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30.11.03

Letteratura come verità, 3: Edificazione

Ed ecco disponibili i racconti che leggeranno domani sera alle 21 al Cinema Excelsior di Padova, per il terzo incontro del ciclo "Letteratura come verità", dedicato al tema dell'"Edificazione", Marco Bellotto (Il Natale del 1998) e Massimiliano Nuzzolo (Il maestro e l'allievo). In coda al brano del racconto di Marco Mancassola Il ventisettesimo anno ho ora aggiunte alcune riflessioni di Marco sul tema della letteratura come ri-edificazione dopo la perdita. L'appunto di Marco Franzoso sul tema dell'edificazione è ora pubblicato in una versione riveduta (la stessa che c'è in Nazione Indiana, dove si è anche avviata una discussione).

Posted by giuliomozzi at 23:29 | Comments (11) | TrackBack

Bar

Nel Corriere del Veneto (supplemento al Corriere della sera per il Veneto) è uscito, per il ciclo "Gli scrittori e il Veneto che cambia" un pezzo di Umberto Casadei dedicato ai bar. Il titolo di Umberto è, semplicemente, Bar; il titolo redazionale è Video-poker, microonde e faretti. Viaggio fra i locali senza memoria.

Posted by giuliomozzi at 23:12 | Comments (9) | TrackBack

Pomeriggio

Gli euro di cioccolata ricevuti in regalo l'Epifania scorsa, la gallina di di cioccolata ricevuta in regalo la Pasqua scorsa, un po' di cioccolatini, forse anche un avanzo di tavoletta di cioccolata: mentre io lavo i piatti di due giorni lei mette tutto in un pentolino con un po' di latte di soia e fa sciogliere. Ci mette anche le uova di cioccolata e zucchero che erano nel cestino insieme alla gallina di cioccolata.
Mescola e rimescola, si accorge che in una delle uova - la più grande - c'era anche la sorpresa. Ripesca l'ovetto di plastica (riflettiamo: nelle uova di cioccolata e zucchero non c'è la sorpresa, c'è un ovetto di plastica con la sorpresa dentro; le mediazioni non finiscono mai) ma lo trova aperto; e allora gira, gira, gira il mestolo di legno nel pentolino, finché non ripesca anche la sorpresa: un pendaglietto, un cuoricino.
Ridiamo.
Sembra che niente si sia sciolto, per fortuna.
Le racconto che mia cognata ha l'abitudine di preparare la sera, come ultima cosa prima di andare a letto, la macchinetta del caffè per la mattina. Una mattina si sveglia, accende il fuoco sotto la macchinetta, e quando versa il caffè le viene fuori un liquido denso con striature biancastre e dei residui bianchi semisolidi. Guarda meglio: nel caffè c'è quel che resta di un paio di mattoncini di Lego. Succede anche questo, ad avere dei bambini.
Lei mette nel frullatore tre uova, quattro cucchiai di farina, un po' di latte di soia. Frulla. Le viene un'ispirazione: in frigorifero c'è un barattolo di mostarda ferrarese nel quale è rimasto solo il liquido dolce/aspro; lo unisce al frullato, e via. Si spera che quel pizzico di piccantino moderi un po' il troppo dolce della cioccolata.
Accende il forno.
Per raffreddare la cioccolata (versandola troppo calda si cuocerebbero le uova) riempie d'acqua fredda una pentola e ci immerge il pentolino. Continua a mescolare. In pochi minuti la temperatura della cioccolata è quella giusta.
Torna al frullatore. Aggiunge altri tre cucchiai di farina, un altro po' di latte di soia, tre cucchiaini di caffè in polvere. Frulla.
Discutiamo se metterci anche l'uvetta. Alla fine si decide di no.
Prepara il tegame rettangolare. Taglia due pezzi di burro, lascia un momento il tegame nel forno che si sta scaldando per ammorbidire il burro, spalma il burro sul fondo e sui lati, spolvera di farina.
Versa la cioccolata nel frullatore. Frulla tutto abbastanza a lungo. Assaggia intingendo il dito. "Buono", dice. Versa nel tegame.
Mette in forno.
Io ho finito con i piatti. Mi metto al telefono per organizzare la giornata di domani. Un appuntamento al volo in stazione ferroviaria a Padova, un altro appuntamento a Mestre in mattinata, un terzo appuntamento sempre a Mestre a metà pomeriggio. Poi ci sarà la serata al Cinema Excelsior.
Lei comincia a pulire il cardo. Non ha molta pratica di cardi, così mi domanda: "Ma come lo cucino, poi?". "Ma", dico, "lo fai lesso. Poi casomai lo passi in padella".
Mi viene in mente che io dico padella, lei dice tegame, nel mio dialetto si dice técia. Una volta, a Trieste, in una trattoria, chiesi se avevano patate. "No", mi dissero. Poi vidi che portavano patate a tutti i tavoli. "Ma allora ci sono, le patate!", dissi alla cameriera. "No", mi disse lei. "Quelle sono patate in técia. Patate e basta sono patate lesse". "Ma", dissi, "sempre patate sono, no?". "Oggi facciamo patate in técia", concluse lei.
Lei mette il cardo nella pentola a pressione. "Quanto lo tengo su?", mi domanda. "Non lo so", dico. "Non ho mai usata la pentola a pressione". "Facciamo dieci minuti", dice lei.
Tira fuori il cavolo cappuccio lessato tutt'intero e gli avanzi di broccoli e cavolo. Taglia a pezzetti il cavolo cappuccio. Mette tutto a strati in una pirofila grande: uno strato di broccoli, poi sale pepe e olio, uno strato di cavolo cappuccio, sale pepe e olio, un altro strato di cavolo cappuccio (ce n'è tantissimo), sale pepe e olio, uno strato con quel che resta del cavolo.
Intanto i cardi sono pronti. Li mette in una pirofila piccola con olio sale e pangrattato. Il pangrattato va bene perché toglie un po' di quell'acidità che fa piacere i cardi a pochi.
A che punto è la torta? Apriamo il forno e in quel momento ci ricordiamo: non abbiamo messo il lievito. La torta ha un bell'aspetto, sarà sicuramente buona, ma avrà una consistenza da castagnaccio. Si è pure gonfiata, ma poi si abbasserà e restringerà. Va bene lo stesso.
Le due pirofile di verdura vanno in forno.
Adesso sarebbe il momento delle poltrone, del giornale da leggere (abbiamo un Corriere di sabato e un Resto del Carlino di venerdì), di aspettare che la torta si raffreddi e che la verdura si cucini. Invece io devo andare, prendere il treno, riprendere la corsa; e lei ha le cose da fare, il lavoro, le preoccupazioni.
Più tardi, mentre sull'eurostar sono lì che comincio a leggere La virtù crudele. Filosofia e storia della sincerità di Andrea Tagliapietra ("Chi tace è depositario di un tesoro: il tesoro è in lui, costituisce il potere della sua singolarità. C'è un limite strutturale alla panotticità dell'immagine, all'esprimibilità dei linguaggi e alla trasparenza della comunicazione. Si tratta di una macchia d'opacità, di un denso fondo di resistenza che resta sempre intraducibile, ma che, per altri versi, funge da garanzia suprema di libertà", p. 10), una signora arriva dalla carrozza ristorante-bar reggendo con cautela un piatto di plastica. Si siede nel sedile difronte al mio, estrae il tavolinetto, appoggia il piatto: spezzatino con polenta.
"Do fastidio?", domanda.
"Si figuri", dico io.

Posted by giuliomozzi at 22:47 | Comments (4) | TrackBack

Letteratura come verità, 3: Edificazione

La terza serata della serie "Letteratura come verità", dedicata al tema "Esperienza", si svolgerà lunedì 1° dicembre alle 21 a Padova presso il Cinema Excelsior (vicolo santa Margherita, laterale di via san Francesco). Leggeranno: Marco Bellotto, Marco Franzoso, Marco Mancassola, Massimiliano Nuzzolo. Interverranno: Romolo Bugaro, Umberto Casadei, Roberto Ferrucci, giulio mozzi.
Nella colonnina a fianco ci sono i link ai testi già disponibili. L'intervento di Marco Franzoso (un appunto sull'edificazione) è disponibile anche in Nazione Indiana.

Posted by giuliomozzi at 19:03 | Comments (7) | TrackBack

29.11.03

Che cosa succede stanotte

Questa sera andrò a teatro, a vedere Copenaghen di Michael Frayn. Tornerò a casa verso mezzanotte, forse dopo. Prima di andare a letto, come spesso si fa, leggerò qualche pagina di un libro. Ma alla radio. E non da solo.

Posted by giuliomozzi at 08:42 | Comments (15) | TrackBack

28.11.03

Due punti di vista

Metro e City sono due giornali gratuiti. Vengono distribuiti in varie città. Come tutti i giornali gratuiti, vengono sfogliati, leggiucchiati, e abbandonati.
Stamattina, sul treno da Treviglio a Brescia, ho raccolte una copia dell'uno e un copia dell'altro. La notizia maggiore di prima pagina, quella che ha il titolo più grosso, era la stessa per entrambi.
Riporto titolo e trafiletti.

I bambini temono la guerra, sognano lavoro e famiglia. Indagine Eurispes sull'adolescenza: i soldi non seducono. I bambini tra i 7 e gli 11 anni e gli adolescenti tra i 12 e i 19 sognano di riuscire a costruirsi una bella famiglia e di avere un buon lavoro. Non soffrono di conflitti con i genitori e non subiscono il fascino del denaro. Risulta dal 4° rapporto nazionale sulla condizione dell'infanzia e dell'adolescenza presentato dall'Eurispes e da Telefono Azzurro, che hanno indagato sulle paure e sui sogni dei bambini e degli adolescenti raccogliendo oltre 10 mila questionari. Morte, malattie e guerra sono ai primi posti per quanto riguarda le paure. La guerra terrorizza l'80,2%. La morte in generale invece spaventa 7 piccoli su 10 mentre la malattia è temuta dal 60%. Sul versante moda tramonta il tatuaggio e prende sempre più piede il piercing, soprattutto tra le ragazze tra i 15 e i 19 anni. Le violenze sessuali sui minori nei primi 7 mesi dell'anno sono aumentate del 17,7% rispetto al 2002. Fra le regioni incriminate spiccano Lombardia, Campania e Lazio. (Metro).

I teenager iniziano prima a fumare erba e bere alcolici. L'età in cui si comincia a consumare droghe, soprattutto hashish e marijuana, e a bere alcolici si è abbassata a 13-14 anni. E' il dato più preoccupante della radiografia della condizione giovanile che emerge dal Quarto rapporto presentato ieri da Eurispes e Telefono Azzurro. Aumentano gli abusi sessuali dentro le pareti domestiche e lo sfruttamento del lavoro minorile, l'anoressia e l'obesità, le allergie e le disabilità mentali. (City).

L'Eurispes ha un proprio sito (www.eurispes.it) dove però, al momento, il Quarto rapporto sull'infanzia non mi pare sia disponibile (dico mi pare, perché la connessione era così lenta che a un certo punto ho rinunciato).

City è pubblicato da una società del gruppo Rcs (Rizzoli-Corriere della sera). Metro è pubblicato da una società del gruppo internazionale Metro International.

Posted by giuliomozzi at 18:44 | Comments (13) | TrackBack

La messa dell'uomo disarmato

E' uscita nell'Unità on line una bella recensione (di Tullia Fabiani) del romanzo di Luisito Bianchi La messa dell'uomo disarmato.

Posted by giuliomozzi at 14:32 | Comments (3) | TrackBack

Cinque corpi e mezzo

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Ennio Bianco mi manda alcune immagini (fatte con il cellulare) della serata del 17 novembre al Cinema Excelsior. Ne scelgo una. Faccio notare il contrasto tra la disinvoltura dell'Umberto Casadei (in piedi) e le posture un po' così degli altri sul palco (da sinistra: mezzo Roberto Ferrucci, Romolo Bugaro, il sottoscritto, Marco Mancassola e Marco Bellotto). Marco Franzoso, che era alla destra di Ferrucci (alla sinistra di voi che guardate) non è entrato nella foto.

Posted by giuliomozzi at 12:53 | Comments (5) | TrackBack

26.11.03

Il vero e il falso

La notizia che Marco Candida ha pubblicata qui è falsa. La notizia che ha pubblicata qui è vera. Quanto alla sua nuova iniziativa, mi lascia sconcertato.

[Naturalmente si tratta di uno scherzo. Marco Candida non ha veramente data una "notizia falsa": ha solo messa lì una frase che poteva far pensare, a chi volesse pensarlo, che lui stava dando una notizia. E mi pare evidente che la "nuova iniziativa" è forse sì nuova, ma non è certo di Marco Candida. Quanto alla notizia della quale dico che è vera, confermo che si tratta di una notizia vera. Aggiungo questo il 26 novembre 2003 alle 22.20.]

Posted by giuliomozzi at 15:14 | Comments (53) | TrackBack

Luigi Preziosi su Umberto Casadei

Luigi Preziosi ha scritto un interessante saggio su Il suicidio di Angela B. di Umberto Casadei. Il saggio è scaricabile (sono 17 pagine in Pdf) dal sito di Bombacarta, e precisamente da qui. L'elenco dei saggi pubblicati da Luigi Preziosi in Bombacarta, tutti secondo me notevoli, è qui.

Posted by giuliomozzi at 14:56 | Comments (5) | TrackBack

Treno, casa

Bologna, stazione di Bologna. Ore 23.12. Due cinesi (lui e lei) stanno cercando di caricare sul treno (l'euronight da Roma a Vienna) due valigioni enormi. Di quelli rigidi, uno di plastica azzurrina l'altro di plastica giallina l'altra. Sono in difficoltà. Il marciapiede è assai basso rispetto al treno. Stanno anche un po' litigando.
"Vi aiuto", dico.
Mi rendo conto che non capiscono.
Afferro una valigia, prendendola dalle mani di lui, e la carico. E' pesantissima. Afferro l'altra valigia, che lei mi lascia ben volentieri, e la carico. E' ancora più pesante.
I due cinesi mi sorridono, mi ringraziano in cinese. Italiano zero, a quanto pare. Non conoscono la parola: "Grazie".
Dico ai due cinesi: "Ciao".
Loro rispondono: "Ciao, ciao".
Bene, penso, questo lo sanno. Un minimo di contatto.
C'è sempre il sorriso, peraltro.
Mi trovo un posto, uno scompartimento tutto per me, e mi domando come me la caverei a viaggiare in un posto dove non solo non capisco nulla della lingua, ma la lingua stessa è fatta in modo così diverso da non permettere nessuna intuizione.
Dovrei viaggiare di più, penso.
Tiro fuori dallo zaino il libro Luoghi della letteratura italiana, a cura di Gian Mario Anselmi e Gino Ruozzi, Bruno Mondadori. Guardo l'elenco dei luoghi, da Alcova, Autostrada, Bagni, Banca... fino a Stanza della scrittura, Stazione, Strada, Terme. Comincio a leggere Stazione. Intanto il treno si muove, esce dalla stazione.
"Luogo radicalmente altro da quelli del vivere quotidiano", leggo nel libro, "- eterotopia per dirla con Foucault -, la stazione può insomma favorire una rivisitazione dissacrante di ciò che le è esterno, avviando il suo fruitore sulla strada di una nuova e non scontata intelligenza delle cose" (p. 358).
Mi domando se sono un fruitore di stazioni.
Le prime stazioni della mia vita sono state quelle della Via Crucis. Ho imparato più tardi che anche quelle delle corriere e dei treni si chiamavano "stazioni".
Non so se le mie stazioni sono "luoghi radicalmente altri da quelli del vivere quotidiano". Ogni giorno o quasi mi trovo in una, due, tre stazioni. In alcune stazioni mi sento veramente a casa: a Padova, naturalmente, ma anche a Milano, a Ferrara, a Reggio Emilia, a Roma, ad Ancona. Mi sento a disagio, invece, a Bologna o Firenze: e non è che ci passi meno spesso.
Ma mi accorgo di questo: mi sento "a casa" nelle stazioni di destinazione. Non vado quasi mai a Bologna, spessissimo passo per Bologna. Idem per Firenze. Firenze e Bologna sono stazioni dove sto quasi solo per cambiare treno. Sono stazioni dove ho solo tempi morti.
Come se nella Via Crucis ci fossero stazioni dove non accade niente. Dove non c'è niente da raccontare: né una caduta, né un atto di conforto, né un'offesa, né una parola detta.
Mi sveglio all'improvviso. Il libro è caduto in terra. Siamo nella stazione di Padova. Metto il libro in zaino, indosso il giaccone, prendo lo zaino, corro giù.
I due cinesi hanno appena finito di scaricare i due valigioni. Li trascinano sulle rotelle lungo la banchina. Si fermano perplessi davanti alla scala del sottopassaggio.
Li raggiungo. "C'è l'ascensore", dico. Mi sorridono. Faccio un gesto con la mano destra orizzontale, dall'alto al basso. Poi faccio un altro gesto dicendo: "Venite con me".
Mi seguono. Tre metri più in là c'è l'ascensore. Scendiamo insieme. Mi sorridono, io sorrido loro.
Usciamo dall'ascensore nel sottopassaggio. Li risaluto: "Ciao". "Ciao, ciao", dicono loro.
Mi avvio di buon passo. Percorro il sottopassaggio. Risalgo in superficie.
Mi viene un dubbio. Mi volto.
I due cinesi sono lì, ai piedi della scala. L'ascensore è accanto a loro, enorme. Non lo prendono. Immagino che lui stia dicendo a lei qualcosa come: "Adesso porto su questa, tu aspettami, poi porto su l'altra".
Scendo la scala. I due mi guardano. Chiamo l'ascensore. Mi sorridono. Li faccio entrare. Salgo con loro. Altri sorrisi, altri "Ciao, ciao".
M'incammino verso casa. Ho sonno. E' quasi l'una. Quando sono in piazza Garibaldi capisco all'improvviso.
I due cinesi non pensavano che l'ascensore fosse per tutti. Non pensavano di avere diritto all'accesso. Pensavano che io fossi uno speciale, oppure che l'ascensore fosse solo per gli italiani, oppure che io fossi un ferroviere, o chi sa.
In somma: mi hanno preso per uno che, nelle stazioni, è di casa.

Posted by giuliomozzi at 13:01 | Comments (14) | TrackBack

Cittadini comuni

Mi ha lasciato veramente di stucco la reazione seguita alla pubblicazione della poesia Lettera di Mimma Mauri. Provo a dire alcune ragioni del mio stupore.

1. Alcuni interventi hanno usato l'argomento del tipo: "Questa non è una poesia". Naturalmente questo argomento, per essere sensato, richiede che si dica con un minimo di precisione che cosa è, invece, poesia. Che la poesia dovrebbe essere "musica", dovrebbe "suonare" ed "evocare" (lo dice ad esempio, con domanda retorica, Tt), non mi sembra che serva molto a distinguere che cosa è poesia e che cosa non lo è. Dire che la poesia è "Immagine e Suono", "Fare Primordiale" (parole di Luminamenti) mi pare un po' vago. I cartoni animati sono sicuramente immagine e suono, ma non mi pare che siano la stessa cosa della poesia. A meno che le lettere maiuscole iniziali non cambino tutto; ma non mi sembra. Dire che la poesia è, come mi pare intenda dire Giuseppe Iannozzi, "declinazione apollinea" o "dionisiaca", mi pare ugualmente un po' vago. Dire che una poesia per essere tale deve contenere almeno "un’immagine, una emozione, un dolore, una gioia, uno stato dell’animo, un non stato dell’anima", come fa Lucia, continua sembrarmi non meno vago. Eccetera. Quindi mi pare che l'argomento del tipo: "Questa non è una poesia", così adoperato, lasci il tempo che trova.
2. Altri interventi hanno usato l'argomento: "Visto X, Y è meglio". "Sono stata in vacanza a Pantelleria, è stato bellissimo!". "Sì, ma Filicudi è molto meglio". Ancora meglio: "Sì, ma la Foresta Nera è molto meglio" (così si cambia anche la specie). Naturalmente, tanto più si vuole precipitare in basso X, tanto più in alto si sceglie Y. Visto che la poesia di Mimma Mauri è genericamente definibile come "narrativa", e visto che Raymond Carver è il "poeta narrativo" più di moda del momento (grazie al lodevole lavoro di Minimum Fax), si metta Mimma Mauri a confronto con Raymond Carver: e la si butti giù dalla torre. Ora: sembrerebbe superfluo dire, ma a questo punto diventa necessario dire: dato per concesso che le poesie di Raymond Carver siano molto belle, nonché più belle di questa poesia di Mimma Mauri, questo non significa necessariamente che questa poesia di Mimma Mauri sia brutta. Significa solo che le poesie di Raymond Carver sono molto belle, nonché più belle di questa poesia di Mimma Mauri.
3. Le cose non migliorano né peggiorano, ma rimangono tali e quali, se la definizione viene esplicitamente rifiutata. Il rifiuto può essere al rialzo o al ribasso. Ad esempio (rialzo) Luminamenti scrive: "Inquadrare un testo in un 'genere' non è mera questione di definizione, perché definire ha una sua logica. Non è un mero esercizio accademico-salottiero. Anche se ahimé può diventarlo in molti ambienti culturali spocchiosi e snob". Indubbiamente il definire non è un mero esercizio accademico-salottiero: ma se nel corso di una discussione mi scontro con un problema di definizione (cioè, banalizzando, col problema di sapere non dico che cosa è, ma almeno come si chiama ciò di cui sto parlando), ha senso metterlo da parte e continuare la discussione? Non è più pratico, se non c'è tempo e modo di definire, segnalare il problema e interrompere la discussione? (E infatti Luminamenti, segnalato il problema, è uscito dalla discussione; ed è rientrato [vedi più sotto] quando io ho proposta una definizione minima di poesia). Altro rifiuto della definizione (al ribasso) è ad esempio quello di Massimiliano: "Non voglio dare definizioni, tanto più che non sono poeta né mi sono mai ritenuto tale". E allora? Io non sono un cavallo né mi sono mai ritenuto tale: questo non mi impedisce, qualora io ne abbia bisogno, di affrontare la questione del definire il cavallo.
4. Trovo assai curioso l'argomento catastrofista. Lucia scrive ad esempio: "Se questi saranno i futuri poeti, se simile a questi saranno i futuri scrittori smetterò di leggere". Naturalmente nessuno (io sicuramente no) ha affermato che i futuri poeti e i futuri scrittori saranno "questi" o "simili a questi". Né la poesia Lettera è stata proposta (sicuramente non da me) come modello ed esempio.
5. Sinceramente mi scoccia l'argomento dello scherzo. Scrive Tt: "Data la sua strenua e insistente """difesa""" (qui ci vogliono le virgolette al cubo) del testo vincitore, m'è venuto un dubbio: ma Mozzi è un pervertito o un sadico?". Qui mi si accusa di aver pubblicata la poesia Lettera di Mimma Mauri nella convinzione che essa sia un capolavoro della letteratura mondiale o giù di lì (nel qual caso sarei un pervertito) o, peggio, di avere pubblicata la poesia Lettera di Mimma Mauri allo scopo di metterla alla berlina (e allora sarei un sadico). A sostenere l'ipotesi, la mia assenza ("strenua e insistente", per così dire) dalla discussione. Mi dispiace: né questo né quello: ho pubblicata la poesia Lettera di Mimma Mauri perché mi è sembrata "dignitosa" e perché parla di treni; e sono stato fuori di casa per sedici ore consecutive, giusto il tempo di andare e tornare da Trieste. La mia difesa di Lettera è questa: l'ho pubblicata e ne sono fiero, nei limiti di quanto dico poi al punto 7.
6. Ho proposta una definizione minima di poesia. Ho scritto (alle due di notte): "se è scritta andando a capo prima che sia finita la riga, è poesia. Se invece va a capo solo quando finisce la riga, è prosa. Anche questo criterio ha le sue eccezioni; tuttavia mi pare il meno problematico. Decidere se un testo è o non è poesia sulla base di un giudizio di valore, mi pare un'aberrazione". Luminamenti ha risposto: "E' aberrante pensare che quella della Mauri è poesia! Il giudizio trova da lavorare nel riconoscimento percettivo, dove la categorizzazione dei dati sensoriali che giungono richiede, si ritiene, un confronto con le informazioni memorizzate secondo categorie. Il primo riconoscimento percettivo (ed eventuale descrizione, propriamente della nuda cosa, l'oggetto messo tra parentesi dei fenomenologi) è l'oggetto che ho di fronte: è un cavallo oppure è una poesia?". Secondo me, è importante rendersi conto che una poesia è prima di tutto un testo nel quale si va a capo prima la riga finisca. So anch'io che in questo modo vengo a considerare poesia una grande quantità di testi orrendi. Ma da lì in poi eserciterò il giudizio: è una poesia bella o brutta? Qui c'è un mio problema personale: le categorie qualitative, e non so spiegare bene perché, mi spaventano. Detta a solo titolo di esempio: il razzismo si basa, mi sembra, su una definizione qualitativa di "essere umano". Per il razzista, non tutti gli homo sapiens sono "esseri umani". Per il non razzista, tutti gli homo sapiens sono "esseri umani"; il che non gli impedisce di ritenere alcuni "esseri umani" eccellenti e altri disgustosi. Per questo dico e sostengo (come ho già sostenuto che tutto ciò che è descrivibile come "qualcosa di scritto" è letteratura) che ogni testo nel quale si vada a capo prima che la riga sia finita è poesia.
7. Trovo eccellente il lavoro di parodia. Parodizzare un testo è un modo veloce e intuitivo di analizzarlo e giudicarlo. Ecco, di tutta questa discussione, le parodie mi sono sembrate in fondo la cosa più sensata. Naturalmente so bene che la poesia Lettera di Mimma Mauri è facilmente parodiabile; e non posso esimermi dal sospetto che la parodiabilità di un testo sia un buon indice (negativo) della sua qualità. Naturalmente so bene che la poesia Lettera di Mimma Mauri non è un capolavoro della letteratura mondiale. Però mi par di sapere che una letteratura (la letteratura italiana, ad esempio) non è fatta solo di capolavori, ma anche di una "base", di un "lavorio generale di scrittura". Oggi, giustamente, nessuno legge più Guido Da Verona o Mario Appelius o Arnaldo Fraccaroli, ma la letteratura italiana e la sanità della letteratura italiana sono fatte anche di Da Verona, Appelius e Fraccaroli. E quindi una poesia che mi sembri semplicemente, e dignitosamente, "dignitosa", ha tutto il mio rispetto. Non sarà una poesia-senatore o una poesia-sindaco, nella Repubblica delle lettere: sarà una poesia-cittadino-comune. Ho molto rispetto per i cittadini comuni.

Posted by giuliomozzi at 02:59 | Comments (74) | TrackBack

25.11.03

Treno

Trieste. Salgo sull'interregionale per Padova. Dieci minuti alla partenza. A bordo c'è molto caldo. La mia carrozza è deserta. Ci sono solo io. Apro il finestrino vicino al mio posto. Quando partiamo, metto il finestrino in fessura. Mi guardo intorno. Sono davvero solo. Mi fa un po' impressione.
Tiro fuori dallo zaino Hans Blumenberg, La leggibilità del mondo, Il Mulino. Capitolo quattordicesimo: "Segni sulla fronte, segni in cielo". Arrivo fino alla frase: "E' fin troppo ovvio fare di un organo così potentemente espressivo come il volto umano la fonte per conoscere ciò che vi si cela dietro", p. 207.
Qui mi addormento.
Quando mi sveglio, la carrozza è piena. Guardo l'orologio, ho dormito quasi un'ora. Ho un'altra ora di viaggio fino a Mestre, poi il cambio per Padova.
Mi alzo in piedi, mi stiracchio. Ci saranno almeno quaranta persone. C'è molto silenzio.
Ho un cattivo sapore in bocca.
Mi rendo conto che tutti, nella carrozza, dormono. Fuori c'è buio.
Ho sete.
Cammino lungo il treno. Non si sa mai, magari c'è un carrellino con l'acqua e i biscotti.
Attraverso una carrozza, due carrozze, tre carrozze. Sono tutte affollatissime. Le persone dormono, tutte, ciascuna nella sua posizione. Chi abbandonato sullo schienale del sedile, chi quasi scivolato giù, chi tentennando la testa, chi con la bocca aperta, chi con leggeri tremiti, chi russando energicamente, chi con la mano destra ancora sospesa a voltare la pagina della rivista, chi con le cuffiette del walkman nelle orecchie, chi con il gameboy che bipbippa in solitaria, chi gonfiando il ventre, chi rigirandosi ogni tanto, chi immobile come un morto.
Arrivo alla carrozza di testa. Oltre c'è solo il locomotore. Torno indietro, raggiungo la mia carrozza, proseguo fino alla carrozza di coda.
L'omino dell'acqua e dei biscotti è seduto tutto di traverso, la testa arrovesciata all'indietro, gli occhi stretti, la bocca spalancata, un filo di bava da un angolo della bocca, sull'ultimo sedile dell'ultimo vagone. Il carrello, incastrato accanto a lui tra due sedili, vibra e tintinna.
"Mi scusi", dico.
L'omino non reagisce.
"Mi scusi", dico un po' più forte.
L'omino non reagisce.
Lo tocco sul braccio destro. L'omino ha un piccolo sussulto.
Afferro il suo braccio destro, lo scuoto un po', ripeto: "Mi scusi! Mi scusi!".
L'omino rantola, si divincola senza aprire gli occhi. Cambia posizione. Mi arriva al naso l'odore dei suoi piedi.
Rinuncio. Torno al mio posto. Riprendo il Blumenberg. Allargo la fessura del finestrino. Il caldo è davvero insopportabile.
Quando entriamo nella stazione di Mestre, tutti viaggiatori balzano in piedi, arraffano bagagli e vestimenti, si precipitano giù.
Sono l'ultimo a scendere.
Sul primo scalino del sottopassaggio incontro Massimiliano.

Posted by giuliomozzi at 16:33 | Comments (7) | TrackBack

24.11.03

Una meta che tarda

Ieri mattina, a Venezia, ho partecipato alla premiazione dell'undicesimo premio di poesia bandito dal Circolo culturale Walter Tobagi. Da qualche anno faccio parte della giuria. Quest'anno, per la sezione "poesia in lingua italiana" (c'è anche una sezione di "poesia in uno dei dialetti delle Tre Venezie") abbiamo premiato un solo testo, Lettera di Mimma Mauri. Mimma Mauri è una gentile signora di Rimini che partecipa a molti premi di poesia, con testi che mi sembrano generalmente dignitosi.

Poiché il testo che ieri abbiamo premiato parla di treni (non di telefonate: ma pazienza) ho chiesto e ottenuto il permesso di pubblicarlo in questo diario. (Ho pubblicato il post, e ho visto che i versi cominciano tutti dal bordo della pagina. Non dovrebbe essere così. Mimma Mauri usca spesso i versi "a scaletta" - e l'effetto sulle pause è importante. Ma non riesco a convincere il Movable Type a fare le cose come dovrebbero essere).

Lettera
di Mimma Mauri

- Caro
ti scrivo da un treno
in attesa di una meta che tarda

Non è una posizione comoda
(noterai il tremito
nelle parole)

ma non è neppure una condizione
del tutto disprezzabile

Sono sola
tra gente che fingo di ignorare
che finge di ignorarmi
(al massimo ci concediamo
qualche sorriso educato
qualche battuta fatta di niente)

Ci siamo ripartiti il territorio
con buonsenso e oculatezza

Ognuno ha la sua nicchia
quel tanto che basta per guardare dal finestrino
sbirciare il giornale
seguire il via vai nel corridoio
spiare i vicini con discrezione

Cerchiamo di conservare
una dignitosa distanza
ci sforziamo di non pensare
ai nostri fiati che si mescolano
ai germi che vorrebbero
affratellarci oltre il dovuto

Manteniamo alti
i vessilli della scienza
e della civile convivenza

Posted by giuliomozzi at 07:49 | Comments (87) | TrackBack

23.11.03

Tutta la mia attenzione

checosa.JPG

Posted by giuliomozzi at 23:33 | Comments (19) | TrackBack

22.11.03

Chapeau

Credevo di essere bravo a scrivere conversazioni folli, prima di leggere questa cosa qui che ha pubblicata Brèkane ieri.

Posted by giuliomozzi at 13:22 | Comments (18) | TrackBack

21.11.03

Letteratura come verità, 3: Edificazione

Lunedì 1° dicembre, nel corso della serata Letteratura come verità, 3: edificazione (Padova, Cinema Excelsior, ore 21: qui si può scaricare l'invito, un pdf di circa 212 K) Marco Mancassola leggerà un frammento dal suo racconto Il ventisettesimo anno. Marco Franzoso invece sta preparando un intervento introduttivo sul tema dell'"edificazione", per il quale è disponibile un primo appunto.

Posted by giuliomozzi at 12:42 | Comments (7) | TrackBack

Minacce

Una volta (parecchi anni fa, ormai) vidi in televisione una puntata di Un giorno in pretura. Si trattava di questo: A aveva denunciato B, accusandolo di averlo minacciato di morte nel corso di una lite (era volato anche qualche scapaccione, credo). Il tutto nasceva, se non ricordo male, da una lite condominiale (una questione di tubi d'acqua male installati da A o da B, che perdevano andando a rovinare i muri di B o di A, ecc.).

Il magistrato interrogò i testimoni, l'accusatore, l'accusato. Alla fine liquidò la faccenda dicendo più o meno: "Cari voi, fatevi un paio di camomille e state tranquilli; lei (all'accusato) cerchi di tenere le mani a posto e la lingua a freno; e lei (all'accusatore) non faccia perdere tempo a noi magistrati con cause assurde e inutili; tra un vammorì ammazzato e una minaccia di morte in piena regola, c'è una differenza grande così". E allargò le braccia, come un pescatore che misura il pesce che ha quasi pescato.
Lì per lì mi parve che il magistrato avesse agito secondo un bene possibile. E, devo dire, mi pare ancora oggi.
Se il magistrato avesse presa alla lettera la minaccia di B ad A, avrebbe fatto diventare reale, formalizzandolo, un atto linguistico certamente non da intendersi come intimidatorio, e tanto meno come preludente a un atto criminoso, ma semplicemente come esornativo del comportamento litigioso in corso. Si litiga, ci si scalda, e si finisce col dire vammorì ammazzato, o tà morti cani, o figa to mare, e così via. Parole che arricchiscono emotivamente, che adornano il litigio, ma che non vogliono tradursi in atti. Io non voglio farti ammazzare, non voglio trasformare in cani i tuoi antenati, non voglio costringerti a rapporti sessuali completi con tua madre.
Bene.
Certo: se poi, un mese dopo, B ammazza A, si scopre che il magistrato aveva, forse, torto (solo forse, non sicuramente).
Pensavo a questo, un paio d'ore fa, tornando a casa da Milano con l'intercity delle 20.45. L'intercity era caldissimo, il vagone fumatori era deserto, io ero troppo stanco per leggere, e così potevo solo fumare (ma non avevo sigarette), bere acqua (l'acqua ce l'avevo), e pensare (confusamente).
Ho sfogliato un giornale abbandonato dai viaggiatori scesi a Milano (il treno viene da Genova, se non sbaglio). Ci ho trovata una foto delle manifestazioni avvenute in questi giorni a Londra. Mostrava una tipa che reggeva un cartello alla Far West con su scritto: Wanted e la faccia di George W. Bush crivellata di colpi di pistola.
Bene.
Mi è venuto in mente il pezzo pubblicato lunedì 17 da Giuseppe Genna nei Miserabili con il titolo: Moresco sotto attacco squadrista. Il pezzo è illustrato da una foto di Antonio Moresco con la fronte crivellata da colpi di pistola (e un sacco di sangue finto).
E' successo l'altro giorno, a "Otto e 1/2", davanti a un allibito Giuliano Ferrara, scrive Giuseppe Genna. Era invitata la direttrice di collana Rcs e scrittrice Benedetta Centovalli. Si parlava di patria e Centovalli è l'editrice di Patrie impure (Rizzoli). Interveniva anche Stenio Solinas, de il Giornale: uno che non è noto ai più, ma a me è noto e sul quale inizio a fare da oggi un pesante lavoro di controinformazione. Centovalli, parlando del libro, racconta il racconto che Moresco ha scritto per Patrie impure, dove appare lo spettro di Alfredino Rampi che, invitato dal Presidente, dice di non volere venire su, vuole restare nel pozzo, perché l'Italia è indecente (potete leggerlo integralmente qui). Allora scatta Solinas e dice che è "quello scrittore lì", cioè Antonio Moresco, che deve finire sottoterra.
E' evidente, mi sembra, che la manifestante londinese non è in grado di provocare la morte, sia pure la pura e semplice morte politica, di George W. Bush (le decine di migliaia di manifestanti londinesi non sono in grado ecc.). Personalmente non credo che i militanti di Al Qaeda (che significa "La Base": stesso nome di una corrente democristiana di quando c'era la Dc: mah!) vadano in giro a esporsi nelle manifestazioni. La tipa, peraltro, aveva un aspetto molto albionico. E poi, comunque, è una questione di forza.
E' evidente, invece, mi sembra, che forse Stenio Solinas è in grado di provocare, magari anche da solo e senza bisogno di aiuti, la morte, sia pure la pura e semplice morte editoriale, di Antonio Moresco. Stenio Solinas è pur sempre una colonna del Giornale, il Giornale sappiamo di chi è (di nome e di fatto: il quotidiano Il Foglio, che ogni giorno lo sbeffeggia per l'eccesso di compiacenza verso il Caro Presidente, lo chiama: Il Giornale Cognato), sappiamo dunque per chi lavora, eccetera. Se Enzo Biagi e Michele Santoro sono stati ridotti in quattro e quattr'otto a cadaveri eccellenti (ne è stata provocata la morte mediatica), figuriamoci Antonio Moresco. Stenio Solinas avrà qualche aggancio.
Già, ma uno dice: "Avere il potere di non significa automaticamente avere la volontà di. Solinas avrà avuta un'espresione infelice, avrebbe potuto dire che Moresco doveva andare a cagare, o a farselo mettere, o a metterlo in culo a sua madre: qualcosa in somma di meno minaccioso e altrettanto, se non di più, offensivo; invece gli è venuta così, gli ha augurato di "finire sottoterra", ma il senso della cosa è quello: non si tratta di una vera minaccia, suvvia, solo di un ornamento della lite".
Nella mia vita sono stasto minacciato più volte. Parecchie volte con minacce verbali e con ricatti espliciti o velati. Diverse volte con minacce di percosse, e magari qualche assaggio delle stesse. Due volte anche con un coltello. Non ho mai pensato, nemmeno quella volta che in due mi tenevano e l'altro mi strusciava la lama sulla pancia, non ho mai pensato, davvero, che chi mi minacciava avesse la precisa intenzione di attuare la minaccia (tra dire: "Ti ammazzo di botte" e poi ammazzarmi effettivamente, e darmi un calcio nei coglioni e stop, c'è comunque una differenza grande così).
Però mi viene in mente che quei tre (due che mi tenevano, l'altro che mi strusciava il coltello sulla pancia) erano allora militanti del movimento giovanile d'un partito che oggi, cambiato nome e poco altro, governa l'Italia, alleato del partito di proprietà del proprietario di fatto del Giornale. E poi mi viene in mente che quello che mi strusciava il coltello sulla pancia è stato poi, diversi anni dopo, condannato per tentato omicidio. Arma del delitto: un coltello.
Ho lette in giro per la rete, da lunedì a oggi, diverse battute critiche o addirittura derisorie su quell'immagine di Moresco pistolettato pubblicata da Giuseppe Genna. Cose tra: "Su, vabbè, adesso non esageriamo", e: "Mi pare che la violenza verbale sia più nel Genna che in coloro che lui addita".
Un amico mi ha detto giusto oggi: "Quel Genna lì, urla sempre al lupo! al lupo!". Non sarà, mi dico, che gli tocca fare sempre al lupo! lupo! perché non c'è nessun altro che lo faccia? Voglio dire: oggi, in Italia, quando mai si trova qualcuno che prende una posizione? Una posizione, dico, che non sia già stata presa da qualcun altro a cui appoggiarsi. Una posizione che sia una posizione per sé, non per il proprio gruppo di amici e compagni di scuola e colleghi d'accademia o di giornale o di tribù, eccetera.
Ciò detto (non dovrei dire "Ciò detto", visto che non sono arrivato a nessuna conclusione; ma devo pur fare questa svolta del discorso), ciò detto, auguro caldamente ad Antonio Moresco di morire di sua buona morte quando sarà il momento. E do all'immagine truculenta pubblicata da Giuseppe Genna il senso di un oggetto allegramente esorcistico (l'esorcismo è: fare una cosa per disfarla, compiere simbolicamente un atto per impedirlo effettualmente, ecc.).

Posted by giuliomozzi at 01:58 | Comments (34) | TrackBack

19.11.03

Esperienza

Della serata di lunedì Letteratura come verità: esperienza, parla oggi nel Gazzettino Chiara Pavan.

Posted by giuliomozzi at 19:20 | Comments (16) | TrackBack

Sparizione

Mi telefona, un paio di settimane fa, Alice Santovetti. Mi dice: "Il martedì sera, verso le undici, facciamo qui su Radio Tre questo programmino che parla della notte nelle città di provincia. Abbiamo fatto Pordenone, ora facciamo Reggio Emilia, vorremmo fare Padova. Ci stai a parlare un po', al telefono, in diretta, della notte di Padova, martedì 18 novembre?".
Io dico di sì.

Alla radio dico sempre di sì. Poi Alice Santovetti è simpatica, il programmino è condotto da Nicola Campogrande che è lui pure simpatico ed è un eccellente musicista, nonché amico di Dario Voltolini.
Parliamo un po' di chi potrebbe partecipare al programmino. Alice ha dei nomi, io ne suggerisco altri. Teatranti, musicanti, passeggiatori notturni, gestori di locali. Una lista. Ciao giulio, ciao Alice, ci sentiamo.
Ieri sera andiamo in onda. Siamo Vasco Mirandola, Leandro Barsotti, Umberto Casadei (questo, non questo) e io.
Campogrande nomina gli ospiti, poi comincia da Barsotti. Barsotti parla, parla di Prato della Valle, propone un itinerario verso il centro, fino ad arrivare agli spritz. Disegna un'immagine di Padova un tantino idealizzata, ma vabbè. Poi Campogrande si rivolge a Umberto, che è collegato dal terrazzino della cabina di proiezione del Cinema Excelsior, dove lavora la sera.
Mi arriva un sms da un'amica: "Ehi, ma sei alla radio!...".
Umberto racconta tutta un'altra città: il suo punto di partenza è via Anelli, la via dove gli africani abitano in quaranta per appartamento, una via di condomìni dove i pochi residui residenti bianchi non osano quasi uscire di casa (e i proprietari degli appartamenti, intanto, lucrano sui disperati; salvo chiamare la polizia quando succede qualcosa); e nel suo punto d'arrivo ci sono, piuttosto che gli spritz, i bottiglioni di vino.
Poi Campogrande si rivolge a me.
"Ma abbiamo in linea anche un altro scrittore", dice Campogrande, "giulio mozzi. Buonasera, giulio mozzi".
"Buonasera", dico.
"Vediamo", dice Campogrande, "forse giulio mozzi non è in linea".
"Buonasera, buonasera!", strillo. "Sono qui, ci sono!".
"No, giulio mozzi non c'è", dice Campogrande. "Forse si è assentato o si è distratto. Sentiamo allora Vasco Mirandola. Buonasera, Vasco Mirandola".
"Buonasera", dice Vasco. E si sente benissimo.
"Mozzi! Mozzi! E' lì?", mi arriva nella cornetta la voce di un tecnico.
"Sì", dico, "sono qui!".
"E perché non parla, allora?", dice il tecnico.
"Ma io parlo", dico. "E' lui che non mi sente".
Intanto Vasco parla della difficoltà di fare teatro a Padova, dei gruppi che eroicamente ci provano ancora, aprendo spazi senza nessun aiuto delle istituzioni.
Poi Campogrande torna da me.
"Vediamo se adesso giulio mozzi è in linea", dice.
"Buonasera", dico. "Sono qui".
"No, non è in linea", dice Campogrande. "Riprendiamo allora il discorso con Barsotti".
Barsotti parla, e si sente benissimo.
"Ma in somma, mozzi, cosa fa?", irrompe ancora la voce del tecnico.
"Ma io non faccio niente", dico. "Io parlo, ma lui non mi sente. E' un problema vostro".
"Impossibile", dice il tecnico.
Mi arriva un altro sms dell'amica: "Ma ci 6 o non ci 6?".
Campogrande riprende a parlare con Vasco, parlano dello spettacolo di cabaret che Vasco ha appena avviato, tutti i giovedì al Banale. Poi torna a Umberto, ma non riesco a seguire bene perché sto tentando di rispondere all'sms dell'amica. Ma non ci riesco: non so che cosa dirle.
Il programma va a finire, ma Campogrande non demorde.
"Facciamo un ultimo tentativo di parlare anche con giulio mozzi", dice.
"Buonasera", dico, "sono qui".
"Sentiamo", dice Campogrande. "Giulio mozzi, c'è?".
"Sono qui", dico. "Buonasera".
"Niente da fare", dice Campogrande. "Questa sera giulio mozzi forse aveva altro da fare, o si è addormentato. Comunque grazie a tutti, e buonasera".
Clic.
Esco di casa, è quasi mezzanotte. Faccio quattro passi. Vado nelle piazze. Girello. Passo al Cinema Excelsior. La gente è già uscita. Sento, attraverso la porta aperta sul terrazzino, i rumori che fa Umberto in cabina di proiezione. Sta riavvolgendo il film. Mi accendo una sigaretta. Lo aspetto.
Umberto spegne tutte le luci, esce.
"Ciao Umberto", gli dico.
Umberto tira giù la saracinesca.
"Ciao Umberto", gli dico.
Umberto va alla vespa, che tiene parcheggiata proprio lì davanti, tira fuori le chiavi, armeggia con il catenaccio.
"Ciao Umberto", gli dico. Mi avvicino e gli tocco la spalla.
Umberto tira giù la vespa dal cavalletto, la avvia.
"Umberto!", ormai grido.
Umberto salta sulla vespa, sgomma, corre nel vicolo, svolta in via san Francesco, si perde nella notte.

Posted by giuliomozzi at 10:45 | Comments (38) | TrackBack

18.11.03

L'omelia del cardinal Ruini

Questo il testo integrale (l'ho trovato in Repubblica.it) dell'omelia del cardinale Camillo Ruini ai funerali di Stato per gli italiani uccisi in Iraq.

Celebriamo questa messa di esequie, funerale di Stato per i caduti dell'attentato terroristico a Nassiriya, con animo profondamente commosso ma anche con intatta fiducia in Dio e con intima gratitudine per questi nostri fratelli, il cui sacrificio è di esempio e di monito per tutti noi.

L'Italia intera ha già manifestato in molti modi, in questi lunghi giorni dalla tragica notizia dell'attentato, un affetto, una riconoscenza e una solidarietà per i caduti, per i feriti e per i loro familiari che vengono dal cuore del nostro popolo e che esprimono la sua profonda unità e la consapevolezza del suo comune destino.
Con questa messa ci rivolgiamo a Dio nostro creatore e padre, onnipotente e ricco di misericordia, e gli affidiamo uno per uno questi nostri morti e le loro famiglie, ciascuno dei feriti, tutti gli italiani, militari e civili, che sono in Iraq e in altri Paesi per compiere una grande e nobile missione, e con loro questa nostra amata Patria, la pace nel mondo e il rispetto per la vita umana.
Soltanto Dio, infatti, non può essere fermato dalle barriere della morte e soltanto il suo amore e il suo perdono sono più grandi dell'intera somma dei peccati che attraversano la storia del genere umano. Come abbiamo udito dalle parole dell'Apostolo Giovanni nella seconda lettura di questa Messa, in Gesù Cristo, risorto dai morti, Dio ci ha fatti realmente suoi figli, per il tempo che ci è dato di vivere su questa terra ma soprattutto per l'eternità, quando saremo in contatto diretto con Lui, lo vedremo così come Egli è, lo ameremo con animo non diviso e parteciperemo per sempre alla pienezza della sua vita.
Cari fratelli e sorelle, questa non è soltanto la nostra speranza, questa è la realtà del destino che attende ogni persona che si sforza di vivere con retta coscienza e generosità di cuore. Oggi, questo è il destino dei nostri caduti, che hanno accettato di rischiare la vita per servire la nostra nazione e per portare nel mondo la pace.
E questa è anche la più forte e sincera consolazione per le loro spose, figli, genitori, per i loro compagni d'armi, per tutti quelli che hanno loro voluto bene. Ascoltiamo ancora ciò che ci dice il Signore, attraverso le parole della Sapienza antica che abbiamo letto nella prima lettura: Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, la loro fine fu ritenuta una sciagura, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza e' piena di immortalità.
Cari fratelli e sorelle, Gesù nel Vangelo ci ha avvertiti che il criterio in base al quale saremo giudicati è quello dell'amore operoso, che sa riconoscere la sua misteriosa presenza nel più piccolo e più bisognoso dei nostri fratelli in umanità. Abbiamo perciò ascoltato con intima commozione le parole della sposa di uno dei caduti che, dopo aver letto un altro, molto simile brano del Vangelo, quello nel quale Gesù ci invita ad amare anche i nostri nemici, ci ha detto con semplicità che di quella parola di Gesù lei e suo marito avevano fatto la regola della propria vita.
E' questo il grande tesoro che non dobbiamo lasciar strappare dalle nostre coscienze e dai nostri cuori, nemmeno da parte di terroristi assassini. Non fuggiremo davanti a loro, anzi, li fronteggeremo con tutto il coraggio, l'energia e la determinazione di cui siamo capaci. Ma non li odieremo, anzi, non ci stancheremo di sforzarci di far loro capire che tutto l'impegno dell'Italia, compreso il suo coinvolgimento militare, è orientato a salvaguardare e a promuovere una convivenza umana in cui ci siano spazio e dignità per ogni popolo, cultura e religione.
Questi primi anni del nuovo secolo e del nuovo millennio appaiono particolarmente duri, crudeli e tormentati. Troppe popolazioni inermi sono colpite, da ultimo gli ebrei delle sinagoghe di Istanbul. Ma proprio in questa circostanza chiediamo a Dio, con umile fiducia, di rinsaldare nei nostri animi la convinzione e la certezza che il bene è più forte del male e che anche nel nostro mondo, segnato dal peccato, è possibile, con il suo aiuto, costruire condizioni di libertà, di giustizia e di pace.
Mentre affidiamo alla misericordia di Dio le anime dei nostri fratelli caduti a Nassiriya, confermiamo e rinnoviamo il sincero proposito di essere degni della grande eredità che essi ci hanno lasciato.
Vorrei aggiungere un'ultima, sommessa preghiera: la tragedia di Nassiriya ha sollevato in tutta Italia una grande onda di commozione e ci ha fatti sentire tutti più vicini, ma ha anche istillato in noi una sensazione di freddo e di paura, di fronte all'incertezza della vita e alla ferocia che può annidarsi nell'animo umano.
Voglia il Signore riscaldare i nostri cuori, donare speranza e serenità soprattutto a coloro che in questa tragedia hanno perduto i loro cari e devono ora disporsi ad affrontare un futuro non previsto, più triste e più duro. E voglia dare al nostro Paese e alle sue istituzioni efficace e duratura determinazione di non dimenticarli e di non lasciarli soli. Il Signore benedica e protegga il nostro popolo e i nostri soldati.

Posted by giuliomozzi at 16:10 | Comments (17) | TrackBack

Esperienza e narrazione: una discussione

Il pezzo L'esperienza, la narrazione, le nude cose, l'invenzione, che ho letto ieri al Cinema Excelsior, l'avevo postato sia qui in questo mio diario sia in Nazione Indiana, dove si è sviluppata una discussione piuttosto interessante.
Riporto qui sotto i "commenti" inviati fino a questo momento. Chi volesse seguire gli sviluppi successivi (se ce ne saranno) o chi volesse intervenire, può cliccare qui e entrare direttamente nei "commenti" di Nazione Indiana.

[Attenzione: in Nazione Indiana i "commenti", diversamente da questo diario - e dalla maggior parte dei blog, mi pare - sono ordinati dall'alto al basso anziché dal basso all'alto. Il commento che compare più in alto è il più vecchio, quello che compare più in basso è il più recente].

Posted by luminamenti at 16.11.03 14.45:
Notevole per gli spunti di riflessione

Posted by giuseppe genna at 17.11.03 12.24:
FANTASTICO!

Posted by b.georg at 17.11.03 14.32:
Molto ben scritto. Personalmente mi destano qualche perplessità un paio di aspetti, che voglio provare a sottoporti. Lo "sfondamento" è da intendere tra precomprensione e nude cose? Ma se è così, se la precomprensione cade, come si può, di fronte a supposte "nude cose", non essere semplicemente e totalmente inghiottiti dal silenzio? E invece si parla (anzi, si scrive). Che ruolo, che statuto ha la scrittura in tutto ciò? Da dove salta fuori? Pare data per scontata, trattata da strumento proprio mentre viene esaltata (destino che mi ricorda il modo un po' superficiale con cui Heidegger tratta del linguaggio, proprio contestualmente alla sua esaltazione in funzione poetica). Siamo sicuri che si tratti di uno s-velamento, dell'essere posti di fronte a un segreto che poi è la nullificazione dei significati precompresi (con tutto il retroterra di esistenzialismo che vi sta dietro) e non di una "piegatura" della nostra capacità di "attribuire sensi", del "quadrato" operato dalla scrittura sulla nostra relazione di senso con le cose? (il suo fruttificare, sfondarsi, esordire, per dirla con Moresco). La caduta dei "significati consueti" non allude forse a una poetica aristocratica della grazia, dell'intuizione, dell'elezione che assomiglia molto a quella di fronte alla quale Fortini metteva in guardia (il montaliano "ognuno riconosce i suoi", cui Fortini rispondeva: "dove si parla di grazia e intuito, voi sospettate dominio"- cfr. Fortini, Nuovi saggi italiani)? La chiusa di questo pezzo, con la critica alla fiction - alla cultura industiale di massa - che fatico a non ritenere idealistica, mi aggrava il medesimo sospetto. Non so, non sono per nulla sicuro di aver centrato la critica, che ne dici?

Posted by luminamenti at 17.11.03 17.05:
Heidegger tratta il linguaggio in modo superficiale? E come strumento? Ho capito bene o fraintendo? Sobbalzo dalla sedia!!! scusami b.georg per il mio tono umorale che ti potrà sembrare acceso. Tra l'altro quello che dici nel tuo commento è interessante e parecchio, ma di Hiedegger che scrive in modo quasi certamente abominevole (Borges), si può dire tutto tranne che tratta il linguaggio in modo superficiale.
L'attenzione di Heidegger al linguaggio è assoluta, estrema, estenuante, si pose davvero in una sfida nell'ascolto del linguaggio, del logos, e certo l'esito abominevole della sua espressione scritta è conseguenza anche di questo ma non priva di punti di arrivo fondanti tutte questioni con cui si confronta tutto il pensiero occidentale contemporaneo. L'esegesi in questo senso di George Steiner su Heidegger rimane esemplare. Conosco quasi tutte le obiezioni che i critici di Heidegger hanno sollevato alla sue etimologie, ma il suo lessico risulta internamente coerente come pochi hanno saputo ormai delineare chiaramente. Penso a Emil Staiger, a Karl Reinhardt, K Riezler, H. Bollack, Donald Carne-Ross o alle osservazioni di C.F. von Weiszacker sull'influsso di Heidegger all'ascolto nei più soggettivi aspetti della fisica particellare. Per non dire del suo influsso linguistico nella poesia e prosa di Ilse Aichinger, Bachman, Char, Celan. La sua attenzione al pensiero poetante è l'attenzione massima all'ascolto del linguaggio, è das kunfitge Denken, il "pensiero avvenire". Il punto inoltre non è tanto sapere dove è arrivato Heidegger con la sua ricerca ma se le domande che si è posto sul linguaggio sono legittime. A me sembra di sì. Ti segnalo un opera tra le più profonde del 900 che tratta di questo: L'ontologie du secret, di uno degli uomini più ostici della Terra ma con una memoria spaventosa: Pierre Boutang. Il suo tema è quello che da forza alla metafora. Quali assenza sono implicite nell'uso del predicato?

Posted by b.georg at 17.11.03 17.22:
ehmm evidentemente ho scelto male la parola, chiedo venia. Dicevo che H. ne esalta il ruolo (tutto ciò che dici sul ruolo che egli assegna al linguaggio poetico è vero) ma che forse utilizza la radice platonica (Cratilo) e aristotelica del modo di intendere il rapporto tra "segni e cose", limitandosi magari a rovesciarne il segno (ovviamente, come si è stracapito, la mia fonte è la lettura che di Heidegger fa Sini. Mica sono così originale, mi limito a scopiazzare i miei ricordi universitari, peraltro piuttosto vecchiotti e probabilmente superati :). Si tratta tuttavia, e ti prego di coglierlo, di una questione assolutamente secondaria in questo contesto che lascerei cadere senza nessun problema (può darsi che i miei ricordi abbiano bisogno di una bella spolveratina, nel qual caso sii clemente :). Il punto della mia domanda a Mozzi era il resto. Ciao :)

Posted by Raul Montanari at 17.11.03 20.10:
Questo dialogo è molto interessante dal punto di vista stilistico.
Mozzi è un narratore, quindi è abituato a nascondere l'intelligenza dietro la semplicità. Dice cose alquanto complesse (non entro nel merito della loro eventuale opinabilità) con un linguaggio la cui arte sta tutta nella semplificazione e nel raggiungimento di un tono piano, che procede per lento accumulo di argomenti e materiali, senza spaventare nessuno.
B.Georg e Luminamenti non sono narratori, per cui non fanno niente per nascondere la loro intelligenza e cultura; il loro dialogo si può definire filosofico.
Per quanto mi riguarda, l'effetto che mi fa l'intervento di Luminamenti è che dopo circa dieci righe ho un calo, o piuttosto un ingarbugliamento, dell'attenzione. Non è una critica, affatto: è solo un'osservazione. Colgo qua e là cose che conosco e ho studiato, ma perdo l'insieme perché arrivo alla fine stanchissimo, come se avessi camminato dentro la scomposizione prismatica di una casa che un tempo era mia. Questa è, banalmente, la differenza fra un narratore e uno che non lo è. La fatica del narratore deve avere come esito l'assenza di fatica in chi legge.
Naturalmente questa, o "tutto questo", è anche la differenza fra un ignorante (io) e un savant.

Posted by b.georg at 17.11.03 22.43:
non penso si possa dire "nascondere o non nascondere" intelligenza e cultura, come fosse un fatto intenzionale. Si tratta di esprimersi per come si è capaci. Male, per quel che mi riguarda. Sapendolo, cerco di supplire con la sensatezza degli argomenti. Dio ci liberi da chi fa l'inverso. (ps: che ne sai che non sono un narratore? ;-)

Posted by caracaterina at 18.11.03 02.10:
Suggestiva e, senza ironia, generosa, la frase di Montanari:"La fatica del narratore deve avere come esito l'assenza di fatica di chi legge". Ma, allora, Moresco non è un narratore? Se non ricordo male, proprio tu, Raul, dicesti in un vecchio commento della tua "fatica" nel leggere Moresco. E, pur tenendo conto delle differenze abissali, cosa sono Joyce, Proust, Musil? ;-)
Credo che la frase di Montanari, con le sue contraddizioni, contenga tuttavia in sè proprio una parte delle questioni che ha posto b.georg. Nel suo intervento, Mozzi scrive: "La finzione, fiction, è l'incubo". Sembra usare i due vocaboli come sinonimi, almeno io l'avevo intesa così. Tanto è vero che, nella mia testa, avevo cancellato la parola "fiction", che a me suonava incongrua, e mi ero concentrata solo su "finzione", con il suo significato contrapposto a "invenzione" come lo pone Mozzi. Antitesi su cui non sono d'accordo ma questo non conta. Poi arriva b.georg che, invece, nel suo commento fa risaltare la parola "fiction" nel senso di letteratura popolare e "industriale" osservando che il disprezzo mozziano si potrebbe conciliare, eventualmente, con una sorta di "grazia" assai sospettabile, che metterebbe lo scrittore in grado di passare dalla "precomprensione" all'invenzione-scoperta delle "nude cose".
Ora, si potrebbe dire che la "fiction" è letteratura che "ha come esito l'assenza di fatica di chi legge"? Ma, se così fosse, anche quella di Mozzi lo è. E invece no, almeno Mozzi si adopera perchè non lo sia. Eppure lui è narratore apparentemente "facile".
A complicare le cose, sta poi il fatto che la scrittura di Mozzi è stata distillata da lui stesso in una serie di canoni, di regole, di passaggi, in un lavoro che è tanto tecnico e operativo da poter essere insegnato, come il mestiere che lui di fatto insegna. Il che sembrerebbe portarci ben lontano dal concetto di scrittura come "grazia", dal platonismo e, magari, dal decadentismo dell' intuizione veggente. Mentre ci riporta, invece, all'ambito della "fiction", della sua costruzione operativa e diciamo pure "industriale" nonchè della facilità di fruizione connessa. Niente di aristocratico, dunque, anzi, più democratico e antitetico al dominio di così! (C'è sempre quella questione dell'invenzione vs finzione ma, vabbè.) Allora: Mozzi è "facile", non faticoso da leggere, quindi popolare (e vendibile), tecnico nella scrittura, persino seriale, financo realistico, come Crichton quando mette insieme E.R. e i Medici in prima linea. E' pure un blogger. Ma non scrive fiction.
La faccenda che Mozzi propone a me sembra traducibile, piuttosto, nei termini da lui esposti di "imbarazzo". La letteratura, facile o difficile, realistica o fantastica, finzione o invenzione che sia, è ciò che produce imbarazzo in chi legge, ma prima di tutto, credo, in chi scrive, rompe le attese consuete e le abitudini, aprendo un varco di mancanza di senso. Un varco che la letteratura non richiude e la fiction invece sì.
In virtù di cosa la letteratura tiene spalancato questo varco?
In virtù della sola retorica, ovvero delle parole ordinate in modo tale da produrre l'effetto voluto. Un ordine costruito come gli ingegneri costruiscono i ponti, con lo studio, l'attenzione, il lavoro e, certo, la capacità individuale. L'imbarazzo è l'esperienza che il lettore fa del caos, l'ordine delle parole costruisce un cosmo che non protegge, non consola attraverso l'evasione e la rimozione ma può transitoriamente ospitarci, fragile e precario, esso stesso esposto continuamente allo scompaginamento del caos.
Erica

Posted by luminamenti at 18.11.03 09.50:
Per George e più sotto per Montanari (mi spiace se ti viene l'esaurimento!). Mi era chiaro che il tuo discorso non era centrato sulla mia osservazione critica.
Ho solo - nel senso del proficuo - ap-profittato di quella tua osservazione sul linguaggio di Heidegger, per delimitare volutamente dei margini di senso a una delle cose che hai detto, proprio oltrepassando il centro del tuo discorso.
Problema di diramazioni in un discorso! Di temi e sottotemi, di uso dei collegamenti neuronali. Mi premeva chiarire quel punto. Poi sul resto a dopo eventualmente. Non tutto insieme, già Montanari si stanca!!! ahahah!!!
Per Montanari che dice: "B.Georg e Luminamenti non sono narratori, per cui non fanno niente per nascondere la loro intelligenza e cultura; il loro dialogo si può definire filosofico".
Quindi i narratori nasconderebbero o non fanno niente per nascondere intelligenza e cultura?
Non credo che occorra che scriva una solo riga per dire che questa è una fesseria (che non fa di te un fesso ovviamente Montanari,anzi ti leggo con piacere e interesse e difficoltà, non c'è la benché minima mia intenzione di s-valutarti! non potrei, non ti conosco, esattamente come tu non mi conosci a parte la limitata conoscenza che di me puoi avere leggendo in giro sul web i miei post e che fanno di me un signor nessuno: né narratore, né poeta, né filosofo, le categorie non m'interessano, gli altri poi facciano pure dove inquadrarmi. Non è che quello che faccio lo metta su Internet se non per il tempo che occorra a fare scorrere la sabbia dentro la clessidra della mia vita! E la clessidra è un'immagine in movimento che ha i suoi significati che puoi trovare solo faticando un poco!).
Mi sembra che nei post sopra quelli miei, su questo argomento c'è chi ha già risposto. Quando leggo Beckett o Peter Handke o Burroughs o Celine o Nabokov o Faulkner (che se ne fotteva altamente non dei lettori ma di quello che "sa" leggere il lettore, anche perché se lo "sa leggere" a che gli servirà leggerlo?) fatico eccome, e per me e anche per qualche altro sono dei narratori, ed è proprio la fatica che faccio che mi restituisce tantissimo!
Inoltre per alcuni quello che tu definisci dialogo filosofico è meno faticoso di una narrazione! Elias Canetti dette ad Albert Einstein un libro di Kafka, America, e dopo un poco Einstein glielo restituì dicendo: troppo complicato, non riesco a leggerlo, non sono abbastanza intelligente. Ora, la critica ha sempre detto che Kafka è complesso, molto complesso, ma certamente non faticoso da leggere, eppure per Einstein era impossibile da leggere. Accogliere il linguaggio altrui è sempre cortesia e ospitalità! Si può o non si può! si vuole o non si vuole. Chi smette di leggere ciò che un altro scrive deve fare i conti solo con se stesso!
Talvolta, mi sembra, che si venda, si getti via la com-prensione in cambio della facilità di lettura.
Riuscire a leggere senza fatica un testo può essere un ottimo alibi per arrivare alla fine del libro senza avere capito nulla o quasi (ancor peggio credendo di aver capito), senza che dentro ti rimanga nulla o molto poco, senza che il tempo di lettura diventi tempo di trasformazione ma solo tempo da occupare con una parvenza di piacere ed emozione, un divertissement.
Infatti Montanari dice:"La fatica del narratore deve avere come esito l'assenza di fatica in chi legge."
E' un'opinione rispettabile. Come esattamente il suo contrario! Non è un argomento! Potrei dire che la leggerezza a me che leggo mi venga restituita, che levito quando "supero" la fatica che mi renderebbe inospitale l'idioletto e la narrazione dell'autore che leggo. Quando supero la mia pre-comprensione, il mio sapere dato. Solo allora, ciò che ho penetrato, sfondato, spezzettato, diluito viene da me assimilato!
Ma forse dovresti indagare un pochino di più su cos'è la fatica (della lettura), su una fenomenologia della fatica (che non è contro, adversa "anche" alla leggerezza, né la leggerezza può essere ridotta all'assenza di fatica)! a cui sono collegabili altri aspetti cognitivi della lettura.
Poi, detto questo, ognuno di noi può chiudersi nella sua idea solipsistica e soggettiva di cos'è la lettura e la lettura narrativa e non; poi ognuno di noi può chiudersi nei suoi limiti di ricezione o come diceva Konrad Lorenz nella sua educazione data alla ricezione delle forme.
Preferisco demolirla di volta in volta questa mia educazione alla lettura. Proprio in quel momento ap-prendo piuttosto che credere di sapere!
Ma se vogliamo fare un esame oggettivo della questione, perché ciò è possibile, credo che si possa arrivare ad altre conclusioni. E non saranno i fatti a smentire le conclusioni.
Se il libro Va di porta il cuore di Susanna Tamaro è stato superletto, per me significa che i suoi lettori hanno ragione! Ma non la verità!
Le prove stancano la verità!
Poi dici: "Naturalmente questa, o "tutto questo", è anche la differenza fra un ignorante (io) e un savant".
Non ho proprio di me la percezione del savant che non so neanche cos'è ( a parte le romantiche e inconsistenti descrizioni mitologiche-letterarie).
Penso, invece, che non sarebbe male che proprio perché si è (tutti) ignoranti, un poco di fatica a leggere "anche" fuori dalla narrativa, possa essere proficuo a quello che il narratore vorrà dire narrando. Il limite del narratore che narra "ignorando" gli altri linguaggi, le altre forme espressive di scrittura e di pensiero, matematica, musica, pittura compresa, è quello di non riuscire a guardare oltre il proprio sguardo. Finisce per guardare e sentire, molto spesso (non dico sempre perché gli accadimenti che non sono atti di lettura nel senso stretto del termine, possono influenzare il nostro modo di cambiare occhio e orecchio), in maniera ripetitivamente eguale.
Detto tutto questo - che è pochissimo - rimane il fatto che Mozzi non nasconde la sua intelligenza e cultura che si può "vedere" e "sentire" nei suoi testi. Non sono nascoste!
Se lo pensi allora esemplifichi quanto ho detto sopra.
Detto questo, Mozzi ha il suo stile e non è il problema del narratore quello di scegliere uno stile più o meno faticoso o congeniale al lettore (quale lettore? e io che lettore sarei? potresti sorprendere nel cercare di individuare quali sono le mie letture fondanti, quelle che mi hanno lasciato cicatrici, caratteri, gioia), ma piuttosto quello di avere quel proprio stile (il problema dell'assenza di stile non è dentro l'atto dello scrivere ma nell'atto che accoglie nudamente il mondo che si percepisce, si esperisce. Posizione squisitamente fenomenologica nel senso classico delineato da Husserl! e che ha implicazioni pratiche ed etiche importantissime! avrebbero un impatto sul mondo reale! lo stile è ciò che io riesco a restituire al mondo!) che gli con-sente secondo la sua natura e le sue esperienze di dire "Delle cose intelligenti e colte" mostrandole con la sua grammatica e il suo idioletto più adatti a scavare nelle "sue" catacombe, nel suo rapporto con la vita e con il mondo. Ma quello che vale per Mozzi non può essere paradigmatico del modo di narrare o di come si dovrebbe narrare. Chi lo pensa introduce senza saperlo o meno, una metafisica della narrazione, i suoi principi primi, che mi può stare bene se è una scelta singolare, mentre la respingo con tutte le mie forze se vuole essere la regola sovrasensibile della narrazione. Più semplicemente, mi sta bene che un romano creda che Roma è la città più bella del mondo, mi preoccupa quando vuole che tutti gli altri lo credano! Ci sono migliai di modi di narrare diversi. Al lettore la sfida di penetrare ciò che non si può capire degli altri!
Non amo confenzionare mondi per lettori che già li conoscono. Non è apprendimento!
E infine: perché mai si dovrebbe nascondere l'intelligenza e la cultura? Invito Montanari a riflettere sulle migliaia di ragioni buone e cattive intorno al mostrare o al contrario nascondere intelligenza e cultura (compreso il complesso di invidia...invidia anche rispetto alla fatica, alle energie profuse nella propria ricerca...e ci sono anche dialoghi filosofici privi di intelligenza e cultura)
A me sembra che il problema è che d'intelligenza e cultura non ce ne sia molta in giro, magari si vedesse! E' sempre più elitaria, ahimé!
Fermo restando che sono assolutamente contrario a una meritocrazia dell'intelligenza e della cultura, mentre sono favorevole non tanto a dire: io sono intelligente e colto, quanto piuttosto a disseminarla a modo proprio, rifuggendo l'idea di comunicazione.

Posted by Tiziano Scarpa at 18.11.03 09.59:
Bella discussione, vi ringrazio tutti.
Volevo solo dire che la lettura dell'intervento di Mozzi per me è stata un'esperienza. Grazie Giulio.

Posted by giuliomozzi at 11:28 | Comments (2) | TrackBack

Letteratura come verità: fotoservizio

Kìmota, al solito, è il più veloce di tutti. Quando rientro a casa, il suo fotoservizio è già in rete. Da qui in poi.

Posted by giuliomozzi at 01:50 | Comments (10) | TrackBack

17.11.03

Viaggio

Domenica, ore 15.28. Stazione di Perugia. Devo fare il biglietto. Il treno è alle 15.47. Vado all'emettitrice automatica. Lingua italiana, emissione biglietti, altra destinazione, F E R R, conferma, fascia oraria, vuole acquistare il biglietto?
Spiacenti, per questa percorrenza la disponibilità di posti è esaurita.

Proviamo col treno successivo. Lingua italiana, emissione biglietti, altra destinazione, F E R R, conferma, fascia oraria, vuole acquistare il biglietto?
Spiacenti, per questa percorrenza la disponibilità di posti è esaurita.
Ricominciamo. Lingua italiana, emissione biglietti, Firenze, fascia oraria, vuole acqusitare il biglietto?, sì, bancomat, digiti il codice. Bene.
Da Firenze in poi: Lingua italiana, emissione biglietti, altra partenza, F I R E, altra destinazione, F E R R, conferma, un treno che non sia un eurostar, ecco, un intercity senza prenotazione obbligatoria, vuole acquistare il biglietto?, sì, bancomat, digiti il codice.
Infilo la tessera bancomat, digito il codice e l'emettitrice si blocca. Appare l'avviso: Attenzione, i biglietti emessi non sono validi, rivolgersi al responsabile di biglietteria. Sì, tesoro, ma non hai emesso alcun biglietto. Macchina temporaneamente fuori servizio.
Sono le 15.35. Alla biglietteria c'è una coda considerevole. Vado al Servizio assistenza clienti. Dico: "Ho fatto il biglietto all'emettitrice, quella lì, vede, e si è bloccata dopo avermi prelevati i soldi". "Deve andare alla biglietteria", dice l'omino, "lì hanno uno stampato dal quale possono risalire a tutto". "Sì, ma io ho il treno tra undici minuti". "Prenda quello dopo!", e si volta dall'altra parte.
Il mio treno è alle 15.47, quello dopo è alle 17.51. Se aspetto quello dopo, non arrivo più.
Ho voglia di litigare? Sì. Ho il tempo di litigare? No.
Mi metto in coda alla biglietteria, ma senza speranza. Quando il mio treno arriva in stazione, prendo e vado. Mando un sms: Sono partito. Mi addormento. Apro gli occhi, vedo il lago Trasimeno. Leggo il giornale. Arrivo a Firenze. Vado alle emettitrici automatiche. Per gli eurostar la disponibilità dei posti è sempre esaurita. Prendo un biglietto intercity, per un intercity qualunque, senza prenotare il posto. Il mio eurostar - quello che desideravo prendere, ma per il quale non ho la prenotazione - è in ritardo. Ne prendo uno per Milano, anche lui in ritardo, che almeno mi porta fino a Bologna. E' tutto pieno. Mando un sms: Ho problemi, ma dovrei farcela. Piazzo zainetto, borsa del pc e giaccone sul bagagliaio in coda al vagone. Mi sistemo sulla piattaforma, seduto per terra. Leggo Omeros di Derek Walcott (Adelphi) e mi stupisco delle libertà che si prende il traduttore, Andrea Molesini. Quando sento arrivare il controllore, mi alzo e mi chiudo un po' in bagno. Poi esco e vado alla carrozza bar. Ho già pagato due volte un biglietto intercity, non ho voglia di pagare anche la differenza tra intercity ed eurostar più gli otto euro di esazione suppletiva.
Arrivo a Bologna. Scendo. Si tratta di capire qual è il primo treno utile. C'è l'eurostar in ritardo, quelloc he avrei voluto prendere, e l'interregionale che origina da Bologna e quindi, teoricamente, è il più sicuro. Se prendo l'interregionale poi ho pochi minuti per cambiare. D'altra parte l'eurostar è in ritardo, ufficialmente di dieci minuti, a Firenze ne aveva venti, magari poi gli crescono il ritardo, oppure ha ricuperato. Parte prima l'interregionale, o aspetta gli eurostar in ritardo? Sul binario dell'interregionale il semaforo diventa verde. L'eurostar non è ancora arrivato. Mi decido. Corro. L'interregionale parte puntuale, 19.50. Dovremmo essere a Ferrara per le 20.21. Mentre ci muoviamo vedo entrare in stazione l'eurostar. Mando un sms: Sì, sì, ce la faccio. La prima fermata è San Pietro in Casale. A San Pietro in Casale resta fermo. Cinque minuti. L'eurostar ci sorpassa. Ripartiamo.
Scendo a Ferrara alle 20.30. Il trenino regionale parte da Ferrara alle 20.30. Mi butto nel sottopassaggio, corro, emergo al binario 6. L'omino in divisa delle Ferrovie Regionali Emiliane mi aspetta al som de l'escalina. "Stavamo aspettando lei", dice. "Grazie", dico. "Ce ne sono altri?", dice l'omino. "Non ho visto nessuno correre", dico. "Aspettiamo ancora due minuti", dice l'omino.
Aspettiamo due minuti. Il trenino regionale parte. Mando un sms: Ci sono.
Arrivo in paese puntualissimo, come previsto da quattro giorni, alle 20.46. Pioviggina. Il volvo è lì che mi aspetta.

Posted by giuliomozzi at 17:39 | Comments (29) | TrackBack

Letteratura e verità al Cinema Excelsior

L'incontro di stasera della serie Letteratura come verità, dedicato al tema Esperienza, non si terrà come inizialmente previsto alle ore 21 all'MPX-Multisala Pio X, bensì alle ore 21.30 al Cinema Excelsior (vicolo Santa Margherita, laterale di via San Francesco). Ovviamente lo spostamento è una scomodità, ma in questo modo dovremmo avere posto per tutti (l'altra volta parecchie persone rimasero fuori della porta). Anziché alle 21, cominceremo alle 21.30: così tutte le persone che si presenteranno all'MPX avranno il tempo di raggiungere il Cinema Excelsior (sono dieci minuti a piedi).

Posted by giuliomozzi at 07:53 | Comments (2) | TrackBack

16.11.03

Perugia

Il laboratorio di scrittura a Perugia, organizzato nel contesto di Umbrialibri, è stato molto piacevole. Persone simpatiche. Toste. Divertenti. Grazie mille a Mauro Pianesi (che non è l'autore della foto ma, come si usa dire, "colui che ha reso possibile tutto questo"). La foto è di Il Rosso.

perugia.jpg

E come sempre quando le cose vanno bene, si porta a casa qualcosa di buono (magari un po' bizzarro, ma buono).

Posted by giuliomozzi at 23:01 | Comments (17) | TrackBack

Pubblicità: Tullio Avoledo, Luisito Bianchi

E' in libreria da un paio di giorni il nuovo romanzo di Tullio Avoledo, Mare di Bering; mentre il precedente Elenco telefonico di Atlantide è stato ripubblicato la settimana scorsa nei Tascabili Einaudi.
Pennies from Heaven è un racconto di Tullio Avoledo ambientato, per così dire, nello stesso universo di Mare di Bering. Protagonisti: il vicecommissario Ingravallo e l'ispettore Carlo Dalcielo, appena rientrato da Reykjavik. Se volete leggerlo, cliccate qui.
Nel frattempo è uscito in Famiglia cristiana (quella in edicola da giovedì scorso, e nelle chiese oggi) un bel pezzo di Paolo Perazzolo sul romanzo di Luisito Bianchi La messa dell'uomo disarmato; e ne ha parlato ampiamente Giorgio Boatti, ieri, sul supplemento del quotidiano La Stampa Tuttolibri (il link è a un pdf un po' lento da scaricare).

Posted by giuliomozzi at 07:18 | Comments (11) | TrackBack

15.11.03

Intelligente

Anche questo pezzo, come Anima, è saltato fuori quasi a sorpresa dalla pancia del pc. E' uno dei miei antichi tentativi di scrivere storie per bambini. Se non ha dieci anni di età, poco ci manca. Mi ricordo che provai a partecipare a qualche concorso specifico (soprattutto con Carillon, clown, che mi è sempre sembrato un racconto riuscito): ma senza successo. Un editor specialista mi ha detto una volta: "I suoi non sono mica racconti per bambini". Mah. A un certo punto ho smesso. Comunque il racconto è qui, s'intitola Intelligente, e come al solito è in formato Word.

Posted by giuliomozzi at 18:08 | Comments (9) | TrackBack

14.11.03

Fonti affidabili

Trovo nelle pagine di NuoviMondiMedia la trascrizione di un frammento del programma televisivo Porta a porta, condotto da Bruno Vespa, andato in onda il 12 novembre (e che io non ho visto). Ospiti della trasmissione erano il ministro degli esteri italiano Franco Frattini e Edward Luttwak, senior fellow del Center for strategic & international studies di Washington. Ricopio la trascrizione:

[...]
Edward Luttwak: Un amico qui a Roma che ha un figlio ragazzino che guarda in Internet ha fatto presente che ci sono siti italiani fatti da italiani che parlano di resistenza e incoraggiano aizzano attacchi contro la coalizione. C’è un Arabmonitor.info… parole inglesi ma fatto ad Assisi da qualche parte.

Bruno Vespa: In lingua italiana o in lingua inglese?
Luttwak: In lingua italianissima. Ci sono Nuovimedia… Nuovimondimedia.it, Informationguerrilla.org. Questi dicono: "andate in Iraq, lottate, uccidete la coalizione e gli italiani".
Vespa: Luttwak, abbiamo cliccato non è venuto niente.
Luttwak: Eh?
Vespa: I miei dicono che abbiamo cliccato e non è venuto niente.
Luttwak: No, no, oggi [12 novembre, ndr]… quello…
Franco Frattini: Sono scomparsi.
Luttwak: Sono scomparsi, sono tolti tutt’oggi… ieri, se loro guardano ieri li troveranno perché il ragazzino di sedici anni li ha trovati.
Vespa: Speriamo li trovino anche i nostri servizi di sicurezza.
Luttwak: Quindi spero bene che… io credo che essere antiamericani… ma aizzare no.
Vespa a Frattini: Conferma?
Frattini: C’erano certo.
Vespa: C’erano?
Frattini: Ma li hanno cancellati, sono scomparsi.
Vespa: No, scusi eh, prima che li cancellassero esistevano? Lei testimonia che esistevano?
Frattini: Io non li ho guardati…
Vespa: Ma le hanno detto che esistevano?
Frattini: Ma noi sapevamo che esistevano.
Vespa: Cioè dei siti che incitavano ad andare in Iraq a fare la guerra e ad attaccare anche gli italiani?
Frattini: Ce ne sono anche altri. Purtroppo ce ne sono anche altri. Ce ne sono alcuni dove ci sono una sorta di videogiochi in cui vince chi uccide un’altra persona, eh!
[...]

Ora: io credevo, sinceramente, che il signor Edward Luttwak, insigne studioso e consigliere di prìncipi, autore di numerosi libri dai titoli altisonanti (Strategia: la logica della guerra e della pace; Che cos'è davvero la democrazia; I nuovi condottieri: vincere nel XXI secolo; ecc.), fosse un uomo con una possibilità di accesso alle informazioni superiore, e di molto, alla media. Immaginavo che disponesse di informazioni non disponibili per i comuni mortali. Immaginavo che intrattenesse rapporti con organizzazioni private e statali di intelligence. Immaginavo, in somma, che fosse quello che un uomo come lui deve essere: uno che sa il fatto suo.
Oggi ho scoperto, invece, che la sua fonte d'informazioni - una fonte d'informazioni che lui ritiene sufficientemente sicura e affidabile da permettersi di denunciare difronte a milioni di telespettatori ben tre pubblicazioni -, non è altro che "un figlio ragazzino di un amico qui a Roma".
Mi immagino la scena.
Edward Luttwak va a trovare il suo amico romano. L'amico chiama il figlioletto e gli dice: "Bimbo mio, saluta il professor Luttwak". Il figlioletto stringe la mano al professore e dice: "Sa, professor Luttwak, questa mattina, tra un mp3 da scaricare e l'altro, ho visto che ci sono siti italiani fatti da italiani che dicono: andate in Iraq, lottate, uccidete la coalizione e gli italiani". Il professor Luttwak, estrae dalla tasca un taccuino, prende nota dell'informazione, si fa fare lo spelling dei nomi dei siti, rimette il taccuino in tasca, dice al ragazzino: "Bravo", e gli regala un lecca-lecca al limone.
Poi va in televisione e riferisce.
Non oso pensare chi sia la fonte di Franco Frattini. Il quale, se andate a rileggere, fa il possibile per non rispondere né sì né no alle domande di Bruno Vespa: "C’erano?", "No, scusi eh, prima che li cancellassero esistevano? Lei testimonia che esistevano?", "Ma le hanno detto che esistevano?".
Ora, io non voglio entrare nel merito. Non mi interessa che cosa sia scritto nelle pagine web di NuoviMondiMedia. Non ho particolari simpatie per NuoviMondiMedia. Ho sfogliato in libreria il libro, pubblicato da NuoviMondiMedia, Tutto quello che sai è falso. Manuale dei segreti e delle bugie, e mi è sembrato credibile più o meno quanto il celebre Un corso in miracoli di Robert Skutch (Armenia). Non seguo regolarmente (ma irregolarmente sì) il sito di NuoviMondiMedia e quindi non so se vi siano stati effettivamente pubblicati testi del tenore indicato da Luttwak. Io non li ho visti.
Questa, in somma, non è una difesa d'ufficio di NuoviMondiMedia.
Ma se uno dei più celebrati esperti di strategia prende le sue informazioni dal figlio ragazzino e smanettone di un amico, e le spara pari pari in televisione, allora i casi sono due: o Edward Luttwak non merita gli stipendi che prende (suppongo che ne prenda più d'uno), o quelli di NuoviMondiMedia si sono inventati tutto di sana pianta.
Ne parlavo l'altro ieri con F*, un amico che sulla questione irachena (e su quasi tutto ciò che si chiama comunemente politica) ha opinioni diametralmente opposte alle mie. Non è l'uso della forza che mi spaventa o mi repelle. E' l'incompetenza di chi dispone della forza, che mi spaventa e mi repelle.

Posted by giuliomozzi at 23:09 | Comments (17) | TrackBack

Assorbimento

Sull'argomento di cui al post Rapina (il pezzo di Wu Ming 1 pubblicato da Giuseppe Genna in I Miserabili, sempre in I Miserabili c'è una lettera di Marco Mancassola che mi pare valga la pena di leggere.

Posted by giuliomozzi at 17:11 | Comments (4) | TrackBack

Esperienza e narrazione

Lunedì prossimo, all'incontro su "Letteratura come verità / Esperienza", non credo che leggerò. Parlerò senza leggere, per le ragioni che dico nelle prime righe del testo che ho comunque scritto e che pubblico qui.
Ricordo che l'incontro si terrà lunedì 17 novembre, a Padova, alle ore 21.30, presso il Cinema Excelsior in vicolo Santa Margherita, laterale di via San Francesco, e non più presso l'MPX-Multisala Pio X (l'Excelsior ha più del doppio dei posti, rispetto alla saletta dell'MPX).
Sono già disponibili anche gli interventi di Roberto Ferrucci (un capitolo d'un suo romanzo in corso d'opera) e di Umberto Casadei (alcune pagine sempre da un romanzo in corso d'opera).

Posted by giuliomozzi at 17:03 | Comments (2) | TrackBack

13.11.03

Rapina

Scrive Mike, in un "commento" al post precedente: "Hai letto cosa ha pubblicato il tuo amico Giuseppe Genna sul suo blog circa la morte dei carabinieri in Iraq? E pensare che tu ti senti onorato di linkare e pubblicizzare tali miserabili...".
Il tono del pezzo di Wu Ming 1, che Giuseppe sottoscrive, non mi piace.
Credo che i militari italiani in Iraq (e anche quelli statunitensi, inglesi, polacchi ecc.) siano, come scriveva più di cent'anni fa Giuseppe Giusti, "strumenti ciechi d’occhiuta rapina / che lor non tocca e che forse non sanno".
Dico questo anche pensando a Respiro, il pezzo che Roberto Ferrucci leggerà lunedì prossimo alla serata di "Letteratura come verità".
Mi riconosco assai più nel suo turbamento che nella sicurezza di Wu Ming 1.
La pace travestita da guerra, la guerra travestita da pace. Questa menzogna, mi sembra di vedere.
Penso che, ogni tanto, sia bene concedersi al sentimento della pietà.
Ho amici che hanno opinioni diverse dalle mie. Sono lieto che abbiano la libertà di esprimerle.

Posted by giuliomozzi at 14:48 | Comments (111) | TrackBack

12.11.03

Anima, dieci anni fa

Nella pancia del mio pc sono nascoste cose delle quali non ho quasi più nessun ricordo. Oggi, ad esempio, ho ritrovato questo scritto di dieci anni fa (vedi le date in fondo). L'ho letto con non poco stupore. Non mi domando che cosa ero dieci anni fa. Mi domando che cosa sono diventato oggi.

Io credo che la conoscenza che noi possiamo avere di noi stessi sia molto limitata e confusa e che la nostra condizione naturale sia di essere quasi interamente costituiti da illusioni ed errori. Quando una persona dice: “io sono”, bisogna ascoltare come se dicesse: “io mi immagino”: perché è questo che si intende veramente dire. Credo che l’unica cosa sicuramente vera che una persona può dire di sé è questa: “io morirò”. Se la nostra condizione è questa il buon senso consiglia che almeno ci affidiamo a quelle illusioni e a quegli errori che ci sembrino corrispondere alla nostra natura di esseri viventi destinati alla morte. Sceglieremo quindi illusioni che con la loro piacevolezza ci consolino in parte del nostro destino mortale ed errori che con la loro verità apparente frenino il nostro desiderio di penetrare nel misterioso dove ci si perde e ci impediscano quelle conoscenze che la nostra mente forse non potrebbe sopportare.
Io mi immagino la mia anima come una materia sottile, luminosa, trasparente, femminile. Mia mamma mi ha raccontato che da bambina si immaginava l’anima come «una piccola massa bianca e morbida, porosa» ma non mi ha detto come se la immagina adesso. Io credo che la mia anima abbia una forma che assomiglia alla forma del mio corpo. A volte mi sembra di percepirla, uno strato guizzante e brillante che ricopre le mie spalle, la mia schiena e le mie braccia. Mi dà la sensazione di un leggero solletico, oppure la sensazione che abbiamo quando, intenti in un’occupazione, ci sembra di essere osservati, e alzando gli occhi ci accorgiamo invece di essere completamente soli. Ogni tanto, con la coda dell’occhio, mi sembra di vedere come un movimento rapidissimo alle mie spalle, una specie di guizzo argentato, ma non sono mai riuscito a voltarmi abbastanza velocemente per vedere qualcosa di più di un guizzo. Mi piacerebbe vedere, per una sola volta, la mia anima tutta intera, frontalmente, come si guarda una donna prima di chiudere gli occhi ed abbracciarla, ma credo che questo non sarà mai possibile perché non è possibile che io mi separi dalla mia anima. Mi sembra di capire che mia mamma non riesca a pensare alla sua anima come a una cosa viva. A me sembra che la piccola massa bianca che lei mi ha descritta possa essere la condizione nella quale si riduce l’anima dopo che è morta: la materia sottile e trasparente della quale è composta precipita e forma questo mucchietto che mia mamma, con un cinismo del quale probabilmente non si accorge, fa assomigliare a una piccola ricotta o a un budino. Credo che questo avvenga perché la materia dell’anima, diversamente da quella del corpo, non è fatta per disperdersi dopo la morte, ma per raccogliersi. Non so se mia mamma si sia accorta di avermi detto, dicendomi quella cosa sull’anima, che il suo pensiero è che la sua anima sia come morta.
Io penso che uno dei fondamenti della vita felice sia la relazione di amicizia tra il corpo e l’anima. Il corpo possiede le età: il concepimento, l’attesa, l’infanzia, la fanciullezza, l’adolescenza, la generazione, la maturità, l’impotenza, la vecchiaia, la sopravvivenza, la morte. L’anima invece è naturalmente e permanentemente in una condizione che assomiglia alla fanciullezza del corpo, perché all’anima non appartiene la paura di morire. Il confine tra la fanciullezza e l’adolescenza infatti è questo: quando si apprende l’unica cosa vera. L’anima è brillante come un velo d’acqua attraversata dalla luce e la sua materia è così sottile che quasi non può essere percepita come una materia, la sua consistenza è quella del ricordo che ci rimane, da svegli, di una carezza ricevuta in sogno dalla persona amata. Il nostro corpo è fatto di una materia che si ricambia continuamente, la materia che introduciamo come cibo viene trasformata, disperdiamo la materia trasformata defecando, urinando e traspirando. La materia dell’anima invece, benché sia leggerissima e impalpabile, non si disperde.
Io credo che la materia dell’anima compenetri tutta la materia del corpo, ed è questa azione che dà al corpo la bellezza e la grazia. Io non credo che l’anima sia bella e il corpo brutto, ma credo che la loro unione naturale sia bella e la loro separazione innaturale sia brutta. Le persone la cui anima è precipitata in una masserella bianca sono ancora come vive, ma i loro movimenti senza grazia provocano l’orrore di chi guarda. Mentre un corpo morto suscita la nostra pietà e molte volte, accanto al corpo morto, percepiamo ancora la presenza dell’anima viva, che può mescolare al nostro dolore passeggero una felicità che non si può perdere, dovuta all’amicizia che abbiamo per la persona che è morta, invece la vista di un corpo la cui anima è morta provoca il nostro ribrezzo e addirittura l’odio. Questo avviene perché la separazione nel momento della morte è naturale.
Io credo che la mia anima abiti nelle parti superiori del mio corpo, che infatti sono quelle che si muovono con una certa grazia, mentre le parti inferiori del mio corpo sono come un campo abbandonato e invaso dal disordine. Le mie gambe spesso tremano senza una ragione che io conosca, e camminare è un esercizio difficile. Le mie mani invece, anche se non sono molto belle di forma, tuttavia si muovono molto bene, ad esempio quando parlo accompagnano sempre le parole con dei gesti appropriati, e quando scrivo fanno sopra la tastiera una specie di piccola danza senza schema ma molto precisa. Io sono convinto di essere un uomo felice, o almeno credo di possedere molta più felicità di quanta mai avrei sperato di possedere, eppure credo che sarò molto più felice, in una misura che oggi non riesco nemmeno a immaginare, quando riuscirò, a far discendere la mia anima, dalle braccia e dalla nuca dove oggi sembra annidata, verso l’inguine e le gambe. Non so se ci siano delle parti del corpo nelle quali l’anima possa trovare abitazione più confortevole, ad esempio nel cervello o nel cuore, come pensano alcuni, o nel fegato come pensavano gli antichi; anzi credo che la maggiore felicità dell’anima sia di distendersi dentro tutto il corpo, e la maggiore felicità del corpo sia di riempirsi completamente dell’anima: come quando, tra l’ultimo sonno e il risveglio, in queste mattine d’inverno, il corpo si distende dentro il letto tiepido, e il letto si intiepidisce del corpo.
Durante la notte io mi sveglio abbastanza spesso avendo fatto dei sogni che immagino consistano di attività sessuali, perché non ricordo i sogni ma il mio sesso è gonfio e pronto a liberarsi, oppure mi sveglio proprio quando, mosso dal sogno, il mio sesso si libera facendo sussultare tutto il corpo: quando succede questo io penso che veramente la mia anima, dalle parti alte dove ha sede, non è mai riuscita a penetrare dentro al mio corpo fino agli organi sessuali e alle gambe. Se guardo il mio sesso mi sembra un organo goffo e brutto, del tutto privo di quella luminosità che, almeno interrottamente, mi sembra appartenga agli organi delle parti alte del mio corpo. Io non so come desiderino le donne, e ho il sospetto che il loro desiderio si costituisca in forme del tutto diverse da quelle del desiderio maschile. Non riesco a non pensare che, come il desiderio maschile si concentra nel sesso femminile, anche il desiderio femminile si concentri nel sesso maschile: penso questo, ma non riesco a immaginarmi come le donne possano desiderare quell’organo così goffo e brutto, disanimato e automatico.
Io credo che l’attività più propria dell’anima sia una specie di riso, che qualche volta si può appena percepire come un piccolo fruscio o uno sgocciolio. Io vado spesso all’orto botanico, la domenica mattina, dopo aver comperato il giornale. Mi piace leggere il giornale camminando. In un angolo dell’orto c’è una fontanella che versa continuamente, nascosta tra due siepi che attutiscono il suo rumore già leggero. A volte si vedono i visitatori che si aggirano cercandola e senza riuscire a vederla, sembrando addirittura incerti se sia davvero il rumore di una fontana quello che sentono, oppure una particolare concentrazione, in quel punto dell’orto, del rumore che fa il vento muovendo le piante e le foglie degli alberi. Questo piccolo suono, che è percepibile distintamente solo nel più assoluto silenzio, secondo me è semplicemente il rumore che fa la vita dell’anima: il corpo può ascoltarlo e in questo modo riconfortarsi. Credo che il suono delle fontanelle e il suono che fa il vento con le foglie siano così piacevoli per noi appunto perché ricordano il suono della vita dell’anima.
Io credo che il sentimento che appartiene all’anima sia l’amicizia, mentre l’amore è il sentimento che appartiene al corpo. Il corpo, quando ama, desidera congiungersi all’altro corpo, e generare altri corpi: il corpo produce questo desiderio perché ha la conoscenza della prossimità della morte, e quindi desidera riprodursi. Il corpo, si potrebbe dire, è immortale, perché attraverso la generazione un corpo si riproduce in un altro che è della stessa natura. La confusione che si vede, nel figlio, tra la figura del proprio corpo e la figura del corpo della persona amata, può dare quasi un senso d’angoscia, perché vediamo che ci sono una parte di noi che rimarrà e una parte che comunque si disperderà; tuttavia ci dà conforto sapere quanto giovi questa mescolanza alla sopravvivenza non degli individui, ma della specie tutta. Chi si riconosce nella specie gode l’immortalità, sia che si rappresenti la specie come una moltitudine di differenze, sia che la pensi come un’unità ideale. Chi crede che la specie sia una nuda parola, compressioni e decompressioni dell’aria, di propria iniziativa si esclude dall’immortalità. Ma la continuità addirittura del singolo corpo è impedita dalla ripetuta dispersione e assimilazione di materia: io, materialmente, non sono quasi più quello che ero un anno fa, e già non sono più del tutto quello che ero un solo minuto fa. Fra le attività del corpo umano forse la nutrizione è quella che assomiglia di più alla morte: così come distruggiamo materia, per assimilarla e farne la nostra vita, così saremo distrutti per essere fatti vita altrui. Quello che fa paura a me non è tanto l’idea dell’interruzione della vita, quanto quella della successiva trasformazione in altra vita, assolutamente estranea. Credo che sia il terrore dell’alterazione che mi ha impedito finora di espellere il mio seme dentro il corpo di una donna. Non è la morte che mi fa paura, ma la sopravvivenza.
L’anima invece, quando è presa d’amicizia per un’altra anima, non produce il desiderio del congiungimento. Se il corpo non può realizzare la vicinanza e il congiungimento con la persona amata, allora l’amore diventa un sentimento di privazione. La privazione del corpo amato non può essere colmata né da immagini, né da lettere, né da fantasie, né dal commercio con corpi sostitutivi. L’amicizia invece non percepisce nessuna privazione nella lontananza. Per l’anima la lontananza quasi non esiste, e la presenza delle persone amiche è molto facile da evocare. La scena nella quale possono apparire le anime delle persone amiche è la mente nella condizione di tranquillità. Io immagino la mia mente come il giardino della mia casa, sul quale dà la finestra della mia stanza. La forma della mia mente è quella di una scena nella quale appaiono e scompaiono le presenze. Quando penso alla mia mente penso a una scena nella quale io non ci sono. La domenica mattina il mio giardino è silenzioso, tanto che si sentono i fischi e le frenate dei treni nella stazione ferroviaria, che è dall’altra parte della città.

21.2.93-17.4.93

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Letteratura come verità cambia sala

Il prossimo incontro della serie Letteratura come verità, previsto a Padova per lunedì 17 novembre alle ore 21 e dedicato al tema Esperienza, non si terrà all'MPX-Multisala Pio X, bensì al Cinema Excelsior (vicolo Santa Margherita, laterale di via San Francesco). Ovviamente lo spostamento è una scomodità, ma in questo modo dovremmo avere posto per tutti. Anziché alle 21, cominceremo alle 21.30: così tutte le persone che si presenteranno all'MPX avranno il tempo di raggiungere il Cinema Excelsior (sono dieci minuti a piedi).

Posted by giuliomozzi at 11:13 | Comments (0) | TrackBack

11.11.03

Sonettuzzo pubblicitario

Se un blogger scrive in versi è assai versatile
davvero, oltre che ardito. Come noto
la prosa dice scarso, e spesso a vuoto:
nei versi, invece, ben stratificati

i polisensi fanno un ricco gioco
e i simbolismi stanno apparecchiati
perché gli orecchi e gli occhi esercitati
li colgan con diletto, e a poco a poco

ne spremano concetti di gran peso.
Oh, non si senta, no, il poeta, offeso
se il blogger scende in campo: in questa Italia

che ignora i suoi poeti o li bistratta
sia benvenuto chi ad offrir si sbatta
non prosa, ma dei versi la malia.

Posted by giuliomozzi at 15:51 | Comments (14) | TrackBack

Il verisimile è identico alla fiction?

"il verisimile, quale categoria ottocentesca, cioè per come è stato elaborato nell'Ottocento, è identico alla fiction?". Si fa questa domanda Giuseppe Genna, oggi, nella sua e-zine I Miserabili.

E continua: "Non ho il tempo né l'energia di dipanare una simile matassa problematica. Mi muovo più per istinto e suggestione. Vorrei mettere in comune queste suggestioni, elencando i problemi, le domande, e non tanto le risposte, che un ragionamento su verisimile e fiction mi offre". Si tratta di domande che Giuseppe Genna, già autore di colossali romanzi come Nel nome di Ishmael e Non toccare la pelle del drago si sta ponendo in questi giorni nei quali è molto preso dalla scrittura di "nuovo libro, la cui consegna è da locarsi intorno al 20 dicembre". Be': la domanda è importante (anche in questo diario è saltata fuori un tot di volte), le suggestioni di Giuseppe sono intriganti, e perfino io mi sono messo a studiare Husserl (Giuseppe l'ha studiato da sempre).

Posted by giuliomozzi at 14:38 | Comments (8) | TrackBack

Letteratura come verità, 2: Esperienza. Roberto Ferrucci

E' disponibile l'intervento di Roberto Ferrucci per la serata di "Letteratura come verità" dedicata al tema: "Esperienza" (lunedì 17 novembre, ore 21.30, Padova, Cinema Excelsior, vicolo Santa Margherita, laterale di via San Francesco).

Si tratta di alcune pagine del quarto capitolo di un romanzo in progress, di prossima uscita e che ancora non ha un titolo. Ricordo che è già disponibile anche l'intervento di Umberto Casadei (anche in questo caso si tratta di alcune pagine di un romanzo in progress). Romolo Bugaro leggerà qualche pagina da Dalla parte del fuoco, mentre io sto annaspando su un testo da scrivere che non riesco a scrivere (ieri sera ci siamo trovati, abbiamo fatta una specie di prova, io ho detto quello che vorrei dire, e per l'ennesima volta mi è venuto fuori ancora diverso). Marco Bellotto, Marco Franzoso, Marco Mancassola e Massimiliano Nuzzolo non leggeranno nulla, in questa seconda serata, ma faranno da "starter" per la successiva discussione.

Posted by giuliomozzi at 12:07 | Comments (0) | TrackBack

Inesistenza

Entro in cartoleria. Chiedo cento buste di quelle basse e lunghe, per spedire inviti. L'omino le tira fuori (quattro pacchetti da venticinque), le mette sul banco. Pago 1,2 euro a pacchetto. Esco dalla cartoleria lasciando lì le buste. Me ne accorgo solo ora, a casa. Ripasserò più tardi.
Mi dimentico spesso le cose.

L'altro giorno, dovevo partire per Forlì e non trovavo più l'agenda. L'agenda può essere solo in due posti: nello zainetto, o qui sul tavolo dove lavoro, alla mia sinistra. Non era né qui né lì. Ho cercato mezz'ora. A momenti perdevo il treno. Alla fine, era in cucinino. Che cosa ci faceva in cucinino? Non so. Comunque ho preso il treno.
Mio padre perde sempre le cose. Le ha in mano, le posa, si volta, pensa a un'altra cosa, e poi non le trova più. Come succede a me. Lui però non lo sopporta. E' così da sempre: ricordo che mia nonna, sua madre, gli diceva: "Tu non troveresti nemmeno un sasso in Tagliamento". Mia nonna era friulana. Il letto del Tagliamento è una larga distesa di sassi con un rivoletto in mezzo (quando va in piena, però, fa un sacco di paura). Quando non trova più una cosa, mio padre pensa che gliel'abbia presa qualcuno.
"Mettete sempre le mani dove non dovete", dice.
"Ecco, non sono neanche a casa mia, mi spostano tutto", dice.
"Non ho nemmeno uno spazio mio, qui dentro", dice.
Quando non trova una cosa, una cosa che aveva in mano cinque minuti prima, mio padre si sente espatriato. Non è la cosa smarrita che gli sfugge: è la casa, che gli è diventata estranea. E' come se dicesse: "A casa mia, tutte le cose sono disponibili; se almeno una cosa non è disponibile, questa non è più casa mia". O addirittura: "Se almeno una cosa non è disponibile, questa non è mai stata casa mia".
Mia madre mi ha detto, qualche settimana fa: "E' una cosa che mi fa impressione. Pian piano, si sta impossessando della casa. Man mano che voi ve ne siete andati, si è impossessato di tutte le stanze. Il suo studio, non lo usa mai. Gli basta mettere una cosa in una stanza, e quella stanza diventa sua. Non ci si può più entrare, perché chi ci entrasse gli sposterebbe la cosa, gli disordinerebbe la stanza".
Nella casa che è stata mia, mi muovo con circospezione. Non tocco gli oggetti. Non rispondo al telefono. A volte penso: "Non è mai stata casa mia". Sono figlio di mio padre.
Mio fratello minore ha fatta la varicella. A quasi quarant'anni, è una bella esperienza. Lunedì mattina rientro a casa, mi sistemo un po', salgo a vedere come stanno i miei. "Tuo fratello sta meglio, ma deve stare a casa ancora tutta la settimana", mi dice mia madre. "Lo so", le dico, "l'ho sentito ieri". "Come hai fatto a sentirlo?", mi dice. "Gli ho telefonato", le dico. "Hai il suo telefono?", mi dice. "E' mio fratello", le dico. E' sbalordita.
Penso che i miei genitori si sono divisi il mondo: mio padre sta occupando lentamente il territorio della casa, mia madre ha occupato da tempo lo spazio delle relazioni tra noi.
Mi domando se i miei genitori riusciranno a realizzare il loro progetto infinito di cambiare casa. Quella in cui abitano, sopra la mia testa, è troppo grande. Ha scale, serrande pesanti alle finestre, mobili e pavimenti sempre bisognosi di cure. I miei genitori hanno settantacinque anni. Quando sono a casa, la mattina presto salgo su da loro e alzo tutte le serrande. Mi sono accorto che quando sono in giro, cioè spesso, alcune serrande, le più pesanti, rimangono giù.
Il mio appartamento è un caos. C'è roba dappertutto. Libri e dattiloscritti impilati. Posta evasa o inevasa. Plichi di dattiloscritti o di libri in omaggio ancora da aprire. Nessuno potrebbe metterci le mani. Io mi ci capisco, ma nessun altro ce la farebbe. E' una patria che può essere solo mia. Questo è il mio trucco.
Mi domando quanto tempo ci metterò, a diventare come i miei genitori. Penso a com'erano quando avevano l'età che ho io ora. Erano già così, oppure sono diventati così con l'età? Faccio fatica a pensare i miei genitori come persone che cambiano, che sono cambiate. Eppure io faccio l'esperienza di cambiare.
In questo momento penso che i miei genitori non esistono.

[So che questo pezzo è brutto, ma non riesco a fare di meglio. I miei genitori, benché inesistenti, sono più forti di me.]

Posted by giuliomozzi at 11:56 | Comments (21) | TrackBack

Strofetta dei sogni non ricordati

Ciò di cui non c’è traccia
è oggetto della nostra caccia.
Ciò di cui non c’è ricordo
è qui, nel petto, che morde.

Posted by giuliomozzi at 01:31 | Comments (14) | TrackBack

10.11.03

L'emozione di Massimiliano

Massimiliano Nuzzolo, il più giovane del gruppo di "Letteratura come verità" (e l'unico a non avere ancora pubblicato un libro: ma aspettate febbraio, e potrete leggere il suo romanzo L'ultimo disco dei Cure) racconta qui, in Beni Culturali Online, il suo esordio come pubblico lettore nella serata "emozioni" di lunedì 3 novembre.

Posted by giuliomozzi at 17:24 | Comments (6) | TrackBack

No, la paranoia no!

Luminamenti, nel primo commento a Cena, segnala l'intervento in Nazione Indiana di Tiziano Scarpa, che polemizza con l'intervento di Enrico De Vivo e Gianluca Virgilio, curatori di Zibaldoni, anticipato nei giorni scorsi in Nazione Indiana, e del quale qui si era già parlato brevemente qualche giorno fa, nei "commenti" a uno dei miei post su Letteratura e verità.
La mia opinione, al di là della polemica su "scrittori" e "blogger" e sul modo in cui funziona o dovrebbe o potrebbe funzionare un blog o una rivista in rete o tutta la rete stessa, è grosso modo questa che segue.
Mi sembra che De Vivo e Virgilio rappresentino un'idea paranoica del potere (anzi: del Potere). Bene. E' mia opinione che il potere sia paranoico. Non vedo perché, per affrontarlo, dovrei diventare paranoico anch'io. Credo invece di poter affrontare il potere per mezzo della distinzione, che è uno dei contrari della paranoia.
Segnali della paranoia:
[a] il dare per scontato ciò che è invece esattamente l'oggetto della discussione: "La VERITA' non esiste, certo";
[b] l'usare intensivamente le parole tutti, nessuno, sempre, mai: Tiziano ha dati esempi a profusione;
[c] evitare insistentemente di nominare l'avversario: con chi ce l'hanno De Vivo e Virgilio? Fuori i nomi e i cognomi!;
[d] scegliere un particolare irrilevante o cadere in un pesante equivoco e fare dell'irrilevante e dell'equivoco il centro di tutta la questione: vedi la questione di home page e finestre di commenti, che Tiziano ha spiegata con chiarezza;
[e] negare (anche nel senso di non vederla, non nominarla) l'evidenza: procedura necessaria, credo, per realizzare i punti a, b, c, d.

Posted by giuliomozzi at 10:28 | Comments (5) | TrackBack

Cena

Ospiti a cena, Davide e Laura. Il programma era di fare una cena pantesca, in memoria della vacanza. Poi ne è uscita una cena panto-tosco-emiliana.
Antipasti: tartine (pane da tost biscottato) con crema di carciofi o crema di capperi e pomodoro secco; cetriolini di cappero; formaggio in cubetti.
Primo: pinci toscani (di Montalcino, comprati sul posto) con sugo freddo di capperi, noci, pecorino romano e pane (tutto finemente tritato e ammorbidito con olio d'oliva casalingo, dono di M*).
Secondo: tegame al forno di verdura cotta (verze e broccoli) con formaggio (pecorino siciliano delle Madonie al pepe e pistacchio).
Dolce: mousse di cioccolato (panna vegetale, cacao, cioccolato in scaglie, un goccio di rum, un avanzo di liquorino dei marron glacé in liquorino).
Biscotti portati da Laura: biscotti sottili (90% pasta di mandorle, 10% fecola per tenerli insieme) con sopra un velo di meringa (bianco d'uovo montato, zucchero).
Acqua: Rocchetta non gasata.
Vini: Gibele di Pantelleria, Passito di Pantelleria (cooperativa Nuova Agricoltura).

Posted by giuliomozzi at 07:44 | Comments (9) | TrackBack

09.11.03

Letteratura come verità, 2: Esperienza

Lunedì 17 novembre, alla seconda serata di "Letteratura come verità" (Padova, Cinema Excelsior [vicolo Santa Margherita, laterale di via San Francesco], ore 21.30) Umberto Casadei leggerà alcune pagine di Maltempo, un romanzo al quale sta lavorando da alcuni anni.

Nella stessa serata leggeranno Romolo Bugaro, Roberto Ferrucci e il sottoscritto (credo che potrò pubblicare il mio intervento in serata di domenica).
Gli altri quattro del gruppo (Marco Bellotto, Marco Franzoso, Marco Mancassola e Massimiliano Nuzzolo) non leggeranno, ma faranno da "detonatori" della discussione.
(Intanto, stasera, cioè sabato sera, perché ormai questo post appare in data di domenica, al "Moquette" di Forlì, una dozzina di persone hanno ascoltato attentamente Davide Bregola che leggeva dai suoi Racconti felici. Scrivo dall'Hotel Vittorino di via dei Baratti, stanza 2).

Posted by giuliomozzi at 00:14 | Comments (5) | TrackBack

08.11.03

Il Grande Artista Sconosciuto: altre immagini

Kìmota ha pubblicato, alla data del 7 novembre, nuove immagini di opere del Grande Artista Sconosciuto; e gli ha anche organizzata una vera e propria galleria.

Posted by giuliomozzi at 09:54 | Comments (12) | TrackBack

La superiorità dell'Occidente sull'Islam

Torno a casa da Rovigo. Mezzanotte e mezza. Mi tolgo le scarpe, mi lavo i denti, bevo acqua, mangio un pezzo di focaccia. Stamattina ho letto nel giornale che più o meno a quest'ora danno su Rai2 The Truman Show. Salgo su dai miei. Faccio piano. Mi metto davanti al televisore. The Truman Show è un film che Alberto mi ha raccontato ma che (come Pulp Fiction e altri) non ho mai visto. D'altra parte, il racconto d'un film da parte di Alberto è di solito equivalente alla visione del film, e talvolta migliore.
Guardo il film. Lo trovo un po' noioso. Non mi piace guardare i film in televisione. A un certo punto, quando c'è Truman sull'orlo del suo mondo, davanti alla porticina nera che forse, probabilmente lo porta al "fuori", e il produttore-papà gli parla, gli fa tutto un discorso un po' fiero e compiaciuto e un po' intimidatorio; allora penso che questa è una scena che ho vista mille volte, e fatta anche meglio, e che non la sopporto.
Faccio un giro nei canali. Su Rete4 c'è il film Strip-tease. Una donna balla sul tavolo del topless bar, si spoglia, fa acrobazie appesa al palo. I maschi le infilano banconote negli slip. Su Antenna3 due donne stanno leccando il sesso di un maschio. Su TeleNordEst tre donne si masturbano l'un l'altra in una postura intricatissima. Su TeleNuovo c'è il film Tokyo decadence. Il cliente chiede alle due prostitute che una lo masturbi mentre l'altra gli stringe un cappio al collo. A un certo punto s'immobilizza, cianotico; il sesso rammollisce e butta fuori un fiotto di pipì; l'uomo sembra morto. Le due prostitute si rivestono, prendono su le loro robe, stanno per scappare; quando l'uomo si risveglia, tutto contento. Su TelePadova una donna lecca il sesso di un'altra donna. Su La7 c'è una trasmissione d'inchiesta sul tema: è lecito vietare alle ragazze islamiche di portare il velo a scuola?

Posted by giuliomozzi at 09:48 | Comments (21) | TrackBack

07.11.03

Dove posare il capo

giuliodivano2.JPG

Stamattina sono andato a Milano (eurostar delle 6.58). Nel pomeriggio sono approdato a Trento (eurostar delle 14.55, cambio a Verona, arrivo alle 17.55) per l'iniziativa Mesi d'autore. Ho assistito alla lettura con musiche della Ballata del Corazza dei Wu Ming (e ho fatto la conoscenza di Due e Cinque). Domani sono prima a Mestre per la giuria d'un premio di poesia e poi a Rovigo per una conferenza. Sabato sono a Forlì fino a notte fonda. Se non mi vedete e non mi sentite, non preoccupatevi. Adesso spengo il telefono e mi godo un po' il divano. Albergo Accademia, Trento, stanza 222.

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06.11.03

Un racconto incompiuto

Caro papà.

La tua lettera è qui, sul tavolo della cucina. È vicina al mio gomito destro, che mentre scrivo naturalmente si muove, si avvicina e si allontana da lei. L’ho ricevuta tredici giorni fa, ho fatto il conto. Quando l’ho trovata nella cassetta della posta – non so se è stata sfrontatezza o delicatezza, la tua; magari non ci hai pensato e basta; ma hai corso un rischio, a usare una busta intestata dello studio – , per prima cosa ho pensato di buttarla via. Tra il cancello e la campana della differenziata ci sono meno di dieci passi.

Ho aperta la cassetta, ho presa la busta, ho chiusa la cassetta, ho guardata la busta, ho vista l’intestazione dello studio, sono stata lì ferma due minuti con la busta in mano, poi sono andata fino alla campana della differenziata. Sono rimasta lì ferma altri due minuti. Non so bene che cosa ho pensato, in quei minuti, non mi ricordo di avere pensato niente, tanto ho l’impressione che quando sto a pensare, la verità è che non penso niente. Avrò pensato, ecco, che non sapevo che cosa pensare: che non ero capace di pensare. Sono stata lì, con la busta in mano, guardandola, davanti alla campana della differenziata, altri due minuti. Potevo buttarla via, la busta, e mi toglievo un problema. Però non sapevo, a buttarla via, che problema mi facevo venire. Visto che tu avevi avuta questa bella pensata di scrivermi – una busta grossa, gonfia, con almeno tre o quattro fogli dentro, si capiva – a me restava solo da scegliere se avere un problema o un altro; che è come non avere una scelta, a dire il vero. Alla fine non so, forse era solo meno faticoso portare a casa la busta, cioè fare una scelta che era più simile a non scegliere – trovi una busta nella cassetta, la porti a casa, è automatico, è normale; buttare via una busta appena ricevuta, senza neanche aprirla, invece, è spettacolare, è eccezionale; se non è una busta di pubblicità – o forse era solo un modo per decidere di non decidere lì, in strada, in piedi davanti alla campana della differenziata, dove ero da cinque minuti ormai, ma sperare di essere capace di decidere in un altro momento, con calma, a casa, magari seduta al tavolo di cucina, come sono adesso. Così ho tenuta la busta in mano, sono tornata al cancello, sono entrata, sono salita fino al mio quarto piano, ho portata la busta dentro casa – ho avuta un’esitazione, sulla soglia; sono stata lì un momento; poi sono entrata – e l’ho messa sul davanzale interno della finestra di cucina, dove metto sempre la posta quando non la apro subito, cioè quasi sempre; l’ho messa voltata, in modo che non si vedesse l’intestazione; in modo che si vedesse solo il dorso della busta tutto bianco, con il lembo bene incollato, tutto liscio, senza pieghette. Poi mi sono fatta da mangiare. Ho cercato di fare con la tua busta come faccio per certe buste che ricevo ogni tanto, ad esempio quelle di Medici senza frontiere o quelle dell’associazione Mulj Bwanji per il volontariato missionario in Africa: non oso buttarle via, quelle buste - non sono cattive, ma non mi interessano niente -, le tengo lì, sul davanzale, fermate da un sasso di fiume grande come un pacchetto di fiammiferi – non è un ricordo o un oggetto importante, non ci pensare, è solo comodo perché è pesante e piatto, l’ho raccolto dal marciapiede un giorno vicino all’ingresso di un cantiere, sarà caduto da un camion –; le lascio lì perché non so bene che cosa farne – non ho tanta voglia di dare soldi ad altri, ti dirò – e poi alla fine, trascorsa qualche settimana, quando il pacchetto di buste non aperte è così alto che nell’aprire la finestra il sasso quasi mi cade su un piede, e sono inumidite e impolverate, come se avessero deciso per conto loro di diventare sgradevoli da toccare, come la spazzatura: mi tolgono il problema, e posso buttarle via tutte insieme, due tre o cinque sei buste. Invece con la tua busta non sono stata capace, e dopo un paio di giorni che stava lì sul davanzale interno l’ho tolta da sotto le due tre buste che nel frattempo l’avevano coperta, l’ho presa in mano e l’ho soppesata e l’ho guardata per un po’, ho controllato dall’intestazione dello studio che fosse proprio una lettera tua, come se ci potessero essere dubbi, ho pensato che forse avrei potuto pensarci, o magari dovuto, e così l’ho messa sopra la credenza, nel cestino dove metto le bollette da pagare, gli inviti alle inaugurazioni delle mostre, i volantini col programma settimanale del cinema Excelsior o del Café-Music Banale, le cose insomma delle quali è meglio se non mi dimentico, se le tengo d’occhio. Nel cestino sopra la credenza ci metto le mani tutti i giorni, anche due volte al giorno, così non mi dimentico le cose – tengo le bollette insieme ai programmi del cinema, così non mi dimentico di pagarle, ogni giorno controllo tutte le date di scadenza, così sono sicura –, e così nei giorni successivi la tua lettera l’avrò presa in mano dieci volte, dodici volte, me la trovavo in mano quando meno ne avevo voglia, ad esempio quando avevo voglia di uscire per un film all’Excelsior o di andare a vedere gente al Cafè-Music Banale, oppure come l’altro giorno, che avevo dei soldi e mi è venuto in mente di controllare le date di scadenza delle bollette. Allora – vedi quanta fatica mi hai fatta fare; vedi quante storie per un lettera; vedi come è tutto così faticoso, per me, quando c’entri tu, anche se non c’entri tu ma solamente un tuo oggetto, una cosa che ti riguarda; magari c’era una cosa che riguardava me, nella busta, e tu me l’avevi mandata; ma essendo una cosa che veniva da te, riguardava te, su questo non c’è dubbio – la tua busta l’ho tolta definitivamente dalla cucina e l’ho portata nella camera da letto. L’ho messa sul comodino, fermata sotto il piede dell’abat-jour, anche se così l’abat-jour tentennava, la busta stava ferma ma l’abat-jour non stava mai bene fermo; ma non l’ho messa lì sul comodino per averla a portata di mano – lo dico per tua informazione, non vorrei che tu ti mettessi in testa delle cose – ma perché nella camera non ho altri mobili che il comodino e il letto. I vestiti li tengo su un porta-appendini, non so come si chiami, come quelli dei negozi di vestiti, con un lenzuolo sopra perché non s’impolverino. Avrei potuto metterla sul pavimento, magari sotto il comodino, ma non mi piace fare sporco per terra. Non che ci venga gran gente a casa mia, che possa accorgersi se c’è sporco per terra o no; è una cosa per me, che di case con lo sporco per terra ne ho viste tante, tante di gente come me, che finisce che si trascura, ma io non voglio trascurarmi, questa è una cosa importante. Se ci viene qualche maschio ogni tanto, a casa mia, non è quello che gli interessa, se c’è sporco per terra, figurarsi, grazie al cielo, ho imparato come sono i maschi. Poi io faccio sempre tutto al buio, accendo appena appena l’abat-jour al minimo, che è di quelli che si possono regolare, per il primo momento che devono capire dove è il letto, e dove sono io, e che la roba la devono buttare lì per terra, quella che si vogliono togliere; e poi li mando via. Non ci tengo che mi vedano la casa, che mi entrino in cucina, che si mettano dei pensieri in testa, che magari si ricordino come è fatta la casa, come sono fatta io. Peraltro succede ogni morte di papa, visto che non ne ho poi così tanto bisogno, tanto non è che neanche loro mi risolvano il bisogno, quando c’è, e questo l’ho imparato benissimo, con la testa; è che ogni tanto non sono capace di resistere al pensiero che un maschio mi potrebbe risolvere il bisogno, oppure mi stufo di fare l’amore da sola coi fantasmi, perché comunque di non fare l’amore non se ne parla neanche, e ho bisogno che succeda qualcosa e che mi venga dentro qualcuno per avere almeno dei fantasmi un po’ diversi, per cambiare il repertorio dei fantasmi. Sto pensando che ti dico questo solo perché penso che ti dia fastidio. Parecchio fastidio ce l’ho avuto anch’io, te l’assicuro, perché vicino alla tua busta ci ho dormito un po’ di notti, con la tua busta vicino alla mia testa, e non sono state delle belle notti. Non che mi faccia generalmente delle belle notti, questo te lo dico, tu magari sei capace di immaginartelo, o non sei capace; ma se non mi faccio generalmente delle belle notti, e peraltro generalmente nemmeno dei bei giorni, e se sicuramente questo è colpa tua, o anche tua, questo è una colpa casomai di tutta la tua vita, e di tutta la mia, nel senso di tutta la vita tua dentro la mia, e non è certo perché adesso hai deciso di spedirmi questa benedetta busta. Una di queste notti non belle mi è venuta in mente a un certo punto una specie di poesia o paraboletta, mi pare del poeta indiano Tagore, se era indiano, che c’era in uno di quei vecchi libri tuoi – sempre da te mi vengono, come vedi, le cose; le cattive come le buone; le buone come le cattive – dove parlava uno, un servo, o un umile, uno di bassa condizione in somma, che aveva ricevuta una busta dal padrone, o comunque da un grande, da uno superiore a lui di molto; ad esempio era un contadino servo della gleba che riceveva una busta dal feudatario; la tua busta, diceva questo uno che parlava nella poesia, l’umile, rivolgendosi al grande, la tua busta non ho osato aprirla; sarebbe stato troppo; già tu mi hai mostrata una confidenza superiore a quella che mi merito, mandandomela; se anche la aprissi e la leggessi, farei proprio un’esagerazione; così, continuava questo uno nella poesia di Tagore, non l’ho nemmeno aperta, me la sono messa sotto il cuscino, ed è da quel dì che ci dormo sopra; così non solo il mio pensiero è rivolto a te durante il giorno, mentre veglio e ti servo; ma anche durante la notte, mentre dormo, il cervello, sede dei pensieri, è vicino alla busta, che pure contiene i tuoi pensieri. Più o meno, era una cosa così. Quella volta che la lessi mi aveva fatto ridere, perché avevo pensato alle pubblicità dei corsi di lingue notturni, quelli che c’era un registratore che ti parlava in inglese di notte, mentre dormivi, e tu ti svegliavi che parlavi perfettamente in inglese – naturalmente ci voleva un certo numero di notti, immagino –; c’era sempre la pubblicità nell’ultima pagina di Famiglia cristiana, di questi corsi di lingue, perché tu comperavi sempre Famiglia cristiana, e io la leggevo tutta; adesso invece la capisco molto, quella poesia di Tagore, perché veramente in queste notti che ho avuta la tua busta sul comodino, fermata sotto il piede dell’abat-jour, tutte le mie ore di sonno sono state piene dei tuoi pensieri; non di quelli contenuti nella busta, però, o almeno non posso saperlo - ma io non ho mai saputo quali fossero, se tu non me li dicevi, i tuoi pensieri; e tu avevi la mania, di dirmi i tuoi pensieri -; e pazienza fossero state piene dei miei pensieri su di te, come quelli che posso fare adesso, se questi sono pensieri; no, erano piene dei tuoi pensieri su di me, quelli che tu hai sempre avuta la mania di dirmi, quelli che conosco benissimo e che sono stati la mia rovina, come tu ben sai, anche se tu hai sempre sostenuto che quella che io chiamavo, come la chiamo ora, la mia rovina, era invece la mia salvezza, e che avrei dovuto chiamarla così; e mentre stavo sveglia o mentre dormivo, con la tua busta vicino alla mia testa, ho pensato che la tua busta se non altro serviva a questo: serviva a fare tornare i tuoi pensieri, quelli che mi hai detto, a farli entrare dentro la mia testa. Ho pensato addirittura che la tua busta mi poteva portare sfortuna. Che poteva fare accadere delle cose – delle cose reali; delle cose di quelle che vedono anche gli altri; che di cose che vedo solo io, naturalmente, la busta, come tutte le cose, ne aveva già fatte accadere un bel po’: ma questo è normale – che mi avrebbero fatto danno o fatto male. Ho immaginato che potevano entrarmi gli scarafaggi in casa, oppure poteva fulminarsi la lavatrice, oppure poteva rompersi un tubo dell’acqua nel muro, oppure io potevo ammalarmi, oppure potevo avere bisogno dei farmaci, oppure addirittura potevo morire, inciampando sulle scale o per un incidente col gas, oppure di morte naturale, che può succedere anche alla mia età, come si vede, oppure potevo fare un figlio. Ma questi, del danno o del male, erano i pensieri che facevo io di giorno, soprattutto, invece di notte, mentre dormivo con la tua busta sul comodino, fermata sotto il piede dell’abat-jour, vicino alla mia testa, nella mia testa c’erano soprattutto i pensieri tuoi, che non so se erano esattamente quelli contenuti nella busta, visto che la busta non l’ho aperta, ma senza dubbio erano i pensieri tuoi, quelli che sono stati la mia rovina, come tu ben sai, come ho detto prima, anche se tu pensi il contrario. A un certo punto ho pensato: basta, di questa busta me ne devo fare qualcosa, visto che c’è, e non può fare a meno di esserci, poveretta lei, che è stata fatta e non può disfarsi da sola, è una creatura, adesso è nelle mie mani e il suo destino lo decido io, come se io fossi il suo dio, non perché io lo voglia decidere, il suo destino, che è la cosa che meno avrei desiderata al mondo, ma perché non se lo può decidere da sola, lei, la busta, che è una povera cosa, fatta da te, suo dio d’origine, e destinata a me, suo dio di destino, perché così si dice: io sono la destinataria, di questa busta, ovvero tu l’hai fatta e te ne sei lavate le mani, hai affidato il suo destino a me, che non ne sapevo niente e volentieri ne avrei fatto a meno, e peraltro non ne so niente: non so, per dire, se questa busta sia una povera busta, il cui destino più giusto sarebbe di essere accudita e protetta, mantenuta con cura, rispettata e lodata; o se questa busta sia una busta infame, il cui destino più giusto sarebbe di essere stracciata e gettata, distrutta e bruciata, cacciata e ingiuriata; che ne so io? Le mie notti non belle potrebbero venire da qualche altra parte, questo dico, non è detto che la busta ne sia la causa; i miei pensieri del danno o del male potrebbero avere delle altre cause, non è detto che vengano dalla busta. Il punto è questo; che io saprei come regolarmi, in un mondo normale, se solo aprissi la busta e ne guardassi il contenuto; ma la busta è stata un’idea tua; per quel che ne so, dall’inizio della mia vita fino a oggi, che non è stata in un mondo normale, tutte le idee tue che mi concernessero sono state delle gran disgrazie, almeno per me, non so per te, ma non mi è mai sembrato che tu le considerassi per te delle gran disgrazie; ora tu ti sei fatto venire in mente questa brillante idea, di mandarmi una busta, di destinarmela, di affidare proprio a me il destino di un’idea tua, chiusa dentro una busta; e tu puoi capire, spero, immagino, tu che capisci sempre tutto, come hai sempre detto, che io magari posso decidere che cosa fare di questa busta, dove metterla, se continuare a tenerla sul comodino o bruciarla, se buttarla nella campana della differenziata o cucirmela nella fodera del cappotto; magari posso decidere quale sarà il suo destino, pensandoci su tanto, ma non posso aprirla prima di avere deciso. Potrò aprirla dopo, forse, se scoprirò che il suo destino è che io la apra. Ma ne dubito. Il problema è che dubito. Il mio desiderio più grande, ti dirò, te lo dico sinceramente, il mio desiderio più grande è che questa busta sparisca da sé. Che smetta di esistere, o magari, che sarebbe meglio ancora, che smetta di essere mai esistita. Che tu non l’abbia mai preparata, riempita, incollata e spedita. Che il postino non l’abbia consegnata. Che io non l’abbia trovata nella cassetta. Che io non l’abbia portata in casa – che imprudenza, vero?, ci hai fatto conto, vero? –, eccetera eccetera. Questo è il mio più grande desiderio, che è impossibile. Allora questa mattina, che è domenica, così che ho tutto il tempo, anche se per questi pensieri non mi basterà la vita, non mi sarà mai abbastanza il tempo, questa mattina mi sono messa a pensare con calma, in cucina, qui, seduta al tavolo, con la busta davanti, e dopo aver pensato tanto ho pensato che non c’è nessun altro modo di far sparire una busta, di cancellarla completamente dal mondo, non c’è nessun altro modo, questo ho pensato, se non quello di mandare un’altra busta. Solo una risposta cancella una domanda, solo una frase cancella un’altra frase detta, solo un pugno cancella un altro pugno, mi sono detta; e così solo affidare un destino cancella l’affidamento di un destino. Si tratta di rispondere colpo su colpo. Di applicare la legge del taglione. Mi hai spedita una busta? Bene, anch’io ti spedisco una busta. Mi hai messo tra le mani un destino con il quale avrei preferito non avere che fare? Bene, anche tu riceverai un destino: ti assicuro, un destino con il quale avresti preferito non avere che fare. Questo è giusto. Magari non è molto cristiano, ma chi se ne frega. Potrei ignorare la tua busta. Potrei buttarla via, fare come se non fosse mai esistita; ma è esistita. Potrei tenermela in casa per sempre, senza mai aprirla, più o meno come ci si tiene in casa uno scorpione, una tarantola, un flacone di veleno. Potrei stare al gioco, e aprirla; anche se non so, davvero, quale sia il tuo gioco: perché non so se tu mi abbia spedita questa busta con l’idea che io l’avrei aperta, o che l’avrei buttata, o che l’avrei conservata come una mina innescata in casa. Qual è il tuo gioco? Come posso sapere qual è il tuo gioco, se non ci gioco? Come posso sapere se rifiutando il tuo gioco sto già giocando il tuo gioco? Devo aprire la busta? Non devo aprire la busta? Devo dimenticare la busta? Devo ricordarmi la busta? Devo mangiarla, come san Giovanni? Devo farla diventare invisibile, come Poe? Io qui, caro papà, sto difendendo la mia vita, e la sto difendendo da te, che come ben sai, sei l’avversario più grande. E a te, l’avversario più grande, non voglio e non posso concedere nulla. Verso di te sono pronta a comportarmi nel modo più crudele, sono pronta a comportarmi anche in modo criminale.

Peraltro al mondo ci sarà chi è capace di non cancellare, e invece di rispondere a un pugno con un pugno offre a chi l’ha picchiato l’altra guancia; ma io non ne ho mai visti. Non ho mai visto nessuno, e tantomeno te che me l’insegnavi, offrire l’altra guancia. O meglio ho vista me stessa, papà, per anni e anni, che ti ho offerta l’altra guancia, per così dire, e questo è stato la mia rovina, come tu ben sai. No, d’ora in poi non ti dirò più «Come tu ben sai», perché il problema è questo: che tu, papà, non lo sai; non lo sai perché non mi vedi; e mi vedresti, ti assicuro, mi vedresti, se solo mi guardassi; ma tu, papà, che io sappia e mi ricordi, tu non mi hai mai guardata. Dall’inizio della mia vita hai fatto di me tutto quello che volevi, ma ti sei ben guardato dal fare a me che io avrei voluto tanto che tu mi facessi: non mi hai mai guardata. Tu non mi hai mai guardata. Scusa se ripeto le parole, so che me l’hanno insegnato fin dalle elementari, che non sta bene ripetere le parole, ma questa mattina mentre ti scrivo mi sembra di essere come ancora una bambina piccola: che quando impara una parola nuova, una parola qualsiasi, la ripete continuamente, e in cambio ha l’approvazione dei grandi, che dicono che brava, che brava bambina, anche se la bambina non ha la minima idea di che cosa voglia dire quella parola. Io ci ho messa tutta la vita che sono vissuta fino adesso, per imparare certe parole, e adesso sono ancora mica tanto sicura, e me le ripeto perché devo esercitarmi, devo fare in modo che quelle parole mi diventino facili, mi diventino naturali, mi diventino del tutto vere, capisci? Tu non mi hai guardata, papà, e io ci ho messo un bel pezzo della mia vita fino adesso per accorgermene, e adesso che me ne sono accorta – da quel bel po’ che me ne sono accorta – devo sempre ripetermelo, che tu non mi hai guardata. Perché io ti ho voluto tanto bene papà, io ti ho amato, lo sai, e così dire, anche solo dirmelo da sola, che tu non mi hai mai guardata, è una cosa che devo imparare a fare, che non mi viene ancora facile; perché mentre ti amavo, io ero davvero convinta che tu mi guardassi, e tutto quello che mi facevi, io credevo che fosse il tuo modo di guardarmi: credevo in somma che tu mi guardassi continuamente, che tu nella vita non facessi altro che guardarmi, così che per così dire tutta la mia vita consisteva in questo, che io stavo al mondo e tu mi guardavi, che io stavo al mondo perché tu mi guardassi. Anche quello che c’è stato tra te e me, non oso dire tra me e te, ma sicuramente devo dire anche tra me e te, papà, io devo ancora diventare capace di dirlo. Non è una cosa che so, e che devo solo imparare a dire. È una cosa che ancora non so, che se ci penso non so bene che cosa penso, che faccio fatica a ricordarmela e a figurarmela. La tua lettera è qui. L’ho guardata per di fuori, stamattina, è davvero bella grossa, saranno anche più di tre o quattro fogli, saranno almeno cinque o sei fogli, hai dovuto anche mettere i francobolli in sovrappiù, e io mi domando dove, e come, tu abbia trovata la forza per scrivere tutte quelle pagine, a me; mi domando dove, e come, tu abbia sempre trovata la forza per tutto, per far esistere tutto, per dare l’esistenza a tutto: anche a quello che non poteva esistere, a quello che era assurdo che esistesse, a quello che proprio non doveva esistere. Io sono stata innamorata di te, papà, e tu hai voluto che io fossi innamorata di te, mi hai fatta innamorare che ero ancora bambina, che ero ancora piccolissima, tutti i miei ricordi di me sono ricordi di me che sono innamorata di te, del più bel papà del mondo, del papà che mi voleva bene più di qualunque altro papà, ti ricordi? Ti ricordi che sono stata innamorata di te? Ti ricordi che mi hai fatta innamorare di te? Tu sei stato capace di fare esistere tutto, papà, perché sei sempre stato capace di dire le parole che servivano perché tutto esistesse, sei sempre stato capace di collegare le parole con il mondo, mentre io non ero capace, non sono capace nemmeno adesso, se tu non ci fossi stato non sarei stata capace di dire nessuna parola, di collegare in nessun modo le parole e il mondo, anche oggi non sono tanto capace. Per questo non voglio proprio leggere la tua lettera, che è qui, vicina al mio gomito destro: perché sono sicura che dentro questa lettera ci sono le parole con le quali tu ricostruiresti tutto il mondo dal quale sono venuta via quattro anni fa, e se io le leggessi non potrei che restare sopraffatta, e dovrei obbedirti, cioè dovrei vivere veramente nel mondo costruito da te, e non potrei più tirarmene fuori, perché ormai l’ho visto, che il mondo costruito da te è molto ma molto meglio funzionante ed è molto ma molto più vero di quello che sarei mai capace di costruire io, è infinitamente meglio funzionante e infinitamente più vero di quello che in questi quattro anni sono riuscita a costruirmi io, che non è neanche un mondo, che non so le parole per tenerlo insieme, che non sono nemmeno capace di farlo diventare anche solo un straccio di mondo: perché questo tu non mi hai insegnato, questo consapevolmente e deliberatamente e astutamente hai fatto, anzi non hai fatto, hai omesso di fare: hai omesso di insegnarmi a costruire il mondo, a mettere le parole in modo che facciano esistere il mondo, così da poter parlare e dire le cose e mettere tutti i nomi, che è quello di cui io sono più incapace di fare. Io parlo parlo, papà, e non viene fuori nessun mondo, me ne accorgo benissimo, e questo è quello che tu mi hai fatto apposta. È per questo, papà, che non deve esserci niente, ormai, niente più niente, tra te e me, tra me e te, tu questo devi accettarlo, non dico che devi capirlo perché lo sai benissimo, perché se tu non lo accetti io non potrò mai essere viva del tutto. Ormai non deve esserci più niente tra me e te, tutto deve sparire, tu devi smettere di fare l’inventore di mondi per me, devi accettare che io vivo nel mondo che ho deciso io, anche se è un mondo che fa schifo a guardarlo. E questo deve succedere perché io mi sono accorta che tu non mi hai mai guardata, e dopo un po’ ho scoperto perché non mi hai mai guardata: non mi hai mai guardata perché io, nel mondo che tu fabbricavi, proprio non esistevo. Ecco. Questa è la frase fatta, lo sai: io per te non esistevo. Proprio quando sembrava che io per te fossi la sola cosa importante, la sola cosa esistente, la sola cosa per la quale vivevi, io mi sono accorta che per te non esistevo. Papà. Abbiamo avuta tutta l’intimità che può esserci tra un uomo e una donna, tutta intera, eppure tu non mi hai mai guardata. Come è stato possibile questo? Io lo so già che cosa c’è scritto nella tua lettera: ci sarà scritto che mi ami; e so che è vero, che tu indiscutibilmente mi ami, anzi probabilmente ami me più di qualsiasi altra persona esista al mondo e addirittura più di qualunque persona possa esistere al mondo; credo che veramente tu pensi che mi ami a questo modo e in questa spropositata misura, e io non sono capace di trovare le parole per dirti che non è vero che mi ami, che è vero che mi ami dentro il mondo che tu fabbrichi con le tue parole, ma non è vero nel mondo vero, sempre che io sia capace di vivere in un mondo vero, che è una paura che ho. È per questo che tu sei il mio più grande avversario. Tu lo sai, papà, che mi è sempre piaciuto fare l’amore con te. Anche quando avevo cominciato a non volerlo, anche quando già avevo capito che tu non mi avevi mai guardata, e che se volevo avere salva la vita mi dovevo allontanare, ti dovevo allontanare, anche allora quando mi prendevi avevo un godimento grandissimo, al quale per molto tempo non sono stata capace di rinunciare. Bastava che tu mi abbracciassi, bastava che tu cercassi di baciarmi, e io ero tua. Era una cosa che cominciava e che finiva con l’amore, quando tu cominciavi ad abbracciarmi io diventavo tua, quando l’amore finiva e tu ti staccavi da me io non ero più tua, però per tutto il tempo dell’amore io ero tua, completamente tua. Io lo sapevo, anche mentre ero tua lo sapevo, così per questo quando facevamo l’amore cercavo di fare in modo che durasse tutto il tempo possibile, ti facevo aspettare, mi costringevo ad aspettare, perché sapevo che appena fosse finito e tu ti fossi staccato io mi sarei ritrovata di nuovo non tua, però in tuo possesso, appena mi staccavo dalle tue mani, per così dire, mi ritrovavo di nuovo nelle tue mani: per questo quando facevamo l’amore facevo finta di sfuggirti, quasi di non avere voglia, perché tu mi accarezzassi più a lungo, mi corteggiassi più a lungo, per prolungare, perché in quel momento io ero già tua, del tutto tua, senza possibilità di scampo, e già tremavo pensando al momento in cui non sarei più stata tua, ma sarei stata nelle tue mani, e questo momento, il pensiero di questo momento, mi terrorizzava. A te piacevano tanto, i giochi che facevamo, questo quasi giocare a rimpiattino, questo rimandare continuamente la conclusione e il distacco, probabilmente pensavi che facessi così perché mi piaceva, o per farti più piacere, quello volevo invece era rimandare in momento in cui non sarei più stata tua, sarei uscita dal mondo che tu fabbricavi accarezzandomi e baciandomi, e sarei stata prigioniera del mondo normale: non più tua, però nelle tue mani, come una prigioniera. E nello stesso tempo, mentre giocavamo a fare l’amore, perché era una specie di gioco, una partita, cercavo tutti i modi per essere più completamente tua, finché fosse durata la partita, e per questo non solo accontentavo tutti i tuoi desideri, potrei dire mi sottomettevo a tutti i tuoi desideri, ma anche veramente desideravo i tuoi desideri, non vedevo l’ora che ti venisse qualche desiderio nuovo per potermici sottomettere, cercavo di prevedere le tue immaginazioni dei desideri, cercavo addirittura di farteli venire in mente, i desideri, di far sì che ti venissero come se ti venissero da soli, senza che tu ti accorgessi che te li avevo fatti venire io, perché fossero desideri più forti, dei desideri che tu sentissi addirittura se possibile contro di me, come dei desideri che io non avrei potuto condividere, così che tu me li dovessi imporre, perché avevo capito che se un desiderio era mio, o almeno ti appariva come mio, per te esisteva come un desiderio di secondo rango, mentre i desideri tuoi, com’è naturale, te li sentivi come desideri di primo rango, e avevo capito che ti piaceva, anche se magari ti rendevi un po’ conto che ti resistevo per finta, o per gioco, come se una regola del gioco, della partita, che io ti dovevo resistere un po’, ti piaceva comunque se io ti resistevo un po’, era un tuo desiderio anche questo, che la realizzazione dei tuoi desideri avvenisse dovendomi sedurre, o sforzare, se non addirittura costringere, cosa che qualche volta hai fatto, e qualche volta devo dire che mi hai dovuta costringere sul serio, perché quelli erano desideri veramente tuoi, che io non sarei mai stata capace di immaginarmeli, o se me li fossi immaginati non avrei avuto il coraggio di farteli venire, di suggerirteli. Non sto parlando, papà, di tutte le aperture del mio corpo, che sono state tue quasi da subito, delle quali ti sei impossessato senza colpo ferire fin quasi dalla prima volta che hai cominciato a fare di me quello che ti piaceva, educandomi perché fosse anche il mio piacere, cosa che indiscutibilmente è stata per molto tempo; ti sto parlando, papà, di tutte le aperture della mia anima, di tutte le aperture della mia mente, nelle quali all’inizio non potevi ancora penetrare, perché da piccola avevo già un corpo ma non avevo ancora una vera mente e tantomeno una vera anima, ti sto parlando della mia mente e della mia anima che tu ti sei fabbricato a tua immagine e somiglianza, o a tuo uso e consumo

[continua? dovrebbe continuare. ma è lì da due anni, e non continua]

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05.11.03

Letteratura e verità, 1: emozioni.

Dell'incontro di lunedì sera scrive oggi nel Gazzettino Chiara Pavan.

Posted by giuliomozzi at 14:03 | Comments (8) | TrackBack

Mi faccia un po' vedere

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Posted by giuliomozzi at 09:03 | Comments (19) | TrackBack

04.11.03

Caffè

Pochi minuti fa, mentre osservavo la macchinetta del caffè, aspettando che il caffè venisse su, pensando all'appuntamento delle otto e dieci, all'appuntamento a Mestre con Massimiliano, all'appuntamento alle sei del pomeriggio con i ragazzi di Pordenone, all'appuntamento volante con un vecchio amico che non vedo quasi mai tra Mestre e Pordenone, al treno del ritorno a casa che dovrebbe essere quello delle ventitré, e mentre scrivo questo controllo, che non si sa mai;
mentre osservavo la macchinetta del caffè con la testa piena di queste cose, di tutti i miei appuntamenti,
ho pensato a quante persone nella mia città, nei dintorni, in Italia, nella nostra Europa,
in quello stesso momento o in un momento immediatamente precedente o in un momento immediatamente successivo,
se ne stavano lì, davanti alla loro macchinetta del caffè, o al bricco del latte, o seduti sulla tazza in bagno, o già sotto l'acqua calda della doccia, con la testa piena dei pensieri delle cose del giorno, degli appuntamenti, delle cose da finire, dei treni, delle cose da non dimenticare, delle cose da dire e da farsi dire, delle cose che nel corso, nella corsa della giornata domandano di essere concluse, condotte a un loro senso;
e pensavo che anche questo, anche questo leggero affanno, anche questo essere sempre un po' in ritardo, anche questo timore di non riuscirci, nella giornata, a concludere tutte le cose che domandano di essere concluse, anche la rassegnazione, ormai sperimentata, al non riuscire a concluderle proprio tutte, anche un certo senso di vanità in tutto questo andare, fare, provare, costruire, trasformare, mandare avanti, progettare;
anche questo leggero disgusto che mi prende, a volte, a quest'ora di mattina, o a un'ora anche più presta, quando i pensieri del sonno svaniscono e la testa si riempie di tutti i pensieri del giorno;
anche questo, tutto questo, è un fondamento di modesta felicità; e il mio essere operoso è quasi tutto quello che posso offrire a me, alle persone attorno a me, al mondo in generale; essere operoso, non interrompermi, non distaccarmi da questa vita che ho.
Sì, l'ultimo treno per tornare a casa, da Pordenone, è l'interregionale delle 22.59.

Posted by giuliomozzi at 07:37 | Comments (18) | TrackBack

Letteratura come verità, 1: emozioni

Se qualcuno è curioso di sapere com'è andata la serata di Letteratura come verità, può leggere il resoconto di Kìmota.

Posted by giuliomozzi at 02:04 | Comments (2) | TrackBack

03.11.03

Salutiamo i nuovi arrivati

Sono qui, sono tra noi.

Posted by giuliomozzi at 10:59 | Comments (10) | TrackBack

02.11.03

Letteratura come verità, 1: emozioni

Della nostra iniziativa parlano oggi i quotidiani locali.
L'articolo di Renzo Stefanel nel Gazzettino.
Tratto dal suo Taccuino, l'articolo di Roberto Ferrucci per il Il Mattino di Padova, La nuova Venezia e la Tribuna di Treviso.

Posted by giuliomozzi at 15:28 | Comments (8) | TrackBack

01.11.03

Letteratura come verità, 1: emozioni

Lunedì 3 novembre, a Padova presso il Multisala Pio X (MPX) in via Bomporti, dalle parti del Duomo, si svolgerà la serata Letteratura come verità, 1: emozioni, che vedete da tempo annunciata nella colonnina che dovrebbe comparirvi a fianco dei post (o, se non avete la visualizzazione ideale, in basso alla fine di tutti i post della settimana).
La serata sarà molto semplice. A me, che sono il più vecchio, toccherà il non difficile compito di alzarmi in piedi all'inizio e dire, più o meno:

"Care voi, cari voi. Succede, e per il momento non ci domandiamo il perché, succede che dalle nostre parti, negli ultimi anni, molte persone si siano messe a raccontare storie. E succede che alcune di queste persone - attenzione: alcune, non tutte; chi è qui rappresenta solo sé stesso; altre persone, se vorranno, potranno aggiungersi - da qualche tempo hanno cominciato a trovarsi, incontrarsi, parlarsi con una certa frequenza. Una buona cosa, mi pare.
"Quando dei narratori si trovano a cena, inevitabilmente si parla di una cosa: del senso del proprio lavoro di narrare. Dico lavoro perché è una cosa che chiede impegno, fatica, costanza; non perché sia un'attività professionale.
"Oggi come oggi ci è sembrato urgente parlare di una cosa: della letteratura come verità, come tentativo di verità, come esplorazione di una possibile verità, come approssimazione alla verità, come discorso sulla verità, come... Vedete un po' voi. Sicuramente non della letteratura come possesso della verità.
"La verità, vedete, a noi che raccontiamo storie, ci mette in crisi.
"Abbiamo deciso di organizzare tre serate. La prima, questa, ha come tema: emozioni. Le emozioni narrate sono pensabili come tentativo di verità? Noi non daremo risposte teoriche. Non ci pensiamo nemmeno. Daremo delle risposte, degli abbozzi e dei tentativi di risposte, puramente esperienziali. Dalla nostra esperienza di lettori e di narratori storie raccoglieremo qualche abbozzo e tentativo di risposte. Vi leggeremo qualcosa. Riflessioni, storie. Cose scritte da noi, cose scritte da altri. Cose scritte apposta per questa serata, cose scritte non apposta per questa serata ma adatte a questa serata.
"Sarà chiaro, dunque, perché la prossima serata si chiama: esperienza. La letteratura come narrazione dell'esperienza della vita, è un tentativo di verità? Noi crediamo di sì, e tra due settimane cercheremo di raccontarvi perché.
"La terza serata, tra circa un mese, si chiama: edificazione. Qui mi soffermo un po'. Siamo circondati, da un bel po' di tempo, da un curioso senso di morte. Dio è morto, si dice, da tempo, e la letteratura è morta, e l'arte è morta, e il corpo umano è morto... Ormai siamo nel post-dio, nel post-letterario, nel post-artistico, nel post-umano...
"Ebbene, noi crediamo che la letteratura abbia le risorse per essere ancora un'attività edificatrice, costruttiva, positiva. Non crediamo che alla letteratura rimanga solo il compito, del tutto residuale, di contare i cocci di un mondo finito. Sospettiamo che tutto il discorso sul mondo finito sia un inganno, un'illusione, forse una truffa. Noi tentiamo, con tutta la nostra ingenuità - siamo persone comuni - di raccontare un mondo che continua.
"Questo è tutto. Grazie per l'attenzione".

Questo il programma: Marco Bellotto leggerà Cara Francesca, un racconto in forma di lettera appositamente scritto per la serata. Romolo Bugaro leggerà qualche pagina da Dalla parte del fuoco, il suo romanzo appena pubblicato presso Rizzoli. Umberto Casadei leggerà Una volta tanto è uno schema che ho in mente, una riflessione narrativa sui libri che ci cambiano la vita. Roberto Ferrucci Leggerà Jesolo, un episodio dal libro Andate e ritorni. Vagabondaggi a nord est, appena pubblicato presso Amos Editore. Marco Franzoso leggerà alcune pagine da Edisol-M. Water Solubile, romanzo in uscita presso Marsilio. Marco Mancassola leggerà alcune pagine da Il libro del passaggio, romanzo in corso d'opera. Giulio Mozzi leggerà e commenterà alcune pagine da Camere separate di Pier Vittorio Tondelli. Massimiliano Nuzzolo leggerà La mia piccola ragazza cinese, racconto scritto appositamente per la serata. E qui c'è il testo completo di tutti gli interventi in formato Htm o in formato Word
Al termine delle letture si farà un po' di conversazione.

Posted by giuliomozzi at 16:19 | Comments (27) | TrackBack

Treno

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Una fotografia regalata da Elisabetta Canevarolo.

Posted by giuliomozzi at 10:36 | Comments (8) | TrackBack