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30.06.03

Non

Mi diceva Barbara, un paio di settimane fa, quasi rimproverandomi per avere avviato questo diario pubblico:
"Ho fatto un giro di blog. Ho imparato che la gente va al cinema, usa i mezzi pubblici, si fa panini, ha un capo di cui parlar male. Punto. Che senso ha?".

Questa mattina ho preso un treno alle 6.08. Il treno era composto di un'unica carrozza. A Vigarano Pieve ("Bel mestiere, fare lo scrittore! Tu sì che giri il mondo!") è salita una tipa tutta agitata. E' andata a bussare alla cabina di guida. Ha bussato più forte. Ha bussato ancora più forte. Ha spintonato la porta. Poi ha capito che bastava tirare. E' entrata. In quel treno c'è un solo ferroviere, che bada sia alla guida sia ai biglietti. La tipa, dentro la cabina di guida, ha parlato a voce alta. Ne è uscita dicendo: "Allora aspetto qui". Non si è seduta. Si è seduta. Si è alzata. Si è seduta da un'altra parte. Si è alzata di nuovo. E' tornata dentro la cabina di guida. Ha parlato a voce alta. E' uscita dalla cabina. Ha camminato per il corridoietto. Si è seduta (non dove si era seduta prima).
Mentre assistevo allo spettacolo, ho pensato:
"Non ci sono solo i cosiddetti non-luoghi. Ci sono anche i non-tempi. Quando sono alla stazione sto in un non-luogo, e ci trascorro un non-tempo. Un tempo fatto in maniera tale che non si può usarlo per niente di sensato. Così finisce che lo uso per osservare, pensare, immaginare piccole narrazioni. Altri lo usano per sfogliare (cioè per non-leggere) un non-quotidiano (i quotidiani gratuiti tipo City, Metro ecc.). Altri attaccano bottone. Altri s'inventano un problema urgente. Altri non fanno nulla".
Quelli che mi fanno paura, in treno, sono certi ragazzi che stanno seduti al loro posto per tre, quattro ore, e non fanno niente. In genere hanno gli occhiali neri, molto coprenti. Non guardano fuori. Non leggono. Non chiacchierano. Non dormono (si vede che non dormono, nonostante gli occhiali, perché stanno belli dritti e respirano come si deve). Non ascoltano musica. Non mangiano. Nulla. Si fanno tre, quattro ore di vuoto. Che pensino tantissimo?
Allora mi viene in mente che forse un diario mi serve a "riempire" il "non-tempo". Lo riempie due volte: prima, perché durante il "non-tempo" sto lì a osservare ciò che accade; poi, perché quando scrivo riempio gli accaduti e cerco di spremerne un bisogno di senso (come dicevo nella "Lettera aperta e provvisoria a Gino Tasca", 29.06.03).
Quindi posso rispondere a Barbara:
"Sì, la gente va al cinema, usa i mezzi pubblici, si fa panini, ha un capo di cui parlar male, eccetera. E ha bisogno che tutto questo produca, se non un senso, almeno un bisogno di senso".
Mah.

Posted by giuliomozzi at 30.06.03 09:29 | TrackBack
Comments

Ed è giusto così. Perchè il bisogno di "quel" bisogno mi pare che allarghi la vita, come per una benefica ipertrofia. E' il privilegio di svelare la verità che sta dentro e dietro le cose, cavarla fuori scoprendo e smascherando la semantica del caso. Ogni dettaglio è uno spigolo e si può scegliere: 1) l'attenzione di evitarlo; 2)la vocazione nell' applicarsi a darvi forma(a farla venire fuori);3)la stupidità del tenersi i lividi. Si può staccare un'idea di senso dalle infinite forme di fortuna e sgrossarla piano come una radica profonda, come una figura da un blocco di marmo informe (penso all'incompiuto San Matteo di Michelangelo). C'è bisogno di quel bisogno di senso (la ridondanza è voluta), dato che ne cerchiamo uno persino nei sogni,quella porzione di noi su cui non abbiamo potere di governo e che da noi viene fuori spontanea, al pari di polluzioni ed enuresi.E non è cerebralismo ma illuminazione: è epifania. Come accendere uno zolfanello in una grotta. Forse siamo intrugli di atomi dalle infinite valenze e fili sottili in un grosso arazzo, la malizia sta tutta lì: scoprire l'intreccio senza perdere il filo.

Posted by: Elisa at 30.06.03 17:57

Ed è giusto così. Perchè il bisogno di "quel" bisogno mi pare che allarghi la vita, come per una benefica ipertrofia. E' il privilegio di svelare la verità che sta dentro e dietro le cose, cavarla fuori scoprendo e smascherando la semantica del caso. Ogni dettaglio è uno spigolo e si può scegliere: 1) l'attenzione di evitarlo; 2)la vocazione nell' applicarsi a darvi forma(a farla venire fuori);3)la stupidità del tenersi i lividi. Si può staccare un'idea di senso dalle infinite forme di fortuna e sgrossarla piano come una radica profonda, come una figura da un blocco di marmo informe (penso all'incompiuto San Matteo di Michelangelo). C'è bisogno di quel bisogno di senso (la ridondanza è voluta), dato che ne cerchiamo uno persino nei sogni,quella porzione di noi su cui non abbiamo potere di governo e che da noi viene fuori spontanea, al pari di polluzioni ed enuresi.E non è cerebralismo ma illuminazione: è epifania. Come accendere uno zolfanello in una grotta. Forse siamo intrugli di atomi dalle infinite valenze e fili sottili in un grosso arazzo, la malizia sta tutta lì: scoprire l'intreccio senza perdere il filo.

Posted by: Elisa at 30.06.03 17:57

Ed è giusto così. Perchè il bisogno di "quel" bisogno mi pare che allarghi la vita, come per una benefica ipertrofia. E' il privilegio di svelare la verità che sta dentro e dietro le cose, cavarla fuori scoprendo e smascherando la semantica del caso. Ogni dettaglio è uno spigolo e si può scegliere: 1) l'attenzione di evitarlo; 2)la vocazione nell' applicarsi a darvi forma(a farla venire fuori);3)la stupidità del tenersi i lividi. Si può staccare un'idea di senso dalle infinite forme di fortuna e sgrossarla piano come una radica profonda, come una figura da un blocco di marmo informe (penso all'incompiuto San Matteo di Michelangelo). C'è bisogno di quel bisogno di senso (la ridondanza è voluta), dato che ne cerchiamo uno persino nei sogni,quella porzione di noi su cui non abbiamo potere di governo e che da noi viene fuori spontanea, al pari di polluzioni ed enuresi.E non è cerebralismo ma illuminazione: è epifania. Come accendere uno zolfanello in una grotta. Forse siamo intrugli di atomi dalle infinite valenze e fili sottili in un grosso arazzo, la malizia sta tutta lì: scoprire l'intreccio senza perdere il filo.

Posted by: Elisa at 30.06.03 17:58

Chiedo scusa a nome del computer.
Mi fa sempre pasticci. Tipo questo.

Posted by: Elisa at 30.06.03 18:04

com'è bello, Elisa, questo flash che avvicina una scultura ad una scrittura, due forme così diverse nella materia e così vicine nella sostanza!

Posted by: Cecilia Deni at 01.07.03 08:40
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