Ieri per tre volte sono stato scambiato per un'altra persona.
Prendo il treno per Milano delle 6.58, mi sistemo in carrozza 8. Venti minuti dopo, a Vicenza, sale un tipo in completo grigio e cravatta gialla. Cerca il suo posto, mi vede, si illumina tutto, mi saluta, mi porge la mano (io mi alzo, gli stringo la mano, intanto penso: chi sarà mai?), mi chiama dottore e comincia a parlarmi di un problema di controllo della qualità di un certo tipo di acciaio.
Io lo ascolto per un minuto.
"Stop", gli dico, aprendogli la mano destra davanti al petto, come fanno i vigili.
Lui zittisce, fa una faccia un po' stupita.
"Io non so chi è lei", dico. "Mi sta confondendo con mio fratello o con mio cognato". A dire il vero, mio fratello (minore) non si occupa di qualità degli acciai da un pezzo. Adesso progetta sistemi per la movimentazione delle merci: carrelli, muletti, nastri trasportatori, magazzini automatici.
Il tipo fa una faccia ancora più stupita.
"Lei non è ***", mi dice, "della Valbruna?".
"No", dico, "quello è mio cognato".
"Ah, mi scusi", dice il tipo imbarazzato. "Mi scusi".
"Per carità, dico io.
Più tardi, mentre sonnecchio guardando fuori dal finestrino, realizzo questo pensiero: che ovviamente io e mio fratello ci somigliamo, ma io e mio cognato non ci somigliamo affatto (né abbiamo alcuna ragione per somigliarci).
Nel primo pomeriggio, sono in casa editrice. Con Paola Borgonovo siamo rileggendo e rivedendo il risvolto d'un libro che manderemo a stampare tra pochi giorni. Passa una ragazza, lascia giù un foglio sul tavolo di Paola, mi saluta con un "Ciao!" cordiale e si gira per andarsene.
Alzo gli occhi: la ragazza è una ragazza che ho vista più volte lì in casa editrice; ma non è una di quelle dieci persone con cui lavoro; non so come si chiama; forse una volta, nella cucina (in casa editrice c'è una cucina, per chi vuole mangiare lì), mi ha passato il sacchetto del pane o mi ha chiesto di passarle il formaggio.
"Buondì", le rispondo.
Lei si rivolta verso di me, mi guarda.
"Ah, mi scusi, mi scusi", dice, "l'avevo scambiata per un'altra persona".
Diventa rossa, sembra molto agitata.
"Non c'è problema", dico, "non mi dispiace mica, essere salutato".
"Mi scusi, mi scusi", ripete la ragazza.
"Ma no", dico io.
La ragazza si allontana, dalla soglia dell'ufficio di nuovo dice: "Mi scusi ancora".
La sera, sono in Prato della Valle a Padova. Sono appena sceso dall'autobus, un ragazzo con zaino mi ferma per chiedermi dov'è via Aleardo Aleardi. Dall'accento sembra russo. Il suo italiano è ottimo.
"Non so dov'è via Aleardo Aleardi", dico. "Dove deve andare?".
"All'ostello per la zioventù", dice il ragazzo.
"E' di là", gli dico indicando in direzione di via Cavalletto, cominciando a contare mentalmente i semafori.
"Ho un viglietto", dice il ragazzo.
Tira fuori di tasca un bigliettino un po' malconcio. C'è scritto: "Da via Cavalletto, primo semaforo a destra", eccetera.
"Ecco", gli dico. "Vedi quel semaforo?".
"Sì", dice.
"Lì comincia via Cavalletto".
"Grazzie", dice il ragazzo. Si gira per avviarsi, quasi sbatte contro una famigliola (padre, madre, due bambini) che ci viene incontro.
"Scussi", dice il ragazzo alla famigliola.
"Ciao", gli dico io.
"Ciao", mi dice voltandosi.
"E' questa?", mi dice la madre della famigliola, indicando la basilica di Santa Giustina.
"Questa cosa?", dico.
"E' questa?", ripete la madre.
"Cosa state cercando?", dico. Immagino che, come tanti, stiano confondendo la basilica di Santa Giustina con la chiesa del Santo (di sant'Antonio, cioè, che a Padova è "il Santo" e basta).
La madre mi guarda meglio.
"Mi scusi", dice la madre, "l'ho scambiata per un'altra persona".
"Nessun problema", dico. "Se vi serve un'indicazione...".
"No, grazie", dice la madre.
Io rimango fermo. Si allontanano.
Decisamente, ieri ero poco io. O sembravo molti altri. Ma appena si scopriva che ero io, non interessavo più. Mah.
Credo che a volte sia bello sentirsi altro rispetto a quello che si è. In fondo leggere (ma sopratutto scrivere almeno per me) è anche un po' questo : in quel momento diventiamo i personaggi del libro, entriamo in una dimensione diversa da quella a cui siamo abituati. A chi non è successo dopo aver letto "La metamorfosi" di Kafka di sentirsi un poco scarafaggio? O di leggere "Fiesta" del vecchio Hem senza sentirsi uno di quegli scalmanati che si facevano rincorrere ubriachi dai tori a Pamplona? O, per stare su qualcosa di più recente, di sentirsi il Barney di Mordecai Richler? Be' a me è successo ed è per questo che vorrei chiedere a Giulio se per caso ieri non abbia assunto per sbaglio le sembianze di qualcuno dei personaggi dei suoi racconti...
Un'ultima constatazione : il tizio che ti ha scambiato per tuo cognato aveva qualcosa di freudiano...
Caro Paolo, in verità quando vado in giro sono per lo più invisibile.
Posted by: giuliomozzi at 12.09.03 12:36l'identità non dipenderebbe dal riconoscimento da parte degli altri, mozzi rimane gentile e fedele a se stesso. non è grave se gli uomini non ti riconoscono, mi sembra più grave se tu non li conosci. c'è un particolare: ciò che gli altri pensano di noi avrebbe poca importanza se non finisse, quando lo veniamo a sapere, per influenzare quello che pensiamo di noi stessi. quello che mi ha colpito del racconto è il titolo. non io è senza verbo, senza azione e perciò ne suggerisce molte. una negazione che afferma, una molteplicità da cui escludersi. ps= ho impressione di scrivere troppi interventi, mi sento invasiva.
Posted by: sarap. marsòn at 12.09.03 13:14Non ci conosciamo. Ma, qualche tempo fa, sei venuto nella città in cui lavoro a presentare un libro della Sironi. Non c'ero, per scelta. Ma c'era una persona che, poi descrivendoti, mi ha fornito una descrizione "invisibile": mite e appartato; ma anche preparato e disponibile. M'incuriosisco. Vado in libreria e chiedo un tuo libro, edizioni Fernandel, Ne hanno un altro, Einaudi. Non hanno Fernadel, non hanno Gilberto Severini (e sono a Torino, in una grande, rinomata libreria). Resta la curiosità. Così "vado" nel sito della Sironi e resto colpito da due cose: da cosa dici del Suicidio di Angela B. Che tu ti esponga per un libro che hai lanciato è naturale. Ovvio. Ma c'è dell'altro: c'è passione, anche.Poi vedo anche la tua foto. Ne avevo viste altre (foto) di altri scrittori, affermati e non. Sguardi accativanti, pose, immagini senza rughe e con la pancia rigorosamente in dentro. La tua foto è naturale, rispecchia la descrizione che mi era stata fatta. Di un uomo qualunque, che può essere scambiato per altri (uomini qualunque). Anonimato e confusione, ci stanno nella vita, no?
Posted by: remo at 12.09.03 13:23A volte il fatto di non interessare più è deludente, altre può essere un sollievo. Un giorno, salendo su un autobus mezzo vuoto, mi trovo faccia a faccia con un signore di mezza età. Mi guarda e comincia a parlarmi in inglese, con una certa difficoltà. Lo guardo un po' stupito, poi a mia volta dico: "Guardi che può parlarmi in italiano. Non sono straniero". "Ah no?" risponde lui. "Ah be'", e si allontana. Peccato, a me piace dare indicazioni per la strada, sapere che cosa sta facendo la gente lì dove sto passando anch'io, che cosa cerca, o fare da cicerone nella mia città.
Un'altra volta ero in Unione Sovietica, a Mosca. Alloggiavo in un albergone per turisti. Indossavo il montone che mi aveva prestato mio padre e un colbacco. Dopo una passeggiata, mentre entro nell'enorme atrio dell'albergo, mi si avvicina uno dei portieri e con fare aggressivo comincia a parlarmi in russo. Questa volta non so che dire. Balbetto impacciato. Il mio balbettamento dev'essere stato convincente, perché lui mi guarda e si tranquillizza. Mi lascia passare, non gli interesso più. Penso di essere stato scambiato per un russo. Penso che i russi non potessero entrare in quell'albergo russo di Mosca.
Lunedì pomeriggio
Lunedì pomeriggio, alle 14, inizia il mio turno di reperibilità. Smonto dal lavoro alle 14 e 15. Arrivo a casa. Anche Axxxx a fatto tardi: la trovo che butta giù la pasta. Spaghetti. Fanno 8 minuti di cottura. Per fortuna il pomodoro è già pronto. Nel giro di un quarto d’ora sono in grado di spolverare i nostri piatti con il grana. Il cellulare di servizio suona la samba! (ucciderò Sergio per aver scelto questa suoneria). "Mauro? Luigi sono!" Luigi è un vigile urbano. Quando chiamano i vigili sono le rotture più insidiose. "Eh?" bofonchio con gli spaghetti ammatassati in bocca. "In via Francesco Cagni, al Casalotto, una signora ha segnalato un perdita fognaria. Ci puoi andare? Dice che c’ha un matrimonio... C’è puzza!... Dice che scrive alla Procura!..." Ormai lo sanno tutti: basta minacciare di scrivere alla Procura e dall’ufficio tecnico arriva sempre qualcuno. In alternativa basta chiamare i vigili del fuoco, che poi invariabilmente chiamano il reperibile dell’ufficio tecnico. Vorrei dire a Luigi di riferire alla signora che siamo senza un centesimo e per la riparazione non saprei chi chiamare. Che vada a lamentarsi con il... Vabbé, troppo complicato! "Il tempo della strada" grugnisco.
***
Dalla via Francesco Cagni ci sono passato una volta dieci anni fa. E’ una strada ripida pavimentata con grossi blocchi di basalto, che s’inerpica in uno dei quartieri storici della città. Il Casalotto non è un posto di gente ricca. Per di più è una comunità chiusa e la gente mi studia diffidente mentre cerco la perdita fognaria. Sono uscito come mi trovavo: magliettina simil-lacoste e pantaloncini sformati di maglina e preferisco non dire a nessuno chi sono: non crederebbero che sono un tecnico comunale Una signora getta acqua sul marciapiede davanti alla porta di casa. Il filo liquido prende subito la linea di massima pendenza e scorre veloce verso valle. Ci sono panni stesi tra un balcone e l’altro, parallelamente alle pareti esterne degli edifici. Che hanno un aspetto eterogeneo. Credo che il colore delle facciate dipenda dalla frequenza con cui arrivano i sussidi di disoccupazione e dalla regolarità con la quale vengono pagati i cinquantunisti e i centunisti della forestale. Quando ci sono i soldi, facciata color pastello, con assurdi disegni geometrici (rombi o trapezi, in genere) sui cantonali; talvolta vistose bande marroni marcano la separazione tra un piano e l’altro. Quando i soldi non ci sono, vecchi intonaci scrostati e, nei casi migliori, pietra a faccia vista, un bella arenaria gialla che diventa rossiccia al tramonto. Mi sento a disagio. Mi sento osservato. Mi sento inadeguato con i miei pantaloncini di maglina e il marsupio agganciato a mo’ di sottopancia. Vedo un rigagnolo. Annuso l’aria. C’è odore di fritto e di detersivi, di cipolle e di cavoli. Insomma, c’è odore di quartiere. Di fogna no. So che non vuol dire nulla; basta che giri il vento e le zaffate d’aria pesante ti investono come automobili. Ma per ora il vento non gira e non riesco a trovare il punto della perdita. Certo, ammesso che la perdita ci sia. Una volta la polizia mi ha chiamato all’una di notte per via di una perdita della rete idrica che metteva a repentaglio la sicurezza della circolazione. Quando sono arrivato dove mi aspettava la Pantera con gli agenti del turno di notte, mi immaginavo di trovare una pozzanghera grande come il Nilo. Invece ho trovato un tubo da un quarto di pollice dell’irrigazione di un’aiuola che perdeva dentro la stessa aiuola. Un bambino di tre anni avrebbe pisciato con più vigore. Forse sto divagando. Insomma, non trovo la perdita e mi rimetto in macchina. Percorro la vecchia strada, quella che tutta saliscendi che segue l’estrema periferia orientale del paese. Davanti all’asilo nido Grottacalda (su un lato della strada l’asilo nido nuovo nuovo, ancora inutilizzato; dall’altro case ex abusive coi tetti di coppi grigi e gli infissi di alluminio anodizzato color bronzo) vedo uno fermo sul bordo della carreggiata (non c’è marciapiede). Mi sembra di riconoscerlo: Giuseppe, il mio idraulico. Mi fa un cenno. Mi fermo. "Vai verso Sant’Andrea?" mi chiede. Faccio segno di sì con la testa. "Sali!" gli dico. Sale. Riparto. Mi sembra imbarazzato. Giuseppe è un testimone di Geova e non ho mai capito se la sua timidezza sia spontanea o solo dovuta al fatto che io sono un Gentile. Comunque sale. "Puoi lasciarmi verso San Giorgio. C’ho la macchina là vicino" mi dice. "Che c’entra" gli rispondo, "Dov’è la macchina?" " ottizzazione Fxxxxx" mi fa lui dopo un attimo di silenzio. Strada facendo lo osservo. Ha gli scarponi sporchi di terra. Da muratore. Cazzo, lo sapevo che s’arrangia a fare di tutto, ma credevo fosse troppo impegnato con l’impresa in cui lavora, che monta impianti termoidraulici. Beh, penso, in fin dei conti non sono affari miei. "Senti" fa lui. "Tu che lavori al comune non sai se stanno formando cooperative... Società... Cose così?" Mi prende in contropiede per due motivi. Primo perché, se dubitavo che fosse Giuseppe, dicendomi questa cosa dimostra che ci conosciamo, e quindi potrebbe essere Giuseppe, perché altre persone con la faccia di Giuseppe ma che non sono Giuseppe io non ne conosco. Secondo, perché dovrei spiegargli tante cose di come funziona un comune e le società e le ditte che vi gravitano attorno e ora, sinceramente, non ne ho ne’ tempo ne’ voglia. Gli faccio un discorsetto rabberciato sul perché e percome le società, che peraltro devono essere considerate, inoltre, come... ma se tieni conto dell’ultima finanziaria, ecc., che dura fino a che arriviamo nella lottizzazione Fxxxxx e cerco il suo Opel Combo con la scritta “Impianti termoidraulici Xxxxx”. "La mia macchina è là" dice lui indicando una panda bianca. Mi fermo. Lui scende. Mentre scende dice: "Stiamo facendo movimenti terra per Fxxxxx" e mi indica un escavatore con la cucchiaia decisamente piantata in un mucchio di terra di riporto. Rifletto. Muratore e idraulico. Anche conduttore di macchine da cantiere? Mi sembra un po’ troppo. La panda bianca. Certo, Giuseppe mica andrà sempre in giro con la macchina dell’impresa. "Grazie. Ciao..." esita sul mio nome. Cazzo, ma la faccia è quella di Giuseppe. "Ciao" gli rispondo sorridendo. Chiude la portiera. S’allontana. Guardandolo da dietro mi sembra proprio Giuseppe. Ma Giuseppe non aveva meno capelli?
Sei invisibile anche quando scrivi i risvolti? Ne stavi rileggendo uno, ieri, quando la ragazza ti ha salutato. E proprio ieri, in un articolo pubblicato su Sette, sei stato indicato come uno dei più apprezzati scrittori italiani di risvolti. Questa tua attività mi incuriosisce molto.
Posted by: caan at 12.09.03 18:27spesso l'invisibile lascia il segno più del visibile e non sempre chi si vede bene è più importante di chi si vede poco o niente...E' questione di "occhi"...
Posted by: margherita at 13.09.03 20:34Io invece ti ho visto e non ti ho riconosciuto, non almeno nell'attimo in cui ti ho visto. Sono convinto che eri tu, ma mica tanto. Insomma: nel tardo pomeriggio passeggiavi con una ragazza nei pressi di Porta Venezia a Milano? Perché se non eri tu era un tuo sosia e se lo avessi fermato mi avrebbe detto: "no, lei si è sbagliato: io non sono Giulio Mozzi". Eri tu?
Posted by: Nicolò La Rocca at 14.09.03 20:26Per Nicolò: non ricordo di essere stato dalle parti di porta Venezia, a Milano, negli ultimi quattro anni. I'm sorry.
Posted by: giuliomozzi at 14.09.03 23:47