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20.08.03

I dolori degli altri

Sarapatrizia scrive, in un commento a Modena:
perchè ti ostini a scrivere i particolari di questa cosa, non ci sguazzano già tutti con i dolori degli altri? o sono i 74 anni che fanno notizia? o volevi dire che nessuno si interessa degli anziani. i giornali parlano di berlusconi e della solitudine estiva, oggi saranno lieti per le notizie fresche.

Avrei fatto meglio, credo, ad aggiungere qualche parola, anziché pubblicare solo il trafiletto della Gazzetta di Modena. D'altra parte stamattina ero a Milano, in Sironi, su un computer non mio, con poco tempo.
Volevo mettere a confronto la mia narrazione di "questa cosa" con la narrazione che ne fa il giornale. Il giornale dovrebbe essere informativo. Dovrebbe avere una scrittura referenziale, denotativa, chiamàtela come volete. Comunque dovrebbe raccontare dei fatti.
L'autore del pezzo (non ho trovata la firma, nell'edizione web della Gazzetta di Modena) fin dalla prima frase si permette una mossa spettacolare: entra nella mente (che peraltro suppone quasi vuota) della persona, cerca di raccontare la storia "dal di dentro": L’ultima sigaretta l’ha fumata con gli occhi fissi sui binari, con un pensiero fisso in testa. Questo non è in nessun modo "giornalismo". Questa è pura fiction.
Nel mio pezzo di ieri ho cercato di essere il più referenziale possibile. Ho riferiti anche due pensieri che mi hanno attraversata la testa: ho cercato di riferirli come se fossero state cose che mi passavano davanti agli occhi.
Aladar, in un commento di qualche giorno fa a Tre, ha scritto, rivolgendosi a me: la sua scrittura denotativa è una forma di disprezzo o di malcelata rabbia?. Lì per lì ho risposto scherzando. Ma la questione è seria.
Secondo me, questa scrittura denotativa, fredda secondo alcuni, è semmai una forma di pietà. Ma, naturalmente, se questa è l'intenzione, non è detto che io raggiunga il risultato.
So che tanti "sguazzano con i dolori degli altri". L'alternativa però non è fare a meno di raccontare questi dolori. Il regime fascista imponeva ai giornali di non dare notizia dei suicidi. L'alternativa è: cercare, e magari trovare, un modo pietoso, o amorevole, o anche solo decente, di raccontare questi dolori.
Ripeto: io tento. Magari ci riesco ogni tanto, o quasi mai.

Posted by giuliomozzi at 20.08.03 20:52 | TrackBack
Comments

secondo me ci riesci. forse non sempre, ma non smettere di provare. e' importante, visto che non lo fa quasi nessuno, capisci, gli scrittori scrivono prevalentemente di se stessi, devono mettere se stessi dentro le storie, il resto e' contorno. tu mi dirai che non e' vero, che sono cattivella, che mi sbaglio, e certo me lo dirai con cognizione di causa da lettore turbo e professionista quale sei. io sono una lettrice della domenica, delle sere prima di dormire, o invece di dormire. se c'e' un elenco a cui attingere fammelo.

Posted by: cecilia at 20.08.03 21:38

Quando dici "i giornali dovrebbero" intendi che invece non?
E "cercare un modo solo decente" lo contrapponi a una normale indecenza delle cronache?
E perchè il gionalista della Gazzetta di Modena "si permette una mossa spettacolare"?
E questa è l'eccezione o la regola?
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi.

Posted by: Gaspar at 20.08.03 22:38

Una volta ho letto una cronaca di un omicidio che si apriva con la descrizione, fredda e oggettiva, del luogo del delitto. E continuava, più o meno, così: «Poco lontano, un uomo, probabilmente un parente della vittima, piange, e dice piano: "Bastardi"». Ho letto centinaia di cronache di omicidi, ma quell'articolo mi è rimasto impresso. E nel tuo pezzo ho ritrovato quel modo di raccontare, apparentemente freddo, che però all'improvviso, e per un solo istante, lascia trasparire i sentimenti del cronista. Nel caso di quell'omicidio era la descrizione dell'uomo in lacrime. Nel tuo caso è il tuo stupore per l'irritazione dei passeggeri del treno. Anche per me questo tuo modo di raccontare è una forma di pietà.

Posted by: angelo at 21.08.03 00:54

Il dolore degli altri è così tanto vicino al nichilismo di noi che interpretiamo passioni vicende umane con "sensibilità umana." Ed esser consapevoli della mortalità nostra e altrui ci fa un pò sembrare novelli Céline o dottori dell'anima. Non è molto, ma è meglio di niente, della pietà cristiana o di un patetico viverci addosso come l'Ebreo Errante. O, peggio, come Eva in un film al cine, Moloch, Eva che amava un Adolf Hitler. Occorre coraggio per scegliere il binario del suicidio, più coraggio di quanto si osi pensare. Qualcuno dice che è da vigliacchi darsi la morte. Pochi dicono che è una vigliaccata vivere senza uno scopo. Anzi, quasi nessuno.

Cari saluti,

Giuseppe Iannozzi

Posted by: Giuseppe Iannozzi at 21.08.03 00:55

Eppure, almeno in un caso è stato possibile coniugare felicemente fiction e scrittura denotativa, narrativa e cronaca: Dino Buzzati. Certo, è un esperimento rischioso, ma forse vale la pena di tentarlo. O comunque non vale la pena di allarmarsi ipso facto se qualche giornalista ogni tanto ci prova, purché le dosi di fiction non servano con tutta evidenza per sguazzarci dentro e per vendere di più (stile "tivù verità").

Posted by: fabio at 21.08.03 09:06

Caro Fabio, Dino Buzzzati è stato un caso, come anche Guareschi. A loro modo hanno inventato la realtà traducendola in qualcosa di fantastico e appetibile, a volte con toni "neri", altre con “toni ironici” indipendentemente dalle notizie che trattavano e adulteravano. Ma la loro prosa evidenziava soprattutto il “sentimento” della gente, o almeno quello teorico possibile, mentre oggi Real Tv non parla: propone invece solo immagini gratuite, sventagliate ai quattro venti per far rumore. La realtà è solo “fiction”… In un contesto “real tv” il confine tra fiction e realtà non esiste, mentre per Buzzati e Guareschi una linea di confine esisteva, almeno a livello teorico. Sicuramente Buzzati era più giornalista rispetto a Guareschi che inventava di sana pianta, ma anche Guareschi inventando guardava al microcosmo della sua gente e inventava così storie possibili magari già accadute o da verificarsi. Entrambi gli scrittori-giornalisti sapevano che la realtà era “della gente” e che inventare in base a essa notizie plausibili, o arricchirle di fantasia, significava saper ascoltare la gente. Con “Real Tv” ci troviamo di fronte ad immagini spettacolari, sempre più spettacolari. Alle volte sorge il dubbio che il “Grande Fratello” provochi la realtà perché possa immortalarla nel business, nella globalizzazione e sceverarla dell’identità naturale di “realtà.” Per la “Real Tv” la realtà stessa è fiction, la realtà non esiste; ma soprattutto, se la gente è prodotto della fiction, le storie di tutti i giorni “della gente” saranno solo altra fiction. Tutto ciò è mostruoso. Nascono così programmi superflui inutili banali, addomesticati al gusto d’un pubblico avaro di emozioni forti e “Real Tv” è solo l’ultimo di una grande quanto squallida catena commerciale.

Cari saluti,

Giuseppe Iannozzi

Posted by: Giuseppe Iannozzi at 21.08.03 10:24

Sono perfettamente d'accordo con te, Giuseppe, per quanto riguarda la tua analisi della fiction televisiva: banalizzazione e mercato, standardizzazione, nient'altro. Il mio dubbio è questo: dobbiamo farci paralizzare dal timore che questa fiction patologica invada ogni angolo della nostra vita, o è invece possibile ricominciare a scrivere e a vivere come facevano Buzzati e Guareschi? Detto in altri termini: la realtà virtuale ci viene imposta dall'esterno oppure ciascuno di noi ne fa precisa richiesta accendendo il teleschermo, o anche solo sognando ad occhi aperti quando non ci sono teleschermi a portata di mano? La realtà virtuale, la fiction, può essere una fuga dalla realtà ma può anche essere uno strumento per meglio comprendere la realtà e per prendervi parte. Dipende da ciascuno di noi.

Posted by: fabio at 21.08.03 11:07

Bella domanda, caro Fabio. Oggi come oggi, temo che la più parte dei telespettatori siano passivi. Il telecomando non serve loro “solo esclusivamente” a scegliere un programma: se così fosse, allora il problema non sussisterebbe, perché i telespettatori avrebbero facoltà di scelta, o di libero arbitrio nell’informazione. Invece, il telecomando “telecomanda” i telespettatori. Non esiste la possibilità di scegliere, perché si viene scelti dal programma televisivo. Viviamo secondo i modelli imposti dalla realtà virtuale: la bellezza che vogliamo per noi è quella pubblicizzata, le idee che esprimiamo sono gli stereotipi della tv, e così via. Ogni nostra singola azione è “telecomandata” dai programmi televisivi che sono poi la realtà virtuale. Banalizzando: un programma come “C’è posta per te” assicura non 5 minuti di celebrità bensì almeno 30, il che significa che “tutti” o quasi, inventandosi e/o portando all’opinione pubblica la loro storia d’amore, ricevono una certa celebrità che non si estingue nei 30 minuti della “diretta televisiva”, ma che viene riproposta in replica e tramite passaggio del testimone, per così dire. Chi ieri era in tv per gridare “Quanto sono sfigato!”, domani sarà sempre in televisione a dire la stessa cosa: tutti sono protagonisti perché c’è il passaggio del testimone, o la replica se preferisci. E anche chi non va in tele, domani si comporta come se fosse stato sotto l’occhio della Tv. Si parla di niente: il gossip è la vera comunicazione. Ieri c’erano i diari col lucchetto quasi impossibili da scardinare, oggi, il diario cartaceo è ridicolo: l’adolescente vuole il suo blog e un pubblico che legga e commenti le sue esperienze adolescenziali. Se la mia analisi è esatta, anche l’arte di scrivere, di comunicare è radicalmente cambiata. Comunque, questa è solo scoperta dell’”acqua tiepida”. L’avantpop fa riferimento anche alla cultura televisiva: se non ci fosse il Grande Fratello, molti scrittori non saprebbero di chi scrivere e nemmeno saprebbero che cosa mettere nero su bianco. Temo sia impossibile scrivere oggi come facevano ieri Guareschi e Buzzati, per il semplice fatto che non verrebbero tenuti in considerazione né dalla carta stampata né da un eventuale pubblico. Anche la figura del giornalista è cambiata. Anzi, è stata cambiata. Qualcuno ne ha conoscenza, qualcun altro no, qualcuno preferisce ignorare questa “verità”. Dipende da ciascuno di noi chi scegliere e che cosa, ma non è così facile.

Cari saluti,

Giuseppe Iannozzi

Posted by: Giuseppe Iannozzi at 21.08.03 13:34

C'è, in generale, l'errata convinzione che ciò che è reale è "più" di ciò che è "fiction". Ora, credo che qui occorra soffermarsi un attimo. Peraltro il tenutario di questo blog lo ha ribadito in ogni modo possibile e immaginabile: la realtà molto spesso è fasulla e attraverso la fiction si riesce talvolta ad avvicinarsi alla verità. Certo non è il caso dell'articolo su riportato, poiché fare fiction su un fatto di cronaca è fondalmentalmente scorretto, visto che un giuliomozzi riesce a discernere, forse un lettore meno avvertito no. Il concetto di fiction è spesso malamente accostato a quello di falso, finto. In realtà si tratta di invenzione. L'invenzione, e l'astrazione che di solito comporta, servono invece spesso a chiarire le idee sulla verità. Io mi fido relativamente della realtà, anzi, nemmeno so bene in fondo cosa essa sia... quindi, per concludere, qualcuno se la sente di affermare che la realtà stessa altro non è che una variante di fiction?

Posted by: Fabio Ciofi at 21.08.03 14:35

Cari Giuseppe e Fabio, sono un po' perplesso. Secondo me il discorso andrebbe spostato sulla tecnica, piuttosto che sulla fiction. La fiction è una tecnica (infatti la qualità della fiction è di "funzionare": tiene attaccato il lettore o lo spettatore, soddisfa i suoi bisogni ecc.). Uso qui per praticità le parole di U. Galimberti (dalle prime pagine, 33-34, di "Psiche e techne", Feltrinelli): "La tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica *funziona*, e il suo funzionamento diventa planetario" "Per il fatto che abitiamo un mondo in ogni sua parte tecnicamente organizzato, la tecnica non è più l'oggetto della nostra scelta, ma è il nostro ambiente, dove fini e mezzi, scopi e ideazioni, condotte, azioni e passioni, perfino sogni e desideri sono tecnicamente articolati e hanno bisogno della tecnica per esprimersi". Non è che non esistano possibilità di scegliere. E' che anche le possibilità di scegliere sono tecnicamente articolate. Se io cerco di raccontare "il dolore di un altro" con una narrazione che sia "decente", in realtà non faccio meno fiction di quanta ne faccia il giornalista della "Gazzetta di Modena". Una buona fiction è una narrazione che mette in scena primariamente il suo funzionamento tecnico: cosa che vale per il più squinternato romanzetto rosa tanto quanto per il più raffinato romanzone iper- e meta-letterario. La tecnica, in somma, chiede di essere l'esclusivo oggetto della narrazione... Tanto che il giornalista della "Gazzetta di Modena" chiude così l'articolo iniziato in toni tanto tragici: "Una tragedia che ha rallentato il traffico, deviando il traffico per ore sul terzo e quarto binario". La morte di quella povera donna è "una tragedia che ha rallentato il traffico". Un incidente, un problema tecnico.

Posted by: giuliomozzi at 21.08.03 14:41

Mentre scrivevo il mio post per Giuseppe e Fabio, un altro Fabio (Ciofi) si è inserito. Per precisione, quindi: non è Fabio Ciofi il Fabio al quale mi rivolgo nel post di un momento fa, ma il Fabio che dialogava con Giuseppe Iannozzi. Sì, in somma, s'è capito.

Posted by: giuliomozzi at 21.08.03 14:44

Giulio, una perplessità è venuta anche a me. Se la tecnica è scopo a se stessa e se per funzionare promuove e incrementa se stessa, ciò che non è meramente tecnica ha ancora un posto? O, per dirlo con le tue parole: una buona fiction mette in scena PRIMARIAMENTE il suo funzionamento tecnico, oppure la tecnica diventa L'ESCLUSIVO oggetto della narrazione? Mi viene in mente il Godot di Beckett: è metateatro ma non soltanto metateatro, non quando Vladimir si rende conto che "L'aria risuona delle nostre urla. (Pausa.) Ma l'abitudine è una grande sordina". Qui l'accento si sposta sulle urla, non più su ciò che tecnicamente le incanala e le smorza.

Posted by: fabio at 21.08.03 15:38

La fiction nasce dalla realtà. La realtà è spesso più fantasiosa della fiction. Dov'è il problema? In entrambi i casi si coinvolgono i sentimenti. Il fatto stesso che se ne parla denuncia un alto grado di coinvolgimento emotivo. Concordo sul fatto che oggi si tende a spettacolarizzare tutto. Che ai tiggì si dà enfasi per giorni o settimane a notizie che potebbero esurirsi in poche righe di un quotidiano. Che il senso del comune pudore, inteso come difesa del privato è andato a farsi benedire, anzi, a cercarsi un'identità, perchè non sa più neanche lui cos'è. A cosa, a chi, vogliamo imputare le colpe di tutto ciò? Al progredire, si fa per dire, di usi e costumi? All'evoluzione tecnologica? Alla pigrizia mentale ad essa conseguente? Dimentichiamo una cosa: ognuno di noi ha un cervello pensante, o dovrebbe averlo. Per dire no alla spettacolarizzazione basta usare il telecomando ed evitare i programmi che se ne nutrono. Se non basta, perchè alternativa non ce n'è, usiamo l'interruttore. Pace, silenzio, libertà. Non guardo i reality show, nè il Grande Fratello, nè cose del genere. Leggo un libro, o, se c'è, guardo un bel film. Oppure mi guardo intorno. E sto molto meglio, nè mi sento una ritardata o un'antenata. I giornalisti dovrebbero limitarsi a riportare i fatti (così mi è stato insegnato ai tempi della scuola media), alle decorazioni ci pensino gli scrittori. Ma, soprattutto, qualsiasi notizia di cronaca che riguardi la sofferenza degli altri, dovrebbe darci lo stimolo a guardarli, "gli altri".

Posted by: ramona at 21.08.03 15:53

secondo me riuscire a scrivere il dolore è molto difficile, vuole dire forse riuscire a sentirlo pieno dentro, poi allontanarsene di un passo, guardarlo. io trovo che quando si guarda stando un passo - e si guarda bene - si cerca di essere lucidi, di dire cose che sappiamo vere, attenti a tacere sulle altre. a me piace dunque quando il dolore è raccontato nello stile che g. mozzi chiama denotativo. o meglio, non mi disturba, e mi sembra un modo rispettoso. ultimamente mi sembra avere trovato questo modo in un libro di A. Haslett, "Il principio del dolore", che è una raccolta di racconti. se qualcuno - magari g. mozzi- l'ha letto, mi piacerebbe sapere cosa ne pensa.

Posted by: sara at 21.08.03 16:44

Ieri in una risposta a Modena del 19 agosto, mi sono permesso una goffa parodia di “Fiction”, che rischia di passare per una presa per il culo. Non era questa la mia intenzione, ma un tentativo di rovesciare su qualcun altro, non so chi, la fastidiosa sensazione nata dal dubbio se quel fatto (non la telefonata di uno scocciatore, ma il suicidio di una persona) fosse accaduto o meno. Di essere portato a dubitare, credendola una messa in scena, di una tragedia (forse) reale. Il contesto (un blog dove non si raccolgono delle confessioni “diaristiche” a dispetto del sottotitolo, ma spesso occasioni di riflessione sullo “scrivere”) accreditava la falsità del racconto. Perlomeno la rendeva tanto probabile quanto la veridicità. Sovente qui al centro dell’attenzione è la scrittura. La realtà di ciò che è narrato, così mi è parso, è secondaria. Ma poco dopo aver messo mano alla tastiera ho realizzato che *era* accaduto: un suicidio alla stazione di Modena. Ed ho pensato di dar forma al fastidio scimmiottando Fiction.
“La tecnica in somma” scrivi oggi, Giulio “chiede di essere l'esclusivo oggetto della narrazione”. Ma ciò lascia spazio alla dignità della donna che è morta? L’articolo della Gazzetta di Modena è fiction, hai scritto. A maggior ragione lo diventa quando esce dal contesto giornalistico ed entra nel tuo blog. Non credi che non sia quel testo a richiedere il corsivo, ma piuttosto la tua descrizione dell’evento? Non è quest’ultima una testimonianza? Non dovrebbe “tentare” di non essere fiction? L’ammiccamento del corsivo, o meglio una nota, per dire: “questo testo non è come gli altri. Ciò che vi è narrato è accaduto realmente. E che sia vero o falso questa volta non è indifferente”. Volendo, cinicamente (tecnicamente) si sarebbe trattato di un artificio letterario, di una cornice al testo. Ma crederci o no sta al lettore. Viceversa, il solo contesto del blog, trae in inganno. Ma forse solo me. Di Se Questo E’Un Uomo si può analizzare la tecnica. Ma leggendolo, sapere se ciò che vi è raccontato è vero o falso (o meglio: fidarsi del valore di testimonianza che l’autore intende dare) non è indifferente. Mi scuso per la lunghezza.

Posted by: Paolo at 21.08.03 18:26

Cari Tutti e Tutte,

se non vado errato, quel dandy di Oscar Wilde, diceva “che poteva simpatizzare con tutto tranne che con la sofferenza”. Be’, era un dandy, ma ciò non invalida la sua arguzia. E’ difficile comprendere e accettare il dolore, soprattutto quando questo non è stato sperimentato sulla nostra pelle ma è “oggetto” di cronaca. Esso, il dolore, fa parte del mondo. E secondo la definizione di Wittgenstein “Die Welt ist alles, was der Fall ist”, ovvero “il mondo è tutto ciò che accade”. Ma sempre nel Tractatus logico-philosophicus, il filosofo aggiunge che “il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose.” A questo punto, se dobbiamo definire tecnica la fiction, dobbiamo anche comprendere che cosa sono i fatti e se hanno delle relazioni con le cose. Indubbiamente parlare di fiction come tecnica è, almeno per me, anche stabilire dei rapporti: diceva Giacomo Leopardi che “la scienza della natura non che è la scienza di rapporti. Tutti i progressi del nostro spirito consistono nello scoprire i rapporti.” Be’, non è nulla affatto facile, e la tecnica non mi sembra aiuti questo discorso. Se rimaniamo isolati “in un campo prettamente tecnico”, rischiamo di valutare le relazioni fra “fatti” e “cose” restando su di un piano tecnico, quindi arido. Riusciremo davvero ad esprimere il dolore affidandoci alla tecnica come possibile estensione della fiction? Non ne sono convinto. L’incidente come problema tecnico, mi convince ancor meno. Rileggendo gli articoli di cronaca di Buzzati, mi son reso conto che questi eruttano umanità, mentre quelli scritti oggi dai nostri giornalisti eruttano solo tecnica o fiction. L’uomo è stato tradotto in oggetto? Temo di sì. E’ tenuto in considerazione come merce di scambio, e se fa notizia, che finisca sotto le ruote di un treno, che vada in televisione e promuova uno scandalo, poco importa: l’importante è apparire, far sì che l’uomo sia “notizia”, anzi “oggetto della notizia”. Una “cosa”, per dirla tutta. La fiction può svelare alcune verità non percepibili attraverso la realtà, ma il rischio grosso è quello di tradurre in fiction anche le realtà palesi e verificate che conosciamo, inserendo così nel pensiero della comunità l’idea fallace che non esistano verità e quindi realtà. La fiction come tecnica dovrebbe essere intesa come artificio artistico, ma mi è difficile accettare l’idea che possa svolgere ruolo “pienamente informativo (di informazione)”. La fiction di Buzzati e Guareschi riusciva ad essere perché gli autori erano consapevoli che le loro cronache non erano verità piena, ma solo un artificio per spiegare “alla gente comune.” Oggi, il problema è che la fiction e la tecnica sono abusate in campo artistico-letterario ma anche in quello divulgativo. Il lettore comune viene confuso “volontariamente”, e non riesce più a percepire la realtà “reale” se non quella che l’intorno gli bombarda addosso. Purtroppo, come faceva notare Umberto Eco, la nostra è una civiltà estremamente tecnologica ma poco si è fatto per l’evoluzione civile: si vive in un medioevo tecnologico. E io aggiungo che anche l’informazione è tecnologica prima di essere “informazione”. Il discorso meriterebbe un approfondimento sicuramente maggiore, ma è impossibile formulare un apoftegma valido ora, perché, come ho sottolineato, la nostra civiltà è tecnologica ma poco evoluta civilmente. Sono d’accordo con Ramona, quando dice che la realtà è più fantasiosa della fiction. Peccato che pochi se ne rendano conto: è che siamo troppo bombardati dalla “finzione” e la realtà è diventata quasi un accessorio inutile. Sono meno d’accordo quando la cara Ramona esprime l’idea che “ognuno di noi ha un cervello pensante, o dovrebbe averlo”: non tutti hanno – e qui si fa triste – la possibilità di studiare, leggere, informarsi. L’informazione più diretta ed immediata è quella che viene promossa attraverso la radio, la tv, quella che si sente e si acquisisce perché il bottone da schiacciare è azione semplice e alla portata di tutti. Il Governo è consapevole di questa realtà e la sfrutta: altrimenti non è spiegabile perché, ad esempio, si parli della possibilità di riaprire i manicomi e nessuno – o quasi – si sia veramente inalberato. Ci stanno addomesticando attraverso quei canali informativi a tutti accessibili. Se domani i manicomi saranno riaperti, non mi scandalizzerò più di tanto, perché il popolo è stato preparato a riconoscere il “manicomio” come una necessità. La storia dovrebbe insegnarci i nostri errori, ma così non è. Il lavoro interinale, il precariato, ieri erano al centro di una contestazione che nel corso di pochi anni è andata affievolendosi: oggi, il precario, in genere rassegnato, dice “che bisogna sapersi arrangiare”. Di questo passo, ci faranno accettare *tutto*, anche la pena di morte, ma poi i giornali ne parleranno con toni tonti investiti di fiction e tecnica.
Così stando le cose, caro Fabio Ciofi, io non mi sento *assolutamente* in grado di affermare “che la realtà stessa altro non è che una variante di fiction”. Per me ogni abuso sia esso di tecnica, sia esso di finzione, porta ad allontanarsi dalla realtà. Io, te, Giulio, tanti altri siamo in grado di discernere tra fiction tecnica e realtà, ma il “cittadino comune”, per quanto sopra espresso, nutro dubbio che non ne sia capace. Non è colpa sua… E’ colpa di chi invade l’informazione e la monopolizza e la stravolge.

I miei omaggi a Tutti/e,

Giuseppe Iannozzi

Posted by: Giueppe Iannozzi at 21.08.03 18:30

Caro Giuseppe, al giorno d'oggi non manca la possibilità di leggere o informarsi. Manca la volontà. E' questo che intendo quando dico che abbiamo, o dovremmo avere un cervello pensante. Un cervello che dovrebbe farci aborrire "spettacoli" come i reality, che dovrebbe costruirci delle difese dal lavaggio del cervello che i media, potenti mezzi nelle mani di pochi, cercano quotidianamente di farci. Un cervello, insomma, in grado di farci spegnere l'interruttore al momento giusto. Non si tratta d'ignoranza se non lo abbiamo, questo cervello, ma di pigrizia. In un mondo che corre troppo in fretta, perchè fermarci a pensare? Per perdere tempo? La stessa sofferenza degli altri ci scivola addosso, preferiamo condividere, almeno con il pensiero, il pettegolezzo, la vita dorata dei vip, le loro belle donne, i bei vestiti, ecc.,cuocendo d'invidia, ma con meno fatica. La vita è anche questo, ma non solo questo. La notizia di un suicidio sui binari dovrebbe farci pensare alla persona che ha compiuto il gesto, non maledire l'inconveniente perchè arriveremo in ritardo. Non m'intendo di tecnica, ma mi piace credere che non sia indispensabile per intendersi dei propri simili, per parlare di loro e con loro.

Posted by: ramona at 21.08.03 20:40

Paolo, in un commento delle 18.26 di oggi, mi dice tra l'altro: "L’articolo della 'Gazzetta di Modena' è fiction, hai scritto. A maggior ragione lo diventa quando esce dal contesto giornalistico ed entra nel tuo blog. Non credi che non sia quel testo a richiedere il corsivo, ma piuttosto la tua descrizione dell’evento? Non è quest’ultima una testimonianza? Non dovrebbe 'tentare' di non essere fiction?". Il punto è che: A) il giornalista della "Gazzetta di Modena" ha inserito nell'articolo cose palesemente di sua invenzione (l'interiorità della signora che si è uccisa); io non ho inserito nulla che appaia palesemente di mia invenzione; B) il giornalista della "Gazzetta di Modena" ha usato toni e modi melodrammatici (diciamo così), mentre io ho usato un modo strettamente referenziale; C) il giornalista della "Gazzetta di Modena" ha tentato di dare al fatto la forma di una *storia*; io ho allimeato proposizioni slegate, microfatti. Quindi, D) il giornalista della "Gazzetta di Modena" ha scritto una *fiction* abbastanza ben funzionante, io ho fatto un testo che non mi pare abbia tanto le caratteristiche formali della fiction. Il testo della "Gazzetta di Modena" è in corsivo perché si tratta di una citazione, di un testo non mio.

Posted by: giuliomozzi at 21.08.03 21:12

Giuseppe Iannozzi, in un commento delle 18.30, scrive tra le altre cose: "Per me ogni abuso sia esso di tecnica, sia esso di finzione, porta ad allontanarsi dalla realtà. Io, te, Giulio, tanti altri siamo in grado di discernere tra fiction tecnica e realtà, ma il “cittadino comune”, per quanto sopra espresso, nutro dubbio che non ne sia capace. Non è colpa sua… E’ colpa di chi invade l’informazione e la monopolizza e la stravolge". Ma la realtà *è* tecnica, mi pare. Che relazioni posso avere, io, con la realtà, se tolgo la (chiamiamola così) mediazione della tecnica? E se questa mediazione si rivela necessaria, non posso nemmeno più chiamarla mediazione: la tecnica è la realtà, direttamente. ** Nel caso specifico: che narrazione di eventi posso avere, io, se tolgo la (chiamiamola così) mediazione della narratività? E se questa mediazione si rivela necessaria, non posso nemmeno più chiamarla mediazione: gli eventi sono narrazione, direttamente. ** A questo punto, non conta il governo o l'autonomia del singolo. Il potente si impossessa dei cosiddetti mezzi di rappresentazione della realtà non per manipolare le nostre percezioni e rappresentazioni della realtà, ma perché tali cosiddetti mezzi di rappresentazione della realtà *sono* la realtà. E il singolo, nella sua autonomia, non può volere una, per così dire, diminuzione del potere dei cosiddetti mezzi di rappresentazione della realtà; può volere, eventualmente, una redistribuzione del potere sui cosiddetti mezzi di rappresentazione della realtà. ** Il problema, in somma, è (propongo) un problema di realtà, non di "manipolazione" o "stravolgimento" o "fictionalizzazione" della realtà...

Posted by: giuliomozzi at 21.08.03 21:26


Cara Ramona,

sì, è vero, in linea teorica, la possibilità di informarsi non manca. Adesso, facendo un discorso molto terra terra, penso ad esempio all’uomo della strada, al semplice operaio che si sbatte in fabbrica per uno stipendio da fame e che, una volta a casa, ha solo più la forza di accendere la tv e sentire l’arroganza degli altri, dei vip, dei politici, ecc. ecc. Non dico che l’operaio sia una ameba cerebrale, ma sicuramente gli mancano quelle basi per comprendere appieno i meccanismi “illogici” della politica, dell’economia, della cultura. Certo, si interroga, ma le domande che riesce a porsi sono costrette nel suo background culturale, quindi, in linea di massima, parla dei problemi sociali con chi come lui, con i suoi compagni che hanno lo stesso background culturale e che quindi utilizzano lo stesso codice comunicativo, la stessa parlata. Ed intanto i Sindacati se li rigirano come vogliono.
Non a caso, poi, in famiglia, per dimenticare (forse) la loro proprio condizione si sbattono davanti alla tv e ridono, forse con amarezza, delle faloticherie gonfiate in programmi insulsi come “Carramba!”, “C’è posta per te”, e tanti altri. E’ una condizione triste, la loro, o meglio, la nostra. Perché siamo tutti uomini e tutti dovremmo appartenere all’umanità senza discriminazioni, quindi l’amarezza loro è anche la mia, la nostra. Ma tutto questo, meglio di me, l’ha spiegato Ignazio Silone in “Fontamara”: ritratto superbo della società, che trovo attualissimo anche oggi, molto di più di un semplice romanzo.
Poi, i vip e le loro storie non hanno più molta presa sul grande pubblico: il gossip che vede protagonista una Alba Parietti è risaputo, mentre l’attenzione dei palinsesti è mirata a promuovere gossip della gente comune. Così i mass media ci mostrano massaie che si prendono per i capelli in diretta televisiva, o giornalistica. Un triste spettacolo davvero.
Il fatto è che i vip sono troppo lontani dall’umanità comune perché possano destare interesse. Maggiore interesse l’umanità comune prova per se stessa. I mass media l’hanno capito e così la mettono in tv, sui giornali, ecc ecc. Gloria che dura un niente, perché il riciclo è continuo, instancabile. Si prendono campioni umani e vengono ingabbiati in un palinsesto. Sin tanto che c’è audience i campioni umani vivono la loro gloria momentanea, poi vengono sostituiti o riciclati in altre gabbie. E’ più facile provare invidia per quel che si conosce che per un aereo una donna rifatta (e fatta!) un macho che non avremmo mai. Non ci perdiamo molto, in realtà. Purtroppo sono molti che si lasciano adescare credendo che con un paio di passaggi televisivi si possa cambiare la propria condizione. Si viene trattati come fenomeni da baraccone, come scimmie ammaestrate. Gli sceneggiatori dei programmi Tv lo sanno e continuano così. Anche il dolore è diventato un oggetto capitalizzato e messo in gabbia. La donna che si suicida non fa notizia, ma se viene tradotta in una vetrina televisiva, o giornalistica, se si imbastisce un forum intorno al caso, allora il dolore può essere appetibile, commercializzato. Tutto ciò è aberrante. Il dolore viene sfruttato, ma non compreso realmente. I primi a non comprenderlo siamo noi, noi che ci diciamo, a ragione, a torto, giornalisti.

Un caro saluto,

Giuseppe Iannozzi

Posted by: Giuseppe Iannozzi at 21.08.03 21:30

Caro Giulio,

“Ma la realtà *è* tecnica, mi pare.” Il “mi pare” è, per così dire, d’obbligo. Se la realtà fosse esclusivamente “tecnica”, temo che l’umanità si sarebbe estinta già da un lunga, lunghissima pezza. La realtà, per quanto ho esposto in altro messaggio, non può essere esclusivamente tecnica o fiction o interpretazione. Ciò che noi definiamo realtà soffre d’un difetto immenso quanto l’umanità intera: noi definiamo realtà ciò che i nostri sensi ci permettono di “sentire”, ma i sensi non sono infallibili, sono hardware, per così dire, che ci fa sentire gli imput dell’Intorno, della Realtà. Noi percepiamo una realtà perché dotati di un certo hardware, ma nessuno ci ha detto mai che i nostri sensi funzionano correttamente. Per un daltonico, ad esempio, la realtà di alcuni colori è diversa da quella che io percepisco. Ma ciò non significa che la realtà dei colori di un daltonico sia inferiore o sbagliata. Gli esseri umani percepiscono i colori, ma la maggior parte delle forme di vita non vede i colori, ma solo il bianco e il nero. E’ corretta la realtà dei colori percepita dagli uomini o quella di tutte le altre forme di vita? Le relazioni che io posso avere con la realtà senza la mediazione della tecnica sono molteplici. Una realtà che sia realmente reale è composita da più realtà. O sfumature. E proprio queste conferiscono verità alla realtà. Le sfumature hanno relazioni con la realtà percepita, ma perché la realtà sia reale deve essere accompagnata da una severa interpretazione delle sfumature che la compongono. La narratività, come la indichi tu, non è solo tecnica. I grandi romanzi, le grandi storie, sono soprattutto un corpo di sfumature che definiscono un’altra sfumatura, una possibile realtà. Ma *la realtà assoluta*, a mio giudizio, è impossibile da percepire e comprendere o ritrarre artisticamente. Non nego affatto che per dar vita alle sfumature occorra della tecnica, anche se io preferisco indicarla come arte. Bisogna saper costruire le sfumature, e in questo senso dobbiamo confrontarci con la tecnica, quindi con la capacità di saper costruire la realtà che i nostri sensi ci permettono di percepire. Dici: “Il potente si impossessa dei cosiddetti mezzi di rappresentazione della realtà non per manipolare le nostre percezioni e rappresentazioni della realtà, ma perché tali cosiddetti mezzi di rappresentazione della realtà *sono* la realtà.” Anche attraverso una redistribuzione del potere sui mezzi di rappresentazione della realtà, il problema di che cosa sia la realtà rimane integro. Si tenga poi presente che la realtà spiegata da un singolo potente o da più potenti costituisce una forma di demagogia, o di oligarchia, atta a produrre l’informazione. Siamo di fronte a un problema: che cosa è la realtà? E’ un po’ come domandarsi, è vero “Uno e Trino”? Uno e Trino sono la realtà? Chi è in grado di percepire correttamente la realtà e tradurla in una *realtà* a tutti accessibile, interpretabile senza ombra di pregiudizio? Il dolore è una sfumatura della nostra realtà, una. E le interpretazioni che i singoli possono dare al dolore sono molteplici. La mia interpretazione di dolore, quasi sicuramente, è diversa dalla tua. Il dolore che è una sfumatura, accoglie altre sfumature, quelle dei singoli. Ed è così per ogni sfumatura che rientri nelle sensazioni percepite dai sensi umani.

Cari saluti,

Giuseppe Iannozzi

Posted by: Giuseppe Iannozzi at 21.08.03 22:23

Giuseppe Iannozzi scrive, in un commento delle 22.23: "Se la realtà fosse esclusivamente 'tecnica', temo che l’umanità si sarebbe estinta già da un lunga, lunghissima pezza". Certo: la realtà non è "tecnica" da sempre. Lo è, eventualmente, oggi. O da un certo tempo in qua. E in effetti, da un certo tempo in qua esiste il timore che l'umanità possa, per mano della tecnica (che ha suoi propri scopi, diversi da quelli dell'umanità), estinguersi. *** Giuseppe scrive inoltre, nello stesso commento: "Chi è in grado di percepire correttamente la realtà e tradurla in una *realtà* a tutti accessibile, interpretabile senza ombra di pregiudizio?". Rispondo: nessuno, grazie al cielo. Il Ministero della Verità ha chiusi i battenti da un bel po'.

Posted by: giuliomozzi at 21.08.03 22:42

È tecnica la realtà sociale in cui viviamo, e lo è, beninteso, perché l'abbiamo voluta tale e perché ciascuno di noi ha dato e continua a darvi il proprio contributo, consapevolmente o meno. E sono d'accordo con Giulio e con Galimberti nel ritenere che ormai qualunque essere umano, in qualunque angolo del pianeta si trovi, non può esimersi dal fare i conti con massicce e pervasive dosi di tecnica. Non mi sembra, però, che se ne possa desumere che la Realtà - con la maiuscola - è tecnica. Se passeggio in un bosco, che tecnica adopero? Potrei ripetermi mentalmente i nomi di tutti gli alberi che trovo sulla mia strada, magari anche quelli scientifici in latino, volendo, ma non sono costretto a farlo; potrei benissimo sdraiarmi semplicemente in un prato e rilassarmi, e allora non sarei in relazione con quel prato? Io e quel prato, lontani dalla tecnica, non saremmo reali?
Un altro esempio, meno bucolico: cammino in un sottopassaggio della metropolitana, incrocio fugacemente un vecchio dal viso simpatico e spontaneamente gli sorrido, senza peraltro rallentare il passo. Quel sorriso durerà massimo un paio di secondi, ma non richiede alcuna tecnica ed è senz'altro reale, no? È realmente avvenuto, è un fatto. Una parte del nostro cervello è tecnica e lo è necessariamente, ed è una parte importante di noi e della nostra esistenza quotidiana, ma non credo che tutto il nostro cervello sia fatto di tecnica e meno che mai mi sembra sostenibile affermare che l'intera realtà, compresa quella al di fuori del nostro cervello, non sia altro che tecnica.

Posted by: fabio at 21.08.03 22:54

Giulio Mozzi scrive, in un commento delle 10:42: “Certo: la realtà non è "tecnica" da sempre. Lo è, eventualmente, oggi.” In questo concordo pienamente. Inoltre Giulio scrive: “Rispondo: nessuno, grazie al cielo. Il Ministero della Verità ha chiusi i battenti da un bel po'.” Be’, posso trarre un sospiro di sollievo. La mia era una domanda *provocatoria*, non una affermazione. Il Mistero della Verità continuerà ad essere vero sin tanto che rimarrà ancora ascoso, inaccessibile, perché la Verità Assoluta *non esiste*. Chi volesse oggi restaurare la falsità della Verità Assoluta darebbe corso a un nuovo fascismo… nazismo… stalinismo… Anche se, ad onor del vero, qualcuno che ci tenta c’è. Basta guardare la politica dei nostri giorni che non è sicuramente delle più esemplari.
Cari saluti,

Giuseppe Iannozzi

Posted by: Giuseppe Iannozzi at 21.08.03 23:27

Sicuramente, una parte del cervello è dedicata alla tecnica, ma l’altra è qualcosa di più, di meno, di diverso. Meglio non scoprire l’altra metà di noi, del nostro cervello: rischieremmo di non saper più godere della vita e delle sue mille sfumature.
Un caro saluto a Tutti/e,

Giuseppe Iannozzi

P.S.: Molto bella questa discussione. Stimolante. Non abbiamo scoperto la verità, ma abbiamo scoperto un po’ di noi stessi, della nostra umanità. E solo questo conta.

Posted by: Giuseppe Iannozzi at 21.08.03 23:34

Giuseppe Iannozzi scrive: "la Verità Assoluta non esiste". Questa affermazione è autocontraddittoria. Infatti, se "la Verità Assoluta non esiste", Ne consegue che non può essere assolutamente vero, ma è casomai solo non-assolutamente vero, ossia è solo parzialmente vero, che "La Verità Assoluta non esiste". Pertanto l'affermazione: "la Verità Assoluta non esiste" non afferma che la Verità Assoluta assolutamente non esiste, bensì ammette che la Verità Assoluta esiste, sia pure - forse - non assolutamente. E' un caso abbastanza classico di paradosso del Cretese: "Se un Cretese dice che tutti i Cretesi sono bugiardi, è vero o non è vero che tutti i cretesi sono bugiardi?". Se io fondo un'azione sul fondamento: "La Verità Assoluta non esiste", agisco altrettanto violentemente che se fondassi un'azione sul fondamento: "Dio è con noi". ** Questa precisazione nel dubbio che anche quella frase sia (vedi il post di Giuseppe delle 23.27) "provocatoria". No, mi spiace, non sarò mai in grado di assumere assolutamente una posizione relativistica (al contrario, tendo a assumere relativisticamente una posizione assoluta).

Posted by: giuliomozzi at 22.08.03 00:09

riprendendo sulla scrittura denotativa (e sulle successive definizioni/dichiarazioni di tecnica): mi sembra un "qualcosa" più vicino alla poesia che va per la maggiore di questi tempi post-postmoderni - tralaltro a me gradita; quello che chiedo a Giulio è: in base alla intenzione dichiarata (non livore né disprezzo, ma pietà), come distingue un testo riuscito da uno meno riuscito? e a questo punto, se tutto diventa letteratura -dunque poesia- in base a cosa vende il suo prodotto? alle capacità di marketing, alla seduzione dell'autore o a che altro? scusate, chiedo da poeta...

Posted by: aladar at 22.08.03 00:15

Premessa: sono un giornalista di un "piccolo" giornale; vedo che la discussione è quanto mai animata: non m'intrometto, ma voglio semplicemente dire che penso su un argomento che mi è caro. Dunque, ho, anzi, abbiamo letto due pezzi. Uno di un giornalista, l'altro di Mozzi. Bene. A questo punto confrontiamo. Cos'è che risalta subito agli occhi? Che mentre Mozzi è stato testimone del fatto il giornalista alla stazione non ci ha messo piede. Non ha visto i giapponesi, non ha visto i resti maciullati della donna... insomma, non ha visto. Il pezzo che ha scritto, quindi, gliel'ha suggerito qualcuno: o un dispaccio di agenzia, o un poliziotto. Fosse andato in stazione avrebbe intervistato e virgolettato le affermazioni di qualcuno e, soprattutto, avrebbe respirato la stessa aria che ha respirato Mozzi: un dramma. Mozzi invece, che giornalista non è, ha raccontato, a suo modo, col suo stile, cos'ha visto. In altri termini cos'è successo. Magari gli sarà sfuggito qualche particolare, ma da un fatto Mozzi ne ha tratto una notizia.
Quando si va in una scuola elementare e un bimbetto chiede che differenza c'è fra uno scrittore e un giornalista gli si spiega che il primo inventa mentre il secondo racconta.
Ma per raccontare occorre vedere, esserci.Se un giornalista va sul posto, credetemi, il pezzo al 99,99 per cento lo firma. Se il giornalista avesse visto le stesse cose che ha visto Mozzi non avrebbe avuto bisogno della fiction.Che per me - lo dico da giornalista - ha un significato chiaro: inventare, ingigantire, storpiare anche.
E' il male neanche troppo oscuro del giornalismo italiano, oggi. Ma lo sapete che al Corriere (di Buzzati) o a Repubblica quasi il 50 per cento delle notizie vengono raccolte dalle agenzie come l'Ansa? E le altre? Le si ottengono via fax (comunicati stampa delle forze dell'ordine) o via telefono. Qualche rara volta il giornalista va sul posto. Dipende dalla sensibilità di chi fa questo mestiere. Ho un collega che lavora al Gazzettino, redazione di Venezia; ha problemi di deambulazione, ma quando capita qualcosa prende e va. Ed ha solo 27 anni. Ma la maggior parte dei miei colleghi se sa che c'è stato un incidente, un suicidio o una rapina resta in redazione. Dove le notizie comunque arrivano...
E' da tempo che i giornali vendono meno e sono in crisi; si salvano solo alcune nichhie, specie in provincia. Ma non voglio annoiarvi troppo... Dal mio punto di vista dico solo che Mozzi ha messo in risalto un problema con cui mi confronto quotidianamente. Un saluto a tutti

Posted by: remo.b at 22.08.03 02:22

“Il negare l’esistenza di verità «assolute», che pure sembra un atteggiamento molto urbano e democratico, ha bisogno di essere chiarito. Che significa infatti «assolute»? Nella verità non ci sono gradi: una proposizione è vera o falsa, non più o meno vera e più o meno falsa. Forse è bene chiarire che per «verità» si intendono sempre degli enunciati, non delle sostanze, o delle persone. Perciò non esiste una verità assoluta se con tale espressione si intende un sapere assoluto, cioè un sistema di enunciati esaustivo dell’intera realtà e definitivo. Ma singoli enunciati possono essere assolutamente, cioè incondizionatamente, veri, come ad esempio il principio di identità, o quello di non-contraddizione (sia pure nella sua forma «debole»), o gli enunciati analitici, o anche qualsiasi enunciato fattuale, che dica come effettivamente stanno determinate cose in un determinato momento. In tutto questo non c’è nulla di dogmatico, o di «metafisico», o di violento, come sostengono certi esponenti del «pensiero debole», senza rendersi conto che un enunciato epistemologicamente (non logicamente) debole, è logicamente fortissimo, cioè difficilissimo da confutare. Naturalmente ciascuno è libero di negare qualsiasi enunciato, anche i più evidenti. Assolutezza non significa infatti condivisione universale, o obbligatorietà. Nessuno può obbligare nessuno a pensare in un certo modo, e tutti devono rispettare il modo di pensare di tutti. Ma, lo ripeto, rispettare non significa riconoscere come vero, o come equivalente al suo contrario. Un conto è il rispetto pratico di un’opinione, cioè il riconoscimento del diritto ad esprimerla, a difenderla, a praticarla; un altro conto è il giudizio teorico circa la sua verità. L’importante, come diceva già Papa Giovanni XXIII, è non confondere l’errore con l’errante, cioè si può condannare l’errore, ma si deve rispettare l’errante. So che a molti dà fastidio sentir parlare di errori; ma, a ben guardare, è molto più dogmatico chi nega l’errore di chi lo ammette. Chi nega l’errore, infatti, pretende di essere infallibile, mentre chi lo ammette, ammette la possibilità di essere in errore lui stesso. Se vogliamo evitare di cadere in errore, e credo che ciascuno voglia evitarlo, dobbiamo ammettere che ci sia una verità, magari difficile da trovare, senza la quale tuttavia non vale nemmeno la pena di cercare.” (La morale non si fonda su una legge divina, ma esige uno stato autonomo, Enrico Berti)
Ad ogni qual modo, io parlerei di “scetticismo” e non di “relativismo”.
Nel messaggio “Agosto 21, 2003 11:34 PM” il mio pensiero era così formulato: “la Verità Assoluta *non esiste*. Chi volesse oggi restaurare la falsità della Verità Assoluta darebbe corso a un nuovo fascismo… nazismo… stalinismo… Anche se, ad onor del vero, qualcuno che ci tenta c’è. Basta guardare la politica dei nostri giorni che non è sicuramente delle più esemplari.” Io metto in campo lo scetticismo, che è confutabile quanto si vuole, ma che meglio ho spiegato attraverso le illuminanti parole di Enrico Berti. Quindi dicendo che “la Verità Assoluta non esiste” esprimo scetticismo rapportato a questo preciso momento storico. Mi sembrava d’esser stato chiaro, ma forse troppo sintetico. Questa è la mia posizione.
Cari saluti,

Giuseppe Iannozzi

Posted by: Giuseppe Iannozzi at 22.08.03 09:49

Se ignorando “le caratteristiche formali della fiction” ho classificato ciò che hai scritto alla voce sbagliata chiedo venia. Ma non esiste rappresentazione che garantisca la corrispondenza alla realtà dei fatti. Anche se (A) non si inserisce nulla che appaia palesemente un’invenzione, (B) si usa un modo strettamente referenziale, e (C,D)via di seguito (non le ho ancora imparate e “za e strasso”). Il tuo racconto è verosimile, ma in nulla diverso da una finzione. Leggo che si discute sulla tecnica come potente ed esclusiva rappresentazione della realtà (si fatica a pensarala dall’esterno: stavo per scrivere “tecnica come potente ed esclusiva *tecnica* di rappresentazione...”): intendevo solo soffermarmi su un dettaglio. Tecnico. Qualcuno ha scritto, se non ricordo male, che leggerti è come “guardarti guardare”. Finzione. Io l’altro giorno, leggendo Modena avrei preferito “guardarti scrivere”. Ecco, la mia personale opinione (niente di più) è che in questo caso avresti potuto inserire una cornice, per variare lo scarto tra testo e “realtà”, rendendo lo scarto stesso (e quindi la tua testimonianza) più verosimile. Non ti stavi avvicinando, non ti stavi sporgendo, non ti stavi tirando indietro. Non è vero. Stavi seduto da qualche parte, davanti a monitor e tastiera a raccontare ciò che avevi visto e sentito. E non si trattava di una chiamata importuna.

Posted by: Paolo at 22.08.03 10:28

A proposito della verità, da "L'Incosciente" di Diego Cugia: "Mio padre mi aveva inculcato il principio secondo il quale se tutti gli altri ritengono di stare dalla parte della ragione, tu non puoi trovarti che da quella del torto. Il dogma del branco. Per reazione, il mio carattere si era adagiato sulle fiammanti parole di Brecht: “Ci siamo seduti dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano già occupati.” Mi chiedevo se la verità non stesse nel mezzo. Quando mai la verità sta nel mezzo? La verità si arrampica sui tornanti delle opinioni, si attesta su cime estreme e disagevoli, ci osserva isolata e silenziosa, talvolta senza un contemporaneo che la condivida, e attende per anni di essere ripassata al setaccio della storia, e non è neppure detto che la storia, ammesso che ritorni indietro a controllare se si fosse persa qualcosa, si accorga di lei." Grandi parole.

Cari saluti,

Giuseppe Iannozzi

Posted by: Giuseppe Iannozzi at 22.08.03 13:05

Scrive Paolo, in un commento del 22 agosto: "Il tuo racconto è verosimile, ma in nulla diverso da una finzione". Il "ma" è di troppo: il "verosimile" è una categoria che già Aristotele usava per descrivere appunto quelle che oggi chiamiamo opere di finzione (ma lui diceva: imitazione). Non è però questo il punto. Il punto è che se il mio "racconto" è "in nulla diverso da una finzione", come faremo a salvarci dalla finzione? E' mai possibile che non esistano strumenti "interni ai testi" per distinguere almeno un testo intenzionalmente di finzione da un testo non intenzionalmente di finzione? (Così tiro fuori un'altra rogna, quella delle intenzioni del testo...). Mah.

Posted by: giuliomozzi at 23.08.03 09:05
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