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28.06.03

Uno

Sono in una stazione ferroviaria. Al binario uno. Aspetto il treno per Roma. Devo aspettare venti minuti. Ho bagaglio: lo zainetto, l'ufficio portatile. Appoggio il bagaglio per terra. Mi siedo sui talloni. Apro il giornale.

La stazione è quasi deserta. E' mattina. Non è né presto né tardi. L'ora morta. Il cielo è coperto. Fa meno caldo dei giorni scorsi. L'altoparlante annuncia un piccolo ritardo del treno per Roma. Cinque minuti.
Arriva, di corsa, una famigliona. Padre grasso, madre grassa, due figlioletti grassi sui dieci o dodici, una figlia magra sui quattordici.
Io sono immobile, in equilibrio sui talloni, il giornale tra le mani, lo zainetto posato per terra alla mia destra, l'ufficio portatile posato per terra alla mia sinistra.
La famigliona si arresta di botto. Ha trovato un ostacolo. Sono io. Hanno una borsa o un borsone a testa. Mollano tutto per terra, lì accanto a me. In piedi, mi sovrastano. Con tutto il posto che c'è, penso. Sto leggendo un articolo sulla natura politica della mente linguistica.
Leggo: "Solo ora i filosofi del linguaggio e della mente cominciano a sentire il bisogno di una teoria della prassi comunicativa e cognitiva".
"E' qui l'eurostar per Roma?", dice il padre grasso.
Ci sono solo io.
"Sì", dico. "Ha cinque minuti di ritardo".
"Arriva tra cinque minuti?", domanda la madre grassa.
"Sì", dice il padre grasso.
"No", dico. "Arriva tra venti minuti".
"Mi ha detto che arrivava tra cinque minuti", dice il padre grasso.
"No", dico. "Le ho detto che ha cinque minuti di ritardo".
"Lascia stare, lui non sa niente", dice la madre grassa.
La figlia magra ride, guardandosi le mani.
"Comunque la tabella è lì", dico al padre grasso, indicando la tabella.
"Che tabella", dice il padre grasso, senza tono interrogativo.
"La tabella sulla quale è scritto che il treno arriva alle undici", dico continuando a indicare, "quindi tra quindici minuti secondo l'orario ufficiale, più cinque minuti di ritardo. E' scritto là".
Il padre grasso guarda i binari. Non guarda me che gli parlo. Non guarda la tabella che gli indico.
"Lascia stare", dice la madre grassa. Tira fuori un ventaglio da una tasca del vestitone e comincia a sventolarsi.
"Prendiamo un gelato", dice uno dei figlioletti grassi, il maggiore.
"Non c'è tempo", dice il padre grasso, guardando un piccione che passeggia tra le rotaie.
"C'è tempo", dice il figlioletto grasso maggiore. "Il treno è in ritardo".
La figlioletta magra sta sul bordo del marciapiede. Si solleva sulle punte dei piedi.
"Il treno ti prende", dice la madre grassa, guardando il marito.
"Dài, papà", dice il figlioletto grasso minore.
Il padre grasso tira fuori il portafoglio dalla tasca posteriore destra dei pantaloni, sfila un biglietto da cinque euro, lo dà al figlioletto grasso maggiore.
I due figlioletti grassi filano via.
"Fate presto", dice la madre grassa, guardando le borse.
Ho finito l'articolo sulla natura politica della mente linguistica, ne comincio un altro sul gioco della verità nella scrittura.
Leggo: "Il vecchio poeta assiste su un lungomare immalinconito al silenzioso franare del suo stesso cervello. Non ricorda più le parole con cui nominare le cose, ma soltanto il loro numero di sillabe".
I due figlioletti grassi tornano, di corsa. Il minore mi sbatte addosso. Perde per un attimo l'equilibrio. Calpesta il mio zaino. Allungo la destra, rimetto diritto lo zaino.
La figlioletta magra dice: "Mamma".
"Che cosa c'è", dice la madre grassa guardando l'estintore fissato alla colonna.
"Dov'è il resto", dice il padre grasso guardando i figlioletti.
"Quando partiamo, mamma", dice la figlioletta magra.
"Non c'è resto", dice il figlioletto grasso maggiore.
"Il treno è in ritardo", dice la madre grassa guardando il cielo.
"Impossibile", dice il padre grasso. Si volta. Guarda un trenino locale che sta arrivando adesso, al binario sei o sette.
La madre grassa continua a sventolarsi. Guarda la mano che regge il ventaglio.
I figlioletti grassi scartano i gelati, due ricoperti sullo stecco. Buttano le carte per terra. Li addentano.
"Non sporcatevi", dice il padre grasso.
"Uffa", dice la figlioletta magra. Cammina lungo il marciapiede mettendo un piede esattamente davanti all'altro.
"Il treno è in ritardo", dice di nuovo la madre grassa. Guarda i figlioletti grassi. "Non fate rumore", dice.
Il padre grasso starnutisce.
Come rispondendo a un segnale, la madre grassa fa un passo. Un altro passo. Un terzo passo. E' su di me. Si volta. Mi dà la schiena. Si piega. Tenta di sedersi su di me.

Posted by giuliomozzi at 28.06.03 20:55 | TrackBack
Comments

Tanto perché non sembri che quell'afabulatore mostruoso (sì, nel seno che è quasi fantozziano)
del Mozzi si inventi tutto.
L'articolo di cui parla era ieri su "il manifesto":
una recenzione dell'ultimo libro di Paolo Virno.
Io non sono riuscito a leggerlo per il sole troppo scoglionante ma lui sì.
Lui ci riesce sempre.
Ha vinto il premio Bouvard e Pécuchet per cinque anni di fila.
Poi ha capito che bastava una lettera del Talmud
per fargli capire tutto e ha smesso di leggere.

Posted by: tascaarchivistanondibabelemadiMozzia at 29.06.03 09:25

giulio caro, non ci posso credere:tu sei incredibile, sto facendo un'indigestione dei tuoi messaggi per imparare come si scrive un blog. sembri un agricoltore semini lavori raccogli dai primi righi. ho "ascoltato", ( perchè gli occhi mi servivano per leggerti) un film di almodovar, che mi sia rincretinita per il caldo non so, ma i tuoi messaggi erano di gran lunga più intriganti ed originali, buone vacanze vagabondo. saretta

Posted by: sarapatrizia marsòn at 29.07.03 02:15

really? is that it? :)

Posted by: nu to the net at 03.09.05 10:07
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