Trieste. Salgo sull'interregionale per Padova. Dieci minuti alla partenza. A bordo c'è molto caldo. La mia carrozza è deserta. Ci sono solo io. Apro il finestrino vicino al mio posto. Quando partiamo, metto il finestrino in fessura. Mi guardo intorno. Sono davvero solo. Mi fa un po' impressione.
Tiro fuori dallo zaino Hans Blumenberg, La leggibilità del mondo, Il Mulino. Capitolo quattordicesimo: "Segni sulla fronte, segni in cielo". Arrivo fino alla frase: "E' fin troppo ovvio fare di un organo così potentemente espressivo come il volto umano la fonte per conoscere ciò che vi si cela dietro", p. 207.
Qui mi addormento.
Quando mi sveglio, la carrozza è piena. Guardo l'orologio, ho dormito quasi un'ora. Ho un'altra ora di viaggio fino a Mestre, poi il cambio per Padova.
Mi alzo in piedi, mi stiracchio. Ci saranno almeno quaranta persone. C'è molto silenzio.
Ho un cattivo sapore in bocca.
Mi rendo conto che tutti, nella carrozza, dormono. Fuori c'è buio.
Ho sete.
Cammino lungo il treno. Non si sa mai, magari c'è un carrellino con l'acqua e i biscotti.
Attraverso una carrozza, due carrozze, tre carrozze. Sono tutte affollatissime. Le persone dormono, tutte, ciascuna nella sua posizione. Chi abbandonato sullo schienale del sedile, chi quasi scivolato giù, chi tentennando la testa, chi con la bocca aperta, chi con leggeri tremiti, chi russando energicamente, chi con la mano destra ancora sospesa a voltare la pagina della rivista, chi con le cuffiette del walkman nelle orecchie, chi con il gameboy che bipbippa in solitaria, chi gonfiando il ventre, chi rigirandosi ogni tanto, chi immobile come un morto.
Arrivo alla carrozza di testa. Oltre c'è solo il locomotore. Torno indietro, raggiungo la mia carrozza, proseguo fino alla carrozza di coda.
L'omino dell'acqua e dei biscotti è seduto tutto di traverso, la testa arrovesciata all'indietro, gli occhi stretti, la bocca spalancata, un filo di bava da un angolo della bocca, sull'ultimo sedile dell'ultimo vagone. Il carrello, incastrato accanto a lui tra due sedili, vibra e tintinna.
"Mi scusi", dico.
L'omino non reagisce.
"Mi scusi", dico un po' più forte.
L'omino non reagisce.
Lo tocco sul braccio destro. L'omino ha un piccolo sussulto.
Afferro il suo braccio destro, lo scuoto un po', ripeto: "Mi scusi! Mi scusi!".
L'omino rantola, si divincola senza aprire gli occhi. Cambia posizione. Mi arriva al naso l'odore dei suoi piedi.
Rinuncio. Torno al mio posto. Riprendo il Blumenberg. Allargo la fessura del finestrino. Il caldo è davvero insopportabile.
Quando entriamo nella stazione di Mestre, tutti viaggiatori balzano in piedi, arraffano bagagli e vestimenti, si precipitano giù.
Sono l'ultimo a scendere.
Sul primo scalino del sottopassaggio incontro Massimiliano.
bello! mi ha colpito l'odore dei piedi /pausa/ rinuncio.
Posted by: francesco at 25.11.03 18:15ale scrisse di un pianista che non sbarcava mai dalla nave su cui suonava, tu sei lo scrittore che non scende mai dai treni :-)
Posted by: arianna at 25.11.03 22:04Proposta editoriale: raccogliere tutti i testi che riguardano i viaggi in treno e farne un'opera 'pseudo' inedita in cui si ha il doppio punto di vista, quello di Mozzi così come trascrive i suoi racconti e quello del treno che osserva i viaggi del passeggero Mozzi per culminare poi in un dialogo 'a tu per tu' tra il Treno e il Mozzi ;O)
Che ne dite?
F.S.F.
Il treno ha in sè qualcosa di bello e grottesco. Non saprei definirlo in altro modo. E' come una sensazione che mi si appiccica addosso ogni volta che ci salgo per andare a Padova o a Verona, magari.
Saluti e complimenti sig Mozzi :)
Fai venire voglia di viaggiare (con il treno). Non mi sembra che ti sia annoiato.
La frase di Blumemberg mi fa pensare al fatto che i significanti non attingono mai a i significati, parole e segni non raggiungono mai la realtà indicata. Altri modi esistono per fare apprendere davvero; altro che parole: melodie, gesti, occhiate. Al centro della conoscenza esoterica sta la sicurezza dell'insufficienza delle parole. Doghen usava il giapponese mitsu, "esoterico" come equivalente di shimitsu, "intimità".
Tosto che lume il volto mi percosse
(Dante, Purgatorio, dove non me lo ricordo)
Emmanuel Levinas è il grande filosofo del volto.
In un racconto di Edgar Allan Poe, The Man of the Crowd, il narratore racconta la sua avventura di fisionomista.
Sprich nicht, damit ich dich sehe!
(Non parlare, affinché io ti veda)
A. Schopenhauer, Zur Physiognomik.
ho sempre paura di morire di sete, a mestre. io: non so perchè. mestre mi mette sete. via cappuccina mi mette sete. la soluzione sarebbe bere. ma non potrei contenere tutta l'acqua di cui ho sete, quando ho sete.
Posted by: diariodilu at 26.11.03 11:18hmm...:?
Posted by: watch me at 01.09.05 00:49