Mi accorgo solo ora che Marco Candida, quello vero, ha postato l'altro ieri nel suo blog di blog - attribuendolo a me - un racconto di Carlo Dalcielo, intitolato Carlo non sa i sogni. Il racconto era già stato pubblicato nel volume Diario del cielo di Carlo Dalcielo (ed. Il prato) e nel bollettino vibrisse.
Da destra e da manca mi si chiede (via posta privata) come sia stato quest'anno Ricercare. Ma, personalmente non saprei. Volentieri vi rimando a ciò che ne raccontano Frenulo a mano e Marco Candida, nonché Giuseppe Caliceti (che, come me, fa parte del cosiddetto "comitato tecnico" di Ricercare). Posso assicurare, poiché c'ero, che tutto ciò che FaM, Marco e Giuseppe raccontano, è vero.
[Avevo messo il rimando alla pagina del diario di Caliceti con una nota su Ricercare. Adesso la pagina è cambiata. Non so che farci. Ho cercato di ricuperare il pezzo che mi serviva, ma non ci sono riuscito. Misteri di Emilianet.it].
Padova. Zona Pontecorvo. Dieci di sera. Cerchiamo un posto dove cenare. Il cinese no, la trattoria giù dal ponte ha già chiusa la cucina, quella in via dell'Ospedale è chiusa. Finiamo in via del Santo, all'Oktoberfest.
Entriamo. Il posto è enorme. Penombra. Non c'è nessuno.
"Sei sicuro che sia aperto?", dice l'altra persona.
"C'è una luce, là in fondo", dico enfatico, protendendo il braccio destro.
L'altra persona ridacchia.
Attraversiamo una sala, un'altra, un'altra. Arriviamo alla sala più grande, chiusa da un enorme bancone. A un tavolo c'è una coppia che cena: un signore e una signora sui sessanta, dall'aria un po' austriaca. A un altro tavolo ci sono tre persone (ci renderemo conto poi che sono: il cameriere, la titolare, un amico) che chiacchierano.
Il cameriere ci fa accomodare a un tavolo. Ne indica uno, tra i tanti liberi. Noi ne scegliamo un altro. Abbiamo sempre la tendenza a scegliere, in qualunque ambiente, il posto più apparatato, più riparato.
L'altra persona dice: "Non ero mai venuta qui. Da quando c'è questo posto?".
"Sarà da vent'anni", dico.
"Mi pare impossibile", dice l'altra persona. "Non l'ho proprio mai visto".
"Guarda", dico, "credo che sia stato addirittura la prima birreria di Padova. All'inizio era alla moda, era sempre pieno, si stava anche a bere birra in piedi, al banco; poi è andato sempre più giù, più giù".
"Ma tu lo frequentavi?", dice l'altra persona.
"No", dico. "Ci sono stato qualche volta, ma non lo frequentavo. Era un posto incasinato, rumoroso. C'era anche musica dal vivo. Un po' come è oggi il St. John's Pub".
"Capito", dice l'altra persona.
Ci guardiamo intorno. Il locale è molto semplice. Legno alle pareti, belle lampade vagamente asburgiche.
"Oggi", dice l'altra persona, "un locale che si chiami Oktoberfest avrebbe almeno qualche botte spumeggiante, un po' di teste di cervo appese alle pareti, dei ritratti di Francesco Giuseppe...".
"Ringrazia il cielo che non ci sono scheletri e zucche", dico.
Ci guardiamo intorno. Appesi alle pareti a intervalli regolari, applicati su riquadri di legno di forse 30 per 30 centimetri, ci sono dei piccoli stemmi. Non capiamo bene che cosa sono. Mi alzo per guardarli da vicino. Trovo:
- lo stemma dei Nuclei AntiSofisticazione,
- lo stemma dei vincitori dei Giochi Militari del 1995,
- lo stemma dei Carabinieri di Frontiera,
- lo stemma del Gruppo Carabinieri Podisti,
- lo stemma del Settimo Reparto Carabinieri,
e così via.
Mi risiedo. Riferisco l'esito della spedizione. Concludo: "In somma, ti ho portata in un locale da carabinieri".
"E chi ha niente contro i carabinieri?", dice l'altra persona.
In effetti.
Arriva il cameriere. Ci informiamo sul piatto vegetariano previsto dal menu del giorno. Scopriamo che si tratta di un piatto di verdure alla griglia ricoperte da uno strato di formaggio fuso. Ordiniamo una carbonara (per me) e un piatto vegetariano senza formaggio fuso (per l'altra persona).
Quando il cameriere si volta per allontanarsi, l'uomo della coppia dell'altro tavolo gli fa segno, agitando in aria la bottiglia del vino.
"Fa freddino, però", dice l'altra persona.
"E' vero", dico.
Parliamo poco. E' già abbastanza tardi. Io ho sulle spalle una giornata di lavoro a Milano (arrivato in ufficio alle 9.40, uscitone alle 18.10) e quattro ore di treno; l'altra persona un'alzata prima dell'alba, cento chilometri d'autostrada, e una giornata di convegno più due ore di consulenza. Io sbadiglio, l'altra persona ha gli occhi rossi per le lenti a contatto addosso da quattordici ore.
Quando il cameriere ci porta il cibo, domando:
"Come mai ci sono tutti questi stemmi dei carabinieri?".
"Ma, sono sempre qui", dice il cameriere. "Vengono sempre qui. Carabinieri, finanzieri".
"Perché, ci sono spesso reati?", dico.
"No", ride il cameriere, "vengono qui a mangiare, a prendersi anche venti pizze da portare via... Comunque io sono qui da poco, non so dirvi bene".
Quando il cameriere si volta per allontanarsi, di nuovo l'uomo della coppia dell'altro tavolo gli fa segno, agitando in aria la bottiglia del vino.
"Ma gli ha già portato il vino, prima?", chiedo all'altra persona.
"Sì", dice l'altra persona. "Guarda che colore hanno in faccia".
In effetti, i due sessantenni sono belli rossi in faccia.
Guardiamo i piatti che abbiamo davanti. Ci guardiamo negli occhi. Abbiamo fame. Mangiamo.
Alla fine, quando vado a pagare, dico alla signora della cassa: "Da quant'è che c'è, questo locale?".
"Vent'anni", dice la signora mentre mi conta il resto. "Il 10 settembre di quest'anno sono stati vent'anni che abbiamo aperto, il 10 settembre dell'83. Lo aprì mio marito, che adesso non c'è più".
"Era molto di moda, all'inizio", dico.
"Eh sì", dice la signora. "Ma non badi a oggi, che è una serata che è andata storta così. Abbiamo ancora un nostro buon giro".
"Grazie", dico, intascando il resto.
Indossiamo i cappotti. Attraversiamo una sala deserta, un'altra, un'altra. Usciamo. Fuori c'è un freddo tremendo.
Che cosa succede se un nipote di sei anni corre giù per le scale, spalanca la porta sempre aperta, entra in casa tua, prende la rincorsa e ti salta addosso proprio mentre stai aprendo il menu di Movable Type Inserisci nuovo intervento? Succede questo, a volte, oppure questo.
Passo a trovare il Grande Artista Sconosciuto. Mi apre la porta con un pennello in mano. Entro nella cucina-studio. Appoggiato alla libreria, che funge da cavalletto, c'è la "copia" della Cattura di Cristo di Caravaggio alla quale Claudio sta lavorando ormai da mesi.
Fuori piove.
Appendo il giaccone zuppo allo schienale di una sedia, cercando di non bagnare e non far crollare la pila di libri, giornali, carte, schizzi.
Mi siedo sull'altra sedia, libera.
Il Grande Artista Sconosciuto torna al quadro. Dà del nero sulla piega di un manto rosso.
"Vedi questo nero", dice, "come viene fuori? Confrontalo con questo qui", e indica un'altra zona dello stesso manto, "e guarda la differnza".
C'è una bella differenza, infatti.
"Mi fai un caffè?", dico.
"Sì", dice il Grande Artista Sconosciuto.
Mette giù il pennello, comincia a trafficare sul lavello.
Mi suona il telefono portatile. E' A* G*. Rispondo. Cinque minuti di panico: mi rendo conto di avere segnato un appuntamento nel giorno sbagliato. Questa sera dovrei essere contemporaneamente a Padova e a Pordenone. Cerco di rimediare. Mi scuso. Finisco la conversazione.
Il Grande Artista Sconosciuto sta frugando nella sua borsa di pelle.
"Comunque", dice, "bisognerà parlare di questa storia di Kìmota".
"Quale storia?", dico.
"Be'", dice il Grande Artista Sconosciuto, "la mia foto che ha messo nel suo sito è veramente orrenda".
Rido.
"Ma dài, Grande Artista Sconosciuto", dico, "è una foto fatta anche per contribuire, così, a quella specie di clima di mistero un po' sciocco che abbiamo cercato di creare".
"Mah", dice il Grande Artista Sconosciuto.
Mi rendo conto che non riesce a trovare la caffettiera. Il lavello è ricolmo di piatti di plastica. Claudio li usa come tavolozze.
"Senti", dico, "per il caffè non importa".
"Ecco", dice Grande Artista Sconosciuto, "meglio".
Mi suona ancora il telefono portatile. Un numero di Milano, sconosciuto. Rispondo. E' un tizio che mi ha spedito un dattiloscritto due mesi fa. Gli dico di farsi vivo venerdì mattina, che sono in casa e posso parlare con calma.
"Ma che cos'ha che non ti va, quella foto?", dico. "Ti pare un po' troppo Nosferatu?".
"No", dice il Grande Artista Sconosciuto, e mi rendo conto che è serissimo. "E' che mi ha preso dalla parte sbagliata".
"Cioè?", dico.
"Guardami", dice, mettendosi di tre quarti.
"Ti guardo", dico.
"Vedi che da questa parte sono molto più bello?", dice.
Rido ancora.
"Ma dài, Grande Artista Sconosciuto!", esplodo. "Sei peggio della Loren! Vuoi essere fotografato solo dalla parte che vuoi tu! Ma si può?".
"Ma perché tu, scusa?", dice, sempre più serio.
"Boh, non lo so", dico. "Quando mi fanno delle foto, come vengono vengono. Il fotografo sa il suo mestiere. Non mi ci metto in mezzo".
"Ma anch'io sono fotografo!", dice il Grande Artista Sconosciuto.
"Sì", dico, "e hai anche più esperienza di Kìmota, probabilmente. Ma se è lui a fare le foto, e se tu ti lasci fotografare, non puoi che accettare il risultato".
"Non so", dice.
Si volta, guarda il quadro.
Mi suona il telefono portatile. E' un numero di Vicenza che conosco bene. Non rispondo. Il telefono suona a lungo.
"Non puoi pretendere di apparire sempre come vuoi tu", dico al Grande Artista Sconosciuto.
"E perché no?", dice.
"Perché la tua esistenza è proprio nella percezione di te che hanno gli altri", dico. "Tu, come me, come tutti, esisti nelle relazioni. Se pretendi di essere fotografato, pensato, considerato solo come vuoi tu, è come se tu rifiutassi di essere in relazione con chi ti fotografa, pensa e considera".
Mi guarda fisso.
"Ripeti", dice.
Ripeto.
"Ah", dice.
Restiamo in silenzio.
Mi suona il telefono. E' M* dalla casa editrice. Domani sono lì, a Milano. Ci accordiamo in poche parole.
Spengo il telefono. Guardo il Grande Artista Sconosciuto. Il Grande Artista Sconosciuto è fermo al centro della stanza. Ha la fronte aggrottata, la testa un po' piegata.
"La pittura, però", dice, "resta lì".
"Ma", dico. "La pittura è un mezzo di relazione. Come la letteratura, la musica, il giardinaggio e la cucina".
Mi guarda fisso. La fronte è sempre più aggrottata.
"Davvero pensi questo?", dice.
Faccio un lieve ritardo.
"Sì", dico. "Penso questo".
"Ah", dice.
Restiamo ancora in silenzio.
"Ma la pittura è arte", dice il Grande Artista Sconosciuto.
Qui Giuseppe Genna, nel suo blog I Miserabili, parla del libro di don Luisito Bianchi La messa dell'uomo disarmato.
Scrive Tiziano Scarpa, in uno dei "commenti" a Mi faccio delle domande (post che, nel momento in cui scrivo, è arrivato a 99 "commenti"):
Non so se è la domanda giusta. E', piuttosto, stupore: DAVVERO c'è chi ha così TANTO tempo a disposizione da dedicare alle parodie degli altri (o di se stesso), da scrivere chilometrici commenti nei blog rimbeccando questo e quest'altro...? Che cos'altro NON si sta facendo, mentre si passa il proprio tempo in questo modo? NON si sta facendo che cosa, facendo QUESTA cosa? NON si sta lavorando in ufficio, NON si sta studiando in casa o in biblioteca, NON si sta leggendo un libro o un quotidiano sportivo, NON si sta uscendo al freddo o al sole...? Per NON fare CHE COSA si fa QUESTA cosa, Giulio? C'è n'è davvero così tanto, di tempo, per non fare le cose? E' la mia domanda, Giulio. A volte, quando passo il tempo in rete, so che cosa sto NON facendo: sto NON scrivendo, sto lontano dalla paura che mi fa affrontare la scrittura, la mia scrittura: magari scribacchio mail, o posto commenti come ora, cioè muovo la sintassi, faccio qualcosa che è apparentemente apparentato alla scrittura, ma so che sono scappato via in un simulacro di scrittura, per calmare la mia paura di fallire di fronte alla scrittura vera, il timore di fissare il broncio taciturno della Musa. Ma lasciamo perdere quello che capita a me. Mi chiedo (ti chiedo): che cosa SOSTITUISCE, che cosa COPRE tutto questo spreco di tempo? Che idea te ne sei fatta, tu, Giulio? Lasciamo stare il valore dei tuoi scritti che metti qui (spesso altissimo), e la loro capacita' di suscitare reazioni (come vedi, anche adesso me ne hai suscitata una mica da poco). Che effetto ti fa assistere allo spettacolo di persone che 6, 7 volte al giorno vengono qui (e non solo qui...) a pubblicare tre cartelle o anche tre righe alla volta, che tornano a vedere se qualcuno li ha mezzo offesi, nominati, sbuguardati, irrisi, vellicati...? Che vita conducono? Che vita sostituisce, QUESTA vita? Al posto di quale luogo sta questo sito? Pace e bene a tutti Tiz
Tra le varie risposte a Tiziano, comparse sempre nei "commenti" allo stesso mio post, riporto quella di Pamela Canali:
Caro Tiziano Scarpa, io non percepisco il tempo passato a leggere e scrivere commenti sul blog di Giulio Mozzi come tempo perso, rubato ad altre attività. Per me questo blog è un salotto letterario, il salotto che mi mancava nella mia vita quotidiana. Non tutti hanno la fortuna di frequentare persone che abbiano gli stessi interessi. Mi sembra che Giulio Mozzi, con questo blog, risponda perfettamente alla mia esigenza. Lei, che penso lavori in una casa editrice [non è così; Tiziano lavora anche "per" una casa editrice, ma non lavora "in" una casa editrice. gm], oltre che scrivere, non credo possa immaginare il piacere che prova una persona tagliata fuori, dall'incontrare, seppure virtualmente, altre persone che scrivono e ragionano di letteratura. Lei non può sapere che, dietro questo blog, c'è una fitta rete di scambi. Viaggiano altri pensieri, viaggiano testi scritti, pareri, nascono amicizie. Io credo che lo strumento blog sia bellissimo e terribile. Bellissimo perché mette in contatto persone lontane tra loro, in modo istantaneo. Terribile perché dalla velocità e dalla fretta possono nascere gravi incomprensioni che comunque, in questo blog, finora, mi sembra si siano chiarite, fuori e dentro il blog. Personalmente non mi sembra di di scrivere di meno e vivere di meno, perché leggo questo blog e magari ogni tanto commento o scrivo una storia, mi sembra invece di portare qualcosa in più, qualcosa che mancava, nella mia vita. Ho avuto l'occasione di scrivere delle piccole cose che non avrei mai scritto se non avessi avuto uno stimolo. Le faccio notare che Giulio Mozzi, sul blog, spesso lascia i suoi racconti aperti, provocando lo scaturire di altre storie, e Giulio non fa niente a caso, come Lei sa. Le ricordo inoltre che la parodia è un genere letterario. Mi sembra che non ci sia nulla di male, ma che anzi sia lodevole questo tentativo, che peraltro mi sembra bonario e affettuoso.
Ecco: ciò che io penso della faccenda, è ciò che ne pensa Pamela. Se mando avanti questo diario, è perché penso che "dall'altra parte" ci siano persone che di questo che scrive Pamela potrebbero dire: "Sì, più o meno è così".
Aggiungo: che due simpatiche canaglie mettano in piedi delle parodie di questo diario, è cosa che mi diverte. Mi diverte molto, ad esempio, questo intervento di Treno e telefonate, che prende spunto da quest'altro di Papino. Mi diverte e basta, non vado a pensare altro. Penso che si stuferanno dopo un po' (Furio Bozzi sta postando moltissimo: ma gli inizi sono sempre facili). Penso che per me (non so per gli altri) le parodie siano salutari. Come diceva la mamma di Brazil (un amico di mio fratello): "Un'umiliazione ogni tanto fa bene". Penso che le parodie possano stare sullo stesso piano delle umiliazioni (quando ti rendi conto che sei facilmente parodiabile, e che le parodie magari pure funzionano, ti vengono in mente un sacco di pensieri).
Poi, succedono le cose curiose. Ad esempio Emanuele Giordano/Luminamenti, rispondendo allo stesso Scarpa negli stessi "commenti" allo stesso post, dice tra l'altro:
[...] Non mi è piaciuto proprio l'intervento di Tiziano Scarpa sempre che sia Tiziano Scarpa [lo è. gm]. Cmq, m'interessa ancora meno se è lui che ha detto quelle cose o chiunque altro. M'importa di più il contenuto, il detto! E sebbene gli argomenti tirati fuori sono degni d'essere a livello di domanda e di problema, il mio rammarico, la mia debole impressione è che il suo modo di porgere le domande aveva per interlocutore solo Mozzi mentre gli altri erano le cavie per le analisi psisociologiche. Poteva allora rivolgersi a Mozzi in privato. In pubblico sarebbe stato più carino chiedere a Mozzi sì come a chiunque altro. [...]
E sempre lì scrive a un certo punto Giuseppe Iannozzi:
[...] Giulio Mozzi non si fa più sentire: è stato costretto a destino non dissimile a quello dell'Ebreo Errante. Il povero Giulio credeva di avere un Blog, una terra, ma si era illuso. [..]
In sostanza: l'interventismo accanito di queste due persone ha come scopo (magari non unico) quello di modificare la proprietà del diario. Emanuele Giordano/Luminamenti si arroga il diritto di stabilire chi può e chi non può scrivere nei commenti. Giuseppe Iannozzi gongola nel pensare che io mi trovi esiliato dal mio stesso diario.
Il che, non so come dire, mi sembra un modo curioso di stare al mondo.
Metto su il caffè. Suona il telefono. Rispondo.
"Buongiorno, signor mozzi, sono F* Loredana", dice Loredana.
"Buondì Loredana", dico.
"Ecco, signor mozzi, lei aveva detto, che potevamo sentirci oggi", dice Loredana.
"Sì", dico. "Certo".
"Ecco", dice Loredana.
Io non sono molto sveglio.
Dopo tre giorni di Ricercare, avrei dovuto dormire un po' di più.
"Allora...", comincio.
"Allora, signor mozzi", dice Loredana, "io mi sono consigliata con il fotografo e con il video-operatore, e sono stata consigliata di offrirle per questa prestazione 300 euro, netti".
"No", dico, "non è questo il punto. Vede, Loredana, io credo che i testi per il vostro album fareste meglio a scriverveli da voi".
"Cioè?", dice Loredana. La voce è perplessa.
"Cioè penso che lei e suo marito", dico, "potreste, una volta che il fotografo avrà fornite le fotografie, scrivere dei testi da inserire nell'album".
Ho la sensazione di non essere capace di parlare.
"No guardi, signor mozzi, forse non ci siamo spiegati", dice Loredana. "Io voglio che il mio matrimonio venga bene. Per questo non ho voluto che le foto le facesse mio cugino, anche se è bravo, e non ho voluto che le riprese le facesse mio zio, che tra l'altro non è neanche bravo. E il vestito l'ho comperato a Milano, e per il pranzo abbiamo affitato una sala storica e facciamo venire un catering da Venezia. Mi spiego?".
"Mi spieghi", dico.
"Ecco, signor mozzi", dice Loredana, "voglio dire che io ci tengo a fare un matrimonio veramente professionale, non con le solite cose fatte in casa, ma con dei veri professionisti, sia per la cerimonia sia per tutto. Ad esempio prima dell'estate il mio fidanzato e io abbiamo frequentato un corso di portamento, perché il portamento è importante, e ancora prima, perché prendersi per tempo è importante, avevamo avuto l'appuntamento con il segretario del vescovo per scegliere la chiesa e il sacerdote. Insomma, lei capisce, io ci tengo. Niente improvvisazioni. Voglio dei professionisti. E lei, secondo le informazioni che ho preso, è un professionista".
"Ma", dico, "non so, per quanto mi riguarda lei si sta fidando del consiglio di un'amica...".
"Signor mozzi", dice Loredana, "se ha voglia di dirmi di no non si faccia scrupolo di dirmi di no, e soprattutto non mi faccia perdere tempo. Il mondo è pieno di professionisti, per così dire. Quanto a lei, ho preso le mie informazioni".
"Cioè?", dico. Ora sono definitivamente sveglio.
"Intanto ho fatto un giro nell'internet, e ho visto che lei c'è", dice Loredana.
"Oibò", dico, "nell'internet c'è di tutto".
"Sì, signor mozzi", dice Loredana, "ma c'è chi c'è in un modo e c'è chi c'è in un altro. E lei c'è nel modo che mi va bene. Poi ho chiesto in giro".
"Cioè?", dico.
"Ho telefonato ai giornali", dice Loredana. "Ho chiesto se lei è veramente famoso".
"Le hanno risposto di no, spero", dico.
"Mi hanno detto che nelle prossime settimane un suo libro uscirà in allegato alla Repubblica", dice Loredana.
"No, per carità!", dico. "Uscirà un mio libro in allegato al Mattino di Padova, non alla Repubblica!".
"Meglio", dice Loredana. "Il Mattino di Padova ha molti più lettori".
"Sta scherzando?", dico.
"Signor mozzi, sono serissima", dice Loredana. "Basta andare in un bar qualunque. Hanno tutti il Mattino di Padova, qualcuno ha il Gazzettino. Ma la Repubblica, non l'ho mai vista da nessuna parte".
"Aiuto", dico.
"Prego?", dice Loredana.
"Niente", dico. "Senta: rinuncio a consigliarvi di scrivervi da soli i vostri testi. Io non sono disponibile, e non perdo tempo a spiegarvi perché. Però posso indicarvi un mio conoscente, al quale ho parlato della cosa, e che si è dichiarato interessato".
"Chi", dice Loredana, "quello che è intervenuto nel blog?".
"Sì", ammetto.
"Ho fatto una ricerca, signor mozzi", dice Loredana, "ma quello non mi sembra un professionista".
"Ma", dico, "veda lei. L'indirizzo ce l'ha".
"Va bene, signor mozzi", dice Loredana, "mi pare che ci siamo detti tutto".
"Sì", dico.
"Allora la saluto", dice Loredana. "Mi dispiace che lei non abbia accettato la nostra offerta, ma pazienza".
"Una cosa", dico.
"Sì, signor mozzi?", dice Loredana.
"Loredana", dico, "lei ama suo marito?".
"Mio marito è perfetto", dice Loredana.
Ci salutiamo.
Arrivo a Reggio Emilia alle otto di sera. Cammino fino all'Hotel Posta. Metto giù le mie robe. Scendo. Dico all'omino: "Devo andare all'ostello della gioventù. Mi sa dire la strada?".
All'ostello, alle nove, c'è una lettura dei ragazzi di Bombacarta, organizzata da Giuseppe Caliceti come "manifestazione collaterale" a Ricercare.
L'omino dice: "Guardi, esca di qua, giri a destra e subito a destra in via Emilia, la prima a sinistra dopo la Standa, trova l'ostello in fondo. Non può sbagliarsi, è una strada chiusa".
Esco nel freddo. Sono le nove meno un quarto.
Esco in via Emilia. La Standa. La prima a sinistra. Non è una strada chiusa. Cammino. Non trovo l'ostello. Torno in via Emilia. Mi guardo intorno.
Provo a chiamare Giuseppe. Il suo telefono è spento. Giustamente.
Passano tre giovinotti.
"Scusate", dico, "sapete dirmi dov'è l'ostello?".
"Guardi", dice uno, "non sappiamo, noi siamo di Brescia. Siamo qui per lavoro. E' la prima volta che siamo a Reggio".
"Grazie", dico.
Cammino un po' avanti per la via Emilia.
C'è una coppietta. Guardano una vetrina di biancheria per la casa.
"Scusate", dico, "sapete dirmi dov'è l'ostello?".
"No", dice lui.
"No", dice lei, "ma è qui vicino".
"Sa la direzione?", dico io.
"No", dice lei, "ma è qui Vicino".
Fuonchin fuochetto, penso.
Sto lì fermo un po'. Se è qui vicino, non mi muovo. Passerà pur qualcuno.
Arriva uno col cappotto (fa freddo, infatti; e piove).
"Scusi", dico, "sa dirmi dov'è l'ostello?".
L'uomo si ferma, mi guarda fisso, come folgorato. Poi dice, con voce esageratamente alta, facendo ampi gesti: "Guardi, vada fino in fondo alla via Emilia, al semaforo. Giri a sinistra, dove c'è il negozio della Levi's. E' lì". E se ne va, a passo deciso.
Per un momento penso che somiglia a Romolo. Ma somiglia a Romolo quando dice cose insensate.
Comunque cammino. Fino in fondo alla via Emilia, cioè verso la stazione. Arrivo al semaforo. Nessun negozio della Levi's.
C'è un baracchino bar. Un tipo sulla settantina sta lì, sulla porta, in piedi.
"Scusi", dico, "sa dirmi dov'è l'ostello?".
"Non è più lì", dice.
"E adesso dov'è?", dico.
"Non lo so. Ma non è più lì", dice.
"E dov'era?", dico.
"Dietro la Standa", dico.
Ah, ecco, penso. Si comincia a capire.
Torno verso il centro, verso piazza del Monte.
Arrivo alla Standa. Prima avevo esplorata la via dopo la Standa venendo dal centro. Adesso esploro la via dopo la Standa venendo da fuori, cioè prima della Standa venendo dal centro.
E' una strada chiusa. In fondo c'è un cancello con scritto: "Residenza universitaria". Evidentemente qui c'era l'ostello prima. Entro nel cortile. Vado alla porta. Intravedo un ragazzo, dentro. Gli faccio dei segni. Lui viene alla porta.
"Buonasera", dico. "Io cercavo l'ostello".
"No", dice lui, "questa è la residenza universitaria". Ha l'accento siciliano.
"Ecco", dico, "l'ostello prima era qui. Sa mica dov'è, adesso?".
"No", dice il ragazzo.
"Grazie", dico.
Torno in via Emilia. Chiamo il servizio 412 di Vodafone. Chiedo l'indirizzo dell'ostello. La ragazza mi dà un indirizzo.
Due ragazzi dall'aria simpatica stanno legando la bicicletta.
"Scusate", dico, "sapete dirmi dov'è via Tale?".
I due ragazzi si guardano.
"Be'", dice uno, "è dall'altra parte della città".
"Cercavo l'ostello", dico.
"L'ostello è proprio qui", dice il ragazzo, "in fondo a questa via".
"No", dico. "Non è più qui. Adesso qui c'è la residenza universitaria".
"Ah", dice il ragazzo.
"Sarà verso la stazione", dice l'altro ragazzo.
"Ho chiamato il 412", dico. "Mi hanno dato l'indirizzo di via Tale".
"Impossibile", dice l'altro ragazzo. "Comunque via Tale è dall'altra parte della città".
"Vabbè", dico io. "Grazie".
Sono le dieci.
Lascio perdere e vado alla trattoria La Tavernetta. Quella so dov'è. Ci trovo Nanni Balestrini, Rossana Campo, Silvia Ballestra. Stanno mangiando il dolce. Mi ordino un piatto di pasta. Arriva poi Enzo Golino. Chiacchieriamo.
Appena ho finito il piatto di pasta, mi suona il telefono. E' Giuseppe.
"Giulio! Ma dove sei?", dice Giuseppe.
"Eh", dico, "ho cercato l'ostello, ma non l'ho trovato".
"Ma come! Ti avevo detto: vicino al Palasport".
Era vero. Non me lo ricordavo.
"Ma, in somma, ho chiesto all'albergo, ho chiesto in giro", dico, "e mi hanno mandato di qua e di là. Ho girato un'ora, e poi mi sono stufato".
"Vieni da noi?", dice Giuseppe. "Siamo in via Emilia".
"Dove?", dico.
"Davanti alla Libreria dell'Arco", dice Giuseppe.
"Arrivo", dico.
Saluto, esco, trovo subito i ragazzi. Andiamo da Giovanni. Ci sono anche Michela Carpi, Guido Conti, altri ragazzi che ho già visti.
Mangio un altro piatto di pasta. Chiacchieriamo.
Avevo una fame da lupo. All'una e mezza sono a letto.
Mi faccio delle domande, quando trovo questo (come se non bastasse questo). Mi domando, ad esempio, quali sarebbero le domande giuste. Chi lo sa?
Kìmota ha pubblicato altre immagini di opere del Grande Artista Sconosciuto. Un ulteriore tentativo di restituire la luce della Cleopatra; due tentativi, uno più suggestivo, l'altro forse un po' spettrale, di fotografare la Madonna matematica (qui e qui; e infine un particolare del quadro a tempera (gli altri sono a olio) La sposa. Mille grazie a Kìmota.
Suona il telefono. Sto per uscire, devo prendere il treno per Vercelli, ma ho dieci minuti. Rispondo.
"Buongiorno, sono F* Loredana, parlo con il signor mozzi giulio?", dice una bella voce di donna.
"Sì", dico, "sono giulio mozzi".
"Ecco, signor mozzi, mi ha dato il suo telefono una mia amica, B* Adriana, che ha frequentato un suo corso...", dice Loredana.
"Adriana", dico, "sì. Quella alta, bionda, da Montegrotto".
"Ecco, signor mozzi, sì, sono anch'io da Montegrotto, posso disturbarla?", dice Loredana.
"Sì", dico. "Tra dieci minuti devo uscire, ma ho dieci minuti".
"Ecco, signor mozzi, vede, Adriana mi ha consigliato di rivolgermi a lei, perché ha frequentato un suo corso", dice Loredana.
"Ho capito", dico. "In che cosa posso esserle utile?".
"Ecco, vede, signor mozzi, io tra due settimane mi sposo", dice Loredana.
"Felicitazioni", dico.
"Grazie. Ecco, signor mozzi, e io naturalmente adesso sto pensando a tutte le cose, il pranzo, il fotografo, il video, il vestito, i parenti, tutte quelle cose lì", dice Loredana.
"Un duro lavoro", dico.
"Eh sì, certo", dice Loredana.
"E io", dico, "in che cosa posso esserle utile?".
"Ecco, vede, signor mozzi, io pensavo di fare un album delle fotografie, e anche un video, che siano belli", dice Loredana.
"Sì", dico.
"Io naturalmente ho visto gli album e i video di tutte le mie amiche che si sono sposate prima di me, e ho visto che hanno tutti un difetto".
"Dica", dico.
"I video hanno tutti musica, ma non hanno parole. E gli album hanno solo le foto, non hanno testi".
"Ah", dico.
"E allora, mi sono detta, per avere dei testi per l'album, delle didascalie, e delle parole per il video, per esempio una voce fuori campo, o anche delle cose che ci diciamo io e Mario - Mario è il mio fidanzato -, avevo chiesto ad Adriana, perché aveva fatto il corso di scrittura creativa", dice Loredana.
"Adriana è brava", dico, speranzoso.
"Ma Adriana mi ha detto che secondo lei era meglio se mi rivolgevo direttamente a lei, che è uno scrittore professionista, naturalmente pagando il giusto, com'è giusto, visto che pago anche il fotografo e il video-operatore", dice Loredana.
"Senta", dico.
"Sì, signor mozzi", dice Loredana.
"E' la prima volta che mi viene fatta una proposta del genere", dico. "Vorrei pensarci un momento. Tra un minuto devo uscire, andare a prendere il treno. Sto via qualche giorno. Torno domenica sera. Ci sentiamo lunedì mattina?".
"Lunedì mattina. A che ora?", dice Loredana.
"Alle nove", dico.
"Va bene, signor mozzi, allora la chiamo lunedì alle nove", dice Loredana.
"Bene. Grazie", dico.
"Grazie a lei", dice Loredana.
Metto giù. Chiamo un taxi. Se riesco a prendere il treno, è pura fortuna.
Come ho già segnalato nei giorni scorsi (qui e qui) è arrivato nei giorni scorsi in libreria il romanzo di don Luisito Bianchi La messa delll'uomo disarmato, pubblicato dall'editore Sironi nella collana "indicativo presente", della quale ho la responsabilità (qui la scheda editoriale).
In realtà il libro era già stato stampato (ma non veramente "pubblicato") più di dieci anni fa: a cura degli amici di don Luisito Bianchi. Aveva circolato passando di mano in mano, consigliato o donato da persona a persona.
E' un libro, secondo me, molto forte e bello.
In casa editrice lo portò Paola Borgonovo (che guida il gruppo redazionale). Se a qualcuno va ascritto il merito della (ri)pubblicazione di questo libro così forte e bello, è a lei.
Qualche giorno fa le ho scritto: "Cara Paola, hai voglia di scrivermi un pezzo, magari in forma di lettera, o nella forma che vuoi, nel quale dici che effetto ti fa la pubblicazione della Messa? Così, io lo pubblicherei nel blog. A me piacerebbe farlo".
Questa è la lettera che Paola mi ha scritto:
caro giulio,
mi chiedi che effetto mi fa vedere La messa dell'uomo disarmato pubblicata. Ci provo a dirtelo, ma devo partire un po' da lontano. Circa dieci anni fa (mese più mese meno), un'amica - un'amica cara - mi regala una copia del romanzo nell'edizione pro manuscripto. La sua dedica dice, più o meno, ti regalo questo libro perché è molto bello e, testuale, "...perché tengo a dividere con gli amici quello che mi capita". Questo è stato l'inizio, per me. La scorsa estate (2002) presto il mio volume della Messa (familiarmente detta) a Enrica, in una sorta di più o meno cosciente elezione. Lei torna dalle vacanze e mi dice quanto sta amando questo libro e mi dice anche che "questo libro fa accadere cose". Per me è stato come il chiudersi di un cerchio: un'amica ha voluto condividere questo romanzo come si condivide un fatto, un evento - bello - e un'altra amica me lo ha restituito nello stesso modo. Così, mi rendo conto che, per quanto mi riguarda, questo libro (già a monte, cioè prima che iniziasse il nostro lavoro editoriale) è l'origine di una catena di fatti che si sono verificati e succeduti per sua forza. Non intendo dire solo che ha catalizzato eventi, ma proprio che li ha generati. Così, in estrema sintesi, vedere la Messa pubblicata, vederla in libreria, mi dà l'idea che un fatto, un evento bello sia in circolazione e che potrà andare ben più lontano della mia copia originaria - la copertina bianca ormai più che grigia e sporca - che è passata credo almeno per venti paia di mani, comprese le tue, giulio.
La Messa mi ha confermato alcune cose che già mi giravano in testa. Ad esempio, con Paolo quasi vent'anni fa ci eravamo fatti un ex libris, con su scritto "la verità vi farà liberi", perché ci pareva che i libri fossero per noi una strada importantissima di questa interminabile ricerca. Ho applicato con particolare convinzione il nostro ex libris alla Messa, perché è un libro che con la verità c'entra moltissimo. Non lo dico perché penso che dica o insegni "la verità". Lo dico perché è un libro che è nato per necessità, che si porta dentro la propria necessità. Questo non so spiegartelo bene; al succo di questo libro sento di aderire profondamente, ma non sarebbe bastato questo per farmelo amare tanto e perché assumesse per me la forza di un evento, se non fosse per la necessità che ne è la fonte e la giustificazione. Questa cosa non ci sarebbe stato bisogno di saperla direttamente da Luisito, perché la Messa ne parla da sola. Poi la Messa c'entra molto con la libertà. Non perché parla della Resistenza, ma perché come tutta la letteratura che (secondo me) è buona e grande letteratura non impone e non si preoccupa dei suoi esiti. Gli esiti appartengono a chi legge e non a chi scrive. La pretesa di governare gli esiti credo sia la peggiore trappola in cui oggi cadono molti autori. E infine la Messa c'entra molto con la Memoria. Devo dire che mi ha abbastanza impressionata leggere quello che hai scritto tu, sul fatto che in questo libro il desiderio e il sogno di un futuro diverso si radica in un passato già sperimentato. Io ci ho sentito fortissimamente la potenza della memoria, perché questo libro non "parla" della memoria "è" proprio lui memoria e lo è, direi, cattolicamente: non ricordo, cioè, ma attualità, non passato ma presente. I Morti non tacciono, ma parlano e sono, non li portiamo dentro di noi, ma ci portano. Poi la Messa c'entra molto con la resistenza (sì, minuscolo) e la responsabilità. Nelle sue note finali, Luisito data sulla base di un suo personale calendario: a 58 anni dal 25 aprile e nel LX anno di resistenza. Queste non sono categorie dello spirito: sono rampini che ti agganciano a una storia non conclusa, che ti impongono un paragone e un confronto. Qual è la resistenza che (non?) sto combattendo? Di fronte a chi porto la responsabilità di (non?) combatterla? E il confine, il confine dove passa? fuori di me? o dentro di me? Io, che ancora non ho quarant'anni, so di poter essere anch'io nel LX di resistenza, purché mi assuma la responsabilità di questa storia, di questa vita. Poi la Messa c'entra moltissimo con la bellezza (ricordi quello che dicevi sulle possibili ragioni che muovono a leggere un libro? una era "elevarsi spiritualmente contemplando la bellezza" ). Questo non c'entra solo con l'evidente letterarietà (quella per la quale abbiamo scomodato quei "nomoni" che Onofri ci ha rimproverato. Forse lui non ha torto, anche se io continuerei a fare paragoni altisonanti. Non tanto per contiguità estetica, ma per significare analogia di potenza e di valore). Per me c'entra con il sentimento, che provo, di corrispondenza tra quanto leggo e un desiderio che avevo e non sapevo di avere e che si trova, gratuitamente, almeno in quel momento acquietato.
Tante cose che ti ho scritto mi sono già capitate con altri libri. Forse però è la prima volta che le vivo tutte insieme.
Ti immagini giulio, cosa possa provare ad aver contribuito a che questo libro fosse pubblicato. Felicità e la conferma di una verità lapalissiana (forse). L'ho scritta nella scheda per gli agenti: "È forse questa una esemplare conferma di ciò che è il lavoro di un editore: incontrare un libro bellissimo, amarlo e metterlo a disposizione di più persone possibile".
ciao
paola
Come promesso, Kìmota ha cominciato a pubblicare alcune delle foto digitali da lui scattate durante una visita alla minuscola abitazione del Grande Artista Sconosciuto.
Per ora ha pubblicato un particolare del Cristo in croce circondato da angeli mongoloidi, lo schizzo d'un altro Cristo, e due diverse immagini della Cleopatra con l'aspide: una e due.
Altre immagini, dice Kìmota, seguiranno domani. Grazie
Due giorni senza prendere un treno: quasi un record!
Ma tra un po' parto. Questa sera sono, alle 21, alla libreria Gattacicova di Vercelli per la presentazione del libro Effetto globale. Interverranno Andrea Pacella e Paolo D'Abramo del Vercelli Social Forum; Alberto Odone, che da anni tiene corsi di scrittura creativa all'Università Popolare; e Gianluca Mercadante, autore di un racconto incluso nel libro. Effetto globale contiene i racconti vincitori del "concorso socio-letterario" proposto annualmente dall'Arci di Padova.
Domani, giovedì 23, sarò a Milano per un paio d'appuntamenti, dentro e fuori la casa editrice. In serata prenderò un treno per Reggio Emilia, dove spero di assistere anche a ciò che combineranno i ragazzi di Bombacarta, ivi invitati da Giuseppe Caliceti. Da venerdì a domenica si svolge a Reggio la "tre giorni" di Ricercare. Rientrerò a Padova domenica sera. Il mio pc nuovo fiammante mi seguirà, ma non so bene se, quando e quanto potrò essere presente qui, in questo diario.
Kìmota annuncia la prossima pubblicazione delle opere del Grande Artista Sconosciuto. Intanto potete osservarne il nobile profilo.
Sta succedendo qualcosa di grosso, mi pare, dalle parti di Marco Candida. L'ho perso di vista per qualche giorno, adesso sono le ore zero e venti e qualche minuto, e non ci ho tempo né testa di leggere e capire tutto. Devo dormire. Ma mi pare che stia succedendo qualcosa di grosso. Andate un po' a vedere anche voi. Grazie.
Toctoc alla porta. Vado ad aprire. E' mio padre.
Mi guarda.
Sono in braghe della tuta vecchia, ciabatte, maglione a righe. Spettinato. Sono le quattro del pomeriggio, non sono mai uscito di casa, non mi sono ancora lavato. E' dalle sette e quaranta di stamattina che sto davanti al pc.
"Non vai a lavorare, oggi?", dice mio padre.
"Sto lavorando da stamattina", gli dico.
"Ah", dice.
Entra. Chiudo la porta. Si siede sul divano.
"Dimmi", dico.
Mi siedo sulla sedia girevole della scrivania.
"Ti servono i quotidiani degli ultimi tre mesi?", dice.
"No", dico. "Non credo".
"Ah", dice. "Bene".
Fa per alzarsi.
"No, scusa", dico. "Come mai questa domanda".
"Niente", dice. "Pensavo che potessero servirti".
"Ma a che cosa pensavi che potessero servirmi?", dico.
"Non so", dice. "Per raccogliere gli articoli che ti riguardano".
"Ma no!", dico. "Quello che mi serve, ce l'ho lì dentro"; indico il pc.
"Lì dentro?", dice.
"Sì", dico. "Se c'è un articolo che mi serve, lo tiro giù dalle edizioni in rete. E poi c'è l'ufficio stampa a Milano. Lì raccolgono tutto".
"Ah", dice lui.
A questo punto non so bene che cosa fare.
"Ma tu", dico, "hai tenuti tutti i giornali degli ultimi tre mesi?".
"Sì", dice lui.
"Corriere, Gazzettino, Famiglia cristiana, tutto?", dico.
"Sì", dice.
I miei nipoti (ne ho cinque, tra i cinque e gli undici anni) ogni tanto mi prendono da parte, quando vado da loro, e mi dicono un segreto, oppure mi fanno vedere un loro tesoro. Il segreto è sempre una cosa banalissima, e il tesoro è un oggettino da nulla. Ma so che per loro, in quel momento, sono cose importantissime. E importantissimo è condividere con me, lo zio che regala i libri e racconta storie, un segreto o un tesoro. E' importantissimo per cinque minuti, ma per cinque minuti è importantissimo.
"Dove li tieni?", dico.
"In studio", dice.
Effettivamente, quando salgo dai miei, il suo studio è la stanza dove non metto mai piede.
"Fammi vedere", dico.
"Ma se non ti interessano", dice.
"Mi è venuta in mente una cosa", dico.
Prendo l'agenda.
"In settembre Tullio è stato alla Festa dell'Unità di Bologna in una serata cinquanta e cinquanta con Faletti", dico mentre saliamo, "e mi hanno detto che il Corriere ha fatto un pezzo. Io però non l'ho mai visto".
Non è vero. Non so se il Corriere ha fatto un pezzo. Ne dubito. Sto improvvisando.
Andiamo in studio. Mezza parete è coperta da sacchetti del supermercato pieni di giornali. Su ogni sacchetto sono scritte le date. Ogni sacchetto contiene una settimana di giornali.
Controllo l'agenda. La serata a Bologna è stata il 10 settembre. Controlliamo i giornali dell11 e del 12. Mi fa uno strano effetto, aprire i giornali dell'11 settembre. Parlano di tante cose, fuorché di quella.
Non trovo nessun articolo su Avoledo-Faletti.
"Guardiamo nei giorni 20 e 21. Se c'è qualcosa su Pordenonelegge", dico.
Guardiamo. Troviamo.
"Ecco", dico. "Questo non l'avevo visto". Il che è vero. Ma non mi importava nemmeno vederlo.
"Bene", dico, con il giornale in mano. "Adesso lo leggo".
"Allora questi non ti servono più?", dice mio padre.
"No", dico. Esito un momento. "E neanche questo mi serve, in fondo", dico. "Leggo l'articolo e poi non mi serve più".
"Ma non tieni un archivio?", dice.
"No", dico, "non giù da me. A Milano c'è l'archivio di tutto. Sono anche abbonati all'Eco della stampa".
"Ah", dice.
Stiamo in silenzio. C'è una cosa da dire. Alla fine la dice lui.
"Allora questi li posso buttare?", dice.
"Sì", dico.
"E in futuro non li tengo?", dice.
"No", dico, "non tenerli. Non serve. Grazie per il pensiero, ma non serve".
Rimaniamo lì, mani in mano.
"Ti aiuto a portarli via", dico. "La campana della carta è distante".
"Non è così distante", dice lui.
"Vabbe'", dico, "ma facciamo un giro in meno".
"Possiamo prendere il carrello per la spesa", dice lui.
"Bene", dico. "Prendiamo anche quello".
"Ma tu non puoi uscire così", dice.
Sono pur sempre in ciabatte, braghe della tuta vecchia, maglione a righe. E i miei capelli sono molto fuzzy.
"Per andare da qua fin là", dico, "basta e avanza. Oppure aspetti un momento che mi vesto".
Scendo da me, mi vesto, mi do un colpo di spazzola, salgo di sopra. Portiamo tutti i giornali alla campana della carta. Pioviggina un poco.
L'altro, quello che non sono io, è tornato. Invece Papino ne ha trovati due.
Diceva l'Umberto (un po' di sere fa, mentre fumavamo in cabina di proiezione, o forse mentre bevevamo birra al pub inglese gestito dai cinesi): "Tu che hai messa tanta enfasi, caro giulio, fin dal principio, sulla faccenda del nome e dell'identità, ti ritrovi a essere l'unico blogger la cui identità è continuo oggetto di discussione, seriosa o dileggiante. Così impari".
Che dire?
Allora: il fatto è di qualche giorno fa, ma oggi trovo il tempo di raccontarlo. Siamo in quattro: Kìmota, Ale Brèkane, Lieveansia (che vedo per la prima volta) e io, a bere uno spritz al Gancino, verso le otto, in piazza Duomo a Padova. Siamo al tavolo vicino alla porta, quello con gli spifferi. Fuori è già buio. Improvvisamente, nel nero della vetrata che mi sta difronte e dà sulla piazza, appare, in una luce caravaggesca (gli piove dall'alto il faro del sottoportico), la testa pelata del Grande Artista Sconosciuto. Gli faccio segno di entrare. Lui entra.
Dico agli altri: "Vi presento il Grande Artista Sconosciuto".
Lui dice: "Ero uscito a fare due passi".
Gli altri dicono: "Ah! Il Grande Artista Sconosciuto!".
Lui dice: "Poi vado a lavorare".
Dopodiché si parla del più e del meno, con una netta prevalenza del più. Il Grande Artista Sconosciuto e Kìmota si infervorano in una discussione su vizi e virtù della fotografia digitale (Kìmota) e tradizionale (il Grande Artista Sconosciuto). Io perdo un po' di fili del discorso, ma non è grave. Poi il Grande Artista Sconosciuto ci saluta e se ne va.
La mattina dopo, alle dieci e qualche minuto, sono con Kìmota nel cucinino-atelier del Grande Artista Sconosciuto. Io ho un mal di testa feroce. Ci sono quadri dappertutto, a vari stadi di lavorazione. Il Cristo con due teste circondato da angeli mongoloidi non ha più il fondo nero, ma un fondo coloratissimo e popolatissimo. In un angolo giace la Cattura di Cristo (da Caravaggio), molto più progredita di come l'avessi vista ultimamente. La Cleopatra con l'aspide è al suo posto, mentre messa da parte, addirittura voltata, è la Madonna matematica alla quale il Grande Artista Sconosciuto ha dedicati mesi e mesi (quest'estate non faceva altro che tornarci sopra). La Medusa che voglio acquistare è splendida nella sua cornice nuova. Appoggiato al lavello c'è un quadro appena abbozzato: una Madonna con il cuore in mano. Quello che si capisce bene è che il cuore sarà un vero cuore, da trattato di anatomia, e non una cosa stilizzata. Vedremo.
Kìmota si aggira per la stanza (ossia: ruota su sé stesso; lo spazio è minimo), mentre io chiedo un caffè. Il Grande Artista Sconosciuto sposta la Madonna con il cuore in mano, si fa largo verso il fornello e il lavello. Kìmota, intanto, comincia a scattare.
"L'altro giorno ho seguito un consiglio del mio professore", dice il Grande Artista Sconosciuto, intendendo il professore con il quale si è laureato in matematica. Intando fruga nell'armadietto alla ricerca del caffè. "Mi ha detto: Prendi quel quadro lì e véndilo, così campi un altro paio di giorni".
Il quadro in questione è una Madonna ispirata ad Antonello da Messina.
"Allora", continua il Grande Artista Sconosciuto, "ho preso il quadro e sono andato da un gallerista dalle parti di Sant'Antonio. Uno che ha tutta roba devozionale, Cristi, Madonne, inginocchiatoi, messali, cose così. Gli faccio vedere la mia Madonna e lui dice: No. E' brutta. E io guardavo tutti gli orrori che aveva lì dentro in bottega".
Kìmota sta decisamente puntando la Cleopatra. Io dico: "Sì, ma ci fai un caffè?".
"Subito", dice il Grande Artista Sconosciuto. Trova un cucchiaio di plastica, si volta verso di me, agita il cucchiaio nell'aria. "La sera poi sono tornato da lui e gli ho detto: ma com'è possibile che con tutte queste schifezze che hai qua non ti prendi la mia Madonna. E lui mi ha detto: Vedi, Grande Artista Sconosciuto: una Madonna come la tua, intendo del valore e del prezzo come la tua, qui in bottega deve starci non più di due ore. Deve andare via subito, hop! Ma invece la tua Madonna è bella, è dipinta come si deve, però vedi: è cupa, è seria, non è commovente, non è rassicurante. Capisci che cosa mi ha detto?".
"Sì", dico. "Capisco. Il caffè?".
"Subito". Prende la macchinetta, la sciacqua, riempie la base di acqua e il filtro di caffè. Accende il fuoco. Kìmota sta cercando di prendere dei particolari del Cristo con due teste.
Il Grande Artista Sconosciuto accende il fuoco sotto la Moka. Poi si volta, fruga nell'armadio, prende un santino della Madonna, me lo mette sotto il naso e dice: "E' bello, questo?".
"Ma", dico io, "sembra un tipo di bellezza un po' campagnola". Il santino riproduce il volto d'una statua in ceramica. Davvero bruttina.
"Ecco", dice il Grande Artista Sconosciuto. "Ma così io ho capita una cosa importantissima".
"Dimmi", dico. Kìmota armeggia con la lampada da tavolo, per portare sul Cristo la luce migliore possibile.
"Ho capito che se queste sono le cose veramente popolari, allora questa è la direzione nella quale io devo andare. Quel gallerista, con tutte le sue considerazioni, mi ha mostrata una finestra strettissima, e attraverso quella finestra io devo passare. Perché, a che cosa serve se dipingo i quadri e me li tengo io? Se il guardi tu, se ogni tanto viene qualche tuo amico o qualche amico di tuo amico a vederli? Se restano dentro una élite? No, no, assolutamente no. Questa finestra strettissima è una sfida. Io voglio passare di là, perché questo hanno fatto i grandi pittori, facendo quadri perfetti e popolari".
Il caffè bolle.
"E' inutile che stiamo qui a smenarcela", dice il Grande Artista Sconosciuto, avviandosi al fornello. "E' troppo facile stare qui a smenarsela", conclude afferrando un bicchiere di plastica.
"Anch'io prenderei un caffè", dice Kìmota.
"Vuoi fotografare dei disegni pornografici?", dice il Grande Artista Sconosciuto.
Il Grande Artista Sconosciuto: [1], [2], [3], [4], [5], [6], [7], [8], [9].
Ieri, domenica 19 ottobre, a Padova, alle ore 16 in piazzetta Antenore (tra la Prefettura e la Libreria Feltrinelli), una squadretta di narratori padovani si è presentata a leggere. C'era un sole discreto (non ottimo), un freddo pungente (ma non eccessivo; anzi: gradevole), un leggero venticello (non fastidioso).
L'occasione era abbastanza curiosa. La Confesercenti ha organizzato tra sabato e domenica alcune iniziative - chiamate pomposamente "Volumi urbani" - per promuovere la via San Francesco come "via delle librerie". Effettivamente questa via di Padova, che pure è importante (è un accesso al centro, vi si trovano alcuni edifici venerandi nonché una mensa studentesca, un piccolo cinema, un paio di buoni bar ecc.), è piuttosto negletta. Un po' triste, trascurata in alcuni punti, probabilmente meno vitale di quel che potrebbe essere.
In sostanza: Marco Bellotto, Romolo Bugaro, Umberto Casadei, Marco Franzoso, Marco Mancassola e io abbiamo aderito alla faccenda abbastanza volentieri. E la faccenda, tutto sommato, è andata abbastanza bene.
Kimota era lì presente. E ha pubblicato nel suo blog, alla data del 19 ottobre, un divertito fotoreportage.
Erano inoltre presenti, tra gli altri, anche Ale Brèkane, Lu e il Grande Artista Sconosciuto. In somma, una specie di rimpatriata.
Bugaro ha letto qualche pagina da Fiesta mobile di Ernest Hemingway. Franzoso ha letto qualche pagina da Giacomo Joyce di James Joyce. Marco Mancassola ha letto qualche pagina da Martin Eden di Jack London. Tutte pagine in qualche modo legate al leggere, al comperare libri, al camminare per le vie di Padova. Io ho letto Opa pro nobis da Ad alta voce di Giuseppe Caliceti: che non c'entra niente con tutto questo, ma c'entra in qualche modo con la Confesercenti. Bellotto ha letto un raccontino scritto per l'occasione, e potete leggerlo qui. Casadei all'ultimo minuto è rimasto bloccato sul lavoro, e la storia di inseguimenti che ci aveva promessa non ha potuto leggercela. Sarà per un'altra volta.
Poi, siamo andati tutti e prendere uno spritz.
E ora ne parla anche Massimo Onofri, in Diario. Cliccando trovate la copia dell'articolo.
Il romanzo di Luisito Bianchi, La messa dell'uomo disarmato, del quale ho parlato brevemente qualche tempo fa, è da oggi in libreria. Questa è una scheda del libro. E questo è ciò che ne scrive Paolo Di Stefano nel Corriere della sera di oggi (non rinvio direttamente al sito Corriere.it perché gli articoli non sono leggibili senza registrazione e pagamento).
Sono sul treno eurostar da Milano a Padova. Sono nella carrozza 11, quella per fumatori. E' quasi deserta. Le altre carrozze sono piene di giapponesi rumorosissimi, forse un'unica enorme comitiva. Chiacchierano a voce altissima, telefonano a voce ancora più alta. Sono tutti in camicia e giubbino di similpelle (marrone, marrone chiaro, marrone scuro, raramente nero).
A qualche posto di distanza da dove sto io ci sono un ragazzo e una ragazza sui venticinque, forse ventott'anni.
Braghe verde militare a vita bassa per entrambi (lui ha una cintura borchiata), maglia blu scuro informe per lui, maglia nera a collo larghissimo (la spalla sinistra è sempre scoperta) per lei. Fumano una sigaretta dopo l'altra. Sono seduti uno di fronte all'altra.
Io sto tentando di leggere il saggio di Gyorgy Lukàks "Le basi ideologiche dell'avanguardia", compreso in Arte e società II, Editori riuniti, 1972. Se alzo gli occhi vedo in faccia lei.
"Cioè", dice lei, "con questa cosa che ha fatto Bruno, io adesso non ci ho più voglia, capisci?, che lui ha portato le cose fin qua, e adesso dovremmo portarle avanti noi, perché lui ci ha piantati in asso".
"Chettefréga", dice lui.
"Ma dài, insomma", dice lei, "non va bene, è stato lui a coinvolgerci, e adesso se ne va incazzato, è un po' per una questione di principio...".
"Ma che principio", dice lui.
"Ma sì", dice lei.
"Ma che principio", dice lui, alzando la voce. "Ma che principio è? Ma quale principio è?".
"Ma cazzo", dice lei, "ci ha lasciati tutti nella merda, dobbiamo anche parargli il culo, adesso?".
"Ma che merda è?", dice lui, alzando la voce ancora di più. "Ma che merda è?".
"O insomma", dice lei, "questa cosa qui è costata, fino adesso, e lui dava delle garanzie, diceva, ma adesso senza di lui, o magari con lui contro, non so, che garanzie ci abbiamo?".
"Le garanzie!", dice lui, quasi urlando. "Vuoi le garanzie!".
"Ma che sei stronzo?", dice lei. "Non te ne frega niente?".
"No", dice lui. "Sono cazzi vostri. Io non c'entro mica".
"E se io voglio delle garanzie", dice lei, "non posso volere delle garanzie?".
"Sempre garantita te", dice lui, "vuoi essere".
"Ma scusa", dice lei, "ma se ci sono delle spese qui, chi ce li ha i soldi?".
"Ecco qual è il problema", dice lui, trionfante. "Il problema sono i soldi, adesso. Ecco qual è il problema".
"Vaffanculo", dice lei. Si mette a braccia conserte, buttata giù sul sedile, gli occhi bassi.
Passano trenta secondi.
Lui si alza in piedi, agita le braccia, le incombe sopra. "Merda! Merda! Merda!", urla. "Hai la testa piena di merda! Non capisci un cazzo! Non capisci un cazzo! Vaffanculo te!".
Lei sta immobile.
Lui va in bagno.
Dieci secondi dopo, lei si alza. Va al bagno, bussa, lui la fa entrare.
Stanno dentro cinque minuti.
Escono dal bagno, si siedono l'uno di fianco all'altra (ora non li vedo, li sento soltanto). Parlano sommessi. Si baciano rumorosamente.
Mi alzo, vado nella carrozza ristorante. Passando accanto al bagno sento un preciso odore di hashish. Compero una bottiglietta d'acqua gassata.
Quando torno al mio posto, i due si sono spostati. Sono all'altra estremità della carrozz. Stanno litigando di nuovo. Lei è in piedi nel corridoio.
"E io che cosa ci sto a fare?", dice lei, alterata.
"Basta", dice lui, piano.
"Che cazzo basta", dice lei. "Io che cosa ci sto a fare? Con chi stai tu? Eh? Con chi stai tu?".
"Ma insomma", dice lui, sempre piano, "è stata una storia lunga, non posso mica buttarla via così". Scandisce le parole.
"E allora te la scopi?", dice lei, urlando, allargando le braccia.
"Ma non è questo", dice lui.
"Cazzo se non è questo! Cazzo se non è questo!", dice lei.
"E poi non è questo il momento, il posto", dice lui.
"Per te il posto giusto è il cesso, cazzo!", dice lei. "E il momento è quando ti tira!".
"Cazzo dici!", dice lui, alzando anche lui la voce. "Cazzo dici!".
Un signore che nessuno aveva notato si alza in piedi, al centro della carrozza. Ha un completo grigio, i capelli bianchi, la faccia stanca. Dice: "Sentite, per piacere". Poi non sa che cosa dire.
Lei lo guarda. "Vuole una sega anche lei?", dice.
"Sei una merda!", grida lui.
Il signore in grigio mi guarda, prende le sue cose e se ne va. Io guardo i due, prendo le mie cose e me ne vado.
Un'ora dopo, quando scendo a Padova, penso che niente può essere peggio di una comitiva di giapponesi.
Oggi 14 ottobre sono a Milano. Alle 18, alla libreria Fnac di via Torino, presento il romanzo di Romolo Bugaro Dalla parte del fuoco (Rizzoli). Alle 21, all'Ambrosianeum (via Delle Ore 3), partecipo con Eraldo Affinati, Laura Bosio, Elena Janeczek e Melania Mazzucco a una conversazione sul tema: "Di fronte al dolore". Mercoledì sera salgo a Trento per partecipare a Mesi d'autore, una interessante iniziativa di musica e letteratura realizzata dall'Istituto Trentino di Cultura e curata dall'egregio Amedeo Savoia. Domenica 19 alle 16 sarò a Padova in piazza Antenore (davanti alla Prefettura) se fa bel tempo, dentro la libreria Feltrinelli se fa brutto, per "Volumi di strade", un'iniziativa della Confesercenti di Padova per la valorizzazione di via San Francesco. Su un palchetto ci alterneremo Marco Bellotto, Romolo Bugaro, Umberto Casadei, Marco Franzoso, Marco Mancassola e io, con letture sul tema della strada, dei libri, del leggere in strada, del comperar libri, e chi più ne ha più ne metta.
Se nel frattempo non sapete dove navigare, potete sempre fare riferimento a Nazione Indiana o, se amate l'avventura, a I Miserabili, nuova creatura di Giuseppe Genna.
A presto.
Trovo in Post It, il blog di Francesca Ferrara, la notizia d'un convegno sulla nuova narrativa meridionale. Mi sembra una cosa interessante. Il 23 e 24 ottobre prossimi.
Suona il telefono portatile. Un numero sconosciuto. Rispondo.
"Buongiorno", dico, "sono giulio mozzi".
"Buongiorno", dice una voce maschile, molto sommessa.
Silenzio.
"Con chi parlo?", dico.
Silenzio.
"Per piacere, con chi parlo? Mi sente?", dico.
"La sento benissimo, sì, grazie", dice la voce.
"Bene", dico. "Io sono giulio mozzi. Lei chi è?".
"Sono un poeta emiliano", dice la voce.
"E si chiama?", dico.
Silenzio.
"Mi scusi", dice la voce. "Sono troppo emozionato".
"Questo non le impedisce di avere un nome e un cognome", dico.
Silenzio.
"I nomi non sono importanti", dice la voce.
"Sono d'accordo", dico. "Io però parlo solo con persone che hanno un nome e un cognome. E' una vecchia abitudine".
Silenzio.
"Mi chiamo P* T*", dice la voce, "e sono un poeta emiliano".
"Bene", dico. "E io sono un prosatore veneto".
Silenzio.
"Mi dica", dico.
Silenzio. Un lungo silenzio.
"Vorreicheleileggesselemiepoesie", dice finalmente la voce.
Stavolta, sono io che sto zitto.
"So che lei ha una casa editrice", dice la voce, ora più rilassata.
"Non possiedo una casa editrice", dico. "Lavoro per una casa editrice. Sono un consulente esterno. Un cococò. Questa casa editrice, peraltro, non ha una collana di poesia".
Silenzio.
"Allora anche lei è contro la poesia", dice la voce.
Il tono è cambiato. Meno sommesso, più aggressivo.
"No", dico. "Non sono contro la poesia. Le ho solo detto che la casa editrice per la quale lavoro non ha una collana di poesia".
"Finché le cose andranno avanti così", dice la voce, "non ci sarà spazio per la poesia in Italia".
"Sono d'accordo", dico. "E finché lei si rivolgerà a case editrici che non pubblicano poesia, avrà la certezza che nessuno pubblicherà le sue poesie".
"Ma chi pubblica poesia in Italia, oggi?", dice la voce, ormai decisamente irritata.
"Vada in libreria", dico. "Se lei è un poeta emiliano vada a Bologna, a Modena, in una libreria Feltrinelli. Guardi lo scaffale di poesia, veda che case editrici ci sono".
"Lei dice?", dice la voce, ora più incerta.
"Dico, dico", dico. "Lei va spesso in libreria?".
"No", dice la voce.
"Lei legge molto?", dico.
"No", dice la voce. E, con uno scatto: "Io scrivo, non leggo".
"Quindi lei non legge gli altri poeti italiani", dico.
"In che senso?", dice la voce.
"Lei ha letto Zanzotto?", dico.
"No", dice la voce.
"E Caproni?", dico.
"No", dice la voce.
"E Giudici, Luzi, D'Elia, Riccardi, Dal Bianco, Rondoni, Albinati, li ha letti?", dico.
"Mai sentiti nominare", dice la voce.
"Bene", dico. E poi sto zitto.
Sta zitto anche lui.
"Lei dice che dovrei leggerli?", dice la voce.
"No", dico. "Dico che se lei non si degna di leggere, non vedo perché qualcuno dovrebbe leggere lei".
Silenzio. Un silenzio lungo.
"E' uno scambio di favori, allora", dice la voce, ora veramente incazzata. "Io leggo te, tu leggi me. Io compero il tuo schifoso libretto di merda, e tu comperi il mio schifoso libretto di merda. E' così, vero?".
"No", dico. "Non è così".
"Lei sa che è così, ma non vuole ammetterlo", dice la voce. "Perché anche lei fa parte del sistema. Lei pubblica schifosi libretti di merda di schifosi poeti di merda perché altri schifosi poeti di merda li comperino e li lodino!".
Sto zitto.
"Quanto vuole?", dice la voce, brusca.
"Eh?", dico.
"Quanto vuole", dice la voce, "per pubblicare il mio schifoso libretto di merda?".
"Ripeto", dico. "La casa editrice per la quale lavoro non ha una collana di poesia.
"Quattromila, cinquemila euro?", dice la voce, ormai urlando. "Seimila, settemila?".
"Neanche un soldo", dico. "La casa editrice per la quale lavoro paga gli autori".
"Capisco", dice la voce. "E' tutta una questione commerciale".
"Lei non ha capito un cazzo, caro il mio poeta emiliano", dico.
"E' lei che non capisce un cazzo", dice la voce.
"Sono d'accordo", dico. "Mi pare che possiamo salutarci qui".
"Senta", dice la voce.
"Dica", dico.
"Comunque", dice la voce, "dove posso mandarle le mie poesie?".
Scrive Giuseppe Iannozzi in un "commento" al precedente post Tre volte Zizek, anzi quattro:
Che la letteratura è morta, si sa. Difficile è ammetterlo.
No, caro Giuseppe Iannozzi, non si sa.
E comunque non sopporto più questo modo di affermare le cose. "Si sa". "Lo sanno tutti". "Anche i sassi lo sanno".
E poi il ricatto: "Difficile è ammetterlo".
Difficile è ammettere anche che si procede per aforismi perché non si è capaci di argomentare un pensiero. Difficile è ammettere anche che si dichiara la morte di un oggetto di desiderio perché non si è in grado nemmeno di avvicinarlo (la volpe e l'uva, si diceva una volta). Difficile è ammettere che si dà per scontato il consenso comune su una formula perché non si è capaci di provarla.
Ad esempio. Questi sono solo esempi, pura retorica.
Padova, libreria Feltrinelli. Guardo le novità. Allungo la mano verso Kamikaze d'Occidente, di Tiziano Scarpa. La mia mano tocca un'altra mano.
Ritraggo la mano e dico: "Scusi".
L'altra mano dice: "Ciao".
Alzo gli occhi. E' Ale Brèkane.
Chiacchieriamo, paghiamo i nostri libri (Le categorie del "politico", il Mulino, di Carl Schmitt, per me; Mao II, Tascabili Einaudi, di Don DeLillo, per lui).
Mentre percorriamo via san Francesco, Ale dice:
"Sai quella cosa che hai scritto su Zizek? Pensa che sto leggendo un libro di Marco Senaldi, che è quello che ha curato di Zizek Il grande Altro... E allora l'altro giorno sono andato in libreria a vedere tutti i libri di Zizek, perché Senaldi usa sempre le categorie di Zizek, parla sempre di godimento eccetera, allora volevo farmi un'idea, pensavo di leggere magari proprio Il grande Altro; e in centro ho trovato L*, che mi ha detto: 'Ah, hai visto questa notte, ieri notte, in televisione, c'era un'intervista a Zizek, fichissimo, allora stavo andando a comperarmi un libro di Zizek'. Insomma", ha concluso Ale, "pare che qui tutti stiano pensando a Zizek".
Risultato: Ale mi ha accompagnato fino a casa, e si è portato via Tredici volte Lenin e Benvenuti nel deserto del Reale. Nonché Revolutionary Road di Richard Yates, che i ragazzi di Minimum Fax mi hanno spedito (grazie!) ma che io, almeno per ora, proprio non ce la faccio a leggere.
(Volevo mettere, in questo post, anche un link sul libro di Tiziano, che oggi è stato galeotto tra me e Ale (ma ci incontriamo spesso, io e Ale Brèkane, in libreria), ma nel sito Rizzoli non c'è ancora una pagina su Kamikaze d'Occidente. E' invece annunciato un libro, di Tiziano, che s'intitolerebbe La Cina e i fatti miei. Suppongo che sia la stessa cosa, quello sarà stato, come si dice, un "titolo di lavoro". Kamikaze d'Occidente mi sembra molto meglio).
Se cliccate qui, trovate una bella immagine di Slavoj Zizek.
Ho ricevuta questa lettera mercoledì 8 ottobre. La pubblico per gentile concessione dell'autore.
Caro Mozzi, mi chiamo Francesco Gallo e le scrivo per testimoniarle un fatto che mi è successo stamattina e che mi ha fatto proprio tanto piacere.
Lei, Mozzi, in uno dei suoi ultimi interventi sul suo blog, ha dimostrato come la sua mente sia stata in contatto con quella di Tiziano Scarpa. Con questo mio intervento, invece, cercherò di dimostrarle come, seppur per pochissimo (e per una via che non esiterei a definire obliqua), la mia mente (e non solo la mia) sia entrata in contatto con la sua.
Stia a sentire.
Qualche sera fa, la notte fra il 3 e il 4 ottobre, il programma notturno di raitre "Fuori orario - cose (mai) viste" ha mandato in onda (dopo il primo film girato dal regista Guy Debord: Sur le passage de quelques personnes à travers une assez courte unitè de temps) un’intervista, condotta da enrico ghezzi (il quale, come lei, ama firmarsi con le iniziali in minuscolo), a un tizio con un nome abbastanza buffo (buffo come solo certi nomi stranieri sanno essere), con una faccia abbastanza buffa e con una pronuncia inglese altrettanto buffa, di cui non avevo mai sentito parlare.
L’argomento della discussione era l’11 settembre.
Glielo ripeto: io non sapevo niente di questo tizio, ma quello che diceva, come lo diceva (l’intervista è sottotitolata), il modo in cui si muoveva sulla seggiola (che non si vedeva, però lui doveva sentirla perché stava scomodo) e il modo in cui fissava la telecamera, come se fosse spiato da un occhio (e, in fondo, era così)… insomma, tutta una serie di fattori che
(in primo luogo, però, le sue tesi, molto affascinanti e stimolanti, e come le esponeva, con passione, sorridendo e felice di discutere/giocare con ghezzi)
una serie di fattori, dicevo, che, quella notte (passata poi insonne), mi hanno letteralmente "infiammato".
Ancora.
Man mano che parlava, questo tizio, citava una serie di libri che diceva di aver scritto (e io già non vedevo l’ora di fondarmi in libreria per acquistarli e leggerli); uno di questi lo voleva intitolare Il 12 settembre (ma la casa editrice non lo accontentò perché lo ritenne non commerciale...).
Durante l’intervista si parla di un minestrone di roba: Marx, Hegel, Titanic, L’invasione degli ultracorpi, Freud, musical stalinisti, Berlusconi, PK Dick…
Insomma Mozzi, gliela faccio breve:
Stamattina rivedo l’intervista (da qualche anno registro su vhs quante più puntate possibili di "Fuori orario") e mi appunto il nome di questo tizio buffo su un pezzo di carta. Voglio cercare su Internet Book Shop se c’è qualche suo libro.
Mi connetto (però, per prima cosa, aggiorno le pagine di alcuni blog che mi interessano, tra cui il suo) e cosa trovo come ultimo argomento nel blog di giuliomozzi? Slavoj Zizek!
Oramai l’avrà capito (se non prima).
Mozzi, era lui! Quel tizio grassoccio dell’intervista era Slavoj Zizek! E ha ragione! La sua faccia è interessante!
Se non sono uscito fuori di melone questo vuol dire che, da un po’ di giorni a questa parte, Tiziano Scarpa, lei, il giornalista (quello che su Il Manifesto ha recensito il libro), Enrico Ghezzi (che ha mandato in onda l’intervista, registrata nell’ottobre 2002) e me (e gli altri che, come me, l’intervista l’hanno vista o registrata), tutti, tutti insieme (in un arco di tempo relativamente insignificante se paragonato alle distanze spaziali che separano le nostre menti), abbiamo pensato a Slavoj Zizek!
Lei deve sapere che, a casa, i miei genitori (e mio fratello) mi prendono per pazzo quando, entrando in cameretta, mi vedono guardare, in tivù, film giapponesi in bianco e nero sottotitolati (o muti: peggio ancora), i film di Andy Warhol o (peggio ancora "al quadrato") quelli di Brakhage.
Mi sento solo.
Grazie a lei, e al suo blog (e alla comunità, virtuale, che lo abita), so di esserlo un po’ di meno.
E niente, volevo solo farglielo sapere.
Un cordiale saluto.
P.S. Mozzi, lo so, lei è sempre in giro per l’Italia (forse non ci crederà, ma quando ci fu quell’incidente ferroviario sono stato in pensiero per lei) e non so se ha il tempo libero necessario… però, se lei è interessato all’intervista di Zizek, posso spedirle la videocassetta (o magari posso trascrivergliela su un documento word). E non si preoccupi: nessun disturbo. Anzi, sarebbe un piacere. Le garantisco che guardare e ascoltare Zizek (ma magari già lo sa, e anche l’intervista: l’ha vista pure lei in tivù solo che non l’ha menzionata nel blog) è un’esperienza unica.
Pensare più o meno contemporaneamente, in due o in tre o in quattro, a Slavoj Zizek, è un'esperienza interessante. Mi domando, tuttavia, quante persone pensino contemporaneamente, ad esempio in questo preciso istante (vedi data e ora qui sotto) a Bobo Vieri o a Michelle Hunziker. E mi domando che relazione ci sia tra le due cose. Mille grazie a Francesco Gallo.
Di corsa, di corsa. Sto ripartendo per andare a Desenzano sul Garda, dove parteciperò (nel pomeriggio di oggi) a un convegno intitolato: "I dolori del giovane adulto. Leggere e scrivere nell'età di passaggio". Il convegno è organizzato da Arcilettore, dal Comune di Desenzano e dal Sindacato italiano librai (Sil). Il convegno è inserito in alcuni giorni di manifestazioni pro-libro, di cui trovate qui il programma. Qui, invece, trovate il programma del convegno; e leggete, tra l'altro, che io sarei "Editor della Collana Stile Libero dell’Einaudi". Per chiarezza: la collana Stile Libero di Einaudi è curata da Paolo Repetti e Severino Cesari; io non lavoro per l'editore Einaudi (Einaudi ha pubblicati alcuni miei libri; ma "pubblicare per" e "lavorare per" sono due cose diverse); io sono consulente dell'editore Sironi per la narrrativa italiana, ed è affidata alle mie cure la collana indicativo presente.
Ecco. Vado, sennò perdo il treno.
In queste settimane di viaggi continui sto leggendo furiosamente, in treno, i libri di Slavoj Zizek (che si scrive Žižek, ma poi non so come viene visualizzato dalle vostre macchine...). Prima Il soggetto scabroso. Trattato di ontologia politica, Raffaello Cortina, poi Tredici volte Lenin, Feltrinelli, poi Benvenuti nel deserto del Reale, Meltemi, poi Difesa dell'intolleranza, Città Aperta Edizioni (0935 65 35 30), poi Il godimento come fatore politico, Raffaello Cortina, che sto leggendo ora. Mi manca Il Grande Altro, Feltrinelli, ma è solo questione di tempo.
In effetti avevo comperato il Godimento qualche mese fa. Mi ricordo: ero in treno, lo stavo sfogliando, quando mi è arrivato sul telefono un messaggio di Tiziano Scarpa che diceva: "Guarda sul manifesto, c'è una recensione a un bel libro di Slavoj Zizek". Oppure io stavo leggendo la recensione, e Tiziano mi ha scritto che c'era il libro. In somma, è stato uno dei vari casi di coincidenza tra me e Tiziano (siamo due persone diversissime, ma ho il sospetto che le nostre menti si somiglino molto).
Quella volta, poi, mesi fa, il Godimento non riuscii a leggerlo. Non capivo che cosa c'era scritto. Poi comperai Benvenuti nel deserto del Reale (ignorando, grazie al cielo, che il titolo è una battuta del primo Matrix) e ugualmente non riuscii a leggerlo (i libri Meltemi hanno un'impaginazione che mi respinge: naturalmente non si tratta solo di questo).
Poi, a Pantelleria, questo agosto, sono riuscito a leggere Il soggetto scabroso. Che dei vari libri è il più grosso (è molto grosso) e, mi si dice, il più difficile da affrontare. In effetti Tredici volte Lenin e Benvenuti nel deserto del Reale sembrano raccolte di articoli; Difesa dell'intolleranza è uno scritto d'occasione ampiamente riciclato da, o ampiamente riciclante pezzi di, Lenin e/o Benvenuti (in questi giorni ho fatta indigestione, non so neanche ben più distinguere tra un libro e l'altro di Zizek). Fatto sta che dopo il Soggetto sono andato giù a leggere, tranquillo, come a cascata.
Se volete sapere qualcosa su Zizek, mettete in moto Google: trovate un sacco di cose, in varie lingue. Vi consiglio di cercare anche tra le immagini: la faccia di Zizek è interessante.
La verità è che di quello che è scritto nei libri di Zizek io non capisco pressoché niente. Non sarei capace di riferirvi il contenuto preciso di questo o di quel libro. Non saprei risolvervi il pensiero di Zizek (che è un filosofo-sociologo) in una formuletta; ma non saprei nemmeno spiegarvelo in lungo e in largo. Leggo, leggo i suoi libri, però. Lo ammetto: li leggo come leggevo Emilio Salgari da piccolo. Li leggo per sapere che cosa succede dopo. Mi sento come un lettore dei Tre moschettieri o dei Miserabili che, interrogato a lettura compiuta, non sappia riassumere l'intreccio del romanzo appena letto: magari ci prova ma ci si perde, si confonde, inventa fatti inesistenti, dimentica personaggi ecc. (Provàteci, tra l'altro. Mica è facile, con certi libri. Chi saprebbe riassumere Ulisse o L'uomo senza qualità?).
Ma allora, uno dice, a che ti giova leggere Zizek?
Eh. Beh. Credo di essere oggetto di un plagio. Zizek fa continuamente, nel suo ragionare, alcune mosse. Una mossa è, ad esempio, quella di dire: l'alternativa è tra questo e questo, ma possiamo sfuggire alla morsa dell'alternativa. Altra mossa è quella di dire: questa cosa significa l'esatto contrario di ciò che sembra significare (non un'altra cosa: proprio l'esatto contrario). Mi sono accorto in queste settimane che, parlando, come succede, del più e del meno (del senso della vita e della letteratura, delle trasformazioni della forma-romanzo negli ultimi duecento anni, della bozza di costituzione europea, della necessità di essere nel ma non del proprio tempo, eccetera), ho cominciato a usare queste e altre mosse. Tanto che un amico, uno che mi conosce bene, l'altro giorno mi ha detto: "Ehi, giovanotto, hai finalmente capito che cos'è il pensiero dialettico?". Cosa che, com'è ovvio che sia, mi ha gettato nel panico.
Ecco, vorrei tanto farvi un esempio. Ma non sono in grado di farvelo. Ho provato a scrivere qualcosa che sia pensato in quel modo lì, ma non ne sono capace. Queste mosse del pensiero, che guardo in Zizek e che tento di imitare, mi vengono solo nella conversazione. Di più: mi vengono solo nella conversazione con alcune persone (però vedo che la cerchia si sta allargando: è come se gradualmente cadessero alcune mie inibizioni).
L'altra sera, sul binario tre della stazione di Tortona, mentre attendevamo il treno delle ventidue e quaranta in ritardo di trentacinque minuti, alcuni tra i miei migliori amici hanno potuto assistere a una di queste mie esplosioni. Ho parlato ininterrottamente per tutti i trentacinque minuti di ritardo del treno. Loro intanto cercavano di sopravvivere: guardavano in aria, controllavano l'orologio, scrutavano in buio, si dileguavano per una pisciatina. Chiedo scusa: ero in preda al mio personale (ma plagiato dagli ultimi libri letti) dàimon...
C'è un'altra mossa che Zizek fa; che non ho ancora capito se è una mossa, o se è proprio un contenuto del suo pensiero. O magari è sciocco distinguere tra mosse e contenuti, non so.
Zizek dice, a più riprese, instancabilmente (tutti i suoi discorsi sono instancabili: questa è la sua cifra stilistica), qualcosa che io capisco in questo modo (non ho la pretesa di riferire il suo pensiero; come già detto, non ci capisco niente): che se voglio poter dire io, ho bisogno di un fondamento; se abolisco il fondamento, mi svanisce l'io; il sogno di liberarsi dal fondamento per dire io in tutta libertà, è ormai sfinitio; non si dà libertà senza fondamento; si può essere in libertà nel mondo, ossia si può essere io, solo grazie al fondamento.
Un paio di settimane fa, a Pordenonelegge, mi trovavo a un dibattito con Daniele Brolli. Daniele Brolli ha scritto un bel libro pubblicato da Rizzoli: Chemical Usa. Il viaggiatore assente. In questo libro non c'è mai la parola io. Daniele a un certo punto se ne uscì dicendo, più o meno: "Il mondo non esiste. Esistono i discorsi". Io m'incazzai al volo (chiedo scusa ancora a Daniele e a Mauro Covacich, che tentava di governare la discussione) e dissi, alludendo all'intervista (roba di quei giorni) rilasciata da Silvio Berlusconi a due giornalisti inglesi, nella quale aveva dichiarato, più o meno, che Benito Mussolini non aveva ammazzato nessuno (a differenza di altri tiranni): "Se tu dici che il mondo non esiste, esistono i discorsi, prepari il terreno a chi quotidianamente crea un mondo secondo le sue esigenze, grazie alla potenza (retorica, mediatica) dei suoi discorsi". E naturalmente, per dire che c'è un mondo, bisogna dire che c'è un io. Non c'è scampo.
Perché, mi domando, perché incontro tanti miei colleghi, intellettuali, scrittori, eccetera (frequento gente d'ogni risma, come vedete) che sembrano morire dalla voglia di fare una ritirata completa, di dichiarare inesistente il mondo, il loro stesso io? Perché sono tutti impazziti a questo modo?
Qualche mese fa, durante un convegno a Venezia, Tiziano Scarpa diceva, più o meno (scusate la ripetitività della formula "più o meno"; ma è così; riferisco parole a memoria): mi sono accorto che, quando leggo un libro, ci cerco dentro una parola di verità; e così ho pensato che anch'io, nel fare i libri che faccio, vorrei cercare di dire una parola di verità; e una volta che l'ho pensato, mi sono trovato difronte questo pensiero...
Mi ricordo, nel 1996: avevo organizzato alcuni incontri in piazza con scrittori, a Padova, per conto dell'associazione dei librai. Chiamai anche Tiziano (quella sera piovve tantissimo; ci rifugiammo sotto un tendone). Mentre accompagnavamo Tiziano alla stazione della ferrovia, alla fine di tutto, Alberto all'improvviso gli disse, più o meno: senti, ma tu hai mai pensato, che un libro che scrivi, potrebbe diventare un libro che poi uno che l'ha letto ci si affeziona, gli vuole bene, diventa un libro importante per lui? Tiziano, mi ricordo, allibì.
Bene: dal 1996 a oggi, Tiziano è cambiato; è diventato in parte un'altra persona; Eraclito ne sarebbe soddisfatto. Ma il problema è che mentre Tiziano, sul palco di quel convegno a Venezia, diceva con semplicità e senza pudore, mettendosi in pericolo, le cose che ho riferite prima, accanto a lui c'era un critico, Andrea Cortellessa, intelligente e bravo, che gli diceva più o meno: ma dài, Tiziano, tu non stai dicendo veramente queste cose, questo è solo un momento della tua poetica, e mancava solo che dicesse: Tiziano, ma ti sei tutto rincoglionito? (non l'ha detto, in effetti).
Io naturalmente sto dalla parte di Tiziano. E sarà per questo, forse, che quella volta ci scambiammo quel breve messaggio su Zizek. E in questo momento penso: quelli che tentano di abolire il mondo, fossero anche i miei migliori amici, sono diventati oggettivamente miei nemici. Perché tentano di abolire me.
Non mi piace questo pensiero, ma mi gira intorno.
Se volete avere un'idea di che cosa sia successo a Tortona lunedì sera, presso la libreria Nemastè di Francesca Bagnasco, potete leggere le testimonianze di Beppe Giuliano e di FaM_9.
Io, per quanto mi riguarda, posso solo ringraziare Marco, Ivano, Paola e Monica, nonché la gentile fornitrice di torte.
Bene. Sono rientrato. Ora riparto, con l'Umberto. Lo lascio a Milano (lui prosegue dritto per Tortona), mi faccio un appuntamento a Rozzano e poi lo raggiungo. Domattina, con partenza alle 08.46, faccio Tortona-Trento (mentre l'Umberto torna a Padova). Mercoledì ancora Trento, giovedì sul lago di Garda, venerdì sera a Portomaggiore (Fe), sabato a Schio per il matrimonio di Alberto Garlini. State bene.
Questo è il comunicato: Oggi, alle 22.30, a Mestre (Ve) presso il Jam Club ex Teranga (via della Crusca), Jost Promotions & Productions presenta Ciliegia, l'album dei Soluzione. In collaborazione con Radio Base Popolare Network, Magic Bus Rockin'Club, Cineduelli/lo-fi e giulio mozzi.
Io peraltro non ci sarò, perché alle 18.30 sarò a Vicenza (Libreria Galla) per presentare il libro di Marco Bellotto Il diritto di non rispondere. E a Vicenza, credo, mi fermerò per la sera.
Lunedì 6 invece sarò a Tortona (Libreria Nemasté, via Emilia 105) per presentare, alle 18.30, insieme a Marco Candida, il libro di Umberto Casadei Il suicidio di Angela B..
Io non sono un uomo che vive nel presente. Sono un uomo che vive nelle presentazioni.
La mia psicoterapeuta (ad orientamento psicanalitico, credo) si chiama E*. Ha 58 anni. Ci siamo conosciuti il 16 giugno 1989. Quindi quattordici anni fa. Io oggi ho 43 anni. Allora ne avevo 29. Lei ne aveva 44.
L'anno prossimo avrò l'età che aveva lei quando ci siamo conosciuti.
Oggi, aspettando l'ora dell'appuntamento, ho preso un caffè al bar difronte al condominio dove E* ha lo studio. Con la tazzina in mano ho pensato: "Non sarei capace di essere per un'altra persona ciò che lei è stata per me".
Poi con E* abbiamo parlato di gratitudine. Ne parliamo spesso. Io non sono capace di gratitudine. E' una questione chiave. Io sento di avere verso E* un debito inestinguibile. Il debito attira il mio sguardo, come l'abisso attira lo sguardo di chi soffre di vertigini. Finché il mio sguardo sarà puntato sull'abisso del debito, sarò un debitore ingrato.
Vorrei celebrare E*. Onorarla. Non so se scriverne sia un modo buono. Tra i frutti della nostra relazione c'è anche la mia scrittura.
L'altra sera una persona mi ha parlato a lungo della sua analisi (che dura da tre anni) e del suo analista. Io sono stato a sentire. A un certo punto questa persona mi ha detto: "Dovresti provare anche tu. E' una gran bella cosa". Non ho detto niente.
Io tengo nascosta E*. Questo ho sempre fatto.
Qualche giorno fa, a Pordenonelegge.it, per la prima volta ho nominato E* in pubblico. Un paio di mesi fa ho accennato a lei in questo diario.
In un mio libro c'è un racconto in forma di "lettera all'analista". Ma, appunto, è solo un racconto con quella forma: non sono io che parlo, lì dentro, e non è a lei che è rivolta la lettera.
Voglio raccontare di E*.
"Su, comincia", mi dite.
Portate pazienza. Non sono così sicuro.
Dimenticavo: lunedì sera, durante la presentazione di Mondoblog, anzi un minuto prima dell'inizio, quando stiamo per sistemarci ai nostri posti, nella saletta piena di gente entra Tommaso Pincio, trafelato, si fa largo tra le persone, non guarda da nessuna parte, prende su un libro, si volta e se ne va. "Ciao Tommaso", ho anche detto, ma non mi ha sentito.
Sto trasferendo i dati dal pc vecchio, che devo mandare ad aggiustare, al pc nuovo. Suona il telefono. Rispondo.
"Buongiorno", dico. "Sono giulio mozzi".
"Buongiorno", dice una voce femminile anziana, un po' strascicata.
"Buongiorno", dico io. "Con chi ho il piacere di parlare?".
"Ah", dice la voce, "il piacere, il piacere...".
Io taccio.
"Per lei è un piacere, parlare?", dice la voce.
Taccio ancora.
"Parlare, parlare... Piacere, piacere...", dice la voce. "Tutti parlano, tutti piacciono, tutti parlano per piacere, per il loro piacere, per piacere agli altri... Anche lei parla, parla... E piace, sì, piace...".
"Signora", dico, "mi ha telefonato per dirmi questo?".
"Per dirle questo e altro", dice la voce, "per dirle questo e altro, giovanotto mio. Lei non mi conosce".
"E' vero", dico io.
"E allora", dice la voce facendosi quasi festosa, "se non mi conosce, mi conoscerà!".
Non so che cosa dire.
"Non so che cosa dire", dico.
"E allora taccia, giovanotto", dice la voce. "Lasci parlare me".
Metto giù di colpo. Dopo mezzo minuto il telefono risuona. Rispondo. La stessa voce. Metto giù. Stacco il telefono.
Torno ai miei pc.