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BlogNation
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25.07.03

Care voi, cari voi

Care voi, cari voi: vado in vacanza. A Pantelleria. Fino al 10 agosto. Poi probabilmente sto in giro qualche altro giorno. Non credo che da lì potrò accedere alla rete. Quindi vi saluto. A tra un po'.
Grazie.

Posted by giuliomozzi at 21:41 | Comments (15) | TrackBack

Un'ora

Ieri sera tardi, o stamattina presto, non ricordo bene, mentre tiravo fuori dalla pancia del computer e stampavo a maetta dei possibili materiali e/o spunti per quattro ore di conversazione su La descrizione di luoghi (il mio lavoro di stamattina, a Verona), mi è capitato sott'occhio il testo che potete leggere qui. E' un testo del 1998, scritto mentre lavoravo a Sarajevo (un laboratorio di scrittura nel contesto della Biennale d'arte dei giovani d'Europa e del Mediterraneo).
Si tratta in effetti di un mezzo testo. L'altro mezzo testo se l'è mangiato un improvviso crash del computer sul quale lavoravo. Il testo intero si chiamava Due ore, e quella che mi è sparita è la seconda ora, l'ora serale. Perciò quello che ne resta si chiama Un'ora.
Anche se ci trovo dei difetti (è troppo poco freddo...) lo lascio così com'è. Non mi pare sensato rimetterci le mani. Non so neanche se sarei capace, a quasi cinque anni di distanza.

Posted by giuliomozzi at 21:34 | Comments (1) | TrackBack

24.07.03

Lettera di P*

P*, che non conosco personalmente, ma solo via posta elettronica, e che è una persona molto intelligente e cara, mi ha scritta una lettera che con la sua autorizzazione pubblico.

Caro Giulio, ti scrivo a caldo dopo aver letto Trenitalia.
Perché ti nascondi in questo modo? Abbiamo le tue avventure, d'accordo: ci dici che vai qui e vai lì, che vedi questo e vedi quello. Ma è curioso, i tempi morti delle tue giornate ce li racconti assai di più dei tempi vivi. A leggerti, si stenta a capire che cosa tu esattamente faccia, nelle tue giornate. Luciano Laremi ha scritto in un commento che sembri "un azionista di Trenitalia che riceve strane telefonate". E' vero.
A volte sembra che tu ci racconti qualcosa di tuo. E invece no. Ho riletto quasi tutto il tuo blog, e mi sembra di non averci trovato quasi nessun sentimento espresso direttamente. E tutto quello che è espresso indirettamente, è espresso anche, secondo la carta che hai pescato oggi (ho appena letto), con ambiguità. Anche oggi ci hai fornito due storie, che s'interrompono a metà. No, non voglio sapere che cos'è successo dopo. Ma, dopo che hai scritto venti, trenta righe per raccontare una storia, che è una cosa che immagino costi anche a te una certa fatica, mi fa impressione vedere che nell'ultima riga, zac!, ti tiri via. Dirò di più: nel momento stesso in cui entri, tirato per i capelli (o per gli occhi), nella scena che stai raccontando, in quel momento ti tiri via, tagli la narrazione, interrompi.
E io rimango, scusa, un po' scoglionato. Anche nel post dove parli di tuo nonno, del 26 giugno, che teoricamente appartiene proprio al genere della narrazione sentimentale (e strappalacrime), a riguardarlo, mi accorgo che fai la stessa cosa. Racconti, minuziosamente, come in un catalogo, le cose successe; e il tuo vissuto emotivo e sentimentale, che accidenti!, ci sarà pure stato, in un momento del genere (io faccio conto che quello che tu racconti corrisponda - in che modo lo sai solo tu - a qualcosa che ti è accaduto), lo nascondi con lo stesso gesto finale: uno zac!, e in più una divagazione. Che, va bene, divagazione non è, d'accordo, perché l'immagine del bosco corrisponderà appunto a un contenuto interiore, tuo, o mio, o di chiunque, eccetera eccetera. Fatto sta che io posso solo immaginarmi, che nel tuo cuore sia accaduto qualcosa.
E le conversazioni al telefono? "Dice", "Dico". Il massimo che dici è: "mi innervosisco", "mi dà fastidio", cose così. Epidermicissime. Se sono sentimenti, sono i sentimenti più elementari. Ma non sono sentimenti: è come quando dici "fa caldo", "ho freddo". Mi sembra di vederti, quando il racconto ti viene bene (perché non sempre viene bene), mi sembra di sentire la tua voce, quando leggo le telefonate: ma vedo la tua pelle, sento la tua voce. Il limite è qui.
Altrimenti, ci sono i post dove argomenti, parli. Cose razionali, o razionalizzazioni. Ti allarghi un po', ma solo un po', solo nei pezzi dove parli del tuo lavoro, del lavoro che fai con altre persone sui loro libri. Mi chiedo se tu abbia bisogno di un libro, magari in fieri, per far uscire qualcosa di te.
Ma, Giulio, tu, un "dentro", una "interiorità", o qualcosa del genere, ce l'hai? O sei un pezzo di ghiaccio? Oppure questa è la tecnica minimalista della narrazione? (quest'ultima è una risposta che non accetterei).
Scusa la libertà che mi sono preso.
Ciao.

Posted by giuliomozzi at 23:37 | Comments (11) | TrackBack

Remove specifics

Ah, la carta di oggi, pescata stamattina alle sei e venti, e rimasta là, sul tavolo, accanto al pc, era questa: Remove specifics and convert to ambiguities, più o meno: "Togli le specificità e sostituiscile con ambiguità".

Posted by giuliomozzi at 22:03 | Comments (2) | TrackBack

Trenitalia

Questo pomeriggio arrivo in Stazione Centrale di Milano alle cinque e un quarto, vedo che il treno per Venezia delle cinque e cinque ha un ritardo di venti minuti, faccio il biglietto al volo, compero una bottiglietta d'acqua, corro.
Il treno delle cinque e cinque, lo conosco bene.

Le prime carrozze sono sempre strapiene, con gente in piedi anche sulle piattaforme, ma basta avere la pazienza di risalirlo e l'ultima carrozza, cioè la prima, quella attaccata al locomotore, è sempre semideserta. Inoltre è diversa dalle altre, con belle poltrone azzurre e tavolini, quasi come un eurostar.
Così salgo a bordo giusto in tempo, sento i ferrovieri fischiare, la sirena fischiare a sua volta, le porte chiudersi. Il treno si muove. Mi muovo anch'io. M'incammino. M'infilo nella ressa, tengo lo zainetto sopra la testa per scivolare meglio tra corpo e corpo, dico "Scusi" e "Permesso", cerco di pestare meno piedi che posso.
L'ultima carrozza, quella azzurra, è come al solito semideserta.
Mi siedo, bevo un po' d'acqua, tiro fuori il libro (La narcisata / La controra di Alberto Arbasino, appena comperato alla Libreria di Porta Romana, la prima edizione Feltrinelli del 1964), mi metto a leggere.
Bevo.
Leggo.
Bevo.
Metto giù il libro, provo a sonnecchiare un po'. Anche ieri sono stato alzato fino a tardi, a chiacchierare di massimi sistemi con F*, e stamattina ero in piedi alle cinque e tre quarti.
Sogno Tiziano Scarpa. Sento delle voci brasiliane, voci brasiliane che parlano in cattivo italiano. Sogno Tiziano Scarpa che a Stoccarda legge "Popcorn", la radiocommedia con la quale ha vinto anche il Prix Italia, e che oggi si può leggere in Cosa voglio da te, il suo ultimo bel libro uscito per Einaudi. L'ho riletto qualche giorno fa. Dormo, sogno, sento le voci brasiliane, vedo Tiziano Scarpa che legge "Popcorn" a Stoccarda. Penso, dormendo e sognando, che "Popcorn" mi ha fatto molto ridere e mi ha molto commosso.
Apro gli occhi e vedo che vicino a me, nei quattro posti dall'altra parte del corridoio, ci sono tre persone che prima non c'erano. Due donne e un uomo. Le donne fanno le voci brasiliane e parlano in cattivo italiano a voce molto alta. L'uomo ha pantaloni neri, cintura con le borchie, canottiera nera a spalla larga: è piccolo e peloso, avrà la mia età (quarant'anni, quarantacinque). Le due donne sono enormi e non si capisce l'età. Hanno pantaloni alla caviglia e top: una tutta nera, l'altra tutta gialla. Hanno piedi enormi e tette enormi. Quella tutta gialla è seduta accanto all'uomo in canottiera (lei al finestrino, lui al corridoio) e tiene la mano sinistra posata sulla coscia di lui, molto vicino all'inguine.
Vabbè, penso.
Mi rigiro, provo a dormire ancora. Questa sera devo andare a letto presto. Domani sono a far lezione a Verona. C'è anche uno sciopero dei treni, mi ha detto qualcuno stamattina, devo informarmi. Cambio posizione. Mi dà fastidio il sole. Tiro giù la tendina. Mi dà fastidio il freddo del condizionamento.
Ho capito, non dormo più.
Riprendo il libro.
Le due donne che non sembrano del tutto donne parlano all'uomo con la canottiera, gli fanno le vocine, fanno voci sottili, flautate, poi ridacchiano, di nuovo parlano a voce alta, oppure parlano in brasiliano tra di loro, con toni improvvisamente seri. Ogni tanto suona il telefono dell'una o dell'altra, allora rispondono con voci sottili, flautate.
L'uomo con la canottiera racconta di essere stato in Brasile, qualche mese fa, che il Brasile gli è piaciuto, che si è divertito.
Mi concentro sul libro. Leggere Arbasino con due transessuali accanto che cercano di imbarcare un uomo piccolo e peloso in canottiera nera, mi fa uno strano effetto. Potrei spostarmi. Non ne ho voglia. Mi concentro, mi concentro sul libro.
L'uomo piccolo e peloso telefona a un amico, lo fa parlare prima con una donna, poi con l'altra. Ridono. Le due donne vanno a Vicenza, l'uomo prosegue, ma mi par di capire che ci sia nell'aria una specie di appuntamento per dopo. Magari con l'amico. L'uomo tira fuori un'agendina nera, si scrive i numeri di telefono delle due donne.
Io sto girato dall'altra parte. Fuori non c'è più sole, è coperto, c'è poca luce. Il vetro del finestrino fa specchio.
La donna tutta gialla accarezza il collo dell'uomo, la coscia dell'uomo, l'inguine dell'uomo, la pancia dell'uomo. Lui un po' la lascia fare, un po' la allontana.
Riprendo sonno. Sogno il cardinal Martini che legge un libro grossissimo, poi solleva gli occhi dal libro e dice: "E' molto bello". Poi offre del torrone a tutti.
Il capotreno annuncia l'arrivo nella stazione di San Bonifacio. Next stop, San Bonifacio.
Apro gli occhi. In quel momento la donna tutta gialla solleva il top liberando le due tette enormi, sporge il busto avvicinandole al viso dell'uomo in canottiera. Incrocio il suo sguardo.

Posted by giuliomozzi at 21:47 | Comments (8) | TrackBack

Sonno

Sono a Milano. Ho preso l'eurostar da Padova alle 6.58, come al solito. Carrozza 11, semivuota. A Verona è salito un signore sulla sessantina: completo blu, camicia bianca, cravatta discreta, borsa di pelle molto vissuta. Si è seduto vicino a me, ha tirato fuori dalla borsa il giornale (L'Arena di Verona), l'ha aperto alla pagina dello sport, ha allungato le braccia e l'ha scosso per distenderlo ben bene.
Poi si è addormentato, di colpo.

Teneva il braccio destro appoggiato al tavolinetto, il sinistro sollevato, le dita bene strette a reggere il giornale.
Russava leggermente.
Io un po' leggevo il mio libro (Tecnica del romanzo del Novecento, di Wayne C. Booth, Bompiani 1948), un po' lo tenevo d'occhio.
Ogni tanto il suo leggero russare s'ingolfava, ma poco, per un momento sembrava smettere di respirare, poi continuava tranquillo.
Nella carrozza qualcuno chiacchierava, qualcuno telefonava. Qualche suoneria suonava. Fuori pioveva, si vedevano anche lampi.
Il signore sulla sessantina si è svegliato a Lambrate. Ha aperti gli occhi, e gli sono cadute le braccia. Ha buttato L'Arena sul sedile. Per cinque minuti, finché siamo arrivati a Milano Centrale, non ha fatto altro che massaggiarsi e sgranchirsi le braccia, imprecando sottovoce (molto discreto).
A Milano Centrale, termine corsa, è sceso; abbandonando L'Arena sul sedile.

Posted by giuliomozzi at 14:52 | Comments (8) | TrackBack

23.07.03

Alle quattro del pomeriggio

Sono le quattro meno dieci del pomeriggio. Sono nella stazione ferroviaria di Pordenone, seduto su una panchina del secondo binario. Aspetto il treno per Mestre. A Mestre cambierò per Padova, mia città.

Il telefono portatile suona. Lo tiro fuori dalla tasca dello zainetto. Il numero è coperto. Ci sono solo due persone che mi telefonano da un numero coperto: l'Arci di Padova ed E*. Escludo che sia l'Arci di Padova.
Rispondo.
"Buongiornoo, è il dottor Mozzii?". Riconosco la voce.
"Buongiorno", dico. "Stamattina ero quasi dalle sue parti, sa?".
"Come sarebbe a diree?", dice la voce.
"Eh, ero a Lignano", dico.
"E cosa ci facevaa a Lignanoo?", dice la voce.
"Dovevo fare una conferenzina", dico.
"Ma che conferenzina eraa?", dice la voce.
"Ma, non sto a spiegarle adesso", dico, "è lei che mi ha cercato, mi dica".
"Ma lei non le fa le conferenze a Gradoo"?, dice la voce.
"No", dico, "finora non mi è mai capitato".
"E perchéé?", dice la voce.
"Ma", dico, "non mi hanno mai invitato", dico.
"Ma non la conoscono a Gradoo?", dice la voce.
"Ma non lo so", dico, "non mi sono mai posto il problema".
"Se vuole la presento ioo", dice la voce.
"Ma no, lasci stare", dico. "Piuttosto, lei mi ha cercato: mi dica".
"Così, volevo fare due chiacchieree", dice la voce.
"Mi dica", dico.
"Ci ho pensatoo, saa, a quello che lei mi ha detto l'altro giornoo", dice la voce.
"Bene", dico.
"Le interessaa, quello che ho pensatoo?", dice la voce.
"Mi dica", dico.
"Ma le interesaa o noo?", dice la voce.
"Ma non lo so", dico, "se mi interessa lo saprò dopo che me l'avrà detto".
"Insomma, non le interessaa", dice la voce.
"Ma no!", dico.
"Insomma, state facendo una puttanataa", dice la voce.
"E perché?", domando.
"Perché è una puttanataa", dice la voce.
"Ma mi spieghi perché", dico.
"Una puttanataa si riconosce a prima vistaa", dice la voce.
"Ma, non so, io non la vedo", dico.
"Anche se non la vedee, resta sempre una puttanataa", dice la voce.
"Senta", dico, "non ho tanta voglia di stare qui a sentire uno che mi dice che abbiamo fatta una puttanata, senza neanche degnarsi di spiegarmi perché".
"Tanto lei non capirebbee. Non ci arrivaa", dice la voce.
"E vabbè", dico. "Ma se non ci arrivo, perché mi telefona?".
"Me lo domando anch'ioo", dice la voce. "Buonaseraa".
In quel momento annunciano il mio treno.

Posted by giuliomozzi at 22:28 | Comments (6) | TrackBack

Strategie oblique

Mi accorgo solo ora che Scintilla ha pescato un sito in flash che permette di estrarre, presumo casualmente, le carte delle Strategie oblique. Il testo è fornito sia nell'originale inglese sia in francese. Il sito in flash è qui. Scintilla l'ha anche linkato sulla prima pagina del suo blog. Grazie per la segnalazione.

Posted by giuliomozzi at 21:14 | Comments (4) | TrackBack

Araldica

Dunque: oggi alle 19.45 circa sono a Padova in Feltrinelli (per comperare i Saggi di Francesco Bacone, ed. Sellerio). Incontro A1*. In quell'istante mi telefona M*. Gli passo A1*, così lo saluta. Poi arriva N*. Presento A1* e N*. N* mi dice: "Sai, il tuo pasticcere è mio zio".

Approfondiamo la faccenda e scopriamo che N* ha sposata la sorella di F*, che è il datore di lavoro di U*, che è il coinquilino di A2*, che ha pubblicato un racconto in un libro in cui c'era anche A1*. Quindi N* e A1* sono, per così dire, quasi parenti.
Questo facciamo sempre, d'istinto, no? Stabiliamo che apparteniamo tutti a una rete, a un club, a una famiglia, a un vicinato di qualche tipo. Così ci sentiamo sicuri.

Posted by giuliomozzi at 20:59 | Comments (8) | TrackBack

Define an area as "safe"

La carta di oggi è: Define an area as "safe" and use it as an anchor: "Individua un'area 'sicura' e usala come ancoraggio". Bene. Ho il treno tra quarantasei minuti, e devo ancora farmi la doccia. Corro.

Posted by giuliomozzi at 06:48 | Comments (2) | TrackBack

22.07.03

Non fate a meno del Frenulo a Mano

In realtà è solo una scusa. Dirvi che l'Umberto, l'Umberto Casadei, quello che ha scritto Il suicidio di Angela B., sarà a Reggio Emilia sabato 26 luglio. E' una scusa per dirvi che trovate tutte le informazioni, sul dove e sul come, cliccando qui. E una volta che avrete cliccato qui, vi sarete ritrovati a bordo di FaM, ossia Frenulo a Mano, una sedicente "rivista di letteratura fica", che mi pare a buon diritto si dica tale. In somma, se siete da quelle parti sabato 26 (io non ci sarò, in quel preciso momento starò cercando un alimentari aperto a Pantelleria), passate a incontrare l'Umberto, ma non passate solo per lui, passate anche per fare conoscenza con i FaMuli, o i frenuli (non so come preferiscano essere detti), che per quel che ne so (un po' anche di persona) sono persone che a volte mi domando se sanno quello che fanno, altre volte mi domando se io capisco quello che fanno, ma sicuramente quello che fanno lo fanno assai bene.
Quanto a loro, ai FaMelici, mi piace dedicargli la carta del giorno: Always first steps, "Sempre dei primi passi". L'esistenza è un eterno inizio.

Posted by giuliomozzi at 14:23 | Comments (10) | TrackBack

Lorenzo Calogero e Franco Brizzo

In un commento a Be extravagant, Paolo si domanda: "E chi sarebbero Calogero e Franco Brizzo? Mah".
Lorenzo Calogero è un poeta quasi leggendario (qui una sua fotografia che mi ha spedita Nicola Molon). Mettendo in Google "Lorenzo Calogero poeta" saltano fuori nella prima schermata tre o quattro pagine su di lui.
Franco Brizzo invece è un giovane artista prodotto da Bruno Lorini e da me; qui c'è una piccola scheda su di lui.

Posted by giuliomozzi at 14:04 | Comments (4) | TrackBack

vibrissestate 1

Ieri ho spedito il primo vibrissestate. Riporto qui la parte di notiziario.

Posted by giuliomozzi at 09:22 | Comments (1) | TrackBack

21.07.03

Be extravagant

Dimenticavo. La carta di oggi dice: Be extravagant, "Sii stravagante".

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(Può andare?)

Posted by giuliomozzi at 17:57 | Comments (8) | TrackBack

Di mattina presto

Sono a casa. Sto lavorando (stampo indirizzi, incollo etichette, impacchetto pacchetti). Il telefono suona. Quello sul tavolo. Sono le sette e venti. Tullio non è, perché Tullio chiama sempre sul portatile. Sarà F*?

F* può chiamarmi a quest'ora, sa che mi trova. Ma F* non ha ragioni di chiamarmi, oggi. Due squilli. L'esperienza insegna che nelle ore non standard, telefonano solo gli amici e i fuori di testa. Il telefono portatile è nell'altra stanza. Vado a prenderlo. Tre squilli. Sì, è acceso, dunque non è Tullio che ha trovato spento. Chi sarà mai? L* no, figurarsi, a quest'ora. Forse Umberto? Quattro squilli. Umberto potrebbe essere sul punto di andare a letto. Non so neanche se ha da proiettare in giro, questi giorni. Ieri sera sono passato davanti al cinema. Cinque squilli. Ed era chiuso.
Rispondo.
"Buongiornoo, è il dottor Mozzii?". Una voce maschile, voluminosa.
"Buongiorno", dico. "Sono Giulio Mozzi. Lei cercava Giulio Mozzi?". Non si sa mai.
"Cercavoo lo scrittoree, è leii?", dice la voce.
"Sono io", dico. Amen.
"Ecco sentaa, io le telefonavoo perché avrei scrittoo due romanzii, cioè quattroo, ma due sono già stati pubblicatii, per le Edizioni dell'Antico Torchioo, lei ha presentee?".
Penso all'Antica Gelateria del Corso e rispondo: "No. Mai sentite nominare".
"Ecco sentaa, io con questi quii ho fatto due romanzii, noo?, e avrebbero anche venduto benee, se loro si fossero dati una mossaa, invece hanno venduto solo duemila copiee, abbiamo fatto due edizionii, e allora adesso che ho qui due romanzii, volevo pubblicarli da leii", dice la voce.
"Ma", dico, "prima dovrò leggerli".
"Ecco sentaa, io passavo per Padova giovedìi, così glieli portoo, facciamo quattro chiacchieree", dice la voce.
"Ma, vede", dico, "anche se ci vediamo, finché io non ho letti i testi, non è che abbiamo molto da dirci".
"Ecco sentaa, noo è che le volevo spiegaree, perché sono romanzi che hanno un messaggioo particolaree, così non volevo essere fraintesoo, e poi così possiamo parlare degli aspetti commercialii, che sono importantii, noo?", dice la voce.
"Ma, guardi", dico, "quanto al messaggio contenuto nei romanzi, è proprio meglio se non ne parliamo prima: perché se il romanzo fa passare il suo messaggio, bene, ma se ha bisogno di spiegazioni di contorno, allora vuol dire che non basta a sé stesso. E quanto agli aspetti commerciali, mi pare un po' prematuro".
"Ecco, sentaa, ad esempio io potrei portare degli sponsoor, come la Cassa di Credito Cooperativo del Tagliamentoo e del Piavee, che ha sponsorizzato anche gli altri due romanzii, e la Cantina Sociale di Sacilee, che ha sponsorizzato solo il secondoo, perché è arrivata tardii, ma si è già detta interessataa al terzoo", dice la voce.
"Ma, sa", dico, "che ci sia o non ci sia uno sponsor, a me non interessa mica tanto. A me interessa consigliare all'editore buoni libri".
"Ecco, sentaa, io comunque sarei là giovedìi, le faccio uno squilloo, andiamo a mangiaree un bocconee", dice la voce.
"Ma, ecco", dico, "io giovedì non ci sono proprio. Sono a Milano, in casa editrice".
L'uomo, mi aspettavo che rilanciasse su mercoledì o venerdì. Invece, e non me l'aspettavo, sta zitto qualche secondo.
"A Milanoo, ha dettoo?", dice poi.
"Sì", dico. "A Milano. La casa editrice per la quale lavoro è a Milano".
"Non è a Padovaa?", dice.
"No", dico. "Io abito a Padova, ma lavoro per una casa editrice di Milano".
"Ma allora è una cosa milanesee", dice.
"E un'azienda di Milano", dico.
"Quindi non vi interessaa, uno scrittore di Gradoo", dice.
"Ma no!", dico. "L'editore è di Milano, ma pubblica persone che abitano in ogni parte d'Italia. Abbiamo autori piemontesi, emiliani, pugliesi, napoletani...".
"Ecco sentaa, anche del Sud, alloraa?", dice.
"Sì, certo", dico, "anche del Sud. Anzi, in proporzione con le altre case editrici, abbiamo parecchi autori del Sud".
"Ah bee, alloraa, mi scusi tantoo, ma non ci siamoo", dice.
"Cioè?", domando, con il cuore pieno di gioia.
"Non ci siamoo, non ci siamoo. Arrivederla, dottor Mozzii", dice.
"Buona giornata", dico.
Clic.
Bene. Sono le sette e mezza. Se sono sopravvissuto a questo, oggi, sopravviverò a qualunque cosa. Domani si vedrà.
Suona il telefono. Il portatile. E' Tullio. Un amico.

Posted by giuliomozzi at 08:18 | Comments (10) | TrackBack

20.07.03

Take a Break

"Prénditi una pausa". Sono tornato a casa, ho il mazzo delle Strategie oblique, e ho pescata questa carta .
Decisamente, sembra che con le Strategie oblique Brian Eno e Peter Schmidt abbiano inventato uno strumento per non lavorare, piuttosto che uno per lavorare.
Bene, mi prendo una pausa. Non è che mi metta in panciolle. Mi metto a fare qualcosa di completamente diverso. Ho trenta etichette da incollare su trenta scatole. Farò questo, intanto. Poi si vedrà.

Posted by giuliomozzi at 19:46 | Comments (2) | TrackBack

19.07.03

Volo

Ieri, sull'aeroplano che mi portava a Palermo, accanto a me era seduta una ragazza alta, bionda tinta, non brutta di corpo, così così di viso. Vestiva pantaloni grigio chiaro gessati, top di maglina grigio chiaro, giubbino alla cinese grigio chiaro.

Io avevo il finestrino alla mia destra, lei alla mia sinistra. Lei, spesso, si sporgeva per guardare fuori dal finestrino.
Ogni tanto si sollevava un po', si voltava, scambiava qualche parola con un'altra donna seduta da qualche parte, dietro.
Non aveva bagaglio a mano. Solo la borsetta.
Quando parlava con l'altra donna dietro, diceva delle mezze frasi, interrompendole come se non sapesse come finirle. L'accento veneto era pesante. Parlava un po' rozzamente, ecco.
Poi per un bel po' ha dormito.
Nell'aeroplano c'era molta vita. In fondo, verso coda, c'erano due famiglie con tanti bambini. I bambini cicalavano, strillavano, ridevano. Al decollo e all'atterraggio hanno battuto le mani. Non li vedevo, li sentivo soltanto, ma sembravano davvero simpatici.
Quando siamo arrivati all'aeroporto "Falcone e Borsellino" di Palermo, accanto al nostro aeroplano s'è fermata un'auto dei carabinieri. La ragazza alta è scesa dalla scaletta, si è diretta all'auto dei carabinieri, ha ricevuto il saluto del carabiniere (sorriso, stretta di mano, cappello appena sollevato) ed è salita nell'auto. Via.
Chi era, questa ragazza alta?

Posted by giuliomozzi at 23:36 | Comments (6) | TrackBack

17.07.03

Piccolo stupidario letterario

Questo testo non è nuovo. L'ho scritto qualche anno fa ed è stato pubblicato dalla rivista L'Indice. L'ho ritrovato oggi (me l'ero scordato del tutto) e mi diverte l'idea di proporvelo.
Cliccare qui: Piccolo stupidario letterario ad uso delle persone intelligenti affinché sappiano, in ogni occasione, ciò che non devono dire.

Posted by giuliomozzi at 21:56 | Comments (10) | TrackBack

Lui

Be', ragazzi, non è roba per tutti. Comunque, cliccando qui, trovate la faccia di Marco Candida. E invece qui, trovate la prima pagina del suo blog. Invece, cliccando qui trovate la prima pagina del blog che hanno aperto insieme Marco Candida e Alessandro, che peraltro ha già un suo blog, che trovate qui.
Chiaro?

Allora: ormai ho capito. Marco Candida fa, ha fatto, sta facendo, farà, avrà fatto, facesse, avesse fatto, farebbe, tutto quello che faccio io. Generalmente lo farà in forma maggiorata, esagerata, esaltata, moltiplicata. Inoltre lo farà prima, più velocemente, con più tempismo, just in time.
Faccio solo qualche esempio:
Io esisto. Lui esiste.
Io mangio. Lui mangia.
Io dormo. Lui dorme.
Io abito. Lui abita.
Io viaggio. Lui viaggia.
Io leggo. Lui legge.
Io vado di corpo. Lui va di corpo.
Io mi lego le scarpe. Lui si lega le scarpe.
Io sturo il lavandino. Lui stura il lavandino.
Io mescolo l'insalata. Lui mescola l'insalata.
Io mi pulisco i piedi sullo stuoino. Lui si pulisce i piedi sullo stuoino.
Io esco di casa ogni mattina per recarmi al lavoro come ogni buon cittadino esemplare. Lui esce di casa ogni mattina per recarsi al lavoro come ogni buon cittadino esemplare.
Io verso sera quando come spesso in questa stagione il cielo sembra abbassarsi e il sole diventa una palla rossa come la spia dello scaldabagno nella stanza da bagno immersa nell'oscurità (total darkness), vengo preso da un sentimento di pienezza e di vuotezza insieme, che non so quale delle due cose sia quella giusta e buona e vera. Lui verso sera quando come spesso in questa stagione il cielo sembra abbassarsi e il sole diventa una palla rossa come la spia dello scaldabagno nella stanza da bagno immersa nell'oscurità (total darkness), viene preso da un sentimento di pienezza e di vuotezza insieme, che non sa quale delle due cose sia quella giusta e buona e vera.
Io guardo. Lui guarda.
Io cammino. Lui cammina.
Io tocco gli oggetti. Lui tocca gli oggetti.
Io trovo assai simpatica W*. Lui trova assai simpatica W*.
Io mastico piano. Lui mastica piano.
Io canto da solo con gli occhi chiusi e le braccia aderenti al corpo in un capannone industriale abbandonato (in a very large room) alla periferia di Bisceglie, con le pareti di cemento che mi rimandano l'eco distorta della voce e i ratti incuriositi che se ne vengono fuori dai buchi per vedere che cosa succede, e dopo un po' se ne tornano nei loro buchi con la curiosità soddisfatta e la sensibilità disgustata. Lui canta da solo con gli occhi chiusi e le braccia aderenti al corpo in un capannone industriale abbandonato (in a very large room) alla periferia di Bisceglie, con le pareti di cemento che gli rimandano l'eco distorta della voce e i ratti incuriositi che se ne vengono fuori dai buchi per vedere che cosa succede, e dopo un po' se ne tornano nei loro buchi con la curiosità soddisfatta e la sensibilità disgustata.
Io sono. Lui è.
Io sto. Lui sta.
Io fo. Lui fa.
Io re. Lui re.
Io mi. Lui mi.
Io ci. Lui ci.
Io mah. Lui mah.
Io uf! Lui uf!
Io eh? Lui eh?
E così via.
Ma chi è veramente Marco Candida?
Ma c'è qualcuno al mondo veramente in grado di decifrare il limpidissimo enigma di quest'uomo?

Posted by giuliomozzi at 16:46 | Comments (18) | TrackBack

In total darkness

Buondì. La carta di oggi è: In total darkness or in a very large room, very quietly. "Nel buio completo o in una stanza molto grande, con grande tranquillità".
Questa mattina ho preso alle 08.55 il treno da Milano a Padova. Eurostar.

Mi sono seduto nella carrozza numero 10. Seconda classe. Carrozza deserta. C'ero solo io. A Brescia è salito uno, con braghe senape e polo gialla, che si è seduto dalla parte opposta.
Fino a Verona ho letto (Franco Brioschi, Costanzo di Girolamo, Massimo Fusillo, Introduzione alla letteratura, Carocci, pp. 270, euro 2,20: un discreto manuale, mi sarà utile per organizzare qualche lezione).
A Verona ho smesso di leggere. Ho parecchia stanchezza da smaltire. Il treno era molto silenzioso.
Mi sono messo comodo.
Sono rimasto lì, il libro chiuso tra le mani.
All'improvviso mi è caduto il libro. Eravamo quasi a Vicenza. Mi ero addormentato.
Ho raccolto il libro. Si era piegato l'angolo d'un gruppetto di pagine. L'ho posato sul tavolino per stirarlo. Mi è caduto l'occhio su una frase: "Un grande vantaggio del personaggio senza rilievo è che lo si riconosce subito" (p. 161, è una citazione da Forster, Aspetti del romanzo).
In quel momento ho sentito un tatàc, un altro rumore di qualcosa che cadeva, un rumore secco.
Ho alzati gli occhi. L'altro viaggiatore, in fondo al corridoio, si era alzato in piedi, aveva abbassati i pantaloni e si stava sistemando le mutande. Dalla tasca dei pantaloni gli era caduto l'accendino.

Posted by giuliomozzi at 12:56 | Comments (1) | TrackBack

16.07.03

Slow preparation. Fast execution.

La carta di oggi è: "Preparazione lenta. Esecuzione veloce".
Io sono molto veloce a scrivere.

Mi metto lì, e via. Ci sono dei testi che scrivo senza nemmeno pensare. Quelli più giornalistici, ad esempio. Le forme dei pezzi giornalistici sono così ben predeterminate, che pensare non serve. Ho la cosa da dire, la dico, so benissimo quali sono i modi in cui devo dirla. Niente di personale. Rem tene, verba sequentur. Idem se devo scrivere qualcosa di burocratico, e così via.
I pezzi che invece non sono formalmente prederminati, devo avere il tempo di pensarci. La verità è che non penso molto a quello che devo dire: penso alla forma. Quando ho trovata la forma, allora mi siedo e scrivo. Di botto. Naturalmente tutto si rivede, si riscrive, se c'è tempo e finché c'è tempo. Ma la "prima", anche se non è il massimo, è sempre dignitosa.
L'esecuzione veloce serve anche a lavorare con la massima concentrazione. Credo di essere uno che riesce a stare concentrato, quando scrive, piuttosto a lungo. Anche se intorno a me la gente si picchia, urla, dipinge le pareti, gioca a bocce, io non batto ciglio. Guardo il mio schermo o la mia carta. La cosa più interessante che ho scritta ultimamente (nell'ultimo anno; e: la più interessante secondo me), l'ho scritta in treno il 6 giugno scorso, sul bloc-notes, con seduta a fianco una signora fastidiosa. Ci pensavo da un mese e mezzo. Sapevo vagamente che cosa volevo (a livello di contenuto). Non avevo idee precise sulla forma. Avevo solo idee vaghe sulla forma. In treno mi si è chiarito tutto. Ho preso, e scritto. E sono anche soddisfatto (è rimasto soddisfatto anche il committente: meno male).
Che cosa sia la preparazione, poi, non è ben chiaro. In pratica è: letture, ascolti, visioni. Ammucchiate, caotiche, accerchianti (cioè: non puntate sull'argomento, ma che girano tutt'intorno). Discorsi, suoni, immagini. Che riguardano l'argomento, ma che leggo soprattutto per scoprire con quali forme hanno parlato dell'argomento.
Può succedere, succede spesso, che poi alla fine non venga fuori niente. Tutta la preparazione, allora, si butta via. Ma non è vero che si butta via. Tutto serve, tutto torna. Per me, essere pronto a sprecare è un'esigenza primaria. Se di tanto in tanto invento qualcosa, è perché in altri momenti ho sprecato.
Ma forse non è esattamente così. Mah. E' pur sempre l'una e qualcosa di notte.
Si potrebbe proporre un'altra carta: "Preparazione meticolosa. Disponibilità alla rinuncia". Oppure: "Uno spreco calcolato".

Posted by giuliomozzi at 01:28 | Comments (14) | TrackBack

15.07.03

Intervista

Sto lavorando a casa. Suona il telefono. Rispondo. Una voce maschile.
"Buongiorno, sono Tizio di ***", e cita una rivista settimanale.
"Buongiorno", dico io.
"Le telefonavo perché stiamo preparando un servizio sulle vacanze degli scrittori", dice Tizio.

Io non dico niente.
"Le telefonavo perciò", continua Tizio, "per sentire, se lei va in vacanza, eventualmente dove ci va, e perché va in vacanza, come si vive la vacanza, se ci va con gli amici, o con la sua compagna, o tutt'e due, se intende scrivere durante le sue vacanze, o se le sue sono vacanze anche dalla scrittura, per esempio".
Io non dico niente.
"Cioè", dice Tizio, "sarebbe un servizio come di consigli per le vacanze, sulle località, o anche sui modi, di andare in vacanza, un po' sulle tendenze, sulle forme alternative della vacanza, per gli scrittori, ma adatti anche a chi non è scrittore, ma che voglia affrontare l'obbligo delle vacanze in maniera creativa, spensierata".
Io non dico niente.
"Abbiamo già telefonato", continua Tizio, "a T*, A*, G*, W*, che ci hanno detto i loro progetti per le vacanze, alcuni ci hanno detto quelli veri, altri delle vacanze inventate, che va benissimo lo stesso, anche dal punto di vista della privacy, naturalmente lei è libero di fare come vuole, l'importante è che sia una cosa stimolante, che faccia un po' pensare a questa cosa delle vacanze, anche dal punto di vista degli scrittori".
Io non dico niente.
"Naturalmente", continua Tizio, "metteremo una fotina degli intervistati, magari non tutti, queste sono cose che decide il grafico, con il titolo dell'ultimo libro pubblicato, così diventa anche una cosa promozionale, nominando i vostri libri parlando delle vacanze, diventa evidente che sono i libri per le vacanze, da leggere durante l'estate, però libri alternativi, rispetto ai soliti, quelli dei premi, gli americani, quelle cose lì, così la cosa ha anche un significato letterario, quasi di confronto, per un'estate di letture intelligenti".
Metto giù il telefono, lentamente, piano.
Passa mezzo minuto.
Il telefono suona. Non rispondo.
Cinque squilli. Poi silenzio, mentre la segreteria recita il suo messaggio.
Poi sento la voce di Tizio: "Mozzi! Dottor Mozzi! Mi sente? Dottor Mozzi! Sono Tizio, del settimanale ***! Mozzi! Mi sente?".
Silenzio.
"Ma vaffanculo, va', coglione", dice Tizio.
Mette giù.
Riprendo a lavorare.

Posted by giuliomozzi at 18:41 | Comments (8) | TrackBack

Contento

Sabato è uscita la prima recensione del libro di Umberto in un giornale nazionale (Sergio Pent, sul Tuttolibri della Stampa). E due minuti fa mi arriva la newsletter di Zoooom.it, e c'è un pezzo sul libro di Laura. Bene, son contento.
Adesso vado. Ho un appuntamento alle 8.10 fuori, uno alle 11 da me, due (telefonici) tra le 14 e le 15, uno alle 17 fuori, uno alle 19.45 da me, uno alle 21 fuori città. Speriamo bene.

Posted by giuliomozzi at 07:32 | Comments (5) | TrackBack

The inconsistency principle

"Il principio di contraddizione": questa è la carta di oggi.
Ieri mattina ho spedito un po' di vibrissescatola. Poi sono andato all'Università. Ho fatto delle lezioni, l'autunno scorso, e adesso è il momento di riscuotere.

Nei giorni scorsi mi hanno telefonato tre volte per farsi dare i miei dati: indirizzo, nascita, codice fiscale, estremi bancari. Per fortuna glieli avevo già dati nel novembre scorso.
In portineria dell'Università chiedo del signor C*. L'uomo mi dice: "Deve aspettarlo al secondo piano". "In che senso", dico, "aspettarlo?". "E' andato a prendere il caffè", dice l'uomo. Io C* l'ho visto una volta sola, non me lo ricordo, così decido di non aspettarlo lì. Potrebbe passare e io non riconoscerlo, e lui non riconoscermi. Salgo al secondo piano. Sul pianerottolo c'è una porta, chiusa, e un avviso che la bidella è in ferie, e che in caso di necessità ci si può rivolgere alla signora F* del piano di sotto. Suono il campanello. Nessuno risponde. Aspetto un po'. Scendo al primo piano. Trovo la signora F*. Le chiedo del signor C*. "La prima porta a destra", mi dice. M'incammino nel corridoio. La prima porta a destra è lo sgabuzzino della fotocopiatrice. "Avanti, avanti", m'insegue la voce della signora F*. Cammino. La seconda porta è il bagno. La terza porta ha il cartellino "Privato" (come nei bar). Poi il corridoio muore in un altro corridoio, ad angolo. "Avanti, avanti", sento ancora la signora F*. Cammino. La quarta porta a destra è semiaperta, si vede un cucinino con caffettiera. La quinta porta, finalmente, ha il cartellino: "Dottor C*". Bene. Entro. Il signor C* è completamente diverso da quello che mi ricordavo. Firmo quello che devo firmare. Saluto. Uscendo, metto il naso dentro la portineria. "Dove mi ha detto che era, scusi", dico, "lo studio del signor C*?". "Terzo piano", mi dice il portinaio, "ma è in ferie".

Posted by giuliomozzi at 07:21 | Comments (3) | TrackBack

14.07.03

Don't break the silence

"Non rompere il silenzio" è la carta di oggi. Non male, per essere la prima carta che estraggo. A domani.

Posted by giuliomozzi at 08:49 | Comments (3) | TrackBack

13.07.03

Strategie oblique

Torno a casa e trovo una sorpresa. Un pacchetto dalla Gran Bretagna. Lo apro. Dentro c'è una scatoletta nera. Sulla scatoletta nera c'è scritto da una parte: Oblique Strategies. E dall'altra: Brian Eno / Peter Schmidt. Dentro la scatoletta c'è un mazzo di carte. Un lato delle carte è nero. L'altro lato è bianco, con una scritta. Ogni carta ha una scritta diversa.

Brian Eno è, per chi non lo sapesse, un musicista e un produttore musicale (nonché un artista visivo). È un uomo che, per carattere e per strategia artistica, preferisce stare dietro piuttosto che davanti. Heroes è per tutti una canzone di David Bowie, forse la più famosa canzone di David Bowie; ma è una canzone di David Bowie e Brian Eno. I dischi con i quali gli U2 o i Talking Heads si sono imposti come star mondiali sono stati prodotti da Brian Eno. Si può dire che, nella storia del cosiddetto "rock progressivo" (e, più tardi, della "ambient music") il nome di Briano Eno compaia ogniqualvolta avviene qualcosa di nuovo.
Nel 1975 Brian Eno pubblicò un curioso oggetto, prodotto in coppia con il pittore Peter Schmidt (scomparso pochi anni dopo): un mazzo di 124 carte chiamate, per l'appunto, Oblique Strategy, Strategie oblique. Su ciascuna carta è scritta una frase: un po’ come negli Imprevisti e nelle Probabilità del Monopoli. Le prime dieci carte, ad esempio, portano queste frasi (traduco in italiano): "Sempre dei primi passi", "Una linea ha due estremi", "Il minimo comune denominatore", "Respira più profondamente", "Non è che una questione di lavoro", "A che cosa stai veramente pensando in questo momento", "Cascate", "La cosa più importante è quella più facilmente dimenticata", "Vi sono delle sezioni? Considera delle transizioni", "Decora, decora".
Così Eno e Schmidt spiegavano ragioni e modi d’impiego delle carte: Queste carte si sono sviluppate a partire dall’osservazione dei princìpi che regolano le nostre creazioni. Talvolta, esse furono riconosciute retrospettivamente […], talvolta scaturirono dall’azione, altre volte ancora si trattò di semplici formule. Le si potrebbe impiegare come un tutto (una serie di possibilità costantemente riportate alla memoria) o isolatamente, estraendo una carta del gioco, mescolato il mazzo, ogniqualvolta si presentasse un dilemma nel corso di una precisa situazione. In tal caso ci si rimette alla carta anche se non ne sia chiara l’applicazione. Le carte non danno responsi definitivi, nel senso che nuove idee si presenteranno spontaneamente, altre diverranno via via evidenti.
Che cos'è dunque questo mazzo di carte, del quale da oggi sono un fortunato possessore? E' forse un oracolo? Uno strumento magico? No: le Strategie oblique sono semplicemente uno strumento di distrazione, concentrazione e rifocalizzazione.
Quando ci troviamo in un dilemma, quando le parole o le invenzioni non ci vengono, quando ci pare di non saper che pesci pigliare, possiamo giocare questo gioco: peschiamo una carta, e ci confrontiamo con ciò che dice. Attenzione: non "accettiamo ciò che dice", ma "ci confrontiamo con ciò che dice". Confrontarsi significa: provare a vedere se l’istruzione o il consiglio dati dalla carta non possano, magari paradossalmente, magari irrealizzabilmente, applicarsi al nostro caso. Dai ragionamenti che faremo scaturirà forse qualcosa di bizzarro, raramente qualcosa di fattibile, spesso qualcosa di impensato.
Questa è la logica della faccenda: spingere deliberatamente il nostro ingegno e la nostra intuizione ad affrontare una questione da un punto di vista impensato o a partire da premesse impensate. L'importante è lo scossone, non il consiglio in sé.
"Ma", si potrebbe domandare, "funziona?".
Be', a me pare che funzioni. La settimana scorsa mi sono preso il lusso di ordinare una confezione di Oblique Strategies originale, ma in realtà ne possiedo già un paio di mazzi. Il primo è una copia di quello di Eno e Schmidt: mettete Strategie oblique o Oblique Strategies in un qualsiasi motore di ricerca, e non ci metterete molto a trovare una pagina con la lista di tutte le "frasi". Me le sono copiate diligentemente su dei cartoncini formato biglietto da visita, e ho avuto il mio mazzo (pirata).
Un altro mazzo, invece, è quello che mi sono fatto da me. Ho scritto, nel tempo, un certo numero di frasi adatte a me, ricavate dalla mia esperienza (non solo dall'esperienza di scrittura).
Celebrerò l'acquisto di questo mazzo originale (glielo dovevo, a Eno, dopo anni che traffico con la sua invenzione) decidendo di usarlo anche in questo diario. Vedremo che cosa salterà fuori.
Per chi volesse saperne di più:
Tutto o quasi tutto su Brian Eno: http://www.enoweb.co.uk/
Una scheda (laudativa) su Brian Eno, breve e in italiano: http://digilander.libero.it/marcoodino/enobio.html
Se vi interessa acquistare le Oblique Strategies, o cd particolari di Brian Eno: http://www.enoshop.co.uk/
Se volete vedere la faccia di Brian Eno, cliccate qui: View image">
Delle Strategie oblique, al di là di quel che si trova nella rete, parlano Fabio Destefani e Francesco Masson in un libro di vent’anni fa che si trova a volte nelle librerie a metà prezzo (Brian Eno: «Strategie oblique», Gammalibri 1983, pp. 226) e parla lo stesso Eno nel suo libro-diario (molto interessante) Futuri impensabili (Giunti 1997, pp. 360, 17 euro).

Posted by giuliomozzi at 22:40 | Comments (13) | TrackBack

Romanzo dell'Ottocento

Il ragazzo che sta in piedi al centro della stanza, la valigia appesa alla mano destra, si chiama Rado Shaze e ha ventun anni giusti, benché ne dimostri di più. La stanza è una stanza di pensione, è fredda, dentro non c’è quasi niente: il letto ancora nudo di lenzuola, l’armadio, il tavolino molto piccolo, la sedia, le ceramiche per lavarsi.

Il ragazzo che sta in piedi al centro della stanza tiene ancora la valigia appesa alla mano destra come se posarla sul pavimento di legno fosse un gesto decisivo: come se posarla significasse ammettere d’essere lì, in quella stanza di pensione, e decidere di restarvi indefinitamente. Alla fine il ragazzo posa la valigia, perché ha il braccio stanco. Rimane però in piedi al centro della stanza, rivolto alla finestra ancora oscurata dalla tenda di panno, mentre il titolare della pensione entra a passo di corsa seguito dalla domestica con le lenzuola e le coperte tra le braccia. Mentre la domestica posa le lenzuola e le coperte sulla sedia, il titolare apre la tenda di panno, ne lega i due drappi con il nastro apposito, fa entrare la luce del pomeriggio. Mentre la domestica inizia a preparare il letto, il titolare si volta verso il ragazzo che si chiama Rado e lo guarda come per fare una domanda; e non la fa. Il ragazzo annusa l’odore della stanza, sente che sa di chiuso e forse d’altro, e fa segno di sì al titolare della pensione. Quando il titolare della pensione spalanca la finestra, dalla finestra spalancata entra un’aria ancora più fredda di quella che c’è nella stanza, con un odore di fumo e di nebbia. Il titolare dice: «Solo qualche minuto, finché si cambia l’aria, poi accenderemo la stufa». Poi dice ancora: «Mi dispiace, lei è arrivato all’improvviso, se ci avesse telegrafato le avrei fatto trovare una stanza preparata e calda». Il ragazzo comincia a muoversi, si toglie il cappotto e lo appoggia piegato sulla sedia; intanto la domestica ha finito di preparare il letto e se n’è andata. Il ragazzo dice: «Non si preoccupi, così va bene». Il titolare chiude la finestra e domanda: «Le faccio preparare il bagno?». «Sì», dice il ragazzo, «grazie». Il ragazzo rimane solo nella stanza. Non ne uscirà mai più, vivo.

Posted by giuliomozzi at 13:45 | Comments (7) | TrackBack

12.07.03

Romanzo bestiale

Lui l'amava teneramente. Lei lo lasciò per un cavallo. Lui fu preso dal vizio delle scommesse. Il cavallo di lei vinceva sempre. Lui scommetteva sempre su cavalli perdenti. Lei diventò ricchissima. Lui si ridusse sul lastrico. Lei si faceva vedere in giro con il suo cavallo. Lui era ormai pieno di debiti. Lei scoprì che il cavallo la tradiva con un fantino. Lui scoprì di non avere mai veramente desiderato le donne. Lei disperata tentò ripetutamente di telefonargli. Lui da troppi mesi non pagava le bollette. Lei gli scrisse lettere piene di lacrime e di desiderio. Lui non abitava più a quell'indirizzo. A mezzanotte del 31 dicembre lei si gettò da un ponte. In quel momento lui era a letto con il fantino. Il cavallo morì di crepacuore.

Posted by giuliomozzi at 18:49 | Comments (13) | TrackBack

19

Salgo in treno alle 19. Devo fare una tratta, cambiare, fare un'altra tratta, cambiare, fare un'altra tratta, e sperare che mi vengano a prendere in automobile. Il tutto in due ore. Praticamente non farò in tempo a sedermi che dovrò rialzarmi.

I treni sono in successione gerarchica discendente: prima un Intercity, poi un Interregionale, poi un locale d'una linea privata. L'Intercity è un Milano-Pescara. Essendo venerdì sera, è stracolmo. Mi sistemo nell'ex cabina telefonica di una carrozza di prima classe.
Una volta, nelle carrozze di prima classe e nei Pendolini, c'era il telefono a scheda. Questo quando ancora i telefoni portatili erano una rarità, e costavano un occhio. Era come telefonare da una cabina in strada: mettevi la scheda, di quelle solite da cinque dieci o quindicimila lire, facevi il numero, chiamavi. La differenza era che si sentiva malissimo, la linea cadeva di continuo, e si spendeva tantissimo. Io l'ho fatto una volta sola, tanto per provare.
Adesso hanno tolti i telefoni, e c'è questa cabina vuota. Dove non ci si siede e non si respira, ma almeno c'è un po' di isolamento.
Quando sono sceso, a Bologna, per il cambio, c'era una tale folla sul marciapiede che non riuscivamo a salire. Una signora magra, con cappello di paglia, appena aperta la porta aveva lanciata su la sua valigia, e con quella bloccava il passaggio. Una trentina di persone che dovevano scendere. Almeno il doppio doveva salire. Lei voleva assolutamente salire prima che quelli che dovevano scendere scendessero. Tutti la invitavano, sempre meno gentilmente, a farsi da parte. "Ma io ci ho il posto prenotato!", gridava. "Appunto", le dicevano, "se ci ha il posto prenotato può salire con calma". "Ma me lo fregano!". Eccetera.
Da Bologna in poi, ho viaggiato su un treno ad alta frequenza, di quelli bianchi e azzurri a due piani, pieni di scalini interni, con le scale a chiocciola per il secondo piano. Temperatura interna: quindici gradi, a occhio. Mi si è gelato il sudore addosso.
Il treno è partito. Ha corso, poi si è fermato in mezzo alla campagna. Io avevo il cambio da fare. Dopo dieci minuti ho cominciato a preoccuparmi. Se perdevo il cambio, mi toccava farmi venti chilometri in taxi. Oppure far fare venti chilometri a qualcun altro. Mi scocciava.
E' passato il controllore. Un ragazzo giovanissimo. L'avevo già visto, settimana scorsa: era con un controllore sulla cinquantina, faceva tirocinio. Il ragazzo guarda il mio biglietto. Controlla scrupolosamente: percorso, validità, classe, data di convalida. Gli domando: "Ce la faccio a prendere la coincidenza?". "Non ho idea", mi dice.
Due posti più in là ci sono tre ragazzi africani neri. Esibiscono biglietti chilometrici (quelli senza percorso indicato, ma solo un certo numero di chilometri: dieci, trenta, cinquanta ecc.) con la data di convalida illeggibile. Il ragazzo chiede: "Ma quando li avete convalidati, questi biglietti?". "Oggi!", dicono gli africani in coro. "Non si legge nessuna data", dice il ragazzo. "E' colpa delle macchinette!", dicono gli africani in coro.
Guardo il ragazzo. E' teso, si vede. Ha l'impressione che i tre africani lo prendano in giro. D'altra parte i biglietti non è che abbiano una data sbagliata, hanno una data illeggibile. Guardo il ragazzo e mi par di vedere che per lui, ora, i tre africani sono nemici. Questo è probabilmente il suo primo lavoro. Questi sono i suoi primi giorni di lavoro. Situazioni come questa, ne affronterà tutti i giorni, più volte al giorno. Il modo in cui agirà ora, che è forse la prima volta, è determinante. Lui guarda i tre africani come tre nemici.
Uno degli africani gli domanda: "Quanti anni hai?".
Il ragazzo dice: "Diciannove".
I tre africani sorridono.
Il ragazzo non sorride.
I tre africani hanno cercata una complicità. Non l'hanno avuta.
Il ragazzo dice: "Va bene. La prossima volta, però, cercate di timbrare i biglietti in modo che si legga la data".
A questo punto, potrebbe prendere la penna dalla borsa e scrivere la data sui biglietti. Così ne impedirebbe un ulteriore uso. Non lo fa. E' una decisione, oppure non gli è venuto in mente di farlo?
Sembra molto irritato, il ragazzo.
I tre africani sono molto silenziosi, ora.
Il ragazzo li ha guardati bene. Li riconoscerà.
Il ragazzo se ne va. I tre africani ricominciano a chiacchierare tra loro, a voce alta come al solito, in quel loro inglese bizzarro. Li ascolto. Sento che parlano di controllori, di diverse disponibilità dei controllori. Hanno capito che questo ragazzo, rispetto ad altri, sarà meno disponibile. E' evidente che si aspettavano una certa disponibilità, da uno così giovane.
Il ragazzo, accettando i loro biglietti strausati, ha comunque corso un rischio.

Posted by giuliomozzi at 09:34 | Comments (1) | TrackBack

11.07.03

1987

Amico, tu non ti affe-
zioni alle cose, dici
di amare l’avventura:
passi attraverso, arraffi

senza lasciare tracce
sulla tua pelle, sulla
altrui pelle graffi,
fori, bruciature:

sei affascinante, attiri
gli sguardi su di te,
induci sospiri nelle
ragazzine dolci cuori:

provochi amori, crei
stima, dipendenza, lo
sai, usi e getti, ne
tiri il tuo piacere:

Posted by giuliomozzi at 08:18 | Comments (1) | TrackBack

In piedi

Sto scrivendo in piedi, appoggiato al tavolino del telefono.
Sono in un paese appena fuori Modena, ospite di Luisa. Stiamo lavorando attorno al libro che Luisa pubblicherà nei primi mesi del 2003.

E' un libro composito, nel quale parlano molte voci. Si racconta la storia d'una bambina. Parla la bambina, a volte: la sua voce "occupa" la voce dell'adulta. Parlano, a volte, le "fonti": vecchie fotografie, quaderni di scuola, canzoncine. Parla, altre volte, qualcosa che si potrebbe chiamare il Tempo (Luisa non lo chiama così): una voce che formula connessioni, legami, ripetizioni tra passato, presente, antichità, magari anche futuro. E così via.
Chiaro, no?
Per me, editor ambulante, il lavoro è doppiamente difficile. Quando, la settimana scorsa (vedi "Questione" del 07.07.03), lavoravo con M*, era tutto più semplice. Intanto perché, con M*, era spesso questione di trame, di intrecci, di struttura della narrazione. Con Luisa, invece, è questione di voce (voci). Poi perché l'immaginario di M*, per quanto diverso dal mio, è comunque l'immaginario d'un maschio, quale anch'io sono.
Ho sempre un certo timore, nel parlare con Luisa. Nel suo libro la bambina è all'inizio un soggetto così trascurabile che nemmeno le viene dato il nome, così alieno che nessuno la toccava mai. Alla fine, dopo duecento e passa pagine, la bambina è diventata una specie di dea: una dea mediatrice, che consente all'adulta di accogliere, anche amare, il tempo in cui nessuno le dava un nome e nessuno osava toccarla; pur senza cedere, mai, all'invito nostalgico.
Non so se ho descritto esattamente la cosa.
In qualche momento, nel discorrere con Luisa, mi è sembrato, ieri, di essere portato veramente altrove. Ho sentita tutta la differenza. Mi sono sentito in pericolo, ma non tanto, e felice, parecchio.
Poi siamo usciti a spasso per il paese, perché non se ne poteva più. Siamo andati a vedere il laghetto con la coppia di cigni, che ha fatto quattro cignotti, e la coppia di germani, che hanno fatto un bel po' di germanini.

Posted by giuliomozzi at 08:12 | Comments (5) | TrackBack

10.07.03

Al tuo ritorno

al tuo ritorno mi racconterai
tutte le cose del mondo, che si possono vedere
come le balene bambine che si addormentano al largo
e si vedono dalla spiaggia rotolare sull’acqua
come l’aria che si schiaccia dentro le foreste degli alberi
che sono antichi come il continente
producendo animali
io chiuso dentro la mia stanza ti racconterò
tutte le cose che non ho mai viste
il freddo che è cattivo tra le file dei pioppi
dove non si sente più nessun odore
e gli argini ghiacciati e gli elefanti solenni
del mio tappeto che si inchinano ai quattro venti
solennemente
e le rose del mio giardino che si sono impazzite
sono fiorite oggi, che è dicembre, sono già quasi morte
non si può mai dire

8-9.12.91 (per Laura che parte e va in America)

Posted by giuliomozzi at 08:11 | Comments (3) | TrackBack

09.07.03

Spritz

Erano le 17.30 precise ed eravamo tranquillamente seduti al tavolino vicino alla porta d’ingresso del bar, io, Teodoro e Sante, a berci il nostro consueto spritz di metà pomeriggio, quando all’improvviso udimmo un acutissimo grido provenire dall’altro capo della sala.

Girammo la testa come un sol uomo e vedemmo Aristide, il pensionato ufficiale del bar, quello che tutti i giorni entra e si accomoda alle sette del mattino per andarsene al calar della saracinesca, ossia alle due di notte, che cercava di attirare l’attenzione alzandosi in piedi, gridando, e sventolando spalancata una copia del ben noto giornaletto pornografico per militari Corna vissute. «Non è possibile», gridava Aristide, «non è possibile! Guardate qui!». Essendo gli unici avventori non potemmo fare a meno di alzarci, dirigerci verso il tavolino di Aristide, e guardare la pagina del giornaletto che immediatamente egli ci pose sotto gli occhi. Guardammo, sbalordimmo, alzammo gli occhi, guardammo negli occhi Aristide, guardammo di nuovo il giornaletto, sbalordimmo di nuovo, alzammo di nuovo gli occhi, ci guardammo reciprocamente negli occhi (io guardai negli occhi Teodoro, Teodoro guardò negli occhi Sante, Sante guardò negli occhi me), poi guardammo di nuovo Aristide e ad una sola voce profferimmo: «Non è possibile!».
«Ah, ben lo dicevo io, che non era possibile», disse Aristide. Ricadde sulla sedia, spossato, il giornaletto penzolante dalle mani tra le gambe divaricate. Noi tornammo al nostro tavolo in silenzio e, con la mente persa dentro sogni irriferibili, demmo fondo ai nostri spritz.

[Questo è un raccontino scritto il 13 agosto 1996. Lo spritz è un tipico aperitivo veneto, composto di vino bianco e acqua gassata nella versione vicentina, di vino bianco seltz e Aperol nella versione padovana tradizionale (che a Vicenza viene chiamata "spritz macchiato"), di vino bianco seltz e Select nella versione veneziana. La versione moderna dello spritz padovano è composta di vino bianco, seltz, Campari e una goccia di gin o di Biancosarti. Vedi anche: http://www.spritz.it]

Posted by giuliomozzi at 23:36 | Comments (3) | TrackBack

Milano

Questa mattina, quando sono sceso dal treno a Milano Centrale, ho avuto un giramento di testa. Mi sono seduto su un carrello per i bagagli. Ho aspettato un po' e mi è passato.

Per dormire, stanotte ho dormito abbastanza. Mi sono alzato alle sei, che non è poi così presto (e ci sono abituato). Ho preso il treno alle sette meno due minuti, come al solito. Più meno tutti i mercoledì salgo a Milano. Questo è il treno che prendo sempre.
Mi sono alzato, ho camminato, sono sceso nella metropolitana, ho comperato un biglietto alle bigliettatrici automatiche, ho presa la linea gialla, sono sceso a Missori, sono arrivato al lavoro. Tutto regolare.
Ieri è stata una giornata strana. Ero frenetico. Ho messo mano a sette cose diverse. Non ne ho messa a punto nessuna. Sono riuscito a lavorare tutto il giorno senza combinare quasi nulla.
Questa mattina in treno ho cominciato a leggere Il limite e il ribelle. Etica, naturalismo, darwinismo, di Giovanni Boniolo (Raffaello Cortina). In poco più di due ore di treno ne ho lette 138 pagine. Sono argomenti con i quali ho familiarità.
Sono uscito di casa alle sei e mezza, ho preso al volo il microbus elettrico, sono arrivato in stazione giusto in tempo. Il biglietto ce l'avevo già. Durante tutto il percorso casa-stazione, ho continuato a pensare: che cosa mi sono dimenticato? E ho guardato tre volte dentro lo zainetto, frugandolo. Ci ho trovato quello che ho preso, non quello che ho dimenticato (ma ho dimenticato qualcosa?).
Non mi succede così spesso, di essere veramente avvinto da un libro. Mi succede raramente con i romanzi. Il libro di Boniolo mi ha veramente avvinto. Sarà per questo, immagino, che mi girava la testa.
Ci sono giorni, comunque, in cui la mia testa sembra fatta apposta per girare.

Posted by giuliomozzi at 14:05 | Comments (5) | TrackBack

08.07.03

Manifesto per l'abolizione dei manifesti

Una nuova moda circola per l’Italia: è la moda del manifesto. Oggi un uomo si sveglia, mentre al bagno si lava i denti o cerca di vuotare il ventre pensa una cosa x, e alle otto di mattina è già lì, a pestare i tasti del suo computer, pronto a redigere un manifesto.

Ormai l’Italia prolifera di manifesti, non c’è intellettuale, artista, scrittore, calciatore, cuoco che non abbia composto il suo, ricevendo naturalmente finte entusiastiche adesioni e altrettanto finte acerrime bordate d’attacco: lo sport nazionale è diventato la manifestazione urlata del proprio pensiero, la denigrazione degli avversari, l’elogio di sé stessi e della propria fedelissima cerchia. Noi a tutto questo diciamo: basta! Contro tutti i tromboni tonitruanti, contro tutti i vergatori di dichiarazioni inutili, contro tutti i compilatori di liste d’elezione e di proscrizione, noi affermiamo il diritto e il dovere dell’intellettuale odierno al silenzio, all’isolamento e all’indifferenza. Vogliamo forse che i migliori cervelli della nostra penisola, quelli dai quali attendiamo aiuto e soccorso per uscire dalla cronica crisi del nostro Paese, continuino a sbranarsi in inutili confronti pseudoidelogici e pseudoculturali? No, signori, no. Onde evitare questo spreco chiediamo la collaborazione di tutti gli operatori dell’informazione e della comunicazione. D’ora in poi, signori dell’audience, appena sentirete nell’aria la parola manifesto, rivolgerete la vostra attenzione altrove. Basta manifesti pubblicati nelle prime pagine dei quotidiani, basta manifesti declamati nei talk-show di maggiore ascolto, basta manifesti in forma di canzone rilanciati nelle playlist delle radio commerciali: un puro e semplice taglio netto è ciò di cui abbiamo bisogno. Diminuiremo drasticamente il tasso di conflittualità interno al nostro ceto intellettuale e creativo, e così finalmente questi signori, stroncate le loro velleità di apparire e di sopraffare, torneranno a fare ciò per cui, come tutti i contribuenti sanno, sono lautamente pagati: a pensare.

[Comitato per l'abolizione dei manifesti]

Posted by giuliomozzi at 18:53 | Comments (5) | TrackBack

Che cosa è letteratura

Scrive lachi, in un "commento" a "Questione" (07.07.03):

[...] Ogni cosa scriviate è letteratura, scrive infatti giuliomozzi, dallo scontrino della spesa al manifesto pubblicitario, il Faust [...] come il conto del ristorante, entrambe le scritture trovano posto sotto il cartello “letteratura”, appaiate, e non ci sarà più parola, invece, capace di abbozzare i confini di un territorio comune dove si muovono e il Don Chisciotte e il libro dell’inquietudine e le occasioni montaliane. No, evidentemente questo territorio comune non esiste, ci dice giuliomozzi, o, se esiste, è innominabile. [...]

Che cosa è letteratura?
Lo scontrino della spesa è letteratura?
Il manifesto pubblicitario è letteratura?
Il Faust è letteratura?
Il conto del ristorante è letteratura?
Il Don Chisciotte è letteratura?
Il Libro dell'inquietudine di Ferdinando Pessoa è letteratura?
Le Occasioni di Eugenio Montale sono letteratura?
Questo diario è letteratura?
I libri di Fabio Volo sono letteratura?
L'enciclopedia Conoscere è letteratura?
E la Treccani?
Le memorie del generale Cadorna sono letteratura?
Le Veglie di Neri di Renato Fucini sono letteratura?
Un articolo di fondo di Antonio Tabucchi sul manifesto è letteratura?
Un articolo di fondo non di Antonio Tabucchi sul manifesto è letteratura?
Il Dialogo dei massimi sistemi di Galileo Galilei è letteratura?
Il Trattato di diritto fallimentare di Salvatore Satta è letteratura?
Come prima delle madri di Simona Vinci è letteratura?
Le encicliche del papa sono letteratura?
La cattiva letteratura è letteratura?
Il comunicato stampa che ho finito di scrivere venti minuti fa è letteratura?
Se non fosse scritto da uno che è ufficialmente "uno scrittore", cambierebbe qualcosa?
"O così / o Pomì" è letteratura?
Le Pagine gialle sono letteratura?
I discorsi ufficiali di Silvio Berlusconi sono letteratura?
E quelli di Luigi Einaudi, erano letteratura?
Il libro Internet per tutti di Paolo Attivissimo, è letteratura?
Il libro Minima moralia di Th. W. Adorno, è letteratura?
Le istruzioni per l'uso del carnet di biglietti per l'autobus, stampate sulla matrice del carnet stesso, sono letteratura?
Il libro Petrolio di Pier Paolo Pasolini, da lui stesso definito "qualcosa di scritto", è letteratura?
Il libro Volevo i pantaloni di Lara Cardella, è letteratura?
Il libro Porno-power. Pornografia e società capitalistica di Romano Giachetti, è letteratura?
Il libro Lettere mozze. Corso professionale di Stenografia, sistema Meschini di Cornelio Bisello, è letteratura?
Un romanzo bruttissimo, è letteratura?
Una poesia che mai nessuno ha letto, è letteratura?
Questo elenco, è letteratura?
Che cosa è letteratura?

[In altri termini: è possibile parlare di letteratura includendo nel campo lella letteratura non un elenco di testi canonici, non dei testi accettati sulla base di un giudizio di valore, ma degli oggetti riconoscibili sulla base di una descrizione materiale?].

Posted by giuliomozzi at 14:21 | Comments (12) | TrackBack

Nome

In un "commento" a "Romanzo di paura" (08.07.03), Kit scrive tra l'altro:

[...] A proposito di nomimail. avevo commentato una tua antica questione (1a scrittura di maggio). la ripropongo. l'osservazione era ordinaria: perchè non usare il proprio nome ma un nick nelle mail? mi ha stupito. io dico: nessun nome nasconde.

è solo una manifestazione, la più immediata, della molteplicità. in ogni mio nome ci sono io. kitmoresby e portmoresby sono i più visibili, le identità impossibilitate a coabitare più semplici. nessuna finzione dietro a certi nomi, semmai una rivelazione per chi vuole di più conoscere.

Oggi ho detto alla mia analista: "Dove andrà in vacanza?". Lei mi ha detto: "Perché mi chiede questo?". Io le ho detto: "Perché così, durante il mese e mezzo in cui non ci vedremo, potrò pensarla in un luogo".
Da sempre, nei miei libri, scrivo il mio indirizzo di casa (solo in uno, per colpo di mano dell'editore, non c'è). Perché io sono chi sono, e sono in un luogo.
Il nome e il luogo sono due coordinate: identificano una persona senza possibilità di errore (con possibilità di errore minime, se volete).
La mia analista è una signora molto bella. L'ho incontrata fuori del suo studio una volta sola. Io passavo in vespa davanti al supermarket Alì, lei passava in bicicletta davanti al supermarket Alì. Ci siamo salutati, senza fermarci. Tanto è bastato perché io avessi certezza della sua esistenza.
Quand'ero al liceo, nel mio liceo c'era un altro Giulio Mozzi. Non eravamo parenti. Lui era figlio d'un medico, credo che ora sia medico anche lui. Una volta lui si guadagnò una sospensione, e per errore fui sospeso io. Andai dal preside a protestare, e saltò fuori l'equivoco.
Che cosa fa la mia analista quando non sta con me? Qual è la sua vita? Nelle nostre conversazioni ci succede di nominare libri, film, musiche. Non l'ho mai incontrata né in libreria, né al cinema, né a concerto. Ma naturalmente la vita di una persona non è fatta di libri, film, musiche.
Ho conosciuto poi un altro Giulio Mozzi. Ad Asolo, in provincia di Treviso. Fui invitato da un'associazione culturale del posto a tenere una conferenza. Alla fine della conferenza un signore mi si avvicinò e mi disse: "Piacere, sono Giulio Mozzi". Era venuto alla conferenza solo per quello.
All'inizio, ero molto curioso della mia analista. Fantasticavo di appostarmi fuori della sua porta, di pedinarla, di sorprenderla. Mi immaginavo la sua giornata, gli altri suoi pazienti, le sue amiche, il suo compagno o i suoi amanti. Quando mi disse che per due settimane non ci saremmo visti, perché doveva affrontare una piccola operazione, tenni quest'informazione come preziosissima.
Non so perché ho cominciato, a un certo punto, a firmarmi abitualmente "giulio mozzi". Solo quando scrivo a tastiera. Se firmo con la penna, firmo: "Giulio Mozzi", e le mie maiuscole sono anche belle grandi (la gamba lunga della G, la M quasi mussoliniana). Il mio nome nella posta elettronica è "giuliomozzi", e così pure quello di questo diario.
La mia analista mi ha sorriso, oggi, e mi ha detto: "Vedo che sto cominciando a nascere come oggetto, per lei".
Anche ieri sera, mentre parlavo con R*, riflettevo sul mio egocentrismo.
Un personaggio della saga romanzesca Dune, di Frank Herbert, riesce a un certo punto (la spiego facile) a far risorgere nella sua memoria le memorie di tutti i suoi antenati: come se la memoria si trasmettesse attraverso la generazione. Questo personaggio, per non impazzire, affida a uno dei suoi antenati, presente in questo modo dentro di lui, il compito di tenere a bada tutti.
Io forse sono molteplice, o plurale, come si usa dire. Mi prendo la responsabilità di tutte le mie molteplicità o pluralità. Le raduno tutte sotto un nome. Le minime variazioni nella scrittura del mio nome ("giulio mozzi", "giuliomozzi") stanno solo a segnalare che questo radunamento è volontario e deliberato.
Certo, anch'io ogni tanto gioco con i nomi. Ho addirittura (in coppia con il mio amico Bruno Lorini) inventato degli artisti, che producono ed espongono opere d'arte (chi è curioso può leggere qui per Giovanna Melliconi, Carlo Dalcielo e Boris Ruencic, o qui per Carmen Cano). Ma so benissimo, e non faccio finta che non sia così, che questi giovani artisti sono altre identità, prodotte e governate da me e da Bruno.
Ieri R* mi raccontava di una sua doppia vita. Non finta, come le eventuali mie, ma veramente agita. E molto pericolosa. "Volevo giocare con la morte", ha detto R*. Con il suo stesso corpo R* ha vissuto un altro nome, un'altra vita, un'altra identità, altri comportamenti, addirittura un'altra lingua. Era come se nominare questa sua altra vita con un altro nome garantisse a R* la sopravvivenza: "E' solo un gioco, come da bambini, è un facciamo che eravamo...".
Non so. Sono ferocemente attaccato al mio nome. Non ho voglia di offrirmi in manifestazioni distinte, e quindi sempre parziali. Voglio esserci sempre tutto. Non mi piacciono i facciamo che eravamo.
Non credo che l'autenticità stia nell'essere, momento per momento, ciò che "ci si sente di essere". Credo che l'autenticità stia nell'assumersi la responsabilità, in ogni momento, di ciò che in tutti gli altri momenti si è stati.
Capisci, Kit? Ciò che per te è aumento, per me è sottrazione.
Credo.

Posted by giuliomozzi at 11:52 | Comments (6) | TrackBack

Romanzo di non incontro

Si incontrarono casualmente all'ipermercato. Benché abitassero nella stessa città, non si vedevano da sei anni. Decisero di prendere un caffè insieme. Sedettero al bar dell'ipermercato. Parlarono a lungo guardandosi molto negli occhi. Lui ormai aveva un'altra vita. Anche lei ormai aveva un'altra vita. Lui tutte le notti sognava di farle violenza: ma questo non lo disse. Lei tutte le notti sognava di camminare con lui lungo la riva di un lago nero: ma questo non lo disse. Lui era profondamente insoddisfatto della sua vita presente: ma lo disse con cautela, perché lei non pensasse. Lei era moderatamente soddisfatta della sua vita presente: lo disse con orgoglio, perché a lui fosse ben chiaro. Quando fu il momento non riuscivano a salutarsi, perché non trovavano il gesto giusto. Si fronteggiavano, in piedi con le braccia conserte. Alla fine si strinsero la mano.

Posted by giuliomozzi at 07:40 | Comments (8) | TrackBack

Romanzo di paura

La casa era vuota. Sembrava vuota. In cucina non c’era nessuno. Sembrava una cucina. Nella dispensa trovai del pane. Sembrava pane. Aprii il frigorifero. Sembrava un frigorifero. C’era formaggio, salame, sottaceti. Sembrava formaggio. Sembrava salame. Sembravano sottaceti. Mi feci un panino. Sembrava un panino. Lo addentai. Sembrò che lo addentassi. Mi sembrò buono. Sembrò che mi sembrasse. Mi sfamò. Sembrò che mi sfamasse. Uscii da quella casa. Sembrò che uscissi. Ero libero, finalmente. Sembrò che finalmente. In quel preciso momento la cosa apparve. Sembrò la cosa.

Posted by giuliomozzi at 00:16 | Comments (7) | TrackBack

07.07.03

Romanzo d'amore

Lei mi amava, io la amavo, ci amavamo tutti e due, lei però amava anche un altro, anch’io amavo anche un’altra, l’altro e l’altra non si amavano, anzi si odiavano, questo generò una serie di incomprensioni, incomprensioni piuttosto serie, lei mi lasciò, io la lasciai, lei lasciò l’altro, io lasciai l’altra, imprevedibilmente l’altro e l’altra si misero insieme, divennero amanti diabolici, erano inseparabili, noi ormai eravamo separati, non sapevamo più che cosa fare, ci guardammo negli occhi, "ti è entrato dentro un moscerino", lei disse, io la baciai, rimase presto incinta.

Posted by giuliomozzi at 21:42 | Comments (1) | TrackBack

Porte, impronte

In un lungo "commento" a "Questioni" (07.07.03), Sabrina scrive tra l'altro:

[...] Se tu devi imparare a simulare l'immaginazione di M*, entrando completamente in essa, come hai testualmente detto, io non capisco sino in fondo: come è possibile entrare "completamente" in qualcosa di aperto e sconfinato, e profondamente non tuo?

[...] E' come entrare in una stanza enorme di una casa sconosciuta, familiarizzare con un ambiente in parte precostituito ed in parte da definire, poi, inevitabilmente, guardarsi attorno e vedere cinque, dieci, mille, infinite porte chiuse che potrebbero essere aperte, e decidere quali di esse aprire e quali invece, già aperte, chiudere, seguendo una logica, o forse, meglio, una coerenza. Ma le porte che tu poi andrai man mano ad aprire, non fanno forse entrare in stanze tue e non di M*? O si tratta di stanze comuni perchè l'immaginazione tua non è più la tua (aiuto!) ma la tua in quella di M*?. [...] Tu, cercando di simulare l'immaginazione di M* la amplifichi, arricchendola con l'apporto di possibilità non considerate da M*, ma che comunque fanno sempre parte della sua immaginazione che tu hai simulato? [...]Quello che ti chiedo facendone un caso di vita o di morte è: l'editor interviene anche con la propria immaginazione nelle possibilità di evoluzione di una storia, o "si limita" (cosa forse ancora più difficile) a valutarne coerenza e senso (come ho sempre creduto, assolutamente non esperta del campo)? Il libro che ne salterà fuori sarà dunque un libro di M*, ma ci saranno anche le impronte determinanti del tuo attraversamento delle sue storie, oppure il tuo passaggio dovrà essere il più lieve possibile? [...]

Sabrina pone tutte le questioni nel modo giusto. Entrare nell'immaginazione di un altro, arrivando a una vera e propria simulazione, è in realtà impossibile. Quando un narratore e un editor (che poi, nello specifico, è a sua volta un narratore) lavorano insieme, ciò che succede è che tutto si contamina. Certo: nella relazione con M* io cerco di essere "rispettoso", sto sempre un passo indietro, tutto ciò che dico lo propongo come semplice pensiero mio, da lui adoperabile se e come vorrà: ma indubbiamente il libro di M*, se diventerà un libro, sarà un libro che porterà, magari in parte minima, traccia anche della mia immaginazione.
Il lavoro dell'editor, dunque, è spesso un lavoro paradossale.
Ma Sabrina, mentre fa le domande, trova anche la risposta. La parola chiave è: "possibilità non considerate". Il mio lavoro è fatto di due parti: da un lato, vado a caccia di tutto ciò che può minare la coerenza, compattezza ecc. della narrazione; dall'altro, vado a caccia di tutte le "possibilità non considerate": cose che erano a disposizione di M*, ma alle quali mi pare M* non abbia pensato.
Faccio un esempio.
M* vuole far sì che un certo personaggio sia a conoscenza di una certa cosa. Io osservo che è molto difficile che quel personaggio (un druido britanno del terzo secolo dell'era nostra) sia a conoscenza di quella cosa (un santuario multireligioso in Asia Minore). M* dice: "Be', allora togliamo". Io dico: "No. Non si tratta di togliere. Si tratta di fornire al lettore una credibile spiegazione del fatto che quel druido conosce quel tal santuario. Sprémiamoci le meningi". Dài e dài, una credibile l'abbiamo (forse) trovata. M*, evitando di porsi il problema, aveva evitato di "considerare una possibilità".
Il bello è che, poi, quella credibile spiegazione, è tornata buona dieci pagine più in là. Si è incastrata con altri elementi della storia. Ha "fatto sistema" con tutta la narrazione.
Ecco.
Non so se poi M* deciderà di tenere quella credibile spiegazione, o togliere il fatto che quel personaggio sa quella cosa, o lascerà la cosa com'è ora. Questi sono fatti suoi.
Infine: è chiaro che la "compartecipazione delle immaginazioni" (potremmo chiamarla così?) a volte funziona meglio e a volte funziona peggio; talvolta non funziona per niente. Dipende dal narratore, dall'editor, e dalla natura di ciò che il narratore sta facendo. E certo, c'è il pericolo che un editor troppo intraprendente tenti (senza accorgersene) di imporre le sue immaginazioni. Così come c'è il pericolo che un narratore percepisca l'editor non come un alleato ma come un avversario.
Ripeto: quello dell'editor, è un mestiere paradossale.
Da quando scrivo libri, devo dire che non ho mai incontrato (in Theoria, in Einaudi, in Mondadori) un editor che cercasse di "compartecipare le immaginazioni". Ma è una cosa molto onerosa e faticosa; un editore non può permettersi di investire in questo modo sempre, su tutti i libri. Io stesso non investo sempre così tanto. Non ce la farei. E comunque non sono buono per lavorare su qualunque libro. Ci sono libri che sono assai belli, e ne vedo la bellezza, ma non sono in grado di "entrarci dentro" a quel modo.
Bene, credo di essere stato abbastanza confuso.
Ciao Sabrina.

Posted by giuliomozzi at 19:16 | Comments (0) | TrackBack

Questione

Sono stato due giorni in Toscana, sabato e domenica, ospite di M* ed E*. M* ed E* sono due amici, ma questa volta sono andato lì soprattutto per discutere il libro al quale M* sta da tempo lavorando.

Ho fatto conoscenza con questo libro, o meglio con il suo progetto, un po' alla volta. M* mi ha fatto leggere, un paio d'anni fa, alcuni racconti. Poi mi ha spiegato che quei racconti, ed altri, dovevano costituire un libro molto compatto, sorretto da un "piano" preciso.
Mi ha spedito man mano altri racconti: che io ormai non leggevo come "pezzi isolati", ma incastrandoli dentro il progetto del libro. Un po' come i chimici, fino a un bel po' fa, man mano che isolavano nuovi elementi, li mettevano al loro posto nella tavola ideata da Mendelejev.
Nei mesi scorsi M* mi ha mandato finalmente un testo quasi completo: conteneva tutti i racconti che già conoscevo (e che avevamo anche, più o meno intensamente, discussi) e altri, nuovi. Alla "tavola" mancava un solo "elemento", che M* mi ha spedito qualche settimana fa.
Io ho letto e riletto. Sui margini del dattiloscritto ho segnate un sacco di cose: espressioni che non mi sembrano del tutto chiare o abbastanza efficaci; frasi che mi sembrano perfettibili; aggettivi sui quali ho da ridire; svolte delle storie che mi lasciano un po’ perplesso; dialoghi che mi sembrano, volta a volta, troppo pesanti o troppo leggeri; eccetera eccetera.
Ma queste cose non sono poi importanti.
Il libro di M*, dicevo, mi sembra molto interessante. I racconti che lo compongono sono legati tra loro da una questione (la parola "questione" mi sembra la più adatta). In ogni storia avviene qualcosa che è spiegabile in un solo modo: immaginando un intervento divino. Eppure, i protagonisti (e i narratori) delle storie, a questo intervento divino non possono credere. Non dico che non vogliono: non possono. Non è una loro scelta; casomai è un loro limite. Per cui ogni storia si chiude con un movimento, ripetitivo ma ogni volta diverso, di "scarto": la soluzione-dio viene scartata, aggirata, elusa, dimenticata, lasciata in sospeso, messa in dubbio, nemmeno pensata. Come se fosse una cosa troppo terribile, pensarla.
Già. Perché il dio che c’è e non c’è in queste storie, non è mica il dio-consolatore, il dio-buono. E’ piuttosto il dio-dio: quello le cui scelte sono imperscrutabili, e spesso francamente incomprensibili. Quello di Giobbe, per dire: che prima fa una scommessa col diavolo (dio dice al diavolo: "Guarda Giobbe come mi ama"; il diavolo dice: "Per forza, lo hai coperto di beni e ricchezze; làscialo a me, che gli faccio qualche disgrazia, e poi vedremo"; dio dice: "Va bene, basta che non me l’ammazzi") e poi, quando Giobbe, depredato e ammalato, s’alza in piedi e dice: "Dio mio, perché mi hai fatto questo?", dio prima se ne infischia per un po', poi s’alza in piedi, squarcia i cieli, guarda Giobbe e gli dice: "Chi sei tu per chiedermi conto delle mie azioni?".
Un dio difficile da digerire, dunque, quello che appare-scompare nelle storie di M*. E per questo, a mio avviso, un dio interessante. Ma la cosa ancor più interessante, è che le storie che M* racconta sono inventate (da lui) solo in parte. M* (che è un appassionato di storia, di fumetto, di narrativa fantasy e di soldatini) si è preso la libertà di "rivisitare", come si usa dire, un certo numero di storie già note, già raccontate.
Storie che appartengono alla storia, storie che appartengono alla fantascienza o al fantasy, storie che appartengono alla tradizione favolistica e leggendaria, e così via: dalla nascita di Gesù in Betlemme (ma raccontata in modo tale che potrebbe essere anche la nascita di Mitra, o di Mani, o di Horus...) alla storia d'un legionario d'epoca costantiniana alle prese con i popoli ribelli all'Impero (all'esterno) e con i suoi strani sogni (all'interno); dalla storia (leggendaria) del pifferaio magico a quella (storica) della crociata dei fanciulli.
Nel ri-raccontare tutte queste storie (generalmente inquadrandole dentro un'altra storia, tutta di sua invenzione) M* ha fatto sì che, appunto, in ciascuna venisse alla luce la "questione": se dio sia, se dio intervenga nella storia, o se dio non sia, o magari sia ma non intervenga nella storia.
E’ quasi come se (devo andarci cauto, perché questo è un pensiero mio, non di M*) M* avesse voluto aggiungere qualche storia alle storie, già numerosissime, della Bibbia. Solo che le storie scelte o inventate da M* sono più parenti dei libri inquietanti della Bibbia (Giobbe, appunto, o il Qoèlet) che non di quelli confortanti. Se la Bibbia è la storia dell’incontro e della (difficile) relazione amorosa tra dio e il suo popolo, le storie di M* sono storie di un incontro che per lo più non avviene: di sfioramenti, di occasioni mancate.
Ogni storia poi ha un suo trattamento stilistico specifico. Una ha per protagonista Carlo Magno ed è in forma drammatica, intessuta di citazioni shakespeariane. Un'altra è una storia di briganti toscani, scritta in una lingua che sembra quella di Renato Fucini. Un’altra storia ricalca modi borgesiani, un’altra ancora nasce da una citazione di Ballard; e così via.
Che cosa ho fatto, con M*, in questi due giorni?
Sì, certo: abbiamo passato un po' di tempo, dattiloscritto alla mano, a discutere di singole frasi, singole parole, battute di dialogo, microsvolte narrative, aggettivi. Questo va fatto e l'abbiamo fatto.
Ma abbiamo cercato di parlare anche di "massimi sistemi". Di che cosa sia per M* la “questione”, alla quale tutto il libro è un'impossibile risposta. Del modo in cui si possa far “sentire” al lettore la profonda unitarietà del libro, al di là del fatto che è un libro di racconti con cornice e contiene una varietà di stili. Del modo in cui si possa far percepire al pubblico naturale di questo libro (i lettori di fantascienza, fantasy e annessi & connessi) la presenza della "questione". Del modo in cui si possa "aprire" questo libro a lettori estranei al suo pubblico naturale (non parlo di marketing; parlo di azioni interne al libro). Del modo in cui si possano inserire, o far apparire con più risalto, dentro al libro, "segnali" che guidino il lettore da una storia all’altra, da un versante all’altro della "questione", dallo scetticismo più assoluto al desiderio di dio.
Ci siamo messi in giardino, e abbiamo parlato di questo, per dodici ore in due giorni (portando al limite la pazienza di E* e del loro bimbo).
Un libro è, sì, senz’altro, lavoro artigianale, connessioni, raffinatezza linguistica, coerenza narrativa, tutte quelle cose lì: ma è, prima di tutto questo, un’immaginazione che ha senso, dà senso, ha bisogno di senso. E tutto il resto, una volta che di questo senso si sia venuti a capo, è semplice lavoro.
M* ha le idee chiare. Io, credo, anche. Ci vedremo ancora. Dobbiamo esplorare ancora un po’ le nostre immaginazioni, per poter lavorare insieme. Io sono il suo editor, anche se non si sa ancora se questo libro avrà un editore (spero che sì). E devo entrare completamente nella sua immaginazione, imparare a simularla.
Il mestiere dell’editor, detto in due parole, è questo: diventare provvisoriamente un altro. Cosa assai divertente, e affascinante, e complicata.
Sono lieto di essere un editor della domenica.

Posted by giuliomozzi at 14:51 | Comments (17) | TrackBack

04.07.03

Parliamo tanto di me

Be', mi sono divertito, leggendo ciò che scrive Mr. Gattostanco qui.
Ottimo esempio di come la ripetizione eccessiva di una parola la svuoti completamente di senso. Io, ora, non ho senso. (Spero di riprendermi nel pomeriggio).

Posted by giuliomozzi at 12:43 | Comments (10) | TrackBack

Acqua

Ieri, al buffet della stazione ferroviaria di Reggio Emilia, chiedo:
"Mi dà cinque pezzi di erbazzone in un sacchetto e una bottiglietta da mezzo di acqua gassata, per piacere?".
La signora mette cinque pezzi di erbazzone in un sacchetto. Me lo posa davanti, sul banco.

"L'acqua può prenderla lì nel frigo", dice, additando alle mie spalle. "E' più fresca".
"Grazie", dico. "Preferisco se non è fredda".
Alle sue spalle, su un ripiano, c'è una dozzina di bottigliette da mezzo litro d'acqua, gassata e non.
La signora dice: "Ma nel frigo è più fresca".
Io dico: "Le bevande fredde mi fanno mal di pancia. Se mi dà una di quelle", e addito alle sue spalle, "mi va meglio".
La signora si volta, guarda le bottigliette sul ripiano.
"Quelle non sono fresche", dice.
"Non importa", dico, "io voglio una di quelle".
La signora si volta, lentamente, prende una delle bottigliette sul ripiano. La tiene in mano, non la posa sul banco.
"Tutti preferiscono prenderla dal frigo", dice. "E' più fresca".
L'altoparlante annuncia il mio treno.
"Signora", dico un po' brusco, "mi dia quell'acqua, per piacere. Sta arrivando il mio treno. Quanto le devo?".
La signora posa la bottiglietta sull'orlo del lavello, batte al registratore di cassa cinque pezzi di erbazzone e una bottiglietta da mezzo. Mi dà lo scontrino. Pago con i soldi giusti. La signora chiude il cassetto. Si volta verso il cliente successivo, una ragazza con i capelli corvini.
"Prego?", dice la signora.
"Signora", dico, "non mi ha data l'acqua".
Mi guarda.
"La mia acqua", dico, "l'ha posata lì sul bordo del lavello. Non ci arrivo a prenderla".
Si avvicina alla mia bottiglietta.
"E' sua quest'acqua?", dice.
"Ci vuole tanto?", dice la ragazza con i capelli corvini.
"Sì", dico, "è la mia acqua. Quando ha fatto lo scontrino, non me l'ha data. L'ha posata lì".
Sento il mio treno entrare in stazione. Espresso per Ancona. Io devo andare fino a Bologna.
"Sì", dice la ragazza con i capelli corvini. "E' l'acqua del signore. Gliela dia".
La signora la guarda. Guarda la bottiglietta. Guarda di nuovo la ragazza.
"Si faccia i fatti suoi", dice.
Mette la bottiglietta sul banco.
Prendo la bottiglietta e dico: "Grazie". Mi volto verso la ragazza con i capelli corvini e dico: "Mi spiace".
La ragazza con i capelli corvini dice: "Si figuri. Con questo caldo, sbarelliamo un po' tutti".
Ho fatta una corsa giù per il sottopassaggio. Ho preso il treno. Ho ansimato un po' in corridoio, poi ho cercato posto.
Ho bevuta l'acqua. Era caldissima.
Quanto all'erbazzone, non crediate che me ne sia mangiati cinque pezzi tutto da solo.

Posted by giuliomozzi at 12:10 | Comments (16) | TrackBack

03.07.03

Che cosa è meglio

Che cosa è meglio?
E' meglio vivere nel mondo della fantasia?
E' meglio vivere nel mondo dei promotori finanziari?

E' meglio vivere nel mondo di Suzie Wong?
E' meglio vivere nel bel mondo?
E' meglio andare all'altro mondo?
E' meglio vivere nel mondo virtuale?
E' meglio vivere nel mondo di Sorrisi e canzoni tv?
E' meglio essere fuori dal mondo?
E' megli divertirsi un mondo?
E' meglio vivere come se il mondo non esistesse?
E' meglio vivere in un mondo di propria invenzione?
E' meglio vivere in un mondo quasi uguale al nostro, ma differente per un particolare da nulla che però cambia tutto, ad esempio non ci sono i pappataci?
E' meglio vivere in questo mondo, o andare a vederne qualcun altro?
E' meglio stare al mondo e aspettare che passi?
E' meglio spassarsela finché si sta al mondo?
E' meglio fare come si è sempre fatto da che mondo è mondo?
E' meglio sostenere che omnia munda mundis?
E' meglio dare a dio ciò che è di dio, e al mondo ciò che è del mondo?
E' meglio vivere nel mondo delle cose concrete?
E' meglio vivere nel mondo degli affari?
E' meglio vivere in un piccolo mondo antico?
E' meglio vivere in un mondo che può finire da un momento all'altro?
E' meglio vivere in un mondo che può finire da un momento all'altro, ma poi ne verrà un altro migliore o quantomeno più di marca?
E' meglio vivere nel mondo del milleottocentocinquanta?
E' meglio amare questo mondo?
Che cosa è meglio?

[Per Ramona. Vedi i suoi interventi a proposito del precedente "Che cosa è meglio".]

Posted by giuliomozzi at 09:23 | Comments (14) | TrackBack

01.07.03

Che cosa è meglio

Che cosa è meglio?
È meglio avere molti soldi?
È meglio togliersi una soddisfazione di tanto in tanto?

È meglio avere le mani bucate?
È meglio godersi i soldi guadagnati onestamente?
È meglio non avere proprio idea di che cosa sono i soldi?
È meglio tenersi una riserva per la fine del mese?
È meglio non fare debiti?
È meglio tenere tutte le bollette nello stesso cassetto del tavolodi cucina?
È meglio pensare che tutto quello che la gente fa, lo fa per soldi?
È meglio un conto corrente bancario o postale?
È meglio abituare i bambini a gestirsi i loro soldi?
È meglio pagare tutto subito per avere lo sconto?
È meglio dare ai soldi il loro giusto valore?
È meglio togliersi il pane di bocca pur di mettere da parte quattro soldi?
È meglio non sapere quanti soldi si hanno in tasca?
È meglio non frequentare gente da quattro soldi?
È meglio lavorare tutta la vita senza spendere mai un soldo e poi morire al pezzo senza essersi goduti niente con un figlio che non aspettava altro come tutti i giovani d’oggi peraltro?
È meglio contare sempre i soldi due volte?
È meglio non parlare mai di soldi con i parenti?
È meglio non fidarsi di quelli che ti dicono che i soldi non sono un problema?
È meglio averli pochi, maledetti e subito?
Che cosa è meglio?

Posted by giuliomozzi at 11:18 | Comments (23) | TrackBack