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30.09.03

Paura

Mezzogiorno circa. Sono in treno, torno da Roma a Padova. Ho appena superata la stazione di Bologna. Suona il telefono. E' il numero dei miei. Rispondo.
"Ciao", dico.
"Stai bene?", dice la voce di mio padre.

"Sì", dico. "Sto bene. Tra un'ora sono a Padova".
"Ah, bene, bene", dice mio padre.
Ho la sensazione che sia successo qualcosa. Mio padre sembra spaventato.
"Cos'è successo?", domando.
"Niente, niente", dice mio padre. "E' che abbiamo sentito che è deragliato un treno a Bologna. Ci eravamo preoccupati".
"Io non sono deragliato", dico. "Ma è una cosa grave?".
"Ci sono dei feriti, tanti", dice mio padre. "Ma non è morto nessuno".
"Non so cosa dirti", dico. "Il mio treno è in orario, perfetto. Non sarà stato su questa linea".
"Va bene, va bene", dice mio padre. "Ti aspettiamo a pranzo?".
Capisco che è bene così. Devono vedermi sano e salvo.
"D'accodo", dico. "Arrivo in stazione all'una, per l'una e venti sono lì".
"Va bene. Ciao", dice mio padre.
"Ciao", dico. Poso il telefono sul tavolino.
La signora seduta difronte a me mi guarda.
"E' successo qualcosa?", mi dice.
"Non so", dico. "Mi ha telefonato mio padre. Mi ha detto che un treno è deragliato dalle parti di Bologna".
"Dio santo", dice la donna.
"Non so niente di più", dico. "Poi mio padre ogni tanto esagera. Quando sa che sono in viaggio si mette in agitazione".
"Anche mia madre", dice la signora. "Mi telefona sempre per sapere se sono arrivata, quando parto, quando torno".
La signora avrà cinquant'anni. Siamo in un eurostar, prima classe (viaggio gentilmente offerto da Hops Libri; ero a Roma per la presentazione di Mondoblog, il bel libro di Eloisa "La Pizia" Di Rocco). Indossa un tailleur blu molto semplice e molto bello.
"E magari s'informa se ha mangiato, se l'albergo era pulito...", dico.
"Sì, sì", dice la signora, ridendo. Si copre la bocca con la mano, mentre ride.
"Però non so che cosa sia successo", dico. "Spero che non sia una cosa tanto grave".
In quel momento il treno arriva a Ferrara. La signora si alza, prende le sue cose, mi saluta. Reso solo nello spazio delimitato dalle sei poltroncine. Non c'è nessuno seduto davanti o in fianco a me.
A Padova scopro cos'è successo. E' deragliato un trenino di pendolari, studenti e lavoratori. Non s'è ammazzato nessuno. Nemmeno feriti gravi, pare. Nel male, è andata bene.
Io, quando viaggio in treno, mi sento sicuro.

Posted by giuliomozzi at 19:36 | Comments (10) | TrackBack

29.09.03

Aranciata

Rumore. Mi sveglio. Rumore di cose che cadono, di cose che rotolano. Al piano di sopra. I miei. Accendo la luce. Ciabatte. Infilo le braghe. Chiavi. Apro, corro su, apro. Entro. Nella cucina c'è luce. Mio padre è seduto per terra. Accanto a lui una sedia rovesciata.

Il tavolo è spostato. Mele finiscono di rotolare qua e là. Due bottiglie di aranciata, il barattolo del caffè, posate, il cestino del pane: tutto per terra.
Guardo l'orologio a muro. Son le tre e quaranta.
Mio padre è seduto a terra, le gambe distese, le mani appoggiate a terra dietro la schiena. Sembra disorientato, ma non troppo. Ha il pigiama e la vestaglia. Respira profondamente, ma non è in affanno. Gli guardo le gambe. Sono dritte. I piedi sono all'insù, come devono essere.
Mi avvicino, mi abbasso sui talloni.
"Tutto bene?", dico.
"Sì", dice.
"Vuoi alzarti?", dico.
"Un momento", dice.
Aspettiamo. Intanto io capisco che cosa è successo. Le bottiglie di aranciata amara sono sopra gli sportelli dei piatti. Per prenderle bisogna salire su una sedia. Lui ha avuto sete nel sonno, si è svegliato, ha cercato l'aranciata amara nel frigo, non l'ha trovata (oppure: l'ha trovata e ha finita la bottiglia), si è arrampicato per tirare giù una bottiglia nuova da mettere in frigo. Essendo mezzo addormentato, ha perso l'equilibrio o ha messo un piede in fallo.
"Fatto male?", dico.
"No", dice mio padre. "Sono sceso col piede, sono scivolato dopo. Non sono caduto dall'alto".
"Bene", dico.
Aspettiamo ancora. Immagino che mia madre, dalla camera del terzo piano, non abbia sentito niente. Quando si toglie gli apparecchi, non sente quasi più niente. Ed è abituata a che mio padre, suo marito, si alzi due o tre volte durante la notte. E' sempre stato così.
"Ci alziamo?", dico.
"Sì", dice mio padre.
"Ti aiuto", dico.
"Grazie", dice.
Lo aiuto a mettersi da seduto a in ginocchio; aspettiamo un momento; ci rizziamo. Tutto a posto, tutto bene.
"Mettiti in poltrona, va'", dico.
"Sì", dice.
Raccolgo le cose cadute, tiro su e butto il caffè sparpagliato sul pavimento, raddrizzo la tavola e, naturalmente, metto nel frigo una bottiglia nuova di aranciata amara.
Vado in salotto.
"Vuoi un po' d'aranciata?", dico.
"Ero sceso per quella", dice.
"Sì, ma ne vuoi un po'?", dico.
"Sì", dice.
Metto due cubetti di ghiaccio nel bicchiere, lo riempio d'aranciata. Torno in salotto.
"Ecco", dico. "E' calda, ma ci ho messo del ghiaccio".
"Grazie", dice.
Beve l'aranciata, un sorso alla volta. Io sto zitto, seduto sull'altra poltrona. Quando ha finita l'aranciata, posa il bicchiere sul tavolino basso tra le due poltrone.
"Andiamo a letto?", dico.
"Tu vai", dice. "Io aspetto un po'".
"Attento a non addormentarti in poltrona", dico.
"Penso che farò fatica ad addormentarmi", dice. "Ho anche un po' di tachicardia".
"Mi sembra inevitabile", dico.
"Sì", dice.
"L'aranciata amara è nel frigo", gli dico.
"Grazie", dice. "Bisognerà trovargli un posto più pratico".
"Sono d'accordo", dico. "Ci si può pensare domani".
"Certo", dice.
"Allora buonanotte", dico.
"Buonanotte", dice. "Grazie ancora".
"Guarda che non chiudo le serrature di sicurezza", dico alzandomi. "Così, se serve, si fa prima".
"Ma non servirà", dice.
"Be', in somma, almeno simbolicamente", dico.
"Simbolicamente sì", dice.
Ci sorridiamo.
Scendo da me. Prendo sonno di colpo. Mi sveglia la sveglia, alle sette. Ho il treno per Roma alle nove e cinque.

Posted by giuliomozzi at 07:37 | Comments (19) | TrackBack

28.09.03

201

Sono le 23 e 18. Scrivo da un internet café, perché il mio pc è in condizioni deplorevoli. Questo è il mio duecentunesimo post. Domani, lunedì 28, sarò alla libreria MelBooksStore di via Nazionale a Roma, alle ore 18, per la "presentazione" di un libro sui blog. Dormirò a Roma, poi tornerò a Padova. Credo che il mio pc nuovo fiammante sarà operativo verso mercoledì. Dopodiché, manderò a riparare il vecchio, e lo terrò di scorta. Spero che un qualche santo mi assisterà durante il trasferimento di dati dal vecchio al nuovo. Devo anche dotarmi di un nuovo telefono: quello attuale ha il numero 3 della tastiera (corrispondente, per gli sms, alle lettere d, e, f) che non funziona. Anche il tasto Canc ha dei problemi. E il bottone universale, quello che serve per muoversi nel menu, fatica assai. Senza contare che ogni tanto il poveretto si spegne da solo, così, senza nessuno stimolo esterno. Devo anche rifare la carta di identità, e rinnovare il passaporto. La carta di credito, per fortuna, terrà duro fino a luglio 2004. Sono tempi di grandi cambiamenti, grandi rinnovamenti. Aloha.

Posted by giuliomozzi at 23:25 | Comments (8) | TrackBack

27.09.03

Laura Maragnani

Laura Maragnani, un po' più giovane di me, nel 1996 pubblicava per Rizzoli un romanzo intitolato: Nero padano. A me sembrò assai bello. Lo recensii in Nautilus (la mia primissima esperienza nella rete; della quale non capii assolutamente nulla).

Ebbi l'occasione di incontrare velocemente Laura (alla registrazione d'un programma per VideoMusic) e mi sembrò una persona tosta.
Non mi risulta che Laura abbia scritti altri romanzi. In InternetBookShop Nero padano è offerto a metà prezzo; ci sono poi altri libretti suoi, altri a quattro mani, peraltro precedenti, che sono tutt'altre cose. Mettendo "laura maragnani" e "nero padano" in Altavista e in Google, saltano fuori rispettivamente due e quattro link. Il numero di link è un buon indice della sopravvivenza del personaggio o dell'oggetto, mi dicono i miei amici del marketing: quattro link in tutto significano che di quel libro non si ricorda più nessuno. E comunque la sola vera recensione è, se non sbaglio, la mia.
Bene. Laura continua a lavorare per Panorama, dove lavorava già nel 1996. E' nella redazione Attualità. Le si può anche scrivere, scopro ora. Le scriverò.
La mia domanda è: com'è possibile che un così buon libro (posso sbagliarmi, eh!) si perda in così poco tempo? Com'è possibile che Laura si sia fermata (o l'hanno fermata, cioè rifiutata) dopo un solo romanzo - visto che mi pareva, così a occhio, una proprio capace di farne un bel po', di romanzi coi fiocchi.
E in somma, è successo questo: che la settimana scorsa ho riletto Nero padano, e mi è sembrato un buon libro tanto quanto m'era sembrato un buon libro sette anni fa. E ho sentita la mancanza della voce di Laura. Avrei voglia di sentire la sua voce, una nuova storia raccontata da lei.
Tutto qui.

Posted by giuliomozzi at 10:12 | Comments (16) | TrackBack

26.09.03

Il Grande Artista Sconosciuto, 9

Era da un po' che non passavo dal Grande Artista Sconosciuto.
"Sai", mi dice stamattina. "Per me la matematica è come la pornografia".
"Eh?", dico io.

Il Grande Artista Sconosciuto è laureato in matematica. Oggi sul tavolo, tra boccette di trementina e tubi di colore, aveva una dispensa di Grothendieck e un libro di saggi in onore dello stesso Grothendieck.
"Ma sì", mi dice. "Te l'ho già spiegato un'altra volta".
"Ah", dico.
(In verità, mi succede spesso di dimenticare quello che il Grande Artista Sconosciuto dice subito dopo averlo salutato. Mi succede anche con l'Umberto. Ogni tanto penso che dovrei portare con me un registratore, per registrare al volo certe conversazioni. Ma anche al Grande Artista Sconosciuto succede la stessa cosa. La discussione, in somma, ci porta in cieli più alti di quelli che riusciamo a raggiungere da soli. Basta che la discussione cessi, abbia termine, e paf!, ripiombiamo a terra. Per questa ragione il Grande Artista Sconosciuto, di tanto in tanto, mi informa del suo progetto di fondare una tradizione di Matematica da Bar. Tipo dei seminari, ma fatti al bar, nei quali si parla di matemaica così come al bar si parla di calcio. Dice lui).
E' vero che me l'ha già spiegato un'altra volta. Ma non mi ricordo più.
"Io", dice il Grande Artista Sconosciuto, "ho una percezione pornografica della matematica".
"Ah", dico.
"Se uno guarda la pornografia", prosegue il Grande Artista Sconosciuto, "si eccita, se vuole si masturba, magari viene. Se poi però gli domandi com'erano fatti quei corpi che ha visti nelle immagini pornografiche, com'era lei, com'era lui, in che posizioni erano, se il piede era sotto oppure sopra, eccetera, non ti sa dire niente".
"Sì", dico io.
"Ecco", s'infervora il Grande Artista Sconosciuto. "Allo stesso modo è per me con la matematica. Io con la matematica mi eccito. Il mio professore mi ha detto: Tu hai una percezione estetica della matematica. E' vero! E infatti discuto, magari, discuto, e mi sembra di pensare meravigliosamente; ma poi, finita la discussione, non so più che cosa ci siamo detti. Non saprei ridirlo. Invece il mio professore, ad esempio, un giorno gli ho detto che se considera un dimodulo", [seguono cinque minuti di incomprensibilità assoluta per me], "e lui mi ha detto: Ah! Cagate!, e invece un anno dopo ci ha fatto sopra una pubblicazione, quando io quel ragionamento lì l'avevo perso già cinque minuti dopo averlo fatto".
"Quindi?", dico io.
"Quindi così", dice lui. "Ecco. Di queste cose mi piacerebbe parlare con Giovanni Boniolo".
"Ma lui che cosa ne dice?", dico io.
"Ma", dice il Grande Artista Sconosciuto. "Lui dice che quello che io dico non è filosofia, non è scienza, non è filosofia della scienza".
"E quindi che cos'è?", dico io.
"Estetica", dice il Grande Artista Sconosciuto.
"Bene", dico io. "Andiamo a fare colazione".
Caffè, caffè macchiato, pane con l'uva, fetta di salame di cioccolato.

Il Grande Artista Sconosciuto: [1], [2], [3], [4], [5], [6], [7], [8].

Posted by giuliomozzi at 14:45 | Comments (8) | TrackBack

Porta

Ho avute le chiavi di casa che avevo nove anni. Non era una questione di fiducia: era che i miei lavoravano, e quando tornavo da scuola dovevo pur entrare in casa.

Nell'adolescenza ho cominciato a andare in giro un po' per i fatti miei, rientrare tardi e qualche volta addirittura tardissimo, eccetera.
I miei genitori non mi hanno mai detto: "Non tornare troppo tardi". Oltretutto abitavamo in un quartiere dove il controllo sociale era quasi perfetto. E noi (noi ragazzi) tiravamo tardi a parlare di chissà che cosa (non mi ricordo più, di che cosa parlassimo) seduti sugli scalini della chiesa, nella piazza al centro del quartiere.
A un certo punto mio padre cominciò a chiudere il portone. Io avevo la chiave, ma lui chiudeva il catenaccio. Mi toccava suonare. Svegliarli.
Mio padre non mi ha mai detto: "Non tornare così tardi". Mi diceva, invece: "Scusa, non sapevo che tu fossi fuori".
"Bastava fare il giro della casa", dicevo io.
"Scusa", diceva lui.
Il giorno dopo, mi chiudeva fuori di nuovo.
Un giorno fece un cartello di cartoncino, con due buchi e uno spago per appenderlo, e ci scrisse sopra: "Sono fuori". Mi spiegò che se avessi appeso il cartoncino al pomello del catenaccio, prima di uscire, il problema sarebbe stato risolto.
Quella stessa sera uscii, misi il cartello, e lui mi chiuse fuori. Quando venne ad aprirmi, in pigiama e ciabatte, il cartello era ancora lì.
Dozzine di volte gli ho detto: "Ti prego, lascia stare il catenaccio. Lo chiudo io, quando rientro".
Lui ha detto ogni volta: "Va bene. Così è tutto a posto. E' così semplice".
E regolarmente, mi chiudeva fuori.
Ancora oggi, non appena viene buio mio padre chiude tutte le finestre. Chiude i vetri, chiude le imposte, tira giù le persiane. Possono esserci quaranta gradi, come quest'estate, e lui chiude tutto ugualmente. Mia madre aspetta cinque minuti, poi fa il giro e riapre quel che c'è da riaprire, secondo la stagione. Poi, al momento di andare a letto, mio padre fa di nuovo il giro di tutte le finestre.
Non so se voi siete capaci di stare - da svegli - in una stanza con le imposte chiuse o le persiane abbassate. Io non sono capace. Mi dà fastidio. Mi irritano, le finestre chiuse.
Ci sarà una relazione, credo, tra l'indifferenza di mio padre per il mio andare e venire alle ore più varie, e la sua costanza nel chiudermi fuori. Ci sarà una relazione tra il suo volontariato in carcere (ormai più che ventennale) e la chiusura di porte e finestre. Ci sarà una relazione tra la sua passione per la chiusura e il mio bisogno di stare all'aperto, di passeggiare, di prendere aria e avere luce.

[Nota del giorno dopo. Questo testo, postato nella notte, era più lungo. Ma andava a campi. Certe volte non dovrei mettermi a scrivere a ore così tarde. Mi pare che farlo finire qui possa andar bene. gm]

Posted by giuliomozzi at 02:29 | Comments (6) | TrackBack

25.09.03

Radioblog

Il Radioblog è in corso. Credo. O non credo. Non so. Mah. Su RadioTre in questo momento c'è Luca Patella, che ho conosciuto una volta a Spilimbergo, se non sbaglio. Ma non mi ricordo se lui ha conosciuto me. Comunque se lo vedessi non lo riconoscerei.

Posted by giuliomozzi at 22:40 | Comments (7) | TrackBack

Scelte

Suona il telefono. Rispondo. Mentre alzo la cornetta sento già una voce che parla.
"Ho sentito che fate dei corsi di scrittura qui a Padova volevo delle informazioni", dice una voce maschile.
"Buongiorno", dico. "Io sono giulio mozzi. Con chi parlo?".
"Ah sì sono Tizio Caio ho sentito che fate dei corsi di scrittura qui a Padova volevo delle informazioni perché pensavo di frequentarne uno", dice la voce.

"Ma", dico, rinunciando al tentativo di farmi dare un buongiorno, "facciamo due corsi, dai contenuti abbastanza simili, il lunedì e il martedì sera. Sono quindici incontri ciascuno. Si fa un po' di teoria della narrazione, un po' di esercizi, un po' di discussione di testi, un po' di riflessione sugli errori più frequenti. Una cosa molto tranquilla, di spirito anche un po' dopolavoristico".
"Io ho ventun anni devo decidere che cosa fare per l'università mi sento dentro una grande urgenza di scrivere e di raccontare pensavo di non fare l'università ma piuttosto un corso di scrittura", dice la voce.
Chissà se quando scrive fa così, penso, o se ci mette i punti e le virgole.
"Guardi", dico, "non c'è paragone tra uno dei nostri corsi e la formazione che le può dare l'università. Non c'è paragone tra trenta ore di corso e tre anni di università. Mi pare evidente".
"Ma ho paura che se faccio lettere poi divento un letterato invece io voglio diventare uno scrittore non so se mi capisce cosa intendo per letterato", dice la voce.
"Guardi", dico, "non esiste solo lettere. Ci sono tante facoltà universitarie".
"Lei che cosa mi consiglia quale formazione potrebbe essere la migliore per uno che vuole diventare scrittore", dice la voce.
"Guardi", dico, "Carlo Emilio Gadda era ingegnere civile, Primo Levi era chimico, Giuseppe Pontiggia credo che fosse laureato in legge. Quindi le consiglierei ingegneria civile, o chimica, o legge".
"Lei vuole dirmi qualcosa in questo modo vero", dice la voce.
"Ah sì?", dico.
"Una formazione o l'altra lei vuol dire non conta ciò che conta è l'empito interiore se uno ha una vocazione un talento o no", dice la voce.
"Non sarei così radicale", dico. "Comunque, se lei volesse una formazione nell'ambito della narrazione paragonabile alla formazione letteraria che può dare l'università, dovrebbe rivolgersi non a noi. C'è la Scuola Holden di Torino, c'è il Centro di cinematografia sperimentale o come si chiama oggi, ci sono le scuole di giornalismo...".
"Lei che cosa mi consiglierebbe", dice la voce.
"Guardi", dico, "io mi guardo bene dal consigliarle alcunché. Io non la conosco mica. Mi limito a farle notare che non tutti i cosiddetti corsi di scrittura sono uguali. Quelli che facciamo noi sono una cosa, la formazione che dà la Scuola Holden, che poi è una scuola di tecniche di narrazione e non di scrittura, è tutt'altra cosa. E l'università è un luogo dove si acquista, non un logo dove si perde".
"Insomma io pensavo di frequentare un suo corso ma lei mi fa venire dei dubbi", dice la voce.
"Guardi", gli dico, "magari venga a dare un'occhiata. Venga una volta o due. Così si fa un'idea, e poi decide".
"La Scuola Holden costa moltissimo quattromila euro l'anno mi hanno detto", dice la voce.
"Guardi", dico, "faccia due conti e si accorgerà che quattromila euro l'anno sono una cifra adeguata. Una qualunque scuola di specializzazione offre un rapporto prezzo/ore molto peggiore".
"Ha ragione ci penserò grazie intanto vengo a vedermi qualche lezione alla sua scuola", dice la voce.
"Guardi", dico, "che non è proprio una scuola. Come le ho già detto, i nostri sono corsi all'interno di un circolo culturale dove si fa un po' di tutto: dai corsi di dizione a quelli di ballo".
"Va bene va bene quel che è vengo a vedere insomma", dice la voce.
"La aspetto", dico.
Il tipo mette giù. Salutare, evidentemente, non è il suo forte.

Posted by giuliomozzi at 21:45 | Comments (11) | TrackBack

Giuseppe Genna

E dopo l'intervista di Marco Candida a Ivano Bariani, non posso non segnalare questa intervista di Frenulo a Mano a Giuseppe Genna. Lunga vita a Giuseppe Genna! Che mi è caro per tante ragioni, una in particolare (e non sto scherzando).

Posted by giuliomozzi at 01:23 | Comments (19) | TrackBack

Confesso, ne sentivo la mancanza

L'ignoto di treno-e-telefonate si è rifatto vivo. La mia carta di oggi è: Make something implied more definite (reinforce, duplicate). "Definisci meglio un qualcosa che è implicito (rinforza, raddoppia)".

Posted by giuliomozzi at 01:03 | Comments (13) | TrackBack

24.09.03

Radioblog & Mondoblog

La trasmissione Radioblog è confermata per domani, giovedì. Ma alle 22.50, non più alle 22.30.
Invece lunedì 29, alle 18, sarò a Roma, alla libreria MelBooksStore di via Nazionale, per la presentazione di Mondo blog. Ci saranno Eloisa di Rocco, che è l'autrice, e Luisa Carrada.
Invasiva, questa faccenda del blog. Nevvero?

Posted by giuliomozzi at 14:26 | Comments (6) | TrackBack

23.09.03

Due sciocchezze & buonanotte

Il riposo del giusto

Finita la giornata, la lumaca
lentissimamente s’allunga
stirandosi sull’amaca.

Autostrade dell’informazione

Il tasso è nervoso se in taxi
non trova telefono e fax.

Posted by giuliomozzi at 23:02 | Comments (7) | TrackBack

Abbacchio

Tiziano Scarpa scrive, in calce a Sveglia:
Giulio, non ti abbacchiare! In un quaderno ho questo appunto datato 1984 (età: 21 anni): "Memo per quando sarò vecchio. Ricordati che ti succedeva anche da giovane: oggi ho cercato per un'ora le chiavi di casa che avevo appoggiato in cucina per cercare la carta d'identità (che non sono ancora riuscito a trovare)".

Il padre di mio padre, mio nonno, più o meno all'età che ha mio padre oggi, ha cominciato a uscire di testa. E anche una sua, di mio nonno, sorella, cioè una zia di mio padre e mia prozia, più o meno a quell'età, ha cominciato a uscire di testa. C'erano stati dei segnali. Ad esempio delle dimenticanze inspiegabili. A mio nonno, ogni tanto, nel bel mezzo del pranzo di mezzogiorno, veniva il dubbio di non essere andato in ufficio. Allora chiedeva a sua moglie, mia nonna, di telefonare alla banca, domandando se lui fosse già uscito. Così, se le dicevano che era già uscito, aveva la sicurezza di esserci stato. Mia nonna faceva la telefonata, e la risposta era sempre: "Signora, è uscito un'ora fa, mezz'ora fa".
Mio padre, quando deve uscire di casa, prima dimentica il portafoglio, poi le chiavi, poi decide di cambiare berretto, poi torna indietro a riprendere il bollettino di conto corrente per pagare il quale era appunto uscito, eccetera. Questo lo fa da sempre. Poi perde le cose: le ha in mano, e un momento dopo non si trovano più. Vengono ritrovate a volte subito e nei luoghi più ovvii, a volte dopo mesi e nei luoghi più impensati. A volte non vengono ritrovate mai. Una volta perse in casa un paio di scarpe. Scarpe che usava tutti i giorni: se le era tolte la sera, il mattino dopo non si trovavano più. Non se ne seppe più nulla per anni. Le ritrovammo in soffitta, dove nessuno va mai. Anche questo, mio padre lo fa da sempre.
C'è il fatto sgradevole che, quando perde qualcosa, per prima cosa pensa che qualcuno gliel'abbia sottratta. Della sparizione delle scarpe, ad esempio, incolpò il tecnico che era venuto a collaudarci lo scaldabagno. Il tecnico non era salito in soffitta (non essendoci alcuna ragione di salire in soffitta per collaudare lo scaldabagno). Il più delle volte mio padre se la prende con sua moglie, mia madre (ce l'ha lì, a portata di mano), che a sentir lui passerebbe le giornate a nascondergli le chiavi, i portafogli, i libri, gli occhiali, gli apparecchi per le orecchie, e così via. Anche questo l'ha sempre fatto, dacché io mi ricordo.
Bene.
Mio padre non uscirà di testa. Non ora, almeno; magari quando avrà novant'anni; ma non ora. Non avrà il destino di suo padre, mio nonno. Però lo teme, quel destino. Non lo dice. L'ha detto una volta sola, anni fa, in un momento di panico (aveva smarrito una borsa della spesa; era convinto di averla portata a casa; mise la casa sottosopra; la ritrovammo dal pasticcere, dove si era fermato per un caffè e due chiacchiere).
Mia madre teme che il timore di uscire di testa faccia uscire di testa mio padre. Lo vede agitarsi, sudare, correre di qua e di là, diventare sgradevolmente aggressivo, talvolta addirittura intrattabile. Vede che all'irritazione per la cosa dimenticata o persa si somma il timore, appunto, che l'aver dimenticato o perso sia un primo segno. E' come se si domandassero, mio padre e mia madre, in silenzio, mentre mio padre si arrabatta tutto agitato e mia madre, nel tentativo di calmarlo, spesso sortisce l'effetto opposto: questa volta, è uguale alle altre volte? Questa è una delle solite dimenticanze, o è una dimenticanza di tipo nuovo? Tutta questa agitazione, è la solita agitazione, o è una cosa mai vista prima?
Io, quando sono lì, o quando mi raccontano queste scene, cerco di fare il tranquillizzatore. "Ha sempre fatto così", dico a mia madre. "E' vero", dice lei. "Queste cose succedono anche a me", dico a mio padre. "Davvero?", dice mio padre. Racconto i miei incidenti e le mie dimenticanze con leggerezza (nell'uscir di casa, ad esempio, somiglio abbastanza a mio padre), cerco di farne degli avvenimenti buffi e insignificanti: perché anch'io, in fondo, come mia madre, temo che lo stesso timore di uscire di testa sia, o possa essere, un sentimento che, per così dire, produce l'effetto più indesiderato.
Ma il gioco è sempre al rialzo. Mia madre teme che il timore (di mio padre) di uscire di testa possa farlo uscire di testa. Ogniqualvolta mio padre si agita, mia madre teme che gli venga in mente che quell'agitazione sia segno, sintomo, inzio, di un andare fuori di testa. Spesse volte mio padre si agita e basta, senza pensarci su tanto, perché è nella sua natura essere agitato, e intanto mia madre è lì che teme che lui invece tema, nella sua agitazione, che l'agitazione stessa sia eccetera eccetera.
Ogni tanto mi dico: non voglio essere complice. Poi mi rispondo: non sarò mai capace di non essere complice. Io sono figlio in questo modo.

Posted by giuliomozzi at 22:30 | Comments (8) | TrackBack

Ulteriori incidenti

Il rasoio usa&getta si è rotto a metà rasatura. Era l'ultimo. Sono dovuto uscire mezzo rasato e mezzo no, ho comperato un pacchetto da cinque dal tabaccaio vicino, che per fortuna apre presto.
Ho perso il biglietto per Milano, fatto ieri sera.
Il pc si accende, ma lo schermo è nero. Guardando bene, si vede appena appena. Come se la luminosità fosse al minimo. Non c'è modo di regolarla. E' inutilizzabile.
Mi telefona T*: ha beccato un worm.
Chiamo M*, gli chiedo per il pc. Mi dice: "Portalo qui, che ci guardiamo".
Corro, sono in ritardo. Perdo l'autobus per la stazione. Chiamo un taxi. Deve arrivare in due minuti. Arriva in sette.
Appena in tempo. Salgo in treno. Cerco un controllore. Faccio il biglietto. Pago 26,85 invece di 18,85 euro.
Mi siedo. Apro lo zaino e trovo il biglietto fatto ieri sera.
Arrivo in casa editrice. Con M* guardiamo il pc. Funziona benissimo.

Posted by giuliomozzi at 14:36 | Comments (7) | TrackBack

Sveglia

Anche oggi. Potevo dormire fino alle 6.45, per errore ho puntata la sveglia alle 5.45. Terza volta che succede in un mese. Una volta non succedeva mai. Sto invecchiando, non c'è dubbio, sto invecchiando. E questi errori mi faranno invecchiare ancora più alla svelta.

Posted by giuliomozzi at 06:54 | Comments (8) | TrackBack

C'è un orario

Luca, Massi e Stefano ci lasciano in stazione di Mestre alle 23.30. Il treno per Padova è un regionale alle 23.50. Facciamo i biglietti alla macchinetta automatica. Io, già che ci sono, mi faccio anche il biglietto per domani, che è già oggi, ossia martedì 23 (vado a Milano, torno mercoledì sera).

Usciamo sul primo binario. Il tabellone generale dice: regionale per Padova delle 23.50, binario 8. E' il penultimo treno per Padova. L'ultimo è alle 0.16. Da Mestre a Padova, sono venti-venticinque minuti.
Scendiamo nel sottopassaggio, risaliamo al binario 8. Io sono stanchissimo. Mi siedo sulla panchina di pietra. Umberto sembra più vitale. Fumiamo una sigaretta.
Un signore sulla sessantina quasi corre verso di noi, trainando un piccolo trolley.
"Parte qui il treno per Padova?", dice.
"Ci facciamo conto", dico io.
"Perché lì c'è scritto", dice, "pullman sostitutivo".
Mi alzo. Metto gli occhiali. Vado fin sotto la tabella. In piccolo c'è scritto, effettivamente, pullman sostitutivo.
"Ma, non hanno annunciato niente", dice Umberto.
Scendiamo comunque nel sottopassaggio, torniamo al primo binario. Usciamo dalla stazione. Il signore sessantenne, seguito dalla moglie, ci segue.
"Ci ho messo meno da Reggio Calabria a qui", dice ansimando, "che dall'aeroporto a Padova".
Guardiamo a destra, guardiamo a sinistra. Non vediamo pullman.
In quel momento vediamo arrivare il treno al binario 8. Sono le 23.50 in punto. Scendiamo tutti di corsa nel sottopassaggio. Usciamo al binario 8. Qualche passeggero sta scendendo dal treno.
Mi attacco alla maniglia per salire. Un controllore grida: "Che cosa fa?".
Guardo il controllore.
"Per Padova c'è l'autocorsa sostitutiva", dice il controllore.
Scendiamo di corsa nel sottopassaggio. Saliamo al primo binario, usciamo dalla stazione. Il signore sessantenne ci insegue sempre, inseguito a sua volta dalla moglie.
C'è un pulmino minuscolo con scritto sulla fiancata: Sita. Sita è una società di trasporti (proprietà delle Ferrovie dello Stato, almeno una volta) che gestisce molte corse tra Padova e Venezia.
Ci avviciniamo al pulmino. C'è un giovanotto con la giacca dei ferrovieri.
"Scusi", dice Umberto. "Sa mica dove parte l'autocorsa sostitutiva per Padova?".
Il giovanotto si guarda intorno, come colto di sorpresa.
"Lì c'è un autobus", dice, indicando dalla parte del parcheggio.
Ci voltiamo. Effettivamente c'è una corriera, ferma, con i fari accesi, in fondo dalla parte del parcheggio.
Ci dirigiamo verso la corriera. Il signore sessantenne corricchia sul marciapiede, inseguito dalla moglie. Io e Umberto stiamo sulla strada.
Quando siamo a venti metri, vediamo la portella della corrierra chiudersi. Io agito le braccia. Ci avviciniamo, di buon passo. Io non voglio correre, non voglio staccare il signore sessantenne e la moglie.
Un tizio con auricolare del telefono al collo, riccioli biondi e camicia credo a scacchi rosso-rosa-bianca, si spenzola dalla portella. "Dovete andare a Padova?".
"Sì", diciamo in coro.
Mentre saliamo, il tizio dice scocciato: "Vi vedevo arrivare così calmi e tranquilli...".
"In stazione non hanno dato nessun avviso", dico. "C'era scritto binario 8 e anche pullman sostitutivo".
"Perché qui", dice il tizio, e si batte con le dita della mano destra sul polso sinistro, "qui c'è un orario".
In effetti è mezzanotte in punto.
Mi vengono i cinque minuti.
"Che cosa dovevamo fare, i centometristi?", strillo. Intanto vedo che il signore sessantenne con trolley e moglie ce l'ha fatta ad arrivare. "Voleva vederci correre?".
Lui non risponde.
Andiamo a sederci.
Appena partiamo il conducente spegne le luci, così non si può guardarsi in faccia né - per esempio - leggere; e accende la radio, così non si può dormire.
La corriera non prende l'autostrada, non prende la statale, ma fa un sacco di giri per i paesi. Tocca le stazioni di Mira-Mirano, Dolo, Vigonza-Pianiga. Non scende e non sale nessuno.
Il viaggio dura sessanta minuti esatti. Se aspettavamo il treno di mezzanotte e un quarto, arrivavamo prima. Ma bisognava pensarci.

Posted by giuliomozzi at 02:00 | Comments (4) | TrackBack

22.09.03

Ivano Bariani

Ivano Bariani è uno degli animatori di Frenulo a Mano. Marco Candida ha pubblicato nel suo blog un'intervista a Ivano Bariani che si segnala, secondo me, per l'improntitudine delle domande e la franchezza delle risposte: caratteristiche entrambe, di nuovo secondo me, assai positive. L'unico romanzo finora pubblicato di Ivano Bariani, Pico, è pubblicato da Edizioni Clandestine. Potete anche ordinarlo direttamente (info@edizioniclandestine.com), e riceverlo pure con lo sconto.

Posted by giuliomozzi at 12:20 | Comments (181) | TrackBack

Cura

"Ciao", dico, "come va laggiù?".
Sono le cinque del pomeriggio. Sento il respiro di mio padre nel telefono e, sullo sfondo, gli strilli allegri dei nipotini (figli di mia sorella).
"Bene, bene", dice lui. "Dove sei?".
"A Pordenone", dico. "Lo sai benissimo".

"E' vero", dice.
Sono a Pordenone da tre giorni. Ho telefonato ai miei tutti i giorni. Ha sempre risposto mio padre. Mio padre non si ricorda mai dove sono. Me lo chiede ogni volta.
"Hai mangiato?", dice.
Rido. "Perché, ti sembro uno che si dimentica di mangiare?", dico.
In effetti, sono eternamente sovrappeso.
"Ma no", dice mio padre. "E' che quando si è in giro di qua e di là, magari non c'è l'occasione, non c'è il tempo, ti passa l'ora...".
"Sì, vabbè, papà", dico, "è da sette anni che sono eternamente in viaggio, vuoi che non abbia imparato a organizzarmi?".
"E da dormire ce l'hai?", dice.
Ora i due bimbi stanno cantando: "Un elefante / si dondolava / sopra il filo / di una ragnatela...".
"Ovviamente sì", dico. "Pensavi che dormissi sotto un ponte?".
"No", dice, "così...".
"Sono alloggiato in un albergo della catena Best Western, il Park Hotel".
"Ma te l'hanno prenotato loro?", dice.
"Sì, papà", dico. "Sono ospite della manifestazione, e quindi hanno provveduto a trovarmi l'alloggio eccetera. Mi hanno dato anche i buoni pasto".
"Ah!", dice. "Hai mangiato, allora?".
I bimbi ridono, a crepapelle.
"Ma sì!", dico.
"Sai", mi dice, "stamattina eravamo in pensiero per te".
"Come mai?", dico.
"Ma, non lo so", dice. "La mamma [cioè mia mamma, sua moglie] si è svegliata in ansia per te".
Mio padre ufficialmente non è mai in ansia.
"Potevate chiamarmi, no?", dico. Avevo telefonato la sera prima, e anche il giorno prima.
"Ci abbiamo anche pensato", dice.
"E perché non mi avete chiamato?", dico.
"Io volevo farlo", dice, "ma la mamma ha detto di no".
Me li immagino, mio padre e mia madre, in riunione davanti al telefono. Lo chiamiamo o no? Siamo più in ansia se non lo chiamiamo (così dobbiamo aspettare che chiami lui, se si ricorda, se può farlo) o se lo chiamiamo (col rischio che non risponda, anche se è vero che poi richiama sempre)? Possiamo permetterci di chiamarlo? Che diritto abbiamo di entrare nella vita di nostro figlio?
"Se siete in pensiero", dico, "è meglio se telefonate".
Potrei dire: "Se avete bisogno di chiamarmi e non lo fate, e poi me lo raccontate, invadete la mia vita di più che se mi chiamaste ogni volta che ne avete bisogno". Naturalmente non ha alcun senso dirlo.
"Non volevamo disturbarti", dice.
"Tanto lo sai", dico. "Se posso rispondere, rispondo. Se non posso rispondere - perché magari sono su un palco a concionare, o in aula a far lezione - non rispondo e chiamo dopo".
"Sì, è vero", dice.
"Quindi, suvvia, un'altra volta, non fatevi scrupoli a telefonare", dico. Questo, a dire il vero, lo dico ogni volta.
"Va bene", dice.
"Va bon", dico. "Ora ti saluto".
"Quando torni a Padova?", dice.
I bimbi sono diventati silenziosissimi. Chissà che cosa staranno complottando.
"Questa sera", dico.
"A che ora?", dice.
"Non lo so", dico. "Immagino un po' tardi".
"Vuoi che ti prepariamo qualcosa?", dice. "Vuoi passare di qui?".
"Ma no, non serve", dico. "Se arrivo tardi, è perché combino di cenare qui. E che senso ha, che passi da voi alle undici?".
Loro, alle undici, di solito vanno a letto.
"Ah", dice. "E' vero. Va bene".
"Magari passo domattina", dico.
"Va bene", dice.
"Però devo un po' vedere che cosa trovo a casa", dico.
"Va bene, va bene", dice. "Casomai ci chiami".
"Certo", dico. "Ciao".
"Ciao", dice. "Divèrtiti".
I bimbi fanno un urlo potentissimo, che finisce in risate. In tono più grave, e meno urlata, sento la risata di mia madre.
Un giorno, quando saranno grandi, proverò a spiegare a A* e A* quanto sia stata grande la letizia che hanno data ai miei genitori, loro nonni. E' importante che lo sappiano. E' importante sapere il bene che si è fatto.

Posted by giuliomozzi at 09:09 | Comments (9) | TrackBack

21.09.03

101

Sto per lasciare la camera 101 dell'Hotel Park di Pordenone.

Sto per lasciare i due letti con il copriletto a righe - in uno dei quali ho dormito -, il divano violaprugna sul quale non mi sono mai seduto, il televisore che non ho acceso, il telefono che ho smontato per attaccarmi alla rete, il servo muto che è stato tranquillo tranquillo in un angolo per tutto il tempo, la scrivanietta troppo piccola per posarci qualcosa - il pc è posato sul letto - con poltroncina presidenziale troppo grande per starci seduti sensatamente, il frigobar con acqua superalcolici biscottini miniriz e bottiglietta di spumante, il cestino per buttar via le cose a base ellittica, il bagno con vasca da bagno scivolosissima e doccia a filo potentissima, l'armadio a due ante di cubatura paragonabile a quella del mio studio (a casa), la moquette grigio-grigioscuro-arancio dall'aspetto non più inquietante della media, le pareti color tuorlo d'uovo della Coop. Vado via, lascio tutto questo. Invece porto con me le marmellate la cioccolata l'Amaro di Udine. Porto con me Chemical USA di Daniele Brolli Rizzoli, Neoproletariato di Tommaso Labranca Coopercastelvecchi, Resoconto su reddito e salute di Igor De Marchi Nuovadimensione, Arcipelago del vento di Hans Kitzmueller Lint, Il giardiniere di Villa Manin e Andar per uccelli di Amedeo Giacomini Santi Quaranta, Cimiteri di montagna: Ricerca fotografica in Carnia del Circolo culturale fotografico della Carnia Cjargnie e Culture, Le confessioni di Agostino Garzanti, e il libro dell'Anna Salvo. Porto con me il sacchetto di biscotti Pordenone trovato nella busta degli Ospiti di Pordenonelegge (tutto il resto che c'era nella busta l'ho buttato, tranne il programma i buoni pasto e la Maglietta di Pordenonelegge di taglia troppo piccola che ho promessa a Lu). Che altro? Spero di non dimenticare niente, di non portare via niente di troppo. Oggi ancora sempre in giro per la città, a guardare e parlare, eventualmente cazzeggiare, fare ciò che sono pagato per fare, fare possibilmente anche dell'altro, fare tutto ciò che va fatto. I treni per tornare indietro sono circa alle otto, circa alle nove, circa alle dieci, circa alle undici di stasera. Passerò di nuovo in questo albergo a prendere su tutto, camminerò verso la stazione, sarò trasportato dal treno, arriverò a Padova, camminerò, arriverò a casa. Domani è lunedì. Saluti e baci.

Posted by giuliomozzi at 08:41 | Comments (10) | TrackBack

20.09.03

Radioblog

Mi hanno chiesto di partecipare a Radioblog.
Il Radioblog si svolgerà giovedì 25, alle 22.30 in contemporanea su Radio Tre e sul blog di Antonio Zoppetti. Qui c'è una pagina della Rai sul Radioblog di giovedì scorso. Nelle pagine di Zoppetti trovate, invece, tutto il testo del Radioblog di giovedì scorso, partendo da qui.

Si tratterà, banalmente, di costruire un racconto (in forma di dialogo) intervenendo a turno. Si interverrà postando nel blog di Zoppetti.
Alla gentile signora della Rai che mi ha invitato a partecipare, ho domandato: "Ma che senso ha, la faccenda?".
Lei ha detto: "Che senso ha parlare alla radio?".
Io non ho detto: "Non si risponde a una domanda con un'altra domanda".
Lei ha detto: "E' per raccontare una storia, è per divertirsi".
Io ho detto: "Mi ci faccia pensare venti minuti".
Anche perché io, giovedì 25 alle 22.30, pensavo di stare a fare un'altra cosa.
Venti minuti dopo le ho detto: "Va bene".
Non le ho detto: "Questi esercizi tipo cadavere squisito sono roba un po' da quinta elementare".
Le ho detto: "Ma mi spieghi: si tratterà di scrivere un racconto in forma di dialogo scrivendo ciascuno la propria porzione; o si tratterà di impersonare ciascuno un personaggio?".
Lei ha detto: "Appunto, ciascuno di voi interverrà, intanto manderemo della musica".
Io ho detto: "Mi dia una risposta chiara, per piacere. Si tratterà di scrivere un racconto in forma di dialogo, scrivendo ciascuno un certo numero di battute dei vari personaggi; o si tratterà di impersonare ciascuno un personaggio, come in un gioco di ruolo?".
Lei ha detto: "No".
Ci siamo salutati.
Ho tempo da qui a giovedì per inventarmi un senso alla faccenda. Perché abbia deciso di partecipare, è un mistero anche per me.
Saluti a tutti dalla camera 101 del Park Hotel di Pordenone.

Posted by giuliomozzi at 07:27 | Comments (10) | TrackBack

19.09.03

Mormorii e urla

Scrive Mauro in un "commento" a Solo per amatori:
[...] Uno scrittore è uno che scrive, descrive e attende. Un blogger è qualcosa di più: egli scrive, descrive e rappresenta il proprio testo e i propri personaggi; inoltre ascolta il mormorio (o le urla) del pubblico e, spesso, va a braccio, improvvisa, azzarda, approssima e scantona, in virtù della fretta che la rete – cosi pressante e incombente – inocula [...]

Allora: io pubblico questo diario dal maggio 2003, e dal 30 aprile 1993 pubblico libri. Nel mio primo libro, così come nei successivi, era pubblicato il mio indirizzo di casa (poi anche quello elettronico). Il "mormorio" e le "urla" del "pubblico" (preferirei dire: dei lettori), li sento da dieci anni. Ho ricevute centinaia di lettere, centinaia di telefonate. Di lettere, ne ho forse trenta scatole (da scarpe) piene. E da dieci anni, anche per effetto di questo "mormorio" e di queste "urla", mi succede di "andare a braccio, improvvisare, azzardare, approssimare" ("scantonare" no: credo di essere riuscito, finora, a non "scantonare").
Le differenze sono queste due, a tutti note: a) tutto, grazie alla posta elettronica ecc. è più veloce; b) molti discorsi che fino a poco tempo fa erano "privati" (per posta, al telefono, in incontri faccia a faccia ecc.) oggi facilmente diventano "pubblici": attraverso blog, forum, newsgroup e così via.
Ma tutto sommato, per uno come me abituato a incontrare gruppi di persone nelle situazioni più disparate, non mi pare che sia cambiato molto.
Poi c'è la terza grande differenza: che, come scrive ancora Mauro in un altro "commento" allo stesso mio post, per blog forum newsgroup non ci sono ancora delle "regole di convivenza", sentite come fondanti da tutti o quasi tutti. Ma sospetto che sia solo questione di tempo.
Quanto agli effetti della fretta, non saprei. Io cerco di stare sempre calmo. Vero è che non mi riesce sempre. Ma mica solo nel blog.
Buonanotte davvero.

Posted by giuliomozzi at 23:00 | Comments (4) | TrackBack

Amaro di Udine

Sono sopravvissuto a tutto ciò di cui al post precedente. Ora sono nella camera 101 del Park Hotel di Pordenone. Mi sono ritirato presto. Ho cenato con un'ottima minestra d'orzo e un discreto baccalà (alla vicentina) con polenta.

Domani, qui a Pordenonelegge, girellerò qua e là, farò il turista (o quasi) tutto il giorno. Naturalmente incontrerò persone, parlerò di questo e di quello, vedrò gente che non vedo da anni, vedrò altra gente che vedo solo in occasione di festival, convegni ecc. (uno strano tipo di socialità, la socialità da convegno). Cercherò di essere in forma, interessato, gentile - e opportunista. Perché qui più o meno tutti, e anch'io, hanno qualcosa da vendere o da comprare. Questi raduni sono delle specie di mercati: mercati delle relazioni pubbliche. E' importante prendere l'aperitivo con lo scrittore X, battere una pacca sulla spalla al critico Y, cenare con il giornalista Z. Nessuno, è chiaro, fa tutto questo intenzionalmente: la cosa va da sé, è automatica. Questa è la società letteraria. E se per quanto mi riguarda come scrittore potrei farmene un baffo, non posso (non posso?, no: non voglio; non si possono evitare le responsabilità) fare altrettanto per quanto mi riguarda come consulente editoriale.
Oggi comunque, al momento dell'inaugurazione ufficiale, mi sono fiondato in un negozio bellissimo dove ho comperato della cioccolata senza zucchero, una marmellata di fichi Dalfour senza zuccheri aggiunti, una marmellata di mandarini Tudia senza zuccheri aggiunti - e una bottiglia di Amaro di Udine, prodotto da Antonio Colutta, "chimico farmacista, unico ed esclusivo preparatore". L'amaro più amaro che conosca, introvabile nella mia città. Da bersi preferibilmente con acqua (1/4 di amaro, 3/4 di acqua), calda d'inverno e fresca d'estate. Gradazione 15%.
Ultimamente mi sto molto rifugiando nel cibo. Sto bene con le persone con le quali posso mangiare, stare a tavola magari per delle ore (non per mangiare tanto, ma per chiacchierare tanto; per perdere tempo). Mi piace portare alle persone che amo cose buone da mangiare. Portare a pranzo o a cena una persona di nuova conoscenza, è un po' come collaudarla. Se con una persona riesco a mangiare, probabilmente riuscirò a farci anche dell'altro.
Scopri l'acqua calda, mi dicono. Ma in situazioni come queste - festival, convegni ecc. - la tavola sembra essere davvero l'unico luogo nel quale si riesce ad avere una relazione "da persone umane". Naturalmente è un'illusione.
Buonanotte.

Posted by giuliomozzi at 22:35 | Comments (6) | TrackBack

Fiera del ciclo e del motociclo

Sono sopravvissuto alla Fiera del ciclo e del motociclo. Sono sopravvissuto alla riunione improvvisa di cui nessuno sapeva niente. Sono sopravvissuto allo sbaglio di tram. Sono sopravissuto allo smarrimento del biglietto per Bologna. Sono sopravvissuto al pacchetto di taralli comperato in stazione a Milano. Sono sopravvissuto al regionale Bologna-Rovigo. Sono sopravvissuto all'incontro con l'autore nella bellissima e vuotissima sala conferenze della biblioteca di Argenta (Fe). Sono sopravvissuto alla passeggiata di mezzanotte e alla torta di mele dell'una. Sono sopravvissuto al risveglio delle sette e quaranta. Sono sopravvissuto ai dieci minuti dieci per raggiungere il trenino delle Ferrovie Regionali Emiliane. Sono sopravvissuto alla coda per caffè e cornetto al bar della stazione di Ferrara. Sono sopravvissuto ai cambiamenti di percorso degli autobus di Padova. Adesso devo sopravvivere al vuotare lo zaino, riempire lo zaino, fare la doccia, fare la barba, mangiare un boccone, correre alla stazione, cambiare a Mestre, arrivare a Pordenone, sedermi alle ore 16 a fianco della psicoterapeuta di formazione psicoanalitica Anna Salvo autrice del libro Madri e figlie: legami e conflitti tra due generazioni. Se alle 17.30 sarò ancora vivo, non morirò mai più (per ora).

Posted by giuliomozzi at 11:47 | Comments (8) | TrackBack

18.09.03

Milano

Arrivo in stazione alle 6.55. Appena in tempo. Scendo nel sottopassaggio, emergo al terzo binario. C'è un sacco di gente. Neanche fosse lunedì. Ma non è la stessa gente che viaggia da Padova a Milano di lunedì mattina (e torna il venerdì pomeriggio). Gruppi di maschi in maglietta, famiglie con i bambini piccoli. Il treno è pieno. Fortuna che ho fatto il biglietto ieri, a Trento. Altrimenti non trovavo posto. Invece dei soliti Soleventiquattrore, pc portatili e cellulari, vedo uscire dalle borse: panini, sacchetti di brioches, bottiglie d'acqua, addirittura birre (a quest'ora?), Gazzette dello sport. Durante il viaggio chiacchiericcio ad alta voce, risate, in fondo alla carrozza perfino i coretti. Sembra una gita scolastica. Bello.
Appena arrivo in casa editrice, alle nove e quaranta, domando: "Ma che cosa succede, oggi, a Milano?".
"La fiera del ciclo e del motociclo", mi dicono.
Ah. Bene.

Posted by giuliomozzi at 11:35 | Comments (4) | TrackBack

Giro

Sono le sei e dodici del mattino, alle sei e cinquantotto prendo il treno per Milano. Da Milano riparto alle 16, e alle 20.30 sono alla Biblioteca comunale di Argenta (Fe). Da domani, poi, sono a Pordenonelegge (qui il programma). Nel frattempo, magari date un'occhiata alla Ballata di Umberto Casadei di Marco Candida. Anche Casadei sarà a Pordenone, e anche Candida; e ci sarà anche Lu, e credo anche Palomar; e chi altri ci sarà? Be', ci sarà un sacco di gente, perbacco.

Posted by giuliomozzi at 06:17 | Comments (7) | TrackBack

17.09.03

Solo per amatori

Nel blog Falso Idillio, b.georg riprende una questione della quale in questo diario si è più volte parlato, ad esempio qui.

Posted by giuliomozzi at 23:37 | Comments (10) | TrackBack

Non un corso di scrittura

Ho aggiornato con un paio di puntate nuove il "Non un corso di scrittura" che trovate (qui a lato o in fondo in fondo, secondo come la vostra macchina visualizza 'sto blog) nella colonnina dei link, sotto la voce "Editoria e scrittura".

Posted by giuliomozzi at 10:35 | Comments (20) | TrackBack

16.09.03

Geniale, geniale, assolutamente inutile

Se mi volete bene, non astenetevi dal leggere questo. A parte il fatto che leggendolo ho riso come una scimmia, è anche scritto assai bene. Tutti i miei complimenti alla redazione di Frenulo a Mano.

Posted by giuliomozzi at 23:18 | Comments (4) | TrackBack

Querelle

Emma scrive, in un "commento" alla precedente telefonata:
Non vuoi dire cosa pensi dell'appello lanciato da Sanguineti?
Ebbene, cara Emma, ho fatto lo sforzo di andare a vedere che cosa i giornali (quelli disponibili nel web) hanno scritto della querelle tra Sanguineti e Pera. Bene, continuo a non avere nessuna opinione, se non questa:
Che Silvio Berlusconi, affermando che Benito Mussolini "non ha ammazzato nessuno", abbia mentito sapendo di mentire, è pacifico. L'ha ammesso anche lui, rivendicando di avere dette quelle parole "per patriottismo". Dove la giustificazione a me sembra anche più ignobile dell'atto.
Che Silvio Berlusconi persegua un disegno illiberale, antidemocratico e autoritario, a me pare fuor di dubbio. Ma che io dica questo, qui, non serve a nulla. Così come credo che l'exploit di Sanguineti sia stato perfettamente inutile rispetto agli scopi che posso immaginare Sanguineti avesse.
Bisogna ricordarsi che Berlusconi è stato eletto in libere elezioni. E potrà mandarlo via chi riuscirà a batterlo in libere elezioni.
Che cosa dovrebbe fare, Carlo Azeglio Ciampi? Dovrebbe dichiarare illegittima una maggioranza parlamentare eletta in libere elezioni?
E' questa la democrazia?

Posted by giuliomozzi at 22:13 | Comments (27) | TrackBack

Telefono

Ieri sera. Le sette circa. Ho lavorato tutto il giorno a casa e sto andando in piazza a sgranchirmi.
Il telefono portatile suona. Un numero sconosciuto.
"Buongiorno, sono Tizio, del quotidiano ***. Stiamo preparando un servizio di opinioni sulla querelle scoppiata al premio Campiello con le dichiarazioni di Sanguineti e ...".
Si sente malissimo.
"Di Sanguineti e chi?", domando.
"Di Sanguineti e Augias, che sono entrati in polemica con Pera, e oggi c'è stata una risposta di Galan, il presidente della Regione Veneto. Lei che cosa ne pensa?".
Sono disorientato. Tutto quello che so, del Campiello, è chi l'ha vinto: perché me l'ha detto T*. Un libro che non è riuscito minimamente a interessarmi. Mentre libri assai belli, come ad esempio A perdifiato di Mauro Covacich, non sono nemmeno entrati in cinquina. Effetto dei meccanismi perversi della votazione, forse. Ma forse non solo.
"Guardi", dico, "non so che dirle. Ero in viaggio, non ho visti i giornali, non so che cosa si siano detti. Non ho un'opinione".
E' vero.
"Ma", dice Tizio, "Sanguineti ha detto che bisogna difendere la Costituzione".
"Ho capito", dico, "ma non ho né sentite né lette le sue parole. In questi casi è sempre questione di toni, di modi, di parole".
Tizio dice qualcosa che non capisco. Si sente sempre malissimo.
"Non ho capito", dico.
Sto attraversando la piazza delle Erbe. E' l'ora dello spritz, c'è pieno di gente.
"...e Marcello Pera ha replicato a Sanguineti..."
"Senta", dico. "Non posso avere un'opinione su una cosa che non so".
"Le sto dicendo quello che hanno detto", dice Tizio.
"Senta", dico. "Sono in mezzo a una strada, la sento malissimo, non ho letti gli articoli, non ho avuto il tempo di pensarci. Che opinione vuole che abbia?".
Tizio parla ancora. Smetto di premermi il telefono sull'orecchio, tanto sono per lo più scariche e squittii.
Tizio tace, come se toccasse a me parlare.
Taccio.
Tizio parla ancora, e stavolta lo sento meglio, sento le parole ma non riesco a mettere insieme un senso.
"Allora la saluto, buonasera", dice distintamente Tizio.
"Buon lavoro", dico.

Posted by giuliomozzi at 10:49 | Comments (11) | TrackBack

Beatrice

A Bolzano, fino al 15 ottobre, alla galleria Les Chances de l'Art espone Beatrice Pasquali. Io credo che le cose che Beatrice fa siano molto belle. Ho avuto l'onore di scrivere un testo per il catalogo di una delle sue prime personali, alla galleria Girondini di Verona. Non ho viste le opere che espone a Bolzano; forse uno di questi giorni riesco a farci un salto. Invito chi può ad andarle a vedere.

Posted by giuliomozzi at 01:09 | Comments (2) | TrackBack

15.09.03

Milano

Due mesi fa mio padre e mia madre sono andati al funerale d'un parente che io non ho mai visto. Il parente abitava in Toscana. Nel viaggio di ritorno, il treno eurostar sul quale viaggiavano ha fatto più di un'ora di ritardo. Mio padre ha provveduto a richiedere, come suo diritto, il rimborso parziale del biglietto. Un paio di settimane dopo, il rimborso gli è arrivato a casa, per posta. Si tratta di un "buono" spendibile presso le biglietterie ferroviarie. L'importo è di una quarantina di euro circa.

Quando avevo dodici/tredici anni, mio padre lavorò per parecchi mesi in Somalia. Poi andò più volte, per periodi di qualche settimana, in Romania e in Jugoslavia. Quando era consulente della Fao per la pescicoltura andava spesso a Roma, talvolta partecipava a congressi politico-scientifici in giro per l'Europa. Sicuramente andò a Berlino e a Marsiglia.
Mia madre invece ha viaggiato pochissimo. Con un lavoro e tre figli, poi quattro, non che ne avesse tanta possibilità.
Erano anni, credo, che mio padre e mia madre non facevano un viaggio più lungo di trentuno chilometri. Trentuno chilometri è la distanza tra Padova e Vicenza: a Vicenza abita mia sorella, con suo marito e i due bimbi. Mio fratello, con la moglie e i tre bimbi, abita circa a metà strada tra Padova e Vicenza. Io abito sotto casa.
Quando il "buono" gli è arrivato a casa, mio padre ha cominciato a favoleggiare sul modo di spenderlo.
"Fin dove si può arrivare, con quaranta euro?", mi ha domandato.
"Ma", ho detto, "quando vado a Milano ne spendo diciotto e settantacinque. Sicuramente puoi andare e tornare da Milano, e anche avanzare qualcosa. Oppure puoi andare a Imola. Probabilmente a Trieste".
Mio padre ha parenti, che io non conosco per nulla, a Trieste. A Imola non conosce nessuno. Gli è venuto in mente che un suo vecchio amico, che non vede né sente da anni, abita ora a Milano.
"Mi guardi sull'internet, se trovi l'indirizzo?", mi ha chiesto qualche tempo dopo.
"Fai prima a chiamare la Telecom", gli ho detto.
No, la Telecom non gli andava di chiamarla. Ho guardato nell'internet, ho trovato l'indirizzo dell'amico, alla prima occasione ho lasciata a mio padre la stampata. Gli ho anche tirata giù una mappa con il percorso in Milano.
"E quand'è che vai a Milano, di solito?", mi ha chiesto un altro giorno.
"Di solito il mercoledì", gli ho detto.
"Perché io andrei a Milano", ha detto, "ma se posso non fare il viaggio da solo mi va meglio".
"Certo", ho detto, "ci si fa compagnia".
"Comunque sono solo due ore", ha detto.
"Con l'eurostar, due ore e sette minuti", ho detto. "Con l'intercity una buona mezz'ora in più".
"Bene", ha detto. "Ti farò sapere".
Non me ne ha più parlato.
La settimana scorsa gli ho domandato: "Hai più sentito il tuo amico di Milano?".
"Non ancora", mi ha detto. "Col caldo che faceva, non avevo voglia di muovermi".
"Certo", ho detto.
"Lo chiamo uno di questi giorni", ha detto.
"Bene", ho detto.
Gli ho scritto su un foglio i giorni in cui sarei andato a Milano nelle quattro settimane successive.
"Grazie", mi ha detto.
Qualche giorno fa mia madre mi dice: "Vedi di farti dare quel buono, prima che scada. Tanto lui non lo usa".
Ho domandato a mio padre: "Hai deciso qualcosa, per Milano?".
"No", mi ha detto, "non ho ancora deciso".
"Hai guardato quando scade il buono?", gli ho detto.
"No", mi ha detto.
"Se vuoi", gli ho detto, "te lo compro. Ti do il corrispondente in euro. Tanto per me non cambia niente".
Io viaggio in treno pressoché tutti i giorni.
"No, grazie", mi ha detto. "Decido uno di questi giorni".
"Bene", gli ho detto. "Comunque tieni presente".
"Certo", mi ha detto.
"Non vale proprio la pena, di buttare via quaranta euro", gli ho detto.
"Certo", mi ha detto.
Mi piacerebbe portare mio padre a Milano, un giorno. Potremmo fare un giro a guardare cose: il Duomo tutto impacchettato dai restauri, la galleria Vittorio Emanuele II con i caffè dove un caffè costa l'iradiddio, la Rinascente, la Scala con i lavori in corso, via Montenapoleone. Anche girando sempre lì intorno - nessuno di questi posti dista più di cinque minuti dal Duomo -, potremmo perderci via una giornata. Potrei portarlo dove lavoro, così qualcosa della mia vita incomprensibile e vagabonda - come per anni è stata vagabonda la sua - diventerebbe per lui qualcosa di concreto. Mi piacerebbe vedere mio padre giovane, mi piacerebbe che nella mia vita dei miei quarant'anni lui vedesse rispecchiata la sua vita dei suoi quarant'anni.

Posted by giuliomozzi at 18:24 | Comments (3) | TrackBack

Che cosa fanno le parole

Nell'ultimo Alias, il supplemento di musica libri ed altro del quotidiano il manifesto, un musicista o un produttore o un discografico (vado a memoria, e in realtà non ho letto l'articolo: mi ci è cascato sopra l'occhio) viene definito: "La vera eminenza grigia della musica nera".
Nel libro sul pomodoro che leggevo l'altro giorno, a pagina 70 si legge: "Io e mio marito andammo a sciare una volta con Matt e sua moglie, sul monte Shasta [...]. Noi eravamo in vantaggio nell'arrampicata aerobica, ma in discesa ci fecero mangiare la polvere".
Nella mia edizione dell'Interpretazione dei sogni di Sigmund Freud (Newton Compton 1976), a p. 181 si legge: "...per le sue attività in tali occasioni si era procurato il soprannome lusinghiero di 'compagno di letto del Governo'. Egli chiese un mezzo scopartimento di prima classe...".
Per fretta, per svista, per errore, ogni tanto le parole dicono un po' quello che vogliono. Ma, secondo me, e non solo secondo me, credo, quando dicono quello che vogliono, dicono proprio quello che non volevamo dire.
Il che mi sembra bello e istruttivo.

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Conversazione

Mio padre dorme, seduto davanti alla televisione, il telecomando tra le mani. La televisione è a volume altissimo. Lui ci sente poco, e gli apparecchi dentro le orecchie gli danno fastidio. Così li porta solo quando non può farne a meno.

Mia madre e io ci rifugiamo a parlare in cucina. Chiudiamo la porta del salotto, la porta della cucina. Anche mia madre ormai ci sente poco, ma lei gli apparecchi li sopporta benissimo. Li mette appena si alza e li toglie prima di andare a letto. Solo nei giorni del gran caldo, all'inizio di agosto, non li ha sopportati.
Comunque non riusciamo a parlarci. La voce della televisione è potentissima, e per qualche ragione (evidentemente gli apparecchi selezionano certe frequenze, ecc.) mia madre sente più distintamente la voce della televisione che la voce mia. Non che io abbia una gran voce. Poi ho anche un po' di bronchite, in questi giorni.
Vado di là.
Conosco la situazione. Se spegnessi la televisione all'improvviso, mio padre si sveglierebbe e la riaccenderebbe. Devo invece diminuire il volume, ma non di tanto, di quello che basta perché di là, al di là di due porte chiuse, mia madre e io riusciamo a parlarci.
Mio padre è seduto lateralmente sulla sedia - una delle sedie buone del salotto, con lo schienale alto e il fondo in paglia di Vienna -, il fianco destro appoggiato allo schienale, il gomito destro appoggiato in cima allo schienale, la tempia destra appoggiata sulla mano destra. Le gambe sono distese, accavallate all'altezza dei polpacci. Il telecomando è nella mano sinistra, che giace abbandonata sopra la gamba sinistra.
Mi avvicino con cautela. Di sfilare il telecomando dalla mano che lo trattiene, non se ne parla neanche. Il pollice - osservo - copre proprio il tasto del volume. Quindi devo armeggiare con i comandi del televisore, che sono concepiti per non essere usati mai. Ci metto un minuto, inginocchiato davanti al televisore, con la voce e la musica che mi intronano, a capire qual è la micromanopola del volume. Lo abbasso un po'. Poi un altro po'. Do un'occhiata a mio padre. Ancora un altro po'.
Torno in cucina, aprendo e richiudendo accuratamente le porte del salotto e della cucina. Intanto mia madre ha messo su un caffè.
Mentre aspettiamo che esca il caffè ci guardiamo, in silenzio, seduti lei di qua e io di là del tavolo di fòrmica finto legno, cercando di ricordare qual era la cosa importante, la cosa che dovevamo dirci.

Posted by giuliomozzi at 09:47 | Comments (5) | TrackBack

Ritorno

Sono salito sul treno. Non avevo posto prenotato, quindi sono salito su una carrozza a caso. Quella che mi si è fermata davanti.
Ho cominciato a camminare nel corridoio della carrozza. Uno scompartimento vuoto, due, tre, quattro. Tutti gli scompartimenti della carrozza erano vuoti. Le luci accese. Qualche avanzo di precedenti presenze: un giornale abbandonato, un sacchetto di carta con involucri di cibo MacDonald's, un certo odore d'aria viziata.
Non ho osato cambiare carrozza. Mi sono seduto nello scompartimento al centro della carrozza. Ho letto il mio libro da viaggio. Ho mangiati i biscotti per il viaggio. Ho bevuta l'acqua per il viaggio.
Solo sono partito, solo sono arrivato, nonostante le tre fermate intermedie.
E ora sono a casa, in salvo.

Posted by giuliomozzi at 00:22 | Comments (2) | TrackBack

Saltabeccando

Questa mattina (che è già ieri mattina, cioè il 14 mattina) leggo Gattostanco, che mi rinvia a Marco Candida. Nel frattempo ricevo una lettera privata da Marco Candida e la percepisco, benché parli d'altro, come intimamente connessa a quanto ha scritto nel suo blog. Inserisco quindi un "commento" in Gattostanco, il quale poi lo posta direttamente. Provvedo a segnalare la cosa nei "commenti" all'intervento originario di Marco Candida nel suo blog. Nel frattempo Marco Candida risponde a Gattostanco nel suo proprio blog, inserisce un "commento" nel blog di Gattostanco nel quale dice di aver risposto nel suo proprio blog (dimenticandosi di scriverne l'indirizzo), e manda a me una lettera privata.
Che strano modo di conversare. Ma non è detto che non funzioni.

Posted by giuliomozzi at 00:04 | Comments (10) | TrackBack

12.09.03

Intestino

Mio padre è stato in ospedale per una scopia, l'hanno clisterato e riempito di liquidi e non so che cosa (lui non ha voluto che l'accompagnassi) e sulla strada di casa non ce l'ha più fatta a trattenersi: tutto il liquido gli è uscito dall'intestino, gli ha inzuppati i pantaloni, ha fatta la pozza per terra. E a lui, all'istante, è mancato il fiato. Ha allungata una mano, ha trovato (per fortuna) il tronco d'un tiglio.

Mio padre ha affrontato con serenità i problemi alla prostata, i calcoli alla cistifellea, il rischio d'infarto, la prossimità del diabete. Ma questo ultimo fastidio, e gli esami invasivi al quale lo costringe a sottoporsi, proprio non lo sopporta. Si intristisce, si vergogna.
Ieri mi ha detto: "Lo sapevo che mi succedeva".
"Potevo accompagnarti", gli ho detto.
Ha fatto segno di no con la testa.
Io sapevo che aveva questa visita. Ma non sapevo quando: non me l'ha detto. Gliel'ho chiesto, non me l'ha detto. Ero a casa: avrei potuto accompagnarlo senza nemmeno spostare un appuntamento o un impegno di lavoro. E lui sapeva che ero a casa.
Pur di non farsi vedere dal figlio a non saper controllare l'intestino, preferisce rischiare di trovarsi in strada da solo, senza fiato, tutto sporco, con la testa che gira per l'effetto-svuotamento e col cuore che batte per la vergogna, appoggiato a un tiglio per tenersi in piedi.
L'ha accompagnato a casa il fruttivendolo.
"Era tutta acqua", mi ha detto ridendo ieri sera, quando sono passato a ringraziarlo. "Non faceva neanche odore".
Il pasticcere era sulla porta a fumarsi la Muratti. Li ha visti, ha visto mio padre conciato a quel modo, ha preso su un grembiule e gliel'ha girato attorno ai fianchi.
"Non voleva neanche", mi ha detto. "Io gli ho detto che va ben che sono cento metri, ma perché farsi vedere così da tutti?".
E mi ha guardato, il pasticcere. Evidentemente pensava delle cose sul mio conto.
"Con un trattamento come quello che ti hanno fatto", ho detto ieri a mio padre, "me la sarei fatta addosso anch'io".
Eravamo nella sua cucina. Lui stava seduto, io mettevo su un caffè.
"Non c'entra", dice.
"Non c'era, lì, un bagno dove aspettare l'inevitabile?", ho detto ancora.
"Sì", ha detto. "C'è un bagno. E c'era uno preso peggio di me".
Che poi è quello che immaginavo.
"Ascolta", dico.
Mi guarda.
"Tu hai un problema allo sfintere", dico.
"Sì", dice lui.
"E questo problema può provocare episodi di incontinenza", dico.
"Sì", dice lui.
"Questo che ti è capitato, non è un episodio di incontinenza", dico.
"Sì, ma...", dice lui.
"Non è un episodio di incontinenza", dico, ostinato. "Questo non è il tuo primo episodio di incontinenza. Questo è la conseguenza di clisteri e irrorazioni e lubrificazioni e che so io che ti hanno fatto i medici, per fare la scopia. Tu non hai cominciato ad avere episodi di incontinenza".
Mi guarda.
"Giusto?", dico.
"Sì", dice, abbassando la testa.
Abbiamo atteso, in silenzio, che il caffè uscisse.

Posted by giuliomozzi at 14:56 | Comments (16) | TrackBack

Non io

Ieri per tre volte sono stato scambiato per un'altra persona.
Prendo il treno per Milano delle 6.58, mi sistemo in carrozza 8. Venti minuti dopo, a Vicenza, sale un tipo in completo grigio e cravatta gialla. Cerca il suo posto, mi vede, si illumina tutto, mi saluta, mi porge la mano (io mi alzo, gli stringo la mano, intanto penso: chi sarà mai?), mi chiama dottore e comincia a parlarmi di un problema di controllo della qualità di un certo tipo di acciaio.

Io lo ascolto per un minuto.
"Stop", gli dico, aprendogli la mano destra davanti al petto, come fanno i vigili.
Lui zittisce, fa una faccia un po' stupita.
"Io non so chi è lei", dico. "Mi sta confondendo con mio fratello o con mio cognato". A dire il vero, mio fratello (minore) non si occupa di qualità degli acciai da un pezzo. Adesso progetta sistemi per la movimentazione delle merci: carrelli, muletti, nastri trasportatori, magazzini automatici.
Il tipo fa una faccia ancora più stupita.
"Lei non è ***", mi dice, "della Valbruna?".
"No", dico, "quello è mio cognato".
"Ah, mi scusi", dice il tipo imbarazzato. "Mi scusi".
"Per carità, dico io.
Più tardi, mentre sonnecchio guardando fuori dal finestrino, realizzo questo pensiero: che ovviamente io e mio fratello ci somigliamo, ma io e mio cognato non ci somigliamo affatto (né abbiamo alcuna ragione per somigliarci).
Nel primo pomeriggio, sono in casa editrice. Con Paola Borgonovo siamo rileggendo e rivedendo il risvolto d'un libro che manderemo a stampare tra pochi giorni. Passa una ragazza, lascia giù un foglio sul tavolo di Paola, mi saluta con un "Ciao!" cordiale e si gira per andarsene.
Alzo gli occhi: la ragazza è una ragazza che ho vista più volte lì in casa editrice; ma non è una di quelle dieci persone con cui lavoro; non so come si chiama; forse una volta, nella cucina (in casa editrice c'è una cucina, per chi vuole mangiare lì), mi ha passato il sacchetto del pane o mi ha chiesto di passarle il formaggio.
"Buondì", le rispondo.
Lei si rivolta verso di me, mi guarda.
"Ah, mi scusi, mi scusi", dice, "l'avevo scambiata per un'altra persona".
Diventa rossa, sembra molto agitata.
"Non c'è problema", dico, "non mi dispiace mica, essere salutato".
"Mi scusi, mi scusi", ripete la ragazza.
"Ma no", dico io.
La ragazza si allontana, dalla soglia dell'ufficio di nuovo dice: "Mi scusi ancora".
La sera, sono in Prato della Valle a Padova. Sono appena sceso dall'autobus, un ragazzo con zaino mi ferma per chiedermi dov'è via Aleardo Aleardi. Dall'accento sembra russo. Il suo italiano è ottimo.
"Non so dov'è via Aleardo Aleardi", dico. "Dove deve andare?".
"All'ostello per la zioventù", dice il ragazzo.
"E' di là", gli dico indicando in direzione di via Cavalletto, cominciando a contare mentalmente i semafori.
"Ho un viglietto", dice il ragazzo.
Tira fuori di tasca un bigliettino un po' malconcio. C'è scritto: "Da via Cavalletto, primo semaforo a destra", eccetera.
"Ecco", gli dico. "Vedi quel semaforo?".
"Sì", dice.
"Lì comincia via Cavalletto".
"Grazzie", dice il ragazzo. Si gira per avviarsi, quasi sbatte contro una famigliola (padre, madre, due bambini) che ci viene incontro.
"Scussi", dice il ragazzo alla famigliola.
"Ciao", gli dico io.
"Ciao", mi dice voltandosi.
"E' questa?", mi dice la madre della famigliola, indicando la basilica di Santa Giustina.
"Questa cosa?", dico.
"E' questa?", ripete la madre.
"Cosa state cercando?", dico. Immagino che, come tanti, stiano confondendo la basilica di Santa Giustina con la chiesa del Santo (di sant'Antonio, cioè, che a Padova è "il Santo" e basta).
La madre mi guarda meglio.
"Mi scusi", dice la madre, "l'ho scambiata per un'altra persona".
"Nessun problema", dico. "Se vi serve un'indicazione...".
"No, grazie", dice la madre.
Io rimango fermo. Si allontanano.
Decisamente, ieri ero poco io. O sembravo molti altri. Ma appena si scopriva che ero io, non interessavo più. Mah.

Posted by giuliomozzi at 08:46 | Comments (10) | TrackBack

11.09.03

Recapito

Il treno fa un po' di ritardo, arrivo a Padova alle 21.17. Faccio in tempo a prendere l'autobus 3 delle 21.20, che va dalle parti di casa mia.
Si siede accanto a me una ragazza. Calzoni neri, camicione nero, sciarpetta nera, in testa un berretto stile La stangata, un orecchino enorme all'orecchio destro (all'altro orecchio, niente).

Ha odore di sudore, acuto, e di alcol, dolciastro. Alcol da aperitivi. Mastica una gomma aprendo la bocca.
Scambia qualche parola con un giovanotto che è salito con lei.
Io sto leggendo il mio libro. Parla di pomodori geneticamente modificati.
"Ciao", dice la ragazza.
Non mi accorgo subito che si rivolge a me.
"Ehi, ciao!", dice la ragazza, toccandomi la spalla.
Alzo gli occhi, la riguardo bene. Non la conosco.
"Ciao", dico.
"Che cosa leggi?", dice la ragazza.
Ha un modo un po' da bambino. Mi sorride.
"Un libro sui pomodori geneticamente modificati", dico.
"E perché?", dice la ragazza, continuando a sorridere.
"Ma", dico, "per avere un'idea di che cosa mangio quando mangio".
"Hai ragione!", dice la ragazza. Adesso ride.
Torno al mio libro. La ragazza scambia qualche altra parola con il giovanotto. Io ascolto, anche perché l'autobus ha messe le mezze luci.
"Che cosa fai adesso?", dice il giovanotto.
"Faccio la pipì, mangio e vado a letto", dice la ragazza.
"E dove scendi?", dice il giovanotto.
La ragazza ha un'esitazione minima.
"Al capolinea", dice.
Non capisco che cosa dice lui.
"Io non ce l'ho, un recapito", dice la ragazza.
Il giovanotto scende alla prima fermata. Non saluta la ragazza. La ragazza non lo saluta.
"Quanti anni hai?", dice la ragazza, di nuovo rivolta a me.
Chiudo il libro. Rispondo senza guardarla troppo.
"Quarantatre", dico.
"Ma non sembra proprio!", dice la ragazza, festosa.
"Perché c'è poca luce", dico.
"E dove scendi?", dice la ragazza.
"Prima del capolinea", dico.
"Ti posso accompagnare?", dice la ragazza, cantilenando un po'.
"Io vado a casa", dico.
"Non andiamo al bar?", dice la ragazza, un po' lamentosa.
"Io non vado al bar", dico.
La ragazza fa il broncio.
Metto il libro nello zaino.
Arriva la mia fermata. "Ciao", dico alzandomi. Nessuna risposta. Scendo.
Dieci minuti e sono a casa. C'è un bel fresco.

Posted by giuliomozzi at 23:24 | Comments (13) | TrackBack

Ancora oggi

Nessuna delle persone con cui ho avuto che fare oggi si è lasciata sfuggire una sola parola sull'anniversario dell'attentato alle torri gemelle.

Posted by giuliomozzi at 23:04 | Comments (6) | TrackBack

Oggi

Il messaggio dei familiari delle vittime dell'attentato dell'11 settembre di due anni fa.

Lo potete leggere nelle pagine della Tavola della Pace.

Posted by giuliomozzi at 16:46 | Comments (1) | TrackBack

Cittadinanza

"Biglietto, prego", dice il controllore.
"Un momento", dico io, svegliandomi.
"Biglietto, prego", dice intanto il controllore a un'altra persona.
Mi palpo la tasca dei pantaloni, niente, apro la tasca grande dello zaino, niente, apro la tasca media dello zaino, niente. Sarà nella tasca piccola.

"Biglietto, prego", dice il contollore.
E' per me.
"Un momento", dico.
Nella tasca piccola dello zaino, niente.
"Quanto le ci vuole?", dice il controllore.
"Stavo dormento", dico. "E' come se stessi cadendo giù dal letto".
"Ce l'ha, il biglietto, o no?", dice il controllore.
"L'ho comperato all'edicola", dico, continuando a frugare in tutte le tasche possibili. "E potrei dirle in quale macchinetta obliteratrice l'ho obliterato".
"Non me lo dica", dice il controllore. "Me lo faccia vedere".
"Certo", dico io. Ormai mi sto frugando anche nelle mutande.
"Se non ce l'ha", dice il controllore, "fa prima a dirlo subito".
"Ce l'ho", dico.
"Me lo faccia vedere", dice il controllore.
"Arrivo", dico.
"Ce l'ha o non ce l'ha?", dice il controllore.
In quel momento mi accorgo che il biglietto è sul sedile.
"Ecco", dico. Raccolgo il biglietto e lo porgo.
"Questo l'ha trovato sul sedile", dice il controllore.
"Certo", dico. "L'ho trovato sul sedile perché ce l'ho messo io".
Il controllore prende in mano il biglietto.
"Questo biglietto è stato emesso a Padova", dice.
"Sì", dico io. "L'ho fatto alla macchinetta automatica".
"Ma lei è qui da prima di Padova", dice il controllore.
"No", dico io. "Io abito a Padova".
"Lei è qui da prima di Padova", ripete il controllore. "Non sono cieco".
"No", dico io. "Sono salito a Padova".
"Lei era qui", dice il controllore.
Mi viene un'ispirazione. Prendo il Corriere della sera, che ho comperato in stazione. Sfilo dal Corriere della sera l'inserto Corriere del Veneto. Lo apro. A pagina 3 c'è una mia foto. Spiego l'inserto. Faccio vedere la foto.
"Vede questa?", dico al controllore.
"Sì", dice il controllore.
"Vede che qui ho dieci anni di meno di quelli che ho oggi?", dico.
Il controllore non dice niente. In effetti, non c'entra niente.
"Allora", dico al controllore, "se lei vuole contestarmi questo biglietto, deve motivare la sua contestazione".
"Lei è salito a Padova?", dice il controllore.
"Sì", dico.
"Bene", dice il controllore.
Buca il biglietto e passa avanti.
Oggi, essere cittadini non basta.

Posted by giuliomozzi at 02:05 | Comments (18) | TrackBack

09.09.03

Il Grande Artista Sconosciuto, 8

"E alla fine", dice il Grande Artista Sconosciuto, "mi rendo conto di essere solo un pòro can".
Siamo nel suo studio-soggiorno-cucina. Alla Madonna con ramarro alla quale sta lavorando da mesi è successo qualcosa, ma non saprei dire che cosa. La guancia e l'occhio destri (per chi guarda) sono diventati ancora più luminosi. La guancia e l'occhio sinistri sono ancora più sprofondati nell'oscurità. O forse è solo che oggi c'è poca luce fuori, pioviggina, e il Grande Artista Sconosciuto ha accesa la lampada da tavolo.
"Perché un pòro can?", dico io.

"Guàrdami", dice lui. "Guàrdati attorno".
Un bilocale da single, un tasso di ordine e pulizia veramente maschile, avanzi di un po' di tutto sparsi un po' dappertutto, un vecchio Mac chiazzato di caffè birra e chissàchealtro sul tavolo ingombro di carte, schizzi, pennelli, fotocopie di pubblicazioni matematiche. Piatti di carta con colori mescolati. Libri d'arte sfasciati a forza d'essere sfogliati, guardati, studiati. Nel lavello: pentole, bottiglie, boccette di colore, piatti di ceramica, posate.
"Che vita vorresti?", dico.
"Be'", dice il Grande Artista Sconosciuto, sorridendo meravigliosamente, "io vorrei vivere in albergo".
"In albergo?", dico.
"Sì", prosegue lui, serissimo. "In albergo, senza preoccupazioni. E poi naturalmente mi servirebbe uno studio".
"Che dovrebbe essere come?", interrogo.
"Intanto", dice il Grande Artista Sconosciuto, "non troppo distante dall'albergo. Poi, in un bel palazzo. Possibilmente a un piano alto, e con grandi vetrate, per avere luce".
"Bene", dico. "Almeno questo è un obiettivo".
"Un obiettivo?", dice.
"Sì", dico. "Un risultato che puoi perseguire".
Mi guarda, e ancora sorride.
"Non hai capito", dice. "Tutte queste cose, mi dovrebbero essere donate".
"E da chi?", dico, sorridendo anch'io.
"Da un magnate", dice il Grande Artista Sconosciuto. "Da qualcuno che decida di investire nella mia arte. Da un Mecenate. Oppure dal Papa".
"Addirittura il Papa!", mi scappa.
In quel momento mi accorgo: è la mano, della Madonna con ramarro, che è cambiata. E' diventata più mano. Ha preso corpo. Il colore è meno uniforme, più, appunto, carnale. E la stigmata ha un rosso diverso.
"Sì", dice. "Il Papa. Che cosa faccio io, se non arte sacra?".
"E' vero", ammetto, "ma...".
"E allora", dice serissimo il Grande Artista Sconosciuto, "se io non faccio che arte sacra, voglio essere giudicato in quanto artista di arte sacra. Che cosa vuoi che me ne freghi, a me, di tutti questi galleristi, questi critici d'arte, che capiscono solo i quattrini, e poi non sanno neanche distinguere una tempera da un olio?".
"Be'", azzardo, "non è detto che il Papa sia anche un esperto d'arte".
"Certo", dice lui. "Ma il Papa, che non sarà stato eletto Papa per caso, è un esperto di spiritualità. E chi ha una grande esperienza di spiritualità, non ha bisogno di conoscere la tecnica della pittura per riconoscere un bel quadro. La pittura è una cosa per grandi anime", ha concluso.
Ieri sera ho portato T* a guardare il quadro che i Francescani hanno accettato nella loro chiesa. Era tardi, la chiesa stava chiudendo, anche noi dovevamo passare in libreria: abbiamo data solo un'occhiata. "Bello", ha detto T*. "Molto bello".
"E come ci arriviamo?, al Papa", dico.
"Questo non lo so", dice il Grande Artista Sconociuto. "Però so che è lì che devo andare".
"In somma", dico, "tu vorresti stare a pensione in qualche casa o convitto dei preti, tre pasti al giorno e cambio di biancheria, non avere nessun pensiero, e dipingere".
"Sì", dice.
"Un po' come facevano i grandi Papi del Cinque e dei Seicento", dico, "che si prendevano gli artisti alla corte e li facevano lavorare in relativa libertà".
"Sì", dice il Grande Artista Sconosciuto. "E in particolare, mi piacerebbe avere uno studio in Vaticano".
A questo punto, non so che dire. Il mio amico non è pazzo. Dice quello che dice sapendo benissimo che cosa dice. Il mio amico è un pittore. Non conosco molti pittori, ma non ho visto mai nessuno più pittore di lui. E quando mi dice queste cose - anche giocando con la sua stessa grandiosità - mi convinco ogni volta che ha ragione.
E' vero. Quest'uomo dovrebbe dipingere e basta. Possibilmente, per il Papa.

Il Grande Artista Sconosciuto: [1], [2], [3], [4], [5], [6], [7].

Posted by giuliomozzi at 17:22 | Comments (4) | TrackBack

Bar

Sette e mezza, otto di sera. Entriamo nel bar. E' tutto pieno di studenti che bevono spritz e fumano. C'è un solo tavolo libero. Ci sediamo.
Dietro al banco ci sono quattro persone: una ragazza, una donna, due ragazzi: uno con la camicia bianca, uno con la maglietta rossa. La donna sta alla cassa, la ragazza serve al banco, i ragazzi non si capisce bene. Quello con la maglietta rossa ogni tanto esce da dietro il banco per togliere dai tavoli bicchieri e piattini vuoti. Quello con la camicia bianca bada ai caffè e alla lavastoviglie. A quest'ora nessuno prende il caffè.

L'impressione è i ragazzi che siano lì soprattutto per farsi vedere.
Gruppi di ragazzi, studenti, entrano ed escono. Non entrano neanche per consumare: salutano per nome i ragazzi al banco, gli amici ai tavoli, vanno via, ritornano.
Io devo andare al bagno. L'altra persona deve andare al bagno. E' da un po' che siamo in giro. Abbiamo trovato chiuso il nostro bar preferito. Qui ci sembra scortese andare al bagno prima di ordinare. Abbiamo di queste idee all'antica. E non vogliamo mollare il tavolo.
Facciamo dei segni ai ragazzi dietro al banco. Quello con la maglietta rossa ci fa segno di , , con la testa. Sembra stia quasi per muoversi, ma entra un gruppo di studenti che si accalca davanti alla vetrina dei tramezzini. Il ragazzo li saluta per nome, scherza con loro.
Osserviamo i tavoli vicini. Ogni ragazzo o ragazza ha almeno due bicchieri accanto. Adesso per gli spritz usano questi bicchieri giganteschi, saranno un quarto di litro. Vino, liquore rosso, gin. L'acqua non si usa più. E su ogni tavolo ci sono tre, quattro, cinque pacchetti di sigarette.
Passano cinque minuti.
Il fumo è fastidioso.
Dico all'altra persona: "Be', vai tu, intanto. Io faccio la guardia al tavolo. Che cosa vuoi?".
"Spritz", dice l'altra persona alzandosi. "Con l'Aperol. Un mezzo spritz. E i salatini. Qui li fanno buonissimi".
Va al bagno.
Io tento di guardare fisso il ragazzo con la maglietta rossa. In questo momento sta dietro al banco, le braccia conserte. Incrocio il suo sguardo due volte. Il suo sguardo non dà segni di vita.
La ragazza esce da dietro il banco, va a sgomberare un tavolo da bicchieri e piattini. Proprio il tavolo accanto al mio.
"Vorremmo ordinare", le dico mentre riempie il vassoio di bicchieri e piattini.
"Un attimo", dice la ragazza.
Va dietro al banco, passa la roba al ragazzo in camicia bianca, insieme svuotano la lavapiatti, la riempiono. Chiacchierano.
L'altra persona torna dal bagno. Ci vado io.
Come sempre, il bagno è squallido.
Torno al tavolo.
"Hai ordinato?", dico.
"Mi ha detto che arriva subito", dice l'altra persona.
"Chi?", dico.
"Quello con la maglietta rossa".
Mi dirigo verso il banco. Quando sono a un metro, il ragazzo con la maglietta rossa si scuote. Esce dal banco, mi viene incontro. Siamo uno difronte all'altro.
"Due spritz piccoli", dico. "Uno con l'Aperol e uno col Campari. E dei salatini".
Il ragazzo non dice niente. Mi indica la ragazza.
La ragazza va alla vetrinetta dei salatini e dice: "Che salatini vuole?".
Ci sono quattro vaschette. Noi abbiamo una fame nera.
"Due per tipo", dico.
La ragazza riempie un piattino, lo mette nel microonde, lo ritira dal microonde, me lo passa. Intanto il ragazzo sta facendo gli spritz. Mi giro verso di lui.
"Li porto io", dice il ragazzo.
Vado al tavolo con i salatini. Gli spritz arrivano subito.
Tocchiamo i bicchieri.
La ragazza arriva trafelata, lo scontrino in mano. "Sono otto e cinquanta", dice. "Il servizio al tavolo lo facciamo noi".
"Aspettavamo da un quarto d'ora", dico.
"Vede quanta gente c'è?", dice la ragazza.
"E' lei che mi ha messo il piatto in mano", dico.
"Sì, ma il servizio al tavolo lo facciamo noi", dice.
Non dico niente. Le do dieci euro. Se ne va. Torna dopo un attimo con il resto.
Gli spritz erano buoni, i salatini buonissimi.

Posted by giuliomozzi at 12:47 | Comments (11) | TrackBack

In amicizia

Ho tolti di mezzo i "commenti" degli ultimi interventi. Non è un gesto di ostilità verso le gentili visitatrici e i gentili visitatori di queste pagine. E' invece un gesto di amicizia. Sono state scritte parole, temo anche da me, che hanno procurato disagio ad alcune persone. Non era questa la loro intenzione. Ma questo è stato il loro materiale effetto. Me ne sono reso conto troppo tardi, e mi dispiace. Anch'io sono rimasto turbato. Allora, non aveva senso che mi mettessi lì col bisturi a togliere un post qui e un post lì. Ho tolto di mezzo tutto, e via. Nella conversazione orale, le parole sbagliate possono essere subito fermate, cancellate, corrette, sostituite, accettate, perdonate, messe in ridicolo, alleggerite ecc. In una conversazione scritta non è così. La parola sbagliata resta presente. Così ho tolto tutto. Saluti.

Posted by giuliomozzi at 11:08 | Comments (7) | TrackBack

08.09.03

Sbalordito

Sbalordito. Sono sbalordito.
Mi sono letto coscienziosamente i 47 "commenti" inseriti in calce all'intervento (intitolato Mattina presto) che ho pubblicato qui nel diario il 4 settembre, qualche minuto prima di partire per la Sicilia. [Li ho cancellati tutti]
Ho capito.

Ogni tanto scrivo in questo diario delle cose che mi sembrano bene scritte, decentemente raccontate e sufficientemente intelligenti. Sono tutto contento, o almeno abbastanza contento, e dopo un po' vado a vedere se qualcuno ci ha scritto sotto qualcosa. Una persona, due. Vabbè, mi dico. Si vede che non era poi così bene scritta, così decentemente raccontata, così sufficientemente intelligente, quella cosa. Uf. Così il mio narcisismo impara, magari se ne sta buono un po'.
Poi vado via quattro giorni, avviso che vado via: solo perché non ci sia qualcuno che pensi che ho l'influenza o una gamba rotta; la mattina presto, proprio dieci minuti prima di partire, inserisco una brevissima conversazione che mi è appena capitata (avevo accesa la macchina per controllare l'eventuale posta notturna); e quando torno trovo quarantasette "commenti". Che tutto sono fuorché "commenti". (A parte che si usa questa parola, "commenti", che è generalmente inappropriata; ma ne parliamo un'altra volta).
Povero il mio narcisismo! Io che ho sempre pensato a me come a un "suscitatore di storie", ho scoperto che per suscitare conversazione, risatine, racconti, invenzioni, prese in giro, litigi, complimenti, offese eccetera, devo semplicemente andarmene. Togliermi di mezzo.
Mah.
Mi sento un po' come un insegnante che, convocato dal preside per qualche urgenza burocratica, abbia abbandonata la classe per cinque minuti. Ha pregato il bidello di darci un occhio, vabbè, ma si sa come sono i bidelli: e oltretutto non è mestiere loro, badare alle classi. Quando l'insegnante rientra, è tutto un guazzabuglio. Aeroplanini che volano, i banchi spostati, questi che ridono da una parte, quello che dall'altra parte sta imbronciato. Uno addirittura se n'è andato. Mah.

[Aggiunta del 9 settembre 2003: fino a questo punto, il pezzo voleva essere autoironico. Poi cominciava, qui sotto, la parte seria. Invece mi accorgo che sembra tutto molto serioso, anche un tantino pedante. gm]

Non so. Non ho niente in contrario a tutto questo, in linea di massima. Certo: se volano insulti o scappellotti, non mi fa piacere. Però... Però mi interrogo. Mi interrogo su una una questione che mi ponevo già il primo giorno, e sulla quale sono tornato una o due volte: che differenza c'è, tra chi si propone in queste conversazioni con una identità reale, e chi si propone con una identità inventata? E (tanto per complicare le cose) che relazione c'è tra la mia identità reale e l'identità che giorno per giorno "fabbrico" nel diario?
Scherzando ho scritto, in un "commento" ai saluti prima della partenza per la Sicilia: "In questo diario racconto solo cose che non mi accadono". Il che non è proprio vero. Né è del tutto vero il contrario. Sicuramente nel diario produco una mia identità possibile, o potenziale. E' un'identità nella quale credo di potermi riconoscere tranquillamente. Ci sono anche le mie contraddizioni: il lavorare intensissimamente, ad esempio, e il dare importanza a tutto ciò che non è il lavoro (gli incontri casuali in treno o in non-luoghi vari); il dare disponibilità e il difendermi dalle invasioni (le telefonate); il voler essere sempre gentile e la mia permalosità istantanea (qua e là).
Al giuliomozzi che attraversa il diario, non accadono esattamente le stesse cose che accadono al Giulio Mozzi che attraversa il mondo. Questo è vero. Mi piace pensare che a giuliomozzi accada tutto ciò che non accade a Giulio Mozzi: tutto ciò che Giulio Mozzi sfiora e non sente, vede e non guarda, tocca e non percepisce. Tutto ciò che Giulio Mozzi, rinchiuso nel suo claustrofobico io, tiene fuori di sé, giuliomozzi invece è disponibile ad accoglierlo. Forse non tutto: molto. O almeno: qualcosa.
Giulio Mozzi ha molta paura, quando va per il mondo. giuliomozzi ne ha meno. Giulio Mozzi ha un amico o due, forse tre. giuliomozzi ne ha parecchi. Giulio Mozzi pensa ossessivamente al suo lavoro, non ha tempo per nient'altro, è scorbutico e antipatico. giuliomozzi vive in tempi che sembrano morti, e sono invece vivi: tempi di disponibilità.
Giulio Mozzi vorrebbe davvero tenere sotto controllo tutto ciò che avviene in questo diario. giuliomozzi è più propenso ad accettare ciò che avviene. Giulio Mozzi quindi, se qualcuno sbaglia misura e/o fa danni, tende ad arrabbiarsi e a prendere provvedimenti. giuliomozzi invece si sente ferito, magari solo un po', e dopo aver tirato quattro respiri dice a sé stesso: bene, questo è il mondo.
Ciò quindi che potrebbe accadere a Giulio Mozzi, e che non gli accade perché Giulio Mozzi è un tipo che tiene il mondo a distanza, può accadere invece a giuliomozzi. Il quale ha, quindi, un'esistenza inventata; ma non falsa; finta, ma non ingannevole; non del tutto reale, ma per nulla bugiarda.
Che poi ogni tanto, in questo diario, Giulio Mozzi faccia un atto di forza e si sovrapponga a giuliomozzi: be', mi sembra una delle cose delle quali si dice: può capitare.
In fin dei conti, è dal 1992 - da quando fu pubblicato in una rivista il mio primo racconto - che mi ritrovo a vivere con due distinte identità: una privata, o reale, e una pubblica, o inventata. Tentativi ne ho fatti, di tenerle insieme. Ma non si può, o almeno non ne sono capace. Le frasi di Aldo Busi e Jonathan Franzen che riportavo e discutevo qualche giorno fa, mi interessavano proprio per questo. Potrei dire: io non sono uno Scrittore perché non sono stato capace di tenere insieme queste identità. E' che ho il sospetto che si possano tenere insieme solo annullando l'una nell'altra: Busi tenta di annullare l'identità-persona nell'identità-Scrittore, Franzen tenta di fare il contrario.
E io che faccio?
Io vorrei fare il "suscitatore di storie". Vorrei essere uno che racconta non solo per sé, per conquistare narcisisticamente (e dài!) un uditorio; vorrei essere uno che racconta e poi tace, e passa la parola ad altri; uno che racconta e poi costruisce luoghi, occasioni, oggetti nei quali altri raccontano (questo diario, vibrisse, i laboratori di scrittura, i libri).
Il guaio è che non sono ben chiari, a volte, il ruolo, la posizione, le responsabilità del "suscitatore di storie". E' come un insegnante, che non deve lasciare sguarnita la classe? Ho usato questo paragone, ma non mi piace tanto. E' un soggetto passivo, che semplicemente lascia accadere? Non mi piace nemmeno questo: non mi piace annientare la responsabilità. E' una "centralina" che riceve, seleziona, smista? Può essere, ma credo che a nessuno piacerebbe essere definito centralina (benché anche questo sia un paragone che ho usato più volte).
Ho imparato, dal 1992 a oggi, che talvolta la doppia esistenza (in carne, in parole) può generare equivoci, anche dolorosi. Ogniqualvolta qualcuno cerca di attraversare giuliomozzi per arrivare a Giulio Mozzi, c'è un piccolo pericolo. Analogamente, le persone che hanno sempre conosciuto Giulio Mozzi (nato nel 1960), e che all'improvviso si sono trovate tra i piedi il giuliomozzi (nato approssimativamente nel 1992), hanno avute strane reazioni. Non chiedete a mia madre che cosa pensa dei miei libri.
Il guaio (un altro guaio) è che, come talvolta Giulio Mozzi si intrufola nel blog, e si sovrappone a giuliomozzi, talvolta nella vita reale giuliomozzi sembra volersi sovrapporre a Giulio Mozzi. E questo, ovviamente, succede tanto più quanto più le persone che in quel momento sono vicine a Giulio Mozzi conoscono, più che Giulio Mozzi, giuliomozzi.
Capisco bene quindi il timore di Alessandro, che ha scelto di proteggersi dietro il nickname, o pseudonimo, o come volete chiamarlo, di Brèkane. Mi rendo conto che attraverso il web l'"esposizione" è molto più violenta e immediata. Quando io pubblicai il mio primo libro, l'editore mi ha aiutato ad affrontare l'esposizione. E il libro è comunque, se non hai la ventura di vendere centomila copie in tre giorni, un mezzo a diffusione lenta. Il web, il blog, invece, è una cosa che ti sbatte subito in piazza, con tutti che ti guardano mentre tu li guardi. Ma tu sei uno, e gli altri sono tanti, e non sai chi sono.
Esporsi con il proprio nome è diverso. Non perché gli altri ne sappiano di più: che io firmi giuliomozzi o Piripicchio, non cambia tanto. Usa il proprio nome chi è interiormente disponibile ad affrontare il pericolo della sovrapposizione delle due identità, quella di carne e quella di parole. Ma a volte si può avere questa disponibilità per eccesso di fiducia. Oppure si può non aver presentito il pericolo.
Io ho una "identità pubblica" con la quale ho ormai presa confidenza, che è consolidata al di fuori di me; questa identità pubblica mi protegge, mi difende. Ma il mio caso non è il più frequente.
Ecco. Non ho una conclusione per questo ragionamento.

Posted by giuliomozzi at 14:58 | Comments (28) | TrackBack

Il Grande Artista Sconosciuto, 7

Il grande artista sconosciuto, dopo aver lette le pagine che lo riguardano in questo diario, mi manda due sms. Il primo dice: Mi spiego: la bamb. gonf. e la gioconda sono i rappresentanti iconografici di 2 modi di rappresentare la donna. La Arcuri può essere ricondotta alla prima.... E il secondo continua: Quindi la b. gonf. è il solo prototipo iconografico della donna dei massmedia cui però manca un pezzo: il feto.
Davanti a un piatto di bigoli in salsa, alla trattoria Sette Teste, discutiamo a lungo.

"Dimmi", dice il Grande Artista Sconosciuto, "perché la Arcuri piace a tanti?".
"Noh sho", dico con la bocca piena.
"Perché evidentemente possiede una animalità", dice il Grande Artista Sconosciuto.
"Mhah", dico io. Inghiotto. "A me, più che un effetto di animalità, la Arcuri fa un effetto di industria. Non nel senso che la sua immagine è commercializzata eccetera. Del resto, la Gioconda è commercializzata ancora di più. Ma nel senso che percepisco la Arcuri come un prodotto industriale: una cosa in somma fredda, non calda".
"Certo", dice il Grande Artista Sconosciuto. "E che cosa vuol dire il fatto che la donna più castamente dipinta e quella più animalescamente ritratta, siano entrambe commercializzate?".
Ho una fame terribile. Sto mangiando come una bestia. Non rispondo.
"Vuol dire, appunto", prosegue il Grande Artista Sconosciuto, "che entrambe sono dei prototipi..."...
"Degli archetipi", suggerisco.
"...dei prototipi, che rimandano a degli archetipi, del potenziale femminile", conclude il Grande Artista Sconosciuto.
"Sì", dico, dopo avere ingollato, "ma, visto quello che mi dicevi negli sms, neanche nella Gioconda c'è il feto".
"Dici?", dice il Grande Artista Sconosciuto, sorridendo.
"Eh!", dico, arrotolandomi una forchettata.
"Ma hai guardata la sua carne?", dice il Grande Artista Sconosciuto. "Hai visto come la sua carne è emaciata, quasi cedevole?".
"Sì", dico, la forchetta sospesa davanti alla bocca, "non si può dire che scoppi di ciccia e di salute".
"Ecco!", dice trionfante il Grande Artista Sconosciuto. "Quella carne emaciata, ottenuta da Leonardo per velature e velature, è la traccia del parto. E' la carne di una donna che è partorita".
"Che è partorita?", domando.
"No, sì", si corregge il Grande Artista Sconosciuto. "Che ha partorito. Ma anche che è stata partorita. Invece, la perfetta lucidità e rotondità delle forme della Arcuri, è la negazione completa del feto. Lei non è mica stata partorita. E' industriale, come dici tu".
Tra me e me, masticando, maledico di avergli tirata fuori la Arcuri mentre guardavamo una riproduzione della Gioconda, qualche giorno fa. Devo ricordarmi: ogni cosa che dico, il Grande Artista Sconosciuto la prende sbalorditivamente sul serio.
"Hai capito?", dice il Grande Artista Sconosciuto con il più riposato e riposante dei sorrisi.
"Sì", dico. "Guarda che ti si freddano i bigoli".

Il Grande Artista Sconosciuto: [1], [2], [3], [4], [5], [6].

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07.09.03

Cane lupo

Atterriamo all'aeroporto di Venezia. L'aereoplano fa i suoi giri, poi si ferma. Piccola attesa. Tutti si alzano. Calca. Si esce. Bus. Ci scaricano agli Arrivi/Arrivals SHENGEN.
Cammino svelto, magari ce la faccio a prendere il bus al volo e arrivare alla stazione di Mestre in tempo per l'interregionale delle otto e venti.
C'è il poliziotto con il cane lupo. Il cane lupo si aggira, il poliziotto gira su sé stesso, o si passa il guinzaglio da una mano all'altra.

Guardo il cane lupo. Accelero il passo.
Il cane lupo mi punta. Mi si mette davanti. Mi fermo.
Il poliziotto mi dice: "Mi scusi".
Guardo il poliziotto.
Il poliziotto dice: "Vuole seguirmi un momento?".
Non è la prima volta che mi succede. So come funziona.
Seguo il poliziotto. Il cane lupo mi si affianca. Sembra molto interessato alla busta di plastica che porto appesa alla mano destra.
Nello stanzino c'è un tavolo e tre sedie.
Il poliziotto dice: "Appoggi qui lo zaino, per piacere".
Poso la busta di plastica su una sedia. Mi sfilo lo zaino e l'appoggio su un'altra sedia.
Il cane lupo ignora lo zaino, punta deciso la busta.
Il poliziotto dice: "Vuole svuotare la busta, per piacere".
Estraggo il pecorino dalla busta. Due chili e novecento grammi.
Il poliziotto guarda il pecorino. Io guardo il poliziotto. Il poliziotto mi guarda. Tutti e due guardiamo il cane lupo.
Il cane lupo sta guardando il pecorino.
Il poliziotto tira il guinzaglio, cerca di avvicinare il cane lupo allo zaino. Il cane lupo si sposta di un millimetro, poi di due, poi fa un giro intorno allo zaino e torna a fissare il pecorino. Il poliziotto ci riprova, il cane lupo mi gira attorno alle gambe, torna a fissare il pecorino.
"Viene dalle Madonie", dico.
Il poliziotto dice: "Ha idea di che cosa ci abbiano messo dentro?".
"Pistacchio, pepe", dico, "per quel che mi hanno detto. Poi peperoncino, ma poco; e poi erbe varie".
Il poliziotto dice: "Quanto varie?".
Allargo le braccia.
Il poliziotto molla il guinzaglio. Si avvicina al pecorino. Lo prende in mano. Lo soppesa. Lo annusa. Sorride. "Lo mangiavo a casa di nonna", dice.
"Forse anche lui è siciliano", dico indicando il cane lupo.
Il poliziotto dice: "Non so. Mi scusi, può andare".
"Si figuri", dico.

Posted by giuliomozzi at 23:14 | Comments (3) | TrackBack

04.09.03

Mattina presto

Sono le 6.30 circa. Vado alla scrivania, accendo il pc, un'ultima occhiata a posta e diario prima di partire.
Il telefono suona. Temo che sia chi voi sapete. Non rispondo.
Il telefono fa cinque squilli. Poi tace. Vedo che sta andando il messaggio della segreteria telefonica. Poi una voce maschile, brusca, adirata:
"Ntònio, casso, vuto rispòndare? Zé na meza ora ca te ciamo!".
Rispondo.
"Buongiorno", dico.
"Gera ora, casso!", dice la voce.
"Buongiorno, io non sono Antonio. Lei ha sbagliato numero".
"Casso!", dice la voce.
Mette giù. Un minuto dopo il telefono suona ancora. Aspetto. Sempre lui. Non rispondo.

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03.09.03

Sicilia

Care voi, cari voi. Domattina parto per la Sicilia e torno domenica sera. Oggi ho postato un sacco (tra una lettura di dattiloscritto e l'altra, chiuso in casa, con la febbre e un principio di sinusite - a quest'ora ormai conclamata) e quindi da leggere e bisticciare ne avete. Se comunque soffriste di astinenza, potreste svagarvi consultando l'apprezzabile rivista Frenulo a Mano, magari cominciando da questo racconto dell'Umberto Casadei nel quale compaio anch'io come personaggio (sotto le mentite spoglie di Rocco Buttiglione). Oppure potreste gustarvi gli occhi con le belle immagini che pubblica Kimota. Oppure, se siete sposati, andate a confrontarvi con colui che si firma Gattostanco. In somma, il web è pieno di roba, anche interessante o piacevole checché ne dicano i giornalisti. (E non dimenticate Nazione Indiana, dove scrivono tutti i miei amici più intelligenti di me). Buoni giorni.

Posted by giuliomozzi at 22:10 | Comments (12) | TrackBack

Vento

All'improvviso, il vento è fortissimo. Corro per casa a chiudere le finestre che sbatacchiano. Il telefono suona. Finisco il giro, corro.
"Buongiorno", dice una voce maschile, esitante.
"Buongiorno", dico. "Sono giulio mozzi".
"Ah, sì, certo", dice la voce.
Attendo. Le finestre vibrano.
"Mi dica", dico.
"Ecco, vede, mi chiamo ***, di Montegalda, un conoscente comune mi ha consigliato di rivolgermi a lei" dice la voce.

"Di chi si tratta?", dico.
"Piero", dice la voce.
Quanti Pieri ci sono al mondo?, penso. Anche mio fratello si chiama Piero. Mi viene in mente: tre mesi fa almeno, ero in compagnia di Marco Bellotto, abbiamo fatto un giro in Prato della Valle, c'era il mercatino dell'usato, e io ho comperato un libro al banchetto di Piero. Piero, che mi aveva detto di uno che...
"Ho capito", dico. Conosco Piero da anni.
"Ecco, vede, io avevo chiesto a Piero un'indicazione per un critico, della zona, che potesse scrivere una prefazione", dice la voce.
"Una prefazione per cosa?", dico.
"Ecco, vede, io starei per pubblicare una raccolta di mie poesie per l'editore Primo Uomo, e l'editore mi ha suggerito di cercare un critico, per una prefazione", dice la voce.
"Io non sono un critico", dico.
"Ah sì?", dice la voce.
"Sì", dico.
Attendo. Fuori, il vento ulula.
"E che cos'è lei, allora?", dice la voce.
"Io sono un narratore", dico. "Ho pubblicato dei libri di racconti. E faccio il consulente editoriale, sempre nell'ambito della narrativa". Mentre parlo mi accorgo di aver detto: sono, faccio.
"Ah. Ma lei per chi pubblica?", dice la voce.
Dico i nomi degli editori per i quali ho pubblicato.
"Ah. Ecco, vede, ma lei non crede che potrebbe fare una prefazione? Naturalmente avendo visionato il libro", dice la voce.
"Guardi", dico, "nell'ambito della poesia la mia opinione non vale una cicca. Se io le scrivo una prefazione, è come se la scrivesse Nessuno".
Il che è vero, tra l'altro. Sto omettendo di dirgli che ho pubblicato anche un poema. Ma tanto non se l'è filato nessuno. In InternetBookShop c'è un commento secco: Orribile il titolo, modesto il libro.
"Lei dice?", dice la voce.
"Dico, dico", dico io. "Il mondo della poesia è molto chiuso, i valori sono molto precisi. Io lì non conto nulla".
"Ah", dice la voce.
"Comunque", proseguo, "tenga conto che pubblicare per l'editore Primo Uomo equivale più o meno a non pubblicare".
"Ah sì?", dice la voce.
"Eh sì", dico. "Lei ha mai visto un libro dell'editore Primo Uomo in libreria?".
"No", dice la voce. "Però loro fanno la vendita attraverso l'internet".
"Lei lo sa", dico, "che la più grande libreria italiana in rete fattura tanto quanto una libreria media?".
Me l'ha detto uno che lavora nella grande distribuzione libraria.
"E questo che cosa vuol dire?", dice la voce.
"Vuol dire", dico, "che la quantità di libri che si vende in rete è comunque modesta. Molto modesta".
Silenzio. Fuori c'è una sirena. La via dove abito è alberata a tigli, i tigli sono alberi fragilissimi, si spaccheranno rami a iosa, spero che nessuno si faccia male.
"Il fatto stesso", dico, "che l'editore le abbia consigliato di cercarsi un critico letterario in zona, vuol dire che non pensa di avere serie prospettive di vendita fuori zona. Vuol dire, in somma, che pensa di vendere un po' di copie del suo libro ai suoi amici e parenti, magari ai compaesani".
Silenzio. Dovrei dirgli che i libri di poesia, anche se stampati da grandi editori, anche se lodati e recensiti nei giornali, vendono poche centinaia di copie. Non glielo dico.
"Insomma, lei che cosa mi consiglia di fare?", dice la voce.
"La fanno pagare", dico, "per questa pubblicazione?".
"No", dice la voce.
Qui sono io a stupirmi.
"No?", dico.
"No. Pubblico con loro perché sono stati gli unici a non chiedermi soldi", dice la voce.
"Bene", dico. "Sono contento".
"Sì, ma lei, che cosa mi consiglia di fare?", insiste la voce.
"Le consiglio di far stampare il libro", dico, "di spedirlo in omaggio a tutte le persone - poeti, scrittori, critici, giornalisti, faccia lei - che lei vorrebbe lo leggessero; e poi di organizzare una serata o due dalle sue parti, in zona".
"E a chi lo spedisco in omaggio?", dice la voce.
"Veda lei", dico. "Ai poeti che stima, per esempio".
"Già", dice la voce.
Non oso domandargli quali sono i poeti che stima. Ho paura di sentirmi dire che non legge poesia, o che stima Leopardi e Prévert.
"E dove trovo gli indirizzi?", continua la voce.
"Be'", dico, "questo sarebbe proprio il lavoro dell'editore".
"Giusto", dice la voce.
La conversazione si ferma. Ci siamo detti tutto, a quanto pare. Io guardo il pioppo del prato pubblico dietro casa: si piega, si raddrizza, si piega, si raddrizza...
"Grazie", dice la voce.
"Prego", dico.
Metto giù il telefono. Mi viene in mente la biancheria. Corro in cortile. E' tutta a terra, o impigliata nei rami del tasso. Controllo. Manca un paio di mutande.

Posted by giuliomozzi at 16:49 | Comments (31) | TrackBack

Franzen, Busi

Busi e Franzen parlano della stessa cosa; in tutto il suo articolo (che non riporto per intero, in quanto coperto da copyright; e non ho voglia di avere che fare con gli avvocati di Aldo Busi) Busi spiega come e qualmente ha saputo fare a meno delle "consolazioni" (parola di Franzen): le interviste, un certo tipo di contatto con il pubblico, e così via: presentandosi dunque come persona che, di quanto può offrire l'industria culturale, ha preso ciò che gli andava bene, e ha rifiutato il resto.

In questo modo Busi evita la condizione di cattiva coscienza che invece è mostrata nell'episodio raccontato da Franzen (questo episodio, tengo a dire, non costituisce il punto d'arrivo del ragionamento di Franzen; è una sua esperienza giovanile, ed è quindi il punto di partenza) e si mette in una condizione di grande libertà nei limiti del possibile.
Il punto d'arrivo del saggio di Franzen è una frase di Don DeLillo (p. 95): "La scrittura è una forma di libertà personale. Ci libera dall'identità di massa che vediamo formarsi intorno a noi. Alla fine, gli scrittori non scriveranno per diventare gli eroi fuorilegge di una sottocultura, ma soprattutto per salvare se stessi, per sopravvivere come individui".
Se la posizione di Busi è sfacciatamente cinica, quella di Franzen e DeLillo è alla fin fine meno sfacciata, più politically correct nella formulazione, ma altrettanto cinica. Salvo me stesso, e questo è tutto.

Posted by giuliomozzi at 15:53 | Comments (29) | TrackBack

Dato di fatto

In un articolo di Emanuele Giordana pubblicato oggi a pagina 7 del manifesto ("Per il leader islamico Abu Bashir quasi un'assoluzione") leggo una frase curiosa:
Che in Indonesia esista un fermento radicale pericoloso e di cui forse si sono servite centrali occulte molto laiche resta un dato di fatto, anche se il rischio di procedere per assiomi può nuocere proprio alla capacità di analisi.

L'esistenza di un "fermento radicale" [o "islamo-radicale", come lo chiama Giordana in altra parte dell'articolo] può essere un "dato di fatto". Ma che di questo "fermento radicale forse si sono servite centrali occulte", non può essere un dato di fatto: per via di quel "forse".
Dallo Zingarelli: "dato di fatto, ciò che è dimostrato dai fatti, ciò che è accertato dall'esperienza". Se il fatto è "forse" avvenuto, allora non è "dimostrato dai fatti, accertato dall'esperienza".
Ancora dallo Zingarelli: "analisi, metodo di studio consistente nello scomporre un tutto nelle sue componenti per esaminarle una per una traendone le debite conclusioni"; "assiòma, affermazione che è superfluo dimostrare perché è, o si ritiene, palesemente vera".
Analizzare un discorso (soprattutto un'argomentazione; ma anche un discorso informativo) spesso significa "scomporlo nelle sue componenti" fino a individuare gli assiomi, o i pretesi assiomi (per qualcuno "immigrato = ladro" è un assioma, per altri no), sui quali si regge. Un lavoro di analisi è quindi l'esatto contrario di un "procedere per assiomi", cioè per enunciati che si pretendono autoevidenti e non bisognosi di dimostrazione o prova. Perciò dire che "procedere per assiomi può nuocere proprio alla capacità di analisi" è un po' come dire che "indietreggiare può nuocere proprio all'avanzamento". L'articolista dunque dice una banalità (nel che non c'è niente di male) ma sente il bisogno di rinforzare la frase con l'avverbo "proprio" (Zingarelli: "precisamente, per l'appunto"), come se essa non fosse veramente una banalità. In somma: come se la nocività del "procedere per assiomi" rispetto alla "capacità di analisi" fosse un fatto paradossale.
In sostanza, Emanuele Giordana voleva dire queste cose:
- è dimostrato dai fatti e accertato dall'esperienza che in Indonesia c'è un "fermento radicale pericoloso";
- vi sono fonti affidabili (cioè: delle quali Giordana si fida) secondo le quali tale "fermento radicale" sarebbe stato strumentalizzato da "centrali occulte";
- queste fonti affidabili offrono qualche prova di ciò che dicono, ma non prove decisive; oppure: queste fonti affidabili offrono, di ciò che sta avvenendo in Indonesia, una descrizione che sembra complessivamente più credibile di altre descrizioni (secondo le quali il "fermento radicale" non sarebbe stato strumentalizzato da "centrali occulte");
- nelle descrizioni di ciò che sta avvenendo in Indonesia si ravvisa spesso un procedere per affermazioni spacciate come autoevidenti e non bisognose di dimostrazione o prova (m'invento, sulla base dell'articolo, un esempio: l'islamo-radicalismo è una forza sottovalutata, quindi è una forza pericolosa, quindi è una forza terroristica) anziché un procedere analitico: e ciò sia da parte di chi forse sottovaluta la pericolosità dell'islamo-radicalismo, sia da chi forse la sopravvaluta.
Nel complesso, la frase di Emanuele Giordana produce l'effetto di far pensare che la strumentalizzazione del "fermento radicale" sia "un dato di fatto".
Non ho la sensazione che Emanuele Giordana intendesse ingannare il lettore spacciando per "dato di fatto" ciò che è "forse un fatto". Mi rendo conto che la sensazione non è uno strumento scientifico; posso dire che l'articolo nel suo complesso mi sembra argomentato con chiarezza, e Giordana tende a far capire chiaramente che cosa è descrizione di avvenimenti e che cosa è ipotesi, opinione di osservatori o sua interpretazione (vedi anche le molte formule prudenziali, fin dalla prima frase: "Non dovrebbe forse lasciar perplessi", "La controversa rete islamo-radicale considerata da alcuni", "I giudici di Jakarta sembrano dunque", "Il processo ha diverse chiavi interpretative", "La presidenza laica di Megawati sembra aver sottoscritto [...] un patto anti-islamico").
Gli articoli per i quotidiani si scrivono spesso con molta fretta. La presenza, nella frase esaminata, di alcune espressioni cliché ("centrali occulte", "è un dato di fatto", "procedere per assiomi") è segnale forse di un po' di trascuratezza nella scrittura (che sarà dovuta, appunto, al poco tempo). Giordana poi aveva un compito difficile: spiegare una situazione della quale, cosa che si capisce benissimo dal suo articolo, si capisce poco, o almeno si possono fornire descrizioni diverse.

Posted by giuliomozzi at 15:24 | Comments (4) | TrackBack

Busi, Franzen

Aldo Busi, in un articolo che si legge nel numero di settembre di Carnet scrive (p.46) tra le altre cose:

[...] Uno Scrittore non ha sito Internet, non ha e-mail o non se ne serve per i lettori, e, secondo me, non è neppure tenuto a rispondere alle lettere via posta dei suoi Lettori, men che meno a farsi incontrare personalmente da loro; per andare sul sicuro e sapere chi Scrittore non è e sforna i prodottini che sa, gonfiati con i mezzi che può, basta verificare se possiede un sito Internet ed è disposto a farsi carico di tutte le stronzate che gli scrivono questo e quella sull'ultimo suo capolavoro. [...]

Jonathan Franzen (l'autore delle Correzioni), nel saggio "Perché scrivere romanzi?", incluso nel libro Come stare soli. Lo scrittore, il lettore e la cultura di massa, scrive tra le altre cose (p. 60), parlando degli esordi della sua carriera di scrittore:

[..] Il mio passaggio su radio Kmox fu significativo. L'annunciatore, un mestierante con la faccia rossa per il whiskey e uno straziante riporto di capelli, evidentemente non era andato oltre il secondo capitolo. Sotto il microfono a giraffa, sfiorava le pagine del mio romanzo come se sperasse di assorbirne la trama attraverso l'epidermide. Mi rivolse le domande che mi rivolgevano tutti: Come mi sentivo a ricevere recensioni così positive? (Benissimo, dissi). Il romanzo era autobiografico? (No, dissi). Come mi sentivo nei panni del ragazzo di St Louis che ritorna nella città d'origine per un lussuoso giro promozionale? Vagamente deluso. Ma questo non lo dissi. Avevo già capito che i soldi, la notorietà, la corsa in limousine fino allo studio fotografico di "Vogue" non erano semplici indennità accessorie. Erano il premio principale, la consolazione per il fatto di non avere più alcuna rilevanza all'interno della cultura. [...]

Posted by giuliomozzi at 08:31 | Comments (23) | TrackBack

02.09.03

Cancellazioni

Ho eliminati alcuni "commenti" al mio intervento Generi letterari. Si trattava di "commenti" che non c'entravano minimamente con l'argomento in discussione, e di alcune risposte ad essi. Invito i visitatori di questo diario a leggere il trafiletto che dovrebbe apparire qui accanto (o, in qualche caso, più in basso) sotto il titolo "Per semplificare". Il trafiletto dice: Care voi, cari voi. Grazie per l'attenzione. Vi prego di intervenire, nei "commenti", coerentemente con l'argomento del pezzo e/o l'andamento della discussione. Vi prego di non inserire nei "commenti" messaggi personali a me diretti. Il mio indirizzo di posta elettronica è: giuliomozzi@libero.it: vi prego di farne uso con buon senso. Cordialmente. gm
Non ho voglia di conversare con persone che rispondono fischi per fiaschi. E non ho voglia di passare il mio tempo a cancellare interventi altrui: è un'attività frustrante.

Posted by giuliomozzi at 00:25 | Comments (25) | TrackBack

01.09.03

Generi letterari

E vabbè, allora poniamoci il problema. La domanda è: quali sono i generi letterari del blog-diario-narrazione? (Scrivendo blog-diario-narrazioneintendo escludere i blog-rassegna-stampa, i blog-aggiornamento-tecnico, i blog-opinione, i blog-gruppi-scoutistici ecc.; e comprenderei sia i diari-diari, sia i diari+narrazioni, sia le narrazioni-narrazioni).
(E, naturalmente, questa iniziale delimitazione del campo potrebbe non essere la migliore; se ne può discutere).

La "Lista della spesa", suggeriva scherzando serio Kimota (nei commenti a questo) potrebbe essere un "cripto-genere blogghistico". Bene.
Le "telefonate" sono sicuramente un genere (l'esistenza di una parodia è, da questo punto di vista, quasi una certificazione).
Già mesi fa Barbara mi faceva notare che, stando ai blog-diari, "la gente va al cinema, usa i mezzi pubblici, si fa panini, ha un capo di cui parlar male. Punto". Quindi anche le mie scenette in treno potrebbero essere un genere letterario.
Poi:
"Siamo andati in vacanza e ci siamo divertiti un casino, clikka qui per le foto", è un genere rigogliosissimo in queste settimane.
"Oggi ho osservato il gatto" è un genere sempreverde.
"Quel delinquente di Berlusconi (o di Bush, o di D'Alema, o di Rutelli ecc.)" è un genere che dai blog-opinione deborda volentieri nei blog-diari.
"Quei cretini che scrivono quel 'delinquente di Berlusconi' (o di Bush, o di D'Alema, o di Rutelli ecc.), idem.
"Sono solo/a a casa e non so che cazzo fare", ha una frequenza impressionante.
"Ho visto questo film", frequentissimo.
Eccetera eccetera.
Naturalmente poi ogni genere letterario si declina in vari modi. Quando ho cominciato a scrivere le telefonate, io non pensavo a un "genere letterario telefonate". Pensavo a un "genere letterario dell'equivoco". In ogni telefonata c'è infatti un equivoco, derivante dal dare per scontate alcune cose (che io abbia una moglie, che abitando a Padova lavori a Padova ecc.). In giro ho trovate altre telefonate, assai diverse nel contenuto (cioè senza l'equivoco), ma molto simili alle mie. Quindi forse è più giusto parlare di "genere letterario telefonate".
E' molto divertente osservare i primi post dei blog-diari. Intanto, perché spesso rimangono soli (sono capitato, giorni fa, e [mannaggia!] non riesco a ritrovarla, su una pagina che forniva un lunghissimo elenco di blog in ordine alfabetico, con indicato il numero di messaggi. Tanti, davvero tanti avevano un messaggio - magari vecchio di mesi - e stop. Ora, i primi post sono sempre molto speranzosi, ardimentosi: "Questo è uno spazio mio e ci farò tutto quello che vorrò ci metterò tutti i miei gruppi musicali preferiti e tutti i pensieri del mio mondo interiore che è ricchissimo kekkéne dicano ma e pa e prof e adultosi tutti" (tipico esordio di blog-diario diciassettenne). Altri sono perplessi o esitanti (a es. il mio: "Ho appena registrato un blog a mio nome. Non so bene perché l'ho fatto. Tuttavia sono sicuro che non l'ho fatto perché è di moda. Raramente sono sicuro di qualcosa").
Noto anche che i blog-diari-narrazione che mi sembrano più belli, più pieni e felici come scrittura, sono anche quelli i cui testi sono meno definibili come "genere letterario". Ad esempio ciò che scrive Brèkane, che è tra l'altro un blogger quasi "antico" (dall'8 dicembre del 2001; battuta iniziale: "Be' benvenuti e bentrovati, intanto. Poi... be', poi vedremo").
I generi letterari mi interessano perché sono dei "filtri". La funzione d'un filtro, checché se ne dica, secondo me, non è quella di "bloccare", ma quella di "far passare". Tutta la nostra comunicazione è filtrata, tutto ciò che non è filtrato semplicemente non è comunicazione. Se do una martellata su un piede (mettiamo il destro) a mio cugino, lui urla di dolore. Bene, questa non è comunicazione: è una reazione automatica. Se invece mio cugino mi guardasse sorridendo e mi accarezzasse la guancia, questa sì sarebbe comunicazione.
Lo schema è questo: definisco la comunicazione "un comportamento non spontaneo"; dove "non spontaneo" significa "che fa uso di filtri" (linguistici, comportamentali, culturali ecc.); i "generi letterari" sono "filtri" in questo senso, quindi sono garanti della comunicazione. Un messaggio del quale non sia identificabile il genere, rischia di essere incomprensibile.
Un "filtro" è un "luogo comune", è una forma della comunicazione che l'emittente suppone (a ragione, sennò casca il palco) condivisa da almeno una buona parte di coloro ai quali si rivolge (idealmente, da tutti). Quando io comincio raccontando: "Il telefono suona", mi riferisco a una situazione, a un contesto che tutti hanno ben presente. Quando per la decima volta inizio a raccontare scrivendo: "Il telefono suona", posso anche supporre che il lettore ormai si sia addestrato a riconoscere non solo un contesto che lui stesso ha ben presente, ma anche un luogo della mia immaginazione - che lui frequenta da un po' (nella situazione ideale), e che quindi ha pure ben presente. A quel punto il genere letterario esiste.
Se sto dicendo bestialità, qualcuno mi avverta.
Comunque, la conclusione è questa: proviamo a fare un censimento dei generi letterari dei blog-diario-narrazione? Per ogni genere bisogna trovare un nome, una descrizione almeno intuitiva (per le descrizioni formali ci sarà tempo...), e naturalmente qualche esempio.

Posted by giuliomozzi at 11:34 | Comments (15) | TrackBack

Marco Candida

Marco Candida ha scritto questo, che vi invito a leggere.

Posted by giuliomozzi at 01:08 | Comments (5) | TrackBack

Lista della spesa

[sabato, in aggiunta alla lista già citata:]

1,05 quotidiano il manifesto
0,90 quotidiano La Stampa
6,40 biglietto ferroviario
1,30 altro biglietto ferroviario
45,00 cena "rinascimentale" alla casa dell'Ariosto in Stellata [1]
5,00 caffè e grappini successivi
1,30 schiuma da barba Proraso

[domenica]

1,00 quotidiano Il sole / 24 ore
0,90 quotidiano Il Resto del Carlino
1,00 settimanale Il Domenicale
6,40 biglietto ferroviario
7,30 consumazioni con ospite, la sera, al bar in piazza del Duomo

[grazie a gattostanco scopro di non essere solo]


[1]: Un "menu del popolo" con pasta (maltagliati) e fagioli, porchetta cotta con mostarda, coscia di pollo fritto, focaccia dolce; e un "menu del duca" con lasagne al miele, gnocchetti, fetta d'arrosto con salsa al tartufo, polpette con cannella, focaccia dolce e biscottini; più vino rosso, acqua, vino dolce alla fine.

Posted by giuliomozzi at 00:44 | Comments (2) | TrackBack