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26.06.03

La musica del caso

Oggi ho lavorato a Milano. Sono rientrato a Padova, in treno, verso le nove e mezza di sera. Per andare a casa ho attraversato il centro a piedi. Nella piazza davanti al Municipio c'era un gruppo di ragazzi che cantavano in coro, assai bene. Attorno a loro c'era tutto un cerchio di gente. Quando sono arrivato lì, stavano cantando Yellow Submarine.
Mio nonno materno è morto trentasei anni fa, il 26 giugno.

In questo momento, mentre scrivo, l'orologio segna le 0,04. Da quattro minuti è il 26 giugno. Mio nonno materno si chiamava Pietro, era stato medico e alpino. Io lo ricordo poco, quando è morto avevo appena compiuti i sette anni. Con sua moglie Maria aveva fatti e allevati tre figlie e tre figli. Maria, la nonna dai lunghissimi capelli rossi, morì cinque anni dopo di Pietro.
Mi sono fermato ad ascoltare i ragazzi. Cantavano bene. Esibivano un repertorio eclettico: dopo Yellow Submarine è arrivata Teresina ("La fa su 'na cagnara in 'tel leto / la Teresina, la Teresina! / No la magna né brodo né pan / la Teresina l'è inamorà!", eccetera), poi la Canzone di Piero di Fabrizio De André ("Spàragli Piero, spàragli adesso..."), poi una canzone francese che non conosco, poi Varda la vale ("Son tornà / par sempre. / Ma varda la vale / dove che gera / le contrà!": una canzone incomprensibile, a non sentirla cantata, mi rendo conto).
Mia mamma racconta che quando si svegliò dall'anestesia, dopo la prima operazione (era cancro; la seconda operazione fu un aprire e richiudere subito, non c'era, come si usa dire, niente da fare), suo padre cominciò a cantare a bassa voce la Canzone del capitano: quella del capitano che, morendo, lascia in eredità parti del suo corpo ai soldati, alla patria, alla consorte.
Mi sono fermato, seduto sui talloni, ad ascoltare i ragazzi. Cantavano bene, a bassa voce cantavo anch'io. Non cantavano per tirare su soldi: cantavano per farsi ascoltare. Che è la cosa più semplice e più bella.
Quando morì, mio nonno aveva sessantanove anni. Durante la guerra (la grande guerra, o prima guerra mondiale) era stato sulla Bainsizza. Ne era venuto via in barella, con un polmone perforato. Ogni anno andava all'adunata degli alpini. Se non poteva andare, perché era prima di tutto un medico condotto, almeno tirava fuori il cappello, lo metteva in ordine. Lo teneva sul tavolo in ambulatorio. Lo metteva in testa quando usciva. Era la sua gioventù.
I ragazzi erano simpatici. Parecchi con i capelli lunghi (legati a coda, visto il caldo), con le braghe a mezz'asta come usa adesso. Tutti con magliette qualsiasi, magari con delle pubblicità. Avevano tutti la lattina di birra: giusto un sorso prima di ogni canzone, prima di intonare.
Alla messa funebre di mio nonno c'erano molti suoi compagni alpini. Tennero il cappello in testa per tutta la durata della messa, e il prete non disse niente. Un gruppo di loro cantò le canzoni. Quando la messa fu finita, mentre la cassa veniva portata fuori, intonarono Signore delle cime:
Dio del cielo
signore delle cime
un nostro amico
hai chiesto alla montagna.
Ma ti preghiamo:
su nel paradiso,
làscialo andare
per le tue montagne
.
Dopo Stand by me i ragazzi hanno intonato Signore delle cime.
Santa Maria,
signora della neve,
copri col bianco
tuo soffice mantello
il nostro amico,
il nostro fratello.

Ho una foto di mio nonno Pietro. In bianco e nero, scattata da mio zio D* tanti anni fa. Pietro è seduto alla scrivania, di profilo. Ha il camice bianco. La scrivania è piena di carte. La piccola burocrazia di un medico condotto di campagna, ai tempi di prima dell'Inps, quando c'erano tutte le mutue. La luce viene da una lampadina nuda, appesa al soffitto.
Di mio nonno Pietro mi ricordo questo: che stava molte ore (o così mi pareva) a leggere sulla poltrona di pelle Frau del suo salotto, e l'odore della poltrona gli restava addosso; che ci portò in Cadore e sulle Dolomiti con la millecento; che con lui per la prima volta in vita mia attraversai un bosco. Il bosco era pieno di odori, di rumori sottili, di venticelli brevi, di piccoli movimenti delle foglie o degli animaletti. Il bosco era vivo.

Posted by giuliomozzi at 26.06.03 00:29 | TrackBack
Comments

A questo punto io mi chiedo se tu non sia una macchina "a associazioni".
Qualcosa - non so cosa - appena ti vede, si ricorda
di qualcos'altro.

Abito anch'io in centro della tua stessa città e,ieri sera sono uscito a comperare del gelato, sulle 5,30 p.m., circa. Pistacchio e yogurt: sempre quello.
E ho intravvisto, mentre guardavano i riti goliardici delle lauree (che detesto) forse proprio quei ragazzi di cui parli. Code lunghe,
magrissimi.
Ma mi spieghi come facevano a conoscere l'inno dell cime e a metterlo assieme con Yellow submarine?
Gliel'hai chiesto?
Non ti sei chiesto che macchina stava funzionando
in quel momento?
Leggermente invidioso (a me non capita mai nulla di simile - autisticamente limitato a me stesso e alle parole), ti saluto.
Chissà che scoprirai oggi.
Minimo che Lourdes è stata scoperat da un tuo bisnonno apache.

Posted by: tasca che è il cognome davvero non un nick at 26.06.03 08:39

non posso scrivere nulla perchè sto piangendo

Posted by: Cecilia Deni at 26.06.03 13:47
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