il racconto, non può venire che la poesia.
Potete leggere qui un mio pezzo che si chiama Inizia la poesia di Natale (e poi continua).
E' di qualche anno fa e ci sono molto affezionato. Così ogni Natale lo ripropongo ad amici e conoscenti.
Che, per loro bontà, mi sopportano.

Posted by giuliomozzi at 01:20 | Comments (55) | TrackBack

Racconto di Natale

Oggi, martedì, come ogni martedì, esce in Stilos, il supplemento librario del quotidiano La Sicilia, il mio articoletto. Poiché me ne sento particolarmente fiero, lo pubblico anche qui. Un file word con tutti i pezzi usciti in Stilos, comunque, è disponibile qui accanto, nella colonna dei link, sotto la voce: "Non un corso di scrittura creativa".

Questa sera [cioè lunedì 22 sera] andrò a leggere un Racconto di Natale in una serata di Racconti di Natale. Mi hanno invitato dicendomi: «Può fare come vuole, può leggere un Racconto di Natale scritto da lei o scritto da altri, edito o inedito, come vuole. Basta che, quando ha deciso, ci avvisi: così evitiamo che due persone decidano di leggere lo stesso Racconto di Natale». Io ho risposto: «Poiché ne ho scritto uno, leggerò un Racconto di Natale scritto da me». Mi hanno detto: «Bene».
Poi ho parlato un po' della cosa con un amico che, a differenza di me, è un grande esperto di Racconti di Natale; e così ho scoperto che il mio racconto è sì un racconto di Natale, ma non è un Racconto di Natale. Gli manca una maiuscola.
«I Racconti di Natale Standard», mi ha spiegato l'amico, «sono racconti di redenzione. Sono racconti nei quali un evento improbabile, inatteso, addirittura casuale, produce nel cuore di un protagonista solitamente freddo, generalmente maldisposto, eventualmente anche cattivo, un certo riscaldamento. Ma il Perfetto Racconto di Natale è quello in cui un qualcuno che non possiede nulla riesce a fare, disinteressatamente e quasi senza accorgersene, un dono-della-vita a un qualcuno che possiede tutto, o quasi tutto, o comunque desidera possedere tutto».
«Che cosa intendi per dono-della-vita?», ho domandato all'amico.
«Intendo quel dono che ti cambia la vita», ha risposto l'amico. «Quel dono che consiste, detto nel modo più semplice e brutale, nella Rivelazione della Verità».
Nel mio racconto di Natale, minuscolo, non perfetto e nemmeno standard, non succede questo. Succede dell'altro. Ma pazienza: è comunque un racconto di Natale, e questa sera lo leggerò. Tuttavia, per sicurezza, per controllare se ho capito bene, sono andato a rileggermi il Canto di Natale di Charles Dickens. Che, se non è quello il Perfetto Racconto di Natale, ho pensato, quale racconto lo è?
Allora: non vi riassumo il Canto di Natale, che tanto lo sapete tutti (e se non lo sapete, datevi una mossa e leggetelo). Ma vi ricordo il succo della storia. Il succo della storia è che un uomo viene guidato a scoprire che i poveri sono poveri; che essere poveri significa non avere niente, nemmeno il possesso della propria vita; che le persone povere sono persone.
Nel Canto di Natale il protagonista cattivo e maldisposto viene guidato a fare una esperienza di verità. A dirla tutta: viene guidato a fare una esperienza, a fare per la prima volta nella sua vita una esperienza del mondo. Il mondo, fino al giorno prima, per il cattivo e maldisposto Scrooge, non esisteva: non ne aveva mai fatta esperienza. Aveva fatta esperienza di un "mondo" tra virgolette: il "mondo" prodotto da lui, il "mondo" delle sue (scarse) relazioni sociali, il "mondo" dell'astrazione monetaria, eccetera eccetera. Mai, proprio mai, aveva fatta esperienza del mondo senza virgolette.
È un po' come Matrix. Scrooge se ne stava nella sua cella-culla, a dormire e a sognare di essere ricco in un mondo nel quale la ricchezza (la sua ricchezza) era la cosa più desiderabile che ci fosse; e all'improvviso qualcuno lo sveglia, lo conduce a fare esperienza del mondo senza virgolette (del mondo senza Matrix) e a un certo punto, quando finalmente la miseria del mondo è dispiegata sotto gli occhi di Uncle Scrooge, gli dice: «Benvenuto nel deserto del Reale!».
Ma, c'è una differenza. Perché Matrix, con tutta la sua buona volontà, non è un Racconto di Natale.
La differenza è che il Perfetto Racconto di Natale, dopo aver condotto il protagonista a fare un'esperienza del mondo senza virgolette, mica lo abbandona lì. Tutt'altro. Provvede, invece, a fornirgli delle altre virgolette: diverse. Il protagonista esce dal "mondo", fa esperienza del mondo, e viene condotto in un «mondo».
Queste virgolette sono indispensabili. Il mondo senza virgolette è incomprensibile, è orrore. Abbiamo bisogno di virgolette. Se il Velo di Maya ci separa dal deserto del Reale, abbiamo tutto il diritto di desiderare di sapere che cosa c'è al di là del Velo di Maya; ma abbiamo anche il dovere di sapere che il Velo di Maya, un Velo di Maya, è indispensabile. Senza Velo di Maya, senza virgolette, saremmo esposti all'orrore del Reale.
Un paio di settimane fa scrivevo: «Quella cosa banale che si dice dei romanzi, che creano un mondo, penso che si possa ridirla con un po' di ricchezza in più: i romanzi inventano un mondo e, pur senza uscire da questo mondo, alludono, da dentro quel mondo, a qualcosa che c'è là fuori; e in questo dirigere i nostri occhi verso il là fuori c'è, forse, quella che si chiama la verità della letteratura».
Potrei aggiungere, adesso, che la verità della letteratura è forse non solo nel dirigere i nostri occhi verso il là fuori, oltre Veli e virgolette; ma anche nel riportare poi il nostro sguardo in un dentro. Perché là fuori, semplicemente, non si può vivere.
Ci provo ancora (vi sarete accorti che tutto questo mio parlare è un girare intorno, un tentar di provocare intuizioni; non è un procedere tanto razionale). Ci provo dicendo: la letteratura ci fornisce esperienze immaginarie (anche la poesia, eh!, mica solo la narrativa). Ci consente quindi di sperimentare situazioni, condizioni, pensieri che ci farebbero morire, senza che ci sia pericolo di morte. E in questo modo ci permettere di includere la morte, senza averla sperimentata, dentro la nostra esperienza.
Il Perfettissimo Racconto di Natale è, naturalmente, quello contenuto nei Vangeli. Che cosa succede nel Perfettissimo Racconto di Natale? Succede che il là fuori più là fuori che ci sia, la persona divina (che, avendo creato il mondo, non può che essere fuori dal mondo), decide di entrare dentro il mondo. Il Perfettissimo Racconto di Natale dice che ciò che avviene tutti i giorni immaginariamente nella Letteratura, è avvenuto una volta (un'azione singolare, un punctum) nella Storia. Che c'è quindi un punto dove il dentro e il là fuori coincidono: un punto dove il Reale appare, e non è un deserto.

L'amico del quale parlo nell'articolo è Marco Bellotto; o almeno gli somiglia parecchio. Comunque è lui che mi ha invitato a una serata di Racconti di Natale. Un suo Racconto di Natale, intitolato Il Natale del 1998, si può leggere tra gli interventi della serata Letteratura come verità: Edificazione.

Posted by giuliomozzi at 01:08 | Comments (3) | TrackBack

22.12.03

Parma

Sabato mattina. Le sette e un quarto. Sto infilando il calzino sinistro. La parte destra della schiena mi si irrigidisce. Rimango lì, la zampa sinistra alzata, il piede mezzo dentro e mezzo fuori dal calzino, il fianco destro formicolante.
"Ahi", penso; poi:
"Perderò il treno", penso; poi:
"Non ho più l'età", penso.
Poi smetto di pensare, finisco di infilare il piede nel calzino, poso il piede sinistro per terra, mi raddrizzo lentamente.
Non mi raddrizzo, questo è il punto. Rimango un po' storto.
Prendo il Fastum dal cassetto. Me ne spalmo un po'. Massaggio lentamente, premendo forte. Ho una grande fiducia nel Fastum, l'ho sempre avuta.
Finisco di vestirmi. Il treno delle 8.12 non lo prenderò mai. C'è quello delle 8.37. Ma allora non ho la coincidenza con le Ferrovie Regionali Emiliane. Controllo in Trenitalia. No, non ho la coincidenza. Chiamo il 412. Il 412 è una meraviglia. A Ferrara troverò una corriera.
Lo zaino è già pronto.
Esco. Il minibus per la stazione è puntualissimo. Sette minuti di viaggio. Alle 8.25 sono in stazione. Mi guardo intorno. il 13 dicembre è cambiato l'orario delle ferrovie. Con l'orario vecchio i treni in direzione Bologna partivano tutti dal binario uno, tranne l'interregionale delle 12.40 che partiva dal binario tre. E adesso? Guardo il tabellone. Binario uno. Abbasso lo sguardo. Vedo Kìmota.
Il resto della storia, almeno fino a un certo punto, si legge da lui.
Il 15 luglio del 2002 la Regione Emilia-Romagna ha emanato una legge (comunemente nota come "la Legge 16") che detta "Norme per il recupero degli edifici storico-artistici e la promozione della qualità architettonica e paesaggistica del territorio" e fissa, in un documento allegato, i "Criteri generali per la individuazione delle opere incongrue". Perché in questa legge, finalmente, sta scritto che le amministrazioni locali, nel corso della loro opera di promozione della qualità architettonica e paesaggistica del territorio, possono addirittura procedere ad abbattimenti. Abbattimenti di che? Degli edifici incongrui. Ma quand'è che un edificio è incongruo? Dice il documento allegato alla legge regionale:

Non pare né utile né corretto operare secondo un revisionismo aprioristico della produzione edilizia basato su criteri esclusivamente estetico-formali, ma neppure su criteri storico-urbanistici. E’ invece più utile dare risposte meditate a un quesito: che cosa è il non autentico in un insieme territoriale in cui la storia ha iscritto elementi di varianatura, relativi a codici e a prospettive culturali differenti? Una risposta che in tutta evidenza non può venire in astratto - basandosi su criteri soggettivi emutevoli - ma concretamente, misurandola sullo specifico della situazione territoriale, e dunque traendola da un progetto correttamente inserito nel contestourbano. E’ il progetto ad identificare che cosa è incongruo, perché serve per verificare ciò che contrasta con gli obiettivi stessi del progetto, in termini formali, d’uso, economici, sociali. In questa accezione, il progetto di eliminazione dell’incongruo può avere come obiettivo il ripristino, e cioè cercare di ricondurre i luoghi a una situazione “precedente”; ma può anche tendere a una riqualificazione, ovvero eliminare per lasciare un vuoto o per ricostruire qualcosadi diverso. O ancora migliorare i luoghi con interventi di mitigazione, che agiscano sull’immagine senza ricorrere alla costruzione in senso edilizio.

Fatto sta che, nella primavera del 2003, un gruppo composto da alcuni fotografi (Guido Guidi, Vittore Fossati), una videoartista (Paola di Bello), un urbanista (Stefano Munarin) e un narratore (cioè il sottoscritto) è andato a spasso per l'Emilia-Romagna allo scopo di trovare idee, concetti, criteri, che so?, impressioni, per una migliore definizione di ciò che è incongruo. Siamo stati a Cattolica, a Sassuolo, a Parma, a Castelnuovo ne' Monti, e così via. I fotografi hanno fotografato, la videoartista ha videoartato, l'urbanista è stato molto urbano, e il sottoscritto ha scritti dei pezzi. Il tutto è diventato anche una mostra (chiusa qualche giorno fa) presso la Galleria di Arte Moderna di Bologna.
Mentre leggevo la passeggiata per Parma di Kìmota, ho ripensato alle mie passeggiate per Parma. Per esempio a quella, dedicata a una visita al negozio d'abbigliamento Uba Uba, proprio nel contesto del lavoro sugli edifici incongrui. Ciò che ho scritto si può scaricare qui, in formato word.

Posted by giuliomozzi at 09:35 | Comments (9) | TrackBack

20.12.03

Cinque anni fa

Camera dei Deputati, seduta n. 434 dell’11.11.1998.

La seduta, sospesa alle 13,30, è ripresa alle 15. Presidenza del presidente Luciano Violante

Svolgimento di interrogazioni a risposta immediata.

Presidente. L’ordine del giorno reca lo svolgimento di interrogazioni a risposta immediata, alle quali risponderà il Presidente del Consiglio dei ministri, onorevole Massimo D’Alema.
Ricordo che, in base all’articolo 135-bis del regolamento, il presentatore di ciascuna interrogazione ha facoltà di illustrarla per non più di un minuto. Il Presidente del Consiglio dei ministri risponderà quindi immediatamente per non più di tre minuti. Successivamente, l’interrogante o altro deputato del medesimo gruppo, avrà diritto di replicare, per non più di due minuti.
Lo svolgimento delle interrogazioni è ripreso in diretta televisiva.

Interrogazioni a risposta immediata
(Sezione 1 - Pubblicità in siti Internet)

Oreste Rossi, Lembo, Cavaliere, Fontanini. - Al Presidente del Consiglio dei ministri. - Per sapere - premesso che:
gli interroganti sono venuti a conoscenza che nel sito Internet della Mondadori Http://www.Mondadori.com/libri/cover/estate 98 è pubblicizzato il libro di Giulio Mozzi, Amore [*], di carattere altamente pornografico;
in detto sito è possibile accedere alla lettura di alcune pagine del libro a carattere altamente pornografico, in cui vengono descritte scene di sesso esplicito tra adulti e bambini; il sito è accessibile a chiunque si colleghi su Internet; la pagina in questione è stata successivamente cancellata dal sito -:
quali iniziative il Governo intenda adottare per impedire che situazioni come quella descritta abbiano a ripetersi e se sia intenzione del Governo investire l’autorità giudiziaria dello specifico caso, stante la grave violazione delle norme antipedofilia che in esso è stata perpetrata. (3-03025) (10 novembre 1998).

Presidente. Cominciamo con l’interrogazione Oreste Rossi n. 3-03025
L’onorevole Oreste Rossi ha facoltà di illustrarla.

Oreste Rossi. Signor Presidente, onorevoli colleghi, sul sito Internet della Mondadori, insieme ai libri pubblicizzati per l’estate 1998, erano riportate parti di un libro di Giulio Mozzi in cui venivano descritte scene di sesso esplicito tra adulti e bambini, scene esplicite che lei, signor Presidente del Consiglio, ha ricevuto in via informale perché troppo oscene per essere pubblicate su un atto parlamentare.
È inammissibile, e a nostro parere illegale, che su un sito internet accessibile a chiunque siano riportate in modo esplicito e dettagliato parti di pubblicazioni a carattere altamente pornografico e, nel caso in oggetto, pedofilo. Riteniamo che la pedofilia sia il crimine più infangante, squallido e sconcertante tra tutti i reati. Per questo pretendiamo da lei una risposta chiara e risolutiva, risposta che non ci è stata data dal suo predecessore, onorevole Prodi, nonostante l’analogo atto di sindacato ispettivo presentato il 15 settembre scorso.
Intende il suo Governo, Presidente D’Alema, tutelare i minori nei confronti di tutte le forme ...

Presidente. Grazie, onorevole Oreste Rossi. Il Presidente del Consiglio dei ministri ha facoltà di rispondere.

Massimo D'Alema, Presidente del Consiglio dei ministri. Considero la questione posta nella sua interrogazione, onorevole Oreste Rossi, di grande valore, anche se è evidente che il Governo non può fare nulla per impedire che parti di un volume regolarmente pubblicato e non sequestrato dalla magistratura vengano propagandate tramite Internet, che è una rete internazionale. Tuttavia la questione che ella pone chiama in causa, come è evidente, la responsabilità sociale delle imprese editoriali ed il principio etico della responsabilità nei confronti dei minori. Colgo l’occasione che lei mi offre per chiedere alle case editrici di darsi, nella loro strategia editoriale, un codice etico che assuma il principio del massimo rispetto della tutela dell’infanzia, in ottemperanza alla nostra Costituzione e alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia recepita nel nostro ordinamento.
Per quanto attiene all’attività del Governo in questo campo, come lei saprà, sono state recentemente approvate la legge 23 dicembre 1997, n. 451, sull’istituzione della Commissione parlamentare per l’infanzia e dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia, la legge 28 agosto 1997, n. 285, sulla promozione dei diritti di opportunità per l’infanzia, e infine la legge 3 agosto 1998, n. 269, che contiene la norma contro lo sfruttamento della prostituzione e del turismo sessuale a danno dei minori. Abbiamo anche istituito la commissione contro gli abusi a danno dei minori. Scopo della commissione è far emanare, entro il 1998, una direttiva alle amministrazioni sociosanitarie territoriali e scolastiche, all’autorità giudiziaria, per fissare un protocollo operativo da seguire in caso di segnalazione di violenze e abusi in genere.
Per quello che riguarda i mezzi di comunicazione, è stato costituito presso il dipartimento per l’informazione il comitato per l’elaborazione di un codice di comportamento nei rapporti tra TV e minori, che ha definito un codice di comportamento firmato dalla Presidenza del Consiglio nel novembre del 1997.
Per quanto riguarda internet, come lei saprà, si tratta di un problema che deve essere regolato a livello internazionale, dato che non è una rete nazionale.
In particolar modo, per quanto attiene all’utilizzo per finalità illegali e per lo sfruttamento minorile, questo tema è stato affrontato in ambito Ocse. Il comitato per la politica dell’informazione, dell’informatica e delle comunicazioni di tale organizzazione sta esaminando una proposta belga - lei sa come il Belgio sia stato colpito da questa vicenda...

Presidente. La ringrazio, signor Presidente del Consiglio. L’onorevole Oreste Rossi ha facoltà di replicare.

Oreste Rossi. Ci aspettavamo dalla sua risposta una maggiore fermezza e condanna nei confronti di coloro che sfruttano i bambini per soddisfare le loro abitudini sessuali deviate, ma purtroppo non c’è stata.
Molte volte, dopo aver subito le violenze, i bambini vengono uccisi o minacciati per anni affinché non denuncino il loro sfruttatore. Prendiamo comunque atto delle intenzioni del suo Governo di intervenire in un settore delicato come quello della regolamentazione di Internet, un mezzo di comunicazione che, entro pochi anni, entrerà nelle case di tutti gli italiani ed è già accessibile a chiunque. Non regolamentare con leggi non solo nazionali, ma addirittura a livello europeo e mondiale l’inserimento di dati e l’accesso agli stessi in modo organico, creerà situazioni di illegalità e lo sta facendo: voglio ricordare la rete di venditori di bambini sgominata dalle forze dell’ordine pochi mesi fa, che utilizzava la rete Internet per commerciare esseri umani. Altro utilizzo illegale potrebbe essere quello relativo alla costituzione di gruppi criminosi, bande armate, tratta di organi e droga; il tutto coperto dal completo anonimato oggi concesso a chi inserisce o usa i suoi dati in Internet.
La Mondadori, a seguito dell’atto di sindacato ispettivo presentato il 15 settembre scorso, ha ritirato dal suo sito Internet le pagine contestate. Secondo lei, allora, solo perché doveva tutelare un’immagine pubblica o invece perché ha capito che ha sbagliato?
In merito al richiesto intervento di denuncia della Mondadori da parte del ministro di grazia e giustizia, le ricordo che nulla vieta al ministro stesso, grazia all’alta carica che ricopre, di esporre i fatti alla magistratura; sarà poi quest’ultima a decidere in merito.
Non si può scherzare sul più turpe reato che può essere commesso sui minori. Abusare sessualmente di un bambino può comportare un trauma che ne segnerà la vita e l’esistenza e riteniamo sia necessario che il Governo predisponga, nel più breve tempo possibile, un disegno di legge relativo alla regolamentazione del settore della comunicazione e lo presenti al Parlamento, affinché sia tramutato in legge di tutela non solo dei minori, ma di tutti i cittadini del nostro paese (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l’indipendenza della Padania).

[*] Il titolo esatto del libro, pubblicato da Mondadori nel febbraio del 1998, è: Il male naturale. "Amore" è il titolo di uno dei racconti che lo compongono. Avevo pubblicato il racconto "Amore" già nel gennaio del 1997, all'interno delle pagine "Letture & Scritture", che allora curavo, del magazine in rete Nautilus. Lo si può ancora leggere qui. Era mia intenzione pubblicare in questo diario il resoconto stenografico del dibattito parlamentare l'11 novembre del 2003, quinto anniversario del dibattito stesso. Ma, come a volte succede, non lo trovavo più. Oggi l'ho trovato. [gm]

Posted by giuliomozzi at 02:03 | Comments (44) | TrackBack

19.12.03

Di certe cose

Leggo solo oggi, in Sonetti, un sonetto datato 13 novembre. Mi è venuto in mente che io, quel giorno, citavo Giuseppe Giusti. E mi domando ora, in tutta serietà, se, a prescindere dalla qualità della prosa o del verso che ciascuno è in grado di produrre, non sarebbe meglio, di certe cose, parlare in verso piuttosto che in prosa (e qui mi viene in mente il titolo d'una raccolta di poesie (del 1970) di Nelo Risi. Il libro viene di solito citato col titolo Di certe cose; ma il titolo completo, o piuttosto il titolo vero, è: Di certe cose che dette in versi suonano meglio che in prosa).

Posted by giuliomozzi at 09:53 | Comments (10) | TrackBack

18.12.03

Sabato pomeriggio

Ah: e se sabato pomeriggio per caso siete a Parma, passare a salutare Kìmota. Un suo racconto viene pubblicato nella rivista La luna di traverso. E il numero della rivista che lo contiene viene appunto presentato a Parma, in un incontro presso il Theatro del Vicolo, sabato 20 dicembre alle 17. E se per caso da quelle parti incontrate anche Guido Conti, salutàtemelo.

Posted by giuliomozzi at 19:48 | Comments (6) | TrackBack

Non ci sarò

Questa sera alle 20.30, a Mestre presso la Biblioteca civica (via Miranese 56), si svolge la terza serata del ciclo Letteratura come verità, dedicata al tema: Edificazione. Ci saranno Marco Bellotto, Romolo Bugaro, Umberto Casadei, Roberto Ferrucci, Marco Franzoso, Marco Mancassola, Massimiliano Nuzzolo. Io non ci sarò. Non sto bene, sono stanchissimo, ho un po' di febbre. In queste settimane mi sono strapazzato parecchio. Eh, non ho più quarant'anni. Buona serata a tutti.

Posted by giuliomozzi at 19:03 | Comments (2) | TrackBack

Notte milanese

Questa notte ho dormito in casa editrice. In un ufficio c'è un puf che in un minuto, con due abili mosse, tric e trac, si trasforma in un letto.
L'avevo detto per scherzo, qualche mese fa: si potrebbe prendere un divano-letto, avevo detto, così se càpita posso fermarmi qui a Milano, è più economico che andare in albergo e più semplice che farmi ospitare. Oltretutto negli uffici del piano di sopra c'è un bel bagno. Si può anche fare la doccia.
Alla fine abbiamo preso questo puf.
Così questa notte, credo a mezzanotte e mezza o giù di lì, finita la serata di autocoscienza editoriale, F* mi ha scaricato in via Mercalli 14. Sono salito, ho aperto il portoncino, la porta di vetro e la porta blindata; ho girata la chiavetta generale delle luci; e mi sono trovato solo negli uffici illuminati.
Ho spente subito quasi tutte le luci. Tric e trac, ho attrezzato il puf. Ho tirato fuori dallo zaino: pigiama, busta con sapone spazzolino eccetera, ciabatte. Ho trovato nello sgabuzzino un asciugamano pulito. Ho lavati i denti e i piedi. Sono uscito sul terrazzo a fumare l'ultima sigaretta. Sono rientrato. Dal tavolo della redazione ho pescato un dattiloscritto. Uno dei tanti che arrivano ogni giorno. Mi sono spogliato e mi sono steso. Ho cominciato a leggere il dattiloscritto.
Le finestre della casa editrice non hanno tende né tapparelle. Dal letto potevo vedere le finestre dell'edificio difronte. Nere. A un certo punto una finestra si è illuminata. Ho intravista una sagoma. Sembrava che guardasse la mia finestra, che guardasse me.
Una finestra d'ufficio illuminata all'una di notte può destare curiosità, ho pensato. Qualche mese fa, quando c'erano ancora gli altri inquilini, prima che la redazione della casa editrice si trasferisse qui, in questo appartamento sono venuti i ladri. E' per questo che gli inquilini se ne sono andati, e la casa editrice ha potutto affittare l'apppartamento.
Chissà che cosa sta pensando, ho pensato, quella persona che ora, attraverso la sua finestra, sta guardando dentro questa finestra. Per un momento, magari, avrà pensato: di nuovo i ladri, nell'appartamento difronte. Poi avrà visto questo ufficio trasformato in camera da letto, e avrà pensato, magari: quello lì ha litigato con la moglie, e gli tocca dormire in ufficio. Oppure avrà pensato: quello lì si che è workaholic. Oppure non gliene importa niente e non ha pensato niente.
Ho continuato a leggere.
Mi sono svegliato alle quattro, con la faccia sul dattiloscritto. Mi sono alzato, ho spenta la luce, sono tornato a letto. Non mi sono più addormentato.
Alle sei e cinquanta, mentre ero sotto la doccia, ho sentito suonare il telefono portatile. Chi può chiamarmi alle sei e cinquanta? Sarà successo qualcosa, ho pensato. Mi sono avvolto nell'asciugamano troppo piccolo. Sono corso fuori dal bagno. Ho risposto. "So che lei è mattiniero", ha detto il tipo, "così mi sono permesso. Volevo sapere se ha letto il mio romanzo".
L'ho mandato a quel paese.
Poso il telefono. Faccio per tornare in bagno. Inciampo nelle gambe di una poltroncina. Mi sbilancio. Mi sfugge l'asciugamano. Lo raccolgo da terra. Alzo gli occhi. Vedo, attraverso la finestra, affacciato alla finestra dell'edificio difronte che stanotte si era illuminata, un uomo che mi guarda. Ha una bella barba bianca.
Devo portare a Milano un accappatoio.

Posted by giuliomozzi at 17:23 | Comments (571) | TrackBack

Sparata sparita

La sparata di Davide Bregola di cui al post precedente è sparita dal blog di blog di Marco Candida. Però la si può leggere da qui. Curioso. Non funziona invece, sempre dal post precedente, il link diretto ai commenti. Mah.

Posted by giuliomozzi at 16:26 | Comments (321) | TrackBack

16.12.03

Una sparata di Davide Bregola

Il blog di blog di Marco Candida ospita una sparata di Davide Bregola sul tema Letteratura come verità. Ciò che Davide scrive mi sembra importante. Poiché, tra le altre cose, mi interpella direttamente, ho risposto nei commenti.

Posted by giuliomozzi at 10:29 | Comments (30) | TrackBack

Venezia

Atterro a Venezia alle nove circa. Mezz'ora di ritardo. Una cosa accettabile. Prendo il bus navetta per l'imbarcadero. Il battello per le Zattere è alle nove e quaranta, c'è scritto sul tabellone. Aspetto. Arriva il battello. Salgo sul battello. Il battello parte alle nove e quaranta. Passa il bigliettaio.
"Devo fare il biglietto", dico.
"Per dove?", dice il bigliettaio.
"Per le Zattere", dico.
"Questo non va alle Zattere. Va a San Marco", dice il bigliettaio.
"Va bene", dico.
Pago il biglietto. Dieci euro. Mi godo il viaggio. Fuori c'è nebbia, freddo, pioviggina. Si passa per il Lido. La laguna è bella a modo suo. Sul battello ci sono turisti tedeschi e statunitensi che si fanno le fotografie a turno.
Negli ultimi minuti di volo, poco prima che atterrassimo, avevo guardato fuori dal finestrino. Avevo vista una coltre bianca dalla quale spuntavano dei bastoni colorati, a fasce bianche e rosse. Come i bastoni di zucchero che si vendono a Natale. Ci ho messo un minuto per capire che erano le ciminiere di Marghera.
Arriviamo a San Marco. Scendo. Il telefono portatile suona. E' Fabio.
"Ciao Fabio", dico.
"Ciao Giulio!", dice Fabio. "Dove sei?".
"A San Marco", dico.
So che spesso, il lunedì, Fabio lavora a Venezia. Ma di solito lavora al Lido, mi pare.
"Sono a San Marco anch'io!", dice Fabio.
"Dove sei?", dico.
"In bocca di piazza", dice Fabio.
"Viemmi incontro sotto il portico alla tua destra", gli dico.
Ci incontriamo sotto il portico. Facciamo duecento metri insieme. Prendiamo un caffè insieme. Fabio mi fa vedere il suo libro, fresco di stampa. Me lo regala. Ci salutiamo. Ci abbracciamo. Ci separiamo.
Corro verso le Zattere, per il diploma di Sandra. Sandra, che è Argentina e vive in Italia da più di quindici anni, deve discutere la tesi di un master in Sociologia dell'immigrazione presso il dipartimento di Sociologia dell'Università di Venezia. La sede è Palazzo Briati, se non ho capito male. Alle Zattere, mi hanno detto. Io sono co-relatore della tesi.
Ogni cinque minuti mando un messaggio a Sandra. "Sono a San Marco". "Sono all'Accademia". "Sono a San Trovaso".
Corro, sgambetto. Arrivo alle Zattere. Seguo le indicazioni ricevute dalla relatrice. Arrivo a un dipartimento di Studi postcoloniali. Entro. Non è lì. Mi spiegano. Corro, sgambetto. Suona il telefono portatile. E' Sandra.
"Ciao Sandra", dico. "Sono ormai a pochi metri, credo".
In quell'istante mi par di vedere Sandra, là in fondo.
"Alza un braccio", le dico.
La figura là in fondo alza il braccio.
"Arrivo", dico.
Fa un freddo cane. Abbiamo tempo. Prendiamo un caffè bollente al bar lì vicino. Entriamo nell'aula. Una ragazza sta finendo di esporre una tesi sulle differenze nella percezione del dolore tra cittadini italiani e immigrati. Aspettiamo.
Tocca a Sandra. Tocca a me. Mi trovo seduto al tavolo. Sandra parla, espone, legge. Il presidente della commissione la loda, da subito. La relatrice mi fa cenno. Allora lodo anch'io. Loda anche Armando Gnisci, professore ospite. Loda un po' meno un altro commissario. Infine loda anche la relatrice. Tutti lodiamo Sandra, chi più chi meno. Bene. E' finita.
Usciamo, con Sandra e la sua amica E* che la ospita in questi giorni a Vicenza. E' l'una. Vogliamo mangiare.
"So un posto", dico. Le guido in una direzione.
Loro tentennano.
"Potremmo anche andare in campo Santa Margherita", dice Sandra.
Capisco che ho presa la direzione sbagliata.
"Andiamo in Santa Margherita", dico.
Io, in teoria, sarei quello che conosce Venezia. Ci ho lavorato per anni.
Andiamo verso Santa Margherita. Prima che ci arriviamo, dico: "Di qua". Ecco. L'osteria dei Carmini o del Carmine. "L'ho collaudata", dico. "E' buono, e si spende accettabilmente".
Entriamo.
Ordiniamo un po' di salumi e formaggi, una tazza di pasta e fagioli.
Si apre la porta. Entra Maurizio. Maurizio è stato mio capo per quattro anni, quando lavoravo all'ufficio stampa della Confartigianato veneta. Ci si vede ogni tanto. E' invecchiato. Anch'io. Ciascuno a modo suo. Ci consiglia di provare i risotti. Ma ormai è fatta. Ci ripromettiamo di vederci dopo le feste.
Mangiamo. Brindiamo al diploma con una grappa. Torniamo a uscire nel freddo. Sgambettiamo fino alla stazione. L'interregionale per Milano è lì. Io scenderò a Padova, Sandra ed E* proseguiranno per Vicenza.
Appena saliamo in treno mi viene sonno. Mi sono alzato alle cinque e mezza, per prendere il volo da Palermo a Venezia. Non è poi un'alzata tanto presta, le cinque e mezza.
Sbadiglio. Mi si chiudono gli occhi.
Chiudo gli occhi e penso: "Mi sento molto leggero, oggi. Mi sento molto felice".
Mi piace, quando c'è così freddo.

Posted by giuliomozzi at 07:47 | Comments (12) | TrackBack

15.12.03

Palermo: foto di gruppo

Da sinistra, in piedi: Andrea, Antonio 1, Attilio, Saverio, Tommaso, Emanuela, Giuliano, Ileana, Enza, Y, Maria Carla. In ginocchio: Adele, gm, Marco, Roberto, Anna, Elio, Francesco, Antonio 2. Sovranamente disinteressato alla foto: the dog..

Si sta insieme due giorni e mezzo. Si scrive. Si discute. Si mangiano dolcetti (generosamente provveduti da Leonora). Si ride. Ci si imbarazza. Ci si dicono cose importanti. Si fanno promesse di rivedersi (e ci si rivede davvero, non raramente). Poi, tornato a casa, guardi la fotografia, che è uguale a tutte le altre fotografie ed è differente da tutte le altre fotografie, e ti accorgi che ti manca un nome. Un nome che hai pronunciato. Un nome che ieri sapevi. Una persona della quale ti ricordi il gesto, una cosa che ha detta, uno sguardo complice nel dire una battuta scherzosa. Ma il nome l'hai già perso. Così labili siamo.

[Il nome mancante è quello di Lisa.]

[La fotografia è stata fornita da Antonio 1 ed è stata scattata da Barbara della Cooperativa Azzurra, che ci ospitava.]

Posted by giuliomozzi at 18:06 | Comments (17) | TrackBack

13.12.03

Assecondare

La persona che asseconda un’altra persona parte da una presunzione. La presunzione è che la persona che ha davanti sia oggetto del suo assecondare. . Comincia così un intervento, secondo me assai interessante, di Marco Candida nel suo blog di blog.

Posted by giuliomozzi at 23:46 | Comments (35) | TrackBack

Il film di Natale

Questo è il consiglio di Papino. Questo invece è il mio consiglio.

Posted by giuliomozzi at 22:29 | Comments (5) | TrackBack

Aeroporto

Un tocco sulla spalla. Mi sveglio all'improvviso.
Una voce femminile dice: "Signore! Signore!".
Non capisco bene. Dove siamo? Sull'aeroplano. Siamo arrivati?
"Signore", dice la voce femminile, "deve scendere".
Guardo la hostess.
"Deve scendere, signore", dice la hostess. "L'aereo non parte".
"Non siamo partiti?", dico.
"No", dice la hostess.
"Che cosa succede?", dico.
"Guardi fuori", dice la hostess. "La nebbia".
Guardo fuori. Non si vede niente.
Raccolto le mie cose. Lo zaino dalla cappelliera, il libro di Thomas Pynchon che è scivolato in terra quando mi sono addormentato, il giubbino di jeans sul sedile accanto.
Sull'aeroplano sono rimasto solo io.
Scendo.
La nebbia è impenetrabile. L'autobus dovrebbe essere difronte a me. Non vedo l'autobus.
Cammino in linea retta. Dieci passi, quindici.
Sento il rumore dell'autobus alla mia sinistra. Il motore acceso.
Vado a sinistra.
Cammino per un minuto o due.
Non vedo più l'aeroplano.
Sento il rumore dell'autobus alla mia destra.
Vado a destra.
Cammino per cinque, sette minuti.
Sotto i piedi non ho più asfalto, ma erba. Non che veda l'erba. La sento con i piedi.
Cammino ancora un po'. Non sento nessun rumore.
Mi fermo. Tanto vale aspettare che la nebbia si alzi. Appoggio lo zaino per terra. Mi tolgo il giubbino di jeans. Lo stendo per terra e mi ci sdraio sopra. Appoggio la testa sullo zaino.
Mi addormento.
Un tocco sulla spalla. Mi sveglio all'improvviso.
Una voce femminile dice: "Signore! Signore!".
Non capisco bene. Dove siamo? In aeroporto. Si parte?
"Signore", dice la voce femminile, "è lei il signor mozzi?".
Guardo la hostess.
"Sono io", dico. "Abbiamo l'aeroplano, finalmente?".
"Il suo aeroplano è partito", dice la hostess.

[Ieri, volo Venezia-Palermo. Partenza prevista alle 07.15, arrivo previsto alle 08.20. Sono arrivato a Palermo alle 18.40.]

Posted by giuliomozzi at 21:47 | Comments (12) | TrackBack

12.12.03

Mi sveglio, non esisto

Sono arrivato a casa alle due di notte: dopo la giornata a Milano in casa editrice e la serata di letture a Mestre (dove è capitata, all'improvviso, benvenuta, inaspettata, Antonella Cilento). Ho puntata la sveglia alle quattro e quarantacinque. Ho segnate le quattro e quarantacinque sulla sveglia del telefono portatile. Ho chiamato il 4114 dal telefono fisso, e ho prenotata una sveglia alle quattro e quarantacinque. Ho chiamato il 412 dal telefono portatile e ho prenotata una sveglia alle quattro e quarantacinque. Mi sono spogliato, ho spenta la luce. Mi sono addormentato di colpo. Ho aperti gli occhi all'improvviso. Ho pensato: "Aiuto, ho perso l'aereo". In quel momento si è messo a suonare tutto. Tra diciotto minuti passa la navetta, prenderò l'aereo alle sette e un quarto, per le nove sarò a Palermo.
Questa è la buona notizia: ce l'ho fatta a svegliarmi.
La cattiva notizia è questa: mi attacco alla rete per guardarmi la posta. Outlook non ce la fa a scaricarla. Provo dal portale di Libero, e Libero mi dice che giuliomozzi è un nome inesistente e che ************ è una parola d'ordine inesistente. Non dice che sbaglio a scrivere, dice che giuliomozzi è un nome inesistente e che ************ è una parola d'ordine inesistente.
Spengo tutto, ho giusto tredici minuti per farmi il caffè.

Posted by giuliomozzi at 05:23 | Comments (18) | TrackBack

10.12.03

Uomini libro

Bene. Mio padre non ha l'alzheimer. Lo ha stabilito l'illustre professor Gianfranco Denes, dell'Ospedale di Venezia, il cui Manuale di neuropsicologia, scritto a quattro mani con Luigi Pizzamiglio e pubblicato da Zanichelli, io ho venduto in una quantità di copie quando lavoravo alla Libreria Cortina. Denes ha detto a mio padre di rifarsi vivo magari tra qualche mese, ma nel complesso è stato molto tranquillizzante: non c'è nessun sintomo dell'alzheimer, ha detto.
Una volta, a Firenze, nel 1996, dopo un incontro piuttosto solenne presso la Biblioteca comunale, fui invitato a cena dall'organizzatrice dell'incontro. "Andiamo da amici", mi disse, "va' pure in albergo a tirare il fiato, ti passiamo a prendere tra un po'". Io capii che, poiché si andava da amici, la parte formale della faccenda era finita. Passai in albergo, smisi il travestimento (giacca, camicia, cravatta) e mi misi comodo. Mi ritrovai, poi, a una cena in una casa trecentesca in collina, con ospiti tiratissimi e camerieri filippini dappertutto. Mi fu presentato, tra gli altri, Giovanni B. Cassano, il cui Manuale di psichiatria, pubblicato da Utet, era al momento, alla Libreria Cortina, un vero e proprio bestseller. Mi piacque molto la sua bellissima moglie americana; lui, invece, era noiosetto.
Questa mattina sono stato a fare quattro chiacchiere con un gruppo di ragazzi del Liceo Tito Livio di Padova (è in corso la settimana d'autogestione). Il Tito Livio è il liceo dove io ho studiato. Mi ha fatto piacere incontrare in corridoio Diana Burla, ottima professoressa d'Italiano della nostra classe in quarto e quinto anno (tra il 1977 e il 1979). Dopo la chiacchierata con i ragazzi mi sono fermato a parlare cinque minuti con altre due insegnanti che conosco vagamente. Mentre uscivo, uno dei ragazzi che avevano partecipato alla chiacchierata mi è corso dietro. "Ma lei", mi ha detto, "è quello che l'altro giorno c'era il libro in omaggio col giornale?". "Non in omaggio", ho puntualizzato, "bisognava pagare quattro euro e novanta". "Allora lei è proprio uno scrittore", ha detto il ragazzo. "Nel senso che ho scritto dei libri che sono stati pubblicati, sì", ho detto. Il ragazzo mi ha guardato negli occhi. "Che succede?", gli dico. "Lei è il primo scrittore vivo che vedo dal vivo", ha detto il ragazzo.
Domenica mattina T* ha seguita una lezione di Aldo Carotenuto. Quella stessa mattina, su una bancarella seminatalizia di libri usati, ho comperato un vecchio libro di Aldo Carotenuto: Psicologia della liberazione, Mozzi editore. Un libro terribile, del 1979.
Quand'è tornato a casa, oggi nel primo pomeriggio, mio padre è passato giù da me e mi ha detto: "Sia il professor Denes sia il suo assistente hanno letto il tuo libro. O almeno lo hanno comperato l'altro giorno col giornale". "Come fai a saperlo?", gli ho domandato. "Hanno visto il cognome e mi hanno chiesto", mi ha detto. Poi mi ha raccontata la visita, le domande che gli hanno fatte (le date di nascita, i nomi delle persone...) per testare la sua memoria a lungo termine, gli esercizi per valutare la memoria a breve. Al momento di andarsene si è fermato sulla porta e mi ha detto ancora: "Sai, ho l'impressione che, queste persone, quando scoprono che sono padre di uno scrittore, mi trattino con un particolare riguardo". "Ma va'", gli ho detto, "ti avranno trattato con particolare riguardo perché si sono accorti che sei un ex collega". Mio padre è un docente universitario in pensione; insegnava biologia generale a Scienze forestali. "No, non credo, sai", ha concluso mio padre. Ha molto bisogno di essere fiero di me, ho pensato. In effetti, quasi tutto quello che faccio nella mia vita è sostanzialmente incomprensibile per lui.
Venerdì, sabato, domenica e lunedì non c'è stato problema, perché ero in giro. Oggi sono andato a comperare il giornale non dal mio edicolante, ma da Livio sul ponte. Sembra che il mio edicolante sia uscito di testa. Ha visto il pezzo sul giornale, la mia foto, il libro, e non ha capito più niente. Io sapevo che sospettava, ma ora è arrivata la certezza. Non ho più il coraggio di presentarmi davanti a lui. Sono anni, ormai, che eludo le sue domande sulla mia vita. Non gli ho mai detto che mestiere faccio. Ora so che per lui sarà impossibile, almeno per un certo tempo, trattarmi come una persona umana. Dovrò decidermi ad affrontarlo.
Forse è per questo che non ho più voglia di fare libri.

Posted by giuliomozzi at 22:59 | Comments (11) | TrackBack

09.12.03

Non un corso di scrittura

Ho aggiornato il "Non un corso di scrittura creativa" che trovate nella colonnina dei link qui a fianco, aggiungendo la puntata numero 43 (uscita oggi in Stilos, il bel supplemento letterario del quotidiano catanese La Sicilia, curato da Giovanni Bonina) nonché la numero 35, ricuperata grazie all'azione congiunta di Mauro e di Alessandro. Grazie a entrambi.

Posted by giuliomozzi at 16:44 | Comments (9) | TrackBack

Incontri

Via san Francesco, angolo via santa Sofia. Sto camminando dal centro verso casa. Mi si avvicina un uomo grasso, con una giubba di lana spinata e una coppola color senape in testa.
"Amico, ascolta, mi puoi dare un aiuto?", comincia l'uomo.
Lo guardo. Ha gli occhi azzurri, acquosi.
"Ho bisogno di aiuto per pagare l'affitto di casa", continua l'uomo.
Adesso mi dirà che è stato alla parrocchia di san Francesco e che gli hanno dato cinquanta euro; ma gliene servono centonovanta.
"Sono stato alla parrocchia di san Francesco", dice l'uomo camminandomi a fianco, "e mi hanno dato cinquanta euro. Ma io devo pagare l'affitto di centonovanta euro".
Adesso mi dirà da dove viene, che ha già un lavoro, che è in regola, che deve fare il libretto di lavoro.
"Sono arrivato cinque giorni fa da Romania", dice l'uomo, "sono regolare, ho già un lavoro, ma non ho da dove stare, devo fare livretto di lavoro, per fare livretto di lavoro ho bisogno di avere casa".
Mi fermo. "Ti do dieci euro", gli dico.
"Grazie, amico", dice l'uomo, "grazie tante grazie".
Prendo il portafoglio dalla tasca dietro dei pantaloni. Tiro fuori dieci euro. Glieli do in mano.
"Grazie, grazie", dice l'uomo, tirando fuori il portafoglio da dentro la giubba.
Adesso so che cosa farà: camminerà al mio fianco, mi dirà quanti soldi gli mancano ancora, mi farà vedere le foto dei bambini.
"Ti saluto", gli dico.
M'incammino.
L'uomo s'incammina a mio fianco. "Ascolta, ascolta", dice, "ti devo dire ancora una cosa. Io sono arrivato cinque giorni fa da Romania, cinque notti ho dormito davanti la stazione con i bambini, ho bisogno di casa per i bambini, la parrocchia di san Francesco mi ha dato cinquanta euro, tu mi hai dato dieci euro, mi mancano ancora centotrenta euro per pagare l'affitto".
Il suo italiano è quasi perfetto.
Passiamo in mezzo a due zingare, ferme una da un lato e una dall'altro del marciapiede, ciascuna con un bambino in mano. Ci guardano.
"Guarda i miei bambini", dice l'uomo. Mi fa vedere il passaporto con le foto dei bambini. Due. Con i capelli nerissimi.
Adesso mi dirà che è urgente, che deve pagare l'affitto entro oggi, sennò niente casa.
"Non posso dormire davanti la stazione con i bambini", dice l'uomo, "cinque notti ho già dormito davanti la stazione, devo pagare centonovanta euro entro mezzogiorno, altrimenti non mi danno la casa, aiutami".
"No", gli dico. "Ti ho dato dieci euro. Non ti do di più".
Intanto camminiamo lungo via san Francesco, verso piazzale Pontecorvo. Passiamo davanti al bar dei ragazzi. Dall'altra parte della strada, sotto il portico, ci sono quattro nordafricani. Sul muretto ci sono cinque o sei bottiglie di birra. Sono sempre lì, in quel punto, a tutte le ore del giorno e della notte, con le bottiglie di birra.
"Io ti giuro, ti promesso", dice l'uomo, "che entro quindici giorni te li restituisco, io comincio a lavorare e prendo lo stipendio e te li restituisco, ma tu aiutami! Mi dai un tuo telefono, io lavoro, prendo lo stipendio e ti chiamo, ti restituisco, te lo promesso!".
Mi fermo. Lo guardo negli occhi. In via san Francesco, all'angolo con via santa Sofia, sono stato fermato almeno dieci volte nell'ultimo mese. La storia è sempre identica. Appena arrivato, regolare, deve fare il libretto di lavoro, ha i bambini, deve pagare centonovanta euro, la parrocchia di san Francesco gli ha dato cinquanta euro, gli serve il resto.
La cosa strana è che sono tutti di nazionalità diverse. Tunisini, marocchini, cecoslovacchi, ucraini, rumeni. Provenienze diverse, ma la storia è sempre identica, parola per parola. Un tunisino, due volte a distanza di dieci, dodici giorni (entrambe le volte era appena arrivato in Italia). Quindi la fonte è unica. La fonte è qualcuno che lavora con immigrati di ogni nazionalità. Non africani neri, però. E non mi è mai successo, se non qui in via san Francesco e con questa formula, che dei nordafricani chiedessero elemosina. I nordafricani, a volte, hanno una variante: sono già in Italia da tempo, hanno lavorato al sud, sono saliti al nord perché c'è più lavoro. Esibiscono il permesso di soggiorno.
Un'altra cosa in comune: l'italiano quasi perfetto.
"No", dico.
Adesso piangerà.
L'uomo comincia a piangere. "Ti prego", dice, "dammi ancora dieci euro, qualche moneta, ti prego".
"No", dico. Riprendo a camminare.
"Ti prego", dice l'uomo, "non posso dormire con i bambini davanti la stazione, è dura per noi, stare all'estero, anche in Romania, tanto dura, ho il lavoro, ti restituisco, te lo promesso, mi dai un tuo telefono, quando ho i soldi ti chiamo, ti restituisco i soldi, te lo promesso".
"No", dico.
Siamo quasi all'angolo con via Cesarotti. A questo punto mi dirà che proverà con i frati del Santo.
"Adesso vado di là", dice l'uomo, "chiedo ai frati di sant'Antonio, ma tu ti prego, mi servono ancora centotrenta euro, te li restituisco, te lo promesso, aiutami!".
"No", dico.
"Allora ciao", dice l'uomo fermandosi, "ciao, grazie, ti auguro buona salute, buona Natale, grazie".
"Ciao", gli dico.
L'uomo si allontana.
Cammino dieci metri, quindici.
Mi volto.
L'uomo non va verso la piazza del Santo. Torna sui suoi passi lungo via san Francesco. Come sempre.
La mia spesa mensile in elemosine è duecentocinquanta euro. Ho messo questo limite.

Posted by giuliomozzi at 11:23 | Comments (9) | TrackBack

Varietà

Succedono curiose cose nella rete. Non bastavano i venditori d'indirizzi, perdipiù russi. Ora anche questo diario mi sfugge. Ho appena scoperto chi ne è l'azionista di maggioranza. Naturalmente non sono io. Però è una persona dall'aria simpatica. Poi trovo uno che informa di non aver pubblicato un post che mi riguarda. Come se il Corriere della sera pubblicasse un titolo a nove colonne: Malpensa. Due aerei non si scontrano. Mah. E infine da un'altra parte leggo che il mio destino ha un nome e un cognome, e quel nome e quel cognome li conosco benissimo (li conoscete anche voi; so che non tutti apprezzano; ma prima o poi vi convincerò, spero, voi tutte e tutti, ad apprezzarli). Succedono curiose cose nella rete. Interessanti.

Posted by giuliomozzi at 00:09 | Comments (7) | TrackBack

08.12.03

Sono tornato

Ecco. Sono tornato. Ho scaricata la posta. Ho ricevuta questa email:

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Posted by giuliomozzi at 23:18 | Comments (9) | TrackBack

06.12.03

Torno

Parto alle 7.41. Torno lunedì sera. Torno, eh!

Posted by giuliomozzi at 00:59 | Comments (17) | TrackBack

05.12.03

Grande

FaM9 è un grande scrittore. O quantomeno, molto più grande di me. Lo prova questa fotografia scattata lunedì sera da Kìmota. Normalmente davanti ai grandi scrittori ci si inchina, ma con FaM9 non serve neanche.

Posted by giuliomozzi at 12:32 | Comments (19) | TrackBack

Qualche minuto fa

Qualche minuto fa, alle due (di notte) meno un quarto, circa.
Romolo mi ha appena scaricato davanti casa, sto aprendo il portone. Ho la chiave nella toppa.
Una voce da dietro: "Scusa, scusa!".
Mi volto.
C'è uno mai visto. Avrà cinquant'anni. Giubbotto di pelle. Berretto. Agitato.
"Mi dica", dico.
"Dove sono le puttane?", dice il mai visto.

"Non qui", dico.
"Vado di qua?", dice il mai visto. "Di qua va bene? Ci sono le puttane?".
Agita le braccia.
"Di qua no", gli dico. "Deve andare dall'altra parte della città".
"No!", dice il mai visto. "Qui ci sono le puttane! Me l'hanno detto! Mi hanno detto di venire di qua!".
Mi viene vicino.
"Lei di dov'è?", dico.
Ho tolto la chiave dalla toppa. La tengo in mano.
"Di Lonato", dice il mai visto.
"Lonato, verso Brescia?", dico.
"Sì", dice il mai visto. "Che cazzo te ne frega? Io voglio le puttane!".
"E da Lonato è venuto fin qui", dico, "per trovare le puttane?".
"Sì", dice il mai visto.
Poi si allontana di due passi, rovescia la testa indietro, grida: "Voglio le puttane!".
"Se vuole le chiamo un taxi", dico.
"Eh?", dice il mai visto.
Mi si riavvicina.
"Lei ha soldi?", dico.
"Tutti i soldi ho!", strilla il mai visto. "Tutti li ho! Per le puttane!".
"Ecco", dico, "va bene. Adesso le chiamo un taxi, e lei si fa portare dalle puttane. Va bene?".
"E sbrigati!", dice il mai visto.
"Però il taxi lo faccio arrivare lì in fondo alla via", dico. "Se lo faccio arrivare fin qui", e punto il dito per terra, "ci mette una vita, per via dei sensi unici. Se invece lei va lì fino al piazzale, vede?, io le mando il taxi lì. Va bene?".
"Sbrigati!", dice il mai visto.
Tiro fuori il telefono portatile. Faccio il numero dei taxi. Mentre parte il messaggio registrato (la Cooperativa RadioTaxi fa il servizio con le persone fino alle dieci o alle undici, poi passa al sistema automatico) dico: "Come le vuole le puttane?".
"Eh?", dice il mai visto.
"Come le vuole, le puttane", dico. "Africane, slave, italiane, albanesi, giovani, vecchie...".
"Le voglio troie!", strilla il mai visto.
Adesso agita le braccia davvero vorticosamente.
"Troie bianche o troie nere?", domando.
"Bianche!", urla il mai visto. Saltella, arriva fin al centro della strada. "Voglio le puttane bianche! Non voglio le bestie!".
"Va bene", dico. "Allora, al tassista, dica che vuole andare in via del Cristo".
"In via del Cristo?", dice il mai visto.
"Sì", dico. "In via del Cristo. Vedrà che trova tutte le puttane che vuole".
Finalmente il sistema automatico della Cooperativa RadioTaxi mi dà via libera. Dico al sistema automatico: "Piazzale Pontecorvo, all'edicola". Il sistema automatico mi fa aspettare un po', poi mi dice il numero del taxi e mi chiede la conferma. "Sì", dico al sistema automatico.
Dico al mai visto: "Vada in là. All'angolo c'è l'edicola. Aspetti lì. Si ricordi: via del Cristo".
"Grazie amico!", dice il mai visto. E s'incammina verso l'angolo.
Apro la porta, entro in casa, chiudo la porta. Richiamo la Cooperativa RadioTaxi. Annullo la chiamata in Piazzale Pontercorvo.
E' tardi, ho sonno, vado a letto.
Che mi risulti, non ci sono prostitute in via del Cristo. E via del Cristo è molto, molto fuori mano.

Posted by giuliomozzi at 02:21 | Comments (28) | TrackBack

04.12.03

Questa mattina

Mi sveglio all'improvviso. Il letto non è il mio. Che letto è?
Uno, due, tre secondi. Questo è il letto di Marco Candida. Questa notte ho dormito nel letto di Marco Candida (lui non so in quale letto abbia dormito; non in questo, comunque), a casa di Marco Candida, a Tortona, Italia, Mondo.
Bene. Ci sono.

Mi giro. Cerco la peretta della luce. Accendo la luce. Sì, è la stanza di Marco Candida. Mi alzo. Guardo l'orologio. Sono le sette e venti. Dovevo prendere il treno delle sette e trenta. Mi vesto di corsa. Esco dalla camera. In corridoio sbatto addosso a Marco.
"Mi sono svegliato adesso", gli dico. "Non ho sentita la sveglia".
"Nemmeno io l'ho sentita", dice lui.
E' vestito di tutto punto.
"Il treno è alle sette e mezza", dico.
"Proviamo", dice lui.
Tiro su i miei bagagli. Usciamo. La stazione è a due passi. Marco corre. Io un po' meno. Ho i bagagli, e i miei anni. E comunque la partita è persa.
Infatti. Arriviamo in stazione alle sette e trentatre. Non c'è speranza. Il treno delle sette e mezza di avrebbe fatto rientrare a Padova per le undici. Il treno successivo è alle otto e tre quarti, con arrivo a Padova all'una e mezza (e con un'ora e mezza da stare in stazione a Milano senza sapere che cosa fare).
"Potresti andare a Voghera", dice Marco. Sta guardando lo schermo con i treni in partenza. Guardo anch'io. C'è un'autocorsa sostitutiva per Voghera, alle sette e trentasei.
"Quanto ci metterà, ad arrivare a Voghera?", domando a Marco.
"Ma non lo so", dice lui. "Un quarto d'ora, venti minuti".
Vado alla macchinetta dei biglietti. Non fa i biglietti. Però mi dice che se arrivo a Voghera per le 8.08, posso prendere un treno lì e riacchiappare il mio eurostar a Milano.
Vado allo sportello. L'omino è in fondo, sta contando dei soldi.
"Scusi", dico.
L'omino non mi sente.
Guardo Marco. "Va' fuori a tener ferma la corriera", gli dico.
Marco va.
L'omino arriva, finalmente. Mi fa il biglietto. Corro fuori.
Marco è lì, sta piantonando la corriera. Ci salutiamo. Salgo. Ringrazio il conducente per avermi atteso. Mi siedo. Guardo l'ora. Sono le sette e trentotto. La corriera parte.
Ci sono io, c'è il conducente, c'è un'altra signora.
Stop.
Arriviamo a Voghera alle 8.08 in punto. Corro giù dalla corriera. M'infilo nel sottopassaggio. Il treno per Milano parte. Non ce la faccio. Non ce la faccio. Guardo il treno allontanarsi. Sulla tabella c'è già il treno successivo: 8.58.
Amen. Un po' di ore buttate.
Mi siedo sulla panca di pietra. Apro lo zaino. Tiro fuori il libro. E' Bambole cattive a Green Park, di Andrea Malabaila, Marsilio. Cerco la pagina con l'angolo piegato. Pagina 108. Ieri, arrivando a Tortona, mi sono fermato lì. La prima frase che leggo, quarta riga dall'alto della pagina, dice:
"Il solito incapace".

Posted by giuliomozzi at 15:40 | Comments (27) | TrackBack

Qualche notte fa

La prima cosa da dire è: non c'è paragone. Non c'è paragone, naturalmente, tra la fotocronaca della lettura radiofonica di Dalla parte del fuoco di Romolo Bugaro pubblicata da Roberto Ferrucci nel suo Taccuino, e le immagini che sono qui ora a proporvi. Non c'è paragone, perché un conto è essere negli studi Rai di Roma e un conto è essere in cucina; perché un conto è essere digitali fin dalla prim'ora (come Roberto) e un conto è essere cartacei fino al midollo (come me; con quel che ne consegue: tecnologia d'accatto, magari vinta con i punti, scarsa dimestichezza, e chi più ne ha più ne metta). Però, voglio dire, la cosa importante è questa: che qualcuno stia alzato fino alle tre e mezza di notte per leggere alla radio sette pagine del romanzo d'un amico, mi pare cosa normale, doverosa e perfin ovvia; ma che qualcun altro stia alzato fino alle tre e mezza solo per fotografare il disgraziato che legge alla radio sette pagine del romanzo d'un amico, questa mi sembra una cosa straordinaria davvero.
Due immagini, per non appesantire, sono in pop-up. Ma si scaricano in cinque secondi.

giulioleggebugaro5.jpg

Un'altra foto in pop-up.
Una terza foto, sempre in pop-up.

Posted by giuliomozzi at 15:10 | Comments (4) | TrackBack

03.12.03

300

Anche Frenulo a Mano parla della terza serata di Letteratura come verità. Bene. Ne sono contento. Sono contento soprattutto di sapere che FaM9 è riuscito a tornare a casa. Non è stato facile. Io, che vivo in treno, so che non è facile. Ma lui c'è riuscito. Bene. Bravo. Grazie. Confesso: mi sono commosso quando l'ho visto, il Fam9, là fuori del Cinema Excelsior, lungo lungo com'è, timido e bello com'è. E quando ho saputo che ripartiva subito, affrontando un viaggio di quelli davvero pericolosi e difficili, la commozione è aumentata a dismisura.
Que viva Fam9! L'Italia ha bisogno di lui!
Dico questo in assoluta serietà.
Questo è il mio trecentesimo post.

Posted by giuliomozzi at 14:46 | Comments (5) | TrackBack

02.12.03

Finito, si ricomincia

Il ciclo "Letteratura e verità" si è concluso ieri, direi bene, tra l'altro con la presenza di a sorpresa di Tiziano Scarpa (che ha letto e ha fatto un figurone) e di FaM9 (che, secondo il suo stile, si è accuratamente nascosto). La fotocronaca si trova naturalmente da Kìmota.
Poiché abbiamo finito, si riparte: giovedì 4 dicembre siamo a Mestre (Ve), alla Biblioteca Civica Centrale (via Miranese 56), alle 21, con la serata delle Emozioni; seguiranno la serata dell'Esperienza (stessa sede, giovedì 11 alle 21) e dell'Edificazione (stessa sede, giovedì 18 alle 21).
E, tanto per non stare mai fermi, giovedì 4 dicembre avremo anche Tullio Avoledo a Padova, per la presentazione del suo nuovo romanzo Mare di Bering (che, come tutti i secondi libri di chi ha avuto successo col primo, sta ricevendo lodi miste a bastonate (vedi qui la rassegna stampa). La presentazione si svolgerà presso la libreria Feltrinelli alle 18. Ci saranno, oltre all'autore al sottoscritto, nel ruolo dei presentatori, Romolo Bugaro e Giuseppe Genna.

Posted by giuliomozzi at 07:49 | Comments (23) | TrackBack