Il 14 luglio 1998 un marito disse alla moglie che non la amava più, e che desiderava separare le loro vite. La moglie pianse, gridò, poi ammutolì, e qualche giorno dopo confessò che anche lei, sia pure non in forma così precisa, aveva concepito lo stesso pensiero.
Nel frattempo il marito aveva presa una camera in un albergo.
Per qualche settimana si incontrarono quasi tutti i giorni, prima ai giardini pubblici e poi nello studio di un avvocato che era vecchio amico di entrambi.
L’avvocato amico dapprima cercò di convincerli a fare un estremo tentativo di tenere insieme le loro vite; poi si rassegnò.
Il marito e la moglie non volevano danneggiarsi. Il marito guadagnava molto bene, con il suo lavoro di commercialista, e la moglie insegnava latino e greco nelle scuole superiori.
Si erano sposati giovanissimi, con la comunione dei beni, e quando l’amico avvocato chiese loro di stabilire a chi apparteneva effettivamente ciascun oggetto di loro proprietà, si guardarono stupiti. Ovviamente tutto apparteneva a entrambi, esclusi a malapena i vestiti.
Toccò all’amico avvocato fare la stima di tutto e proporre una soluzione. Alla moglie sarebbe rimasto l’appartamento, e il marito non avrebbe pagato alimenti. Figli non ce n’erano: l’unico, Roberto, era morto a diciassette anni, undici anni prima. Era in bicicletta, un’automobile lo aveva travolto.
Dalla casa, il marito prese ciò che strettamente gli serviva. Un suo cliente gli affittò un miniappartamento.
Fecero tutte le carte che si dovevano fare, con l'aiuto dell'amico avvocato.
Il marito e la moglie piansero molto, in quel periodo, ma ciascuno per conto suo. Quando si incontravano cercavano di mostrarsi sereni, o almeno rassegnati.
Entrambi avevano poco più di cinquant’anni ed erano fisicamente sani.
Gli amici che, tornando dalle ferie, scoprirono la nuova situazione, ebbero qualche incertezza. Ciascuno si domandò se era più amico di lei o di lui, e con quale dei due dovesse mantenere la frequentazione.
Durante una cena, un amico disse agli altri amici: "Va a finire che non invitiamo più né lei né lui". Infatti, erano tutti abituati a considerarli quasi come una persona sola. Così si decise che le donne avrebbero mantenuto la frequentazione con la moglie, e gli uomini con il marito.
Passato il turbamento iniziale, le amiche e gli amici furono molto gentili con i due coniugi separati. Più volte il marito o la moglie dissero a un amico o a un’amica frasi più o meno come questa: "Grazie. Senza di te non so come avrei fatto".
Concluso tutto ciò che riguardava la separazione, il marito e la moglie smisero di vedersi. Non fu una scelta: semplicemente capitò così. Ciascuno aveva, certi giorni, molto desiderio di sentire o di incontrare l’altro; ma la timidezza li frenava, e il timore di rinnovare il dolore. Per ciò che era necessario, l'amico avvocato faceva da tràmite.
Si incontrarono, l'anno dopo, il sette maggio, alle sei e mezzo di sera, nella chiesa di san Francesco, per l’anniversario di Roberto.
Dopo la messa, il marito propose alla moglie di andare a cena. La moglie acconsentì. Cenarono in una trattoria vecchia del centro, semplice e buona. Dopo la cena passeggiarono a lungo, quasi senza parlarsi. Ciascuno domandò all’altro: «Stai bene?», e la risposta fu in entrambi i casi un «Sì» detto sottovoce e con un certo sforzo.
Entrambi desideravano molto abbracciarsi, baciarsi, stringersi l’uno all’altro. Però non lo fecero, e tutti i loro gesti erano trattenuti.
Si salutarono che era quasi mezzanotte, e il marito accompagnò la moglie fino sulla porta del condominio dove c’era l’appartamento che era stato di entrambi.
Se la moglie avesse detto: «Vieni su», il marito sarebbe stato felice. Ma la moglie non lo disse. Lui stesso, d’altra parte, fece di tutto per nascondere il suo desiderio.
Nel novembre successivo, il marito si svegliò nel suo letto e vide la giovane donna addormentata vicino a lui. Lavorava nel suo studio da circa tre mesi, aveva ventidue anni ed era molto bella. La guardò attentamente e vide che ogni parte del suo corpo, e il complesso della persona, erano molto desiderabili.
Si alzò dal letto. Così com’era, con addosso solo una maglietta e senza le mutande, andò sul poggiolo dalla parte del cortile interno e si lasciò cadere.
Sopravviveremo al marito come a questo racconto.
Non è solo il marito che si è ridotto tanto male!
Luminamenti
Domanda: Se il commercialista, fra montagne di modelli UNICO, bilanci, contenziosi e rimborsi Iva, avesse, puta caso, trovato il tempo per sbirciare, con un briciolo d'attenzione, METAFISICA DELLA SESSUALITA' di A.Shopenauer, sarebbe giunto allo stesso epilogo ?
Posted by: Cletus A.A. at 29.08.03 07:33Edoardo ciao.
Sono tornata dal Mardinghi. Sai, quel deserto lì.
Ho pensato a molte cose ultimamente circa il nostro rapporto.
Ho deciso che andro' via da casa.
Non che sappia già dove andare, tranquillo,
non c'e' nessun altro, almeno al momento.
Ho solo bisogno di stare via un po', di continuare
ad alimentare in me quella fiamma che sembra
essersi accesa, la' fra la sabbia infuocata del deserto,
fra le sue notti fredde, tenendomi calda.
Non me ne volere. Ho solo voglia di uscire
ancora di piu' da questo stato di depressione
nel quale la morte di Augusta mi ha gettata.
Non mi sono piu' ripresa.
Un lutto per un animale sembra una
sciocchezza difronte ai massacri, alle
morti collettive, cui questi ultimi tempi ci hanno, ci siamo, abituati.
No, non so se per questo avro' bisogno di
una serie di sedute dallo psicanalista.
No, so che non ci andrei,
E te lo direi cosi, giochicchiando nervosamente
con le magiche perle della collana che mi hai regalato,prima della partenza.
A proposito quella collana non ce l'ho piu'.
L'ho persa nel deserto. Bello no ?
Il suggello del tuo amore, sperduto
in qualche luogo indefinito di una
piana arida e sconosciuta.
C'e' un senso in tutto cio ?
Io trovo affascinante dirmi di si.
Convivo cosi bene coi misteri,
rifuggo dalle verita', dalle sentenze.
Io non ce la faccio piu'.
Le tue camere di consiglio.
Le notti trascorse ad aspettarti,
sfogliando Celine, o Sartre, che poi,
non era mica cosi palloso leggerli quando
andavo all'universita'.
Dovevi lasciarmi la'.
Non trascinarmi in questa gabbietta dorata,
piena di moquette spazzolata due volte
a settimana da una colf, che sono sicura,
ti sei anche sbattuta.
Insomma, dovevano essere due righe.
Mi dilungo, come ad allungare una minestra,
ad irretire un dolore, che per quanto
attenuato, certamente provo, per quello
che c'e' stato fra noi,
anche senza Augusta.
Un bacio, abbi cura di te.
Adalgisa.
Senti, Giulio, ma ti pare possibile che uno di mattina si svegli, faccia colazione, vada al PC, l'accenda, navighi qui e là in Internet, arrivi qui come ad un piacevole approdo e poi si becchi una storia come questa?
Adesso me lo spieghi come cazzo farò ad affrontare la giornata con un sorriso?
Ma te guarda, fare del male così (per carità, sempre del tutto "naturale").
Penso che mi vendicherò.
Un abbraccio.
A Luminamenti: chi altri, si è ridotto tanto male? Esplìciti, esplìciti.
Posted by: giuliomozzi at 29.08.03 08:33Due solitudini hanno convissuto a lungo, si sono illuse di non esserlo, hanno dovuto riconoscere, alla fine, tutti i segnali che indicavano la loro vera natura.
Hanno dovuto confessarsi ciò che entrambe sapevano: di essere un utile ripiego contro se stesse. Si trattava di due solitudini complici, consapevoli ognuna della reale sostanza dell’altra. Usuali nella vita quotidiana e casalinga.
L’inizio della storia coincide col riconoscimento della reciproca natura e con la paura di non potere più convivere con tale consapevolezza. Amare e vivere è sempre un atto di egoismo. Ma alle due solitudini era stato insegnato il contrario, ed erano – di conseguenza -, erroneamente, convinte del contrario. Giusto sarebbe stato prendere atto della vera natura della loro relazione e accettarla. Continuare a condividere un egoismo sinergico.
La storia, quindi, subisce una svolta causata dall’ossequio alla convenzione sociale che vuole l’amore alla base del rapporto sentimentale, e mente sapendo di mentire.
La separazione non muta, però, ciò che una razionalità distorta ha imposto. Le due solitudini, quindi, non modificano la propria natura. Per di più continuano a vivere in una realtà fatta di egoismi sinergici, operosi e invadenti (Sandreeppino, Bepperoby, Laureggianni) che mostrano loro come la convenzione reale, purché non svelata, possa proficuamente essere gabellata per convenzione formale, decorosa ed edificante.
A questo punto le due solitudini – magari a livello inconscio - forse riconoscono il proprio errore? E’ possibile. Percepiscono segnali confusi e contrastanti: il desiderio fisico dell’altro, la nostalgia delle abitudini consolidate da un lungo periodo i cui hanno condiviso le medesime esperienze, l’assenza dei meccanismi consolidati della vita coniugale.
Mi accorgo, a questo punto, che non ho considerato un fattore rilevante: il figlio perduto. Forse perché, in fin dei conti, non lo ritengo tanto rilevante. Il figlio s’inserisce nell’ambito del modello comportamentale delle due solitudini e mi appare come un punto di contatto (un egoismo condiviso, anche se la definizione, anche a me, sembra una contraddizione in termini) tra di esse. Un argomento in comune e un utile appiglio narrativo che consente di far incontrare le due solitudini ormai distanti.
L’occasionale riavvicinamento è effimero. Nessuna della due solitudini ha ancora compreso la reale natura e la forza del legame sentimentale. Il marchio della convenzione è ormai indelebile. Se anche una sola delle due cedesse alla chimica organica forse la storia avrebbe una nuova svolta. Non accade. La paura del domani, della propria coscienza e della parte animale dell’essere umano li congela in un inutile scambio di frasi banali e cortesie prive di calore. La tragedia è inevitabile.
Perché lui si lascia cadere? Forse perché riconosce tutti i segnali di una vita che precipita, e pensa che, visto che va giù in senso figurato, tanto valeva farla andare giù anche realmente. Oppure perché capisce che aveva unito la propria vita a una nuova solitudine, più fresca e consapevole di se stessa. Oppure, ancora, perché ha scoperto di non poter trarre utile da quel nuovo rapporto sentimentale – riaffiora, quindi, la parte utilitaristica ed egocentrica del rapporto di coppia - . Se fosse così, potrei azzardare che si è lasciato uccidere dalle medesime convenzioni che avevano provocato la rottura della precedente relazione. Ha lasciato che il proprio egoismo sopraffacesse se stesso e lo conducesse a “lasciarsi cadere” nel cortile. Passività e soggezione, quindi. Subalternità agli eventi e incapacità di incidervi.
Quali riflessioni si sarebbero potute fare se invece di lasciarsi cadere di fosse buttato? E il fatto che non si parli della reazione della moglie alla serata passata insieme, significa qualcosa?
Il racconto è evidente! L'evidenza non è il chi (sarebbe già troppo!) ma cosa! E' la normale analisi logica a dire cosa e non chi!
Lumina
Concordo con Luminamenti. In due righe fulminanti ha detto tutto quello che c'era da dire.
L'impronta è troppo solipsistica, al limite del limite. Manca il buon gusto.
Pietà per la sincerità!
Cari saluti,
Giuseppe Iannozzi
Posted by: Giuseppe Iannozzi at 29.08.03 10:19Libertà, eguaglianza e fraternità. Non mi pare che ne escano bene da questo racconto. La Rivoluzione dopo trent’anni è impossibile?
Posted by: luciano laremi at 29.08.03 10:40Solo chi ha vissuto o sta vivendo qualcosa di analogo sa che non c'è nulla di meglio del silenzio per commentare ciò che, crudamente, è stato raccontato da gm. Ma la crudezza è sinonimo del vero più vero: quello che fa male, non ti fa dormire...
Posted by: remo at 29.08.03 11:15bravo giulio. grazie.
Posted by: cecilia at 29.08.03 11:31che schianto, direi. se non finisse con il volo a sorpresa sarebbe un gran bel racconto. ecco *esplicitare*, forse è tutto lì. nella realtà succede invece così
http://www.repubblica.it/2003/h/sezioni/cronaca/tradimento/dimaggio/dimaggio.html
nella realtà? ma che ho scritto?
buongiorno a tutti i suicidi e a chi ha una fifa blù di morire, prima di aver parlato. dal rumore bianco. sarap.
Nel novenbre successivo il marito si svegliò e vide al suo fianco la sua giovane amante: 22 anni, desiderabile, dolce anche. Chiuse gli occhi: ripensò alla moglie, e la rivide com'era un tempo. Si rivide con lei, sposi e amanti poco più che bambini a giocherellare sul letto dopo aver fatto l'amore.
Durante il giorno quest'immagine non lo abbandonò mai. "Che hai, a che pensi?" gli domandò la sua giovane amante durante il pranzo, nel loro ristorantino. Disse "Non mi sento bene", ma era divorato dall'ansia. Voleva tornare a casa sua, dalla sua compagna di sempre. Farci l'amore, ricordare, svegliarsi l'indomani per prendere poi, insieme, il caffè sul balcone...
La sera tornò dalla moglie. Che appena lo vide lo strinse forte, da fargli male, e pianse. Fu una bella serata, di lacrime, ricordi, abbracci.
Il mattino successivo il marito si svegliò. Impiegò qualche attimo a realizzare, ricordare. Era a casa sua, aveva ritrovato la sua vita, non aveva tradito il suo passato e i capelli grigi di sua moglie che si era già alzata. La sentì armeggiare nel bagno. IMprovvisamente sentì un senso di vuoto, sentì che per non tradire il suo passato aveva tradito il suo presente. Si alzò dal letto, così com'era, con addosso solo una maglietta e senza mutande...
Tre cose, tre (e una quarta, fatua, in coda)
- è un racconto che avrei potuto scrivere io.
- I punti/crustallo (i punti, cioè, dove il racconto trova la sua verità) sono la canottiera
e l'uccello che sta fuori e il "lasciarsi" cadere.
Oh lasciatemi morire è il lamento di Arianna in Monteverdi e less mich sterben (mi scuso se non è perfetto) lo dice Isotta.
- il 14 luglio è la presa della Bastiglia.
Vorrà dire qualche cosa?
... punti/cristallo, ovviamente e non "crustallo"
Posted by: tascacorrectorbozzae at 29.08.03 13:17ah, iannozzi, la vita è PRIVA di buon gusto. ma cosa avete tutti? la medicina amara non vi piace? ci volete sopra lo zucchero? zucchero, zucchero, zucchero, attenti a che non vi venga un diabete morale.....
Posted by: cecilia at 29.08.03 13:48quelli che "questo racconto lo avrei potuto scrivere io"...e puntualmente, non lo fanno.(naturalmente appartengo di diritto, per meriti acquisiti "sul campo", alla vasta categoria). Prosit.
Posted by: giuseppe at 29.08.03 13:49Additional Lirics sul racconto di gm : (della serie "facetevelo da voi").
Il marito non si uccide (pardon...lascia cadere) in forza di non si sa bene quale depression-blues. Nient'affatto. Alzandosi presto ha potuto appurare dalla melensa striscia del TG5, fra uno spot di assorbenti e uno di callifughi, che l'inchiesta sul crak delle societa' di cui era stimato revisore dei conti, era arrivata a lambire tutta la cerchia della sua stimatissima clientela di cui era segretissimo confessore e apprezzato "consigliere" in ardite operazioni off-shore (che non e' solo una categoria di prestigiosi natanti). Da li, in un sussulto di dignita', con un gesto molto gardiniano, la scelta di emulare Icaro.
Questa è la casa di Giulio e quindi non voglio star lì a ribattere a qualche scortesia che mi rivolge un altro suo ospite. E, invece, lo faccio subito. Giuseppe, quindi. "Vasta categoria de che?".
Che avrei potuto scrivere io, non è categoria dell'impotenza ma della fratellanza. Leggere meglio, please, prima di distribuire prosit non richiesti.
Cara Cecilia, che la vita sia priva di buon gusto è un fatto, forse da assodare. Alcune persone, in alcuni momenti, mancano di buon gusto.
Io ingollo quotidianamente medicine amare e le trovo squisite. Ma la medicina amara scaduta mi provoca forti e tremende convulsioni.
C'è modo e modo di raccontare, anzi c'è chi sa raccontare e chi no. Nessun riferimento al racconto di Giulio Mozzi. Parlo in tono generale. Michel Houllebecq che sa bene cosa sono le medicine amare, sa raccontare. Innegabile. Può piacere o no. Ma sa. Domani potrebbe tranquillamente essere un nuovo Céline. Ne ha la stoffa, il carattere. E' un personaggio e un artista e un uomo, trinità che tiene in piedi con abilità magistrale. Altro grande è James Ellroy. Fino agli anni Novanta, anche Stephen King era un grande, forse perché addomesticato da droghe e alcol. Potrei sciorinar tanti nomi... Tra gli italiani i Wu Ming, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Antonio Moresco, Pino Cacucci, Umberto Eco, Emanuele Trevi, Aldo Busi, Mario Desiati, giusto per fare qualche nome e senza trincerare nessuno in una gabbia culturale, per me, sanno raccontare mirabilmente.
Tornando al racconto di Giulio Mozzi, potrei indorare la pillola, dire che il racconto è bello, che ha un difetto, ma che è cosa di poco conto. Potrei, ma non lo faccio. Non mi interessa stendere la lingua e farne tappeto rosso, e, *soprattutto* non credo assolutamente che Giulio Mozzi abbia bisogno di un mio zuccherino. Il racconto, per quanto mi riguarda, sembra esser stato scritto da una Liala abituata a digerire Novella 2000. Melassa allo stato puro. Sono dell’avviso che Giulio Mozzi preferisca un giudizio sincero secondo il mio metro di giudizio, fastidioso e fallibile quanto si vuole, a uno che soddisfi il narcisismo intrinseco in ognuno di noi. Le critiche negative servono quanto quelle positive. A forza di ricevere pugni in faccia, porte sbattute, si diventa artisti e ci si migliora se artisti si è nati. Vedi Hank, detto anche Buk, conosciuto come Charles Bukowski: dopo i cinquant’anni gli è stato riconosciuto di “essere”. Non prima. Perché? Be’, di porte in faccia ne ha prese tante. Troppe. E non le meritava affatto. Sapeva narrare con forza incredibile, e se lui non conosceva l’amaro della vita, allora non saprei davvero dire. La miopia degli editori americani di fronte alla statura di Bukowski è qualcosa che ancor oggi mi fa rabbrividire di sdegno. Ma non si è arreso. Ha continuato a ingoiare sconfitte e amaro, giorno dopo giorno. Oggi Hank è.
Che vuoi che dica? Dovrei forse ridurmi a dire “Bello il racconto”, senza neanche un punto esclamativo? E poi, voltate le spalle a questo blog, dire il contrario? Spiacente. Non è mio uso vestirmi di ipocrisia e tirar coltellate come vile assassino che colpisce a tradimento.
Spero che Giulio Mozzi comprenda la mia critica da uomo intelligente quale è. Negare la validità di un racconto, o più racconti, non significa negare *Giulio Mozzi*.
Purtroppo noto che ultimamente il blog è diventato un po’ troppo solipsistico, impegnato a metter in evidenza un certo narcisismo. Mi auguro che sia solo un momento, una fase, un po’ di stanchezza. In rete siamo invasi da blog e Liale vere presunte inventate.
In ultimo chiedo venia: forse questo messaggio sarebbe stato più conveniente inviarlo in pvt, ma ho preferito mettere i puntini sulle “i” in pubblico. E le malelingue, se ce ne sono, che stiano ben attente a quello che potrebbero dirmi contro: io, a parlare così, non mi metto in evidenza, non faccio protagonismo. Ho tutto da perderci. Confido che qualcuno ci arrivi.
Cordialmente,
Giuseppe Iannozzi
P.S.: Se si tiene un blog, qualsiasi sia la sua natura, bisogna essere disposti ad accettare le critiche siano esse positive o negative. Qualche volta anche gli insulti gratuiti. Altrimenti tanto vale chiudere i battenti e tornare a scrivere sul diario cartaceo che nascondiamo in fondo al cassetto della nostra scrivania.
Posted by: Giuseppe Iannozzi at 29.08.03 14:49Se la vita fosse veramente come la racconti tu!
Sarebbe semplice, un gesto (e non parlo solo del lasciarsi cadere) e via...a miglior (o peggiore) vita! Senza parole, senza rituali vittimistici, senza pentimenti: ognuno libero di scegliere quello che gli piace, fosse pure il niente.
Solo adesso lo capisco: la sua vita, la sua esistenza mi era indispensabile. Lontano da me, magari dall'altra parte del mondo, irraggiungibile ma vivo. Soltanto ora capisco che tutto quello che ho fatto da quando lo conosco, l'ho fatto in funzione di lui, per lui o contro di lui. Adesso che mi ha lasciato definitivamente, ogni azione, ogni gesto diventa inutile. Guardo i miei vestiti ben ordinati nell'armadio e mi chiedo a cosa servono. Questa casa che abbiamo voluto insieme, sto pensando di venderla, non mi interessa più. Anche i miei amanti, saltuari e fissi, li ho allontanati tutti. Esistevano perché esisteva lui, erano il mio modo di essere ancora in relazione con lui, erano la rabbia e la vendetta. Ora niente ha più senso.
Credevo che l'amore fosse finito, volevo che fosse finito. Però una parte di me sapeva che lui c'era, una parte di me continuava a parlargli, a pensarlo in ogni momento e si chiedeva dove fosse e con chi fosse e si augurava che stesse bene e fosse felice, magari con un'altra o diverse altre. Dicevo giorni prima a Miriam: "ho fatto tutto quello che ho potuto, non posso rimproverarmi niente". Adesso so che non è vero. Quelle che piangono e supplicano, fanno scenate e distruggono arredi, forse loro fanno tutto quello che possono.
Dovevo abbatterlo io quel muro di silenzio che si era levato fra noi. Quel muro conteneva rimproveri e sensi di colpa. Lui segretamente mi accusava di non aver impedito la disgrazia, di aver tradito la promessa di felicità continua ed assoluta che gli avevo fatto sposandolo, di non aver salvato suo figlio. Io mi accusavo dello stesso peccato. Mi rimprovero di non aver trattenuto a casa Roberto, quella mattina, di non aver avuto dei presentimenti, di non aver fatto speciali raccomandazioni di prudenza. Mi accuso anche di essere stata troppo severa, di averlo sempre trattato come un ragazzo che aveva tutta la vita davanti, un futuro da costruire e quindi dei doveri, prima che dei piaceri. Accusavo lui, mio marito, di non essere stato abbastanza vicino a suo figlio, assorbito com'era dal lavoro. Lavorava anche e soprattutto per lui, lo so, ma una presenza più assidua avrebbe potuto forse cambiare le cose, forse cambiare il destino.
Quel dolore ci ha divisi, invece di unirci, quel dolore ha creato il muro. Non abbiamo mai parlato, non ce le siamo mai urlate le nostre accuse. Abbiamo vissuto per altri anni, ognuno chiuso nel suo silenzio, sempre più lontani.
Non lo chiamavo, ma sapevo che potevo farlo. Ancora oggi mi viene il desiderio di farlo. Ora so che non sarebbe stato facile, tuttavia era possibile tornare insieme e tentare di ridare un senso alla vita, alle nostre vite, alle nostre due vite insieme.
Dimenticavo..., c'è un bel film sulla incomunicabilità della coppia, non so se avete visto Turista per caso di Kasdan, che parla proprio di una storia simile a quella qui proposta.
Posted by: emma at 29.08.03 15:49gm ha scritto un racconto, breve, che intitolerei "Un uomo spezzato". Perché in mente mi è venuta Simone de Beauvier (Una donna spezzata, appunto). O fatti veri, accaduti. E una bella canzone scritta da Brel e cantata da Gino Paoli e dalla Vanoni su quanto sia straziante l'abbandono (Non andare via, puoi dimenticare tutto quello che... ). Dal dentista mi succede di sfogliare riviste "rosa": che non mi fanno venire in mente nè Simone de Beauvier nè Brel
Posted by: remo at 29.08.03 16:21Forse non avrei dovuto capitare nel Suo sito in questo periodo. Purtroppo ho pianto. Mi sono detto che è solo per questioni estetiche. Però non posso fare a meno di pensare che gli ultimi argomenti non siano semplici coincidenze.
Purtroppo continuerò a frequentare il Suo sito.