Scrive Alice, in un "commento" al pezzo intitolato "On the blog": "Perchè i personaggi pubblici che scrivono in rete non usano pseudonimi? Perchè il loro nome rappresenta un'identità precisa, nota ad alcuni o a molti. Tutti gli altri sono solo nomi e cognomi. La scelta di un nick rappresenta un'indicazione di chi si vorrebbe essere, il primo passo per l'uscita dall'anonimato. Quanto è importante il titolo di un romanzo? O quello di un articolo di giornale?".
Quando pubblicai il mio primo libro, feci due cose: una normale, e una anormale.
La cosa normale fu questa: feci scrivere il mio nome in alto, sulla copertina e sul frontespizio, sopra il titolo.
La cosa anormale fu questa: sulla bandella, lì dove c'è di solito la breve biografia dell'autore, feci scrivere: "Giulio Mozzi è nato nel 1960. Abita a Padova in via Michele Sanmicheli 5 bis" (adesso sto al 5 c).
Alice paragona esplicitamente lo pseudonimo (cioè il nick) al titolo d'un romanzo o d'un articolo di giornale. Ne deduco che lo pseudonimo, secondo Alice, non è l'indicatore di chi sia l'autore dell'opera, ma è l'opera stessa.
Altrimenti non si spiegherebbe la frase palesemente contraddittoria: "La scelta di un nick rappresenta un'indicazione di chi si vorrebbe essere, il primo passo per l'uscita dall'anonimato". La frase è palesemente contraddittoria perché (chiedo scusa per la pedanteria) per "uscire dall'anonimato" non intende "entrare nell'onimato" (brr! che neologismi!), cioè mostrarsi per ciò che si è (la tal persona, che sta nel tal posto, è reperibile ecc.), bensì "indicare chi si vorrebbe essere", ossia ciò che, almeno attualmente, non si è.
Quindi: io apro un diario in pubblico, nel quale non mostro ciò che sono, ma indico ciò che vorrei essere. Un diario nel quale il mio nome non compare, compare invece un nome che non rimanda all'autore del diario, ma che designa il diario come opera.
Bene.
Questo mio diario si chiama: "giuliomozzi / diario". Ora, io non sono giuliomozzi: io sono Giulio Mozzi. Non c'è molta differenza, mi si dirà. C'è abbastanza differenza, però, forse, perché giuliomozzi sia un'opera (nel senso che ho appena detto). Quindi giuliomozzi è pur sempre "un'indicazione di chi vorrei essere". D'altra parte, giuliomozzi è uno pseudonimo (è anche il mio nick di posta elettronica) più che mai trasparente: non c'è dubbio, che a fare giuliomozzi non sia Giulio Mozzi.
E' come se il diario fosse intitolato: "Non esattamente Giulio Mozzi, ma una cosa fatta da lui".
Questo, rende le cose differenti?
Quando feci mettere l'indirizzo di casa sulla bandella del mio primo libro (e il mio indirizzo, fisico e di rete, c'è in tutti i miei libri - tranne in un Oscar Mondadori dove mi dissero sì e poi fecero no), non lo feci per (come sosteneva la mia amica Laura) "avviare un'operazione di rimorchio su scala industriale". Lo feci perché ero abituato a scrivere lettere, a rivolgermi a qualcuno, ad avere delle risposte. E lo feci perché mi accorgevo che i cosiddetti "scrittori" erano dei personaggi strani, assenti dall'elenco del telefono, più alti della media, circonfusi di luce, con i riccioli naturali ecc.; e invece io volevo essere percepito come una persona "realmente esistente". Quale modo migliore di farsi percepire come "realmente esistente", che dire: "Sono qui, qui mi trovate"?.
Io ho carne, ossa.
Sì.
Si.
Posted by: Cecilia Deni at 18.06.03 23:23hai travisato quello che volevo dire, ma non importa:-))
Posted by: alice at 18.06.03 23:34Già.
E come ti scrissi 4 anni fa, hai carne, ossa e quando scrivi sei nudo: sei nudo mentre le parole escono, accorgendosi (noi) che la pelle non è che un altro vestito per coprire le viscere.
Della "cosa" che sono so ben poche
cose: alcune coordinate sensibilistiche
dovute alla chimica e alla "bellezza"
che - grazie allo scarso grado di definizione
della vista - compatta quello che, altrimenti,
sarebbe solo un ammasso di particelle comiche.
E quello che di me registra il simbolico:
date (di nascita, di battesimo, di cresima, di prima comunione, di conversione all'ateismo
e poi di riconversione a qualcosa di molto simile
ai racconti della O'Connory, di matrimonio,
di morte) e nomi.
Ora, per rinunciare al nome ci possono essere
molti motivi psicologici e d'ordine strettamente
pratico: fra i secondi: una bancarotta fraudolenta
(ma se mi chiamo silvioberlusconi non occorre
altro che una legge ad hoc)e, fra i primi,
un pudore esasperato o un'identificazione con
dio.
Ma, di sicuro, e per restare alla "scrittura",
se decido di firmare un'opera con un altro nome,
l'unica cosa certa è che, da qualche parte,
considero l'opera come eseguita da Altro.
Sarebbe una mossa più radicale, allora, non
firmarla affatto. Trasformarsi in cattedrale.
Se invece scelgo uno pseudonimo (è questo il nome
antico di questa cazzata: "nick": simpatico:
come quando si dicono gli omosessuali, gay e magari hanno avuto vite di merda e lacrime
e sangue), sto dando un nome all'Altro.
In qualche maniera, credo, non reggo all'iconoclastia.
Noi cattolici (anche quelli di riserva, come me)
siamo troppo legati ai nomi anche se, da sempre,
non ne sappiamo quasi nulla (provate a chiedere
ai vostri amici cattolici quanti abbiano letto
Dionigi).