Se c'è una cosa che non so fare, è scrivere romanzi. I racconti almeno riesco a portarli fino in fondo (che poi siano buoni racconti o no, è un altro paio di maniche); di romanzi, invece, ogni tanto ne concepisco uno, ma regolarmente mi fermo a pagina quattro (oppure scrivo duecento pagine veramente orribili che poi butto via). Quella che segue è un'idea di romanzo (di un paio d'anni fa). Se qualcuno avesse voglia di provarci, faccia pure. La storia è basata su tre fatti veri accaduti in tre diverse città italiane. Garantisco che tutti i riferimenti a Peter Handke sono autentici, anche se non riesco più a ritrovare, nel web, gli articoli citati.
La sera del 23 dicembre 1995, a Padova, il ragionier *** uccise un uomo. Fece come aveva visto nei film: uscì di casa verso le dieci di sera con il pretesto di fare un bancomat – la mattina dopo sarebbe partito, con la moglie e le due figlie, per trascorrere il Natale a Torino a casa della suocera –, prese il vecchio Ciao che usava per le uscite brevi, si recò nel vicino quartiere della Sacra Famiglia, girellò qualche minuto per le strade alberate e deserte, adocchiò una persona in via Cuneo, accostò come uno che chiede un’informazione, domandò effettivamente la strada per raggiungere via Isonzo, e quando l’altro si voltò per indicargliela con il prevedibile gesto del braccio, estrasse di tasca un cordino, acquistato qualche mese prima, lo allacciò attorno al collo dell’altro, strinse forte quanto bastò, abbandonò il cordino sul posto, e andò a fare il suo bancomat.
La mattina del 29 dicembre 1995 il ragionier ***, rientrato a Padova, ricuperò presso l’edicolante i giornali dei giorni precedenti – aveva l’abitudine di pagare mensilmente – e lesse attentamente tutti gli articoli concernenti il suo delitto. La persona uccisa era un dipendente comunale di cinquant’anni, lasciava una moglie e nessun figlio. Il sindaco attribuiva il delitto agli immigrati, l’opposizione accusava il sindaco di xenofobia, in questura non si rilasciavano dichiarazioni. La moglie del ragionier De Vecchi disse: "Ma guarda, non si può più stare sicuri", e il ragioniere annuì. Le due figlie – sette e undici anni – non si interessarono alla faccenda.
Il 12 gennaio 1996 i giornali locali pubblicarono l’ultimo articolo concernente il delitto compiuto dal ragionier ***. Il ragioniere si guardò bene dal conservare gli articoli.
Nella notte tra il 4 e il 5 maggio 1998 il ragionier *** uccise nel sonno la moglie e le due figlie, strangolandole con un cordino. Compiuto il delitto, tirò fuori l’automobile dal garage e partì per Torino. Si presentò all'alba in casa della suocera, la tirò giù dal letto e la strangolò.
Fu arrestato il giorno dopo. Quando la polizia fece irruzione nell'appartamento, alle undici di mattina circa, il ragionier *** stava buttando la pasta. Il corpo della suocera era nello sgabuzzino delle scope.
Il ragioniere non ebbe difficoltà a confessare, oltre alla strage della famiglia, il delitto di qualche anno prima. Si rifiutò di nominare un avvocato, che gli fu assegnato d’ufficio. Fu collocato in isolamento e sorvegliato con particolare cura, temendosi il suicidio. Una sua frase, vera o falsa che fosse, detta durante un interrogatorio o a uno dei periti nominati dal Tribunale o dalle parti, finì su tutti i giornali: "Volevo vedere che cosa succedeva".
Pochi giorni prima del processo un deputato radicale, avendo visitato in carcere il ragionier ***, dichiarò ai giornalisti di averlo trovato "tranquillo e sereno". Il ragioniere, disse il deputato, sembrava inconsapevole della gravità degli atti compiuti; gli dispiaceva di essere in isolamento; gli aveva detto di non essere mai stato, diversamente da sua moglie, un grande lettore di libri: ma ora doveva abituarsi all’idea che per un bel po’ di anni la lettura sarebbe stata pressoché l’unico suo svago. Aveva già chiesto all’avvocato di portargli da casa alcuni libri, prendendoli dallo scaffale tra quelli non cartonati – e perciò leggibili in carcere. "Che cosa sta leggendo?", "L’ora del vero sentire di Peter Handke", rispose il deputato.
Un giornalista ebbe l’intuizione. Passò in libreria, sfogliò L’ora del vero sentire. La prima frase del libro diceva: "Chi ha mai sognato di essere diventato un assassino e di continuare la vita normale solo in apparenza?". Il giornalista comprò il libro, lo lesse in redazione, ne parlò con il caposervizio.
Certo: Gregor Keuschnig – lo stesso nome del Gregor Samsa della Metamorfosi, il cognome con la K iniziale… Un caso? – aveva solo sognato di avere ucciso qualcuno – una vecchia. Tuttavia, "di colpo non fu più se stesso", e decise che "per non essere scoperto, doveva continuare a vivere esattamente come prima, e soprattutto restare identico a quello di prima": così si leggeva nella seconda pagina dell’Ora del vero sentire. Il ragionier *** aveva ucciso davvero e, almeno dopo il primo delitto, aveva precisamente continuato a "vivere esattamente come prima", era restato "identico a quello di prima". Gregor Keuschnig non uccideva la moglie, ma a pagina 120 le diceva: "Spero che tu muoia". Poche pagine dopo smarriva la bambina ai giardini pubblici.
Bastò una telefonata all’avvocato. Il ragioniere aveva chiesto genericamente "dei libri", domandò il giornalista, o aveva desiderato ricevere alcuni specifici libri? "Che cosa ve ne importa" disse l’avvocato. Ma il giornalista fu più bravo di lui, e alla fine l’avvocato ammise: gli erano stati chiesti alcuni specifici libri. Probabilmente non si accorse nemmeno di averlo ammesso, e il giorno successivo provvide a smentire; ma la conversazione era stata registrata.
Peter Handke (Griffen, 1942) è uno scrittore difficile, da molti considerato noioso. In Italia quasi tutti i suoi libri sono pubblicati presso Garzanti (tra questi L’ora del vero sentire), alcuni presso Feltrinelli, altri – più recenti – presso Einaudi. I suoi primi successi (La paura del portiere prima del calcio di rigore, Breve lettera del lungo addio) ne avevano fatto, a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, uno scrittore "di culto" (e contò qualcosa il lungo sodalizio con il regista, esso pure "di culto", Wim Wenders). Nel 1995 la Biennale Musica di Venezia fu intitolata, con grossolano gioco di parole, appunto "L’ora del vero sentire".
Circa una decina d’anni dopo l’immagine pubblica di Handke era già molto appannata: se agli inizi il "radicale lirismo della sua prosa" (G. Zucconi) era sembrato aprire "una nuova strada al romanzo europeo" (M. Fortunato), ora i suoi libri cominciavano a sembrare ciascuno la fotocopia del precedente, il ripetersi sempre uguale di "un vacuo interrogarsi sul nulla" (id.).
A metà degli anni Novanta Handke si reinventò una notorietà assumendo, in merito alle guerre in corso nella ex-Jugoslavia – lui, mezzo austriaco e mezzo sloveno, con casa a Chaville presso Parigi, scrittore "internazionale" – una posizione nettamente filoserba. In alcuni libri (Un viaggio d’inverno ovvero Giustizia per la Serbia, Appendice al Viaggio d’inverno, Sotto le lacrime ponendo domande). Contro Handke e questi libri si levò "il coro d’indignazione dei manutengoli dell’imperialismo occidentale" (www.tightrope.it); in Italia, il supplemento letterario del quotidiano La stampa arrivò a parlare di "paranoia" e di "caso clinico": "Se all’inizio la battaglia di Handke contro l’informazione omologata e conformista suscitava qualche simpatia, ora viene giudicata soltanto patetica".
A questo punto, è chiaro quale potrebbe essere la storia. Un uomo compie un delitto assurdo. Si scopre che tra le sue letture preferite c’è un romanzo, nel quale un delitto assurdo è il fondamento di tutta la vicenda e di tutta la "meditazione" – in effetti, il libro è più una "meditazione" che un "romanzo". Questo libro naturalmente sarà pieno di sottolineature, segni di lettura, ecc. L’autore del libro sarà uno scrittore un tempo molto amato, oggi disprezzato per l’esaurirsi della sua capacità di interessare e per le sue posizioni politiche "sostanzialmente neofasciste".
Che cosa avverrà?
Ci sarà una polemica contro i "cattivi maestri", prevedibilmente.
Peter Handke sarà indirettamente accusato dei delitti commessi dal ragioniere ***?.
A qualcuno verrà in mente di domandare: "E chi è colpevole, invece, delle migliaia di morti nell’ex-Jugoslavia?".
Qualcuno chiederà – non la censura, no, per carità – ma che l’editore Garzanti abbia il buonsenso di ritirare spontaneamente dalla circolazione L’ora del vero sentire.
L’ora del vero sentire all’improvviso venderà molte copie e diventerà un libro «di culto» della cultura di destra.
Peter Handke interverrà personalmente nella polemica con un articolo pubblicato da Il Giornale. I circoli di Forza Nuova del Friuli-Venezia Giulia lo inviteranno per un ciclo di conferenze.
Il povero ragionier *** comunque resta in carcere, e per lui la storia finisce lì.
3,20 quattro biglietti d'autobus
7,70 due caffè, due acque e una pastina alla crema (bar in piazza, con il mio ospite)
20,10 pranzo (due primi, acqua, caffè: trattoria La Lanterna) con l'ospite
3,30 pacchetto di sigarette Kent
1,05 quotidiano il manifesto
5,00 libro (usato): John Dos Passos, Riscoperta dell'America (prima ed. Medusa, 1954)
Domani, prima di partire, spesa grande al supermercato:
Macine del Mulino Bianco
Crackers salati in superficie
Aranciata amara San Pellegrino
Lasagne
Dadi per brodo
Marmellata, preferibilmente di susine
Burro
Detersivo per piatti
Pecorino fresco
Montasio
Prosciutto crudo nostrano
Salviette di carta
Mele
Pesche
Uva bianca
Susine
Zucchine piccole
Patate americane (se ci sono già)
Pomodoro
Rucola
Sedano
Carote
Cipolle
Riso
Manzo per spezzatino
Rasoi bilama
(eventualmente, cliccare qui)
Il telefono portatile fa bip. Ci guardo. E' un messaggio del Grande Artista Sconosciuto:
"Mi piacciono le bambole gonfiabili ne ho vista una sulla cop. di un libro. mi sembra un buon punto di partenza per un quadro!"
Due ore dopo incontro il Grande Artista Sconosciuto alla Feltrinelli. E' in compagnia di P*, che conoscevo solo via posta elettronica. Una ragazza dall'aria simpatica. Il Grande Artista Sconosciuto è normalmente seriosissimo e cupo. In compagnia di P* è sorridente, allegro. Si scherza, perfino.
"Che libro è?", gli dico.
"Questo", e mi fa vedere: Porno, di Welsh.
"Ma", dico. "Dopo La sposa e l'altro quadro col feto, ti manca solo la bambola gonfiabile".
La sposa è un quadro fatto così. Una donna nuda, nell'atteggiamento di una che corre (o, mi vien da pensare, che vola: come volano le figure in tanti quadri di Chagall). Un velo da sposa le svolazza dalla testa. Dalla vagina (il pube non ha pelo) esce il cordone ombelicale. Il feto è tra i piedi della donna. L'altro quadro con il feto è fatto così. Una donna nuda, salvo il piede destro infilato in uno stivalone. Nella mano destra tiene un feto, nella sinistra un pietrone. Un raggio di luce taglia la scena. Il viso della donna è appena accennato. Gli occhi e la bocca sono spalancati - come, in effetti, le bambole gonfiabili.
Diversamente dal solito, questi due quadri del Grande Artista Sconosciuto sono molto semplici. Non sono barocchi, caravaggeschi, rembrandtiani. Potrebbero essere, per dire, quadri italiani degli anni Trenta (non sono giudizi di valore, questi; è per dare un'idea). Colore semplice, poco spesso, a volte addirittura puro. Assai bello La sposa, per quanto disturbante, e brutto l'altro, secondo me.
Mi viene in mente che la settimana scorsa ho incontrato F*, un ragazzo che scrive dei racconti imperfetti ma interessanti. Uno di questi racconta d'un gommista di paese al quale viene richiesta, da un signore rimasto vedovo anni prima, una curiosa prestazione: rattoppargli la bambola gonfiabile. Una delle due, anzi: perché ne ha due. Il gommista va, ne trova una seduta a tavola, l'altra messa a letto con biancheria di pizzo; fa quel che deve fare (c'era un forellino sotto il seno); e poi, la sera, c'è la moglie che gli fa domande: sei andato da Tizio, no? E come sta? Poverino, adesso che non c'è più sua moglie. Finché il gommista non ne può più, e dice alla moglie che cos'ha trovato in casa del vedovo. La donna capisce a stento di che si tratta, finché il marito non le dice: ma sì, dài, ne abbiamo vista una, in uno di quei film con il figlio di De Sica. E la moglie si domanda, quasi impaurita: ma quando fa, sì, insomma, le sue cose, con quelle lì, le fa pensando alla poveretta?
"Potresti leggere questo", dico al Grande Artista Sconosciuto. Gli pesco dallo scaffale Cronaca di un servo felice, di Francesco Permunian. Dove c'è un tizio che mentre aspetta che la moglie ricca e vecchia schiatti, si coltiva l'amante; e a moglie schiattata vuole sposare l'amante; solo che l'amante è...
Mi vengono in mente le "teste" di Francis Bacon che il Grande Artista Sconosciuto ha scaricato dall'internet e si è appese nella stanza da giorno. Facce stravolte, deformate. Come le facce delle bambole gonfiabili? Quelle tradizionali, intendo, non certo le realdoll di recente produzione (che sono "realistiche", paradossalmente, in quanto fatte anche con gli stessi materiali sintetici che si usano in chirurgia estetica...).
Tutto questo mi disorienta. Il Grande Artista Sconosciuto sta lavorando da almeno un anno a una Madonna con il ramarro in mano, ora ha questo Cristo in croce con angeli mongoloidi, nella chiesa di san Francesco ha collocato un San Girolamo penitente, è riuscito a fotografare la Madonna (di questo parlo un'altra volta)... Eppure è così: i corpi, per lui, sono comunque corpi. Il corpo della Madonna è bello, perché è della Madonna, ma è comunque un corpo.
5. Il Grande Artista Sconosciuto tenta di spiegarmi le lacche, ma io non ci capisco niente.
4. Il Grande Artista Sconosciuto si accende un sigaro.
3. Il Grande Artista Sconosciuto mi telefona tutti i giorni.
2. Il Grande Artista Sconosciuto ferma la gente per la strada.
1. Il Grande Artista Sconosciuto dipinge un Cristo con due teste.
Scrive Giuseppe Iannozzi, in un "commento" a Una storia:
Purtroppo noto che ultimamente il blog è diventato un po’ troppo solipsistico, impegnato a metter in evidenza un certo narcisismo. Mi auguro che sia solo un momento, una fase, un po’ di stanchezza. In rete siamo invasi da blog e Liale vere presunte inventate.
Lo prometto formalmente: questo diario diventerà sempre più narcisistico, solipsista e lialesco.
Il 14 luglio 1998 un marito disse alla moglie che non la amava più, e che desiderava separare le loro vite. La moglie pianse, gridò, poi ammutolì, e qualche giorno dopo confessò che anche lei, sia pure non in forma così precisa, aveva concepito lo stesso pensiero.
Nel frattempo il marito aveva presa una camera in un albergo.
Per qualche settimana si incontrarono quasi tutti i giorni, prima ai giardini pubblici e poi nello studio di un avvocato che era vecchio amico di entrambi.
L’avvocato amico dapprima cercò di convincerli a fare un estremo tentativo di tenere insieme le loro vite; poi si rassegnò.
Il marito e la moglie non volevano danneggiarsi. Il marito guadagnava molto bene, con il suo lavoro di commercialista, e la moglie insegnava latino e greco nelle scuole superiori.
Si erano sposati giovanissimi, con la comunione dei beni, e quando l’amico avvocato chiese loro di stabilire a chi apparteneva effettivamente ciascun oggetto di loro proprietà, si guardarono stupiti. Ovviamente tutto apparteneva a entrambi, esclusi a malapena i vestiti.
Toccò all’amico avvocato fare la stima di tutto e proporre una soluzione. Alla moglie sarebbe rimasto l’appartamento, e il marito non avrebbe pagato alimenti. Figli non ce n’erano: l’unico, Roberto, era morto a diciassette anni, undici anni prima. Era in bicicletta, un’automobile lo aveva travolto.
Dalla casa, il marito prese ciò che strettamente gli serviva. Un suo cliente gli affittò un miniappartamento.
Fecero tutte le carte che si dovevano fare, con l'aiuto dell'amico avvocato.
Il marito e la moglie piansero molto, in quel periodo, ma ciascuno per conto suo. Quando si incontravano cercavano di mostrarsi sereni, o almeno rassegnati.
Entrambi avevano poco più di cinquant’anni ed erano fisicamente sani.
Gli amici che, tornando dalle ferie, scoprirono la nuova situazione, ebbero qualche incertezza. Ciascuno si domandò se era più amico di lei o di lui, e con quale dei due dovesse mantenere la frequentazione.
Durante una cena, un amico disse agli altri amici: "Va a finire che non invitiamo più né lei né lui". Infatti, erano tutti abituati a considerarli quasi come una persona sola. Così si decise che le donne avrebbero mantenuto la frequentazione con la moglie, e gli uomini con il marito.
Passato il turbamento iniziale, le amiche e gli amici furono molto gentili con i due coniugi separati. Più volte il marito o la moglie dissero a un amico o a un’amica frasi più o meno come questa: "Grazie. Senza di te non so come avrei fatto".
Concluso tutto ciò che riguardava la separazione, il marito e la moglie smisero di vedersi. Non fu una scelta: semplicemente capitò così. Ciascuno aveva, certi giorni, molto desiderio di sentire o di incontrare l’altro; ma la timidezza li frenava, e il timore di rinnovare il dolore. Per ciò che era necessario, l'amico avvocato faceva da tràmite.
Si incontrarono, l'anno dopo, il sette maggio, alle sei e mezzo di sera, nella chiesa di san Francesco, per l’anniversario di Roberto.
Dopo la messa, il marito propose alla moglie di andare a cena. La moglie acconsentì. Cenarono in una trattoria vecchia del centro, semplice e buona. Dopo la cena passeggiarono a lungo, quasi senza parlarsi. Ciascuno domandò all’altro: «Stai bene?», e la risposta fu in entrambi i casi un «Sì» detto sottovoce e con un certo sforzo.
Entrambi desideravano molto abbracciarsi, baciarsi, stringersi l’uno all’altro. Però non lo fecero, e tutti i loro gesti erano trattenuti.
Si salutarono che era quasi mezzanotte, e il marito accompagnò la moglie fino sulla porta del condominio dove c’era l’appartamento che era stato di entrambi.
Se la moglie avesse detto: «Vieni su», il marito sarebbe stato felice. Ma la moglie non lo disse. Lui stesso, d’altra parte, fece di tutto per nascondere il suo desiderio.
Nel novembre successivo, il marito si svegliò nel suo letto e vide la giovane donna addormentata vicino a lui. Lavorava nel suo studio da circa tre mesi, aveva ventidue anni ed era molto bella. La guardò attentamente e vide che ogni parte del suo corpo, e il complesso della persona, erano molto desiderabili.
Si alzò dal letto. Così com’era, con addosso solo una maglietta e senza le mutande, andò sul poggiolo dalla parte del cortile interno e si lasciò cadere.
11,00 libro: Dos Passos, 42° parallelo, Rizzoli
39,00 libro: USE, Uncertain States of Europe, Skira
5,00 risma di carta per stampante da 500 fogli
41,00 cartuccia d'inchiostro per la stampante, colore
37,50 idem, nero
Tutte spese effettuate tra le 18.30 e le 19.30.
[Se il pezzo che segue contiene bestialità, vi prego di avvisarmi. In ogni caso: grazie a Gianmarco Neri, che delle eventuali bestialità non è responsabile. gm]
Mi è stato segnalato un problema. Alcuni visitatori di questo diario mi hanno scritto che nel corso delle loro visite spesso si aprono automaticamente finestre (pop-up) che rimandano a siti porno.
Mi sono rivolto a bloghelp, il servizio di assistenza di Clarence. Che mi ha risposto in pochi minuti, dicendomi in sostanza: i tuoi visitatori probabilmente hanno nel loro pc Gator o qualcosa di simile; il problema si può risolvere scaricando Ad-aware o Spybot.
Bene.
La mia competenza informatica è questa: so distinguere un download da un hot-dog; ma niente di più.
Mi sono dunque informato, nei limiti del mio possibile. Mi sono affidato a san Google.
Dunque:
Gator è "un software freeware per Windows. La sua funzione e' quella di aiutare l' utente nella compilazione dei moduli web (Form) e dei login, Gator, ricordando i vostri dati, vi permette di compilarli facilmente, eliminando così un' operazione tanto ripetitiva quanto noiosa" (definizione trovata qui). Uno strumento comodo. Il problema è che, se non ho capito male quello che ho letto qui, Gator fa anche un bello scherzetto: gestisce delle finestre pop-up. In sostanza: in cambio del software gratis, vi tocca vedere più pubblicità.
Mi par di capire che esistano anche altri sofware che, magari in cambio di nulla, fanno la stessa cosa: fanno fiorire periodicamente sul vostro schermo pop-up pubblicitari. Il che significa, inevitabilmente, pup-up porno.
Ad-aware è un sofrware (disponibile nel sito di Lavasoft, che lo produce, in varie versioni a pagamento o freeware) che lotta contro questi software-spia. Spybot idem, ed è scaricabile qui.
Quindi: se vi succede, visitando questo diario, di veder fiorire pop-up pubblicitari o addirittura porno sul vostro schermo, probabilmente il problema non è mio, né di Clarence, ma vostro: e potete risolverlo con un po' di pazienza e senza spendere soldi (se non di connessione: Ad-aware pesa 1,7 mb, Spybot 3,5).
Sarebbe bello sapere se i software-spia hanno la tendenza ad attivarsi quando navigate in Clarence.
Dopocena passo a trovare il Grande Artista Sconosciuto. Lo sorprendo mentre sta passando con un panno il suo Cristo con angeli mongoloidi.
"Gli sto togliendo i pelucchi", dice.
Vedo che il cranio ai piedi della croce si sta trasformando in un volto di Madonna dolente.
Ci sono due sedie. Una tutta ingombra di schizzi, una libera. Mi siedo su quella libera.
"Vuoi un succo d'arancia?", dice il Grande Artista Sconosciuto.
"Sì", dico.
Mi versa il succo d'arancia in un bicchiere di plastica. Lui beve direttamente dal cartone.
"Oggi volevo parlarti dell'importanza delle lacche", dice poi.
"Dimmi", dico.
"Guarda qui", dice il Grande Artista Sconosciuto. Indica una copia della Cattura di Cristo del Caravaggio alla quale sta lavorando in questi mesi, su commissione di non so chi. Finora ha dipinto solo i fondi: chiazze bianche, nere, rosse, verdi, sopra le quali dipingerà poi i volti, i corpi, le vesti, le armature. "Ti ricordi com'era questo rosso due settimane fa?", dice indicando una chiazza rosso scuro che corrisponde alla voluta in alto del mantello.
"No", gli dico.
"Peccato", dice. "Così non posso spiegarti bene. In sostanza", continua, "questo rosso e quest'altro rosso", e indica due chiazze di rosso molto diverso, "sono lo stesso rosso. Ma questo", e indica la prima chiazza, "l'ho trattato con una lacca".
"Bene", dico io.
"E poi", continua il Grande Artista Sconosciuto, "Guarda questo". Si avvicina al tavolo ingombro di tubetti di colore, piatti di plastica, carte, libri, un vecchio computer Apple, un coltello da sub, cenere di sigaro. Prende in mano un tubetto di colore. "Questo costa trenta euro", dice, mettendomi il tubetto sotto il naso. "Invece quest'altro", e me ne mette sotto il naso un altro, "costa tre euro e venti".
"Però", dico io.
"E guarda questo", aggiunge. Apre un tubetto, mi fa vedere il colore. "Che colore è?", domanda.
"Mi sembra nero", dico.
"Giusto", dice lui. "Però guarda". Prende una goccia di colore sulla punta d'un dito, la sfrega su un piatto di plastica. E' verde, trasparente.
"E guarda quest'altro. Che colore è?".
"Sempre nero", dico io.
Lui non dice niente, lo sfrega sul piatto di plastica. E' il colore della terra appena arata: un marrone scurissimo, anch'esso trasparente.
Il Grande Artista Sconosciuto sorride. "Vedi? C'è chi crede che si possa dipingere con i colori puri, e magari colori da quattro soldi. Ma il segreto della pittura è questo: la velatura. La pittura si realizza in profondità, strato su strato. Così dipingeva Rembrandt. Così dipingeva Caravaggio. Ma nel Novecento questa tecnica è andata perduta completamente".
Si siede sulla sedia ingombra di schizzi, scostandoli appena. Tira fuori un mezzo sigaro dal taschino della camicia, un accendino dalla tasca destra dei pantaloni. Si accende il sigaro, lentamente, meticolosamente.
Poi, cominciamo a parlare di donne.
4. Il Grande Artista Sconosciuto si accende un sigaro.
3. Il Grande Artista Sconosciuto mi telefona tutti i giorni.
2. Il Grande Artista Sconosciuto ferma la gente per la strada.
1. Il Grande Artista Sconosciuto dipinge un Cristo con due teste.
[Ricevo da Andrea Venier]
Sto guardando i mondiali di atletica. Appena finita la finale dei 100 uomini. Ventiduevventi. Suona il telefono. Rispondo.
"Buongiorno".
"Buongiorno", è una incerta voce maschile. "Lei è Giulio Mozzi?".
"Sì!", dico, "Chi parla?".
"Lei non mi conosce, ma io apprezzo molto il suo lavoro".
"Ah sì?", dico, "Mi fa piacere".
Il solito leccaculo per ottenere dei favori, sicuro!
"Sono un suo fan, sa...".
"Addirittura? Non mi sembra il caso di usare un termine simile!".
Adesso mi chiede il favore, ma se lo scorda!
"Adoro la pulizia del suoi lavori...".
"Mi piace che tutto sia ordinato quando finisco, è una questione di professionalità".
"Qualcuno l'accusa di freddezza ma per me non è così".
"Cerco di essere semplicemente cortese, vuole un consiglio? Diffidi di quelli che parlano troppo, fanno gli amiconi e poi le fanno un lavoro fatto male e lei così non ha coraggio di protestare subito come dovrebbe! Ma da chi ha sentito parlare di me?".
"Guardi, non conoscevo i suoi libri, ne ho letto sul suo blog, è bellissimo, ogni giorno non manco di darci un'occhiata".
"Blog? Libri? Ma cosa sta dicendo? Di che parla? Cosa sarebbe 'sto blog?".
"Un blog è una specie di sito internet che... Ma lei non è Giulio Mozzi lo scrittore?".
"No, io sono Giulio Mozzi idraulico! Cosa le salta in mente?".
"Acc... mi scusi... c'è uno scambio di persona, mi scusi molto, mi son detto «magari è di Milano», ho trovato il nome sull'elenco telefonico... Sa, lei
appare sempre così gentile al telefono nei suoi racconti e... Cioè, non suoi di lei..."
"Fa niente, buonasera".
"Signor Mozzi, scusi! Un attimo!".
"Sì?".
"Non sarebbe libero domani? E' da due settimane che una goccia nel muro mi tormenta, non potrebbe venire a dare un occhiata?".
Te pareva, ecco!
"Mi spiace ma questo è il mio numero privato e non prendo assolutamente telefonate di lavoro, buonasera!".
Clic!
[E' andata così. Non così.].
Mestre. Mi siedo su una panchina di pietra. C'è un ragazzo accanto a me. Ha l'aria dello studente. Sta leggendo un quotidiano gratuito. Si volta verso di me.
"Buongiorno" dice il ragazzo.
Lo guardo. Sembra un ragazzo tranquillo. Magari ha frequentato qualche mio corso.
"Buongiorno", dico.
"Lei è giulio mozzi, vero?", dice il ragazzo.
Lo guardo. Adesso sembra in agitazione.
"Sì", dico.
"Mi scusi", dice il ragazzo, "io sono quell'annibalepolpetta che è iscritto a vibrisse".
Un nickname così non potrei dimenticarlo.
"Non mi ricordo", dico per prudenza. "Siete più di duemilacinquecento. Comunque grazie".
"Prego", dice il ragazzo. "Era solo per dirle che io la seguo, anche sul suo blog".
Mi sento pedinato, altro che seguito. Ma so che me la sono voluta.
"Bene", dico.
Il ragazzo non mi guarda in faccia. Mi guarda in grembo. Ho un libro in mano. E' L'ombra lunga dell'autore, di Carla Benedetti, pubblicato da Feltrinelli. Lo sto rileggendo. E' spiegazzato, sottolineato, ha anche una macchia di caffè in copertina.
"Posso chiederle una cosa?", dice il ragazzo.
"Mi dica", dico.
Il ragazzo guarda i binari.
"Adesso che ci siamo incontrati", dice il ragazzo, "sarò sul suo blog? Cioè: sarò il protagonista di un suo prossimo intervento sui treni? O è necessario che saliamo in treno, magari su un treno fermo?".
Mi sorride. Vuole essere seduttivo, credo.
Io non gli voglio tanto bene.
"Come sarebbe", dico.
Quanto a me, sono stanco.
"Sì, insomma", dice il ragazzo. "Lei scrive di treni e telefonate, siamo in stazione, ora, dunque potrebbe esere un prossimo intervento?".
Sembra proprio convinto.
Mi viene un pensiero: Quelli che sono così sfigati da non riuscire ad andare in televisione, ripiegano sul web.
Non glielo dico.
"Penso di no", gli dico invece. "Per i treni e le telefonate, c'è uno che si è messo di buzzo buono. Ormai è un genere di dominio pubblico. Mi piacerebbe fare dell'altro".
Mi guarda tragico. Tace. Poi si rianima.
"Potrei fare qualche cosa di strano", dice il ragazzo, "di contemporaneo, di situazionista. Tipo comperare delle m&m’s ordinarle in fila su di un binario, aspettare che un treno passi e poi leccare quello che rimane spiaccicati. Un gesto contro le multinazionali, che simboleggia il non volere trasportare il loro messaggio altrove, schiacciarlo e metabolizzarlo. Cosa ne dice?".
Non c'è niente di più triste, penso, delle performance situazioniste contro le multinazionali.
"Ottima idea", dico. "Hai fatto testamento?".
"No", dice il ragazzo.
"Allora ne parliamo dopo", dico.
Un po' di silenzio. Rigiro tra le mani il libro di Carla Benedetti.
"Si sente bene?", dice il ragazzo.
“Sono un po' stanco", dico.
"Dunque nessuna parola di noi sul blog?", dice il ragazzo.
"Non credo", dico. E penso: "Non quella che ti figuri, almeno".
"Ho capito", dice il ragazzo, "mi scuso".
Capisco che non ha capito niente.
"Figùrati", dico.
"Arrivederci", dice il ragazzo.
Ha una faccia da funerale, lunga così.
"Se vuoi farti vivo", gli dico, "il mio indirizzo lo sai. O al telefono. Sono sull'elenco".
[Più tardi controllo a casa. Non c'è nessun annibalepolpetta abbonato a vibrisse].
0,80 biglietto d'autobus, h 6.30
18,85 biglietto di treno Padova-Milano (eurostar delle 6.58, seconda classe)
1,05 quotidiano il manifesto.
1,80 mensile Cosmopolitan (a p. 103 c'è una cosa che mi riguarda).
1,10 bottiglietta d'acqua da mezzo litro (a bordo del treno).
1,05 caffè macchiato (id.).
2,00 due biglietti della metropolitana (all'arrivo a Milano, h 11 circa, con 2 h di ritardo)
1,00 quotidiano Il foglio, h 11 circa.
8,50 confezione di Lactoflorene, h 18.15 circa.
0,50 caffè macchiato, h 18.20 circa.
0,80 bicchier d'acqua (per ingerire il Lactoflorene), id.
2,50 albo mensile a fumetti Julia, le avventure di una criminologa.
18,85 biglietto Milano-Padova (eurostar delle 18.55, seconda classe).
0,80 biglietto d'autobus.
Sono in un negozio di occhiali, a Padova, in Piazza della frutta. Mi sta servendo una commessa molto precisa, veloce, simpatica. Sta digitando i dati per la fattura.
Suona il telefono. La commessa si allunga, afferra la cornetta, risponde mentre inserisce gli ultimi dati.
"Ottica ***, buongiorno", dice la commessa. "Sono Melania".
Ascolta. Tende gli occhi verso la stampante. La mia fattura sta uscendo.
"Ah, ciao Medea, sei tu!", dice la commessa sorridendo. "Come sono andate le vacanze?".
Ascolta. Intanto si allunga, prende la mia fattura, la piega in tre, la infila nella busta.
"Ah, io sono stata a Mìkonos, molto bello...", dice la commessa.
Ascolta. Ha la mia busta in mano, la tiene sollevata come se esitasse a porgermela.
"Scusa, sto servendo un cliente. Ti passo Elena. Ciao", dice la commessa.
Posa la mia busta dalla sua parte del banco, si volta verso il telefono, preme il tasto attesa, poi il numero interno. Mentre attende la risposta mi guarda. "Solo un attimo", dice. Le rispondono.
"Elena, ti passo Medea. Rientra giovedì, è per i turni", dice. "Ciao".
Mette giù. Si volta verso di me, prende la fattura, me la porge.
"Scusi", dice, sorridendo.
"Per carità", dico. Infilo la fattura nella busta di plastica. "Arrivederci", dico.
"Arrivederci", dice la commessa.
Le porte automatiche si aprono. Esco. Sono di nuovo in Italia, Padova, Piazza della frutta.
Ho messe qui le due nuove puntate (la 28 e la 29) del non-corso di scrittura e narrazione che pubblico ogni martedì in Stilos, supplemento letterario del quotidiano La Sicilia, curato da Gianni Bonina.
Chi volesse le puntate precedenti guardi qui a destra (oppure qui sotto, dipende da come visualizza la vostra macchina), alla voce Editoria e scrittura, e clicchi su Non un corso di scrittura (sono 81 pagine, ci vuol mezzo minuto a scaricarle).
Gino Tasca, che spesso interviene nei "commenti" firmandosi con fantasia, mi scrive:
Ma un blog dura tutta una vita? Coincide come "Un posto al sole" (il serial su Rai 3 che fa coincidere le date delle puntate con le date reali) con la vita?
Ti fermerai mai? E, se sì, come lo dirai?
Naturalmente, non ho risposte.
Sto lavando i piatti. Suona il telefono. Rispondo.
"Buongiorno".
"Buongiorno", dice una voce maschile, cauta. "Lei è giulio mozzi?".
"Sì", dico.
"Bene", dice la voce maschile, più decisa. "Ho visto che lei ha visto il blog treno-e-telefonate".
"Sì", dico. "L'ho visto. L'ho anche linkato".
"Bene", dice la voce maschile.
Silenzio.
"Quindi?", dico.
"Be', dice la voce maschile. "L'ho fatto io".
"Certo", dico io. "E in questo momento mi sta telefonando da una cabina telefonica".
"Sì", dice la voce maschile.
"Naturalmente", dico io, "non avrà commesso l'errore dei dilettanti: terminata questa telefonata, distruggerà la scheda telefonica. O, addirittura, mi sta chiamando da un telefono pubblico a monete, uno degli ultimi rimasti".
"La seconda che ha detto", dice la voce maschile, ridendo.
"Bene", dico io. "Suppongo che la telefonata abbia uno scopo ricattatorio".
Silenzio.
"E allora", dico.
"Be', sì, in effetti", dice la voce maschile, nuovamente interdetta.
"Perfetto", dico io. "Tutto a posto. Anche Maurilio Calzavara, personaggio del romanzo L'elenco telefonico di Atlantide di Tullio Avoledo, da me scoperto e pubblicato dall'editore Sironi per il quale lavoro, tentava un ricatto informatico".
"E che c'entra?", dice la voce maschile.
"C'entra", dico io. "Niente di nuovo sotto il sole, come si diceva una volta".
"Sta dicendo che ho copiata l'idea da un libro da lei pubblicato?", dice la voce maschile.
"Elementare, Watson", dico io.
Silenzio.
"Senta, mozzi", dice la voce maschile.
"Mi dica", dico io.
"Il suo egocentrismo è veramente fenomenale", dice la voce maschile.
"Sono d'accordo", dico io.
"Arriva addirittura a immaginare che io non sia in grado di avere un'idea per conto mio! Subito lì a pensare che l'abbia presa da un libro che lei ha pubblicato", dice la voce maschile, veramente indignata.
"Sì", dico io.
"E' una cosa vergognosa", dice la voce maschile.
"Sono d'accordo", dico io.
Silenzio.
"Ma, dica, non è curioso di sapere chi sono io?", dice la voce maschile.
"Sì", dico io.
"Ha fatto delle supposizioni?", dice la voce maschile.
"Sì", dico io.
"Mi dica", dice la voce maschile.
"Mi dica lo dico io", dico io.
"Che supposizioni ha fatto?", dice la voce maschile.
"Questi sono fatti miei", dico io.
Silenzio.
"Dica la verità", dico.
"Verità è una parola grossa", dice la voce maschile.
"E' più curioso lei di sapere che cosa penso io di questa cosa", dico, "di quanto io sia curioso di sapere chi è stato a farla".
"Lei dice?", dice la voce maschile.
"Dico, dico", dico io.
Silenzio.
"Lei ha torto", dice la voce maschile.
Clic.
Ha messo giù il telefono.
Cinque minuti dopo mi viene in mente: ma in che cosa consisterebbe il ricatto?
Vedi anche qui.
Due ore di chiacchiere con il Grande Artista Sconosciuto. Il Grande Artista Sconosciuto è matematico, fotografo, pittore. O fotografo, pittore, matematico. O pittore, matematico, fotografo. Ecc. Quando non parliamo di donne, parliamo di matematica, di pittura e di fotografia: tutt'insieme.
A me non piace molto, parlare di donne con il Grande Artista Sconosciuto.
"Per me la donna è la fonte dell'ispirazione", dice.
"Come, la donna", dico io. "Sarà una certa donna".
Il Grande Artista Sconosciuto mi guarda sbalordito e dice: "Come sarebbe?".
"Sarebbe", dico io, "che finché tu continui a dire 'le donne', io non riesco a seguirti. 'Le donne' è una cosa indistinta. Io nella mia vita sono in relazione con un certo numero di persone, con un certo numero di maschi e di donne. Sono tutte persone diverse. Con ciascuna di queste persone ho una relazione diversa. Se tu mi parli di 'le donne', io non capisco di che cosa parli, oppure, a scelta, capisco che tu mi parli di qualcosa che non è una relazione. Capisci?".
"No", dice il Grande Artista Sconosciuto, tagliandosi un sigaro.
"Ma qual è la tua donna ideale?", dico io.
"Quella che mi ispira", dice il Grande Artista Sconosciuto, armeggiando con i fiammiferi.
"Sì", dico io, "ma come dovrebbe essere, come te l'immagini, come è stata nella tua esperienza la donna che ti ispira?".
"Mah!", dice il Grande Artista Sconosciuto. Una grande nuvola di fumo riempie la stanza.
"Ma la donna che ti ispira", insisto, "la vorresti anche come compagna?".
"Ma no!", dice il Grande Artista Sconosciuto.
"Ma", dico io, "eventualmente, ci faresti sesso?".
"Be'", dice il Grande Artista Sconosciuto, facendo un gesto ampio con la destra (e con il sigaro), spostando lo sguardo verso la Cleopatra appesa tra la libreria e la finestra. "Può succedere".
Ne ho abbastanza. Rinuncio.
A quel punto il Grande Artista Sconosciuto si lancia in una disquisizione. Mi spiega che nei volti delle Madonne quattrocentesche o cinquecentesche c'è un sacco di matematica. E si domanda: "Se io volessi dipingere una madonna, oggi, che matematica potrei usare?". Poi dice: "La matematica che c'è nella pittura dimostra la superiorità della pittura sulla fotografia". Perché il pittore che dipinge una madonna ritraendo una modella, non copia la modella: usa una modella il cui viso gli fa intuire la possibilità di una certa matematica; trova, o inventa, con il suo genio, la matematica; e poi dipinge il viso della madonna alterando su basi matematiche il viso della modella.
"La fotografia non può fare questo", dice il Grande Artista Sconosciuto.
Capisco che questo pistolotto, nella mente del Grande Artista Sconosciuto, dovrebbe essere una risposta alle mie domande sulle donne. Ma che risposta esattamente sia, mi sfugge.
Il Grande Artista Sconosciuto mi telefona tutti i giorni.
Il Grande Artista Sconosciuto ferma la gente per la strada.
Il Grande Artista Sconosciuto dipinge un Cristo con due teste.
Cecilia Deni, che compare spesso nei "commenti" di questo diario, mi segnala, come "una curiosità", questa cosa qui. Io naturalmente non so che cosa pensare: se non che, forse, come generi letterari, i treni e le telefonate (vedi anche qui, o direttamente qui) stanno mostrando la corda. Bene. Esistono altri generi letterari, per fortuna.
Arena di Verona, settore D, cancello 6. Giriamo da una parte, e non lo troviamo. Chiediamo a una ragazza del servizio. "Esattamente dalla parte opposta", ci dice. Andiamo esattamente dalla parte opposta. Non troviamo. Chiediamo a un ragazzo del servizio. "Di là", ci dice, indicando da dove siamo venuti. "C'è scritto grande, settore D, cancello 6". Torniamo sui nostri passi, guardiamo dappertutto. Finalmente troviamo. Tutti gli altri ingressi hanno scritte enormi, il nostro ce l'ha piccolissima. Quella enorme è nascosta da impalcature.
I numeri degli ingressi all'Arena sono bizzarri. Da una parte sono: 6, 8, 11, 15... Dall'altra sono tipo 69, 57. Non è che vadano da 1 in su, tranquilli. Non è che aumentino o crescano di uno, o di due, comunque sempre di una cifra fissa. Mah. Ci saranno delle ragioni.
Poi, dentro, su, ottima vista. Gradinata centrale. Siamo sistemati bene. Abbiamo i cuscini, l'acqua, le caramelle. Mancano i panini col tonno, ma nessuno ne sente la mancanza. Manca un'ora all'inizio. C'è perfino un po' di venticello.
C'è una coppietta giovan davanti a noi. Si sbaciucchiano un po'. Poi si alzano in piedi. La signora accanto a me comincia a lamentarsi. "Ecco, non è educazione". "Così non si vede niente". "Insomma, bisognerebbe stare seduti". Ha una voce non di tanto volume ma gracchiante, di quelle che passano sette muri. I due della coppietta peraltro, molto presi da sé stessi e reciprocamente, non sentono. "Guarda che gente c'è in giro". "Bisognerebbe dirglielo". "Si vede che non sono abituati". Ogni cinque secondi una frase così.
A un certo punto dico alla signora: "Suvvia, signora, l'opera non è ancora cominciata. Un po' di pazienza".
La signora dice: "Lei ce l'ha. Io no".
Alle nostre spalle c'è un gruppo di sessantenni cremaschi. Son lì che aspettano di vedere Berlusconi nel palco presidenziale (che è a venti metri da noi, appena sotto). Se ho capito bene il dialetto, una delle signore diceva, scherzando: "Vicina come sono, potrei saltargli addosso e spogliarlo". Non avevo mai pensato a Berlusconi come a un sex symbol per sessantenni cremasche. I mariti, peraltro, non sembrano gelosi. Poi Berlusconi non arriva, arrivano Prodi e Schroeder, e il commento è: "Aveva altro da fare, lui lavora, altro che queste menate". E poi giù prese in giro per Prodi, il Mortadella.
[La dichiarazione ufficiale di Berlusconi, rilasciata ieri, è: "Reputo l'incontro di domani con il Presidente Schroeder un'occasione utile e positiva per consolidare e sviluppare i rapporti di amicizia e di collaborazione tra i due Stati e i due Governi. Non voglio che nulla turbi questa occasione. Siccome è possibile che un gruppo, anche ridotto, di provocatori, al fine di innescare polemiche fuorvianti e scontri polemici, strumentalizzi la serata all'Arena di Verona che, invece, deve essere e rimanere manifestazione di cultura musicale e un grande spettacolo, preferisco mantenere fermo il programma originario e, quindi, incontrare il Presidente Schroeder domani, come era convenuto per una sessione di lavoro. Il mio è un atto di affetto e di considerazione per Verona e per l'Arena che non devono essere a nessun costo trascinate in sconsiderate strumentalizzazioni politiche"].
Poi l'opera comincia e va tutto bene. Ogni tanto i/le sessantenni cremaschi cantano, stonando, le arie più famose ("L'amour est un oiseau rebelle", "Toreador", ecc.). Per fortuna non sanno andare più in là dei primi versi.
Qualche ora più tardi, nell'intervallo tra il terzo e il quarto (e ultimo) atto, una coppia di mezz'età viene a sedersi dietro di noi. Facciamo notare che il gradino sul quale si sono seduti è quello che va lasciato libero per il passaggio.
"Non è vero", dice lui.
"Ma chi vuole che passi", dice lei.
"Non dica che non è vero", diciamo. "Ci sono anche altri posti". (In effetti, durante il secondo intervallo la gradinata si è un po' spopolata).
"Non c'è nessuno che deve passare", dice lui.
"Ma si guardi l'opera, va'", dice lei.
Potremmo imbastire una discussione sul fatto che, in un catino di pietra con undicimila persone dentro, l'eventualità che ad esempio qualcuno si senta male è ben reale. Ma si capisce che con questi due non c'è niente da fare. A me viene già da trattarli in malo modo, così sto zitto. Non è che ho tutta questa pazienza.
I due passano i dieci minuti successivi ad alzarsi continuamente perché c'è continuamente gente che passa. I ragazzi che vendono bevande e gelati sono addirittura frenetici. Vanno avanti e indietro anche i carabinieri. Però i due non si schiodano. Quando si abbassano le luci, lui dice: "Ecco, questo è l'ultimo, finirà questo tormento".
Nell'uscire, mi par di intravedere mio secondo cugino e sua moglie. Erano in un altro settore. Ma poi, fuori, non li trovo più.
Oggi, alle 17.50, in Feltrinelli, incrocio il Grande Artista Sconosciuto. Io sono in compagnia di Stefano Brugnolo. Stiamo cercando il Prontuario di punteggiatura di Bice Mortara Garavelli (Laterza).
Il Grande Artista Sconosciuto mi fissa attraverso gli occhiali scuri e mi dice: "E allora, quando ci vediamo?".
"Non so", dico io.
"Ti ho telefonato due volte, oggi", dice il Grande Artista Sconosciuto.
"Non potevo rispondere", dico.
"Ah", dice il Grande Artista Sconosciuto.
Potrei dirgli:
- che mentre lui mi cercava al telefono portatile, stamattina, io ero convinto (per quegli equivoci che talvolta accadono) che mio padre fosse finito all'ospedale, e lo stavo cercando all'ospedale appunto, dove si sconsiglia di usare il telefono portatile;
- che io tenevo acceso il telefono portatile, pur essendo in ospedale, nell'eventualità che mio padre chiamasse, ed ero pure un tantino preoccupato, perché sapevo che doveva andare all'ospedale per un controllo, e non immaginavo che si trattasse di cosa grave;
- che pertanto, nella situazione, non rispondevo alle chiamate, e avrei risposto solo se avesse telefonato mio padre o qualche altro familiare;
- che successivamente, chiarito l'equivoco, scoperto che mio padre non era stato trattenuto in ospedale, avendo io perdute due ore per questa faccenda, e avendo diverse cose (come tutti) da fare, e avendo poi questo appuntamento pomeridiano con Stefano Brugnolo (appuntamento di lavoro, anche se Stefano è un vecchio amico), mi è mancato il tempo materiale per richiamarlo.
Non gli dico niente di tutto questo.
"Ci sentiamo domattina", gli dico.
"A che ora?", dice il Grande Artista Sconosciuto.
Il Grande Artista Sconosciuto è un uomo preciso. Gli avevo detto, il giorno di Ferragosto, che sarei stato in viaggio e ci saremmo sentiti oggi; e lui infatti mi ha chiamato oggi. Se gli dico un'ora, per domani, mi chiamerà a quell'ora esatta. Lui è fatto così. Che appuntamenti ho, domani? Alle 9, al telefono, con A*; alle 11.32 con un treno; nel primo pomeriggio con un progetto da scrivere per la Biblioteca Civica di Mestre (Ve); alle 21 sarò a Verona, all'Arena, per la Carmen. Dunque?
"Alle dieci", dico.
"Va bene", dice il Grande Artista Sconosciuto.
Io so com'è la storia: adesso che si è messo a lavorare seriamente al Cristo con due teste (e gli angeli mongoloidi), vorrà vedermi un giorno sì e uno no. Un giorno sì e uno no mi chiamerà e mi dirà: "E allora, quando ci vediamo?". Io andrò lì, non tutte le volte, comunque parecchie volte, perché sennò s'inquieta, e dovrò osservare i lenti, lentissimi progressi del suo Cristo con due teste (e gli angeli mongoloidi). A che cosa gli servano, queste mie contemplazioni, non mi è chiaro. Io non so mai dirgli niente. Della sua immaginazione, l'ho già detto, non comprendo nulla. Tutto quello che faccio è guardare.
In realtà, ogni volta che sono lì, dopo mezz'ora di alta filosofia della pittura si finisce a parlare di donne. E allora son dolori.
Il Grande Artista Sconosciuto ferma la gente per la strada.
Il Grande Artista Sconosciuto dipinge un Cristo con due teste.
Sarapatrizia scrive, in un commento a Modena:
perchè ti ostini a scrivere i particolari di questa cosa, non ci sguazzano già tutti con i dolori degli altri? o sono i 74 anni che fanno notizia? o volevi dire che nessuno si interessa degli anziani. i giornali parlano di berlusconi e della solitudine estiva, oggi saranno lieti per le notizie fresche.
Avrei fatto meglio, credo, ad aggiungere qualche parola, anziché pubblicare solo il trafiletto della Gazzetta di Modena. D'altra parte stamattina ero a Milano, in Sironi, su un computer non mio, con poco tempo.
Volevo mettere a confronto la mia narrazione di "questa cosa" con la narrazione che ne fa il giornale. Il giornale dovrebbe essere informativo. Dovrebbe avere una scrittura referenziale, denotativa, chiamàtela come volete. Comunque dovrebbe raccontare dei fatti.
L'autore del pezzo (non ho trovata la firma, nell'edizione web della Gazzetta di Modena) fin dalla prima frase si permette una mossa spettacolare: entra nella mente (che peraltro suppone quasi vuota) della persona, cerca di raccontare la storia "dal di dentro": L’ultima sigaretta l’ha fumata con gli occhi fissi sui binari, con un pensiero fisso in testa. Questo non è in nessun modo "giornalismo". Questa è pura fiction.
Nel mio pezzo di ieri ho cercato di essere il più referenziale possibile. Ho riferiti anche due pensieri che mi hanno attraversata la testa: ho cercato di riferirli come se fossero state cose che mi passavano davanti agli occhi.
Aladar, in un commento di qualche giorno fa a Tre, ha scritto, rivolgendosi a me: la sua scrittura denotativa è una forma di disprezzo o di malcelata rabbia?. Lì per lì ho risposto scherzando. Ma la questione è seria.
Secondo me, questa scrittura denotativa, fredda secondo alcuni, è semmai una forma di pietà. Ma, naturalmente, se questa è l'intenzione, non è detto che io raggiunga il risultato.
So che tanti "sguazzano con i dolori degli altri". L'alternativa però non è fare a meno di raccontare questi dolori. Il regime fascista imponeva ai giornali di non dare notizia dei suicidi. L'alternativa è: cercare, e magari trovare, un modo pietoso, o amorevole, o anche solo decente, di raccontare questi dolori.
Ripeto: io tento. Magari ci riesco ogni tanto, o quasi mai.
Gazzetta di Modena, oggi
Straziata dal treno: choc nella stazione affollata.
Donna di 74 anni ieri ha scelto i binari per suicidarsi. In tasca la polizia le ha trovato un biglietto di addio. Treni deviati e marciapiedi chiusi.
Il macchinista ha tentato disperatamente di frenare quando l’ha vista, senza riuscirci.
L’ultima sigaretta l’ha fumata con gli occhi fissi sui binari, con un pensiero fisso in testa. Poi, quando ha sentito che gli altoparlanti della stazione annunciavano il passaggio in velocità dell’Eurostar la donna ha attraversato i binari con passo meccanico e si è messa di fronte al convoglio in arrivo.
E’ stato un attimo. Il conducente del Napoli - Milano ha tentato in una frazione di secondo di azionare il freno d’emergenza ma è stato impossibile evitare l’urto. La donna è stata sbalzata ad alcuni metri di distanza ed è morta sul colpo. Si è così spenta ieri alle 15.35 M.T.P, 74 anni, che ha lasciato come ultimo addio un biglietto nella borsetta con la sua scelta disperata di non voler più vivere. E la sua scelta disperata, codificata lucidamente nelle poche righe che aveva con sé, sono state l’ultimo addio della donna.
In un primo momento in stazione tra gli inquirenti c’era il dubbio che potesse essersi trattato di un incidente.
L’avanzata età della donna, l’orario e il luogo, cioè il centro della stazione, facevano più pensare a una persona che sovrappensiero o distratta decide di affrettare il passo ed evitare la fatica del sottopassaggio, attraversando i binari. Ma a poco a poco il mosaico delle deposizioni dei testimoni oculari portavano le circostanze dell’accaduto nella stessa direzione, il suicidio. C’è chi in lacrime ha testimoniato di quegli ultimi passi incerti, che incespicavano sui sassi della massicciata sino a raggiungere in tre metri il secondo binario, quello più distante dal primo marciapiede, per essere puntuale all’ultimo appuntamento della vita.
Una tragedia che ha rallentato il traffico, deviando il traffico per ore sul terzo e quarto binario.
E' il fatto del quale ho scritto ieri.
Pomeriggio. Sono alla stazione ferroviaria di Modena. Il mio treno è alle quattro e quattro. Faccio il biglietto (per Padova, casa) alla macchina automatica. Esco sul primo binario. C'è un sacco di gente tutta ammassata da una parte. E c'è un treno eurostar fermo al binario due, ma non fermo al punto giusto: è quasi tutto fuori dalla stazione.
Mi avvicino alla gente ammassata. Mi sporgo. Un carabiniere sta sistemando un lenzuolo bianco tra i binari. Mi tiro indietro.
Mi allonano dalla gente ammucchiata. Vedo, a un'estremità della stazione, l'ambulanza e l'automobile dei carabinieri.
La voce automatica, maschile, ripete: "E' severamente vietato attraversare i binari. Occorre servirsi del sottopassaggio". Plin plon.
Tra la gente ferma, che guarda attonita il lenzuolo bianco, ci sono moltissimi giapponesi. Anche ieri, andando da Bologna a Modena, avevo notato che in treno c'erano moltissimi giapponesi.
Penso che la frase: "Occorre servirsi del sottopassaggio" è curiosa. Di solito le voci automatiche dicono: "Servirsi del sottopassaggio".
Entro nel bar per prendere mezzo litro d'acqua. C'è un gruppo di signore in mezzo allo stanzone del bar. Mentre pago il mio mezzo litro d'acqua sento che una dice: "No guardi, lei non ha idea, sono molti di più di quanto si creda, che lo fanno".
Penso che oggi per la quarta volta sono presente a un suicidio sui binari della ferrovia. Però magari è stato un incidente. Le altre tre volte ero in treno. Mi stupiva molto che la gente si adirasse per il ritardo (i medici prima, e le forze dell'ordine poi, devono fare il loro lavoro) e che a nessuno venisse in mente di dire un requiem per il poveretto, o almeno compatirlo.
La voce automatica, questa volta femminile, spiega che visto il pericolo d'incendi dovuto all'anomala calura estiva, è bene non gettare dai finestrini dei treni fiammiferi, sigarette o altri oggetti che possano provocare il fuoco.
Bevo un po' d'acqua dalla bottiglietta.
Mi riavvicino alla gente ammucchiata sul marciapiede del primo binario. Ora il carabiniere sta tirando un nastro per delimitare la zona. La gente è silenziosa. Non sento voci irate. Guardano il lenzuolo. Non so se sotto c'è un uomo o una donna. Non so se la persona è caduta, si è buttata, è stata spinta intenzionalmente, è stata spinta casualmente.
Una voce non automatica, maschile con pesante accento emiliano, spiega che i passeggeri dell'eurostar per Milano fermo al binario due dovranno trasbordare sull'intercity straordinario in arrivo al binario tre. Poi annuncia che l'interregionale per Milano arriverà con cinque minuti di ritardo al binario quattro anziché al binario due.
Mi rendo conto che buona parte della gente lì ferma in stazione è scesa dall'eurostar per Milano. I giapponesi cercano di farsi spiegare che cosa ha detto la voce non automatica. L'intercity straordinario per Milano arriva. Quasi tutta la gente che c'era in stazione sale a bordo. Anche giapponesi, che a quel punto hanno capito tutto. L'intercity parte.
Arriva l'interregionale per Milano. I pochi rimasti salgono.
Rimango quasi solo. Ci sono i due carabinieri, i volontari dell'ambulanza, qualche ferroviere, la persona sotto il lenzuolo, una ragazza russa - sul mio stesso marciapiede - che legge una rivista russa.
La voce automatica annuncia l'interregionale per Ancona al binario tre. E' il mio (a Bologna cambierò per Padova).
Sono in via san Francesco. Sto camminando e leggendo il giornale. Una voce.
"Scusa, scusa".
Alzo gli occhi. Vedo un uomo alto, solido, pelato, con gli occhiali neri.
"Tu sei giulio mozzi, vero?", dice l'uomo.
"Sì", dico.
In questo modo, circa due anni fa, ho conosciuto il Grande Artista Sconosciuto.
Ho scoperto poi che il Grande Artista Sconosciuto ha conosciuto così parecchie persone. Fermandole per la strada. Di me sapeva chi ero, mi aveva visto una o due volte a presentar libri in Feltrinelli, aveva letto un mio libro. Ma spesso il Grande Artista Sconosciuto vede per la strada una faccia, un corpo che gli piacciono, e ferma la persona.
Così fanno i grandi artisti, dice lui. Conosciuti o sconosciuti che siano.
Ieri, mentre spiavo la famigliola, mi manda un messaggio sul telefono. "Ho scoperto che anche Michelangelo aveva disegnato un Cristo con due teste". Gli rispondo: "Chi è Michelangelo difronte al Grande Artista Sconosciuto?". E lui: "Ah ah! Sicuro che non hai creato un nuovo tipo di ossimoro?".
No, non ho creato un nuovo tipo di ossimoro. Il Grande Artista Sconosciuto ha una sua Grandezza anche nell'essere Sconosciuto.
(Lui non sa niente, di queste cose che scrivo su di lui qui).
Spiaggia. Ombrellone accanto. Sono tre: la ragazzina, la mamma della ragazzina, il ragazzino della ragazzina. Ragazzino e ragazzina sono sui diciassette, diciotto. Lui è carino, capelli ben pettinati, boxer celesti. Lei è carina di corpo, un po' pesante di faccia, tinta bionda, duepezzi a triangolini. La mamma è una donna ingrassata, costume intero a fiori. Hanno tre sdraio, stanno ciascuno sulla sua sdraio.
Hanno un giornaletto di quiz, test, enigmi, ecc.
Stanno una mezz'oretta sul solito problema del tipo: "In un cortile ci sono uomini e cani, per un totale di tot teste e tot zampe. Quanti uomini e quanti cani?", eccetera. La mamma della ragazzina sa già la soluzione, il ragazzino si rigira nella domanda senza nemmeno immaginare come ci si possa arrivare, la ragazzina prende il sole. La mamma della ragazzina prende pedantemente in giro il ragazzino, che nemmeno se ne accorge. E' un test per lui, e non lo sa. Ha voluto andare al mare con la sua ragazzina e la mamma della ragazzina? E ora paga. Quanti uomini? Quanti cani? Ci si potrebbe arrivare facilmente anche per tentativi, ma lui non ce la fa. Dice: "Non si può risolvere". La mamma della ragazzina dice: "Ma io ci sono già arrivata". Il ragazzino insiste: "Non si può risolvere".
Poi fanno un test con i profili. Il ragazzino fa le domande alla ragazzina, che risponde dalla sdraio, e segna le risposte: quadratino, pallino, stellina. Alla fine esce il profilo C. Il ragazzino lo legge ad alta voce. "... Sei stata segnata dall'esperienza di un abbandono...". La ragazzina si drizza a sedere sulla sdraio, dice: "Mi ha fotografata! E' successo proprio questo!". Il ragazzino dice: "Ma adesso ci sono io". La ragazzina dice: "Non dire cazzate, stronzo". Il ragazzino tace. La mamma della ragazzina è neutrale.
Si sente un telefono portatile. Suona, suona. Fa una musichetta. Non finisce mai. Il ragazzino dice: "E' il modello tale, nuovo, fa questo e quello". Parlano di telefoni. Il ragazzino si esibisce, sa tante cose. La mamma tace sulla sua sdraio. Il ragazzino tira fuori il suo telefono, dice che è bello, lo loda, però ormai è vecchio, è un po' consumato. La ragazzina dice: "Si è consumato per tutti i messaggini che ti mandava quella cessa il mese scorso". Si capisce che "quella cessa" doveva essere la ragazzina precedente del ragazzino, o almeno una che ci aveva provato con lui. Il ragazzino dice: "Non era cessa". La ragazzina dice: "Era cessa". Il ragazzino dice: "Non voglio dire che sia bellissima, ma non era cessa". La ragazzina dice: "Era cessa". Il ragazzino dice: "Perché, quello lì tuo, allora?". La ragazzina dice: "Fatti i cazzi tuoi". Il ragazzino dice: "Ma almeno io non dico che era un cesso". La ragazzina dice: "Fatti i cazzi tuoi". Il ragazzino dice: "E allora tu non dire che quella era cessa". La ragazzina dice: "Ma era cessa".
La mamma dorme sulla sdraio.
"A trent'anni uno arriva al massimo", dice il ragazzino, "poi basta". La mamma si sveglia improvvisamente: "Come sarebbe?". Il ragazzino dice: "Voglio dire, che a trent'anni uno è al massimo, poi basta". La mamma dice: "Ma la bellezza di una donna di quarant'anni". Il ragazzino dice: "Voglio dire, che a trenta...". La mamma interrompe: "Tu non puoi capire la bellezza di una donna di quarant'anni". Il ragazzino dice: "Voglio dire, che a trenta...". La mamma interrompe: "Non è solo un fatto di corpo, è anche il portamento". Il ragazzino dice: "Voglio dire, che a trenta...". La mamma interrompe: "Se poi una donna si mantiene, che non serve neanche tanto". Il ragazzino dice: "Voglio dire, che a trenta...". La mamma interrompe: "La bellezza poi diventa eleganza, che è un'altra cosa, è anche di più". Il ragazzino dice tutto d'un fiato: "Parlavo dei maschi".
Il ragazzino e la ragazzina vanno a fare il bagno. La mamma dorme sulla sdraio. Quando il ragazzino e la ragazzina tornano, il ragazzino cerca di cingere la ragazzina per la vita. La ragazzina si divincola. Si siedono sulle sdraio. La ragazzina si spruzza con il vaporizzatore. Il ragazzino rigira tra le mani il giornaletto di quiz e test. La ragazzina si allunga sulla sdraio, chiude gli occhi. Il ragazzino la guarda.
Mezz'ora dopo la mamma si sveglia. "Andiamo", dice. Vanno via.
Dovevo svegliarmi alle sette oggi. Non alle sei. Mi sono svegliato alle sei. Mi sono accorto cinque minuti fa che mancava qualche minuto alle sette, non alle otto. Va bene. Così ho il tempo di farmi un caffè, di andare fino alla stazione a piedi. Sciolgo la mente e il corpo. Il programma è questo: stasera sono a Verona, al teatro romano, a vedere il balletto Don Quixote. Domani, mah: un po' di mare, come ultimo sprazzo di vacanza, probabilmente. Da leggere in spiaggia: Comunicazione, espressione, rivelazione, numero monografico della rivista Paradosso, con saggi di Croce (Alessandro), Di Martino, Euron, Garelli, Givone, Godani, Menzo, Pasqui, Vitiello. Speriamo bene. Domani sera, la cena dei codini, a casa di Alberto Fassina.
Il 14 agosto ho scritto a Luciano Laremi (suoi commenti appaiono abbastanza spesso in questo blog):
Ti chiedo (chiedo io, stavolta) un parere: ti pare che risulti accidioso, il pezzo Censura?
Luciano mi ha risposto così:
Ciao giulio,
visto che ho l'occasione, mi preme innanzitutto sottolineare un possibile equivoco. La parola "diario", lassù sotto "giuliomozzi", non mi sembra appropriata. Chi s'imbatte nel tuo blog può venire tratto in inganno da quel "diario". Può lecitamente credere che ciò che leggerà sarà più attinente alla vita di giuliomozzi non alle opere di giuliomozzi. Invece leggendo si trova di fronte il giuliomozzi scrittore, autore. Il blog non è altro che un ampliamento dell'opera scritta su carta. Ammetterai che è più complicato comunicare con un'opera scritta (cioè definitiva), rispetto ad un essere umano. Ora, chi entra nel tuo blog, leggendo quel "diario" può pensare che gli sia consentito di chiedere "Cosa hai mangiato a cena?" "Hai 'realmente' detto quelle cose al tipo al telefono?" "Fai volontariato!", ecc.. Quindi credo che quel "diario" dovrebbe essere sostituito da una cosa tipo: "quello che a prima vista potrebbe sembrare un diario", "quello che vuole essere un diario" oppure "è quasi un
diario", ma sono, lo vedo bene, definizioni troppo poco "fredde", non à là giulio mozzi.
Mi chiedi se il pezzo sulla censura possa definirsi "accidioso". Beh, l'accidia mi fa pensare, ovvio, a Dante. Non ricordo il Canto, né la pena connessa. Ho una vaga idea del significato quindi interrogo lo Zingarelli. "...Stato di inerzia cui conduce un eccessivo esercizio di vita solitaria e contemplativa; malinconica e inerte indifferenza verso ogni forma d'azione; nella morale cattolica, indolenza nella pratica virtuosa del bene, costituente uno dei sette peccati capitali."
Leggendo "Censura" uno potrebbe pensare all'accidia considerando unicamente l'ultima affermazione: "L'esecuzione di un compito può essere pretesa; il compimento di una libera scelta, no." Potrebbe leggersi indifferenza, ma io credo di più ad una rivendicazione di "libero arbitrio". Per il resto del pezzo io ho invece notato (forse per la prima volta) lo scorrere del sangue nelle vene di giulio mozzi. Mi immagino la scena. Ritorni a casa, magari da un viaggio, in treno. La giornata è calda, il sudore fastidioso, le faccende di casa da sbrigare. Forse non hai dormito bene a causa del caldo, forse sono accaduti degli imprevisti di lavoro oppure un tuo amico ti ha detto qualcosa che ti ha fatto pensare. Insomma è una giornata così. Bene. Decidi quindi di leggere un po' di commenti sul tuo blog, per vedere se è possibile raddrizzare la giornata. Invece no, quando la giornata nasce storta, prosegue ricurva. Trovi accuse di "disattenzione", "indifferenza", "ignavia". Non c'è da rincuorarsi.
Allora sbotti. Bum. Giù la maschera. Punto 1, punto 2, punto 3, punto 4. "Mettiamo bene in chiaro le cose." Io leggendo mi sono detto: "Ops, si è incazzato." "Vuoi vedere che chiude il blog?" "Ma dico io come si fa a scrivere certi commenti?" "Non gli saranno mica andati giù alcuni MIEI commenti?". Vedo giulio mozzi che sbatte i pugni chiusi sulla scrivania. "Disattenzione?" Bum. Giù la penna dalla scrivania. "Indifferenza?" Bum. Il posacenere pieno erutta una cicca. "Ignavia?" Pugni chiusi alle tempie. "Ma come?". Lacrime agli occhi, groppo in gola. "E vibrisse? E questo blog? E la mia disponibilità? Vi ho mai chiesto niente?" Sigh. "Me misero, mondo ingrato." Insomma per la prima volta, sebbene estorta, ho visto passione. Ho visto il sangue scorrere nelle vene. Quindi no, non credo nell'accidia (anche se quell'ultima frase rende lecito il pensiero).
Un consiglio (per quello che può valere) sento di doverlo dare. Essendo gratuito può benissimo essere rifiutato. Io sono molto scettico riguardo ai blog. Credo che ogni novità, riguardo ad internet, prima o poi degeneri in chat (non ricordo più chi lo ha detto ma concordo: "la chat è un luogo dove si incontra gente che ha poco da fare e nulla da dire"). Sarebbe opportuno che tu stilassi un decalogo (lo ha fatto dio perché non può farlo anche giulio mozzi?), nel quale elenchi una serie di regolette di convivenza ("se vogliamo fare un tratto di strada assieme, prego lavarsi le ascelle, indossare un paio di scarpe e un paio di braghe decenti, grazie"), che consentano un po' di regolare questa anarchia che è internet. Nel mio caso, avrei voluto fare dei commenti (ad esempio, riguardo "Solo letteratura" oppure se non ricordo male su "Nomi"), ma mi sono astenuto poiché il mio commento avrebbe occupato troppo spazio, e se lo avessi fatto più breve avrebbe potuto essere frainteso (ancora ri
cordo un mio commento che voleva essere ironico e nasceva da una giornata storta, sui treni e le telefonate, che è stato travisato e ha provocato un macello).
So, that's the question.
Non mi dilungo per non tediarti eccessivamente.
Spero di essere stato abbastanza confuso.
Salute e gloria.
Suona il telefono. Rispondo. E' il Grande Artista Sconosciuto.
"Se fai un salto da me", dice il Grande Artista Sconosciuto, "ti faccio vedere il mio Cristo con angeli mongoloidi. L'ho portato avanti abbastanza".
"Ho appena finito di mangiare la mela", gli dico. "Prendo il caffè e arrivo".
"Lo prendi da me, il caffè", dice il Grande Artista Sconosciuto.
"Arrivo", dico io.
Il Grande Artista Sconosciuto abita in un bilocale. Una stanza per dormire e leggere, un'altra stanza per tutto il resto. Tra le due stanze un corridoietto. Un bagno, un cortiletto di due metri per tre chiuso tra muri altissimi. La finestra della stanza per tutto il resto dà direttamente sulla via, la stanza per dormire dà sul cortiletto.
Esco. Cammino. Non incontro nessuno. Sono le due del pomeriggio di Ferragosto. In dieci minuti sono da lui.
Il Cristo con angeli mongoloidi è appeso nel cortiletto. E' un quadro forse di un metro e venti per un metro e quaranta. A una croce di legno chiaro è appeso il Cristo. Il fondo è nero. La croce è resa quasi iperrealisticamente: il legno ha vene, nodi. Il corpo del Cristo si contorce sulla croce: non è un corpo morto, non è un corpo in quiete rassegnata o divina. Ha un colore roseo, più da carne macellata che da corpo vivo. Non ha testa: dal collo sgorgano due bocche urlanti, piene di dentini bianchi; e non ha mani: le braccia finiscono in moncherini. E' difficile non pensare a Francis Bacon. Dal fondo nero del quadro emergono gli angeli mongoloidi. Uno, nell'angolo in alto a destra, ha una testa enorme, gli occhi a forma di chicco di riso. E' di un colore che non saprei dire, tra il grigio e l'azzurro; è evanescente, sembra un fantasma o una nube che sbuchi da dietro il braccio chiaro della croce. Un altro, in basso a destra, ha gli occhi sbarrati e la bocca spalancata, una O. E' un po' meno evanescente, giallastro. Un terzo, in alto a sinistra, sembra quasi aggrapparsi al braccio della croce, o toccare con il braccio la testa/bocche del Cristo. Il corpo è quasi aranciato. E' il più definito di tutti. Ha un occhio bianchissimo, a forma di chicco di riso. Il quarto angelo mongoloide, in basso a sinistra, è il più evanescente di tutti: traspare appena appena dal nero, come una medusa in un'acqua scura, è fatto di pochi segni. Ai piedi della croce, a sinistra, si vede un teschio che una qualche luce illumina.
"Bello", dico.
In casa del Grande Artista Sconosciuto ci sono altri due Cristi in croce: uno, dipinto quasi in bianco e nero su un grande lenzuolo, è appeso nella stanza per dormire. Ha la bocca spalancata, il cranio scoperchiato, dei segni attorno alla faccia per cui sembra che la sua faccia non sia una faccia, ma una specie di maschera. Indubbiamente ricorda Ranxerox. L'altro è una piccola tela: la bocca è sempre spalancata, figure fantasmatiche si aggirano attorno alla croce.
Del suo progetto di fare un Cristo in croce, il Grande Artista Sconosciuto mi aveva parlato a lungo. Mi aveva parlato, ancora un anno fa, credo, dell'idea di fare un Cristo in croce urlante, con alla base della croce un gruppo di mongoloidi che ridono. Nel frattempo ha iniziato alcuni quadri con dei feti. Appoggiato alla parete del corridoietto ce n'è uno: è abbastanza piccolo, il corpo del Cristo non c'è ancora (c'è solo il fondo), due giganteschi feti bianchi galleggiano in aria, uno a destra e uno a sinistra della croce, e guardano il Cristo.
Il Grande Artista Sconosciuto ha dei dubbi sul cranio. "Non so", dice, "quel cranio messo lì, e trattato in quel modo, fa troppo Rembrandt. Forse dovrò velarlo completamente".
Io dico: "Mi piacciono, questi angeli mongoloidi, ma devo dire che mi piacciono di più quelli più evanescenti. Questo", e indico quello in alto a sinistra, "mi sembra un po' troppo corporeo".
Naturalmente quello che dico io non conta niente. Il Grande Artista Sconosciuto pensa in un modo per me incomprensibile. Lui è un pittore. Il modo in cui un pittore pensa, per me è incomprensibile. Il modo in cui un pittore immagina, e in particolare il modo in cui il Grande Artista Sconosciuto immagina, mi è assolutamente incomprensibile.
Questo non mi impedisce di restare a bocca aperta davanti ai suoi quadri. Lui mi domanda che ne penso, e io gli dico qualcosa. Ma so che è solo conversazione.
Torniamo dentro, e il Grande Artista Sconosciuto mi fa il caffè. Poi conversiamo un paio d'ore.
Se volete saperne di più sul Grande Artista Sconosciuto, cliccate qui.
Qualche mese fa Gianni bonina, curatore di Stilos, supplemento letterario del quotidiano La Sicilia (esce il martedì), mi ha proposto di scrivere una sorta di "corso di scrittura e narrazione" a puntate. Ho accettato. Così mi sono trovato con l'impegno di scrivere 6.000 battute a settimana. Finora ce l'ho fatta (ammetto: ho dato buca la settimana scorsa; ero a Pantelleria; luglio è stato un mese lavorativamente devastante; non ce l'ho fatta a preparare una puntata in anticipo).
Be', è stata una cosa istruttiva. Poco dopo ho aperto questo blog. Un altro impegno di scrittura continua. Più elastico, ma più continuo.
Tutto questo si somma all'impegno settimanale (con l'interruzione di luglio e agosto; e qualche "licenza" ogni tanto) del bollettino vibrisse: che dura dal 10 agosto 2003 (e grazie a Virginia Peluso, che ogni anno mi ricorda il "compleanno" di vibrisse).
In somma: un po' alla volta, mi sono trasformato in uno scrittore "a scadenze". La mia settimana è regolata su questi impegni: il mercoledì a Milano, vibrisse da chiudere entro domenica, la puntata per Stilos da consegnare entro venerdì, il blog almeno una volta al giorno. Dentro questa "gabbia" (non nel senso dello zoo; ma nel senso grafico) entrano gli impegni della settimana. Curioso.
"E i tuoi libri, quando li scrivi?", mi domanda qualcuno. Be', mancano quindici giorni alla fine di agosto, qualcosa combinerò.
Ma su questa cosa dello scrivere quotidiano, cercherò di fare qualche meditazione in futuro. Qui volevo solo dire: che ho prese le prime 27 puntate del "Corso di scrittura e narrazione" scritte per Stilos, e le ho pubblicate qui (il link è più in basso).
Nell'occasione le ho rilette; e mi sono accorto (come se non l'avessi saputo già...) che veramente non faccio altro che andare "a campi", come si dice dalle mie parti: non seguo un gran filo logico, parlo di questo e di quello, alcune puntate sono quasi delle pagine di diario, e non è un caso se c'è stato, a volte, qualche "travaso" dal blog a Stilos e da Stilos al blog. In somma, ho scritto tutto fuorché un "corso di scrittura e narrazione a puntate".
E poi ho pensato: forse sta succedendo qualcosa a tutta la mia scrittura... L'altro giorno mi è scappato di dire: "Forse questo è il momento, per me, di smettere di fare libri, e di pensare a un vero lavoro letterario nella rete...".
Ma. Pensieri più impegnativi di quelli che mi aspettavo per il Ferragosto. Quanto a questo "non corso", vedete un po'. Se qualcuno ci si divertirà, bene. E se no, pazienza.
Ma quanto caldo fa?
Ma quanto caldo fa? Smettiamo di correre!
Ma quanto caldo fa? Ieri mi è defunto il Pinguino!
Ma quanto caldo fa? Qui a Cagliari ci sono quaranta gradi all’ombra!
Ma quanto caldo fa? Tantissimo!
Ma quanto caldo fa? Dopo avere chiesto ai bambini di esprimersi, facciamo la verifica: 29,2 gradi.
Ma quanto caldo fa? Non se ne può più!
Ma quanto caldo fa? Il mio ventilatore sei tu!
Ma quanto caldo fa? Quaddentrosimmuuore!
Ma quanto caldo fa? Scendo dall’automobile e sono in mezzo a un bagno turco cittadino!
Ma quanto caldo fa? Io ormai in casa sto sempre nudo!
Ma quanto caldo fa? In spiaggia non ho più pudore! Sono diventata nudista per forza!
Ma quanto caldo fa? Stamattina appena svegliata ho pensato: «Oggi muoio!»!
Ma quanto caldo fa? Io mi sono svegliata presto, ma sempre sudata e rincoglionita!
Ma quanto caldo fa? Qualcuno è riuscito a dormire, ultimamente?
Ma quanto caldo fa? Ho sognato che mi cucinavano in brodo!
Ma quanto caldo fa? Sto cominciando a vedere i draghi!
Ma quanto caldo fa? Eh sì, un’estate davvero calda!
Ma quanto caldo fa? Io sto scrivendo da Milano, oggi saranno 35 gradi!
Ma quanto caldo fa? Fa MOOOLLLTO caldo!
Ma quanto caldo fa con la tuta di pelle addosso?
Ma quanto caldo fa? Dev’essere la tensione… Calmo, devo stare calmo!
Ma quanto caldo fa? Sono fermo, immobile, tranquillo, eppure sto già sudando!
Ma quanto caldo fa? Mi sciolgo come una medusa sulla sabbia!
Ma quanto caldo fa? Vado a prendere un gelato nel frigo, cazzo, si sono sciolti!
Ma quanto caldo fa in Africa?
Ma quanto caldo fa qui a Bologna?
Ma quanto caldo fa lì a Milano?
Ma quanto caldo fa a Firenze?
Ma quanto caldo fa lì a Pescasseroli?
Ma quanto caldo fa da voi a Pinocchio?
Ma quanto caldo fa lì a Pozzoveggiani?
Ma quanto caldo fa lì a Fermo?
Ma quanto caldo fa lì a Giacciano con Baruchella?
Ma quanto caldo fa lì a Castelnuovo ne’ Monti?
Ma quanto caldo fa lì a Khamma?
Ma quanto caldo fa?
[Pinocchio, per chi non lo sapesse, è un quartiere di Ancona]
1. Paola Donelli ha scritto, in un "commento" a Water:
ma come? vige la censura sul weblog di mozzi?
non ho più trovato il mio intervento a proposito della mazzucco, né una benché minima risposta. forse giulio ha pensato che fosse la scrittrice stessa a scrivere? uno scherzo? a dire la verità non capisco. ho chiesto solo un parere "letterario", e non mi sembra corretto ignorare la domanda di una persona che è entrata nel tuo blog e ti ha letto con attenzione. spero, stavolta, di ricevere un "segnale". grazie
L'intervento di Paola Donelli a proposito di Melania Mazzucco, non ricordo di averlo letto. Ho chiesto a Paola Donelli (sempre nei commenti a Water) di ripetere la domanda; lei l'ha fatto, e le ho risposto.
Bene.
2. Da quando ho aperto il blog, ho deliberatamente ignorato alcuni "commenti". Ad esempio ho ignorato questo, firmato Cristian, inserito in Che cosa è meglio del 3 luglio scorso:
caro Giulio non mi è piacciuto un tuo intervento di tempo fa in televisione;durante una trasmissione che si parlava di adolescenti hai detto Non è mio compito aiutare gli altri ( il senso era questo ) ma che cazzo mi si sono sciolti i coglioni uno scrittore che fa ? e la solidarietà con chi sta male? e quando tu stavi male e gli amici ti hanno aiutato? segui tuo padre fai anche tu un pò di volontariato ti farebbe crescere
L'ho ignorato perché non avrei saputo che cosa rispondere:
* Cristian - che non so chi sia - mi chiede conto di una cosa che avrei detta "in televisione", e che quindi, poiché sono stato in televisione l'ultima volta il 28 dicembre 2002 (a Uno Mattina), di una cosa che avrei detta almeno sei mesi prima del 3 luglio 2003;
* per di più Cristian non mi chiede conto di una frase precisa, riportata tra virgolette, ma di qualcosa che riporta "a senso" (quindi viene a mancare proprio la materia del contendere);
* inoltre fa riferimento a fatti della mia vita privata, e della vita privata dei miei familiari, in maniera vaga e imprecisa (e per correggere l'imprecisione, dovrei mettere in piazza fatti miei che, credo legittimamente, penso sia bene che restino fatti miei); eccetera.
Rispondere a Cristian: "Non ho detto niente di simile, avrai capito male" non sarebbe servito a niente: mi pare che dal "commento" di Cristian traspaia un giudizio morale su di me ormai formato e stabilito.
Un paio di commenti li ho addirittura cancellati, dopo aver risposto via posta elettronica; perché usavano un luogo improprio (il blog, che è leggibile da tutti) per conversazioni che io avrei preferito si svolgessero privatamente. Voglio dire: se uno mi domanda che cosa penso dei libri di Melania Mazzucco, non ho problemi a rispondere nel blog; ma se uno mi chiede a che punto sta l'osteoporosi di mia madre, preferisco uno scambio privato.
Poi.
3. Paola Donelli dice: poiché io sono entrata nel tuo blog, e ti ho letto "con attenzione", sarebbe "corretto" da parte tua non "ignorare" la mia domanda.
Questa affermazione ha alcuni presupposti.
* Il primo presupposto è che non possa accadere il fatto più banale del mondo: che un "commento" mi sfugga. E poiché non può accadere che un "commento" mi sfugga, allora la mancata risposta alla domanda suscita subito il sospetto di "censura". Mi sembra una reazione un po' esagerata.
* Il secondo presupposto è che io sia tenuto a rispondere a tutte le domande, richieste e sollecitazioni che ricevo. Mi arrivano, in questi giorni d'agosto, circa 20 messaggi di posta elettronica al giorno (senza contare la spam, ovviamente). Nel resto dell'anno si viaggia su una media di 50. Nella giornata di ieri, 13 agosto, ad esempio, ho ricevute tre richieste di leggere un romanzo dattiloscritto ("per un giudizio critico"), due richieste di leggere un romanzo pubblicato (idem), cinque richieste di informazioni su corsi di scrittura in Puglia, Toscana e Veneto, una richiesta di consigli di lettura, una richiesta (piuttosto brusca, da parte di uno o una che nemmeno si firma) di fornire il telefono privato di Tiziano Scarpa (tranqui, Tiziano, non lo farò). Oltre a un paio di gradite lettere di amici e a qualche scambio di messaggi di lavoro. Difronte a questa massa di corrispondenza, che cosa devo fare?
* Ma non è tanto una questione di possibilità materiale. E' una questione di principio. Io offro una disponibilità: pubblico un bollettino, metto il mio indirizzo elettronico e di casa nei miei libri, ho perfino aperto un blog. Ma questa disponibilità io l'ho liberamente offerta; non chiedo nulla in cambio; e quindi è una disponibilità che, per così dire, resta sempre nella mia disponibilità. Ho il diritto di scegliere con chi, e quando, entrare in relazione. E ho quindi il diritto di "ignorare" degli interventi o delle domande.
Cristian mi ha accusato di aver detto: "Non è mio compito aiutare gli altri". Accetto l'accusa e dico: "Sì, confermo, credo che non sia mio compito aiutare gli altri. E' una mia libera scelta". L'esecuzione di un compito può essere pretesa; il compimento di una libera scelta, no.
4. O mi sbaglio?
La carta di oggi dice semplicemente: Water, "Acqua". Bene, ci faccio conto.
Tra cinquantaquattro minuti ho il treno, salgo a Levico (Tn), torno domani mattina.
Ho appena letti due commenti a Consumi.
Il primo, di ergdahlgren, dice: "questa storia non è vera. l'ho già sentita raccontare. ne girano molte, di questo tipo. perchè una persona normale dovrebbe insegnare a campare ai tizi del call center? è chiaramente materia letteraria".
Il secondo, di Maria L., dice: "Anch'io penso che ciò che scrivi talvolta è vissuto e talvolta è solo letteratura, comunque può essere divertente il gioco con cui ci disorienti, la difficoltà resta quella di capire quando si tratta di una cosa o dell'altra, ma spesso è facile".
Che la storia sia già sentita, mi dispiace: perché credevo di essermela inventata io. Però non m'importa tanto. Mi incuriosisce, invece, il fatto che in entrambi gli interventi il fatto che la storia sia "materia letteraria" o "solo letteratura" venga denotato come cosa, se non negativa, almeno diminutiva.
In sostanza: se racconto una cosa "vissuta", ossia "vera", allora si accende l'interesse; se invece racconto una cosa "inventata", allora è "solo" letteratura (sto radicalizzando apposta, per spiegarmi meglio; lo dico per rispetto a ergdahlgren e a Maria L.).
Ebbene, io dico: non c'è nessuna differenza. Che io racconti una cosa "vera" o una cosa "inventata", si tratta sempre di "letteratura". Perché la letterarietà di un testo qualsiasi non ha nulla che fare con il suo eventuale status di testo "referenziale" (dal quale ci si aspetta che racconti cose "vere"; e se non lo fa, diciamo che "mente") o "finzionale" (dal quale non ci aspettiamo che racconti cose "vere"; al massimo gli chiediamo di essere "verosimile"). La letterarietà di un testo ha che fare, invece, con il modo in cui il testo è fatto, scritto.
Mi è capitato di scrivere, il 19 giugno scorso, che qualunque cosa si scriva, anche la proverbiale "lista della spesa",piaccia o non piaccia, è letteratura. Cioè: qualunque testo scritto, in quanto testo scritto, e indipendentemente da un eventuale giudizio di valore, è letteratura, ossia: "qualcosa di scritto", come diceva Pasolini, da qualche parte, in Petrolio.
Lì l'affermazione era ovviamente paradossale. Intendevo dire che non è un giudizio di valore ciò che separa il letterario dal non letterario. E la cosa più pratica è decidere che ogni "qualcosa di scritto" è letteratura.
Ora, per essere un po' meno paradossali: dato "qualcosa di scritto", si può andare a vedere se questo "qualcosa di scritto" ha il carattere (o i caratteri) della letterarietà.
E tra i caratteri della letterarietà non c'è certo la "non veridicità" (nel senso di: non corrispondenza a fatti, cose realmente esistenti o esistiti nel mondo). Proviamo a leggere la Commedia di Dante: se la "non veridicità" (o la "finzionalità") fosse un carattere della letterarietà, ci troveremmo costretti a distinguere tra parti "letterarie" della Commedia, dove Dante inventa di sana pianta, parti "non letterarie" o "veritiere", dove Dante riferisce fatti e cose realmente esistenti o esistiti nel mondo (in molte biografie o autobiografia del personaggi che incontra, ad esempio), e in parti "ambigue" dove, in sostanza, non si riesce a capire se ciò che Dante racconta è "vero", "inventato di sana pianta", "inventato a partire da cose vere", eccetera.
Ma il centro vero della questione è un altro (mi sono fatto prendere la mano dalla mia naturale pedanteria; chiedo scusa; rimando a un testo chiarissimo ed eccellente come Finzione e dizione di Gérard Genette, ed. Pratiche, dove tutto è spiegato mille volte meglio di come saprei fare io).
Il centro è questo: l'idea che se una cosa è "vissuta", allora è importante e interessante, e così via; se una cosa invece è "inventata", allora è "solo letteratura" e quindi meno importante e interessante.
Non credo che la paroletta "diario" in alto a sinistra possa ingannare. Come dice Maria L., io "gioco" un po' con l'invenzione, ma il mio gioco è "spesso facile". Oserei dire che a me sembra spudorato, e quindi facilissimo da sgamare.
Non so. I promessi sposi, L'uomo senza qualità, L'Assommoir, Giro di vite, Antichi maestri, It, Il quinto evangelio, Infinite jest... Tutta questa roba, e tutta l'altra roba analoga, sarebbe "solo letteratura"?
D'altra parte, a guardare le cose con occhio freddo, è davvero curiosa questa tradizione europea: che spesso e volentieri dichiara di affidare l'elaborazione, la custodia e la trasmissione dei suoi "valori" ad opere di finzione, in particolare romanzi... Ma se sono opere di finzione, storie inventate, quale verità possono elaborare, custodire e trasmettere queste opere?
In alcuni commenti a Silence is sexy si discute su una fotografia che ho pubblicata ieri nel mio bollettino vibrisse. Poiché la foto mi ritrae nudo (a sinistra) in compagnia di Carmela Rizzo (nota soubrette di Pantelleria, a destra), l'ho inserita in un pop-up e ne sconsiglio la visione ai minori.
Sto appendendo la biancheria in giardino. Sento il telefono che suona. Mollo tutto nella bacinella di plastica. Rientro in casa. Rispondo.
Una voce maschile, bene impostata, professionale.
"Buongiorno, stiamo svolgendo una ricerca di mercato sui consumi maschili. Le dispiacerebbe rispondere a qualche semplice domanda?", dice la voce.
"Sì", dico.
"La sua risposta è sì?", dice la voce.
"Sì", dico, "la mia risposta è sì. Mi dispiacerebbe".
Un'esitazione.
"Cioè lei non vuole?", dice la voce.
"Appunto", dico.
"Allora la risposta è no", dice la voce.
"Guardi", insisto, "la risposta è sì. Lei mi domanda se mi dispiacerebbe, e io le rispondo: sì, mi dispiacerebbe".
"Appunto", dice la voce, "quindi la risposta è no".
"Non ci capiamo", dico. "Qual era la domanda?".
"Le ho chiesto", dice la voce, "se lei era disponibile a rispondere a qualche domanda".
"No", dico. "Lei mi ha chiesto se mi dispiaceva rispondere a qualche domanda. E quindi ho risposto sì. Se mi avesse fatto la domanda come l'ha detta adesso, avrei risposto no".
"In somma", dice la voce, con una traccia di spazientimento, "la sua risposta è sì o no?".
"A quale delle due domande?", dico.
"Se è disponibile a rispondere a qualche domanda", dice la voce.
"Allora la risposta è no", dico.
Una pausa.
"Posso provare a farle cambiare opinione?", dice la voce, ora nuovamente professionale al cento per cento.
"Prego", dico.
"Dopo averle fatto alcune semplici domande", dice la voce, didattica, "le darò un numero di telefono e un numero di codice. Lei potrà telefonare a quel numero, digitare il codice sulla tastiera del telefono, e partecipare all'estrazione di duecento telefonini".
"Mi dispiace", dico, "ho appena vinto un telefonino con il programma a punti di Vodafone".
"Questo è un telefonino con gli mms", dice la voce.
"Anche quello che ho vinto ha gli mms", dico.
"Può sempre regalarlo", dice la voce. "I telefonini con gli mms sono un regalo gradito. Non sono ancora tanto diffusi ".
"Quello che ho vinto", dico, "l'ho appunto regalato".
"Per sé lo possiede già?", dice la voce.
"No", dico. "Ho un telefono portatile vecchio e da quattro soldi. Gli mms non mi interessano".
"Come mai?", dice la voce.
"A lei interessa un barbecue?", dico.
"No", dice la voce ridendo, "non saprei che cosa farmene".
"Nemmeno un barbecue superaccessoriato?", dico.
"Men che meno", dice la voce.
"Ecco", dico. "Ci siamo capiti".
"E adesso che siamo in confidenza", dice la voce, "accetterebbe di rispondere a qualche semplice domanda sui consumi maschili?".
"No", dico.
"Sono solo dieci domande", dice la voce. "Si sta un attimo".
"Vede", dico, "quando lei ha chiamato stavo mettendo fuori il bucato".
"L'ho disturbata?", dice la voce.
"No", dico, "non è quello il punto. Appena finisco di mettere fuori il bucato devo stirare il bucato precedente, che ho appena finito di tirare giù, e poi devo metter su la cena".
"Se è per il tempo", dice la voce, "a quest'ora avevamo già finito".
"Non è questione di tempo", dico. "E' che non mi sento tanto maschile".
La voce ride. "Ormai sono molti gli uomini che fanno lavori in casa", dice.
"E’ vero", dico. "Ma io sono in lista d'attesa per l'operazione".
"Quale operazione?", dice la voce.
"L’operazione", dico.
La voce ammutolisce.
Io aspetto.
Poi: "A volte", aggiungo, "il dato formale anagrafico inganna".
Una pausa.
"Non le credo", dice la voce.
In estate diversi quotidiani allettano i loro lettori con cicli di racconti, generalmente a tema. Il quotidiano Avvenire ha cominciato a pubblicare il 1° agosto, e continuerà fino a fine mese, racconti sul tema "un disco per l'estate". Il mio racconto è uscito qualche giorno fa. La consegna era questa: nel corso del racconto si doveva fare riferimento a una canzone, un pezzo, un qualcosa di musicale. Io ho pensato subito agli Einsturzende Neubauten.
Se vi interessa il racconto, cliccate qui.
La carta di oggi dice: Overtly resist change, "Resisti apertamente al cambiamento".
Nei giorni scorsi ho riletto un lungo romanzo (più di ottocento pagine) edito quasi clandestinamente quattordici anni fa (cioè: stampato a cura degli amici dell'autore e diffuso per via di amicizie, passato di mano in mano) e che tra poco più d'un mese sarà finalmente pubblicato in senso proprio (cioè ristampato e mandato in libreria) dalla casa editrice Sironi, per la quale lavoro.
Il romanzo s'intitola La messa dell'uomo disarmato; l'autore è don Luisito Bianchi, nato nel 1927, attualmente cappellano dell'Abbazia di Viboldone (appena fuori Milano).
Don Luisito Bianchi ha pubblicato - in senso proprio - vari altri libri, tra i quali ho letto, e mi è sembrato assai notevole, Come un atomo sulla bilancia (Morcelliana, 1972), racconto della sua esperienza come prete operaio.
Io non sapevo niente di don Luisito. A portare in casa editrice il libro - una copia dell'edizione "amicale" - è stata Paola Borgonovo, caporedattrice di Sironi. Che lo aveva letto qualche tempo prima, ricevendolo in dono non ricordo più se da un'amica, una sorella, una cugina e una zia. Paola mi fece leggere il libro quando avevo appena cominciato il lavoro per Sironi (nell'estate del 2001). Io trovai il libro assai bello, ma non "realizzai". Non mi resi conto che, visto il tipo di "pubblicazione per gli amici" che il libro aveva avuta, aveva senso pensare a una ripubblicazione. In più, in quel momento eravamo tutti protesi verso i "nuovi" autori. Eccetera eccetera: succede, di essere temporaneamente poco sensibili.
Ma quello che deve succedere, a un certo punto succede. Paola ha fatto circolare il libro nel gruppo. Enrica Brambilla, l'addetta stampa di Sironi, l'ha letto e ne è rimasta impressionata (Enrica è una che, quando legge un libro che le fa impressione, buona o cattiva che sia, poi se lo sogna per due settimane). Poi ha detto a Paola: "Senti, don Luisito sta qui a due passi, andiamo a trovarlo". Sono andate. Hanno fatto conoscenza. Hanno scoperto che l'edizione "amicale" del libro era quasi esaurita, e che gli amici di don Luisito pensavano a una ristampa. A questo punto, non si poteva perdere l'occasione.
Paola ed Enrica hanno fatta esplicitamente la proposta. Tutto il gruppo ha guardato o riguardato il libro. Tutti hanno detto: "Sì".
Il libro dunque uscirà entro un paio di mesi.
La carta di oggi dice, dicevo: "Resisti apertamente al cambiamento".
La messa dell'uomo disarmato è, dice il sottotitolo stabilito da don Luisito, Un romanzo sulla resistenza. Comincia con la descrizione della vita quasi idilliaca di un piccolo paese della bassa pianura Padana. C'è una famiglia quasi perfetta (ma non per questo protetta dai dolori e dai pericoli...), un arciprete quasi perfetto (ma non per questo immune da errori), un maresciallo dei carabinieri quasi perfetto (ma è pur sempre un carabiniere...), e così via. Siamo a pochi mesi dall'inizio della guerra. Don Luisito racconta fatti minimi (con una lingua molto bella, con grande precisione nel nominare ogni cosa, e con una stupefacente bravura nel disegnare, allineando brevissime scene, delle "panoramiche" della vita del paese). Poi c'è la guerra. Poi il 25 luglio del '43 (seduta del Gran Consiglio del Fascismo, Mussolini arrestato, "La guerra continua"...). Poi l'8 settembre (l'armistizio separato, lo sbandamento dell'esercito italiano, i tedeschi diventano da alleati invasori...).
Tutti i personaggi della storia, ciascuno a suo modo, resistono. Quasi tutti sognano un futuro di giustizia e pace: chi, appunto, come in sogno; chi come progetto politico; chi come rivendicazione sociale. Tutti, direi così a occhio, fondano il loro sogno d'un futuro in un passato.
La stessa vita idilliaca del paesello è, per così dire, un passato. I personaggi hanno sperimentato la possibilità di una vita non tutta giusta e pacifica, ma nella quale giustizia e pace sembravano cose pensabili, possibili. Quindi la resistenza che i personaggi mettono in atto (andando a un certo punto in montagna, prendendo le armi...) è una resistenza in nome d'un futuro il cui sogno è fondato sull'esperienza di un passato.
Dicevo: "vita idilliaca del paesello". La parola "idillio" non è la migliore. Potrei dire: una vita regolata da tradizioni e consuetudini. Potrei anche dire: una vita liturgica: nella quale il ritornare delle azioni tradizionali e consuetudinarie non è solo regolato dai tempi della liturgia (le festività durante l'anno, le ore durante il giorno...) ma è percepito esso stesso come liturgia.
[Mi ricordo, così al volo, alcune frasi di Pier Vittorio Tondelli in Camere separate: "Celebrare come liturgia la vita stessa", "«Posso vivere senza dio, ma non posso vivere senza religione» (cito a memoria, dovremmo essere circa alle pp. 89/91)].
Potrei quindi forzare la frase: "Resistere apertamente al cambiamento" fino a farle significare: "Difendere apertamente ciò che nel mio agire, nel mio stare al mondo, percepisco come liturgia".
Che Brian Eno avesse in mente tutt'altro, ovviamente, non ha alcuna importanza.
Due paginette di questo diario sono state pubblicate nel numero 1 di Vertigine, "periodico di poesia e narrativa" curato da Rossano Astremo. Si tratta di Filtro e Intervista. In Vertigine (che è una cosa piccola, dodici pagine in tutto) ci sono anche alcune poesie di Mauro Desiati (l'autore di Neppure quando è notte, Pequod) e un lungo articolo su William Burroughs dello stesso Astremo.
Vertigine è anche un blog: http://vertigine.clarence.com.
Pantelleria, giovedì scorso. Cinque del pomeriggio. Sto risalendo a piedi da Balata dei Turchi (un accesso a mare) verso la strada perimetrale. Un'ora circa di cammino sulla strada sterrata, in buona salita, al sole.
La strada è terribile, tutta buchi e pietre. Di tanto in tanto incontro qualche automobile che scende. I guidatori guidano con molta cautela, a passo d'uomo. In realtà si fa prima a pedi.
Quando incrocio un'automobile, guardo attraverso il parabrezza la faccia di chi guida. Vedo facce sudate (fa caldo), tirate (guidare qui è durissimo), imbarazzate (avremmo fatto meglio a lasciare l'auto da qualche parte...), incerte (ma sarà davvero questa la strada per il mare?).
Io sono arrossato dal sole, sudato. Ho una maglietta rossa che mi si appiccica da tutte le parti, lo zaino, un fazzoletto in testa, gli occhiali da sole. Cammino lento.
Arriva una Panda. Mi faccio da parte. Qui la strada è abbastanza stretta. La Panda si ferma. Ci sono tre ragazzi a bordo. Il ragazzo che guida domanda: "Ma si arriva a Balata dei Turchi, per di qua?".
Per rispondere mi abbasso, mi appoggio all'auto, mi tolgo gli occhiali da sole.
"Sì, si va di qua. Direi mezz'ora buona in auto, forse un po' meno a piedi. Se trovate spazio da metter giù l'auto, e poterla anche voltare, fate meglio".
"Ma il posto è bello?", dice il ragazzo.
"Sì. E c'è anche poca gente, adesso", dico.
"Ma lei si chiama Giulio?", dice il ragazzo.
"Sì", dico.
"Giulio Mozzi?", dice il ragazzo.
"Sì", dico.
"Io sono Aurelio, si ricorda di me? Ho fatto un suo corso...".
Arriva un'altra Panda. Si ferma. Suona. Aurelio deve andare. Mi fa ciao con la mano, continua a scendere. Passa l'altra Panda. Riprendo a salire.