Se c'è una cosa che non so fare, è scrivere romanzi. I racconti almeno riesco a portarli fino in fondo (che poi siano buoni racconti o no, è un altro paio di maniche); di romanzi, invece, ogni tanto ne concepisco uno, ma regolarmente mi fermo a pagina quattro (oppure scrivo duecento pagine veramente orribili che poi butto via). Quella che segue è un'idea di romanzo (di un paio d'anni fa). Se qualcuno avesse voglia di provarci, faccia pure. La storia è basata su tre fatti veri accaduti in tre diverse città italiane. Garantisco che tutti i riferimenti a Peter Handke sono autentici, anche se non riesco più a ritrovare, nel web, gli articoli citati.
La sera del 23 dicembre 1995, a Padova, il ragionier *** uccise un uomo. Fece come aveva visto nei film: uscì di casa verso le dieci di sera con il pretesto di fare un bancomat – la mattina dopo sarebbe partito, con la moglie e le due figlie, per trascorrere il Natale a Torino a casa della suocera –, prese il vecchio Ciao che usava per le uscite brevi, si recò nel vicino quartiere della Sacra Famiglia, girellò qualche minuto per le strade alberate e deserte, adocchiò una persona in via Cuneo, accostò come uno che chiede un’informazione, domandò effettivamente la strada per raggiungere via Isonzo, e quando l’altro si voltò per indicargliela con il prevedibile gesto del braccio, estrasse di tasca un cordino, acquistato qualche mese prima, lo allacciò attorno al collo dell’altro, strinse forte quanto bastò, abbandonò il cordino sul posto, e andò a fare il suo bancomat.
La mattina del 29 dicembre 1995 il ragionier ***, rientrato a Padova, ricuperò presso l’edicolante i giornali dei giorni precedenti – aveva l’abitudine di pagare mensilmente – e lesse attentamente tutti gli articoli concernenti il suo delitto. La persona uccisa era un dipendente comunale di cinquant’anni, lasciava una moglie e nessun figlio. Il sindaco attribuiva il delitto agli immigrati, l’opposizione accusava il sindaco di xenofobia, in questura non si rilasciavano dichiarazioni. La moglie del ragionier De Vecchi disse: "Ma guarda, non si può più stare sicuri", e il ragioniere annuì. Le due figlie – sette e undici anni – non si interessarono alla faccenda.
Il 12 gennaio 1996 i giornali locali pubblicarono l’ultimo articolo concernente il delitto compiuto dal ragionier ***. Il ragioniere si guardò bene dal conservare gli articoli.
Nella notte tra il 4 e il 5 maggio 1998 il ragionier *** uccise nel sonno la moglie e le due figlie, strangolandole con un cordino. Compiuto il delitto, tirò fuori l’automobile dal garage e partì per Torino. Si presentò all'alba in casa della suocera, la tirò giù dal letto e la strangolò.
Fu arrestato il giorno dopo. Quando la polizia fece irruzione nell'appartamento, alle undici di mattina circa, il ragionier *** stava buttando la pasta. Il corpo della suocera era nello sgabuzzino delle scope.
Il ragioniere non ebbe difficoltà a confessare, oltre alla strage della famiglia, il delitto di qualche anno prima. Si rifiutò di nominare un avvocato, che gli fu assegnato d’ufficio. Fu collocato in isolamento e sorvegliato con particolare cura, temendosi il suicidio. Una sua frase, vera o falsa che fosse, detta durante un interrogatorio o a uno dei periti nominati dal Tribunale o dalle parti, finì su tutti i giornali: "Volevo vedere che cosa succedeva".
Pochi giorni prima del processo un deputato radicale, avendo visitato in carcere il ragionier ***, dichiarò ai giornalisti di averlo trovato "tranquillo e sereno". Il ragioniere, disse il deputato, sembrava inconsapevole della gravità degli atti compiuti; gli dispiaceva di essere in isolamento; gli aveva detto di non essere mai stato, diversamente da sua moglie, un grande lettore di libri: ma ora doveva abituarsi all’idea che per un bel po’ di anni la lettura sarebbe stata pressoché l’unico suo svago. Aveva già chiesto all’avvocato di portargli da casa alcuni libri, prendendoli dallo scaffale tra quelli non cartonati – e perciò leggibili in carcere. "Che cosa sta leggendo?", "L’ora del vero sentire di Peter Handke", rispose il deputato.
Un giornalista ebbe l’intuizione. Passò in libreria, sfogliò L’ora del vero sentire. La prima frase del libro diceva: "Chi ha mai sognato di essere diventato un assassino e di continuare la vita normale solo in apparenza?". Il giornalista comprò il libro, lo lesse in redazione, ne parlò con il caposervizio.
Certo: Gregor Keuschnig – lo stesso nome del Gregor Samsa della Metamorfosi, il cognome con la K iniziale… Un caso? – aveva solo sognato di avere ucciso qualcuno – una vecchia. Tuttavia, "di colpo non fu più se stesso", e decise che "per non essere scoperto, doveva continuare a vivere esattamente come prima, e soprattutto restare identico a quello di prima": così si leggeva nella seconda pagina dell’Ora del vero sentire. Il ragionier *** aveva ucciso davvero e, almeno dopo il primo delitto, aveva precisamente continuato a "vivere esattamente come prima", era restato "identico a quello di prima". Gregor Keuschnig non uccideva la moglie, ma a pagina 120 le diceva: "Spero che tu muoia". Poche pagine dopo smarriva la bambina ai giardini pubblici.
Bastò una telefonata all’avvocato. Il ragioniere aveva chiesto genericamente "dei libri", domandò il giornalista, o aveva desiderato ricevere alcuni specifici libri? "Che cosa ve ne importa" disse l’avvocato. Ma il giornalista fu più bravo di lui, e alla fine l’avvocato ammise: gli erano stati chiesti alcuni specifici libri. Probabilmente non si accorse nemmeno di averlo ammesso, e il giorno successivo provvide a smentire; ma la conversazione era stata registrata.
Peter Handke (Griffen, 1942) è uno scrittore difficile, da molti considerato noioso. In Italia quasi tutti i suoi libri sono pubblicati presso Garzanti (tra questi L’ora del vero sentire), alcuni presso Feltrinelli, altri – più recenti – presso Einaudi. I suoi primi successi (La paura del portiere prima del calcio di rigore, Breve lettera del lungo addio) ne avevano fatto, a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, uno scrittore "di culto" (e contò qualcosa il lungo sodalizio con il regista, esso pure "di culto", Wim Wenders). Nel 1995 la Biennale Musica di Venezia fu intitolata, con grossolano gioco di parole, appunto "L’ora del vero sentire".
Circa una decina d’anni dopo l’immagine pubblica di Handke era già molto appannata: se agli inizi il "radicale lirismo della sua prosa" (G. Zucconi) era sembrato aprire "una nuova strada al romanzo europeo" (M. Fortunato), ora i suoi libri cominciavano a sembrare ciascuno la fotocopia del precedente, il ripetersi sempre uguale di "un vacuo interrogarsi sul nulla" (id.).
A metà degli anni Novanta Handke si reinventò una notorietà assumendo, in merito alle guerre in corso nella ex-Jugoslavia – lui, mezzo austriaco e mezzo sloveno, con casa a Chaville presso Parigi, scrittore "internazionale" – una posizione nettamente filoserba. In alcuni libri (Un viaggio d’inverno ovvero Giustizia per la Serbia, Appendice al Viaggio d’inverno, Sotto le lacrime ponendo domande). Contro Handke e questi libri si levò "il coro d’indignazione dei manutengoli dell’imperialismo occidentale" (www.tightrope.it); in Italia, il supplemento letterario del quotidiano La stampa arrivò a parlare di "paranoia" e di "caso clinico": "Se all’inizio la battaglia di Handke contro l’informazione omologata e conformista suscitava qualche simpatia, ora viene giudicata soltanto patetica".
A questo punto, è chiaro quale potrebbe essere la storia. Un uomo compie un delitto assurdo. Si scopre che tra le sue letture preferite c’è un romanzo, nel quale un delitto assurdo è il fondamento di tutta la vicenda e di tutta la "meditazione" – in effetti, il libro è più una "meditazione" che un "romanzo". Questo libro naturalmente sarà pieno di sottolineature, segni di lettura, ecc. L’autore del libro sarà uno scrittore un tempo molto amato, oggi disprezzato per l’esaurirsi della sua capacità di interessare e per le sue posizioni politiche "sostanzialmente neofasciste".
Che cosa avverrà?
Ci sarà una polemica contro i "cattivi maestri", prevedibilmente.
Peter Handke sarà indirettamente accusato dei delitti commessi dal ragioniere ***?.
A qualcuno verrà in mente di domandare: "E chi è colpevole, invece, delle migliaia di morti nell’ex-Jugoslavia?".
Qualcuno chiederà – non la censura, no, per carità – ma che l’editore Garzanti abbia il buonsenso di ritirare spontaneamente dalla circolazione L’ora del vero sentire.
L’ora del vero sentire all’improvviso venderà molte copie e diventerà un libro «di culto» della cultura di destra.
Peter Handke interverrà personalmente nella polemica con un articolo pubblicato da Il Giornale. I circoli di Forza Nuova del Friuli-Venezia Giulia lo inviteranno per un ciclo di conferenze.
Il povero ragionier *** comunque resta in carcere, e per lui la storia finisce lì.
Posted by giuliomozzi at 30.08.03 09:48 | TrackBackPerché romanzo? Potrebbe “funzionare” anche come racconto.
Posted by: luciano laremi at 30.08.03 10:05partire da un assunto. non c'e' tempo per leggere. o almeno, se ne trova sempre di meno. da qui la crescita d'interesse per il genere breve, il racconto, appunto. gm ebbe a dire (ipse dixit) in un PANTA del pliocene (boh..'97 ?) sulla scrittura creativa e non, "per me e' molto piu' difficile saper scrivere un buon racconto che un buon romanzo" o qualcosa del genere. Ovvio che da subito mi sia stato molto, molto simpatico. Per il coraggio e per la verita' di questa affermazione. Poi ognuno ama i generi che vuole. Non ne farei un cruccio. Il romanzo consente piu' pause, "infrattamenti", digressioni a raffica. Non so. Quello che mi devi dire, quello che vorrei leggere, in forza di quest'ansia di sintesi, vorrei mi fosse detto presto, in modo immediato, senza tanti giri di parole. Non so.
Posted by: Cletus A.A. at 30.08.03 11:08Sì, anche a me interesserebbe una risposta a questa domanda: perché un romanzo e non un racconto, stavolta? Ho rinunciato al tentativo di capire perché a un compositore inizia a girare per la testa un arietta o una cadenza e decide che ne verrà fuori una sinfonia piuttosto che un concerto o una sonata, ma stavolta mi piacerebbe proprio capire da dove nasce l'intuizione della forma più adatta, o meglio capire cos'è lì dentro che si fa sentire romanzo.
Può funzionare anche come racconto, in effetti. Funziona già come genere a parte: "studi per racconti o romanzi". Arriveremo a pubblicare anche questi? Sarebbe un gran riscatto per un sacco di talenti inconcludenti. Per Odino, quante splendide opere che abbiamo perso per la nostra smania di averle intere, potremmo finalmente goderci!
Peccato, sarebbe stato un buon romanzo. Riletto recentemente di Handke Il Mio Anno Nella Baia di Nessuno, gran bel libro, gran bella testa quella di Handke.
Posted by: luminamenti at 30.08.03 13:38A proposito di Peter Handke : molto bello : CANTO ALLA DURATA Ed Einaudi 1995.(una ricerca personale riguardo al concetto di "durata", in quanto fedeltà alle sensazioni, agli amori e luoghi che ci accompagnano nella vita...)
Posted by: Patrizia at 30.08.03 16:41Ragazzi, ma dove vivete? Nel panorama editoriale italiano per i racconti non c'è spazio, o ce n'è pochissimo... fatte salve poche eccezioni, Sironi compresa, la quale però ha avuto i suoi punti di forza in due "romanzoni", quello di Avoledo e quello di Casadei, gli editori puntano solo, sempre ed unicamente sul romanzo. Che poi non sia un vero e proprio romanzo, che fabula e intreccio lascino a desiderare o meno, diventa secondario. L'importante è che il libro DEVE ESSERE SPACCIATO PER LA FORMA ROMANZO. Questa è la situazione. Punto.
Posted by: Fabio Ciofi at 31.08.03 04:19Sua Enormità, mi permetta un paio di osservazioni intorno all'assioma o dogma da lei profuso. Intanto non credo che, parlando di Sironi, sia legittimo mischiare le carte, ovvero le collane: che c'entra Avoledo con Casadei? Le ambizioni e gli investimenti sono completamente diversi. Non credo che esistano generi di serie B, ma differenti e diverse prospettive sicuramente sì: "L'elenco telefonico di Atlantide" va collocato nell'entertainment, mentre la collana "indicativo presente" (quella di Casadei) ha ben altre ambizioni, ed è lì - secondo me - che il lavoro di Sironi/Mozzi va misurato e per ora giudicato eccellente. Anche se Avoledo deve il suo successo anche a una campagna che ha giocato molto (in modo implicito) sulla confusione di questi due diversi livelli. Per quanto riguarda la selezione romanzi/racconti da parte degli editori, non credo si tratti di SPACCIARE una forma piuttosto che un'altra, quanto di dimostrarsi scrittori. Forse è più facile scrivere un racconto, ma è più difficile far emergere la propria peculiarità di scrittore in un racconto piuttosto che in un romanzo (avendo la capacità di finire quest'ultimo); è più facile scrivere un buon racconto ma è più difficile che quel racconto esprima una necessità non soltanto propria, che costituisca un mondo. Non si tratta di fare i compitini ma di esprimere un tutto nel poco: c***o, mica facile! In assenza di questa capacità, un racconto perché dovrebbe essere pubblicato da un editore? Un romanzo invece, già nella complessità della sua struttura, nella molteplicità di temi, eventi, personaggi... insomma, un romanzo che sta in piedi è già un po' un mondo. Ha più possibilità di esprimere il molteplice e il contraddittorio del nostro tempo (finché non si scoprirà che c'è anche qualcos'altro, nel nostro tempo). Inoltre è giudicabile con maggior (presunta) oggettività e si vende di più! Perdipiù se nel Novecento italiano, a mio modestissimo parere, la qualità sta più dalla parte del racconto che dalla parte del romanzo (pochissimi romanzi al livello dei racconti di Palazzeschi, Landolfi e Parise), negli ultimi 10-15 anni forse le cose sono cambiate. Abbiamo migliori romanzieri (o narratori di romanzi? o scrittori di romanzi? boh! mi dica lei, dottor Cordelli) e quindi è normale che abbiano spazio, che ci sia curiosità, che gli editori seguano questa via. Ma a me pare anche che, nel caso in cui si presentino dei buoni scrittori di racconti, questi vengano pubblicati, eccome. Parlavamo di Sironi? Pugno, Trevisan, Bregola: tre bei libri, no? Insomma, perché profondere dogmi e concludere con un punto, Sua Superiorità? La vita è bella perché è varia, al di fuori del monoteismo di cui uno può essere soggetto o oggetto (anche riflessivo). Tante cose.
Posted by: marziller at 31.08.03 12:31A luciano: perché "potrebbe?". Funziona _già_ come racconto. Borges e tanti altri pubblicarono scritti di questo tipo premettendo "Ho una mezza idea di farne un romanzo, ma...". Il penultimo paragrafo, quello prima della frase finale, è il più azzeccato.
Posted by: stark at 31.08.03 12:36A me non piace. Poi tutto è scrivibile. Però è un incipit che non mi piace. E' quasi demenziale. Non si può far crepare la gente per "vedere quello che succede sui giornali". E' una cretinata, da tutti i punti di vista. Sia narrativamente che nella realtà. La narrazione è troppo seria, cronachistica per essere demenziale. E' demenziale involontariamente. Non mi piace. Mi fa slogare la bocca dagli sbadigli. E poi BASTA DI SCRIVERE a la manére de...
Troppo comodo. Vieni fuori Mozzi. Giù la maschera. Esci allo scoperto e vediamo se sei capace "tu" di qualcosa. Ti aspetto. Ciao.
Per Alessandro. La battuta: "Volevo vedere che cosa succedeva" viene dagli atti di un processo. L'ha pronunciata un uomo che è stato condannato per avere uccise due persone che nemmeno conosceva. Può darsi che narrativamente sia insensata, ma "nella realtà" questa frase è stata detta.
Posted by: giuliomozzi at 31.08.03 18:22la realta' riserva una sorprendente varieta' di cose cretine e insensate. Ve ne racconto due. Una ragazzetta psichicamente molto confusa tento' abbastanza seriamente il suicidio, nell'83 o nell'84 non ricordo esattamente, perche' "voleva vedere cosa succedeva". Dopo un annetto di colloqui psichiatrici, ricoveri eccetera eccetera lo psichiatra che la seguiva stava ancora cercando di ricostruire il senso di quella motivazione che alessandro ha definito, con qualche ragione, cretina, e che invece si rivelo', nella realta', complessa e difficile da decifrare.
la seconda e' una storia piu' complicata da seguire, struggente se potessi raccontarla tutta nei particolari, indimenticabile. ma la faccio breve. una madre, psichicamente molto ammalata, strangola la figlioletta di due anni. non si rende assolutamente conto di quello che ha fatto, non nel senso che non sa che ha strangolato la bimba, ma nel senso che non comprende il significato della frase, per esempio non e' consapevole del fatto che la bimba e' morta, non e' consapevole del fatto che la sua azione l'ha uccisa. molto difficile da spiegare, credetemi sulla parola. Quando, dopo molti mesi di cure, si rende conto di quel che ha fatto, e' preda di una tale disperazione da desiderare di morire. Una delle depressioni piu' gravi che io abbia mai visto, e ne ho viste tante. Dopo tre anni ancora di cure migliora abbastanza da poter uscire dall'ospedale, col permesso del giudice, naturalmente, per qualche breve periodo a casa sua. Tentativo di reinserimento. Adesso ecco la cosa cretina: qualche anima buona la rivede in paese e decide che non c'e' giustizia e deve quindi pensarci lui/lei. Comincia a scriverle delle lettere feroci in cui la rimprovera nei modi piu' crudi per quel che ha fatto. Finche' lei non si impicca.
Se volete altri esempi di storie reali completamente cretine, prego, basta guardarsi attorno.
Martino Baldi detto Marziller, ma tu sei parente di un certo Giovanni Liconti da Reggio Calabria?
Posted by: Fabio Ciofi at 01.09.03 02:39