Mi ha lasciato veramente di stucco la reazione seguita alla pubblicazione della poesia Lettera di Mimma Mauri. Provo a dire alcune ragioni del mio stupore.
1. Alcuni interventi hanno usato l'argomento del tipo: "Questa non è una poesia". Naturalmente questo argomento, per essere sensato, richiede che si dica con un minimo di precisione che cosa è, invece, poesia. Che la poesia dovrebbe essere "musica", dovrebbe "suonare" ed "evocare" (lo dice ad esempio, con domanda retorica, Tt), non mi sembra che serva molto a distinguere che cosa è poesia e che cosa non lo è. Dire che la poesia è "Immagine e Suono", "Fare Primordiale" (parole di Luminamenti) mi pare un po' vago. I cartoni animati sono sicuramente immagine e suono, ma non mi pare che siano la stessa cosa della poesia. A meno che le lettere maiuscole iniziali non cambino tutto; ma non mi sembra. Dire che la poesia è, come mi pare intenda dire Giuseppe Iannozzi, "declinazione apollinea" o "dionisiaca", mi pare ugualmente un po' vago. Dire che una poesia per essere tale deve contenere almeno "un’immagine, una emozione, un dolore, una gioia, uno stato dell’animo, un non stato dell’anima", come fa Lucia, continua sembrarmi non meno vago. Eccetera. Quindi mi pare che l'argomento del tipo: "Questa non è una poesia", così adoperato, lasci il tempo che trova.
2. Altri interventi hanno usato l'argomento: "Visto X, Y è meglio". "Sono stata in vacanza a Pantelleria, è stato bellissimo!". "Sì, ma Filicudi è molto meglio". Ancora meglio: "Sì, ma la Foresta Nera è molto meglio" (così si cambia anche la specie). Naturalmente, tanto più si vuole precipitare in basso X, tanto più in alto si sceglie Y. Visto che la poesia di Mimma Mauri è genericamente definibile come "narrativa", e visto che Raymond Carver è il "poeta narrativo" più di moda del momento (grazie al lodevole lavoro di Minimum Fax), si metta Mimma Mauri a confronto con Raymond Carver: e la si butti giù dalla torre. Ora: sembrerebbe superfluo dire, ma a questo punto diventa necessario dire: dato per concesso che le poesie di Raymond Carver siano molto belle, nonché più belle di questa poesia di Mimma Mauri, questo non significa necessariamente che questa poesia di Mimma Mauri sia brutta. Significa solo che le poesie di Raymond Carver sono molto belle, nonché più belle di questa poesia di Mimma Mauri.
3. Le cose non migliorano né peggiorano, ma rimangono tali e quali, se la definizione viene esplicitamente rifiutata. Il rifiuto può essere al rialzo o al ribasso. Ad esempio (rialzo) Luminamenti scrive: "Inquadrare un testo in un 'genere' non è mera questione di definizione, perché definire ha una sua logica. Non è un mero esercizio accademico-salottiero. Anche se ahimé può diventarlo in molti ambienti culturali spocchiosi e snob". Indubbiamente il definire non è un mero esercizio accademico-salottiero: ma se nel corso di una discussione mi scontro con un problema di definizione (cioè, banalizzando, col problema di sapere non dico che cosa è, ma almeno come si chiama ciò di cui sto parlando), ha senso metterlo da parte e continuare la discussione? Non è più pratico, se non c'è tempo e modo di definire, segnalare il problema e interrompere la discussione? (E infatti Luminamenti, segnalato il problema, è uscito dalla discussione; ed è rientrato [vedi più sotto] quando io ho proposta una definizione minima di poesia). Altro rifiuto della definizione (al ribasso) è ad esempio quello di Massimiliano: "Non voglio dare definizioni, tanto più che non sono poeta né mi sono mai ritenuto tale". E allora? Io non sono un cavallo né mi sono mai ritenuto tale: questo non mi impedisce, qualora io ne abbia bisogno, di affrontare la questione del definire il cavallo.
4. Trovo assai curioso l'argomento catastrofista. Lucia scrive ad esempio: "Se questi saranno i futuri poeti, se simile a questi saranno i futuri scrittori smetterò di leggere". Naturalmente nessuno (io sicuramente no) ha affermato che i futuri poeti e i futuri scrittori saranno "questi" o "simili a questi". Né la poesia Lettera è stata proposta (sicuramente non da me) come modello ed esempio.
5. Sinceramente mi scoccia l'argomento dello scherzo. Scrive Tt: "Data la sua strenua e insistente """difesa""" (qui ci vogliono le virgolette al cubo) del testo vincitore, m'è venuto un dubbio: ma Mozzi è un pervertito o un sadico?". Qui mi si accusa di aver pubblicata la poesia Lettera di Mimma Mauri nella convinzione che essa sia un capolavoro della letteratura mondiale o giù di lì (nel qual caso sarei un pervertito) o, peggio, di avere pubblicata la poesia Lettera di Mimma Mauri allo scopo di metterla alla berlina (e allora sarei un sadico). A sostenere l'ipotesi, la mia assenza ("strenua e insistente", per così dire) dalla discussione. Mi dispiace: né questo né quello: ho pubblicata la poesia Lettera di Mimma Mauri perché mi è sembrata "dignitosa" e perché parla di treni; e sono stato fuori di casa per sedici ore consecutive, giusto il tempo di andare e tornare da Trieste. La mia difesa di Lettera è questa: l'ho pubblicata e ne sono fiero, nei limiti di quanto dico poi al punto 7.
6. Ho proposta una definizione minima di poesia. Ho scritto (alle due di notte): "se è scritta andando a capo prima che sia finita la riga, è poesia. Se invece va a capo solo quando finisce la riga, è prosa. Anche questo criterio ha le sue eccezioni; tuttavia mi pare il meno problematico. Decidere se un testo è o non è poesia sulla base di un giudizio di valore, mi pare un'aberrazione". Luminamenti ha risposto: "E' aberrante pensare che quella della Mauri è poesia! Il giudizio trova da lavorare nel riconoscimento percettivo, dove la categorizzazione dei dati sensoriali che giungono richiede, si ritiene, un confronto con le informazioni memorizzate secondo categorie. Il primo riconoscimento percettivo (ed eventuale descrizione, propriamente della nuda cosa, l'oggetto messo tra parentesi dei fenomenologi) è l'oggetto che ho di fronte: è un cavallo oppure è una poesia?". Secondo me, è importante rendersi conto che una poesia è prima di tutto un testo nel quale si va a capo prima la riga finisca. So anch'io che in questo modo vengo a considerare poesia una grande quantità di testi orrendi. Ma da lì in poi eserciterò il giudizio: è una poesia bella o brutta? Qui c'è un mio problema personale: le categorie qualitative, e non so spiegare bene perché, mi spaventano. Detta a solo titolo di esempio: il razzismo si basa, mi sembra, su una definizione qualitativa di "essere umano". Per il razzista, non tutti gli homo sapiens sono "esseri umani". Per il non razzista, tutti gli homo sapiens sono "esseri umani"; il che non gli impedisce di ritenere alcuni "esseri umani" eccellenti e altri disgustosi. Per questo dico e sostengo (come ho già sostenuto che tutto ciò che è descrivibile come "qualcosa di scritto" è letteratura) che ogni testo nel quale si vada a capo prima che la riga sia finita è poesia.
7. Trovo eccellente il lavoro di parodia. Parodizzare un testo è un modo veloce e intuitivo di analizzarlo e giudicarlo. Ecco, di tutta questa discussione, le parodie mi sono sembrate in fondo la cosa più sensata. Naturalmente so bene che la poesia Lettera di Mimma Mauri è facilmente parodiabile; e non posso esimermi dal sospetto che la parodiabilità di un testo sia un buon indice (negativo) della sua qualità. Naturalmente so bene che la poesia Lettera di Mimma Mauri non è un capolavoro della letteratura mondiale. Però mi par di sapere che una letteratura (la letteratura italiana, ad esempio) non è fatta solo di capolavori, ma anche di una "base", di un "lavorio generale di scrittura". Oggi, giustamente, nessuno legge più Guido Da Verona o Mario Appelius o Arnaldo Fraccaroli, ma la letteratura italiana e la sanità della letteratura italiana sono fatte anche di Da Verona, Appelius e Fraccaroli. E quindi una poesia che mi sembri semplicemente, e dignitosamente, "dignitosa", ha tutto il mio rispetto. Non sarà una poesia-senatore o una poesia-sindaco, nella Repubblica delle lettere: sarà una poesia-cittadino-comune. Ho molto rispetto per i cittadini comuni.
rimasi affascinato, alle medie, dalla tesi di uno strano professore di fisica. Nulla si perde delle nostre parole. Essendo il suono un qualcosa che si propaga solo grazie all'aria, tutti i nostri discorsi, si, tutti, sono "teoricamente" ancora tutti qui, dispersi nell'atmosfera, e non nel vuoto, assoluto, dello spazio. Questa definizione della poesia, dei "cittadini comuni", me l'ha fatta ritornare in mente. E' vero, se restiamo in silenzio, saremmo capaci di udire il sommesso brusio del mondo ? Il dignitoso lavoro di tanti umani, come la Mauri, quello di tanti altri, oscuri artigiani della parola ? Grazie Mozzi, bell'immagine. Buonagiornata a tutti.
Posted by: cletus a.a. at 26.11.03 07:13Mozzi, quasi citandomi (ovvero con il quasi, arbitrariamente suo, togliendo ciò che del mio discorso non è vago)dice: "Dire che la poesia è "Immagine e Suono", "Fare Primordiale" (parole di Luminamenti) mi pare un po' vago".
Quindi quanto io ho detto non è una definizione minima di poesia, secondo la sua testa.
Perché dico questo?
Perchè poi più sotto dice: "Ho proposta una definizione minima di poesia" (ognuno può andare a leggersi la sua definizione minima, non la cito perchè appartiene alla non verità della poesia, al relativismo culturale, e mi disturba solo doverla riscrivere citandolo, ognuno può andare a leggersela e farsi venire il mal di stomaco).
La sua citazione quindi è una definizione minima della mia mentre la mia non lo sarebbe. La sua non sarebbe vaga la mia si!
In base a che poi non si capisca (contando solo poi le lettere dell'alfabeto scritte da me, contando solo il numero delle parole scritte da me, già questo basterebbe, come livello primo di ragionamento, molto primitivo, a smentirlo).
Quello capisco è che ha le idee molto confuse sulla poesia (si consoli, è in buona compagnia, ci sono un sacco di persone in giro che creano confusione ad arte e non).
Ho dimostrato la prima incongruenza (ma potrei continuare e continuerò se sarà necessario e secondo le mie priorità temporali e la logica del testo di Mozzi su questo argomento, un metargomento).
Passiamo alla seconda. Mozzi dice:"ma se nel corso di una discussione mi scontro con un problema di definizione (cioè, banalizzando, col problema di sapere non dico che cosa è, ma almeno come si chiama ciò di cui sto parlando), ha senso metterlo da parte e continuare la discussione? Non è più pratico, se non c'è tempo e modo di definire, segnalare il problema e interrompere la discussione? (E infatti Luminamenti, segnalato il problema, è uscito dalla discussione; ed è rientrato [vedi più sotto] quando io ho proposta una definizione minima di poesia)".
Mi divertono molto le alterazioni percettive di Giulio. Io, a suo dire, sarei uscito dalla discussione e sopratutto sarei rientrato "QUANDO" lui ha proposto una definizione minima di poesia.
Io sono rientrato dalla discussione "QUANDO" sono rientrato a casa mia, ho acceso il computer e ho continuato il discorso come poi sono riuscito di casa e poi sono rientrato di nuovo e ho continuato il mio discorso fino a sera tardi con un commento che parlava ancora e con tanto di merito sulla poesia iniziando con la frase Caro Fabrizio. E mi ripromettevo di continuare stamattina e più in là.
Quindi, conclusione di questo specifico discorso, io non ho mai interrotto la mia discussione sul problema della definizione di cosa è Poesia, non sono stato vago, certamente non ho riversato (per ovvie ragioni pratiche-temporali, che invece alterano le percezioni di Mozzi che deve giustamente badare a un popò di roba e interventi!)nel blog tutto ciò che si può dire sulla definizione e classificazione di ciò che può dirsi, farsi e ritenenersi chiamabile come Poesia e che non è certamente ciò che dice Mozzi, né Jackoboson, che è poi quello per primo che sulla deriva nietszchiana, in base alla teoria delle funzioni linguistiche (1960)stabilisce arbitrariamente che la specificità del testo poetico sarebbe costituita dalla proiezione del principio di equivalenza (o similarità) dell'asse paradigmatico a quello sintagmatico. In poesia la sequenza sintagmatica è costruita proprio servendosi di equivalenze.
Perciò la presenza del verso o della rima (come figure foniche ricorrenti) implicherebbe quello che viene chiamato tecnicamente fonetica percettiva. Mi rendo conto del discorso troppo tecnico, infatti lo avevo volutamente evitato, preferendomi concentrare su una spiegazione di cos'è la Poesia più facilmente comprensibile (che ritengo di avere spiegato abbastanza e non vagamente), evitando la questione, che non è superata solo per chi non sa che la definizione di Mozzi che è poi la definizione di Jakobson risale al tentativo, rovesciando l'impostazione crociana, di integrare la "poetica" all'interno della linguistica. Ma di fronte a ciò sta come il cherubino dietro la porta, la poetica di Aristotile, confermata oggi, per quanto riguarda gli aspetti percettivi del suo oggetto da moltissime ricerche in campo cognitivo sulle nostre modalità percettive. Allora ritornare a comprendere cosa ha detto esattamente Aristotile ci può fare comprendere bene come quella della Mauri non è certamente poesia e che dirlo non è un mero esercizio classificatorio, ma investe proprio i rischi di un nominare che ci pone già con un occhio alterato da un pregiudizio (quello di cui Mozzi chiamandolo giudizio di valore prima, e poi categoria qualitativa, che lui vorrebbe evitare, che spaventa Mozzi e che non si rende evidentemente conto di stare ampiamente utilizzando sebbene usa la categoria sbagliata!) sulle cose, in questo caso il testo della Mauri. Il suo pregiudizio, ciò di cui dovrebbe spaventarsi è il suo pregiudizio, cioè: quello della Mauri è poesia!
Sul resto delle cose che Mozzi dice, su come altri siano intervenuti dirò in giornata.
Non sto uscendo dalla discussione Mozzi, sto solo chiudendo il PC, devo uscire di CASA e non QUANDO DICI TU!
la definizione di poesia che dai, giulio, mi trova pienamente concorde - senza entrare in troppi dettagli, mi sembra un modo ragionevole per creare una nozione comune senza scomodare labili canoni estetici (se mi piace, se mi ci ritrovo, se corrisponde a un modello, ... , è poesia - altrimenti no).
l'unico dubbio è: come classifichiamo il verso lungo? (mi viene in mente, per citare un solo autore, ginsberg)
Come 'paradoiabilità' buon indice negativo della qualità di un testo? A me mi parodiano tutti! Ma sì, veh... Uf!
Posted by: marco candida at 26.11.03 08:43trovo tutto estramamente distruttivo. non è una partita a tennis, a scacchi, è peggio, è un bel tiro a segno in perfetto "stile internet" ad personam, peraltro un po' provocatorio nei confronti di mimma mauri. proporrei di leggere carver in altre edizioni. come lettrice trovo che la minimum fax faccia un ottimo lavoro con i giovani autori, con carver ha combinato una ciofeca dimostrabile facilmente a cominciare dalla traduzione. lei non può dirlo, io sì. do atto che ha dato via alla diffusione di una moda, che peraltro già esisteva e che cominciava credo con kerouac. però mi sarebbe piaciuto ascoltare mozzi leggere cattedrale alla feltrinelli di padova. se si leggesse meglio, mozzi non avrebbe dovuto neanche scrivere questa cosa qui sopra, che scritta così mi sembra soltanto una precisazione di inutile dispendio energetico : fine del tiro a segno.
Posted by: sara at 26.11.03 08:59Caro Luminamenti, così come Tt pensava che io avessi mandato al massacro Mimma Mauri, perché non intervenivo nel dibattito (ed ero semplicemente in viaggio), così io ho commesso l'errore di fare un post hoc ergo propter hoc con la sequenza dei tuoi interventi.
Posted by: giuliomozzi at 26.11.03 09:27La Szymborska sostiene che il poeta, se è un vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso " non so". Tenta una risposta, appena la formula è già colto dal dubbio, e si rende conto che era provvisoria e non sufficiente. E così procede, in uno stato di stupore continuo e per se stesso. Ecco.Per questo, conclude, i poeti avranno sempre molto da fare. (1996, dal discorso di ringraziamento per il conseguimento del Premio Nobel). Altro e di maggiore spessore potrebbe qui aggiungere una persona me cara, Docente di Teoria della Letteratura (vedo di rintracciarla, sarebbe interessante un suo intervento qui). Io sono solo una lettrice - esigente, ma lettrice - e come tale - con un minimo bagaglio di consapevolezze e molti dubbi (e in quel senso avevo formulato la domanda, non retorica, ma nella ricerca speranzosa di trovare un bandolo alle affermazioni discordanti e contradditorie che mi capita di leggere) - ero intervenuta. Senza certezze e con infinita curiosità (e un po' di burloneria accessoria). Per questo spero che prosegua ancora, dinamicamente, questo dialogo a più voci. Io vi ringrazio per gli spunti preziosi che da questa riflessione ho ricevuto in dono. Buona giornata, tt.
Posted by: tt at 26.11.03 09:31L'uso delle lettere maiuscole iniziali è un artifizio talmente inflazionato da renderlo sterile ed affettato. Secondo me, il contributo dominante della cultura tedesca nel pensiero filosofico degli ultimi due secoli è dovuto in larga misura all'uso di una lingua che priva gli autori di questa possibilità retorica. Tutti i sostantivi, infatti, vanno scritti con l'iniziale maiuscola indipendentemente da significati e connotazioni.
Posted by: Pensieri Oziosi at 26.11.03 09:47Dopo Nanni Moretti (credo in palombella rossa), per un italiano l'aggettivo "dignitoso" ha un valore irritante, soprattutto se applicato all'arte. "Tutti questi registi che realizzano un prodotto dignitoso!" stigmatizza Moretti nel suo film, più o meno - accusandoli di non rischiare, di non puntare al massimo. Una scena che pesa come piombo, da quel momento in poi, sull'aggettivo - grazie alla sua indubbia genialità ed efficacia. Giuliomozzi in quanto scrittore non potevi ignorarlo e, in quanto scrittore, hai assorbito quella scena, anche se magari inconsapevolmente, in quanto legata alla parola che hai usato. I guai che segnali, secondo me, iniziano da lì. E giustamente. Non conosco peggiore offesa, come italiano dopo Moretti, che un'arte definita dignitosa.
Posted by: palmasco at 26.11.03 09:58A me la poesia della sig.ra Mimma Mauri è piaciuta. Sono andato a cercarmi altre cose sue su internet, come consigliato da Giulio. Poesia discorsiva, sì, prosastica, "paratattica", mi viene in mente non solo Carver, ma Del Bianco di Planaval, qualche opera di Giudici, Pavese ecc. Ma tutti questi che si scandalizzano, lo fanno anche per le poesie di Aldo Nove?, o di un'altra poetessa giovane (e autrice di racconti, anche) di cui ho letto varie cose interessanti, Francesca Denti? (spero di ricordarmi bene il suo nome). La poesia non può, e non deve, essere solo aulica, ritmica, rimata, musicale. La sig.ra Mimma, inoltre, credo sia contenta di questo dibattito sui suoi versi: certo non mi sembra che Giulio l'abbia buttata "al massacro" (sennò, uno ai concorsi di poesia che ci partecipa a fare?). Saluti a tutti.
Posted by: Mauro Pianesi at 26.11.03 10:07fondiamo un club?
Posted by: Lu at 26.11.03 11:09(tendo a precisare: il commento di prima era estraneo a qualsiasi contesto.) Lu
Posted by: diariodilu at 26.11.03 11:11una piccola recensione che ho scritto tempo fa a un libro di poesia di uno scrittore magliese abbastanza sconosciuto e sfortunato, morto a 36 anni, e non per cause naturali.
Leggendo le poesie di Salvatore Toma, mi viene in mente una frase detta da Springsteen durante un'intervista. L'intervistatore gli chiese come facesse a comporre canzoni ancora così belle dopo 25 anni di attività. Lui, vestito con scarpe da lavoro, jeans neri, camicia di flanella e orecchini a cerchio su tutt'e due i lobi, rispose: "Ho sempre difeso la mia malinconia", o addirittura: "Ho sempre difeso la mia depressione". Una frase sorprendente, al limite del paradosso, ma che molto dice sui processi misteriosi dell'arte, musica rock compresa. Premetto che non sono un grande esperto di poesia. Spesso i poeti che preferisco sono quelli morti giovani e suicidi, forse perché mi sembra che i loro componimenti non siano solo un balletto di parole, ma che i loro versi contengano il dolore, la ferita originaria, quindi la verità. Non dimenticherò mai Inverno dello scrivere nemico di Beppe Salvia, o Preghiera alla poesia di Antonia Pozzi, due poeti generazionalmente lontani che hanno saputo difendere la loro malinconia, il loro senso di smarrimento, anche a costo di rimetterci la vita. E sicuramente non dimenticherò Canzoniere della morte, la raccolta di liriche di Salvatore Toma, poeta magliese morto suicida nel 1987, a 36 anni. L'ho scoperta per caso: io sono come Woody Allen in Io e Annie, compro tutti i libri con la parola morte nel titolo. In queste liriche la morte è vagheggiata come la Laura del Petrarca, una bella donna con cui si parla, si conversa: una donna innamorata, accondiscendente e premurosa. I primi versi sono eloquenti: "Sembriamo due strani innamorati/ ma io ti sento/ qui alle mie spalle/, a volte mi sento toccare". Una sezione dell'antologia - Bestiario salentino - è dedicata alla pietas verso gli animali: il poeta infatti passava gran parte del suo tempo al bosco delle querce delle "Ciancole", il bosco segreto, appollaiato su un albero come il famoso barone di Calvino, dove costruiva il suo mondo di ideali e di sogni. Una tra le sue poesie più intense dice che non ci sarà nessun Apocalisse "Ma la terra si trasformerà/ in un animale/ che per infiniti secoli/ abbiamo violentato e ucciso/mangiato e fatto a pezzi/. Essi sono là/ che ci aspettano...". Maria Corti, che ha curato l'antologia, racconta che quando si incontrarono, grazie a Oreste Macrì, Toma gli rivolse un saluto che era come una sfida: "Lei non si interesserà mai alla mia poesia". Dopo la scomparsa prematura del poeta di Maglie, Maria Corti sembra aver colto il senso di quel saluto di sfida. Salvatore Toma, poeta picaresco e naif, come Springsteen ha sempre difeso la sua malinconia (o depressione): vale a dire è sempre stato vicino alla propria ferita e alla propria identità, e non si è mai lasciato svuotare dal mondo.
Salvatore Toma, Canzoniere della morte, Einaudi, L.18.000
Posted by: il superficiale at 26.11.03 11:31Vogliamo parlare dei 5.355 modi di far "risuonare" le parole secondo la millenaria riflessione indù su ciò che distingue la poesia dall'uso quotidiano delle parole? Sono esattamente 5.355!
Caro Giulio, non credo tu abbia commesso alcun errore (a parte quello di definire quel testo della Mauri poesia!). Semmai, dato che il tuo nome e cognome è autorevole, inserendo quel testo della Mauri e il fatto che sia "anche" stata premiata, hai il merito di aver fatto parlare della questione poesia! Merito non so se intenzionalmente provocato o meno, in ogni caso resta un merito. Come vedi l'interesse per la poesia è abbastanza alto, ho sempre notato come da alcuni anni a questa parte su Internet appena si parli di poesia si scateni il Polemos, come bene ricordo anche da SdM.
Personalmente, basta rileggermi, ho "esplicitamente" espresso il fatto che non si trattava di mandare al massacro la sensibilissima, ne sono certo, l'ho già scritto, Sig. Mauri, che fa bene a continuare a scrivere se lo desidera e valuterà eventualmente se sia il caso di indagare meglio sul suo fare espressivo e se voglia o meno farlo rientrare nel genere che crede gli appartenga o sia creduto da altri (i critici, le giurie, i lettori delle sue poesie)o lo voglia modificare!
Se poi qualcuno se la sia presa con la Mauri o se la Mauri non sia capace di reggere alle critiche è un problema del fatto che cmq siamo parlanti e parlando determiniamo reazione che sono sempre difficile di prevedere fino in fondo.
Per non subire bisogna non esistere. Subiscono pure i morti!
Ritengo che l'eventuale danno singolo o collettivo che ne può risultare è sempre minore che non parlare mai di qualcosa o non dire mai: così non mi sta bene! C'è la possibilità parlando di indurre ognuno di noi a riflessioni, ed eventuale approfondimento del problema che dipende dalle proprie energie, possibilità, capacità di mettere in discussione persino le cose più ovvie ed elementari.
In questo senso, dopo il polemos, dopo lo spirito di discussione, occorre il silenzio, la quiete del vuoto interiore e dello studio personale.
Non c'è nessun tiro a segno, nessun massacro della Mauri, piuttosto ci vuole la fatica di studiare, capire da dove derivano le cose, se sono mere questioni definitorie. Ho inserito parecchi spunti, certo non esaustivi, se uno li vuole osservare, ricercare e approfondire va bene, tanto di guadagnato, se no ognuno avrà detto la sua e quindi avrà messo in moto il proprio processione di riflessione che è sempre di autorevisione.
Se leggerò ancora cose che mi facciano riflettere al riguardo le posterò, poi come sempre tutto finisce!
In passato, per ragioni di lavoro, ho fatto recensioni a libri con testi che mi erano stati presentati come testi poetici, mentre non lo erano, sto parlando di libri pubblicati da piccole case editrici, e quello che mi sono limitato a dire nella recensione che mi era richiesta, è che non si trattava di poesia, senza per questo mandare al massacro l'autore del testo, ma semplicemente facendo distinzioni e inserendo quella cosa importante che si chiama Differenza. L'autore, per me, qualunque cosa scriva ha - quasi sempre - una sua dignità come scrivente anche se non è poetante o narrante o filosofante!
Poi ci sono altre questioni, come quelle di chi premia, presenta un testo e come lo presenta e come lo valuta. Ci sono almeno 20 libri di filosofia che nel risvolto di copertina mi dicono: "il più importante filosofo del Novecento".
Ecco mettere distinzione, capire quale è dei 20 il più importante per me è necessario, vitale per il futuro della filosofia. Intanto ridurne il numero e introdurre una Critica, non un massacro.
Così con la poesia siamo messi male se ci atteniamo alla tua definizione e come ho sufficientemente spiegato, criticato (ma non completamente, posso procedere solo per stazioni spazio-temporali)
non è un problema di semplice tassonomia.
Ma se non se ne parla credo sia ancora peggio.
Io, per esempio, sono stato incluso da te, con un uso di una categoria qualitativa, con un giudizio di valore, nella categoria del vago. Mi correggo. Non io, il mio primo discorso.
In realtà il vago rientra in una categoria interessantissima, quella del Terzo escluso, parlarne potrebbe essere interessante (non mi fare stancare, ti prego! eheheeh...).
Per finire, mi sembra, che stai facendo un buon lavoro o servizio, chiamalo come vuoi questo fare di questo blog, anche se non sempre siamo d'accordo. Ma ciò credo sia meglio.Per tutti.
Ridondanza.
Vogliamo parlare dei 5.355 modi di far "risuonare" le parole secondo la millenaria riflessione indù su ciò che distingue la poesia dall'uso quotidiano delle parole? Sono esattamente 5.355!
Vi ringrazio per queste riflessioni intorno alla poesia. Volevo solo dire due parole sul testo della Signora Mauri, il quale è dignitoso anche per me. Sarà terribile il termine dignitoso, ma è migliore del terribile d'insieme che talvolta si è costretti a leggere. Per il resto, parlare di cosa sia la poesia, spiegarla, anziché vederla esistere mi deprime, ammutolisce e confonde ancor più di quanto io non sia già. Cordialmente
Posted by: Anonima at 26.11.03 11:48Caro Giulio, potrei citare Nietzsche e dire dell'apollineo e del dionisiaco, potrei citare ancora Orazio e Aristotele, potrei citare tanti filosofi, poeti, semiologi, ma non lo faccio per una semplice ragione: ho già detto che la poesia si riconosce subito, quasi istintivamente. Ho detto già molto in proposito. Non mi sembra il caso di continuare a dire e uccidere la Poesia con tanta teoria. Penso che la poesia, prima di essere tecnica, sia istinto emozionale, respiro dell'anima, poi è anche tecnica. La Mauri ha scritto un pensiero e dico ciò perché, come qualcun altro ha fatto notare, non suscita sentimenti nel fruitore. Non nego la sensibilità della Mauri, non penso che postando il suo lavoro qui tu abbia voluto metterla alla berlina, né penso sia il caso di tentare una tragedia di opinioni e contro-opinioni in merito. Come vedi, le mie considerazioni, quì, in questo momento, sono minime, anzi minimaliste, volutamente. Non basta andare a capo, mettere i punti, o annullarli, per fare di un testo una poesia. Il Poeta riconosce se stesso e i suoi simili. Quanto ha espresso Luminamenti è giusto, perfetto, ma non era il caso di farne una questione e tentare l'azzardo impossibile di scucire ai lettori del blog lodi che non potrebbero venire per il lavoro della Mauri. Forse la mia sensibilità è poca e non riesce a farmi apprezzare "Lettera" di Mimma Mauri. Forse. Ma una cosa so e la sento profondamente: la poesia appartiene agli "uomini" prima che ai teorici e ai tecnici. La troppa teoria inflaziona i sentimenti, in questo credo. Così, adesso, anche io mi assento, perché portato lontano da altri impegni. Ma non è un discorso lasciato a metà. Non lo è mai stato né per me né per Luminamenti, per nessuno. Spero sia chiara questa che non è una apologia ma solo un invito a rispondere circa le ragioni della poesia, del perché si scrive poesia o almeno si tenta.
Cari saluti,
Giuseppe Iannozzi
Posted by: Giuseppe Iannozzi at 26.11.03 11:49Caro Palmasco, il tuo unico argomento contro l'aggettivo "dignitoso" è un argomento d'autorità: l'ha detto Nanni Moretti e "non si può ignorarlo", anche perché l'ha detto con "indubbia genialità ed efficacia".
Posted by: giuliomozzi at 26.11.03 11:55Aggiunta per Pensieri Oziosi. Quello che dici è interessante, m'importa molto. Mi sembra che nei testi di Saramago il maiuscolo è abbondante.
Non conosco le ragioni di Saramago, se ce ne sono per lui, suppongo di sé, dato lo spessore elevato che attribuisco ai suoi testi e alla sua intelligenza. Suppongo che il traduttore dei suoi testi esegua almeno in questo la partitura di Saramago. Non ho mai visto un testo in originale di Saramago!
Vedo che ci sono molti commenti interessanti, vorrei riflettere su ognuno, chissà se oggi uscirò di casa e poi rientrerò e poi mi connetterò e risponderò e poi uscirò dalla discussione e poi sconnetterò il mio cervello dal pensiero. Giulio l'ho pensato nel post prima di questo.
parlate di salvatore toma, non della mauri! lui sì che ha sempre difeso la sua malinconia (o depressione). la mauri, al massimo, ha difeso il suo orticello.
Posted by: il superficiale at 26.11.03 12:01Aristotele direbbe: "ma questa è una una tragedia!" ;-)
A prop del commento precedente, io non ho mai voluto leggere niente di poeti o scrittori che si sono uccisi, mi sembrava un loro tradimento,un tradimento nei confronti della vita che a loro aveva fatto un dono - e che avrebbero potuto insegnarmi o dare proprio loro rinunciatari alla vita?, e come nn pensarlo nel caso della Woolf o di Pavese e di tanti altri (lasciamo stare i poeti russi, che non si sa la verità)
Concordo per certi aspetti con Mozzi: è difficile dare una definizione di poesia, anche perchè davvero i nostri criteri cambiano in base alla nostra capacità di giudizio. Cosa induce a farci dire bella o brutta una poesia? e se anche ci pare brutta, non manterrebbe la sua dignità per il solo fatto di essere un'esperimento sul proprio essere, sul proprio essere al mondo? "Pieno di merito e tuttavia poeticamente abita l'uomo su questa terra" dice Holderlin, e credo sia bello lasciare che ognuno esprimi questa poesia, naturalmente senza buonismo e senza che qualcuno mi vogli rifilare la sua poesia come prodotto commerciale.
No, non è difficile definire cos'è Poesia (con rarissime eccezioni che sono contemplabili nella definizione).E' faticoso! E' faticoso ripercorrere il cammino del filo di Arianna nel labirinto! I nostri criteri cambiano "anche" in base alla nostra "incapacità" e "insufficienza" di giudizio, che data la fatica che occorre per arrivarci, demandiamo all'ultimo arrivato (non è Mozzi, si è oggi andato molto oltre nella deriva definitoria di cos'è poesia rispetto alla definizione di Mozzi) che "possiede" (per una infinità di ragioni causative che non è qui contesto per indagare)la "forza" di sostituirsi alla nostra manchevolezza, alla nostra stanchezza, al nostro naturale scetticismo che molliamo per una fede altrui.
Sui rapporti di forza ho accennato nel mio ultimo commento (caro Fabrizio) nella sezione "Una meta che tarda".
Ho visto caro Lumina!! Ostinarsi a dare una definizione di "Poesia", la snatura nel frangente stesso in cui ha inizio la semplice intenzione di inchiodarla in uno schema mentale; è una istintualità dell'animo che grazie alla sua tensione dinamica, risulta sfuggente e lascia solo dietro di sé una impalpabile scia di cosa essa potrebbe essere, così generando molteplici illusioni di ciò che nel tentativo di afferlarla abbiamo già creato!!
Posted by: Fabrizio Corselli at 26.11.03 12:37domanda che sorge ora (senza retorica, Mozzi, è solo una curiosità, a questo punto della discussione): se si allarga a oltranza la categoria poesia, allora cosa non-lo-è?
Posted by: tt at 26.11.03 12:39un po' di tempo fa ho letto questa, che posto appresso. è definizione, opinabile, ma mi colpì parecchio. perchè in fondo credo sia difficile definire univocamente cosa è poesia e cosa non è poesia. in fondo è difficile persino dire cosa è e cosa non è.
personalmente, credo che quello della mauri sia una sorta di racconto poetico più che poesia. ma questo è frutto delle mie parametriizazioni, è la mia lente di ingrandimento, il mio angolo visuale e tutto quello che mi porta a dire che la definizione di giulio (punto a capo, a capo niente punto) sia, come dire, riduttiva. giulio, durante la tre giorni di perugia, ha usato una metafora straordinaria paragonando il lavoro di scrittura a quello di un bambino che mette insieme pezzi di lego senza avere un progetto predefinito. quando osservo mia figlia, mi accorgo che a volte lei mette insieme pezzi già sapendo che non si incastreranno mai, però ci prova lo stesso. ecco, credo che il poetare (verbo orribile, scusatemi) possa essere paragonato con ancora maggiore efficacia a questo tipo di lavoro. incastrare pezzi (parole), giocarci, fare in modo che in qualche maniera suscitino emozioni non esattamente definibile. quella che qualcuno chiama musica. quello che provavo all'università quando ascoltavo il docente di storia delle dottrine politiche senza capirci una mazza, ma lo ascoltavo. mi sentivo rapito dall'immaginario che si apriva in me ascoltando quelle parole. era una specie di poeta, quello. e in fondo fare poesia significa anche liberarsi un poco dai vincoli (fortissimi, secondo l'opinione di giulio) di realismo (sintetizzo) con cui dobbiamo fare i conti quando raccontiamo.
vabbè, posto.
-=-=
La poesia si solleva, per necessità. Diventa parola urgente nel disordine in cui la dignità dell'essere viene calpestata. Ma le parole restano pallide quando la ferita è profonda, quando il caos programmato è brutale e irreversibile. Contro tutto ciò: le parole. E cosa possono ottenere?
Tra il silenzio mortificato e il balbettamento disperato, la poesia si intestardisce a dire. Il poeta grida o sussurra: sa che tacere potrebbe sembrare un delitto, un crimine.
C'è un dolore millenario che rende ridicolo il nostro respiro. Il poeta è colui che rischia sulle parole. Le depone per poter respirare. Ma ciò non rende più tranquille le sue notti.
Dare un nome alla ferita, ridarne uno al volto annullato dal fuoco, dire, fare e disfare le rive del silenzio, ecco cosa gli detta la sua coscienza: deve riconoscere l'impotenza della parola di fronte alla brutalità della storia, di fronte alla disperazione di quelli che non hanno più nulla, nemmeno la ragione per sopravvivere e dimenticare.
Incommensurabile è il nostro bisogno di dire, anche quando le nostre parole, portate via dal vento, andranno a sbattere contro le montagne fino a perdere ogni senso, fino a fare dei buchi nella roccia e a smuovere le pietre pesanti dell’insonnia.
Tahar Ben Jelloun
Belle parole Fabrizio,hai una scrittura acquatica, purché si ricordi che lo schema mentale della poetica in Aristotile (ma potrei parlare anche di qualcun altro autorevole come lui) è molto ampio, per cui il problema non è oggi rimanerne ancorati, come se lo si possedesse per intero, il problema è che è stato dimenticato e quando utilizzato molto limitatamente. Detto questo, non vorrei che si pensasse che io sia uno legato alla Tradizione (e lasciamo perdere la complessità di questa parola, ma limitando il mio pensiero a un uso della parola Tradizione che è comunemente in uso in un senso incolto).
Dentro Aristotile c'è anche l'innovazione, la modernità, la possibilità del rinnovamento (persino nel campo della matematica e della musica come recenti ricerche hanno illuminato).
Solo che stiamo parlando di "altre" innovazioni, di "altre possibilità, di "altra" modernità.
Detto anche questo, dobbiamo stare anche attenti all'il-limite presunto della ragione.
Abbiamo dimenticato la lezione kantiana, sui
limiti della ragione. Su questo tema c'è una interessante conversazione tra Galimberti e Scalfari sul numero Micromega, Almanacco di Filosofia (novembre-dicembre).
Senza mettere un limite rischiamo di debordare nella confusione totale, nella paralisi della ragione.
Questo lo so e lo comprendo bene, ho anche consigliato nel ripassino la Poetica di Aristotele. E poi parlarne serve, poiché così come in Narratologia, in relazione alla figura del cattivo, il contrasto genera un trasferimento di valori che mette in evidenza il lato positivo del Buono; un modo per relegare in un piano di concetto il senso di quell'essere. Se non parlassimo di Poesia, generando contrasti non potremmo assumerne i valori veramente validi. E sempre di Aristotele, non si dimentichi (angolino delle citazioni) nella metafisica dice che le argomentazioni superficiali sono necessarie poichè senza di esse non potremmo sviluppare la nostra capacità critica. Ciao ciao.
Posted by: Fabrizio Corselli at 26.11.03 13:01Mi scuso se il mio commento è risultato perentorio, soprattutto con giuliomozzi che me lo fa notare. Le mie intenzioni erano buone. Volevo offrirti uno spunto per comprendere i commenti che ti hanno lasciato di stucco, e anche un po' deluso, pare. Ho individuato nell'uso della parola "dignitoso" la causa della difficoltà dei commenti di apprezzare l'offerta della poesia di Mimma Mauri sul tuo blog. Penso che sia facile comprendere che se sono apparso perentorio è soltanto per questioni di spazio. Confermo invece l'idea che mi attribuisci, che un autore importante influisce definitivamente sulla lingua, e la cambia da quel momento in poi, e che non è più possibile ignorare l'efficacia del suo intervento. Non è così che le lingue vivono e cambiano? La accolgo insieme all'ironia con la quale me la attribuisci, come se fosse cosa di cui vergognarsi.
Posted by: palmasco at 26.11.03 13:36Com'è noto, gli psicanalisti, periodicamente, vanno in analisi. E uno psicanalista inglese, un seguece di Melania Klein di cui però mi sfugge il nome, diceva che il suo migliore analista era un camionista. Che di sicuro non aveva nè letto nè studiato Freud. Io certe volte sento delle frasi, frasi dette, pronunciate, magari balbettate, che mi sembrano versi. Dignitosi. Che hanno pure quella musicalità rimarcata da tt. Vassalli ha detto che ama la poesia di Campana perché non è una poesia "universitaria". Era una poesia (scritta) per essere letta nei vicoli. Quelli amati anche da Pasolini ("le persone migliori sono quelle che non hanno fatto la quarta elementare").
Il problema è che ci hanno insegnato a pensare ma non a sentire (Franco Borgogno, psicanalista, autore di un bellissmo libro: L'illusione di osservare).
Per Gildo. Aristotile non è per l'università!
Se poi qualcuno se ne è impossessato...
Non c'è dubbio che l'apprendimento possa passare attraverso anche un catatonico.
Ma non tutti i catatonici sono uguali, non tutti i contandini sono uguali, non tutti gli analfabeti sono uguali, non tutti i professori universitari sono uguali. Non tutti i fiori sono uguali, non tutte le religioni sono uguali. Come disse un monaco buddista zen alla questione del perché ci sono tante religioni la risposta fu: un fiore è bello, ma un mazzo di fiori è più bello (e lo si può comporre, volendo, distinguendo un crisantemo da una rosa).
Uso la parola esoterico per designare il grado della meditazione che permette di conciliare e fondere ogni filosofia o fede, grado lambito all'acme della fioritura fiorentina, nel secolo 15esimo, dal Ficino e ancora più dal Pico, che ci rimise la pace e rischiò la vita, grado al quale pervennero già Avicenna, Ibn Arabi e al-Suharawardi, che ci rimise la vita.
Che c'entra? ci entra nel senso che tramite questi nomi si può, per chi voglia cercare, comprendere che la conciliazione e la fusione si fanno senza annullare le differenze, senza perderle di vista.
Aggiunta. Se ogni cosa è tutto, tutto è niente!
Posted by: luminamenti at 26.11.03 15:10Nuova aggiunta. Mai detto che la Poesia è per l'Università.
E' più probabile, oltre che già accaduto, che la "presunta" poesia della Mauri diventi "universitaria".
Ho già detto dove è nata questa deriva!
Ma come ha intelligentemente detto in un bellissimo saggio Luciano Parinetto (l'ha detto anche l'oste dove acquisto il vino, ottimo companatico per fare Poesia! anche Coleridge ne sapeva qualcosa!)la diabolizzazione (per cui si rovescia la realtà delle cose)è una tecnica teologica-politica al servizio del Potere che rovescia i luoghi e i nomi del Sapere.
Che bello! Genna ha messo su Miserabili un magnifico articolo sull'Omeros di Derek Walcott a cui ho fatto riferimento in "Una meta che tarda"
Posted by: luminamenti at 26.11.03 15:40Mi viene da dire qualcosa. Io che poco conosco, poco capisco. E leggendo qui e là, perchè si fa fatica a leggere tutto il dibattito (mi pare interessante a volte con uscite permalose, ho riletto la poesia Lettera con queste parole in mente: "A questo punto parlo un momento dei poeti. Chi di voi legge poesia, sa che i poeti sono capaci di dare un brivido. È un effetto specifico della poesia: noi leggiamo, e improvvisamente ab-biamo un brivido.
Che cosa succede, quando abbiamo il brivido? Succede che la poesia ci ha messi istantanea-mente, cioè per un istante, in contatto con le nude cose. La poesia fa questo, di solito, almeno nel nostro tempo, per mezzo di quella cosa che, con una semplificazione brutale, chiamiamo: la metafora. La poesia giustappone due parole (una detta, l'altra non detta), e questa giustap-posizione produce il brivido.[...]La poesia è sempre stata considerata un'attività più alta della prosa — anche oggi che non la legge nessuno — proprio perché ha il potere, per mezzo delle parole, di metterci istantanea-mente a contatto con le nude cose. Meglio: di ammetterci istantaneamente alla presenza delle nude cose." Sarà ma, io che non conosco tanto, qualche brivido qua e là l'ho sentito.
concorsi di poesia: "riserva indiana", e "scrittura acquatica". Un paio di perle che mi metto in tasca, non sono certo di non usarle, alla bisogna. Commosso, ne ringrazio gli autori.
Posted by: cletus a.a. at 26.11.03 18:41Ringrazio Cletus e metto l'intervento per intero, ieri lo avevo tagliato perché mi pareva troppo lungo e non volevo rubare troppo spazio. Vedo che son bene accetti gl'interventi anche lunghi e ne approfitto.
Gentile Signor Iannozzi,
ho cercato il suo blog per trovare il suo indirizzo e scriverle tutto questo giro di parole per dirle che questo scambio con lei oggi è stata l’unica cosa degna di nota della giornata: è la prima volta che incontro qualcuno che ama così tanto il Vassalli, certo più di me, da come si è espresso (tra l’altro la ringrazio per la completa bibliografia che conserverò, visto che proprio quando lo scoprii mi riproposi di leggerne tutta l’opera).
Diciamolo chiaramente: la poesia non si pubblica, non si distribuisce e perciò non si legge.
Ecco i concorsi, dunque: la riserva indiana, una specie di circolino da biliardo, dove si mescolano indistintamente il ragazzotto, la signora con l’anima bella e il poeta malcapitato che ancora non ha capito l’andazzo (se giovane).
Ora poniamo: se anche il poeta vince il concorso, dopo che fa? ‘ndo va?
Torna a casa, certo, a scrivere. Dopo qualche anno ancora, dopo che ha scritto un altro libro, che fa? Partecipa a un altro concorso? Va al Maurizio Costanzo Show? E dopo che fa (quando anche ci va)? ‘ndo va?
Via, via, siamo seri: la gente non legge la poesia perché gli editori non la pubblicano e non la distribuiscono.
Sebastiano Vassalli, onestissimo e validissimo scrittore, è in certo modo isolato e pure in parte fortunato: scrive e pubblica e sceglie quel che è giusto fare per sé stesso e la sua ricerca.
Scrive un capolavoro (grandissimo omaggio alla Poesia) che da solo servirebbe ad educare i giovani (e i vecchi) lettori, molto più che un’antologia di letteratura italiana. Non perché gli altri Autori non abbiano importanza, ma perché lì dentro vi è la denuncia dell’esistenza assurda e cattiva del poeta.
Ho fatto una specie di sondaggio (prendetelo per quello che è) e ho scoperto che Dino Campana, un genio della letteratura italiana, non è conosciuto né tra gli studenti di scuole superiori, né spesso tra quelli dell’università, sicché, capite, tutto si riduce quando va bene, a un film, al solito stereotipo dell’artista pazzo di cui ne avrei più che abbastanza.
Al Campana si riservano poche paginuzze alla fine delle antologie, ora: come si può giungere a che il lettore che scrive si pieghi a vedere minimamente di cosa sia e di come s’esprima la poesia?
Gli editori vogliono decidersi a rischiare un pochino, dato i poeti che lo fanno interamente?
Vogliamo cominciare a denunciare che per la maggiore i Concorsi Letterari possono essere tante cose, ma difficilmente il luogo dove esistano poesia, drammaturgia, letteratura?
Che la gente non s’interessi di poesia poi è una grandissima e comoda menzogna.
Cominciamo con questo rovesciamento: diciamo che non ci sono libri di poesia contemporanea che siano stampati, pubblicizzati e distribuiti. Da qui, i lettori non conoscono la poesia e se iniziano a scrivere in verticale talvolta pensano di farne.
Ora, il poeta, oltre a scrivere e condurre una vita assurda e cattiva, deve pure iniziare a prendere i lettori uno ad uno e dirgli: guarda, questa non è poesia?
Sicché il poeta deve vivere un doppio silenzio. Avanti così.
Poi, scusate, con tutto il rispetto per coloro che amano i poeti suicidi. Il poeta, questo poverino: vorrei sapere perché il poeta debba suicidarsi e perché poi non si dica che in buona parte di omicidio di tratta.
Come può l’acrobata fare l’acrobata senza filo e spazio!
Certo che la sua ultima esibizione diviene il lancio dalla finestra: questo muro grigio pure lo vediamo, lo vogliamo dunque?
Dov’è il poeta ascoltato, dov’è?
Sempre guardato con quello sguardo accorato e colpevole che andrebbe polverizzato e messo in bianco!
per chi volesse approfittarne...(con la voce impastata da "pusher"..."le prime due settimane da oggi so' aggratis"...questo il link all'articolo su Campana apparso oggi sul Corrsera: http://www.corriere.it/edicola/index.jsp?path=CULTURA&doc=VASSALLI
Posted by: cletus a.a. at 26.11.03 23:10aggiungo, sollecitato dall'anonima (non sequestri, spero): mi sono imbattuto in Zanzotto in modo random...tramite il forbice nazionale (si, quello di zapping) che all'italia che torna a casa, la sera, fra le cronache delle malefatte del mondo, indora (e onore al merito) il rientro con la lettura di versi. Questa fa il paio, estendendo, con una delle cose piu' giuste dette dal "padrone di casa", mr.mozzi, a roma (mondoblog) "perche' in italia non esiste una grossa rivista di racconti, come in altri paesi ?". Aggiungerei, sulla scia di anonima, ma perche' non anche di poesia ?...alludo ad altrettante "grosse" tirature.
Posted by: cletus a.a. at 26.11.03 23:18A proposito di Nanni Moretti: io la tirata sui registi "dignitosi" in Palombella Rossa non la ricordo. Però ricordo la scena in Aprile con l'invito rivolto alla dirigenza PDS di scendere e fare "una dichiarazione ferma e dignitosa" (Cf. http://www.wema.com/nannimoretti/aprile_c.htm), detto senza ironia. Evidentemente Moretti tutto questo astio per la parola "dignitoso" non doveva poi avercelo.
Posted by: Pensieri Oziosi at 27.11.03 00:33Ho letto l’articolo di Vassalli, me lo sentivo che stava per succedere qualcosa. Proprio adesso, proprio qui che finalmente avevo riudito il suo nome dopo tanto tempo, accanto a quello di Campana. Addio, Dino, dice il Vassalli. “Non credo che scriverò più su Dino Campana. Nel corso degli anni, ho fatto tutto ciò che poteva essere fatto per restituire quell’uomo alla sua verità. Non ci sono riuscito, e quest’ultima ristampa dei Canti Orfici ne è la prova. Consegno la memoria di Dino ai film melensi, alle biografie deliranti o troppo circospette, ai "chissà!" e alla strizzatine d’occhi, ai premi letterari a lui intitolati e alla compagnia di villeggianti che ogni estate si riunisce a Marradi per assegnarli. Hanno vinto loro”.
Ecco un freschissimo esempio di suicidio-omicidio in letteratura. Mi chiedo, vi chiedo, è possibile trovare qua una responsabilità? L’editore che fa, li legge i libri che pubblica? E’ impreparato al ruolo che svolge o ha una precisissima e cosciente volontà in quello che fa, in questo caso?
Se io oggi pubblico il libro di Vassalli, domani un altro che lo confonde, che faccio? Proporrei di riqualificare gli editori che fanno questo a semplici tipografi, stampatori insomma.
Possibile che allo scrittore, al poeta, che fanno una ricerca che dura una intera esistenza, non debba corrispondere un editore che si comporti da editore, ovvero che pensi costantemente anche all’etica che deve, necessariamente, deve avere?
Dico, passi il film, passi il regista che potrebbe non sapere ciò di cui tratta ma vuole prendere spunto, perché il suo soggetto deve essere un poeta pazzo o una storia d’amore; passi il produttore che non ne sa del poeta, passi l’attore che non ne sa del poeta. Passi il concorsino, passi la scuola, passi l’antologia. Passi, passi, passi. Ma l’editore, cribbio, l’E-D-I-T-O-R-E, quello che sceglie i libri da pubblicare, quello che pubblica LETTERATURA, quello del NON RIENTRA NELLA NOSTRA LINEA EDITORIALE. Non rientra, capite, non gli rientra nella linea, a questo stampatore di letteratura.
Per Cletus. Le riviste si fanno in passivo, quasi tutte. L'editore ci rimette. Quindi...
Persino riviste di settore e molto attuali, non parlo in questo caso di letteratura, anche se capitava di leggervi articoli di scrittori di narrativi, poeti, critici letterari, come Telema della Fondazione Ugo Bordoni(dovrebbero esserci tutti gli articoli sul web all'indirizzo http://www.fub.it/telema/Welcome.html)
che si occupava di Attualità e futuro della società multimediale hanno chiuso.
sentita dalla viva voce di Castelvecchi (editore) qualche anno fa, durante un'allegro corso di scrittura a roma: "il mestiere dell'editore e' l'arte di saper perdere meno soldi possibile".
Posted by: cletus a.a. at 27.11.03 08:19
Per l'amarezza ho dimenticato di ringraziare. Grazie per il link, Cletus.
Esiste "Poesia", la rivista di Crocetti, che ha una buona diffusione. Non entro nel merito della qualità e dei contenuti, altrimenti si rischia una discussione fra chi è pro e chi è contro che non porta da nessuna parte, come quella sulla poesia della Mauri, comunque esiste.
Posted by: vera at 27.11.03 10:11un po' più per gli "addetti ai lavori" esiste "Atelier". Non si trova in edicola, ma procurarsela è abbastanza semplice.
Posted by: vera at 27.11.03 10:21Di riviste ce ne sono molte; ora che ho sottomano "Il segnale" e "Antherem", rilevo che lì se ne trovano segnalate (linkate, diremmo da queste parti) molte altre. Già queste due non è facile procurarsele. Mi chiedo che effettiva diffusione abbia questa produzione e se a tanta offerta corrisponda un interesse equivalente.(Mozzi, come avrà capito, sono "quella delle tante domande").
Posted by: tt at 27.11.03 10:31le leve del marketing, quasi fossero la verga di Mose per spartire il mar rosso, possono di tutto, o quasi. tt hai presente le code per andare ai musei ? fa che intravedano le possibilita' di business...vedi tu che baccano sarebbero in grado di attrezzare. la pubblicita' e' l'anima del commercio. e poi una domanda, irriverente d'accordo, ma qui si puo' vero ? mozzi, hai una stima della "frustata" che puo' averti dato il lancio sul sette di gennaio dell'elenco di avoledo ? no, cosi, per chiedere... sorry
Posted by: cletus a.a. at 27.11.03 10:47No, non penso che esista un interesse equivalente. Azzardo un ipotesi in merito a questa questione. "poesia" è una rivista che ha come direttore una persona super partes (non poeta), seppure esperto, e che quindi ha un atteggiamento di apertura a varie voci. Certo, questo comporta che in mezzo a cose molto belle ce ne stiano alcune anche così così, e questo è un difetto, ma nel contempo una forza: in ogni caso c'è varietà e non trasmette un senso di claustrofobia.
Altre riviste sono troppo legate a una loro visione della poesia che "è quella" ed esclude tutto il resto. Si ha quasi la sensazione che non vogliano avere diffusione. Sono riviste per lo più fatte da poeti. In questa linea rientra anche Atelier che comunque si è guadagnato molta stima ed è molto letta.
mi sembra una contraddizione far coincidere la poesia con "chiusure", idee rigide, convinzioni anguste e preclusive. dipenderà dal fatto che non la disponibilità a " com-prendere" e "conciliare" sta diventando merce rara?
Posted by: tt at 27.11.03 10:56mi sembra una contraddizione far coincidere la poesia con "chiusure", idee rigide, convinzioni anguste e preclusive. dipenderà dal fatto che non la disponibilità a " com-prendere" e "conciliare" sta diventando merce rara?
Posted by: tt at 27.11.03 10:56mi sembra una contraddizione far coincidere la poesia con "chiusure", idee rigide, convinzioni anguste e preclusive. dipenderà dal fatto che non la disponibilità a " com-prendere" e "conciliare" sta diventando merce rara?
Posted by: tt at 27.11.03 10:56tt, io non ne ho idea. La mia è solo un'impressione da persona che è interessata, ma che è abbastanza al di fuori da questi ambienti. In ogni caso le prese di posizione che si sono avute nelle discussioni su questo blog me lo fanno sospettare. Trasporta la cosa su un livello diverso e siamo lì.
Posted by: vera at 27.11.03 11:16ho il pc capriccioso e ho fatto un pasticcio. chiedo scusa. mozzi, lei che può, cancelli i miei post in eccesso( ev. anche questo). grazie. vera, com'è femminile lei nel non-dire. ;-)
Posted by: tt at 27.11.03 12:18Concorsi ma anche case editrici. Credo sia importante il non fare di tutta l'erba un fascio. Vassalli, oltre che per Einaudi, pubblica per Interlinea, che organizza, per esempio, concorsi. I corsi tagliano fuori chi vale? E perché, lo stesso discorso non può valere per gli editori? Si fa un concorso per ricordare Campana? Che male c'è? Stampa Alternativa ne ha organizzato uno dedicato a uno scrittore morto suicida, anni fa. Daniele Boccardi. Grazie a quel concorso (fra i giurati ci sono amministratori di non ricordo più quale comune toscano) ora Boccardi è un po' più conosciuto. Che Luzi sia premiato al concorso letterario dedicato a Dino Campana non è forse utile a far sì che Dino Campana sia un po' meno sconosciuto? E' peggio o è meglio, un concorso, di una presenza al Maurizio Costanzo Show, dove c'è la fila per andarci ma dove qualcuno invece non vuole (o volle) metterci piedi: Attilio Bertolucci per esempio. Vassalli dice che non partecipa ai concorsi. Perché, gli servono? I concorsi sono una chimera soprattutto per chi vuole pubblicare. Mica per chi o se non è pubblicato da Einaudi è comunque pubblicato da Interlinea? E la poesia, la crisi nera della poesia. E' crisi nera nera, perché nemmeno i poeti comprano e quindi leggono poesie. Tempo addietro Franco Del Moro su Ellin Selae (piccola casa editrice seria, che non pubblica né narrativa né poesia) scrisse che, proprio a Milano, anni fa, una persona coraggiosa aprì una libreria di solo poesia. Chiuse presto. Chiuse concludendo che i poeti di Milano non erano fra i suoi clienti.
Posted by: gildo at 27.11.03 13:20Precisazione: Ellin Selae, oltre che una casa editrice di Cuneo, è anche una rivista letteraria che spesso e volentieri mette il dito su tante piaghe: le scelte della grande editoria, i problemi per quella piccola, la distribuzione, gli aspiranti scrittori che non leggono (a Ellien Selae si possono inviare racconti; sono letti e commentati; per lo più risultano stroncati) i concorsi
Posted by: gildo at 27.11.03 13:29vorrei l'indirizzo di Ellin Selea. grazie.
Posted by: tt at 27.11.03 15:07Associazione letteraria Ellin Selae Frazione Cornati, 27 - 12060 Murazzano (Cn) tel 6 fax 0173-791133 Mail: ellin@libero.it http:/www.divenire.it/ellinselae
Cara tt, Ellin Selae-rivista si occupa anche di poesia; Ellin Selae-casa editrice non mi risulta.
quasi quasi... così se mi massacrano mi dedico in tempo all'uncinetto ( prima che con l'età aumenti l'artrosi e mi cali la vista).
Posted by: tt at 27.11.03 15:35Arrivo tardi, probabilmente. E i commenti sono troppi: non ho intenzione di leggerli tutti. Chi si chiede se questi saranno i futuri poeti, forse poesia attuale non ne legge: a me pare un testo quasi classico, e più che dignitoso.
Posted by: Vincenzo at 27.11.03 21:49Al di là degli imprevedibili risultati (sembra quasi si sia verificato un “deragliamento” :-), ringrazio Giulio Mozzi per questa esperienza di lettura / commento in rete; e ringrazio naturalmente tutti coloro che hanno letto e commentato il mio pezzo (che certamente non è gran cosa - ma accidenti, per essere l’ennesima “storia di treni” ha suscitato un gran fervore “critico” e “creativo”!).
No, in effetti non posso (né d’altra parte intendo) aspirare alla Poesia, figuriamoci all’Arte.
Quanto alla dicotomia poesia / non poesia; mah, visto il sovraccarico di enfasi che grava su una certa - qui diffusa e sostenuta - concezione della poesia, preferisco (e ritengo senz’altro corretto) chiamare ciò che scrivo “testi” tout-court piuttosto che “poesie”.
Quanto a me medesima: non sono “gentile” più del necessario, non sono particolarmente “sentimentale / sensibile”, non ho un animo nobile, non mi piacciono i Vati, non ho visioni diverse da quelle di una persona mediamente miope, non sono in grado di svelare la benché minima Verità, partecipo a troppi concorsi letterari, non amo i poeti in odore di follia, mi urtano (ebbene sì) i blog autocelebrativi zeppi di “poesie” che sussiegose ci additano il Bello&l’Arcano mentre il/la “titolare” si dedica ai lazzi&frizzi.
Ultima notazione (e senza cospargermi il capo di cenere per la spudorata presunzione): Carver non è, né credo sarà mai, in cima ai miei pensieri (pardon, pensierini :-).
Confermo dunque - decisamente - che NON sono una poetessa :-).
Mauri
Posted by: Mauri at 27.11.03 22:47Non si aspira alla Poesia, la si fa! Non occorre necessariamente l'Arcano e il Bello, occorre solo farla la poesia. Non si partecipa ai concorsi di poesia se non si considera, non si difende il proprio testo come poesia. Si partecipa allora ad altro. E soprattutto non si dicono le bugie se uno non le sa dire!
Evito di fare una disamina sulle migliaia di persone che partecipano ai concorsi di poesia!
Ma la responsabilità non è della Mauri né degli aspiranti poeti. Che molti aspirino l'aria prima di eruttare!
Gentile Signora Mauri, lei oltre a scrivere “testi dignitosi” pare anche simpatica, però, mi perdoni, il suo intervento mi porta a un’altra riflessione, su cui mi arrovello particolarmente in questo periodo, senza risultati soddisfacenti, con tutta evidenza. Sì, perché vede, Signora Mauri, io mi sono dedicata alla poesia e mai avrei pensato facendo poesia di far qualcos’altro che non fosse poesia. Oggi che non scrivo più m’occupo in certo senso di persone come lei che scrivono e pubblicano poesie (internet, concorsi, libri, non fa differenza), e che vedo dire candidamente: ma no, guarda, io mica intendevo fare poesia, no, no. Ora, capisco il pudore, lo capisco e lo conosco., arrivo all’estremo credere che quando uno abbia finito di scrivere non ci sia altro da fare. Non il leggere (per forza) le proprie poesie in pubblico, non il parlarne: esiste solo la poesia, che oramai è resa pubblica, non si scappa. Ma torniamo a lei, Signora Mauri: credo purtroppo che le persone che si comportano come lei (ovvero facciano cose ben precise, ma poi dichiarino paradossalmente: “non posso aspirare alla Poesia, figuriamoci all’Arte”, o ancora: “confermo dunque – decisamente – che NON sono una poetessa”, o ancora: “preferisco chiamare ciò che scrivo “testi”) facciano del male alla Poesia ed ai Poeti. Perché non fondare dunque dei Concorsi di Testi per Persone Che Non Aspirano Alla Poesia Figuriamoci all’Arte, Signora? Io la metto di fronte a questo paradosso, perché lei - spero mi comprenderà - mi fa del male, involontariamente certo, mi fa proprio del male. Sono reduce da un’altra discussione con un’altra persona, un giovane, il quale ha pubblicato “poesie”, due addirittura a soggetto la poesia e il poeta stessi, in cui questi erano ritratti in maniera deviata e profondamente ingiuriosa. Naturalmente - dopo la mia critica - il giovane ha aggiunto di non avere mai dichiarato di essere poeta e poi dunque, diciamolo chiaramente, di poter fare e dire – ancor più in generale - quel che gli pare, senza doverne rispondere minimamente. Questo giovane, dai vari lettori di cui ho letto i commenti, è stato spesso considerato un poeta, un genio addirittura; questo lo aggiungo come giusta nota (perché i lettori hanno diritto di giudicare e credere quello che vogliono), ma anche per far pesare meglio un atto che pesa tragicamente, non è né leggero né neutrale né pacifico come si vorrebbe far credere. Lei fa bene a non amare i poeti in odore di follia, Signora, io pure non amo questa immagine forzata ed estrema dell’artista in genere, cui ne aggiungerei altre, se mi permette: quella del poeta che non è poeta; quella del poeta che sarebbe un povero disgraziato: uno che sceglie di fare una tra le cose più difficili al mondo, salvo poi dire che proprio quella cosa – forse – non la voleva fare; uno che talvolta può prendere le sembianze di una Signora intelligente, tal altra di un ragazzotto isterico, tutto insomma eccetto che un poeta in carne ed ossa. Uno che non si dimostra maestro - o perlomeno responsabile - delle proprie parole, un certo incerto che all’occasione s’aggiusta e dice: oh sì, ho scritto in verticale, ma mica volevo far poesia io, o ancora: oh sì, partecipo ai concorsi, ma mica voglio far poesia io, solo testi. Signora Mauri, quando si regala un libro di poesia a qualcuno, si regala un libro di poesia (che può piacere o non piacere), non un libro di testi. Lei è liberissima di far quel che vuole e partecipare ai Concorsi di Poesia, naturalmente, sappia però almeno di star vivendo (non risolvendolo) il paradosso che scrivere poesie sia la dichiarazione per eccellenza di essere (o esercitarsi ad essere) poeta. Si prenda le sue responsabilità, non neghi velatamente ed ironicamente di credere di essere una poetessa scrivendo poesie e partecipando ai concorsi; altrimenti partecipi ai Concorsi di Testi che, lo so, non esistono ancora, perché siamo tutti ancora impegnati a raggruppare e infestare Poesia, Testi e Simili nella stessa categoria, in sede dei Concorsi Letterari. Cordialmente,
Posted by: Anonima Sequestrata at 28.11.03 13:52“All’umiltà soggiace l’essenza dell’Arte; poiché così in essa è rappresentata la nudità dell’animo artistico; una inconsapevole oggettività delle cose che fa del proprio corpo, strumento di verifica.” (dall'inedito "Studi Trascendentali - Ciclo della Morte dell'Arte".
Posted by: Fabrizio Corselli at 28.11.03 14:20Marco, 10 anni, deve fare il compito: “descrivi il percorso che fai da casa tua a scuola”
La mamma a Marco: "non scrivere solo due righe come al solito ma scrivi su tutte le righe della pagina"
Marco scrive:/
Esco da casa//
Alle 8,00//
Entro//
Nella macchina//
Chiudo la portiera//
E//
Non vedo//
Niente//
Perché//
Il vetro//
E’ //
Appannato//
Dopo cinque minuti//
La macchina si ferma//
Scendo//
Ed entro//
In classe./
La mamma si arrabbia e pure la maestra, Marco tranquillo dice: “è una poesia.” Si zittisce la maestra e pure la mamma di frante a tale dignitosa parola.
Cara Anonima Sequestrata, faccio un'osservazione al volo. Mi domando: perché Mimma Mauri ha partecipato a dei premi di poesia? Mi rispondo: perché i premi di poesia esistono (e sono tantissimi). Le domande rivolte a Mimma Mauri (sintetizzabili alla buona così: "Perché lo fai, se dici di non essere?") andrebbero quindi rivolte a chi organizza i premi di poesia. Perché organizzare mille premi di poesia, se la poesia bella è un evento così raro? *** Mia posizione personale. Io partecipo a un premio di poesia, come giurato, per due diversissime ragioni. Una è che non si sa mai. Potrebbe anche accadere. Di incontrare qualcosa di grande. L'altra è che così come credo che sia bene se tutti fanno un po' di moto, stanno attenti a che cosa mangiano, leggono buoni libri, pensano prima di parlare, eccetera, similmente credo che sia bene se tutti scrivono un po'. Un'Italia in cui ci si esercita a scrivere, è un'Italia che mi piace di più. E mi pare sensato quindi offrire degli incentivi alla scrittura.
Posted by: giuliomozzi at 28.11.03 18:59Condivido in pieno l'ultimo post di Anonima Sequestrata: mi pare giusto che chi scrive troncando le righe si assuma la responsabilità di dire che sta scrivendo poesia (secondo una definizione minima) e sopporti l'onere di sentirsi dire che non lo è perché fa schifo, non perché è un testo. Circa i concorsi, sono a mio parere un modo per rubare soldi a gente spesso igenua, ma più spesso ingenua affatto.
Posted by: Giuseppe Cornacchia at 28.11.03 19:51anonima sequestrata, e' che sei proprio forte. davvero.
Posted by: cletus a.a. at 28.11.03 22:41Gentile Signor Mozzi, apprezzo il suo modo calmo e rispettoso che spero possa vedere in me altrettanto ricambiato, mi creda: vorrei premettere ora che tutta questa discussione da me così fortemente sentita è anche inevitabilmente dolorosa. Dolorosa non solo per me, son certa riguardi molti altri, dolorosa per la cosa in sé stessa che vorrei davvero vedere degnamente trattata in questo Paese, dove spesso pare si finisca ad occuparsi di ciò di cui non ci si vorrebbe occupare e non ci si occupa più di ciò di cui ci si è occupati veramente. Ben vengano dunque i corsi di scrittura, i circoli, i premi, i blog, tutto, per l’Italia che s’esercita (in un esercito) in questo modo alla scrittura e ad essa è “incentivata”. Io traccerei però in fretta, d’urgenza, una linea, darei una tregua, un respiro, uno spiraglio più ampio di quello che alla fine pare un gesto di pietà per quei pochi (lei pure fa intendere che siano pochi) rari. Non assassiniamoli, non buttiamoli nella mischia dello schifo sciatto e insulso così lontano, lontanissimo dalla poesia; non pretendiamo l’impossibile dal poeta nel farlo sedere a forza accanto a quello che scrive di “Pippo, il mio cane”. Che lo schifo si chiami schifo, che la cosa degna sia chiamata degna, che la rarità venga illuminata e non oscurata costantemente dall’impost(ur)a del caso. Il poeta è infelice perché oltre al suo fare deve far fronte a queste insensibili truppe di persone che scrivono, ma che responsabilità non se ne sentono: sfido chiunque a trattare di parole giorno e notte ed esser felice sguazzando negli oceani di parole che sommergono la sua materia stessa, seppellendola.
Sfido un attore a non provar rabbia se altri attori, una volta terminato lo spettacolo, a chi li visita in camerino criticandoli, dicano: oh, ma io non sono mica un attore.
Sfido un medico a non diventar pazzo se, quando circondato da impostori non iscritti all’ordine, debba lavorare al loro fianco vedendo prescrivere cure sbagliate ai pazienti.
Certo che chiedo alla Signora Mauri perché scriva poesie e partecipi ai concorsi, pur negando di esser poetessa; dovrebbe chiederselo, Signor Mozzi, non lei organizzatore, né io lettore: lei stessa, la Signora Mauri, dovrebbe chiedere e rispondere a sé stessa di ciò che fa e vuole.
Se io sono un pescatore e vado a una gara di pesca, non vado dagli organizzatori a chiedere: oh, ma perché mi organizzate questa gara?
Se io sono un giocatore di scacchi, non vado dagli organizzatori a chiedere: perché mi organizzate questa gara? Sono un giocatore di scacchi e dunque voglio giocare a scacchi.
Se sono un giocatore di tennis professionista, non voglio capitare in un torneo di tennis per ragazzi, se capita è una eccezione, uno sbaglio, un evidente sbaglio che non si ripeterà in futuro, naturalmente.
Solo nei Concorsi Letterari la confusione di un giorno è legittimata a diventare eterna, incitando a diventare i poeti merce più rara di quanto non sarebbero forse.
La causa di questa legittimazione, a mio avviso, è da ricercare in tutti: nei partecipanti, negli organizzatori, negli spettatori. Gli italiani poi, si esercitano nella scrittura senza bisogno dei Concorsi Letterari, in modo modesto e appropriato, nelle opportune sedi: i loro diari per esempio, le loro lettere ai quotidiani, sono prova spesso ottima di misura, intelligente ironia e serietà. I comuni cittadini possono e devono scrivere, ma a questo non deve necessariamente corrispondere a che il poeta diventi un comune cittadino che scrive. I poeti, che per molti continuano ad essere dei poveri pazzi, per altri dei poveri disgraziati, per altri dei poveri cretini (il povero ci va sempre?), traslocano, se ne vanno, dove non è dato di sapere: questa è la mia opinione e quel che m’auguro, Signor Mozzi. A quelli cui verrebbe di pensare: oh no, non è mica giusto, bisognerebbe che restassero, chiedo se per caso gradirebbero subire un giuoco alla tomba che dura dall’inizio fino alla fine. So che è inutile quello che dico, proprio inutile. So bene che lei precisamente non ha colpa, Signor Mozzi; la Signora Mauri pure precisamente non ha colpa, nessuno precisamente ne ha. Prenda le mie parole per quello che sono: un animato, seppur doloroso, saluto ai poeti anonimi. Non più neanche un mio lontano incitamento a farli continuare nella poesia, no.
Ringrazio vivamente per gli apprezzamenti e la condivisione, ringrazio anche Lucia per il racconto del bambino.
Posted by: Anonima at 29.11.03 00:01Cara Anonima, il mio è stato un tentativo di risposta “cumulativa” (senz’altro eccessivo) agli interventi che si erano registrati sul mio pezzo. Anche per questo probabilmente si presta ad ulteriori equivoci. Forse se rileggi l’intera sequenza dei discorsi riuscirai a capirmi un po’ di più (e magari scoprirai che il termine “testo” non è stato usato solo da me, né da me per prima).
Per il resto, è evidente (se vuoi, è evidente per me) che allo stato attuale la “poesia” non si presenta come una sola possibile risposta a una sola possibile domanda.
Quando sostengo che non sono una “poetessa” voglio semplicemente dire che non condivido una certa idea (alta, altissima, ma ahimè non esente da luoghi comuni - e in ogni caso fortemente al di sopra delle mie possibilità :-) di "poesia".
Tutto qui.
Caro Giulio,
mi permetto di scrivere qui alcune personali considerazioni su quanto ho assistito in seguito all'evolversi della discussione.
Mi sono molto stupita delle reazioni della signora Mauri alle critiche ricevute, della sua insofferenza palese all'evoluzione del discorso sulla poesia, nel suo arroccarsi in posizioni di difesa.
A mio parere, per quel che può valere e quindi opinabilissimo, non ha colto del tutto la fortunata opportunità che le è stata offerta: chi scrive ed è un dilettante (e ne parlo con consapevolezza, facendo per prima io stessa parte della categoria), che lo faccia con ambizioni o solo per suo piacere, si trova, il giorno che desidera una valutazione di quanto ha prodotto, di fronte a un muro.
Propongo un esempio: se io ho bisogno di un parere legale, vado da un avvocato.
Così è per medici, notai, professionisti in genere.
La possibilità di ricorrere a chi è competente c'è in tutti i campi, basti pensare a quante volte ricorriamo a elettricisti, idraulici e imbianchini.
Chi si accinge a scrivere però non ha nessuno a cui rivolgersi per essere valutato in modo sincero, onesto, spassionato e utilmente severo.
Non credo all'opportunità della bugia a fin di bene e resto convinta che la durezza di un giudizio sulle parole scritte e proposte sia tanto opportuno quanto il non farlo coincidere con un giudizio sulla persona che le ha scritte, che resta intangibile e al di là delle medesime.
Se poi per alcuni sentirsi dire la verità (o meglio: un tassello di quel mosaico poliedrico e sfuggente che potrebbe pur essere verità, e quindi non rifiutabile a priori) sia gradito o meno, esula da questo discorso e lo amplierebbe assai.
Ecco, l'esporre un testo in una vetrina frequentata da persone di indubbia competenza come questo blog, credo sia stata un'opportunità unica per la signora Mauri, che,almeno all'apparenza (anche se potrei sbagliarmi, non conoscendola), non ne ha colto la rivoluzionaria portata e il privilegio esclusivo che le è toccato in sorte.
Le è stato fornito in pochi giorni un insieme di critiche, spunti, approfondimenti, suggerimenti, punti di vista su cui lavorare come a ben pochi altri può capitare.
Una stupenda opportunità.
Posso in tutta onestà dire che la invidio un po'?
Buona giornata a voi tutti,
tt
Posted by: tt at 29.11.03 12:27Cara tt, ti assicuro che sono perfettamente in grado di sopportare giudizi negativi su ciò che scrivo. I giudizi negativi mi interessano e li apprezzo (addirittura li condivido), ma vorrei fossero fondati su un minimo di argomentazioni, vorrei non apparissero (e i tuoi “giudizi” si sono davvero distinti in questo senso) come semplici battute di spirito in cerca di applausi per la loro incommensurabile intelligenza.
Buona giornata
Gentile Signora Mauri, vorrei che fosse certo che per parte mia (ma credo per molti, se non addirittura per tutti qui) lei è stata un’occasione per parlare di una cosa che mi ha investita completamente in passato: ora non più, per quanto le mie ceneri, lo credo evidente, bruciano e fumano ancora assai vivamente. Di fondo la vorrei ringraziare dunque e solo ringraziare, per avermi riattizzata su di un lato e in una parte devo dire la comprendo, dispiacendomi nell’eventualità di esserle stata di disturbo: questo in genere non lo vorrei mai umanamente, per quanto a volte urge, urge proprio in noi il dire cose che si ritengono se non proprio deliziose, almeno utili. Detto ciò, … (continua ma non continuo). Arrivederci e un abbraccio a tutti voi quanti alla Benigni
Posted by: Anonima Sequestrata at 30.11.03 13:29P.S.: per esattezza però vorrei aggiungere: grazie alla discussione d'insieme, ché direi proprio quella (così ricca di voci e temi, con una sola vera protagonista: la poesia e quel che le gira intorno) mi ha riattizzata.
Posted by: Anonima at 30.11.03 13:40