Mio padre è stato in ospedale per una scopia, l'hanno clisterato e riempito di liquidi e non so che cosa (lui non ha voluto che l'accompagnassi) e sulla strada di casa non ce l'ha più fatta a trattenersi: tutto il liquido gli è uscito dall'intestino, gli ha inzuppati i pantaloni, ha fatta la pozza per terra. E a lui, all'istante, è mancato il fiato. Ha allungata una mano, ha trovato (per fortuna) il tronco d'un tiglio.
Mio padre ha affrontato con serenità i problemi alla prostata, i calcoli alla cistifellea, il rischio d'infarto, la prossimità del diabete. Ma questo ultimo fastidio, e gli esami invasivi al quale lo costringe a sottoporsi, proprio non lo sopporta. Si intristisce, si vergogna.
Ieri mi ha detto: "Lo sapevo che mi succedeva".
"Potevo accompagnarti", gli ho detto.
Ha fatto segno di no con la testa.
Io sapevo che aveva questa visita. Ma non sapevo quando: non me l'ha detto. Gliel'ho chiesto, non me l'ha detto. Ero a casa: avrei potuto accompagnarlo senza nemmeno spostare un appuntamento o un impegno di lavoro. E lui sapeva che ero a casa.
Pur di non farsi vedere dal figlio a non saper controllare l'intestino, preferisce rischiare di trovarsi in strada da solo, senza fiato, tutto sporco, con la testa che gira per l'effetto-svuotamento e col cuore che batte per la vergogna, appoggiato a un tiglio per tenersi in piedi.
L'ha accompagnato a casa il fruttivendolo.
"Era tutta acqua", mi ha detto ridendo ieri sera, quando sono passato a ringraziarlo. "Non faceva neanche odore".
Il pasticcere era sulla porta a fumarsi la Muratti. Li ha visti, ha visto mio padre conciato a quel modo, ha preso su un grembiule e gliel'ha girato attorno ai fianchi.
"Non voleva neanche", mi ha detto. "Io gli ho detto che va ben che sono cento metri, ma perché farsi vedere così da tutti?".
E mi ha guardato, il pasticcere. Evidentemente pensava delle cose sul mio conto.
"Con un trattamento come quello che ti hanno fatto", ho detto ieri a mio padre, "me la sarei fatta addosso anch'io".
Eravamo nella sua cucina. Lui stava seduto, io mettevo su un caffè.
"Non c'entra", dice.
"Non c'era, lì, un bagno dove aspettare l'inevitabile?", ho detto ancora.
"Sì", ha detto. "C'è un bagno. E c'era uno preso peggio di me".
Che poi è quello che immaginavo.
"Ascolta", dico.
Mi guarda.
"Tu hai un problema allo sfintere", dico.
"Sì", dice lui.
"E questo problema può provocare episodi di incontinenza", dico.
"Sì", dice lui.
"Questo che ti è capitato, non è un episodio di incontinenza", dico.
"Sì, ma...", dice lui.
"Non è un episodio di incontinenza", dico, ostinato. "Questo non è il tuo primo episodio di incontinenza. Questo è la conseguenza di clisteri e irrorazioni e lubrificazioni e che so io che ti hanno fatto i medici, per fare la scopia. Tu non hai cominciato ad avere episodi di incontinenza".
Mi guarda.
"Giusto?", dico.
"Sì", dice, abbassando la testa.
Abbiamo atteso, in silenzio, che il caffè uscisse.
una volta sono andata al mercato con mia mamma. abbiamo fatto un giro più lungo del previsto, cioè di quanto lei aveva previsto, perché fino a quel momento a me non aveva detto dei suoi recenti problemi. e quando l'ha fatto era un po' tardi. ci siamo affrettate verso casa, ma prima di arrivare si è fatta la pipì addosso. per fortuna a casa abbiamo riso. :)
Posted by: monica at 12.09.03 15:59non deve essere facile invecchiare... la paura tira fuori un orgoglio tale! ma la cosa che piu' mi fa impressione e' la difficolta' non dico a chiedere, ma ad accettare anche il minimo aiuto. bisogna raccontarsi che e' qualcosaltro.
le apparenze... la vergogna...obbligano a dissimulare, rendendosi ridicoli. la paura di morire fraintende anche l'amore di chi ti sta vicino. roba sottile, complessa. difficile.
un'altra cosa: in questo racconto ho trovato un'intimita', una tenerezza, una compassione insolite. l'ho trovato diverso dagli altri. potrei giurare che sia tutto vero, che giuliomozzi questa volta sta parlando di Giulio Mozzi. se mi sbaglio, complimenti: mi hai fregato bene bene. di solito, negli altri racconti, non c'e' traccia dell'autore fra le righe. qui l'ho sentita. netta.
Posted by: laura at 12.09.03 17:35Sono anche padre (ho 3 anni più di gm; mia figlia 23). Non sopportavo che mi vedesse soffrire, manco per un mal di denti. Nè sopporto che mi rimproveri per le 40 sigarette al giorno. Ma mi fa piacere, quando viene a trovarmi, aspettare che il caffè esca. Il mio vecchio questo piacere, anche quando pisciava sangue, non me l'ha mai concesso
Posted by: remo at 12.09.03 19:05è sempre così delicata e attenta la provincia! E un piacere leggerla.
Posted by: Ulisse Sifossifoco at 12.09.03 19:07Non è una questione di eta' anagrafica,bensi' di carattere e,probabilmente,di dignita'.Io sono sieropositivo e non chiedo nulla a nessuno.Complimenti GM,ho letto alcuni tuoi libri quando nessuno sapeva chi fossi,ma mi ero intrippato e volevo leggere tutti i pulp e,nel mucchio,nell'etichetta c'eri anche tu.Ora leggo quotidianamente il tuo blog e mi da' grande conforto e consolazione.
Posted by: Baltus at 12.09.03 19:52Secondo il mio ignobile parere il tuo modo di raccontare le storie soddisfa (quasi) tutti i lettori grazie alla sua semplicità; in questo modo ognuno prova le sensazioni che vuole.Mi piace, bravo... P.S.E' + di una cronaca...
Posted by: Pan rag. Peter at 12.09.03 22:31J. era a Roma da anni. Per vivere faceva il fotografo, con un certo successo, ma al suo arrivo in Italia si era trovato in una città sconosciuta, senza soldi, senza conoscere la lingua e con la sua borsa di studio cancellata. Per un pò aveva chiesto pane nei ristoranti. Mi spiegava come funziona questa faccenda del pane dei ristoranti: hanno l'obbligo di darlo a chi lo chiede. Sto parlando di quasi trent'anni fa, forse adesso le regole sono diverse, per il pane. La sua stanza, nell'appartamento che divideva con degli italiani festaioli, era squallida, con i soliti mobili da casa di studenti, ma lui l'aveva resa calda, appendendo dipinti suoi e dei suoi amici e tessuti sudamericani. C'erano molte fotografie di ragazze e ragazzi, nella stanza. Se chiedevo chi erano, me lo diceva e poi aggiungeva: "E' morto. Ucciso dalla polizia argentina." Preparava il caffè in un pentolino, mettendo insieme polvere e acqua. Quando cucinava, faceva grande uso di cumino. Studiava per diventare regista, scriveva racconti, dipingeva. Si era laureato in medicina nel suo paese, ma aveva smesso di fare il medico. "Sei pazzo..." gli ho detto quando l'ho saputo "Buttare alle ortiche una laurea in medicina..." "E' accaduto qualcosa che mi ha fatto capire quello che dovevo fare. Ero di guardia ad un pronto soccorso, una notte. E' arrivato un uomo che aveva tentato il suicidio a causa di una donna. Si era ferito, ma le ferite non erano gravi. L'abbiamo ricucito, c'era un suo amico con lui e sembrava tranquillo. E' andato via. Appena fuori, si è ucciso. Allora ho capito. Non dovevo occuparmi del corpo, il corpo non è niente. C'è qualcosa di più importante a cui pensare, qualcosa che comincia dove finisce il corpo. Sentimento, anima, chiamalo come vuoi."
Posted by: Pamela Canali at 13.09.03 00:54In effetti non c'è nulla di meglio di un medico con un'anima. Li riconosci, nelle corsie d'ospedale. Perdono tempo a parlare con chi sta male. E ricevono sguardi: sguardi di riconoscenza dai pazienti che hanno ricevuto una pacca su una spalla, una parola, una spiegazione; e sguardi di rimprovero da altri colleghi.
Posted by: remo at 13.09.03 01:17l'estate di due anni fa ho ospitato mia madre qui a casa mia. era in piena kemio e dopo un paio di mesi è morta. una notte, noi in camera nostra ( la mia comppagna e nostra figlia)e lei in quella della bambina. alle due di notte sento un suono sordo, mi alzo di scatto e corro a controllare: mia madre era a terra a quattro zampe piena di escrementi addosso e per terra. l'ho tirata sù e accpmagnata in bagno e ho pulito.
non so se questa sia intimità, ma essere intervenuto fattivamente ha reso quell'episodio più sgombro da incubi e sensi di colpa.
Domenica scorsa e' morta E. Era contenta perche' le avevo dato il permesso di alzarsi e lei era riuscita a sedere sul letto. Probabilmente si era formato un trombo nelle vene iliache, se ne e' staccato un pezzo e le ha chiuso le arterie polmonari. Ha fatto presto, e' entrata in coma, sua figlia mi ha chiesto tre o quattro volte se ero sicura che non avesse sofferto. Io non sono sicura di nulla, ma le ho detto che certamente no. E poi ho aggiunto, era convinta di migliorare. Ma non e' di questro che volevo parlare.
Una della ultime volte che sono andata a vederla suo marito mi ha raccontato di come aveva imparato a cambiarla "da letto", di come l'avesse trovata completamente bagnata di urina nel pieno della notte, mentre erano soli, con davanti molte ore prima dell'arrivo delle assistenti e dell'infermiera, ore in cui lui avrebbe dormito asciutto nel letto a fianco e lei sarebbe stata sveglia e bagnata, e cosi' ha raccolto le forze, da ottantenne bronchitico, ed ha cominciato a fare una cosa per volta. In meno di un'ora le ha cambiato la camicia, il pannolone, la traversa, le lenzuola. Era felice di averlo fatto. Mi ha detto orgoglioso: dormo sul divano qui accanto adesso, perche' lei mi vuole vicino tutta la notte.
Io ho notato un bisogno dell'autore di rassicurare se stesso più che il padre, quando dice:"questo non è il tuo primo episodio di incontinenza", e se pure lo fosse stato?
Posted by: marisa at 13.09.03 22:23marisa ha detto qualcosa di fondato, secondo me. comunque, posso capire giulio: i miei genitori, anche quand'erano giovani, hanno sempre tenuto all'oscuro me e i miei fratelli dei loro problemi, malattie ecc. "per non farvi preoccupare", salvo poi ritrovarceli tra capo e collo da un momento all'altro, quei "problemi", quando non si possono più occultare. non sono tanto, quindi, i genitori vecchi, ma sono i genitori... io pure sono genitore, ma francamente non so se mi comporterò anch'io così coi miei figli. quello che è accaduto al babbo di giulio penso può ricondursi a una certa idea di padre, di genitore, che è un modello, un esempio, a volte un simbolo, e che quindi pensa che il figlio ci rimarrebbe male se questo simbolo se la fa addosso... molto più difficile pensare a noi stessi, genitori del 2003, come simboli-modelli di qualche cosa, o comunque come quelli "tutti-di-un-pezzo". non so, però, se il babbo di giulio rientra in questa fattispecie...
Posted by: Mauro Pianesi at 13.09.03 23:08E' un racconto di tenerezza, delicato. A me evoca paure nuove, che ho scoperto di recente. Ho sentito al bar i discorsi in un gruppo di ragazzini, parlavano solo di tatuaggi, roba griffata, cellulari. Un signore anziano e gentile cercava di farsi strada verso il banco passando in mezzo a loro, indifferenti al disagio provocato, anzi, piuttosto infastiditi da quella presenza. Le risparmio i commenti sghignazzanti che poi sono seguiti alle spalle del poveruomo. Allora ho pensato alla mia vecchiaia in balìa di quei ragazzi divenuti infermieri, assistenti presso case di riposo, o semplicemente impiegati a uno sportello. Temo la sopraffazione, la mortificazione e l'umiliazione, a cui la vecchiaia ci espone. Magari avendo ancora tanta voglia di vivere. E pensare che me la immaginavo solo come un problema di rughe, artrosi e fastidiosa incontinenza.
Posted by: Tavor at 14.09.03 01:35hmm...:?
Posted by: watch me at 01.09.05 01:41really? is that it? :)
Posted by: nu to the net at 03.09.05 10:37