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BlogNation
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26.11.03

Treno, casa

Bologna, stazione di Bologna. Ore 23.12. Due cinesi (lui e lei) stanno cercando di caricare sul treno (l'euronight da Roma a Vienna) due valigioni enormi. Di quelli rigidi, uno di plastica azzurrina l'altro di plastica giallina l'altra. Sono in difficoltà. Il marciapiede è assai basso rispetto al treno. Stanno anche un po' litigando.
"Vi aiuto", dico.
Mi rendo conto che non capiscono.
Afferro una valigia, prendendola dalle mani di lui, e la carico. E' pesantissima. Afferro l'altra valigia, che lei mi lascia ben volentieri, e la carico. E' ancora più pesante.
I due cinesi mi sorridono, mi ringraziano in cinese. Italiano zero, a quanto pare. Non conoscono la parola: "Grazie".
Dico ai due cinesi: "Ciao".
Loro rispondono: "Ciao, ciao".
Bene, penso, questo lo sanno. Un minimo di contatto.
C'è sempre il sorriso, peraltro.
Mi trovo un posto, uno scompartimento tutto per me, e mi domando come me la caverei a viaggiare in un posto dove non solo non capisco nulla della lingua, ma la lingua stessa è fatta in modo così diverso da non permettere nessuna intuizione.
Dovrei viaggiare di più, penso.
Tiro fuori dallo zaino il libro Luoghi della letteratura italiana, a cura di Gian Mario Anselmi e Gino Ruozzi, Bruno Mondadori. Guardo l'elenco dei luoghi, da Alcova, Autostrada, Bagni, Banca... fino a Stanza della scrittura, Stazione, Strada, Terme. Comincio a leggere Stazione. Intanto il treno si muove, esce dalla stazione.
"Luogo radicalmente altro da quelli del vivere quotidiano", leggo nel libro, "- eterotopia per dirla con Foucault -, la stazione può insomma favorire una rivisitazione dissacrante di ciò che le è esterno, avviando il suo fruitore sulla strada di una nuova e non scontata intelligenza delle cose" (p. 358).
Mi domando se sono un fruitore di stazioni.
Le prime stazioni della mia vita sono state quelle della Via Crucis. Ho imparato più tardi che anche quelle delle corriere e dei treni si chiamavano "stazioni".
Non so se le mie stazioni sono "luoghi radicalmente altri da quelli del vivere quotidiano". Ogni giorno o quasi mi trovo in una, due, tre stazioni. In alcune stazioni mi sento veramente a casa: a Padova, naturalmente, ma anche a Milano, a Ferrara, a Reggio Emilia, a Roma, ad Ancona. Mi sento a disagio, invece, a Bologna o Firenze: e non è che ci passi meno spesso.
Ma mi accorgo di questo: mi sento "a casa" nelle stazioni di destinazione. Non vado quasi mai a Bologna, spessissimo passo per Bologna. Idem per Firenze. Firenze e Bologna sono stazioni dove sto quasi solo per cambiare treno. Sono stazioni dove ho solo tempi morti.
Come se nella Via Crucis ci fossero stazioni dove non accade niente. Dove non c'è niente da raccontare: né una caduta, né un atto di conforto, né un'offesa, né una parola detta.
Mi sveglio all'improvviso. Il libro è caduto in terra. Siamo nella stazione di Padova. Metto il libro in zaino, indosso il giaccone, prendo lo zaino, corro giù.
I due cinesi hanno appena finito di scaricare i due valigioni. Li trascinano sulle rotelle lungo la banchina. Si fermano perplessi davanti alla scala del sottopassaggio.
Li raggiungo. "C'è l'ascensore", dico. Mi sorridono. Faccio un gesto con la mano destra orizzontale, dall'alto al basso. Poi faccio un altro gesto dicendo: "Venite con me".
Mi seguono. Tre metri più in là c'è l'ascensore. Scendiamo insieme. Mi sorridono, io sorrido loro.
Usciamo dall'ascensore nel sottopassaggio. Li risaluto: "Ciao". "Ciao, ciao", dicono loro.
Mi avvio di buon passo. Percorro il sottopassaggio. Risalgo in superficie.
Mi viene un dubbio. Mi volto.
I due cinesi sono lì, ai piedi della scala. L'ascensore è accanto a loro, enorme. Non lo prendono. Immagino che lui stia dicendo a lei qualcosa come: "Adesso porto su questa, tu aspettami, poi porto su l'altra".
Scendo la scala. I due mi guardano. Chiamo l'ascensore. Mi sorridono. Li faccio entrare. Salgo con loro. Altri sorrisi, altri "Ciao, ciao".
M'incammino verso casa. Ho sonno. E' quasi l'una. Quando sono in piazza Garibaldi capisco all'improvviso.
I due cinesi non pensavano che l'ascensore fosse per tutti. Non pensavano di avere diritto all'accesso. Pensavano che io fossi uno speciale, oppure che l'ascensore fosse solo per gli italiani, oppure che io fossi un ferroviere, o chi sa.
In somma: mi hanno preso per uno che, nelle stazioni, è di casa.

Posted by giuliomozzi at 26.11.03 13:01 | TrackBack
Comments

'Grazie': in cinese mandarino 'xie xie', in cantonese 'm'ghoi' oppure 'to ci'. Arrivederci ('joi kin', in cantonese)

Posted by: Ruminamenti at 26.11.03 13:13

(caro giulio) (comunicazione privata) (tipo e mail) (ma che non voglio mandare per e mail) : "come immaginavo, pure nei silenzi, sei molto gentile. molto bene, non per me, per l'umanità, credo." (non azzardate facili commenti perché non sapete con chi, invece, ho avuto a che fare oggi: persone da appendere al muro e poi sgozzare come maiali, ma non finirò in galera per il bene dell'umanità, non ne ho la stoffa. e poi questi sono cazzi miei… risolverò) ciao e baci a tutti.

Posted by: francesco at 26.11.03 14:32

in effetti i due avevano pensato bene, lei abita le stazioni. Si vive nel posto in cui si dorme oppure nel posto in cui si passa la maggior parte del tempo? questo è il cardine del discorso. Io vivo nel mio ufficio perchè vi ci passo la maggior parte del mio tempo, ho più familiarità con quell'ambiente che con altri. a casa mia non so dove si trovano le cose, devo sempre chiedere, in ufficio so perfettamente dove trovare una cosa e come rimetterla poi al suo posto. mi sembra una precisazione da dover fare, non si può dire di vivere in un posto dove al massimo ci si passa un paio d'ore e ci si dorme, il fatto stesso di dire "vivere" implica un coinvolgimento fisico nelle attività del luogo. vivo nel tempo in cui sono sveglio, ma quando dormo non posso dire di vivere quel luogo, lo occupo fissicamente, si, ma non vi interagisco. chissà se questo è solo il delirio della febbre o se è qualcosa di sensato. a presto.

Posted by: LoScrittoreFantasma at 26.11.03 14:42

Hai scritto davvero: "dovrei viaggiare di più"?

Posted by: l'apprendista at 26.11.03 15:54

CASA si dice in giro (n).

Posted by: gioacchino at 26.11.03 17:03

Seguo i due cinesi lungo la banchina. Non sono tranquilli, forse hanno capito. Ormai, però, è tardi per tirarsi indietro: ho già fissato un appuntamento con il ricettatore, spero solo che il contenuto delle valigie valga la pena di fare ciò che mi accingo a fare. Sì, decisamente i due 'occhi a mandorla', o meglio i quattro occhi, devono aver capito tutto: eccoli che si sono fermati, sembrano aspettarmi. Metto la mano in tasca e tiro fuori il cavatappi che ho rubato al ristorante, quello che sta sotto la casa editrice, a Milano. Il cavatappi ha un coltellino che mi è spesso utile, in queste occasioni. Mi avvicino ai due orfani di Mao Ze Dong. "Mollate le valigie e filate", dico. "Ta ma de!", dicono loro, all'unisono. L'uomo scatta come una molla, il suo calcio improvviso mi spezza il polso della mano che regge il coltellino. La donna, intanto, ha fatto un balzo di almeno un metro e mezzo. Ha steso le braccia, ha unito insieme le dita -portando le punte di ognuna di esse a contatto con le altre- ha piegato la gamba sinistra e infine, con la destra, mi ha sferrato un violentissimo calcio alla bocca dello stomaco. Piegato in due per il dolore non posso impedire all'uomo di assestarmi una secca gomitata sulla schiena. Finisco per terra, in mezzo a una pozza di orina. "Che gente c'è in giro", penso, "potrebbero andare alla toilette invece di fare i loro bisogni su una banchina ferroviaria". Un flusso caldo lungo la gamba sinistra mi fa capire che mi sono sbagliato e che dovrei proprio fare qualcosa per la mia incontinenza. Svengo. Al mio risveglio i cinesi sono andati via, ma mi hanno lasciato un biglietto: "Possa lo spirito di Lao Tsu mostrarti la Via", c'è scritto. Mi accontenterei di un vigile urbano, penso.

Posted by: furiobozzi at 26.11.03 18:24

Mi avvicino al fagotto maleodorante.E'un uomo rannicchiato sul pavimento della stazione, in posizione fetale. Mi vede, alza la testa e mormora: "Mi aiuti la prego, mi hanno menato fuori dalla palestra e non è carino." "Perché, in palestra le prendi?" Chiedo curiosa. "Sempre, ma sono contento perché atterro sul tatami, che non fa tanto male." Un impulso incontrollabile mi induce a sollevare un lembo della camicia strappata, che gli copre parzialmente il viso. Non è bello da vedere, con tutto quel sangue che gli score dal naso, ma comunque lo riconosco. "Toh, guarda chi c'è, il buon furiobozzi, è un pò che lo cerchiamo, c'è perfino un'appetitosa taglia sulla sua testa. HO giusto bisogno di fondi da passare al mio idraulico e ho pure la stampante nuova che non funziona." "Se vuoi un prestito..." cerca di corrompermi lui, accennando una smorfia che vuole essere un sorriso "Ti mando mio cugino Filippo, che è un mago del computer e ti fa un prezzo di favore, solo la chiamata trenta euro." Intanto lo osservo, comincio ad annusare l'aria, capisco. "Non te l'ha detto la mamma che non si fa pipì furi dal vasino? Non ti mandava dallo psicologo quando la facevi a letto?" "No, la mamma aveva da fare con il postino, stava sempre ad aspettare corrispondenza, anche due volte al giorno. Ancora adesso mi innervosisco se sento suonare il campanello due volte di seguito.Poi ha fatto una brutta fine. Però aveva un buon profumo." "Profumi e balocchi." dico, pensando ad alta voce. Ecco chi era la madre snaturata di cui sentivo cantare fin da piccola. Improvvisamente vedo il furiobozzi in tutta la sua umanità, che anticamente è stata bimbità. La mia dura corazza di cacciatrice di taglie si sta sgretolando, comincio a commuovermi, nonostante abbia letto stamattina il blog di Genna, con ragazzi che si picchiano in un crescendo di una violenza inaudita. Cerco di pensare velocemente, il momento è critico. C'è la taglia, tanti verdoni donati da una nota casa editrice e da numerosi scrittori. Siamo sui livelli di Bin Laden,quanto a taglia. Però io sono una cacciatrice moderata, quello che mi interessa è pagare la tintoria, la permanente da fatalona e ogni tanto comprare delle scarpe con i tacchia a spillo. Le autoreggenti no, ormai ce l'hanno anche le sedicenni che si spazzolano i capelli. Meglio differenziarsi con calze monacali di lana pesante e nera. Cercando di non far caso all'olezzo, estraggo un fazzoletto e comincio a togliergli il sangue dalla faccia e intanto gli parlo all'orecchio: "Piccolo, mi sei simpatico. Voglio aiutarti, ma tu devi aiutare me. Stanotte devi scassinare la tintoria "Vi teniamo puliti, a Ladispoli" e prendere tutto il mio guardaroba invernale. Questo è lo scontrino." Gli porgo il biglietto stroppicciato, che lui intasca senza fiatare. "Vedi se hai una cugina parrucchiera, che devo rifarmi la permanente. E domani passa a casa mia con gli attrezzi, che ho un rubinetto che perde." Lui mi guarda sgomento: "Nient'altro?" "Così su due piedi non lo so, ci devo pensare... Hai mica qualche numero buono per il lotto? Ruota di Roma, preferibilmente." Lui improvvisamente si fa forza, si alza in piedi e mi guarda severamente. "Mata, tu pretendi troppo. Riscuoti la tua taglia e facciamola finita." Mi tende i polsi perché lo ammanetti. Adesso è al fresco e io mi chiedo che cosa ho sbagliato. Potevamo essere felici, insieme.


e

Posted by: Pamela Canali at 26.11.03 23:12

Stazione di posta.
Poteva farsi i fatti suoi quel Marco Polo lì. E' che viaggiare con questi due con gli occhi a mandorla da Venezia a Vicenza non e' proprio il massimo. Ogni volta che i cavalli nitriscono, loro subito giu' dietro con le loro risatine indecenti. Nessun colloquio. Hanno consumato il rito del tea da perfetti cafoni, nemmeno il gesto d'offrire. E dire che favoleggiano di questo tea cinese, a pochi ducati nelle locande delle calli di Venezia. Sia, fra poco ci fermiamo. Siamo in aperta campagna, la sera e' scesa e non e' bene procedere con tutti i briganti che ci sono in giro. Dico al fattorino di portare in camera la mia borsa, ma costui, in forza di un debito d'educazione, presceglie le borse dei cinesi, lasciando nel fango e vicino allo sterco dei cavalli, sfiniti, la mia. Pazienza, la lavero' domattina, o la lascero' sulla finestra. La figlia dell'oste e' carina. L'ultima volta che sono passato di qua, ormai e' come sentirsi a casa, mi ha sorriso. Ma in camera mia non ha accettato di venire. S'e' schernita dicendo, io con i poeti non ci vado. E' dura la vita in questa stazione di posta mi dico mentre occhieggio la moglie di un mercante di tappeti. Non saprei cos'altro inventarmi, e costoro i cinesi continuano ad esprimersi a gesti. Troppo lontani da casa loro, penso. Questa stazione, stanotte la nostra casa comune, mi dico mentre mi passano una cosa a forma circolare dalla quale, tramite un lungo tubicino ottonato aspirano lunghe boccate di fumo. Penso faccia bene ai polmoni, mi dico mentre
do due tirate che mi stendono come un maniscalco maldestro che riceve una zampata in pieno petto.
Non e' male questa stazione di posta. La figlia dell'oste concorda, con qualcosa di simile ad un grugnito, tirando a se le coperte. Ho quelle espressioni ilari dei cinesi negli occhi, mentre tento di prendere sonno.
(pietà)

Posted by: cletus a.a. at 26.11.03 23:43

A propositi del futuro dell'arte e di luoghi della letteratura italiana, di eterotopie sarà così in futuro come si dice qui? http://www.fub.it/telema/TELEMA6/Abruzz6.html
che ne pensate?

Posted by: luminamenti at 27.11.03 07:22

Nel maggio del 2002 ho fatta quella che nel mio piccolo mi è sembrata una grande avventura: sono andato in Cina e, da solo, senza sapere una parola di cinese, ho girato il nord-ovest usando come mezzo il solo treno (più qualche autobus). Trovarsi in un paese così diverso, e la Cina e i cinesi, credetemi, sono veramente molto diversi da noi, in quelle condizioni mi ha dato la possibilità di sperimentare un senso di grande solitudine (angosciosa a tratti) come non provavo dall'adolescenza. Ma questo forse non vi interessa. Interessera forse sapere che viaggiare sui treni della Cina ha regole molto diverse dalle nostre. Una per tutte è l'accesso al binario che non è libero ma avviene con modalità, come dire... simili a quelle con cui si prende l'aereo. In molte zone rarissimi sono quelli che conoscono due (2) parole d'inglese. Ricordando le mie difficoltà nel cercare di capire cosa potevo o non potevo fare, nel fare il biglietto o leggere una qualsiasi scritta, tipo "ascensore", lo zainone pesantissimo e l'aiuto fatto di sorrisi e gesti condivido la gratitudine e forse il sentirsi meno soli dei due cinesi.

Posted by: Claudio at 27.11.03 09:59

comunque sia i mondi si aprono solo alle persone di animo gentile

Posted by: reve at 27.11.03 11:07

Claudio perchè allora non scrivi di questo tuo viaggio? Conosco la solitudine del viaggiare in luoghi non familiari, per me irrinuciabile, sebbene è da qualche anno che non riesco a fare uno di quei viaggi che piacciono a me.

Posted by: luminamenti at 27.11.03 13:37

Ho tenuto un diario di quel viaggio. Il mio primo ed unico diario di viaggio ed il mio primo ed unico diario. La mia unica esperienza di scrittura "non controllata". A distanza mi sembra come uno dei vecchi diari di soldati al fronte. Un pezzo di me che passata l'esperienza non riesco, come non riesco mai, a scrivere.

Posted by: Claudio at 27.11.03 18:06


hmm...:?

Posted by: Meridian at 16.08.05 20:06
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