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BlogNation
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30.11.03

Pomeriggio

Gli euro di cioccolata ricevuti in regalo l'Epifania scorsa, la gallina di di cioccolata ricevuta in regalo la Pasqua scorsa, un po' di cioccolatini, forse anche un avanzo di tavoletta di cioccolata: mentre io lavo i piatti di due giorni lei mette tutto in un pentolino con un po' di latte di soia e fa sciogliere. Ci mette anche le uova di cioccolata e zucchero che erano nel cestino insieme alla gallina di cioccolata.
Mescola e rimescola, si accorge che in una delle uova - la più grande - c'era anche la sorpresa. Ripesca l'ovetto di plastica (riflettiamo: nelle uova di cioccolata e zucchero non c'è la sorpresa, c'è un ovetto di plastica con la sorpresa dentro; le mediazioni non finiscono mai) ma lo trova aperto; e allora gira, gira, gira il mestolo di legno nel pentolino, finché non ripesca anche la sorpresa: un pendaglietto, un cuoricino.
Ridiamo.
Sembra che niente si sia sciolto, per fortuna.
Le racconto che mia cognata ha l'abitudine di preparare la sera, come ultima cosa prima di andare a letto, la macchinetta del caffè per la mattina. Una mattina si sveglia, accende il fuoco sotto la macchinetta, e quando versa il caffè le viene fuori un liquido denso con striature biancastre e dei residui bianchi semisolidi. Guarda meglio: nel caffè c'è quel che resta di un paio di mattoncini di Lego. Succede anche questo, ad avere dei bambini.
Lei mette nel frullatore tre uova, quattro cucchiai di farina, un po' di latte di soia. Frulla. Le viene un'ispirazione: in frigorifero c'è un barattolo di mostarda ferrarese nel quale è rimasto solo il liquido dolce/aspro; lo unisce al frullato, e via. Si spera che quel pizzico di piccantino moderi un po' il troppo dolce della cioccolata.
Accende il forno.
Per raffreddare la cioccolata (versandola troppo calda si cuocerebbero le uova) riempie d'acqua fredda una pentola e ci immerge il pentolino. Continua a mescolare. In pochi minuti la temperatura della cioccolata è quella giusta.
Torna al frullatore. Aggiunge altri tre cucchiai di farina, un altro po' di latte di soia, tre cucchiaini di caffè in polvere. Frulla.
Discutiamo se metterci anche l'uvetta. Alla fine si decide di no.
Prepara il tegame rettangolare. Taglia due pezzi di burro, lascia un momento il tegame nel forno che si sta scaldando per ammorbidire il burro, spalma il burro sul fondo e sui lati, spolvera di farina.
Versa la cioccolata nel frullatore. Frulla tutto abbastanza a lungo. Assaggia intingendo il dito. "Buono", dice. Versa nel tegame.
Mette in forno.
Io ho finito con i piatti. Mi metto al telefono per organizzare la giornata di domani. Un appuntamento al volo in stazione ferroviaria a Padova, un altro appuntamento a Mestre in mattinata, un terzo appuntamento sempre a Mestre a metà pomeriggio. Poi ci sarà la serata al Cinema Excelsior.
Lei comincia a pulire il cardo. Non ha molta pratica di cardi, così mi domanda: "Ma come lo cucino, poi?". "Ma", dico, "lo fai lesso. Poi casomai lo passi in padella".
Mi viene in mente che io dico padella, lei dice tegame, nel mio dialetto si dice técia. Una volta, a Trieste, in una trattoria, chiesi se avevano patate. "No", mi dissero. Poi vidi che portavano patate a tutti i tavoli. "Ma allora ci sono, le patate!", dissi alla cameriera. "No", mi disse lei. "Quelle sono patate in técia. Patate e basta sono patate lesse". "Ma", dissi, "sempre patate sono, no?". "Oggi facciamo patate in técia", concluse lei.
Lei mette il cardo nella pentola a pressione. "Quanto lo tengo su?", mi domanda. "Non lo so", dico. "Non ho mai usata la pentola a pressione". "Facciamo dieci minuti", dice lei.
Tira fuori il cavolo cappuccio lessato tutt'intero e gli avanzi di broccoli e cavolo. Taglia a pezzetti il cavolo cappuccio. Mette tutto a strati in una pirofila grande: uno strato di broccoli, poi sale pepe e olio, uno strato di cavolo cappuccio, sale pepe e olio, un altro strato di cavolo cappuccio (ce n'è tantissimo), sale pepe e olio, uno strato con quel che resta del cavolo.
Intanto i cardi sono pronti. Li mette in una pirofila piccola con olio sale e pangrattato. Il pangrattato va bene perché toglie un po' di quell'acidità che fa piacere i cardi a pochi.
A che punto è la torta? Apriamo il forno e in quel momento ci ricordiamo: non abbiamo messo il lievito. La torta ha un bell'aspetto, sarà sicuramente buona, ma avrà una consistenza da castagnaccio. Si è pure gonfiata, ma poi si abbasserà e restringerà. Va bene lo stesso.
Le due pirofile di verdura vanno in forno.
Adesso sarebbe il momento delle poltrone, del giornale da leggere (abbiamo un Corriere di sabato e un Resto del Carlino di venerdì), di aspettare che la torta si raffreddi e che la verdura si cucini. Invece io devo andare, prendere il treno, riprendere la corsa; e lei ha le cose da fare, il lavoro, le preoccupazioni.
Più tardi, mentre sull'eurostar sono lì che comincio a leggere La virtù crudele. Filosofia e storia della sincerità di Andrea Tagliapietra ("Chi tace è depositario di un tesoro: il tesoro è in lui, costituisce il potere della sua singolarità. C'è un limite strutturale alla panotticità dell'immagine, all'esprimibilità dei linguaggi e alla trasparenza della comunicazione. Si tratta di una macchia d'opacità, di un denso fondo di resistenza che resta sempre intraducibile, ma che, per altri versi, funge da garanzia suprema di libertà", p. 10), una signora arriva dalla carrozza ristorante-bar reggendo con cautela un piatto di plastica. Si siede nel sedile difronte al mio, estrae il tavolinetto, appoggia il piatto: spezzatino con polenta.
"Do fastidio?", domanda.
"Si figuri", dico io.

Posted by giuliomozzi at 30.11.03 22:47 | TrackBack
Comments

Noi donne sempre più pratiche, tu ti sei vissuto tutta la poesia dei preparativi e poi via a stomaco vuoto, ho qualche dubbio su quell'accozzaglia di verdure però.
Bello il racconto, la prossima volta fatti preparare un babà così imparerò a farlo.

Posted by: Marisa at 30.11.03 22:59

Era ora che giuliomozzi cominciasse a parlare di lei. Sospettavo che dovesse esserci una lei. Secondo me è bello che lui condivida la responsabilità della ideazione e preparazione del pasto, assumendosi implicitamente la sua parte di colpa in caso di fallimento. Non tutti sono così generosi. Anche se è solo un racconto, è confortante per anime culinarie inquiete e tormentate.

Posted by: Pamela Canali at 30.11.03 23:18

nella "foga" dell'affabulazione...t'e' scappato quel "Piu' tardi, mentre...." che sembra alludere ad un qualche cosa che accade, osservi...lasci morire li la frase, prendendo a commentare il libro che stai leggendo in treno. Sbaglio ? :-)

Posted by: cletus a.a. at 01.12.03 11:21

..come non detto, la signora che regge il vassoio, arriva dopo una preposizione "kilometrica"...ehm, ci vuole un fiato da maratoneta...devo decidermi a smettere di fumare, sorry.

Posted by: cletus a.a. at 01.12.03 11:23
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